Tutto su Macquarie: i “canguri vampiri” di Aspi e Open Fiber

Gli australiani la chiamano “la fabbrica dei milionari” ma gli inglesi l’hanno ribattezzata “il canguro vampiro”: i milionari sono i dirigenti come l’amministratrice delegata Shemara Wikramanayake che nel 2016 ha guadagnato 10,43 milioni di euro, gli – involontari – donatori di sangue sono gli utenti delle infrastrutture delle quali è il principale gestore nel mondo. È Macquarie, gruppo finanziario australiano attivo in 31 Paesi, che ora ha nel mirino due succulenti bocconi italiani: l’88% di Autostrade messo in vendita da Atlantia della famiglia Benetton e il 50% di Open Fiber, la società di reti digitali a banda larga che deve fondersi con la rete di Telecom Italia, per la quale Macquarie ha offerto circa 2,65 miliardi a Enel.

Punta di lancia del gruppo, fondato nel 1969 e quotato dal 1996, è Mam, la divisione di asset management con asset per 300 miliardi di euro. Attraverso la controllata Macquarie Infrastructure and Real Assets (Mira), Mam è il maggior gestore patrimoniale di infrastrutture al mondo con un portafoglio di oltre 150 asset che vale 125 miliardi (57 dei quali in Europa), tra i quali 48mila chilometri quadrati di terre agricole in Australia e Brasile, suppergiù la somma di Sardegna e Lombardia.

Mira analizza infrastrutture di settori regolati, come autostrade, porti, aeroporti, ferrovie, metropolitane, gasdotti, multiutility, società elettriche, reti in fibra ottica, e li acquista o gestisce in concessione usando una piccola base di capitale proprio (2-3% dell’investimento) e prendendo a prestito il resto. Poi li “impacchetta” nei suoi fondi e vende le quote a investitori istituzionali che accorrono perché, in tempi di tassi sottozero, queste rendono molto e sono garantite da beni reali. Tra questi vi sono fondi pensione, assicurazioni, fondi sovrani, family office, casse previdenziali, fondazioni bancarie. Una ventina di clienti sono italiani: dal 2016 hanno collocato nei fondi aussie 1,5 miliardi. Al termine della concessione o quando ritiene venuto il momento, Mira rivende i beni. Durante il periodo di gestione, i ricavi arrivano sotto forma di commissioni: quelle di upfront sulla compravendita dell’asset, quelle dal collocamento del bene in un trust, quelle di gestione e incentivo che possono arrivare al 20% dei profitti quando superano una soglia predeterminata. Per questo Macquarie Asset Management è la miniera d’oro del gruppo: nell’ultimo esercizio ha generato il 40% dell’utile netto consolidato, 1,3 miliardi di euro (+16% in un anno).

La crisi del Covid ha colpito anche Macquarie. L’ultimo esercizio si è chiuso con un calo dell’8% dell’utile netto, del 3% dell’utile operativo e del 25% dei dividendi, riportando il rendimento del capitale ad “appena” il 14,5% dal 18% dell’anno precedente. Ma, secondo gli analisti di Goldman Sachs, il gruppo ha abbondante capitale in eccesso per reggere anche l’urto della seconda ondata.

Gli australiani d’altronde vantano molti successi. A luglio 2002 Macquarie comprò il 44,74% di Aeroporti di Roma per 480 milioni e a giugno 2007, dopo lunghi scontri con la famiglia Benetton, rivendette l’intera quota a Gemina per 1,237 miliardi: un rendimento del 158% in meno di 5 anni. Il Financial Times scrisse che a perderci sarebbero stati solo gli utenti. La società in Italia ha poi guadagnato 400 milioni comprando e rivendendo il produttore di energia Sorgenia Green alla francese Engie. L’autostrada Skyway di Chicago fu comprata a ottobre 2004 insieme agli spagnoli di Cintra per 1,83 miliardi di dollari e venduta a novembre 2014 per 2,8 dopo pesanti aumenti tariffari. Coi ricavi, però, crescono le critiche che si concentrano sull’indebitamento delle infrastrutture acquisite e sull’aumento delle tariffe per “succhiare” miliardi in dividendi – da qui il soprannome di “canguro vampiro” –, come anche sulle preziose consulenze che Macquarie paga a uno stuolo di ex politici ed ex amministratori pubblici. Fonti vicine alla società ribattono che i debiti servono per investire e migliorare i servizi delle attività gestite e sono calibrati per corrispondere ai flussi di cassa che l’asset produrrà.

Tra le vicende controverse c’è il caso di Thames Water, la società delle acque che serve Londra. Secondo l’autorità di controllo Ofwat durante gli 11 anni nei quali Macquarie l’ha posseduta, TW ha pagato dividendi per 1,2 miliardi di sterline e aumentato il debito da 1,6 a 10,6 miliardi, pagando appena 100mila euro di imposte ma generando rendimenti annui compresi tra il 15,5 e il 19%. Macquarie ribatte che sotto la sua gestione l’azienda ha investito nei servizi oltre 11 miliardi di sterline. Nello stesso periodo Scottish Water, concorrente pubblica, ha garantito efficienza e qualità simili, senza indebitarsi, nonostante le tariffe più basse e investendo il 35% in più. Altre critiche ha causato la gestione della linea 9 della metropolitana di Seul: a ottobre 2013 il fondo Macquarie Korea Infrastructure cedette la sua quota dopo uno scontro legale col Comune sul raddoppio del costo dei biglietti. È andata male anche l’avventura nella Indiana Toll Road negli Usa: l’azienda partecipata da due fondi di Macquarie è fallita a settembre 2014 sotto un carico di 5,8 miliardi di debiti per il crollo dei volumi di traffico. Si tratta di pochi errori su molti successi, ribattono gli australiani.

