David Solazzo: la strana morte del cooperante a Capo Verde

Sono passati quasi 18 mesi dalla scomparsa di David Solazzo. Un anno e mezzo nel quale la morte del cooperante fiorentino, avvenuta il primo maggio 2019 a Sao Felipe, nell’isola di Fogo a Capo Verde, è rimasta avvolta nel mistero. Se non per una sola, allarmante novità: tra 5 giorni la magistratura capoverdiana chiuderà le indagini e archivierà il fascicolo.

Trentuno anni, esperto in studi internazionali, David Solazzo era partito come cooperante per un progetto sullo sviluppo del turismo nell’isola di Fogo, assieme al Cospe, un’importante Ong con progetti in 25 Paesi. Nella notte del primo maggio 2019 il giovane fiorentino viene trovato senza vita nell’appartamento dove alloggiava, riverso in una pozza di sangue. La magistratura di Capo Verde parla sin da subito di incidente domestico, escludendo il coinvolgimento di qualcuno. Secondo la ricostruzione degli agenti locali, David è morto dissanguato a causa di tre tagli probabilmente provocati da vetri: il giovane, rincasando dopo una festa, nel tentativo di aprire la porta dell’alloggio avrebbe mandato in frantumi i vetri con un pugno, e a quel punto si sarebbe tagliato il braccio.

Qualcosa non torna, però: le ferite trovate sul corpo potrebbero essere compatibili con le schegge di vetro, ma non con il mare di sangue sparso nell’appartamento. In un video registrato dalla famiglia emerge un dettaglio: “Sulle scale completamente macchiate di sangue – spiega l’avvocato della famiglia, Giovanni Conticelli – non c’era nemmeno un’impronta delle scarpe di David che potesse far pensare a un suo spostamento avvenuto dopo l’incidente”. Non è l’unico mistero, secondo il legale: “È stato provato che David aveva le chiavi, trovate nella serratura della porta di casa sua, al secondo piano. Il nostro sospetto è che, al momento della morte, con David ci fosse qualcun altro”, continua l’avvocato. Le autopsie, fatte prima a Capo Verde e poi in Italia, identificano nei tre tagli la causa del dissanguamento, ma senza aggiungere dettagli che potrebbero far pensare a segni di colluttazione. Esclusi “degli evidenti arrossamenti sulle ginocchia”, svela Conticelli. Mentre il presidente del Cospe, Giorgio Menchini, assicura che “David non aveva nemici e non aveva mai dato segno di ricevere minacce o intimidazioni”. Elementi che avrebbero portato molti a un’analisi più approfondita. Ma non la procuratrice di Sao Felipe, la pm Silvia Soares: la casa del giovane è stata dissequestrata solo dopo 48 ore dalla morte e la polizia scientifica non è mai intervenuta.

La famiglia Solazzo, per questi e altri indizi, fin da subito non ha creduto alla versione del tragico incidente domestico. E continua così a chiedere giustizia: “Ci sono troppe falle nella ricostruzione, e le autorità locali non hanno né la strumentazione né le capacità per approfondire un caso così importante”, aggiunge Alessandra, sorella di David. Senza contare le ripercussioni che un evento del genere potrebbe causare sull’economia interna del Paese. “La loro è un’economia basata prevalentemente sul turismo, e anche per questo le istituzioni capoverdiane vogliono evitare l’amplificazione di notizie sula morte di David” continua Alessandra.

C’è poi la questione del profilo WhatsApp del giovane cooperante, disattivato l’8 settembre 2019 mentre il suo cellulare si trovava ancora sotto sequestro dell’autorità giudiziaria di Capo Verde. Un atto che fa pensare all’insabbiamento delle prove e fa crescere il timore che le indagini possano aver subito un danno irreparabile. “Si rischia un secondo caso Regeni. E anche su questa mossa, che di fatto elimina gli ultimi messaggi inviati o ricevuti dal cellulare di David, la procura capoverdiana non ha dato spiegazioni”, osserva l’avvocato Conticelli.

Dalle autorità locali, infatti, non è mai arrivato nessun tipo di aiuto, se non le cartelle dell’autopsia (come ci confermano anche dalla Procura di Roma, dove il pm Erminio Amelio dirige le indagini). “Sappiamo solo che, quando David è morto, nell’isola di Fogo c’era una festa di paese che attira persone dall’intero arcipelago e fa crescere furti e aggressioni. Nulla di più, e ci sentiamo abbandonati” confessa la sorella.

Nel frattempo il pm Erminio Amelio ha aperto un fascicolo per “omicidio volontario” e nei mesi scorsi, attraverso una rogatoria internazionale, ha chiesto all’autorità di Capo Verde l’invio di alcuni documenti. Sono state tenute audizioni di testimoni sia al tribunale di Capo Verde sia in Italia, dove è stata sentita la collega di David che vive laggiù e con lui ha trascorso le ultime ore a cena. Nonostante però la lettera inviata dalla famiglia al Capo dello Stato Sergio Mattarella e l’interessamento alla vicenda della vice ministra degli Esteri Emanuela Del Re, che ha avuto un colloquio con il ministro degli Esteri di Capo Verde, Luis Filipe Tavares, per il momento tutto tace.

Siria. Nove anni di guerra e fame hanno generato solo mercenari

Sono più di 45 mila i siriani che si sono già registrati all’Ufficio per il Lavoro aperto dall’esercito russo nella città portuale di Latakia. La base aerea di Khmeimim è il posto dove vanno i giovani siriani che vogliono diventare mercenari, decine di migliaia di loro sono già schierati in Libia, nello Yemen e anche nel Nagorno-Kahrabak. Chiunque abbia un’età fra i 18 e i 58 anni può arruolarsi – per una compagnia legata alla Wagner Group – purché abbia prestato servizio nell’esercito siriano, riceverà due settimane di addestramento prima di volare in Libia. Arrivati sul posto i mercenari vengono divisi in 2 gruppi: quelli che controlleranno oleodotti e strutture controllate dal generale Khalifa Haftar – che la Russia sta assistendo – e quelli destinati alla prima linea. La paga è conseguente: 1.000 dollari al mese per i sorveglianti, 3.000 per i combattenti, un bonus di 5.000 dollari alle famiglie per i caduti. Si lavora per tre mesi di fila, dopodiché c’è un mese di ferie pagate prima del nuovo ingaggio. La Russia non è l’unico datore di lavoro. Anche la Turchia sta inviando mercenari siriani a combattere dall’altra parte del fronte libico, a sostenere il governo di Tripoli di Al Serraj, quello appoggiato anche dall’Onu. La paga è però più bassa dei russi. Oltre mille siriani arruolati dalla Turchia – schierata a fianco delle forze dell’Azerbajdjan – sono stati mandati a combattere anche in Nagorno-Karabakh.

