Contagi volano oltre i 21mila. Conte vara il mini-lockdown

“Gli ultimi dati epidemiologici che abbiamo analizzato non ci possono lasciare indifferenti”. Così il premier Giuseppe Conte giustifica in diretta tv le misure restrittive introdotte dal terzo Dpcm firmato in pochi giorni. E i numeri del contagio Covid del 25 ottobre, diffusi poche ore dopo, si incaricano di non smentirlo. Anzi.

Il numero dei contagi giornalieri, 21.273, segna l’ennesimo record. Un incremento di 1.629 casi rispetto a sabato nonostante la diminuzione dei tamponi effettuati, 177.699, 15 mila in meno rispetto a 24 ore prima. Il tasso di positività in relazione ai tamponi sale così a 13,1%, aumentando di oltre due punti percentuali. In Lombardia quasi 6 mila contagi (+5.762). Sopra quota 2 mila Campania (+2.590) e Piemonte (+2.287). Diminuiscono i morti (128 ieri, 155 sabato, 37.338 dall’inizio dell’epidemia), mentre l’incremento delle terapie intensive è stabile (80 contro 79), il solo dato, forse, a poter essere valutato positivamente, mentre diminuisce leggermente l’incremento dei ricoverati con sintomi, 719 contro 738, per un totale di 12.066 persone.

Una situazione generale la cui criticità salta all’occhio che ha convinto il governo – al netto della a volte non facile composizione dei conflitti interni – a introdurre quello che non è nè un lockdown nè un coprifuoco, ma che a entrambi assomiglia un po’ qua e là.

La novità più rilevante riguarda il settore della ristorazione. Bar, pub, ristoranti, gelaterie e pasticcerie dovranno chiudere al pubblico entro le 18 (apertura consentita alle 5). Il consumo all’interno sarà consentito ad un massimo di quattro persone per tavolo salvo nuclei familiari conviventi. Dopo le 18 sarà consentito solo il servizio di consegna a domicilio e, fino alle 24, quello di vendita da asporto.

Altro nodo dibattuto era quello delle palestre e delle piscine. Come prevedibile, scatta l’obbligo di chiusura, così come per i centri benessere e quelli termali. Consentito lo sport all’aperto, non lo sport di contatto, sospesi gli eventi e le competizioni sportive dilettantistiche. Chiuse (dopo le polemiche per le prime code stagionali a Cervinia) le stazioni sciistiche.

Semaforo rosso anche per cinema, teatri e sale concerto. Musei aperti, a patto che sia garantita la distanza di almeno un metro tra i visitatori.

Nessun limite alla mobilità privata – fatti salvi i “coprifuochini” regionali – ma un’esplicita raccomandazione a “non spostarsi, con mezzi di trasporto pubblici o privati” salvo che per motivi di lavoro, salute o necessità. La programmazione del trasporto pubblico locale è affidata alle Regioni.

La scuola primaria e per l’infanzia continua in presenza, per la secondaria il Dpcm invita le istituzioni scolastiche ad adottare forme di didattica a distanza “per almeno il 75% delle attività”, dando sostanzialmente il via libera all eregioni che reclamavano il 100% della dad.

Nessuna limitazione ai negozi, a condizione che siano assicurati ingressi contingentati e distanza personale.

Restano garantiti “i servizi bancari, finanziari, assicurativi, nonché l’attività del settore agricolo, zootecnico di trasformazione agroalimentare comprese le filiere che ne forniscono beni o servizi”. Lo smart working è “raccomandato”, come “le ferie e i congedi retribuiti per i dipendenti”.

“Il nuovo Dpcm – dichiara Conte – non esclude che le regioni possano adottare misure più restrittive”. Le misure resteranno in vigore fino al 24 novembre, poi si valuterà. Intanto, sostiene Carlo Palermo, segretario del sindacato dei medici ospedalieri Anaao-Assomed, “la situazione negli ospedali è gravissima. Il Dpcm un punto di equilibrio tra esigenze economiche e sanitarie, ma potrebbe non bastare”.

Virus da prima serata

Noi non siamo d’accordo con lui sull’ultimo Dpcm. Ma dobbiamo ammettere che ieri il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha usato le parole e i toni giusti, come quasi sempre dall’inizio della pandemia, per lanciare l’allarme senza diffondere allarmismo. Non sappiamo se, dopo il cedimento dell’altra notte all’ala più isterica e meno riflessiva del governo e della maggioranza, ne abbia ripreso il pieno controllo politico. Ma almeno ne ha dato l’impressione con un discorso asciutto, fermo, equilibrato, abile nel mascherare la babele cacofonica delle mille istituzioni che hanno messo le mani nel Dpcm numero 22, il meno coerente e razionale della collezione: ministri, viceministri, sottosegretari, consulenti, Quirinale, leader di partito, Comitato tecnico-scientifico, sindaci metropolitani, presidenti di Regione, sindacati, associazioni di categoria. Ovviamente nessuno d’accordo con gli altri.

Le leggende metropolitane della cosiddetta informazione ci descrivono sempre un uomo solo al comando che decide tutto da sé con pieni poteri e poi si diverte ad arrivare in ritardo alle conferenze stampa per creare la suspence. Ma ogni Dpcm è un parto sfibrante: ore e ore passate a sentire e risentire “autorità” che chiedono tutto e il suo contrario, con l’unica preoccupazione di passare il cerino acceso al vicino senza bruciarsi le dita. E il risultato, almeno ieri, s’è visto: un patchwork di norme e “raccomandazioni” che mescola misure utili e sacrosante ad altre inutili e deprimenti. Queste ultime, fra l’altro, stonano con le dichiarazioni rese ancora ieri al Corriere dalla più alta autorità scientifica del Cts, il presidente del Consiglio superiore di Sanità Franco Locatelli: “non siamo vicini alla perdita di controllo” dei contagi; l’Italia è “molto più preparata “ (di prima e di altri paesi Ue) per “disponibilità di mascherine, tamponi, posti letto attivati o attivabili nelle terapie intensive e subintensive”; “solo un terzo dei soggetti infetti ha sintomatologia, in larga parte di limitata severità”; dunque bisogna “limitare al massimo gli spostamenti” e tenere “comportamenti responsabili”, ma anche “mantenere i nervi saldi ed evitare il panico”. Ecco: se le cose stanno così, si comprendono le raccomandazioni a spostarsi solo per lo stretto necessario, a evitare di ricevere in casa non-congiunti, ad aumentare lo smart working e la didattica a distanza per le scuole superiori visto che – Locatelli dixit – “il contesto di trasmissione principale rimane quello familiare/domiciliare, poi quelli sanitario-assistenziale e lavorativo”, per “alleggerire i trasporti”, mentre “le scuole non sono tra i principali responsabili”.