Ci sono anche scandali finanziari, come quello “cum ex” che coinvolge decine di banche per schemi finanziari volti a frodare il fisco e per cui Macquarie è sotto accusa in Danimarca e 60 suoi dipendenti sono indagati in Germania per una transazione del 2011 da 5 miliardi. Tra questi anche l’ad Wikramanayake. “Continuiamo a collaborare con le autorità tedesche”, precisa il gruppo.

In Italia Macquarie è presente nel gruppo idroelettrico Hydro Dolomiti e nella Società gasdotti italiani, presieduta da Fulvio Conti, ex ad di Enel che degli australiani è advisor societario per tutti i dossier. Tra i consulenti esterni conta su Tommaso Pompei, ex ad di Wind e di Tiscali, che nel 2015 ha fondato Open Fiber uscendone a fine 2017, e su Claudio Costamagna, che da luglio 2015 a luglio 2018 è stato presidente di Cassa depositi e prestiti, ha un passato in Goldman Sachs ed è consulente solo per il dossier Autostrade. Dopo l’addio a Cdp, Costamagna ha fondato Amsicora che a maggio 2019 ha acquisito una quota di Tiscali. Il 27 agosto il governo ha autorizzato l’ingresso di Cdp nella rete di Tim: lo stesso giorno Tim si è accordata con Tiscali. Casualità.

Precarietà e part-time. La guerra dei 30 anni l’hanno persa i salari

Da più di tren’tanni, il dibattito italiano sulla questione salariale potrebbe esser racchiuso nel titolo di un album musicale: “Fedeli alla linea”. Quella della riduzione sistematica dei redditi da lavoro. I salari degli italiani hanno perso terreno dagli Anni 90, effetto di fattori tutti interni ai rapporti di forza e alle scelte di politica economica, primo tra tutti la liberalizzazione del mercato del lavoro. La flessibilizzazione dei contratti con l’esplodere del lavoro a termine e part-time (volontario e non) ha agito e continua ad agire come fattore di deflazione salariale. Non a caso, Confindustria continua a chiedere di poter usare i contratti a tempo senza vincoli eliminando definitivamente il decreto Dignità. La caduta dei salari reali, però, non dipende solo dal tipo di contratto ma anche dal regime orario: il ricorso al part-time serve a ridurre l’orario di lavoro e governare la ciclicità della domanda, mantenendo i lavoratori sotto ricatto. Lavoratori che nel 65% dei casi (il doppio rispetto alla media europea) si sono adattati a un contratto a tempo parziale in assenza di uno a tempo pieno.

Non c’è dunque da stupirsi che oggi Confindustria chieda lo sblocco dei licenziamenti per sostituire lavoratori con salari più alti con lavoratori meno protetti. Secondo i dati Istat, il salario orario di un lavoratore a termine è in media di 2,36 euro più basso di quello di un collega a tempo indeterminato. Una differenza che si riduce al Sud, ma persiste in tutti i settori economici. Dopo le riforme del mercato del lavoro, i salari di ingresso e nei primi anni di carriera sono inferiori di oltre il 6% rispetto a quelli di chi è entrato prima del 2000. Il dibattito pubblico scarica tutto su una fantomatica guerra generazionale, ma la realtà è la condizione sempre più povera dei lavoratori.

Non c’è però solo la precarietà a spiegare la sconfitta dei salari. Nel suo rapporto annuale, l’Istat ricorda che la dinamica delle retribuzioni conseguente ai rinnovi contrattuali degli anni appena trascorsi si traduce in una perdita di potere d’acquisto per i lavoratori, visto che gli esigui aumenti non sono in grado di coprire la dinamica dei prezzi. I datori, poi, spesso ricorrono a contratti peggiori per contenere i costi variabili. Usare il contratto Multiservizi piuttosto che quello del commercio, per dire, è una scelta precisa. Così come esternalizzare fasi crescenti dell’attività produttiva rimettendola a contratti sempre più poveri e dal contenuto ricattatorio. Per questo si vuole imporre la contrattazione aziendale per negoziare gli scatti salariali: esternalizzare riduce la quota di lavoratori che beneficiano di aumenti su base aziendale, mentre subordinare la contrattazione nazionale a quella aziendale aumenta le diseguaglianze tra lavoratori, come mostrano le analisi della Banca d’Italia.