Nove anni di guerra civile hanno trasformato la vita di 13 milioni di rifugiati e sfollati siriani in una lotta per la sopravvivenza. Le loro condizioni di vita sono drammatiche, l’aiuto internazionale copre solo il 10% delle loro necessità. La Siria è diventata un enorme area di reclutamento per chiunque cerchi mercenari per qualsiasi causa. Cosa faranno queste decine di migliaia di mercenari attualmente in Libia o in Azerbajdjan quando torneranno? È probabile che questi abili guerrieri cerchino un altro incarico per la professione acquisita sui campi di battaglia e offrano i loro servizi a qualsiasi milizia o organizzazione che abbia bisogno di combattenti, in qualsiasi regione ci sia una guerra. In Yemen del resto, pagati dagli Emirati Arabi Uniti, ci sono mercenari colombiani, sudanesi e pachistani.

 

Latte diluito e formaggio sporco: lactalis non butta nulla

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a storia racconta che l’impero Lactalis si è costruito grazie a un’astuzia. Nel 1933, André Besnier, che aveva bisogno di un certo quantitativo di latte per far vivere il suo giovane caseificio, diceva ai produttori, ancora sospettosi nei suoi confronti, che si appoggiava su altri agricoltori, che gli fornivano dei bidoni di latte. Si guadagnò così la loro fiducia. Non era vero: la metà dei bidoni era piena… d’acqua. Quasi novant’anni dopo, il gigante del latte utilizza gli stessi espedienti. Per diventare il numero uno del mercato mondiale, il gruppo ha sposato un principio: la valorizzazione del latte in tutte le sue forme. Nessuna molecola della preziosa materia prima deve cioè andare persa.

Negli stabilimenti Lactalis, grazie a unità produttive all’avanguardia, nulla si perde, tutto si trasforma. E si rivende. Incontriamo Yohann Quesnel, allevatore di mucche di 40 anni, nella sua proprietà di Montaigu-les-Bois, nel dipartimento della Manica. Quesnel ha lavorato per diciassette anni anche per la fabbrica Lactalis di Sainte-Cécile, a una ventina di minuti da casa sua. Fino ad una mattina del settembre 2016 quando gli viene annunciato che è stato licenziato: l’operaio addetto al confezionamento dei formaggi avrebbe firmato un documento al posto del suo superiore. Quesnel ha sporto subito denuncia contro l’azienda lattiera presso il tribunale del lavoro di Avranches. Nel fascicolo in sua difesa, Quesnel ha incluso un documento rimasto riservato fino ad allora: una lettera dell’agosto 2016 scritta all’attenzione dei dipendenti dell’impianto di Sainte-Cécile, dove si producono ogni giorno 350 mila camembert Lepetit e coulommier President. Il documento precisa la procedura da seguire per i formaggi che cadono a terra. I camembert “che cadendo si sporcano con corpi estranei come legno, grasso e acqua” dovevano essere gettati via. I formaggi il cui “aspetto resta accettabile” potevano essere recuperati e riposti in contenitori da destinare alla filiera umana. Nel caso di “ispezione” le istruzioni erano diverse: tutti i formaggi dovevano essere “gettati nella spazzatura”. “Questo documento prova che Lactalis ha mentito. Per diciassette anni – osserva l’agricoltore – ho visto prodotti sporchi essere trasformati in formaggi per pizza mentre sarebbero dovuti entrare nella filiera animale”. Yohann Quesnel sostiene di aver segnalato il problema, invano. Un’ispezione della Direzione dipartimentale per la coesione sociale e la protezione della popolazione (Ddcspp) della Manica ha confermato l’anomalia: “Il riciclaggio dei formaggi caduti a terra non è definito con chiarezza nel piano sanitario della fabbrica”, precisa il rapporto finale del dicembre 2016. Lactalis ha risposto di “rispettare il latte e di non volerlo sprecare, per questo ricicliamo le materie che possono essere riciclate nel rispetto dei regolamenti e della qualità finale dei prodotti”.

Il 21 dicembre 2018 Yohann Quesnel ha ricevuto una buona notizia: l’azienda de Sainte-Cécile è stata condannata a versargli 20 mila euro per “licenziamento abusivo”. “Le prime sanzioni – si legge nel giudizio – compaiono quando il dipendente assume funzioni sindacali per la difesa degli interessi dei produttori di latte, alcuni dei quali lavorano con il gruppo Lactalis”. Anche Dominique Czerkies è convinto di aver perso il lavoro perché il suo impegno sindacale dava fastidio. Ha lavorato per vent’anni sul sito Lactalis a Cuincy (Nord), dove sono prodotti i vasetti La Laitière. È stato licenziato il 16 maggio 2018. Motivo: avrebbe lasciato cadere un pezzo di vetro a terra senza raccoglierlo. Come Yohann Quesnel, Dominique Czerkies ha impugnato il licenziamento davanti al tribunale del lavoro di Douai. Sta ancora aspettando la sentenza.

Nell’attesa, denuncia un’altra pratica di Lactalis: il riciclo delle creme dessert. Quando le condutture della fabbrica vengono risciacquate con l’acqua, spiega l’ex dipendente, il misto di acqua e residuo di latte verrebbe conservato in un recipiente prima di essere reintrodotto nei cosiddetti serbatoi di riciclaggio per essere reintegrato a piccole dosi nei serbatoi destinati alla produzione di nuovi dessert. “Il problema è che nella lista degli ingredienti delle creme dessert di Lactalis non c’è traccia di acqua”. Un ex dirigente della fabbrica, a condizione di restare anonimo, conferma la procedura: “Il riciclaggio serve a fare sempre più soldi gettando via meno prodotto possibile. Quello che davamo ai maiali all’epoca, lo mettiamo nei vasetti. E quando si tratta di migliaia di litri, vuol dire numerosi vasetti prodotti in più“. Lactalis non ha risposto alle accuse.