Ma non si comprende perchè non siano neppure all’ordine del giorno nuove zone rosse nei capoluoghi e nelle altre aree più compromesse di Lombardia, Piemonte e Campania, che insieme hanno la metà dei contagi di tutta Italia, e qua e là superano abbondantemente i parametri fissati dal ministero della Sanità per i lockdown locali. Ma si comprende ancor meno è la chiusura 24 ore su 24 di cinema e teatri, cioè i luoghi più sicuri dopo il deserto del Sahara, dove non risultano focolai per il rigoroso distanziamento dei posti assegnati: perchè non tenerli aperti almeno fino alle 18, consentendo proiezioni e rappresentazioni mattutine e pomeridiane? Altrettanto incomprensibile è la chiusura alle 18 di bar e ristoranti, che – come palestre e piscine – avevano investito molte risorse per mettersi in regola coi protocolli di sicurezza.
Il virus circola soprattutto di giorno e i nuovi divieti si concentrano dopo il tramonto (contro il famoso Covid da prima e seconda serata): ma che senso ha? Se fossimo in lockdown, si capirebbe almeno la logica: ciascuno, non potendo uscire né muoversi, se ne starebbe a casa propria “h 24”. Ma senza lockdown né coprifuoco, almeno su scala nazionale (alcune Regioni hanno provveduto per conto proprio, ma fra le 23 e le 24), il governo cosa pensa che faranno gli italiani dopo le 18? Che spariranno nel nulla? No: se ne andranno tutti a casa dopo una giornata passata a scuola o al lavoro a contatto con potenziali positivi e moltiplicheranno le possibilità di contagiare gli altri familiari, soprattutto gli anziani. E molti organizzeranno aperitivi, cene, serate e festicciole fra amici, infischiandosene delle “raccomandazioni” del Dpcm, e proprio nel luogo meno controllabile di tutti: le quattro mura domestiche. Non era meglio lasciare qualche valvola di sfogo serale in locali aperti al pubblico (e ai controlli) che già rispettavano le regole di distanziamento e anti-assembramento, come bar, ristoranti, teatri e cinema, diradando o ritardando così i contatti familiari che (ancora Locatelli) sono “il contesto di trasmissione principale del virus”? E chi sono gli scienziati o i politici fenomeni che hanno suggerito misure tanto irrazionali e forse controproducenti, che fino a tre giorni fa Conte non voleva neppure sentir evocare? A queste domande il premier non ha risposto, anche perchè – non trattandosi di Mes e simili baggianate – nessuno gliele ha poste. Così, forse, ha ripreso il controllo del governo e della maggioranza e ha messo a cuccia per un po’ la canea degli sgovernatori falliti sempre a caccia di un capro espiatorio. Ma è improbabile che abbia ottenuto il risultato più importante per vincere la guerra: convincere i cittadini italiani.

130 anni del Gambrinus, dove Sartre e Marinetti si sedevano per sentire tutti i “sapori” di Napoli

“Speriamo di tornare alla normalità, attendo il presidente Mattarella che quest’anno non è ancora venuto, è un fatto scaramantico”. Intanto si va avanti, con mascherine, igienizzanti e iniziative esorcizzanti: nei giorni scorsi, chi ordinava seduto dalle 9 di sera pagava lo stesso prezzo delle consumazioni al banco. E non si tratta di tavoli qualsiasi: in queste sale si respira la storia di Napoli, d’Italia e internazionale. “Abbiamo superato guerre, terremoti e pestilenze. Riusciremo a sconfiggere anche il coronavirus”: parola di Antonio Sergio, titolare, col fratello Arturo e Massimo Rosati, del Gran Caffè Gambrinus, tra i più blasonati al mondo. Il locale partenopeo, che deve il nome al re delle Fiandre, inventore della birra, sta per festeggiare i suoi primi 130 anni di vita. Venne inaugurato il 3 novembre del 1890, ristrutturato e riformulato a mo’ di incrocio tra café chantant, galleria d’arte e salotto letterario.

La primissima assoluta era andata in scena il 12 maggio del 1860, a ridosso dell’Unità, e la sede era già quella, con affaccio su via Chiaia e in piazza Trieste e Trento. Ma trent’anni dopo sarebbe cominciato tutto un altro spettacolo. Tra affreschi d’autore e velluti rossi, i marmi pregiati e un’atmosfera intrisa di Belle Époque, al Gambrinus si è accomodato nel tempo un impressionante florilegio di scrittori, artisti e filosofi nazionali e dal resto del globo. A partire da Benedetto Croce: quando voleva seminare gli occhiuti gerarchi fascisti, si rintanava lì. Qual migliore nascondiglio delle sale dorate coi “tavolini cioccolata”, tra un babà, una sfogliatella e qualche appunto da prendere al volo?

E sorvoliamo sul passaggio iniziatico della principessa Sissi: all’imperatrice d’Austria, eternata da film e rotocalchi popolari, è tuttora dedicato il suo gusto preferito di gelato, “violetta”. Presto il caffè divenne una tappa fissa del Grand Tour versione novecentesca. Si accendevano mille querelle intellettuali e politiche, e ogni tanto eventi memorabili. Matilde Serao, la grande giornalista-scrittrice, lo cita nel romanzo Il paese di cuccagna e col collega e compagno Edoardo Scarfoglio vi fondò il quotidiano Il Mattino.

Gabriele D’Annunzio era un habitué. Un giorno, per scommessa, vergò tra le sue mura la poesia ‘A vucchella: la musicò il conterraneo Francesco Paolo Tosti, e a sospingerla nel mito la voce di Enrico Caruso.

Oscar Wilde sbarcò nel 1887, dopo la prigionia nel carcere di Reading: rimase a Posillipo (“tregua dal pericolo” in greco) fino al marzo dell’anno successivo, e al Gambrinus era di casa. E che dire del blitz di Filippo Tommaso Marinetti e futuristi vari, che presero a intonare l’Inno Reale ibridato con la musica delle “dame viennesi napoletane”? Jean-Paul Sartre, in libera uscita dai bistrot, scrisse: “Verso sera ero capitato alla terrazza del caffè Gambrinus, davanti a una granita che guardavo malinconicamente mentre si scioglieva nella sua coppa di smalto. Mi domandavo: ma sono a Napoli? Napoli esiste?”.

Tra Covid, assenze e dubbi: a cosa serve una Festa così?