L’altro mantra è che i salari non devono aumentare a causa dello scarso andamento della produttività del lavoro, a cui i salari devono necessariamente esser ancorati a meno di non voler intaccare la competitività del nostro sistema produttivo. È curioso. La produttività del lavoro è stagnante non perché i lavoratori sono inadeguati o pagati troppo rispetto a quel che producono, ma perché ciò cui sono chiamati a produrre è di scarso valore. Dopo la crisi del 2008, l’aumento dell’occupazione si è concentrato nel 40% più basso delle retribuzioni: +600 mila occupati nel 40% più povero contro appena 100 mila nel 20% più ricco. A spiegarlo è l’Agenzia Eurofund, secondo cui l’Italia è tra i pochi Paesi europei in cui la tendenza complessiva è un impoverimento netto e la dequalificazione del lavoro. A ben vedere, la produttività è stagnante da decenni proprio nei settori su cui gli imprenditori italiani hanno deciso di specializzarsi: i servizi a basso valore aggiunto, a discapito di manifatturieri e servizi avanzati. È una scelta legittima nel momento in cui i governi hanno privilegiato la totale libertà delle imprese come indirizzo di politica industriale. Una libertà rivendicata, ma che trascina con sé la totale responsabilità di questo declino. Spesso si dimentica anche che c’è un nesso negativo tra produttività e flessibilizzazione del lavoro. Secondo una recente ricerca dell’Inapp, l’istituto per l’analisi delle politiche pubbliche, un maggior uso dei contratti a termine ha un impatto negativo sulla produttività e ancora maggiore sui salari. L’effetto complessivo è che si riducono i margini di competitività tanto auspicati a favore esclusivamente dei profitti d’impresa.

In questi ultimi trent’anni la quota di reddito che va ai salari è diminuita dal 71 al 68% secondo le stime dei ricercatori D’Elia e Gabriele (-8% dal 1975 secondo l’Ocse): miliardi di reddito che ogni anno passano dai lavoratori ai loro datori di lavoro, senza peraltro essere reinvestiti, tanto meno nella tanto evocata innovazione. Del resto, come spiegò Paolo Sylos Labini, senza il pungolo dei salari, le imprese non hanno incentivo ad ammodernarsi per rendersi competitive.

Contratti fermi. A chi giova

È una combo micidiale quella che si sta mettendo di traverso a 10 milioni di lavoratori in attesa del rinnovo del proprio contratto collettivo: l’emergenza Covid e la salita di Carlo Bonomi al vertice della Confindustria. Tante trattative si stanno arenando e quelle che si sbloccano si chiudono con aumenti di stipendio ben al di sotto delle speranze dei sindacati. Alle difficoltà della pandemia, si aggiunge la linea ostinata del nuovo leader di Viale dell’Astronomia, la volontà di firmare contratti a suo dire “rivoluzionari”, che “superino il vecchio scambio tra salario e orario di lavoro”. Insomma, senza incrementi se non strettamente legati all’inflazione. Poco importa se un settore non è come un altro, se non tutte le imprese sono state colpite dal lockdown e alcune sono addirittura cresciute “grazie” alla crisi sanitaria. Il mandato a tutte le associazioni è di concedere il meno possibile.

Una posizione che non è seguita proprio da tutti. Anzi, appare scricchiolante. Nell’industria alimentare, per dire, la presa della “Bonomics” continua ad allentarsi ed è partita una guerra intestina. La scorsa settimana la Confindustria ha deferito ai probiviri la UnionFood, che rappresenta i big del settore ed è “rea” di aver sottoscritto, il 31 luglio, il rinnovo con Flai Cgil, Fai Cisl e Uila; accordo che, malgrado il diktat, riconosce 150 euro di aumento. Quella firma ha innescato un effetto domino: nelle settimane successive all’ammutinamento, singole aziende come Campari, Citterio e Fontanafredda hanno aderito spontaneamente al nuovo contratto. Poi si sono aggiunte Assica (produttori di salumi) e Mineracqua. E ora, sette delle otto associazioni rimaste fuori (tutte tranne Assocarni) hanno chiesto ai tre sindacati un incontro per riprendere le trattative. Si terrà in settimana e potrebbe rappresentare il crollo definitivo dell’editto confindustriale. Non a caso, due settimane fa la Federalimentare ha detto di non essere più in grado di coordinare le tredici associazioni. La produzione di cibo ha subito limitatamente gli effetti delle chiusure. Durante la quarantena, la gran parte dei 400 mila lavoratori sono rimasti in servizio. Ora si aspettano una gratificazione che probabilmente arriverà, perché almeno qui la realtà sta per completare il sorpasso ai danni delle idee di Bonomi.

Per le imprese delle pulizie e multiservizi, il virus è addirittura un’opportunità. Le pubbliche amministrazioni hanno intensificato gli appalti per le sanificazioni. Eppure la negoziazione del contratto – scaduto sette anni fa – non decolla. Le rappresentanze delle imprese avevano condiviso con i sindacati un crono-programma a giugno, con l’obiettivo di firmare prima dell’estate. “Dopo i primi incontri – spiega Cinzia Bernardini della Filcams Cgil – le associazioni datoriali si sono presentate con quindici richieste molto pesanti, come la richiesta di flessibilità estrema”. L’impressione è che Anit Confindustria voglia portarla per le lunghe. Oggi il settore è in mano a giganti multinazionali da 20 mila dipendenti. Mercoledì i lavoratori hanno manifestato in tutta Italia (parliamo di un servizio essenziale). Anche sulle cifre è scontro: i sindacati vogliono 130 euro di aumento, la controparte ne offre 90.