Quando si lavora a Lactalis il principio della valorizzazione del latte si apprende molto presto. Abbiamo consultato un documento “riservato” destinato alla formazione dei tecnici del gruppo. Una guida di 386 pagine “per uso interno” che rivela i “punti chiave” dei metodi di produzione di formaggi popolari come il camembert President. Il capitolo che ci interessa si intitola: “Calcolo della standardizzazione”. La “standardizzazione”, comune nell’industria casearia, presenta il vantaggio di ottenere un latte di qualità identica tutto l’anno, il più delle volte rimuovendo la materia grassa che viene riutilizzata per la fabbricazione di prodotti derivati, come il burro. Secondo il documento, la standardizzazione consente quindi un “incremento della produttività”, “un incremento del rendimento” e un’ottimizzazione dei “costi dei materiali”. Alle pagine 142 e 143, Lactalis presenta “un caso semplice” di standardizzazione del latte intero, ma precisa che “nella realtà dell’industria le standardizzazioni sono spesso più complesse”. E spiega ai futuri tecnici che potrebbe essere necessario aggiungere dell’acqua e delle proteine nel latte. “Lactalis standardizza il latte intero aggiungendo del retentato ricco di proteine, della panna ricca di grassi e fino al 15% di acqua. Cosa che è vietata dalle normative europee e nazionali”, afferma Claudine Yedikardachian, capo redattrice di Lamy, rivista specializzata sul diritto alimentare. Secondo l’esperta, Lactalis pratica “l’annacquamento del latte”, che consiste nel standardizzare il livello delle proteine nel latte aggiungendo del permeato, un liquido a basso contenuto proteico, che consente di aumentare i volumi a un minor costo di produzione. È possibile anche incorporare le cosiddette “acque bianche”, ricavate dal risciacquo delle attrezzature per la lavorazione del latte e delle condutture, come denunciano gli ex dipendenti dello stabilimento di Cuincy. “684 milioni di litri di latte sono stati trafficati nel 1997. La frode riguarda il 70% della produzione”, sottolinea un rapporto della gendarmeria del 1999. La corte d’Appello ha concluso nell’aprile 2007 che “questo comportamento si può spiegare solo con la ricerca del massimo profitto al minor costo e con il disprezzo del consumatore”. L’industriale è stato condannato in via definitiva in Cassazione per adulterazione di alimenti nel novembre 2008. Lactalis ricerca dunque “il massimo profitto al minor costo”? È l’accusa avanzata anche dalla società Serval. È stata aperta un’inchiesta. L’azienda, specializzata in mangimi per animali, ha sporto denuncia nel maggio 2018 per “frode, adulterazione di alimenti e truffa”. Nel 2016, Serval nutriva i suoi animali con siero di latte in polvere, un liquido iperproteico ottenuto dalla coagulazione del latte, prodotto nello stabilimento Lactalis di Forlasa, in Spagna. Due vitelli si erano ammalati. Serval ha fatto analizzare il siero e ha scoperto due cose: che il prodotto era composto da latte vaccino misto a latte di capra e pecora – e non solo “a partire da siero di latte vaccino”, come previsto da specifiche tecniche – e che il livello proteico era superiore a quello normale per questo tipo di prodotto. “Il prodotto di Serval conteneva il 70% di siero di latte e il 30% di permeato, che costa più di dieci volte meno del siero di latte”, si legge nel testo della denuncia. Al momento non c’è alcuna condanna.

 

Ue, chi sta come o peggio di noi: chiusure per evitare i lockdown

Germania I tribunali stanno annullando le misure anti-covid

La Germania è in affanno sul Covid: lo dicono i numeri dei contagi, la reazione contraddittoria delle istituzioni, quella dei cittadini. Un segnale della gravità del momento è il secondo intervento consecutivo di Angela Merkel nel suo podcast settimanale: “Non siamo impotenti di fronte al virus, il nostro comportamento è decisivo sul come e sul quanto velocemente si diffonde la pandemia” dice questa volta seduta alla sua scrivania, più formale che nei podcast precedenti. “L’imperativo è ridurre i contatti”. Ma non è ancora un messaggio televisivo, secondo molti l’estrema ratio. I numeri dei contagi intanto sono tornati oggi su 11.176, dopo la fiammata degli oltre 14 mila dell’altro ieri. Dati “sovrastimati” secondo l’istituto Koch, dovuti a comunicazioni di giovedì non pervenute in tempo e sommate erroneamente a quelle di venerdì. Il fattore di contagio resta comunque a 1,36 e i nuovi casi in media sono oltre 74 per 100.000 abitanti. Secondo l’esperto di salute dell’Spd Karl Lauterbach le misure stabilite 10 giorni fa sono insufficienti e a quota 20.000 nuove infezioni si dovrebbe tornare al lockdown. Intanto la reazione dei cittadini non è più quella della scorsa primavera: sabato notte la succursale dell’istituto Koch di Berlino Schoeneberg è stata preso d’assalto con diverse molotov, ha reso noto oggi la polizia. Mentre nel quartiere centrale di Mitte le forze dell’ordine chiudevano un fetisch-party da 500 persone e una festa privata con 75 invitati. Intanto i tribunali di diversi Land stanno sospendendo una dopo l’altra le misure anticovid stabilite 10 giorni fa da una riunione tra i governatori dei Land e la cancelliera che prevedevano chiusura anticipata dei negozi, divieto di pernottamento per turisti provenienti da zone a rischio in Germania e la riunione di massimo 10 persone al chiuso e all’aperto, obbligo di mascherina al chiuso per lunghi periodi di tempo. Mercoledì potrebbero essere varate nuove misure di contenimento.
Uski Audino

 

Francia Contagi record, chiusure dalle 21 per i due terzi dei cittadini

La Francia è in questo momento il paese d’Europa che registra il più alto numero di contagi ogni giorno: erano poco più di 42 mila venerdì, sono stati 45.400 sabato, ieri ben 52 mila: un nuovo record. Dopo la Spagna, anche la Francia ha superato il milione di casi positivi al Covid-19 dall’inizio dell’epidemia. Il tasso di positività ai test continua a crescere, è ora al 16%.
E con i contagi si inaspriscono le misure di contenimento: da sabato, il coprifuoco dalle 21 alle 6, già in vigore in alcune città come Parigi, Lille, Tolosa o Marsiglia, è stato esteso ad un totale di 54 dipartimenti (a cui si aggiunge la Polinesia francese), e riguarda ormai i due terzi dei francesi, circa 46 milioni di persone. Stando al ministro dell’Economia, Bruno Le Maire, la misura costerà 2 miliardi di euro. Gli ospedali, molti dei quali già in difficoltà, temono una “seconda ondata peggiore della prima”. Più di 2.500 malati sono ricoverati in terapia intensiva. A Parigi e nella sua regione gli ospedali potrebbero essere saturi i primi di novembre.
Intanto, come in primavera, i malati Covid cominciano a essere trasferiti dalle regione più colpite del nord verso gli ospedali di Bordeaux o Poitiers, dove il bilancio epidemiologico è migliore. I morti sfiorano i 35 mila. Parigi cerca di mobilitare nella lotta contro il virus tutti i francesi, sempre più restii ad aderire alle misure di contenimento. Il 22 ottobre, dopo il flop della app StopCovid, ne è stata lanciata una nuova versione, TousAntiCovid. Il premier Jean Castex ha avvisato che il mese di novembre sarà “molto difficile”, ma che questa è una “battaglia collettiva” che si può vincere quindi solo “tutti insieme”. “Ognuno di noi può fare qualcosa contro il virus. Aiutateci!”, ha scritto Emmanuel Macron in un tweet.
Luana De Micco

 