La Festa del Cinema di Roma si chiude oggi, ma Festa non è stata. Ineluttabilmente: la pandemia ha assai condizionato la quindicesima edizione, tra contingentamenti, red carpet deserti e defezioni. Confessa il presidente della Fondazione Cinema per Roma Laura Delli Colli, “abbiamo temuto di non potere andare avanti”. “Mi fermavano per strada: ‘Tanto vi chiudono’”, aggiunge il direttore artistico Antonio Monda, invece si è arrivati alla fine, con una domanda inevasa: ha senso realizzare un festival in queste condizioni?

Per Delli Colli “non è il momento di fare calcoli, abbiamo promosso il cinema e le sale”, per Monda “il bilancio è molto positivo, siamo qui in sicurezza, abbiamo avuto 260 talents, ospiti di prima grandezza, Steve McQueen dal Regno Unito, John Waters dagli Stati Uniti, Thomas Vinterberg e Thom Yorke”. Roma si è potuta fare perché Venezia a settembre ha dimostrato che un festival in epoca Covid è possibile: problema, il 2 settembre i nuovi casi furono 1.326 con sei morti, quando è iniziata la Festa il 15 ottobre sono stati 8.804, con ottantatré decessi, destinati più che a raddoppiarsi in dieci giorni; con questi numeri la Mostra non avrebbe avuto luogo, e dunque nemmeno Roma. Su circa tre milioni di budget la manifestazione capitolina ha destinato circa 150mila euro alle misure anti-Covid: quanti ne sarebbero serviti per tutelare anche la stampa accreditata, assegnando ai giornalisti nelle proiezioni anticipate posti nominali come in quelle per il pubblico? Venezia lo ha giudiziosamente previsto, quanto non sia un optional bensì una misura necessaria per un tracciamento efficace lo dimostra la comunicazione indifferenziata e tardiva (undici giorni dopo) da parte dell’Asl Roma 3 della spettatrice positiva alla proiezione stampa di Lockdown all’italiana il 12 ottobre. Comunque, a chi, a che cosa è utile un festival in queste condizioni? Delli Colli si accredita lo “stare nella città, sul territorio, con attenzione al sociale”, Monda “la sobrietà senza rinunciare alla qualità”, ma il punto è l’incidenza sulla ripartenza del settore: giovedì 23 ottobre il box office ha registrato un – 28% sulla settimana scorsa e non sarà di certo la proiezione di iersera nelle sale italiane generosamente, ehm, concessa dalla Festa al film di chiusura, Che cosa sarà di Francesco Bruni, a invertire la rotta. Che festival e esercizio cinematografico siano vasi sempre meno comunicanti non l’ha decretato la Covid, che l’affitto di cinque sale, il Savoy e l’Europa del circuito My Cityplex di Aurelio De Laurentiis, anziché l’impiego della tradizionale tensostruttura da parte della Festa faccia da volano, be’, preferiamo Monda quando asserisce che “non è compito nostro fare qualcosa per l’industria”.

Unico dato diramato sull’affluenza, l’85% delle sale è stato occupato, quasi come nel 2019, ma a causa del distanziamento è da riferirsi a meno della metà di posti disponibili. Dunque, a che cosa è servita la Festa? Fondamentalmente a vedere dei buoni film, che non sarà un servizio di pubblica utilità, ma non è di certo disprezzabile. Il documentario Time di Garrett Bradley, Un altro giro di Vinterberg e poi, scommessa vinta anche su Venezia, gli esordi italiani: Le Eumenidi di Gipo Fasano e Fortuna di Nicolangelo Gelormini, su tutti. Se Fuori era primavera di Gabriele Salvatores, assente perché positivo al coronavirus, non va oltre la documentazione partecipata del lockdown, per Bruni c’è gloria: Cosa sarà è un dramedy d’ispirazione autobiografica che non fa della malattia focus, ma apertura sul mondo, dalle donne stanche di essere forti agli uomini che si professano fragili. Ottimo il protagonista Kim Rossi Stuart, brave Raffaella Lebboroni, Fotinì Peluso, Lorenza Indovina e Barbara Ronchi, non Andrà tutto bene, titolo originario cassato dal Covid, ma va bene così.

“Corona col mojito in Rai, al poligono con Magalli e la genialità dei Guzzanti”

Carlo Freccero, durante un esame all’università, lo ha apostrofato così: “Lei ha un’età indefinita tra i 10 e i 40 anni”.

Saverio Raimondo di indefinito ha, ancora oggi, solo l’età, e rispetto allo Zelig del suo mito Woody Allen, non prende le forme della vita a seconda di chi frequenta, ma a 36 anni porta se stesso ovunque e sempre, fiero delle sue giacche retrò (“l’abbigliamento degli anziani è il più comodo”), del suo percorso da comico ossessionato dalla comicità (“da bambino ero un comedy-nerd”); della sua vita riservata fuori dai riflettori (“Io in discoteca? Meglio a casa”) e dell’attitudine a guardare in faccia e non nascondersi nei giudizi, neanche quando parla di sé.

Come sta?

Bene nel senso certificato del termine: per lavoro mi sottopongo a continui tamponi e test sierologici.

Fastidioso.

Non tanto, un po’ perché credevo peggio, un po’ perché sono abituato a sentire la mia voce stridula.

È uno dei pochi ad aver trovato spunto dal lockdown. Giusto lei e Renato Zero.

(Scoppia a ridere) Che ho scoperto essere un mio fan: un anno fa mi ha fermato per dirmelo, quando sono io a seguirlo da ben prima che iniziassi questa vita.

Stupito.

Sì, soprattutto che mi abbia inquadrato come Saverio Raimondo e non come Luigi Di Maio.

C’è somiglianza.

Purtroppo sì, e l’equivoco capita pure quando indosso la mascherina; (breve silenzio) in certi casi, per fugare i dubbi, declamo i congiuntivi.

Insomma, ispirato.

La mia comicità nasce dal disagio, trae ispirazione dagli sbagli, dagli errori; in una situazione del genere ci sguazzo, con l’amplificazione del mio pessimismo atavico.

Pure pessimista.

La pandemia rientra alla perfezione nel tipo di narrazione che normalmente si scatena nella mia testa; però vengo da una fase di difficoltà, soprattutto dopo lo sbarco sul canale Netflix.

Cioè?

Alla fine temevo di aver esaurito un percorso, avevo voglia di cambiare, e così ho deciso di ‘sporcarmi le mani’, mi raccomando tra virgolette, con i miei interventi a Porta a Porta; forse la situazione più sbagliata per un comico, e proprio perché sbagliata la rivendico.

Tradotto.

Il comico deve cercare l’errore.

Come va con Vespa?