La partita più delicata resta quella dei metalmeccanici, con 1,4 milioni di addetti. Gli industriali hanno passato la primavera chiedendo al governo di non chiudere le fabbriche e ai lavoratori di restare operativi per salvare fatturato ed export. Al tavolo, però, la Federmeccanica ha seguito fedelmente il volere di Bonomi, proponendo aumenti ancorati all’inflazione, non più di 40 euro totali nel triennio, mentre Fiom, Fim e Uilm rivendicavano almeno una crescita dell’8% sui minimi. La promessa delle imprese è di coprire il 100% delle tute blu con la contrattazione aziendale, così da garantire a tutti premi legati alla produzione. Anche a volerci credere, per i sindacati sono condizioni improponibili, il 7 ottobre hanno fatto saltare gli incontri proclamando lo sciopero del 5 novembre.

Nel pianeta moda, circa 600 mila lavoratori aspettano il rinnovo. Il gruppo più folto è formato dai 400 mila del tessile e abbigliamento. Ma qui la crisi Covid si è scagliata con violenza. Sistema Moda Italia (Smi) ha chiesto ai sindacati di “tenere in considerazione gli effetti della pandemia”, un avvertimento chiaro. Filctem Cgil, Femca Cisl e UilTec attendono segnali anche da Assocalzaturifici per discutere del rinnovo per gli 80 mila lavoratori del settore scarpe, con il rischio di rompere le relazioni se lo stallo proseguirà. Gli incontri vanno avanti per i settori pelli e occhialeria. “Eccetto i grandi gruppi – dice Sonia Poloni della Filctem – per l’80% sono piccole aziende che rischiano di chiudere”. Non le migliori condizioni per un rinnovo, al netto di Bonomi.

Sul contratto del pubblico impiego è in piedi la corsa alle risorse. Nelle ultime settimane si è mosso molto poco. La sanità privata ha avuto via libera al rinnovo, ma il contratto era fermo da 14 anni. Sul legno-arredo, pochi giorni fa è stato raggiunto l’accordo. Il piccolo settore che riunisce le aziende di penne, pennelli e spazzole (5 mila addetti) ha chiuso con 76 euro di aumento. L’impressione tra i sindacati è che, nei pochi contratti che stanno andando in porto, si stanno ottenendo cifre inferiori di almeno 20 euro rispetto a quelle che si sarebbero portate a casa senza la tempesta del Covid.

Città Eterna. Se fossimo tutti immortali… sarebbe un inferno parcheggiare in centro

Molti pensieri si susseguono ai semafori rossi e verdi che nel traffico di oggi pomeriggio mi inchiodano allo stesso incrocio. Roma schiatta di macchine e io mi distraggo con le pubblicità lungo la strada.

Ma la domanda è, perché mi attraggono per prime quelle delle onoranze funebri? Stanno dappertutto, s’insinuano, mi colpiscono per la scelta dei colori smorti, oddio il termine non è proprio adatto, hanno numeri di telefono a sei cifre accoppiate tutte uguali. M’angoscio, faccio tre volte le corna a destra, tre a sinistra e fanculo cambio strada!

Io ho paura di morire e infatti non credo nell’aldilà, se credessi sarebbero piccoli pensieri, leggeri e di passaggio. Epicuro diceva che, quando ci siamo noi non c’è la morte e viceversa, quindi perché preoccuparsi? Non voglio contraddire Epicuro, per carità, ma non mi convince per niente. Io vorrei essere immortale come un supereroe, invece sono circondata da pompe funebri che pubblicizzano i loro prodotti con fierezza e sfrontatezza. Però in caso di assenza di morte noi perderemmo tante cose, per esempio: dovremmo rinunciare a quella coloratissima espressione romanesca che è “… ma li mortacci tua!”.

No, a Roma non se ne può fare assolutamente a meno. Saremmo costretti a litigare con qualcuno a un semaforo e a dirgli “cretino”. Non è la stessa cosa no? D’altra parte, se la morte non ci fosse mai stata, sarebbe un bel casino. Nel mondo saremmo miliardi, e pensa il parcheggio in centro, sarebbe un inferno di auto moderne, auto antiche, carrozze, cavalli, treni elettrici, treni a vapore, bighe, quadrighe, gente preistorica a piedi, cani, gatti, mammut, dinosauri.

Garibaldi che litiga con un vigile, Mazzini infuriato con Hitler in Parlamento, Giotto allo stadio che tifa Lazio. Mortacci. Non ci voglio pensare!

 

Ritorno all’infanzia. Il viaggio, spaventoso come un nubifragio, dolce e sregolato come un sogno

Esce lieto e spaventato, disperato e felice, Francesco Serrao, l’autore di un libro che si chiama giustamente Nubifragio (Laruffa Editore). È una storia carica di eventi, personaggi, schegge di paura e di terrore, squarci improvvisi di un sereno tranquillo, inseguimenti di una maledizione e momenti come questo: “Intanto, fuori dalla porta stava scendendo il crepuscolo su Palmi”.

A Palmi c’è un padre che può, per rango e risorse, provvedere a tutto. C’è una madre bellissima, in un paese che si apre come un giardino a primavera intorno all’autore bambino: il più felice, il più infelice di tutti i bambini. E gli basta tornare, da giovane scrittore e poeta (che a Roma sta a casa di Moravia o di Attilio Bertolucci) per incontrare l’autista magico che lo porta al Santuario e intanto ascolta (vuole ascoltare) la sua pena; e imbattersi nel fantasma del bagnino di Pietranera che gli racconta come si sta in quell’altra vita, con il marchese di Palmi (il padre dell’autore e cliente fisso, quando lui era bambino) e con le altre anime benevole che a Palmi non ci sono più. Scoppia una tempesta qui, prima o fra poco, interrompendo un sogno e provocando angoscia che Serrao interpreta (con vero terrore) come maleficio o depressione: vorrebbe lo sciroppo Neurobiol che un tempo, quando tutti eravamo più semplici e in contatto col bene e col male, lo curava all’istante.