Gran Bretagna La guerra di Boris: restrizioni divise su tre livelli

Ieri il Regno Unito ha registrato 19.790 nuovi casi di Covid e 151 morti, in calo rispetto ai 23.012 positivi e 174 vittime di sabato. Ma il fine settimana, storicamente, la raccolta e trasmissioni dei dati rallenta.
Il governo inglese ha imposto un sistema di restrizioni a tre livelli. Nelle zone a livello 1, considerate a rischio medio e maggioranza nel paese: divieto di riunirsi, sia in luoghi chiusi che all’aperto, in più di 6 inclusi i minori di 11 anni: negozi aperti ma chiusura di pub e ristoranti dalle 10 di sera alle 5 del mattino: non piú di trenta partecipanti a matrimoni e funerali. Le restrizioni non si applicano a chi viaggia per lavoro.
Il livello 2, rischio alto: alle restrizioni precedenti si aggiunge la raccomandazione di limitare viaggi e spostamenti all’essenziale, mentre la socializzazione è consentita solo fra persone che coabitano o alla support bubble, ossia due nuclei familiari che si supportano in caso di necessità.
Il livello 3, rischio molto alto: spostamenti in uscita o entrata solo per motivi di lavoro o formazione, niente ricevimenti di matrimonio, chiusura di servizi non essenziali e divieto di pernottamento. Per ora è applicato a milioni di persone nelle regioni di Liverpool e Manchester e nel Lancashire. Per queste regioni il governo ha negoziato un supporto economico aggiuntivo.
Il proprio fattore di rischio si può verificare digitando il proprio codice postale in un database governativo.
In Scozia i livelli sono 5, da 0 a 4, mentre il Galles ha imposto un lockdown nazionale che tiene aperti solo i servizi essenziali.
Dovunque restano aperte scuole e università, ma in Inghilterra questa è comunque una settimana di vacanza da scuola per la pausa autunnale.
Sabrina Provenzani

 

Spagna L’epidemia ormai dilaga, da ieri nuovo stato di emergenza

Madrid ha decretato ieri un nuovo stato di emergenza nazionale (da cui sono escluse solo le isole Canarie), in vigore per una durata di quindici giorni ma che, con l’approvazione del Parlamento, potrà essere esteso per sei mesi, “fino al 9 maggio”.
La nuova misura è stata votata dal Consiglio dei ministri straordinario convocato ieri: “Stiamo attraversando una situazione estrema – ha detto il premier Pedro Sanchez –. Sappiamo già cosa si deve fare per lottare contro il virus. Non siamo in lockdown, ma più resteremo a casa e più saremo protetti”. Il nuovo provvedimento introduce il coprifuoco dalle 23 alle 6. Le regioni potranno però modificare la fascia oraria in funzione della situazione epidemiologica locale e decidere anche se limitare gli ingressi e le uscite nel loro territorio. Inoltre tutte le riunioni, pubbliche e private (a meno che non si tratti di conviventi), sono limitate a un massimo di sei persone. Finora lo stato di emergenza riguardava solo Madrid e alcuni comuni della sua regione dove, dal 9 ottobre scorso, era già in vigore un semi lockdown che limitava gli spostamenti e imponeva la chiusura dei bar e ristoranti alle 23. Ma ora la situazione si aggrava in Spagna. Il tasso di positività ai test i è altissimo, con 400 casi di Covid-19 registrati per 100 mila abitanti. Con il coprifuoco si intende riportarlo al di sotto della soglia tollerata dei 50 casi per 100 mila abitanti. Il 21 ottobre la Spagna è diventata il primo paese in Europa a superare il tetto simbolico del milione di contagi dall’inizio dell’epidemia. Ma il numero reale degli infetti, secondo Madrid, potrebbe essere ben superiore e superare i tre milioni. Il Covid-19 ha ucciso più di 34 mila persone in Spagna.
Ldm

“Ecco perché ho accettato l’incarico di Franceschini”

Spero che mi perdonerete se scrivo questa pagina in prima persona, ma pochi giorni fa il ministro Dario Franceschini mi ha nominato presidente della Fondazione a cui appartiene il Museo Ginori di Sesto Fiorentino – ben noto ai lettori di questa rubrica. Una nomina che ha suscitato un piccolo polverone politico, con retroscena fantasiosi: “Perché Franceschini ha pensato proprio a Montanari, spesso così critico verso il suo operato?”. Forse la risposta sta nel mio coinvolgimento nella battaglia pubblica per salvare il museo: un museo privato che era rimasto impigliato nel fallimento della Ginori, e che, chiuso da anni, ha rischiato la distruzione materiale. Nell’ambito di un impegno che si è tradotto in molti articoli, e nell’ideazione e nella co-curatela di una mostra al Bargello di Firenze, ho combattuto per la salvezza del Museo: sono stato il primo a proporre pubblicamente che fosse lo Stato ad acquistarlo (2015), e quindi a proporre di conferirlo ad una Fondazione di partecipazione, con enti locali e soci popolari (2016). Per questo, quando entrambe le cose sono successe, ho fatto parte del gruppo di lavoro che ha delineato l’identità della Fondazione, e redatto il suo Statuto.

Nonostante tutto questo, quando Franceschini me ne ha proposto la presidenza, mi sono stupito. Ma ho accettato: perché è un incarico a titolo gratuito, e dunque non c’è alcuno scambio. E perché, per quanto grande possa essere il disaccordo, se un ministro della Repubblica chiede a un professore della pubblica università di fare qualcosa nel pubblico interesse, è giusto accettare. La sfida, d’altra parte, è appassionante: innanzitutto per la qualità straordinaria di una collezione che va dai modelli barocchi raccolti alla sua fondazione (1737) dall’illuminato marchese Carlo Ginori (una specie di Adriano Olivetti del suo tempo), alle opere di Giò Ponti, glorioso direttore della manifattura.

Ma è tutto urgente, al Museo Ginori: bisogna correre, per non perdere i finanziamenti già stanziati, facendo subito tre cose. La prima cosa è condurre a termine il restauro dell’edificio del museo, recuperandone lo spazio espositivo. La seconda è fare sentire la voce della Fondazione nella progettazione dell’area urbanistica del museo (e dello stabilimento Ginori, ancora in funzione, che gli è prossimo). La terza è dare al Museo la sua anima: il personale di custodia e di amministrazione, il comitato scientifico e il direttore (da scegliere attraverso un concorso). L’obiettivo è non farne solo un museo della porcellana, o un museo industriale: ma un museo del territorio, che racconti la storia della comunità di Sesto Fiorentino e della Piana tra Firenze e Pistoia.

Nel 1956, in un altro momento difficile di questa travagliata storia, il consiglio comunale di Sesto ricordò con commozione e fermezza che alla Ginori “è legata moralmente in modo particolare la cittadinanza sestese, che, attraverso i secoli, con operosità e sacrificio, ha dato vita ad una così fiorente industria”. Una storia viva: ho partecipato ad assemblee di piazza in cui i sestesi di oggi rivendicavano con lucidità che il Museo Ginori non è solo un deposito d’arte, ma l’unico luogo cittadino che racconti l’epopea di una comunità di lavoratori, magari appena alfabetizzati, ma orgogliosamente legati a una sapienza manuale tramandata di generazione in generazione. Una storia, come sempre, chiaroscurata: perché insieme alla dignità di un lavoro così unico, agli operai toccava spesso anche la silicosi. Già nel 1829 nasce la Società di Mutuo Soccorso Ginori, ed è parlando dei lavoratori della Ginori che don Lorenzo Milani dice che lo sciopero è un’arma sacrosanta, assai più di quanto non lo fosse la spada del cavaliere medioevale, che pure era benedetta sugli altari.Anche solo questi cenni, permettono di capire che non si tratta di rimettere qualche “chicchera” di porcellana nelle vetrine: ma di immaginare dalle fondamenta un museo nuovo, che potrà anche ampliarsi in nuovi edifici e altri spazi.