Da lui mi aspettavo un atteggiamento censorio, invece ho scoperto una persona con un’ironia insospettabile.

Alt: Vespa è ironico?

Televisivamente parlando è una spalla incredibile, e chiosa i miei interventi con battute che sono più divertenti delle mie.

Lei è del 1984, ma non sembra…

Più vecchio o più giovane?

Maturo.

In effetti Freccero aveva ragione.

Un aspetto positivo di questa situazione da Covid.

La scomparsa del pubblico dalle trasmissioni: prima o non serviva niente, come nei talk show o a Chi l’ha visto?, oppure applaudiva e rideva in situazioni non interessanti né tantomeno comiche.

Ha il virologo preferito?

Sì, quello che non va in televisione; sono un grande estimatore della scienza, e quella che in questi mesi è apparsa in video non ha mostrato il meglio di se stessa; la scienza ha il dovere di studiare e di apparire solo dopo aver acquisito dei risultati; avrei puntato più su comunicatori come Piero Angela, colui che sta tra la sfera scientifica e quella mediatica.

Si è dichiarato privo di mitomania.

Mi hanno salvato narcisismo ed egocentrismo, e poi la mitomania viaggia più sui social, e lo vedi con tutti questi influencer che corrono a dichiararsi contagiati. Oramai è una forma di status symbol, con il sottinteso: se l’ho preso io può capitare a tutti.

La mitomania l’ha toccata quando è andato a Sanremo?

Il Festival è lo specchio di chi siamo, è la metafora della nostra inadeguatezza: il più grande evento italiano viene organizzato in un paese di provincia, isolato, mal collegato, all’interno di un teatro che è poco più grande di una struttura parrocchiale.

Con quanto si è diplomato e laureato?

98 o 99 alla maturità, e 110 e lode all’università con una tesi sull’analisi dei film.

Si è applicato…

Sono vecchia scuola, e penso sia fondamentale studiare e approfondire, ma se ho studiato e approfondito è solo perché certi argomenti mi ossessionavano.

In particolare?

La comicità è la mia ossessione, sono da sempre un comedy-nerd, e questa pulsione non nasce come necessità intellettuale, ma quasi viscerale.

Partita da quando?

Da piccolissimo con Charlot e Fantozzi, poi a 14 anni ho scoperto Woody Allen ed è stata la fine: sono arrivato ad amare anche To Rome with Love, con Benigni lasciato a via Veneto, disperato in mutande; forse, involontariamente, è la metafora del Benigni degli ultimi anni.

Il suo primo pubblico.

La classe delle elementari: incitato dalla suora organizzavo spettacoli con le marionette: anche lei non tarpava questa necessità di narcisismo. Poi sono andato avanti, medie e superiori, dove riuscivo pure a imitare i professori; (sorride) da quando mi è mutata la voce, così stridula, le imitazioni sono diventate impossibili.

A 18 anni è con la Dandini.

Sì, ma niente di epico.

Neanche storico?

Semplicemente ho partecipato a un provino, e senza alcuna esperienza: mi sono presentato con l’incoscienza del 18enne, e mi hanno preso per collaborare ai testi della sua trasmissione.

Emozionato?

Il mio problema e la mia risorsa è che ancora oggi mi emoziono, e me ne rendo conto dalla salivazione e dalla tremarella, ed entrambe convivono con il mio livello narcisistico.

A 18 anni cosa ha scoperto della tv.

Per fortuna è stata un’esperienza deludente, mi ha disilluso, ha ridimensionato le aspettative, e per questo ne sono grato.

Disilluso da cosa?

Uno parte con la mitomania dell’adolescente, convinto di spaccare il mondo, al contrario non accade, come giusto, e scatta il compromesso: compromettersi è fondamentale, e non sempre è fattore negativo.

È necessario sapere chi si è per poi non perdersi.

Fondamentale, e serve a decidere i confini della compromissione per poi uscirne non compromessi.

Lì ha conosciuto Corrado Guzzanti.

Con lui ho lavorato nella serie Dov’è Mario?: lui è una comedy legend; (ci pensa) sono stato fortunato, perché Woody Allen racconta che quando ha incontrato il suo mito, Groucho Marx, ha scoperto che non era molto diverso da suo zio; al contrario, quando ho conosciuto Corrado, ho capito che era esattamente Corrado Guzzanti: una persona speciale, e speciali sono le sorelle Sabina e Caterina.

Ha lavorato con loro.

Talenti enormi, e diversi, con in comune un’istintività invidiabile. Io le situazioni le devo macerare a lungo.

Si è dichiarato asociale e sociopatico per scelta.

È vero, sono più intimista che individualista: le persone mi piacciono singolarmente, non amo gli assembramenti; (ci pensa) sono molto riservato, compreso con i social: per me sono una vetrina per il lavoro non uno strumento per la cronaca della mia vita.

A tavola con gli amici, qual è il suo ruolo?

Non sono un buontempone, non sono l’anima della festa.

Chi paga il conto?

Istintivamente, io.

Da ragazzo, discoteche, locali…

Troppo impacciato, e un po’ non mi invitavano e un po’ non li andavo a cercare, ci sarei stato a disagio; (sorride) i contesti sbagliati li cerco solo professionalmente perché divertenti, mentre umanamente preferisco restare a casa. (ci pensa ancora) In definitiva sono da sempre un borghese piccolo piccolo, anche nel senso fisico del termine.

Perennemente in giacca.

Sono l’indumento più comodo e gli anziani hanno capito tutto: il loro stile è perfetto, mentre il jeans più è alla moda e più è scomodo; con i pantaloni d’anziano può avere un’erezione e passare inosservato.

Dipende dalle dimensioni.

Io li porto molto larghi.

In un suo programma Magalli ha sparato all’immagine di una volpe…

(Ride) Ha fatto tutto da solo. L’ho portato in un poligono per esplorare il suo lato cattivo e un po’ cinico e ho scoperto che è un vero tiratore, uno che sa usare un’arma; così gli ho proposto una serie di obiettivi, e ha mirato subito all’immagine della volpe. Ora non so se era riferito ad altro (Magalli polemizza da anni con Adriana Volpe, sua ex partner nel programma di Rai2).

Nel suo curriculum c’è Belén.

Ed è identica a come appare; in trasmissione non portava il reggiseno, ed era evidente dalle trasparenze, ma non ne aveva bisogno: ingegneristicamente parlando sarebbe stato superfluo; e poi non mangiava mai, a parte dei ghiaccioli.

E basta.

Parla poco, interagisce meno; mi ricordo più di Fabrizio Corona: durante il programma arrivava in Rai e girava gli studi scalzo e con in mano un mojito. Eppure erano le due del pomeriggio.