La qualità straordinaria di questo piccolo libro è che i pezzi di vita narrata si scompongono senza peso, volano travolti dalla furia del nubifragio che è lo stato d’animo (e di vita) del protagonista-autore. Sono tremendi, o sprazzi felici di una vita rivissuta con immensa nostalgia; magicamente non hanno peso e tornano a ricomporsi, come una storia con un suo principio, un suo senso, una fine. In effetti un testo, nato per essere scritto con furia su carta strappata, una sorta di beffa arrabbiata alla ordinata e logica narrazione tradizionale, continua a ricomporsi con la logica libera e fantasiosa dei pensieri.

Serrao narratore sta lontano dalla vita come verbale e si butta, con alternanza frenetica di serenità e di terrore, nel mare di nuvole del pensare il passato (non riviverlo) con le regole del sogno, non con quelle della realtà. La sfasatura di tempi e di piani e gli improvvisi cambiamenti d’umore trasformano la narrazione di ricordi in libro d’avventure, in cui vuoi vedere ancora una pagina per sapere come va a finire. Entra nel libro persino la voce dell’editore che sollecita i tempi. Serrao, come in una fiaba, ricomincia più volte il suo racconto con le parole “Camminavo, camminavo…”. Ci racconta le donne come viste da un’auto che va troppo veloce. Ammiri, ma non puoi sapere nulla, una sorta di discrezione di un autore che, pure, non vuole nascondere nulla.

Le ultime righe sorprendono e le lascio al lettore. Si capisce subito che c’è un piano di fuga e che questo è il senso di una coraggiosa narrazione in cui l’ansia serve a nascondere una straordinaria vitalità.

 

Nubifragio Francesco Serrao – Pagine: 231 – Prezzo: 15 – Editore: Laruffa

Italia-Inghilterra. La pandemia di Rashford (che svegliò Bojo) e quella di mister Mancini

In Italia abbiamo un uomo fatto e finito, di professione c.t. della nazionale di calcio, Roberto Mancini, che in tempi di pandemia posta sui social la vignetta: “Hai idea come ti sei ammalato?”; “Guardando i TG”, dopo aver deposto una corona di fiori a Bergamo, in memoria dei morti da Covid-19, alla vigilia di Italia-Olanda. In Inghilterra abbiamo invece un ragazzo di 22 anni, di professione attaccante del Manchester United, Marcus Rashford, che in tempi di pandemia ha pensato di fare una cosa diversa: battersi perché durante le vacanze estive, dopo il lockdown, un milione di bambini provenienti da famiglie povere continuassero a ricevere un pasto gratuito al giorno convincendo il governo a votare l’introduzione del bonus con una semplice lettera. Che andrebbe letta tutta. Ve ne do uno stralcio.

“Nella settimana che avrebbe aperto Euro 2020, voglio riflettere ricordando il 27 maggio 2016 quando a Sunderland avevo appena battuto il record di giocatore più giovane capace di segnare un gol con la maglia della Nazionale. Ho visto il pubblico sventolare le bandiere e battere i pugni al petto, sullo stemma dei Tre Leoni, e sono stato pervaso da un grande senso di orgoglio, non solo per me stesso ma anche per tutti coloro che mi avevano aiutato a realizzare il mio sogno. Capite: senza la gentilezza e la generosità della mia comunità, non ci sarebbe il Rashford che vedete oggi (…) La mia storia è una storia comune a tante famiglie: mia madre lavorava tutto il giorno, guadagnando un salario minimo per assicurarsi che avessimo sempre un pasto caldo per cena. Ma non era abbastanza (…) Lo stadio di Wembley potrebbe essere riempito due volte con i bambini che sono stati costretti a saltare i pasti durante la pandemia, a causa della povertà delle loro famiglie. Sono circa 200.000 e mi chiedo se saranno mai orgogliosi del loro Paese tanto da indossare un giorno la maglia della Nazionale e cantare l’inno sugli spalti.

Dieci anni fa sarei stato uno di loro (…) Sapete che ho collaborato, negli ultimi mesi, con l’ente di distribuzione alimentare Fare Share, per aiutare a coprire l’assenza dei pasti scolastici gratuiti. Abbiamo distribuito 3 milioni di pasti a settimana alle famiglie più vulnerabili del Regno Unito, ma non è abbastanza. (…) E non si tratta di politica, ma di umanità. Nessun bambino dovrebbe andare a letto affamato. La povertà alimentare è una pandemia gravissima in Inghilterra. Su una classe di 30 bambini, 9 vivono in una condizione di povertà. Il 45% dei bambini appartenenti a gruppi etnici neri vive in povertà. Vi chiedo di ascoltare le storie dei loro genitori. Sacrificano i loro pasti per i propri figli (…) Ho letto dei tweet nelle ultime settimane: qualcuno ha scritto che queste persone ‘fanno figli che non possono permettersi’. Lo stesso potrebbe dirsi di mia madre, eppure sono cresciuto in un ambiente amorevole.