Un luogo di studio e di ricerca, e al tempo stesso una casa accogliente per tutti i cittadini, a partire dai bambini delle scuole. Un museo che dialoghi fittamente con lo stabilimento che continua a produrre pezzi “Ginori” e con le realtà produttive del territorio, ma che abbia ben chiaro che il suo obiettivo non è il marketing, bensì lo sviluppo della persona umana attraverso la cultura e l’arte. Quando la manifattura compiva un secolo, nel 1837, un altro marchese Ginori disse che la popolazione che viveva grazie alla sua fabbrica doveva essere “felice”: cioè non solo “benestante per mezzo del lavoro, ma istruita, e onestamente allegra, e ingentilita dalle arti belle che aprono l’anima ai diletti puri, e con le facoltà dello spirito coltivano e addestrano quelle del corpo. Egli stabilì una scuola elementare pei lavoranti, le scuole delle arti del disegno e un’accademia di musica”. La felicità pubblica: ecco l’unico scopo che avrà la Fondazione Ginori.

Notizie cruciali. Bovini inquinanti, fotografe in erba, invasioni a Versailles…

Porca vacca Uno studio del Wwf mostra gli effetti disastrosi dei rutti delle mucche

Una scomoda verità sul nostro clima: i rutti delle mucche stanno contribuendo al disastro ambientale. Sapevamo già che gli allevamenti intesivi fossero tra i maggiori responsabili dell’aumento della temperatura globale anche per via dei peti dei bovini. Ora scopriamo che pure i rutti hanno effetti devastanti. Lo sostiene con valide argomentazioni un articolo del Ticino online, che se la prende in particolare con le vacche elvetiche: “Le mucche, killer del clima. Ha un tono preoccupato – per non dire allarmato – lo studio diffuso oggi dal Wwf sull’impatto climatico dell’allevamento in Svizzera. L’indagine si sofferma su un particolare curioso: i rutti delle vacche, che immettono metano nell’aria. Ogni giorno – scrive l’organizzazione ambientalista – una vacca emette da 300 a 500 litri di metano durante la ruminazione. Il bilancio ecologico evidenzia come per ogni litro di latte intero vengono rilasciati nell’atmosfera 1,63 kg di gas a effetto serra”.

 

Anche i campioni bucano Hamilton fora in autostrada ma riesce a cambiare la gomma da solo in un minuto

Anche Lewis Hamilton, il pilota di Formula 1 più vincente al mondo, può bucare una gomma per strada. E quando capita non c’è il box di una causa automobilistica multimilionaria che rimette a posto tutto con un pit-stop di pochi secondi. Ma Hamilton è uomo di mondo e ha fatto tutto da sé: quando è scoppiato in autostrada il pneumatico della sua Mercedes EQC elettrica – creaturina da 77mila euro, ultima arrivata nel ricco garage del campione iridato – il pilota inglese non ha battuto ciglio, ha accostato al primo benzinaio e ha sostituito la ruota in un minuto netto. O almeno così sostiene lui, raccontando l’impresa sul suo profilo Instagram (nel quale peraltro sfoggia un discutibilissimo completo acetato, con pantaloni verde pisello e felpa fucsia col cappuccio). Hamilton con il crick in mano non ha incontrato particolari difficoltà, ma è stato comunque più impegnativo che doppiare una Ferrari.

 

Vicenza Anziana signora costretta a vendere il trattore per pagare le prostitute al figlio dipendente dal sesso

Quando si dice uno splendido ritratto familiare. Un signore di 47 anni di Valdagno, in provincia di Vicenza, è a processo con l’accusa di maltrattamenti ed estorsione ai danni dell’anziana madre di 77 anni: la costringeva a dargli soldi per andare a prostitute. Il simpatico satiro infatti non poteva mica permettersi il suo vizio da solo, in quanto privo di reddito: l’unica attività continuativa erano le angherie alla povera mamma. Lo racconta Il Giornale di Vicenza: “Disoccupato, l’avrebbe minacciata per farsi dare soldi: gli servivano per pagare le prostitute che frequentava con assiduità, visto che – sostiene, e con lui la madre – soffre di una sorta di dipendenza psicologica dal sesso, che lo obbliga a cercare continuamente di avere dei rapporti. L’anziana sarebbe stata obbligata a chiedere soldi in prestito, temendo la sua violenza, per soddisfarlo; perfino a vendere un trattore. Il giudice ha ordinato una perizia psichiatrica sull’imputato”.

 

Olanda Un ginecologo usava il proprio seme per le gravidanze assistite (senza dirlo alle pazienti): è padre biologico di 17 figli

Il mio ginecologo è differente. È quanto hanno scoperto con un certo raccapriccio le clienti di una clinica olandese nella città di Zwolle. Il simpatico dottor Jan Wildshut praticava inseminazioni seminali impeccabili alle donne che si rivolgevano ai suoi servizi. Omettendo un minuscolo particolare: in moltissimi casi il donatore era lui stesso. Lo scopriamo su Today.it: “Avrebbe dovuto semplicemente praticare l’inseminazione artificiale, usando il seme di donatori anonimi come da prassi. Invece un medico olandese utilizzava il proprio sperma e così ha avuto almeno 17 figli nel corso della sua carriera”. Chissà cosa scatta in questi inseminatori seriali, quale sia la soddisfazione che ricavano dal diventare genitori di un piccolo esercito segreto di esseri umani sparpagliati per il Paese e magari per il mondo. Non è il primo caso in Olanda: “L’anno scorso una serie di test del Dna dimostrarono che l’ex direttore di una banca del seme olandese era il padre biologico di 49 bambini, in un caso che ha causato uno scandalo nei Paesi Bassi”.