Personaggio, sempre.

Forse voleva dimostrare un certo senso di potere, trasmettere il ‘qui sono a casa mia’; in realtà il mio senso da piccolo borghese era allarmato solo dalle possibili verruche.

L’ha mai spiazzata un ospite?

Con Elettra Lamborghini: è assolutamente aliena, qualunque domanda le rivolgessi, era certa di aver capito, e invece rispondeva a caso, con un risultato esilarante; poi Fabio Volo: era convinto di una mia imboscata e si presentò in trasmissione tesissimo, per poi scusarsi il giorno dopo.

Un ospite che davanti alla telecamera è cambiato.

Forse proprio io.

Si riguarda?

Sì, ed è sempre un’esperienza devastante perché noto solo gli errori; con me le critiche non sono costruttive perché già le conosco, mentre imparo dai complimenti.

Lei in un reality.

Non sarei giusto: lì c’è bisogno dell’esibizionista che non ha niente da esibire. E poi sarei noioso.

Davanti a una cifra iperbolica?

(Pausa) I soldi sono sempre i soldi, ma contrariamente alla mia etica economica, confermerei la rinuncia.

Un vizio.

A parte il fumo, la droga e il gioco d’azzardo, credo di averli tutti.

Personaggio letterario preferito.

Portnoy di Roth per la sua spudorata confessione e la libido sfrenata.

Legge l’oroscopo?

No, avrei paura di scoprire che ha ragione.

Gioca alla lotteria?

Già la tombola è un azzardo.

Chi è lei?

(Per la prima volta resta a lungo in silenzio. Prende fiato. Sospira. Si ripete la domanda) Un lavoratore, ma nel vecchio senso del termine: per fare qualcosa, tu mi devi dare dei soldi, non dei follower.

Poltrone, Twitter & C. Carletto ora gioca al capriccio Capitale

Svegliandosi nel caro letto sempre dopo l’onesto villan, il fabbro e la sonante officina, il giovin signore Carlo Calenda chiamò le cucine per il caffè, si concesse un minutino alla doccia, accese twitter, guardò l’ora, ed era solo mezzogiorno. Che fare? Vendere Ferrari negli Emirati arabi l’aveva già fatto. Visitato il mondo, l’aveva visitato con delegazioni d’alto rango. Persino in Confindustria aveva navigato per quattro lunghi anni all’ombra di Luca Cordero di Montezemolo (“che non è un transatlantico” come scrisse un giorno il dispettoso Fortebraccio). E per una manciata di stagioni era pure stato al governo della Repubblica, un mordi e fuggi a velocità psicotropa con Letta junior, Renzi figlio, Gentiloni senior. E ora? Brillò intorno all’ora indolente dell’aperitivo la nuova idea: e candidarsi a sindaco di Roma, perché no?

Così andò il giorno in cui Carletto – per noia e per ennesimo capriccio – si fabbricò in terrazza il nuovo giocattolo della candidatura Capitale. È vero, sino al giorno prima aveva detto cento volte il contrario, “Io sindaco di Roma? Neanche morto, sarei un cialtrone!”. Ma che importa? Tutti in politica disdicono tutto, nessuno scaglia mai la prima pietra, e poi ci si ritrova fraternamente a cena. Lui cucina benissimo. E visto che in corsa per il Campidoglio l’allegra sinistra Dem schiera “i soliti sette nani”, capaci al massimo di un uovo sodo, lui sarebbe diventato Biancaneve in proprio.

In quanto al programma ne aveva uno già pronto, con cuciture rifinite a mano: “Dare rappresentanza al pragmatismo”. E poi? “Decoro urbano, rilancio delle periferie”. E addirittura: “Praticare il buon governo”. A differenza di tutti gli altri che, a suo modo di vedere, promettono il contrario. Fatto il programma, restano le alleanze risolte in una frase: “Il Pd si accontenti”.

L’irrequietezza barba/senza barba

Calenda nasce nella nostalgia onomastica del quartiere africano, anno 1973, che è buona borghesia romana orfana d’impero, ma di urbane maniere a differenza degli arricchiti dei Parioli. Gli scorre il sangue blu della nonna, una Grifeo di Partanna che è nobiltà siciliana, la spensieratezza del padre Fabio, economista non del tutto avveduto, visto che si è fatto fregare il gruzzolo dal celebre truffatore detto il Madoff dei Parioli, e l’estro creativo di sua madre, Cristina Comencini, figlia del grande regista Luigi e regista in proprio. Un mix che lo rende irrequieto anche nella cangiante estetica: magro, grasso, con barba, senza barba, con cravatta, in Lacoste, ma anche in costume da bagno con l’ombelico all’aria e il cigno sullo sfondo.

Il temperamento temerario lo mette in mostra presto, a 16 anni, quando fa il guaio con la segretaria del patrigno, diventa padre affettuoso, smette di frequentare il liceo Mamiani per dedicarsi ai pannolini e a qualche recriminazione di famiglia, all’epoca ancora di estrema sinistra, libertaria, ma a tutto c’è un limite. A risarcimento della nuova vita, si mette in spalla quella vecchia, diplomandosi da privatista per poi iscriversi a Giurisprudenza, fino alla laurea. Per il futuro della bimba, battezzata Tay, vende assicurazioni. Almeno fino al giorno in cui lo adotta professionalmente Luca Cordero che gli fa girare mezzo mondo con il listino delle Ferrari in tasca. È un buon venditore. Addirittura un mastino nelle trattative. Al punto che lo chiama Murdoch, l’imperatore di Sky Mondo, per vendere diritti televisivi in Europa. Ma sentendosi destinato ad alte imprese, si stufa presto. Torna accanto al suo mentore, LCDM, diventato nel frattempo presidente di Confindustria (sì, è successo anche questo nell’anno 2004 dell’era berlusconiana), addetto ai suoi discorsi, tra una trattativa e l’altra, ma anche ai suoi pensieri che saranno l’argenteria del think tank di Italia Futura.

Quando Silvio B manda definitivamente in malora l’Italia e compare il loden salvifico di Mario Monti, Carlo ha una nuova agnizione: finalmente la competenza del grand commis bocconiano invece delle chiacchiere frou-frou della futura Italia. Entra in Scelta civica che è un po’ il Circolo della caccia della politica, in compagnia di Ilaria Borletti Buitoni, Stefania Giannini e altri riccastri. Avventura purtroppo rimasta incompresa. Appena trombato alle elezioni, dichiara: “All’origine del nostro fallimento è la troppa retorica sulla superiorità della società civile”. Per questo si ributta in quella politica, stavolta accomodandosi nel partito democratico che gentilmente lo riaccoglie quando dice: “Ho sempre votato Pd”.