L’uomo che vedete davanti a voi è il frutto dell’amore di un genitore che ha sacrificato tutto ciò che aveva per la mia felicità. Come uomo di colore cresciuto in una famiglia povera a Wythenshawe sento il dovere di far sentire la mia voce. (…) Vi incoraggio a trovare umanità e a garantire i buoni pasto gratuiti durante le vacanze estive. È una questione urgente: gli occhi della Nazione sono puntati su di voi, fate inversione a U e fate di tutto ciò una priorità”. Gli hanno dato retta.

Marcus Rashford. Speriamo che a fine carriera diventi c.t.

Paolo Ziliani

Detenuti. Il Garante del Lazio scrive al Dap: quei lavori di pubblica utilità vanno fermati

Ahimé, non è che uno se le vada a cercare le notizie, il fatto è che arrivano da sé, specialmente in tempi di lockdown in cui andare in giro è altamente sconsigliato. E così me ne arrivano, di nuovo, sulle funzioni di quello che nel linguaggio istituzionale (il resto sono opzioni arbitrarie) si chiama in Italia “Garante delle persone detenute o private della libertà personale”.

Ne ho scritto qui recentemente dopo che a un telegiornale serale, parlando della scarcerazione del boss Michele Zagaria, erano state citate le spiegazioni del “Garante delle persone private della libertà personale”; dando al telespettatore medio – subliminalmente si intende, ma per la psicologia collettiva non è cosa neutra – la sensazione di uno Zagaria capricciosamente “privato della libertà personale”. Ci si è un po’ chiariti con il Garante in questione. Il termine è stato introdotto dall’Onu anni fa, ma in Italia, come in tanti Paesi del mondo, a partire dall’Inghilterra, non è stato adottato dal ministero della Giustizia, che – correttamente secondo me – proprio perché non ci siano equivoci subliminali fa seguire il sostantivo “persone” anzitutto dalla parola “detenute”.

Bene. Mi arriva ora in visione una lettera che nulla c’entra con le scarcerazioni, ma che riguarda sempre il Garante. Non si tratta però di quello nazionale, bensì di quello regionale del Lazio da lui coordinato. Il quale, sulla carta intestata (che è importante, se no uno non se la farebbe fare e non la userebbe, giusto?), dà di sé due riferimenti: Consiglio Regionale del Lazio e “Garante dei detenuti” (senza aggiunte). La lettera, rivolta al Dap, contesta un progetto di impiego dei detenuti in lavori di pubblica utilità, di quelli previsti dalla riforma dell’ordinamento penitenziario di due anni fa. Così, pur avendo altro a cui pensare, si viene stuzzicati da alcune curiosità ingenue. Per esempio che cosa stia accadendo nella nostra amministrazione giudiziaria, se vi si verifica questa fioritura di anomalie.

Mai visto il titolare di una funzione pubblica che le cambia tranquillamente la denominazione istituzionale (se ci sono altri casi prego di segnalarmeli). Mai visto strutture sovra e sotto-ordinate che si occupano di campi di giurisdizione differenti. E nemmeno il titolare di una funzione pubblica che critica l’amministrazione di riferimento non perché violi delle leggi ma perché le promuove. Una leggera sbornia, insomma, sembra attraversare un mondo a cui è affidata una funzione delicatissima ed essenziale per un Paese civile. Funzione consistente, come recita lo stesso Garante, nella “prevenzione della tortura e dei trattamenti o pene crudeli, inumani o degradanti”, ossia nell’evitare che le condizioni di costrizione generino mostri. Specialmente nei confronti dei più deboli, i celebri “dannati della terra”. E invece pare che a Rebibbia un singolo detenuto che ha più volte attratto le attenzioni di “garanzia” sia stato negli ultimi anni il senatore Marcello Dell’Utri, piuttosto che qualche sconosciuto nigeriano o marocchino.

E invece ci si concentra sul 41 bis, pensato e richiesto da quel noto torturatore di Stato di nome Paolo Borsellino, a vantaggio di boss potenti e dotati di patrimoni faraonici, magari spiegando con effetti caricaturali che “la mafia non è più quella di una volta”.

Ma il colpo di scena della lettera sta nel suo contenuto: ossia il rifiuto di accettare che i detenuti possano essere – su loro domanda – impiegati in lavori esterni di pubblica utilità, con corsi di formazione, piccola diaria giornaliera, e abbattimento del loro debito economico con lo Stato. E percorsi finali per borse lavoro. Altrimenti rischia di regredire la cultura giuridica del Paese. Ripassino: ma qual era la funzione? “Prevenzione della tortura e dei trattamenti o pene crudeli, inumani o degradanti”… Ci risiamo: quando le parole non sono pietre.