 

Francia Fa irruzione nella reggia di Versailles dichiarando di essere un re. Ma la polizia lo arresta

Notte da leoni alla reggia di Versailles. Un geniale situazionista – ipotizziamo sotto l’effetto di sostanze pesanti – ha fatto irruzione nella reggia sfondando una finestra e dichiarando di essere un re. Purtropppo la polizia l’ha arrestato e portato via. Lo scrive l’Huffington Post: “L’uomo, di 31 anni, è arrivato in taxi ed è penetrato nel parco del castello attorno alle 22:30. ‘Portava una bandiera e diceva di essere un re’, assicura un testimone oculare dell’intrusione. La polizia, subito allertata, ha trovato il vetro rotto e l’uomo all’interno dei giardini. Aveva scalato il muro di cinta, secondo le ricostruzioni”. Un’impresa fantastica, che necessità estro, coraggio, pianificazione, il denaro per pagare il taxi e l’atletismo per scavalcare le mura. “Fonti della reggia di Versailles – prosegue l’Huffington – hanno riferito che non ci sono danni materiali alle collezioni. La portavoce ha riferito che l’uomo ‘è partito da Parigi per Versailles dicendo all’autista del taxi di aver intenzione di introdursi nel castello’”.

 

Roma Sei filippini giocano d’azzardo in strada, al posto del tavolo verde c’è un cassonetto della spazzatutra

Una bella partitina a carte, rigorosamente a soldi, con un cassonetto verde al posto del tavolo. Solo a Roma puoi assistere a scene così profondamente legate alla tradizione e ai valori territoriali. Succede vicino viale Marconi, in una zona relativamente centrale della città. Protagonisti della vicenda, sei cittadini filippini. La cronaca è di Roma Today: “Transitando all’interno del piazza Enrico Fermi, nei pressi della fermata metropolitana, i Carabinieri hanno sorpreso 6 cittadini stranieri, di età compresa tra i 45 e 74 anni, intenti a giocare a carte scommettendo del denaro contante, usando come ‘tavolo verde’ un cassonetto dei rifiuti”. Gli agenti non hanno apprezzato il quadro pittoresco e hanno denunciato in stato di libertà i sei giocatori per i reati di esercizio e partecipazione a gioco d’azzardo (qualcuno direbbe che quei carabinieri “hanno un cassonetto al posto del cuore”) . Poi li hanno pure multati per mancato rispetto delle misure imposte dal Dpcm anti-Covid perché non mantenevano il distanziamento. Anche se erano sei.

“È il virus della povertà Io, scrittrice d’amore, dico: vincerà l’odio”

Sveva Casati Modignani, sciura milanese, ci aveva lasciati in aprile con questa domanda sospesa: “Com’è possibile che il virus prenda noi e non i napoletani. È una cosa gravissima, mai vista. Ci fa tanto rabbia”.

Ha visto signora? La situazione è cambiata.

Gli amici di Napoli hanno alla fine solidarizzato con noi, e mi pare che si siano presto inguaiati quanto noi, forse anche di più.

Forse di più.

C’è una bella gara anche tra governatori. Chi sarà the best: il nostro o il loro?.

Ha la sua villa, i suoi romanzi, con i suoi amori e i tradimenti, i lettori che la amano.

Scherza? Io sono del ’38. Basta un niente e addio. Perciò resto rinchiusa, non muovo foglia, non invito nessuno a casa, non partecipo, non discuto. Leggo, guardo, mi impaurisco, tento di espatriare. Dove vorrebbe andare? Il virus è cosmopolita

Ho chiesto in Svizzera il vaccino antinfluenzale (come sa, da noi è impossibile trovarlo). Gli svizzeri mi hanno risposto: prima gli svizzeri.

È il teorema di Salvini.

Chi? Quello che la mascherina non serve? Quello che lottava contro la dittatura sanitaria?

I napoletani hanno appena protestato. Scontri con la polizia, violazione del coprifuoco.

Non so da chi siano diretti, perché le bombe carta in genere le persone perbene non le posseggono. E nemmeno le spranghe. Dico semplicemente che questi poveretti non hanno capito niente.

Lei è benestante, gran parte di loro forse no.

Lo so, è un discrimine fortissimo perché la paura associata all’ansia di un futuro cattivo diviene rabbia. E la rabbia ha un esito scontato: l’odio sociale. Un popolo che sta male odia. Chi sta bene ama, avverte come necessaria la solidarietà. Ma anche chi ha un buon portafogli ha paura. Io ho una fifa blu.

Lei è al sicuro. Ha i suoi lettori, i suoi romanzi.

Il lockdown da questo punto di vista è stato fantastico. A giugno avevo già finito il mio ultimo lavoro. Dà una energia sconosciuta, una carica vitale. Lavoro per tener testa alla paura e a questa nuova solitudine.

Lei è single.

Single un corno. Sono vedova. Mio marito ha avuto però il cattivo gusto di lasciarmi quando già ero entrata nella terza età. Quindi dispiaceri su dispiaceri.

Ha un’energia invidiabile.

Spero che questa pandemia ci costringa a riflettere su come abbiamo massacrato il pianeta, come abbiamo infestato l’ambiente. In aprile ho rivisto le api nel mio giardino, e le lucertoline. La natura è potente e questa infezione è altrettanto capace di farci capire cosa non dobbiamo più fare.

Crede che i governanti hanno capito cosa fare?

Temo per loro, sono solidale con loro. Mi rendo conto di quanto sia complicato assumere qualunque decisione. Fai una cosa e non sai se quella cosa è giusta o sbagliata. Bisognerebbe essere consapevoli che la scienza è a mani nude e noi lottiamo allo stesso modo in cui mia nonna e mia madre resistettero alla Spagnola. Durò due anni, dal 1918 al 1920. Una prima ondata e poi una seconda terribile. E tanti mesi ancora di sofferenza. Anche oggi noi non ce la caveremo presto.

Saremo più malati e purtroppo anche più poveri.

Saremo più poveri. Vedo cose che non immaginavo, sebbene spesso diciamo della povertà. Ero andata al supermercato e ho visto una signora fare i conti con la calcolatrice del telefonino. Aveva preso i corn flakes, immagino per i suoi ragazzi, e poi – dopo aver fatto l’addizione – li ha riposti sullo scaffale. Guardare quella scena, a cui non ero abituata, è stato uno choc. Torno a casa e una mia amica mi chiama dicendo che sua sorella è stata appena licenziata dal Burger King. Ha cinquant’anni e tanti impegni. Sono tragedie enormi e sappiamo che il filo della disuguaglianza punterà verso l’alto. Se curi bene la malattia allarghi sicuramente la povertà e quel che si porta dietro. Questo è il dramma.

Lei però dovrebbe dire: vince sempre l’amore.

Questa volta vincerà l’odio.

Diversi pareri. L’allarme Covid e le nuove restrizioni

 

Galli “Ognuno si faccia il proprio lockdown, è la sola misura efficace”

 

Professor Massimo Galli – direttore del dipartimento di Malattie infettive del “Sacco” di Milano –: pollice alto o verso al nuovo Dpcm?

Interventi improcrastinabili per invertire la tendenza. Mi auguro bastino, ma non lo so e se qualcuno afferma di saperlo mente. L’unica cosa che sappiamo è che ad aver dato risultato è la chiusura totale, ma si vuole evitare. E lo capisco. Allora dico: il lockdown fatelo per conto vostro; limitatevi alle attività fondamentali legate al vostro lavoro e vedete meno persone possibili.
E la scuola?