Tra seggi e stipendi alza polvere di talk

Va tre volte al governo in tre governi, sottosegretario allo Sviluppo economico, almeno fino alle dimissioni della titolare, il ministro Federica Guidi, di cui resta memorabile solo la telefonata intercettata col fidanzato faccendiere: “Non puoi trattarmi come una sguattera del Guatemala”. È l’anno 2016. Si occupa di più o meno 150 crisi industriali, dalla ex Ilva a Alitalia, alza polvere e parole. Specialmente nei talk televisivi e sui social che dopo l’equitazione sono diventati il suo sport preferito. Rimasto senza incarichi negli ultimi due governi, si è fatto eleggere in Europa dai Dem. E appena eletto, con seggio e stipendio, li ha mollati per fondare il suo nuovissimo partito Azione. Ringraziamenti alla società politica? Nessuno. “Renzi e Zingaretti sono riformisti rammolliti”. A Di Maio “non affiderei un bar”. Conte “è un avvocato di provincia capitato lì per caso”. Gli italiani sono “inconsapevoli”, anzi “ignoranti”. E “la mia soluzione ardimentosa è far loro dei corsi sulla complessità”.

Probabile che avendo perso ogni principio di realtà, Calenda si vada disponendo all’astio permanente. I Dem forse stavolta l’hanno capita: “Carlo è incompatibile con tutti quelli che non sono lui”, dixit Goffredo Bettini, il guru. E il dettaglio che Giuliano Ferrara, Emma Bonino, Piero Fassino gli augurino ogni fortuna da incoronare in Campidoglio, è il sigillo della sua prossima sconfitta. La accoglierà con un sospiro di compatimento per Roma di nuovo orfana e i romani che si sveglieranno all’alba, proprio mentre lui andrà a coricarsi.

Bottini nel “cuore” del nonno

L’esordio di Carlo Calenda è nel 1984, all’età di 11 anni, quando lavora nello sceneggiato televisivo “Cuore”, diretto dal nonno Luigi Comencini, in cui interpreta lo scolaro protagonista Enrico Bottini. Poi l’altra carriera: le aziende prima, la politica poi. Viceministro dello sviluppo economico nei governi Letta e Renzi ed in seguito ministro dello sviluppo economico nei governi Renzi e Gentiloni

Gag, l’arte è rubarle contro i finti sceriffi. Viva la merda nera!

Cinna si atteggia a povero; e lo è. (Marziale, I sec. d.C.)

Può sembrare un idiota e parlare come un idiota, ma non fatevi ingannare: è davvero un idiota.(Groucho Marx, Duck Soup, sceneggiatura di Kalmar,Ruby, Sheekman & Perrin, 1933)

In tutte le epoche, la comicità è in debito con quella precedente, da cui deriva forma, sostanza e metodi: Larry Gelbart, Giraudoux, Kleist, Goldoni, Molière e Shakespeare, per esempio, hanno copiato Plauto, che a sua volta innovò il genere copiando Menandro e altri commediografi greci attraverso il procedimento, detto contaminatio, di interpolare scene e battute prese da canovacci diversi. “La tradizione comica è apocrifa per definizione… La verità sta in chi la mette in scena, nella voce e nei gesti di chi la racconta” (Malerba, 2018). La pratica principe dei commediografi (il riutilizzo di materiali precedenti) raggiunse l’apoteosi con la Commedia dell’arte, il cui mestiere esigeva un bagaglio incredibile di situazioni, dialoghi, gag e tiritere delle quali gli attori comici si servivano al momento giusto con tempismo, dando l’impressione di improvvisare all’istante. I materiali venivano “adattati a situazioni diverse, o addirittura ribaltati, o recitati a incastro in dialogo” (Fo, 1987). Nel 1947, Strehler mise in scena per la prima volta “Arlecchino servitore di due padroni” (Goldoni, 1745) usando soggetti di repertorio e gag rubate ai clown: oggi è lo spettacolo italiano più rappresentato nel mondo. Scrive Fo (1987): “Io dichiaro sempre di essere un gran ladro: rubo soluzioni e trovate da chicchessia.” La pratica teatrale non conosce remore poiché ha come unico interesse la soddisfazione del pubblico: per una versione dell’Amleto, Richard Burbage (primo attore della compagnia per la quale Shakespeare scriveva le sue opere) riscrisse la sua parte rubando frasi da altre tragedie. Non solo di Shakespeare.

Risalire alle molteplici ispirazioni di un’operaè lavoro da filologi, esperti di intertestualità. Stigmatizzare citazioni e plagi, invece, è tipico dell’ignorante, quando non si tratta di malafede; come se non bastasse, quello si accontenta della prima corrispondenza fra un testo e un ipotesto per mettersi subito la stella di sceriffo e organizzare una posse che dia la caccia al bandito; e dato che la madre dei cretini si sa che fa, l’autoproclamato tutore della legge trova facilmente la masnada che lo aiuta nell’impresa.

Credere che possa esistere un joke “originale” è una forma di purismo. Invocare l’originalità è uno dei modi di dissimulare la presenza del nostro desiderio emulativo, la forza sociale più potente, di cui più ci vergogniamo, e che facciamo di tutto per nascondere (Girard, 1961): più il desiderio emulativo è forte, più si è intransigenti sul rispetto dell’originalità. In realtà, ogni joke fa scattare la risata grazie alla figura retorica che lo informa; e dato che non esistono figure retoriche “originali”, il joke “originale”, il joke Omega, è solo una chimera. Ogni gag nasce da una gag precedente, e il suo stemma è molto più appassionante di un linciaggio, ma richiede, oltre a una certa cultura, tempo e pazienza. A volte ti attendono scoperte deliziose. Per esempio, la celeberrima routine di Emo Philips che termina con la battuta “Ahh, muori, eretico!” è la rielaborazione di una vecchia gag di Jonathan Winters, in cui un fuorilegge si arrende a padre Duffy. Padre Duffy: “Sono felice che ti sei pentito e consegnato alla giustizia. Dammi la pistola.” Gliela prende. “A proposito: tu sei cattolico, vero?” Il fuorilegge: “No, padre. Sono luterano.” E padre Duffy gli spara. Allo stesso modo, il famoso joke di Schimmel che, preso dal panico, telefona a suo padre per dirgli: “Babbo, non ci crederai, ho appena fatto una merda ed è nera!”, e suo padre replica: “Bob, non ci crederai, ma sono in una riunione d’affari e tu sei sul vivavoce”, non è che la modificazione scurrile di una gag di Geo McManus del 1942, dove Petronilla nasconde Arcibaldo, mezzo svestito, nello sgabuzzino, ma è una porta che dà nel salone pieno di invitati. Ed ecco come altri tre comici famosi giocano con l’idea buffa “figli con nome strano”:

Louis C.K. (2005): Amo mia figlia. Ci sono un sacco di responsabilità cui non pensi mai. Tipo, devi dare un nome a tua figlia. Già questa è un’impresa. Sapete cosa mi sorprende? Che puoi dare a tua figlia il nome che vuoi. Non è incredibile? Non ci sono leggi. Dovrebbero essercene un paio. Nessuna. Puoi letteralmente chiamare tuo figlio come vuoi. Potresti dargli un nome senza vocali, se ti va. Tipo Psnsndltn. O Ffffffffffffffffffffffffffffff. Quaranta F, questo è il suo nome. “Ffffffffffffffffffffffffffffff, va’ a pulire la tua camera.” C’è chi chiama i suoi figli Sunshine o Battery o altro. A me piacerebbe chiamare un mio figlio come un’intera frase, tipo “Signore e Signori”. Sarebbe un nome figo. “Questo è mio figlio, Signore e Signori.” E quando fa i capricci, potrei dire: “Signore e Signori! Per favore!”

Dane Cook (2005):Mi piacerebbe avere dei figli. Ci sto pensando. Ne vorrei diciannove. Credo che dargli un nome sarà divertente. Qualunque nome ti venga in mente, è eccitante. Lo decidete insieme. “Ti piacerebbe chiamarlo…?” “Nooo, non mi piace.” “Ok.” È come un gioco, provi e… Ho già scelto dei nomi. Il primo figlio – bambino, bambina, non m’importa – il primo che esce lo chiamo Rhrhrhh. Penso sia bello. È femminile, ma allo stesso tempo energico. “Ora di fare la nanna, Rhrhrhh. Ho detto che è ora di fare la nanna, Rhrhrhh!!! Niente biscotti, Rhrhrhh!!! La solita Rhrhrhh! Papà è al telefono, Rhrhrhh… Papà è al telefono!”

Steve Martin (1978):Molta gente mi chiede se Steve Martin sia il mio vero nome. Se l’ho cambiato per lo show business o cose del genere. E oggi non mi vergogno di ammetterlo: avevo un nome buffo, prima dello show business. Ma credo sia passato abbastanza tempo, e oggi il pubblico è più sofisticato e non riderà del mio vero nome. Il mio vero nome è Bibadabidibadabidi. I miei avevano il senso dell’umorismo. Mia sorella si chiama Hilhilhilhil. Mia mamma usciva a chiamarci per la cena e diceva: “Bibadabididababidi, Hilhilhilhil!” Riuscivo a stare in giro parecchio.

Insomma, di ogni precedente è sempre saggio presumere un precedente: da millenni, nell’arte comica, una stessa idea buffa porta ad appropriazioni e varianti, consapevoli e no. In una lettera pubblicata su Il Settebello (n. 273, 1939), Cesare Zavattini scrive di un suo soggetto inedito (L’uccellino in famiglia) in cui Nicolò Carosio, invitato a casa De Bartolis, durante un grande litigio collettivo apre la finestra e si mette a fare la cronaca della lite come se si trattasse di una partita di calcio. Nel film Bananas (1971), Howard Cosell fa la telecronaca della prima notte di nozze di Fielding Mellish (Woody Allen) come se si trattasse di un evento sportivo.

(27. Continua)

Oltre il Covid è emergenza aborti

Le donne polacche non sembrano volersi arrendere alla recente decisione della Corte Suprema che di fatto rende impossibile il ricorso all’aborto. Per la seconda notte di fila in molte cittá della Polonia attiviste e semplici cittadine indignate hanno sfidato il lockdown – imposto per bloccare l’esponenziale diffusione del Covid che ha infettato anche il presidente Andrzej Duda – e la polizia in assetto antisommossa innalzando cartelli con le scritte : “È una guerra” , “Hai le mani sporche di sangue”, riferendosi al primo ministro Jaroslaw Kaczynski. A proposito di Covid: la Polonia ha registrato ieri 13.628 nuovi casi di contagio e 179 nuovi decessi, un numero record di morti in un solo giorno dall’inizio della pandemia; 11.500 pazienti sono ricoverati in ospedale, e 911 di loro sono trattati con respiratori, secondo i dati forniti dal ministero della Salute. Tornando alla protesta, gli agenti non hanno esitato a sparare gas lacrimogeni e a usare il manganello quando le manifestanti si sono avvicinate alla residenza di Varsavia dell’ultracattolico Kaczynski, leader del Partito di governo “Legge e Giustizia” ( PiS) che ha voluto a tutti i costi le restrizioni introdotte dal Tribunale Supremo oggi formato da giudici scelti proprio dal PiS. Giovedì scorso i magistrati hanno emesso una sentenza in cui si vietano quasi tutte le tipologie di aborto con eccezione solo per i casi di stupro, incesto o quando la gravidanza mette a rischio la salute della donna. La rabbia delle manifestanti è esplosa perché è un dato di fatto che nella cattolicissima Polonia la quasi totalità degli aborti finora effettuati è stata causata dalla scoperta di malformazioni del feto: l’anno scorso si è arrivati al 98 per cento. Eppure la Polonia aveva già una delle leggi più severe di tutta l’Unione europea, tanto che se ogni anno vengono realizzate meno di 2.000 interruzioni di gravidanza legali, arrivano fino a 200.000 gli aborti eseguiti illegalmente o all’estero con tutte le conseguenze che ne derivano. Ma perché la legge è cambiata? Ufficialmente perchè la Corte Costituzionale ha riscontrato che la legislazione che consente l’aborto di feti malformati è “incompatibile” con la Costituzione. In realtá il supremo Tribunale ha obbedito, mostrando la scomparsa dell’indipendenza della magistratura dall’esecutivo, ai desiderata dei parlamentari del PiS che l’anno scorso avevano lanciato una sfida legale in proposito.

Come ovvio, la Chiesa ha applaudito la decisione. L’arcivescovo Stanislaw Gadecki, capo della Conferenza episcopale polacca, e la presidenza polacca hanno entrambi salutato con giubilo la sentenza. I sondaggi suggeriscono però che la maggioranza dei polacchi è contraria all’inasprimento della legge sull’aborto.