 

Le regole dell’isolamento “Mio figlio, 3 anni, sospetto positivo: io libero di uscire e infettare”

 

“La mia ex mi tradiva e insultava. E ancora oggi dipendo da lei”

Ciao Selvaggia. Sono Gigi e scrivo da Bari. Stanotte, mentre ascoltavo la tua intervista alla replica de “L’assedio”, pensavo che ti avrei scritto. Ascoltavo le tue riflessioni e per quanto riguarda la dipendenza affettiva mi sono rivisto (ahimè). Ho ascoltato la tua storia e oltre a provare invidia, sana invidia, perché sei riuscita a trovare la tua strada facendo quello che ti piace in modo consapevole e organizzato, ho deciso che ti avrei contattato, combattendo la mia indolenza e soprattutto la mia ansia di cercare di fare e scrivere mille cose al giorno, senza portare a termine tutto a fine giornata. Riflettevo sulle tue parole, sul fatto che la dipendenza affettiva vada ad intaccare ogni aspetto della vita e su quanti strascichi lasci. Per quanto io mi renda attivo, credo che più che vivere, fino ad oggi abbia vissuto per recuperare gli strappi d’amore. Le mie delusioni affettive hanno contribuito a rendermi insicuro e, soprattutto, a credere sul serio che di amore per me non ce ne sia. Sono educatore in un centro disabili e per minori, sono riuscito a conquistarmi la tessera da giornalista pubblicista per poter provare, nei piccoli spazi di giornata, a cercare occasioni per continuare a credere in quello che mi sarebbe piaciuto fare, ovvero il giornalista. Però mi sento bloccato, paralizzato, fermo a quella storia di tre anni fa in cui ho vissuto pendendo dalle sue labbra, adeguandomi alle sue esigenze, assecondando i suoi capricci, incassando i suoi insulti, accettando la sua inaffidabilità, rispettando i suoi tempi che erano più o meno sempre “ci vediamo quando mi va” e certe volte non le andava per un mese o due. Non so perché mi sia piegato così, perché abbia dimenticato cosa fosse il rispetto e il volere il bene dell’altro. Mi sono ribellato solo quando lei ha conosciuto un altro e mi usava per spillarmi soldi, per aiutarla a pagare i debiti con la banca, per permetterle di pagare le rate della macchina. Però non subito, sia chiaro. Lei si era innamorata, faceva le vacanze con un altro, faceva l’amore con un altro e ogni tanto mi dava un contentino, un’elemosina sentimentale per poi concludere il nostro incontro piangendo perché non aveva un euro, il suo negozio andava male, il suo bagno era rotto e l’idraulico costa. E io, scemo come pochi, dopo averle chiesto timidamente “Non puoi chiedere qualcosa al tuo nuovo amore?”, mi sono visto franare addosso la sua rabbia incontrollata (e ingiustificata, come se a tradirla fossi io). Mi ha accusato di essere un parassita sentimentale, di esercitare su di lei una subdola coercizione economica, e finalmente per la prima volta l’assurdità delle sue parole mi ha permesso di collegare il cervello al cuore e l’ho sbattuta fuori dalla porta. È finita, come finiscono i film, che però ti porti dentro anche dopo i titoli di coda. E io ancora, nonostante tutto, mi sento ancora al buio di una sala cinematografica.

Gigi

Caro Gigi, per me è cambiato tutto quando ho capito che non ero una spettatrice in platea, ma il proiezionista. Coraggio.

 

 

“Il virus nella scuola materna: bimbi ‘reclusi’, ma i genitori?”

Ciao Selvaggia, volevo raccontarti quello che è successo qui ad Arese, provincia di Milano, dove le regole di contenimento del virus hanno delle falle enormi. Ieri ci chiama la scuola materna di mio figlio (3 anni e mezzo) per dirci che la sua maestra è risultata positiva al tampone (mancava da un paio di giorni) e che quindi la classe veniva messa in isolamento fiduciario per 14 giorni. Davo per scontato che anche io e mio marito saremmo rimasti in isolamento. Invece no: siamo “contatto di contatto”, ci è stato detto, perciò siamo liberi di uscire di casa. Questa stramba teoria può avere senso nel caso di un adulto che vive per conto suo e può isolarsi per 14 giorni: ma quando si parla di un bambino di 3 anni e mezzo, a cui devi pulire il sederino quando fa i bisogni e che non puoi rinchiudere, da solo, in una stanza per 2 settimane, come puoi dirmi che noi genitori siamo liberi di andare in giro? L’altra indicazione: niente tampone a nostro figlio, finchè non manifesta sintomi. Quindi se il bimbo è positivo asintomatico (come spesso accade tra i più piccoli) e ci contagia, noi siamo liberi di infettare altre persone finché non ci sentiamo male e facciamo il tampone? Infine, chissà se verremo contattati mai da Ats. Già ci sono falle enormi: oltre a ciò, è inconcepibile etichettare come “contatto di contatto” i genitori di un bimbo di 3 anni. Non va a scuola e non torna a casa da solo: lo portiamo e lo riprendiamo noi, tutti i giorni. Infatti veniamo in contatto con la maestra (positiva al Covid) per 2 volte al giorno. Con queste regole non fermeremo mai la catena dei contagi. Va da sé che io e mio marito ci siamo comunque messi in isolamento, e ci resteremo per 15 giorni. Dopo potremmo comunque essere positivi asintomatici, perciò ho prenotato privatamente il tampone (che pagherò di tasca mia). Non voglio rischiare di ammazzare mia madre o i miei suoceri. Questa è la situazione.

Valeria

Cara Valeria, tu hai ragione, ma ormai è una questione di numeri. Ventimila contagi al giorno, poniamo che ogni contagiato abbia venti contatti e ogni contatto altri venti a sua volta. Sono otto milioni di persone da mettere in isolamento. Ogni giorno, come a dire un lockdown nazionale completo ogni settimana.