La chiusura delle scuole è la più dolorosa e difficile da decidere. La differenza fra il 75 e il 100% di didattica a distanza alle superiori mi sembra una questione di lana caprina. Per quanto riguarda gli altri ordini capisco che tenere la didattica in presenza, oltre ad essere fondamentale per bambini e ragazzi, è necessario per dar la possibilità ai genitori di lavorare. Non mi è mai sfuggita l’importanza della didattica diretta, ma qualcosa va sacrificato.

L’omogeneità dei provvedimenti su tutto il territorio nazionale la convince?
Una soglia importante di misure va condivisa, è compito delle Regioni e dei sindaci identificare criticità a livello locale per stringere di più se necessario, questo mi pare un principio giusto.

Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha spiegato di voler salvare le feste natalizie, pensa sia possibile?
Mi preoccupo di quel che succede da qui a venti giorni. Ogni previsione successiva è impossibile. Prima i dati, poi le date. Posso dire, non essendomi fatto molti amici in questi mesi, di esser stato sempre molto coerente. E non sono affatto felice di aver avuto clamorosamente ragione. E mi trovo anche in una posizione grottesca: non ho nessun potere di decidere nulla se non di rispondere col mio parere trovandomi nell’imbarazzo di una sovraesposizione mediatica che non mi appartiene per affermare sempre le stesse cose.

Secondo lei si dovrebbe fare di più…
Ho centinaia di mail sul computer di docenti precari che mi chiedono se sia il caso di partecipare al concorso: non sono membro del Cts del governo, la mia opinione è che muovere sessantamila persone in questo momento è una cosa che non si dovrebbe fare. Tutto assume i connotati di posizione politica e fatico ad avere tolleranza ormai per chi sostiene che non vada chiuso sempre “quel che interessa me”.

Ci sono settori che rischiano il fallimento e un disagio crescente in aree più povere del Paese, non ritiene questo meriti attenzione?
Per carità, capisco la disperazione di settori già martirizzati da chiusure e fanno bene a chiedere integrazioni economiche e di non essere abbandonati. Ma dirò una cosa un po’ brutale: vedo morire di nuovo le persone in ospedale e non ancora per strada, non significa che non veda la povertà e quelle situazioni di grande disagio sociale. Ma la malattia, prese le misure necessarie, ci lascerebbe il tempo di intervenire su nuove e vecchie povertà – detto questo credo che il ritardo sia sotto gli occhi di tutti –, ma la stessa malattia, il Covid, potrebbe non lasciarci il tempo di curare tutti gli ammalati.

L’ipotesi più negativa?
In molte parti d’Italia il sistema sanitario andrà in crisi e avremo un numero di morti pauroso, ma questo potrebbe ancora non accadere.

Una nota di ottimismo?
Se saremo più competenti la curva rallenterà, mi riferisco al sistema Paese colto di sorpresa e alle spalle dalla prima ondata, ma rivelatosi impreparato dalla seconda per non aver introiettato la lezione nell’estate passata.

 

Clementi. “È un buon testo, ma non siamo a marzo: colleghi, basta terrorismo”

 

Professor Massimo Clementi – direttore del laboratorio di Microbiologia e Virologia dell’Ospedale San Raffaele di Milano – pollice alto o verso al nuovo Dpcm?

Alto, con i numeri che stanno circolando… credo che alcune di queste misure possano rivelarsi efficaci. Quello di una settimana fa era troppo blando. Rimane il tema dei trasporti, settore molto critico: abbiamo ventimila autobus turistici privati fermi con altrettanti autisti disoccupati, non capisco perché non vengano utilizzati.

Crede che la situazione sia di nuovo drammatica come lo scorso marzo?

No. Il tasso di ospedalizzazione non è quello di marzo e siamo diventati più bravi sia a curare sia a diagnosticare. Ma sui ricoveri ci sarebbe da fare anche un altro discorso: portiamo troppe persone in ospedale, questo fa andare in tilt il sistema sanitario e qui la rotta va invertita come la curva dei contagi. Ho un’amica a New York con sintomi, si è rivolta all’unità sanitaria locale che le ha mandato il medico a casa per il tampone: positiva; quindi referto e poi continua ad esser seguita a distanza a partire dalla terapia. La medicina del territorio va recuperata, potenziata, messa in condizione di lavorare in questo modo anche da noi. È l’unico modo per decongestionare gli ospedali e permettere così di curare anche le patologie non legate al Covid.

Chi non ha un appartamento che consenta l’auto-isolamento?

Bisogna attivare subito strutture di degenza alternative: quanti alberghi anche di extra-lusso in questo momento sono chiusi perché manca il grande turismo internazionale? Perché non possono essere utilizzati?

I numeri dei contagi continuano a crescere: oltre 21 mila.

Per almeno tre settimane non avremo benefici dalle misure in vigore da questa notte. È un contesto europeo che vede la Francia e parti della Spagna a numeri già grandi due volte i nostri. Dobbiamo essere consapevoli della serietà della situazione ma allo stesso tempo non dobbiamo spaventarci perché nel momento del terrore si perde la lucidità per affrontare la sfida. Io critico anche i colleghi che accentuano con toni terroristici. Ricordo sempre che i decessi sotto i 40 anni sono l’1% e che la stragrande maggioranza dei morti sono ottantenni con altre patologie.

Allora hanno ragione i negazionisti?

Assolutamente no. Invece lo dico perché aggiungo che bisognerebbe pensare a politiche di maggiore tutela per gli anziani in questa fase, per prevenire il rischio del contagio a chi è più esposto ad effetti drammatici.

Quando s’immagina possa diminuire la velocità di progressione del contagio?

Fino al vaccino ci saranno ondate più o meno violente, magari decrescendo fra un’ondata e l’altra fino a che il virus da epidemico diventerà endemico: per questo potrebbero passare anche anni. SarsCov2 ha una grande capacità di diffondersi, grazie a dio è un po’ meno patogeno del Sars1 che però si diffondeva meno. E non parliamo della Mers.

Ha citato i vaccini… crede che davvero ne avremo uno a gennaio?

Per avere una produzione capace di coprire tutto il fabbisogno serviranno ancora diversi mesi e di sicuro non sarà disponibile per tutti subito. Poi, speriamo che funzioni, anche se alcuni dati che abbiamo sulla induzione degli anticorpi lascerebbero davvero ben sperare.