“È la Costituzione di Pinochet: ora il popolo deve cambiarla”

“Sono molto in ansia anche se tutti pensano che il ‘Sì’ al referendum sarà altissimo. Negli ultimi giorni si sono moltiplicati gli attentati, hanno bruciato le chiese: ho vissuto 15 anni in Italia, so che c’è sempre una zona grigia che produce atti intimidatori. Ci siamo già passati”.

Jorge Coulón è uno dei membri storici degli Inti-Illimani, il gruppo musicale sfuggito al golpe di Augusto Pinochet del 1973 grazie alla tournée in Italia, dove rimasero esuli. Ora vive di nuovo a Santiago e ha partecipato alla rivolta che ha portato al referendum per una nuova Costituzione.

Timori a parte, c’è una svolta dopo 40 anni.

Finalmente si apre un piccolo spiraglio per completare l’eterna transizione.

Che aria si respira?

C’è un’aspettativa positiva. La gente è molto indignata. Abbiamo subito soprusi in tutti i campi. Santiago del Cile è una città in cui i ricchi vivono meglio che in Svizzera e i poveri come in Bangladesh. I politici non capiscono perché ci sia violenza e frustrazione. Loro stanno benissimo.

Come mai la classe dirigente ha accettato il referendum?

Perché la gente ha messo a soqquadro il Paese.

Non è la prima volta.

Al governo pensavano che la rivolta iniziata il 18 ottobre dell’anno scorso passasse come le altre. Invece il 14 novembre, quasi un mese dopo, il malcontento montava e allora hanno detto ‘o spariamo o facciamo qualcosa’.

La prima domanda sulla scheda è se si ‘approva’ il cambiamento della Costituzione. La seconda chiede a chi si vuole affidare la stesura della Carta: a un’assemblea o consiglio di eletti dal popolo, o a un consiglio misto anche di designati dal Parlamento. Lei quale preferisce?

Quella degli eletti. Abbiamo un parlamento che è come un imbunche: un pupazzo fatto di pezzi diversi.

A detta degli analisti, la prima cosa da cambiare è il presidenzialismo.

Il Cile è stato sempre presidenzialista anche con la Costituzione del ’25, ma mai così. Il Parlamento non può proporre leggi se non quelle che non prevedano spese. Solo l’esecutivo e il presidente possono. La Costituzione di Pinochet è fatta per avere il pinochetismo senza Pinochet.

Come è stato ritrovarsi in piazza?

Ci siamo mischiati ai giovani. Poi il 10 dicembre, Giornata dei diritti umani, i familiari dei desaparecidos hanno organizzato un tributo e assieme ai lavoratori del rame abbiamo messo su un camion e partecipato a quello che è diventato uno dei punti più alti della protesta in piazza Italia. É stato impressionante.

Come vi sentite da ex esuli tra i giovani che protestano per il cambiamento?

Per me è molto importante che le canzoni cantate dalla nuova generazione in strada siano le nostre, quelle di Victor Jara, di Violeta Parra, quelle di prima del golpe. Questi giovani avevano bisogno di ricostruire il ponte con la storia del Cile, mentre i media e gli analisti volevano farla sembrare la rivolta di un Paese diverso, di un Paese ricco a disagio con la sua ricchezza. Questo non è un movimento nuovo, è il movimento che ha portato al governo Allende. La sua uccisione, i crimini della dittatura, i desaparecidos erano lì e cercavano una continuità storica. E noi non siamo un reperto archeologico. Facciamo parte del movimento, i ragazzi ci seguono e si identificano in ciò che facciamo e viceversa. Le persone della nostra età dicono “ai nostri tempi”. Questi sono anche i miei tempi. Ci sentivamo creditori di un risarcimento storico.

Se vince il ‘Sì’ si avvia una stagione di riforme.

La vedo difficile. In Cile ci sono quelli che chiamiamo i ‘poteri reali’: non si vedono, ma sono un fatto, una realtà, e lavoreranno prima per cercare di avere più del 30% dell’assemblea per opporsi alle riforme e poi perché il Cile cambi il meno possibile.

Anche Borat fa arrabbiare Mr. Trump: “È un verme”

“Non sono un fan di Sacha Baron Cohen, anni fa tentò di raggirarmi, è un impostore, non lo trovo divertente, per me è un verme”. Donald Trump a bordo dell’Air Force One ne dice di tutti i colori dell’attore britannico divenuto celebre nei panni di Borat, giornalista kazako. Il sequel del film di successo del 2006 coinvolge l’avvocato del magnate presidente, Rudy Giuliani, colto sdraiato su un letto in presenza di una ‘giornalista’, in realtà un’attrice che simulava un’intervista. La scena è stata girata in una stanza di un hotel nell’Upper East Side. La ‘giornalista’ è Maria Bakalova, 24 anni; alla fine del dialogo toglie a Giuliani il microfono dal bavero della giacca. L’ex sindaco le chiede il numero di telefono, la telecamera lo inquadra steso su un letto mentre si mette le mani dentro i pantaloni. Gesto inequivocabile, e a quel punto entra nella camera Borat gridando: “Lei ha 15 anni. È troppo vecchia per te!”. L’episodio in realtà risale ai primi giorni di luglio; lo stesso ex procuratore di New York e attuale avvocato di Trump raccontò al New York Post di aver chiamato la polizia per denunciare l’irruzione: “Era un tipo vestito come un trans. “Bikini rosa, con pizzo, sotto un top translucido. Aveva la barba, gambe nude e non era quello che definirei attraente”, Solo dopo Giuliani avrebbe capito che si trattava dell’attore Cohen nei panni di Borat. Il legale dice che non faceva nulla di male: “Stavo sistemandomi dopo avere tolto il microfono per la registrazione… Mai prima, durante o dopo l’intervista mi sono comportato in modo inappropriato. Se Baron Cohen sottintende il contrario, sta mentendo spudoratamente”.

Capitolo elezioni: il presidente ieri ha votato a West Palm Beach, Florida, vicino alla sua residenza di Mar-a-Lago, recandosi al seggio da solo perché Melania non si è ancora rimessa: ali di folla lo hanno salutato. È la prima volta che Trump vota in Florida: prima lo faceva a New York, ma l’anno scorso ha cambiato residenza. “Sono all’antica, immagino”, ha risposto, a chi gli chiedeva perché non votasse per posta; quella è una modalità che lui associa a brogli. Il suo vice Mike Pence ha votato, pure di persona, nell’Indiana. Trump è uno degli oltre 53 milioni di elettori che hanno già espresso la loro preferenza: un dato che, per lo Us Elections Project, prelude a un’affluenza record di circa 150 milioni di votanti, due terzi degli aventi diritto, la percentuale più alta dal 1908; nel 2016, gli elettori furono 137,5 milioni.