Gli australiani la chiamano “la fabbrica dei milionari” ma gli inglesi l’hanno ribattezzata “il canguro vampiro”: i milionari sono i dirigenti come l’amministratrice delegata Shemara Wikramanayake che nel 2016 ha guadagnato 10,43 milioni di euro, gli – involontari – donatori di sangue sono gli utenti delle infrastrutture delle quali è il principale gestore nel mondo. È Macquarie, gruppo finanziario australiano attivo in 31 Paesi, che ora ha nel mirino due succulenti bocconi italiani: l’88% di Autostrade messo in vendita da Atlantia della famiglia Benetton e il 50% di Open Fiber, la società di reti digitali a banda larga che deve fondersi con la rete di Telecom Italia, per la quale Macquarie ha offerto circa 2,65 miliardi a Enel.
Punta di lancia del gruppo, fondato nel 1969 e quotato dal 1996, è Mam, la divisione di asset management con asset per 300 miliardi di euro. Attraverso la controllata Macquarie Infrastructure and Real Assets (Mira), Mam è il maggior gestore patrimoniale di infrastrutture al mondo con un portafoglio di oltre 150 asset che vale 125 miliardi (57 dei quali in Europa), tra i quali 48mila chilometri quadrati di terre agricole in Australia e Brasile, suppergiù la somma di Sardegna e Lombardia.
Mira analizza infrastrutture di settori regolati, come autostrade, porti, aeroporti, ferrovie, metropolitane, gasdotti, multiutility, società elettriche, reti in fibra ottica, e li acquista o gestisce in concessione usando una piccola base di capitale proprio (2-3% dell’investimento) e prendendo a prestito il resto. Poi li “impacchetta” nei suoi fondi e vende le quote a investitori istituzionali che accorrono perché, in tempi di tassi sottozero, queste rendono molto e sono garantite da beni reali. Tra questi vi sono fondi pensione, assicurazioni, fondi sovrani, family office, casse previdenziali, fondazioni bancarie. Una ventina di clienti sono italiani: dal 2016 hanno collocato nei fondi aussie 1,5 miliardi. Al termine della concessione o quando ritiene venuto il momento, Mira rivende i beni. Durante il periodo di gestione, i ricavi arrivano sotto forma di commissioni: quelle di upfront sulla compravendita dell’asset, quelle dal collocamento del bene in un trust, quelle di gestione e incentivo che possono arrivare al 20% dei profitti quando superano una soglia predeterminata. Per questo Macquarie Asset Management è la miniera d’oro del gruppo: nell’ultimo esercizio ha generato il 40% dell’utile netto consolidato, 1,3 miliardi di euro (+16% in un anno).
La crisi del Covid ha colpito anche Macquarie. L’ultimo esercizio si è chiuso con un calo dell’8% dell’utile netto, del 3% dell’utile operativo e del 25% dei dividendi, riportando il rendimento del capitale ad “appena” il 14,5% dal 18% dell’anno precedente. Ma, secondo gli analisti di Goldman Sachs, il gruppo ha abbondante capitale in eccesso per reggere anche l’urto della seconda ondata.
Gli australiani d’altronde vantano molti successi. A luglio 2002 Macquarie comprò il 44,74% di Aeroporti di Roma per 480 milioni e a giugno 2007, dopo lunghi scontri con la famiglia Benetton, rivendette l’intera quota a Gemina per 1,237 miliardi: un rendimento del 158% in meno di 5 anni. Il Financial Times scrisse che a perderci sarebbero stati solo gli utenti. La società in Italia ha poi guadagnato 400 milioni comprando e rivendendo il produttore di energia Sorgenia Green alla francese Engie. L’autostrada Skyway di Chicago fu comprata a ottobre 2004 insieme agli spagnoli di Cintra per 1,83 miliardi di dollari e venduta a novembre 2014 per 2,8 dopo pesanti aumenti tariffari. Coi ricavi, però, crescono le critiche che si concentrano sull’indebitamento delle infrastrutture acquisite e sull’aumento delle tariffe per “succhiare” miliardi in dividendi – da qui il soprannome di “canguro vampiro” –, come anche sulle preziose consulenze che Macquarie paga a uno stuolo di ex politici ed ex amministratori pubblici. Fonti vicine alla società ribattono che i debiti servono per investire e migliorare i servizi delle attività gestite e sono calibrati per corrispondere ai flussi di cassa che l’asset produrrà.
Tra le vicende controverse c’è il caso di Thames Water, la società delle acque che serve Londra. Secondo l’autorità di controllo Ofwat durante gli 11 anni nei quali Macquarie l’ha posseduta, TW ha pagato dividendi per 1,2 miliardi di sterline e aumentato il debito da 1,6 a 10,6 miliardi, pagando appena 100mila euro di imposte ma generando rendimenti annui compresi tra il 15,5 e il 19%. Macquarie ribatte che sotto la sua gestione l’azienda ha investito nei servizi oltre 11 miliardi di sterline. Nello stesso periodo Scottish Water, concorrente pubblica, ha garantito efficienza e qualità simili, senza indebitarsi, nonostante le tariffe più basse e investendo il 35% in più. Altre critiche ha causato la gestione della linea 9 della metropolitana di Seul: a ottobre 2013 il fondo Macquarie Korea Infrastructure cedette la sua quota dopo uno scontro legale col Comune sul raddoppio del costo dei biglietti. È andata male anche l’avventura nella Indiana Toll Road negli Usa: l’azienda partecipata da due fondi di Macquarie è fallita a settembre 2014 sotto un carico di 5,8 miliardi di debiti per il crollo dei volumi di traffico. Si tratta di pochi errori su molti successi, ribattono gli australiani.
Ci sono anche scandali finanziari, come quello “cum ex” che coinvolge decine di banche per schemi finanziari volti a frodare il fisco e per cui Macquarie è sotto accusa in Danimarca e 60 suoi dipendenti sono indagati in Germania per una transazione del 2011 da 5 miliardi. Tra questi anche l’ad Wikramanayake. “Continuiamo a collaborare con le autorità tedesche”, precisa il gruppo.
In Italia Macquarie è presente nel gruppo idroelettrico Hydro Dolomiti e nella Società gasdotti italiani, presieduta da Fulvio Conti, ex ad di Enel che degli australiani è advisor societario per tutti i dossier. Tra i consulenti esterni conta su Tommaso Pompei, ex ad di Wind e di Tiscali, che nel 2015 ha fondato Open Fiber uscendone a fine 2017, e su Claudio Costamagna, che da luglio 2015 a luglio 2018 è stato presidente di Cassa depositi e prestiti, ha un passato in Goldman Sachs ed è consulente solo per il dossier Autostrade. Dopo l’addio a Cdp, Costamagna ha fondato Amsicora che a maggio 2019 ha acquisito una quota di Tiscali. Il 27 agosto il governo ha autorizzato l’ingresso di Cdp nella rete di Tim: lo stesso giorno Tim si è accordata con Tiscali. Casualità.