Il governo promette: “Danneggiati risarciti subito sui loro conti”

Il governo si prepara a mettere a punto un piano di salvataggio da circa 2 miliardi per le imprese che saranno penalizzate dal lockdown selettivo. L’intervento potrebbe riguardare, secondo il ministro Gualtieri fino a 300-350 mila aziende che operano nella ristorazione, nel benessere, nello sport e nell’intrattenimento. E cioè tutte quelle imprese che saranno costrette a rispettare vincoli di orario o a sospendere le attività finché l’emergenza sanitaria non sarà alle spalle. “Sono pronti gli indennizzi per tutte le persone penalizzate”, ha spiegato il premier Giuseppe Conte durante la conferenza stampa a palazzo Chigi nel corso della quale ha annunciato il nuovo provvedimento restrittivo finalizzato a contenere l’epidemia di Covid. “I ristori arriveranno direttamente sul conto corrente dei diretti interessati con bonifico bancario dell’Agenzia delle Entrate”, ha spiegato Conte precisando che peraltro non si tratta dell’unica misura prevista dall’esecutivo in favore del tessuto produttivo. “Arriveranno nuovi contributi a fondo perduto. Ci sarà un credito d’imposta per gli affitti commerciali per i mesi di ottobre e novembre. Verrà cancellata la seconda rata Imu dovuta entro il 16 dicembre” ha aggiunto il premier.

Secondo Fipe-Confcommercio, la Federazione dei pubblici esercizi, i sussidi pubblici sono sostanziali per evitare il collasso delle imprese della ristorazione e dell’intrattenimento. “Le misure del governo costeranno altri 2,7 miliardi alle imprese della ristorazione. Se non accompagnate da contemporanee e proporzionate compensazioni, le nuove restrizioni saranno il colpo di grazia per i pubblici esercizi, già in profonda crisi, con conseguenze economiche e sociali gravissime” ha denunciato la Federazione. “I ripetuti annunci di chiusure anticipate hanno già prodotto la desertificazione dei locali e, indipendentemente dalle novità sugli orari effettivi di apertura, le restrizioni devono essere accompagnate dai provvedimenti di ristoro economico in termini di indennizzi a fondo perduto, crediti d’imposta per le locazioni commerciali e gli affitti d’azienda, nuove moratorie fiscali e creditizie, il prolungamento degli ammortizzatori sociali e altri provvedimenti di sostegno a valere sulla tassazione locale” ha ribadito infine la Federazione. “Il governo deve dare risposte immediate anche alle fiere, alle quali aveva garantito che una eventuale stretta sarebbe stata programmata” ha puntualizzato il presidente di Aefi (Associazione Esposizioni e Fiere Italiane), Maurizio Danese. “La sospensione immediata non solo causa ulteriori danni a un settore già messo in ginocchio da una chiusura forzata da marzo al primo settembre, che ha causato la perdita di oltre il 70% del fatturato, ma è una ulteriore mazzata economica per quartieri che avevano già avviato gli allestimenti” ha aggiunto Danese.

Senza interventi adeguati, secondo Confindustria, il prodotto interno lordo italiano potrebbe infatti registrare una “flessione dell’11-12%, con un danno per l’economia da 216 miliardi, superiore ai fondi del Recovery Fund”, ha precisato il presidente Carlo Bonomi, nel corso della trasmissione Mezz’ora in più su Rai3. Ma il peggio, secondo il numero uno degli industriali, è che si “fatica a capire la direzione del governo” che si muove “senza confronto con le parti sociali” mentre, a dispetto degli annunci sui ristori, ci sono ancora “12 mila persone che aspettano da maggio la cassa integrazione erogata dallo Stato”.

Ma al momento, più che le lamentele degli industriali, i problemi centrali dell’esecutivo restano le tensioni sociali e le coperture. Anche per le misure prospettate per il commercio e il turismo. Attualmente il governo esclude la necessità di un nuovo scostamento di bilancio. In queste ore i tecnici sono alla ricerca di risorse che non sono state ancora utilizzate nelle pieghe della manovra 2021. “Al momento i conti della nota di aggiornamento al Documento di economia e finanza (Nadef) direi che non vengono alterati – ha concluso Conte –. Non c’è necessità di alterare il quadro di finanza pubblica già approvato dal Parlamento. Se riusciremo a tenere la curva sotto controllo non vedo prospettive di fare nuovi scostamenti”.

“Sanità e trasporti, troppe mancanze dalle Regioni”

Il mostro ha bussato anche alla sua porta, per fortuna senza provocare guai. “Devo fare un ultimo tampone, ma sto bene” spiega Davide Crippa, il capogruppo alla Camera dei Cinque Stelle, uno dei tanti parlamentari positivi al Covid. Al Fatto parla del Dpcm e soprattutto di cosa non ha funzionato in queste settimane.

Il terzo Dpcm in una decina di giorni. Questo governo naviga a vista, come sostengono le opposizioni?

Nel giorno in cui l’Organizzazione mondiale per la sanità dice che è nuovo record di contagi nel mondo, ci è imposto di intervenire in modo radicale. Ci aspettavamo che i numeri salissero nella stagione delle influenze, ma i dati sono questi. Detto ciò, credo anche che ora determinate cose debbano funzionare diversamente.

Della seconda ondata si sapeva da tempo, no?

Penso che le Regioni e il ministero dei Trasporti abbiano mancato sul tema dei trasporti locali. Gli appalti a livello regionale dovevano essere fatti per tempo. Poi c’è il tema della sanità. Hanno in messo in croce per mesi la ministra dell’Istruzione Azzolina ma le scuole sono sicure, e lo dico da padre. Invece le Regioni hanno risposto male sui posti in terapia intensiva e sulle Usca (unità di medici che forniscono assistenza domiciliare, ndr).

Il governo avrebbe potuto vigilare.

Il punto è che sarebbe fondamentale anche tracciare i luoghi del contagio. Io ho la app Immuni, e dico che va scaricata. Ma il personale che dovrebbe gestire i dati a livello regionale non è sufficiente e spesso non è formato. Andava creato un personale ad hoc.

Questo Dpcm servirà davvero a qualcosa? Le Regioni avrebbero voluto meno rigidità per ristoranti e bar.

Noi siamo stati chiari nell’incontro che il premier Conte ha avuto con i capigruppo. Come Movimento chiediamo tutti che i ristori vengano dati immediatamente. Non possiamo permetterci di non dare sostegno alle attività di ristorazione e alla filiera agro-alimentare. E ci sono anche gli operatori della cultura, da tempo in sofferenza.

Questo “immediatamente” come si traduce, in termini pratici?

Vogliamo subito i ristori per gli operatori che abbiano già fornito il loro iban per le precedenti misure, e anche per i nuovi soggetti.

Lei è severo con le Regioni. Hanno troppi poteri?

Questo tema si sta certamente ripresentando. Ogni amministrazione mette in moto un protocollo diverso. Ci sono cose che non funzionano, lo ripeto, e forse almeno di fronte a delle emergenze qualcosa andrebbe modificato.

Se la situazione non migliora sarà lockdown, non crede?

Gli effetti di questo provvedimento li vedremo tra 7-10 giorni. Ora le Regioni dovranno mettersi in moto.

Nell’attesa, il Pd tornerà a chiedervi di accettare il Mes.

Non so più come dirlo, ormai anche diversi analisti finanziari dicono che non sarebbe conveniente: infatti, nonostante la pandemia, nessun Paese lo ha attivato