 

Svolta. Dopo i gay, anche il Goi applaude il papa: “La sua enciclica celebra il trinomio massonico”

Dopo oltre sette anni di pontificato, il discernimento gesuitico di Francesco è scosso da fremiti rivoluzionari senza precedenti. Dapprima la clamorosa cacciata del cardinale Angelo Becciu, ex ministro dell’Interno vaticano, per l’affarismo finanziario e immobiliare coi soldi dei fedeli cattolici.

Poi, ovviamente, le misericordiose parole di apertura sulle unioni gay. Il fronte della destra clericale ha subito gridato all’eresia ma il volume di fuoco di tradizionalisti e conservatori non è stato quello che ci si aspettava. Per un semplice motivo, spiegato dal monsignore-macchietta Carlo Maria Viganò, l’arcivescovo che contende a sua eminenza Raymond Burke il ruolo di anti-papa e di guida dei farisei anti-bergogliani. “Spera (Francesco, ndr) che un gruppo di Cardinali lo accusi formalmente di eresia, che ne chieda la deposizione. E così facendo, Bergoglio avrebbe il pretesto di accusare questi Prelati di essere ‘nemici’ del Papa, di porsi fuori dalla Chiesa, di volere uno scisma”.

Ergo, fermi tutti. Ché un conto è sbeffeggiare e insultare Francesco (in questi anni è stato persino paragonato all’Anticristo), un altro formulare un’accusa formale di eresia. E lo stesso Burke sembra frenare quando, pur dicendosi triste e scandalizzato, specifica che le parole dette dal papa in un’intervista (quella ripresa dal documentario presentato alla Festa del cinema di Roma) non sono magistero e che la posizione della Chiesta contro i matrimoni gay non cambia. In ogni caso, la ferocia aggressiva della destra clericale è riassunta dalla riscoperta del pensiero di vari santi sui “sodomiti”. Uno per tutti, San Gregorio Magno sul castigo di Sodoma: “Era quindi giusto che i Sodomiti, ardendo di desideri perversi originati dal fetore della carne, perissero ad un tempo per mezzo del fuoco e dello zolfo”.

Sempre Viganò, poi, introduce un altro classico della critica anti-bergogliana: “È l’ennesimo embrassons-nous di matrice massonica”, sviluppato proprio nell’ultima enciclica del papa: Fratelli tutti. E a dire il vero, i massoni hanno molto apprezzato i riferimenti alla fratellanza universale, che travalicano fede e ideologia, alla base del testo francescano. Il notiziario mensile Erasmus del Grande Oriente d’Italia, la maggiore obbedienza massonica del nostro Paese, si apre infatti con un editoriale che ripercorre le “non poche analogie con i principi e la visione massonica”. In pratica, Francesco esaltando la fratellanza celebra “il trinomio massonico” da 300 anni “posto all’Oriente nei templi insieme a quelli di Libertà e Uguaglianza”.

A proposito di grembiulini: altre analogie sono invece ravvisabili nei due scandali che hanno segnato i tentativi del papa di riformare la gestione finanziaria ed economica della Chiesa. I profili gemelli, cioè, di Francesca Immacolata Chaouqui (Vatileaks 2) e Cecilia Marogna (la “dama di Becciu). Entrambe arrestate, sono arrivate in Vaticano su due scie parallele della cosiddetta cattomassoneria: Chaouqui legata alla potente contessa Pinto Olori del Poggio e al faccendiere Bisignani; Marogna “consigliata” da Carboni, Pazienza e finanche dal massone democratico Magaldi. Ma questa è un’altra storia.

 

De Luca Leghista borbonico: come Salvini, paga il “one man show”

Già da tempo appariva evidente che Vincenzo De Luca è l’unico autentico interprete del leghismo nel meridione d’Italia. Ma, trattandosi di un professionista politico di lungo corso, mai avrei pensato che imitasse la parabola discendente del suo alter ego padano, Matteo Salvini, anche in velocità di caduta.

A onor del vero, una differenza tra i due c’è, e non solo nell’accento: De Luca ha solida esperienza di amministratore locale, mentre il segretario della Lega non ha mai amministrato neppure un condominio. Ma ciò, se possibile, aggrava la posizione del viceré borbonico: dopo anni di gestione del potere a Salerno e in Regione, avrebbe dovuto ben sapere che l’esposizione mediatica da “one man show” è un’arma a doppio taglio. Regala celebrità, il repertorio istrionico esibito sui social farà di te un personaggio, vivrai l’imitazione di Crozza come una consacrazione, prenderai anche una valanga di voti alle elezioni dopo aver conquistato il titolo di ospite più conteso dei talk… ma poi arriva sempre il momento in cui la dura realtà bussa alla porta. Non più tardi di una settimana fa De Luca rivendicava la sua autonomia dal governo centrale con toni al limite del secessionismo. Veniva da un’estate di “campanilismo campano” spinto fino alla minaccia di chiudere i confini regionali, dovendosi proteggere la sua isola felice. Quando la situazione del contagio è peggiorata, evidenziando le sue inadempienze in materia sanitaria, rincarava i toni paternalistici offrendosi come ”uomo forte” che vede, provvede e striglia gli indisciplinati.

Ma al dunque, come sempre succede a questo genere di capipopolo, la piazza da lui aizzata gli si è rivoltata contro. E anche sui conclamati propositi di lockdown ha dovuto mettersi in riga, come prescrivono la legge e la logica, dietro al governo nazionale.

Al Nord li chiamano ganassa, quelli come De Luca. Raro caso di leghista borbonico.