Le sevizie nei lager di Kim. “Non detenuti, ma animali”

“Venivamo trattati peggio degli animali ed è quello che siamo finiti per diventare”. Yoon Young Cheol lavorava per il governo nordcoreano al confine con la Cina, quando a 30 anni è stato arrestato dalla Bowibu, la “polizia segreta” di Pyongyang. “Ho chiesto per giorni e giorni: Perché? Perché sono stato arrestato?”. Che fosse stato accusato di spionaggio lo ha saputo dopo settimane di percosse. Dopo sei mesi i poliziotti hanno concluso che non era un agente segreto, ma è cominciata un’altra indagine fasulla a suo carico: su contrabbando di oro ed erbe mediche che non aveva mai commesso, un’accusa che lo ha costretto ad un processo sommario a cui è seguita una sentenza a cinque anni di reclusione in un campo di lavoro. È stata questa la sua vita prima che riuscisse a scappare e raccontare, insieme ad altri fuggitivi, la sua storia a Human Rights Watch.

Nelle carceri nordcoreane la tortura è così costante da essere “rituale”, gli assalti sessuali assidui, le umiliazioni continue. Gli uomini vengono sempre picchiati, le donne spesso violentate. Alla commerciante Kim Sun Young, 50 anni, è successo prima durante l’interrogatorio, poi in cella: “È stato impossibile ribellarsi”. A pronunciare più volte la parola coreana komun, tortura, sono stati 15 donne, 7 uomini e 8 ex ufficiali che si sono aggirati spesso per celle e uffici del dipartimento giudiziario di Pyongyang. Le loro testimonianze sono state raccolte in un impietoso report di 88 pagine sulle Kuryujang, i gulag del regime di Kim Jong-un, dove si viene divorati dall’arbitrio degli uomini del Comitato e Ministero per la sicurezza, che agiscono nel totale abuso di potere. Nel “sistema arbitrario, violento, crudele in cui vivono in costante paura, il processo è irrilevante, la colpa presupposta e l’unica via per sottrarsi è quella delle tangenti” ha descritto il direttore del dipartimento Asia dell’ong, Brad Adams. In prigione uomini e donne diventano numeri senza nome e con le cifre si rivolgono a loro i secondini. In buchi stretti senza bagno e sapone, rimangono ammassati decine di prigionieri: senza coperte, a volte senza vestiti, anche d’inverno. In altri casi senza nemmeno un motivo apparente che possa giustificarne la detenzione.

Senza cibo: gli unici che riuscivano ad averlo, raccontano i sopravvissuti, erano quelli con le famiglie capaci di corrompere le divise. Lim Ok Kyung, il cui marito è membro del Partito dei Lavoratori, ha ricevuto una sentenza meno dura degli altri ed è stata confinata a Ryanggang, dove per cinque giorni in carcere è stata costretta a rimanere in piedi ininterrottamente. Alcuni sono stati obbligati a rimanere a testa in giù e con le mani sul pavimento solo per aver incrociato lo sguardo del carceriere: “non dovevamo guardare negli occhi gli ufficiali, eravamo considerati inferiori” ha raccontato un ex soldato scappato nel 2017. Lo conferma Park Ji Cheol: “Per punizione dovevamo allungare le braccia tra le sbarre per terra e loro ci camminavano avanti e indietro sopra, con gli stivali”. I fuggitivi, che hanno abbandonato la Nord Corea dopo il 2011, anno in cui Kim ha instaurato il suo dominio sugli apparati, raccontano che i processi equi sono una chimera e a volte non esistono neppure. Anche durante indagini ed interrogatori preliminari, ha confessato una guardia, “usiamo bastoni, calci o semplicemente le nostre mani per estorcere le confessioni, oppure leghiamo le nostre cinture al collo dei sospetti per farli correre come cani”. A volte, “stringendo le manette intorno ai pugni”, colpivano teste finché non diventavano fontane di sangue. Le testimonianze hanno fatto di nuovo eco nello sconcerto, però formale e immobile, dell’Onu: poco è stato fatto dal 2014, quando la commissione d’inchiesta accusò di “crimini contro l’umanità” il regime di Pyongyang, ora nuovamente tacciato di violazione sistemica e diffusa dei diritti umani, di omicidi extragiudiziali e di gestire una rete di gulag per prigionieri politici. Le uniche lacrime versate sono quelle del dittatore. “Scusate. Non sono stato capace di ripagare la vostra fiducia”: ha detto al popolo durante il 75° anniversario del partito, tra applausi e osanna del suo esercito in coro.

Calcio e poltrone: Uva lascia la Uefa con 4 mesi di anticipo

Nei prossimi giorni, probabilmente lunedì 26, Michele Uva si dimetterà da vice presidente della Uefa con 4 mesi di anticipo sulla scadenza. Un incarico patrocinato a suo tempo da Carlo Tavecchio, ma rivelatosi poco proficuo per il calcio italiano visti i pessimi rapporti di Uva con il successore di Tavecchio, Gabriele Gravina, che come primo atto della nuova presidenza lo sollevò da dg della Federcalcio avvertendo Ceferin che i contatti Uefa-Figc voleva gestirli in prima persona,senza mediazioni.

Uva lascia la Uefa e l’appannaggio di 250mila euro all’anno, oltre i rimborsi spese e vari benefit, per evitare conflitti di interesse e cercare casa altrove. L’ipotesi più probabile è un contratto con il Comitato organizzatore dei Mondiali 2022 in Qatar, ma sono circolate voci anche su un possibile rapporto con la Roma o con la Juventus del suo amico Agnelli, in veste di direttore generale di uno dei due club.

Il posto lasciato libero da Uva nel Comitato esecutivo non è dell’Italia, ma andrà in votazione ai primi di marzo prossimo e per questo Gravina ha già avviato la sua campagna elettorale tra le 54 Federazioni della Uefa.

Con il presidente europeo, lo sloveno Ceferin, i rapporti sono ottimi ed è comunque interesse della stessa Uefa mantenere all’interno del proprio Esecutivo una presenza rappresentativa del calcio italiano come quella del n.1 della Federcalcio.

Mail box

 

Chi ha di più dovrebbe essere più tassato

È tempo che il governo prenda provvedimenti per garantire che l’élite privilegiata e quei settori dell’economia ancora in grado di incassare contribuiscano di più. Ciò potrebbe essere un’imposta straordinaria Covid sui salari individuali superiori a 250mila euro e un’imposta aggiuntiva del 50% sui guadagni alle aziende che realizzano profitti sostanziali. Sembra ripugnante che le star dello sport, le celebrità, i gafas, le multinazionali e gli speculatori finanziari possano ancora guadagnare milioni mentre il personale medico sottopagato fa gli straordinari per salvare vite a rischio della propria vita e milioni di persone affrontano la perdita del lavoro e la povertà. Siamo tutti sulla stessa barca, per citare il Papa.

Peter Fieldman

 

Vorrei chiarezza e capire a chi spetta decidere

Mi farebbe piacere che si approfondisse il discorso sulla competenza di chi può adottare provvedimenti prescrittivi in ambito sanitario. Stando alla legge del ’78 l’autorità sanitaria locale è il sindaco che si avvale della Asl territoriale. Queste dovrebbero proporre ai sindaci l’adozione dei provvedimenti che ritengono necessari, ma devono sempre passare “attraverso” i sindaci non avendo la potestà di ordinare, ma solo di proporre.

E. G.

 

Chi sostiene il Mes sa come ripagare i debiti?

Tanti politici chiedono i soldi del Mes ma nessun politico ha mai spiegato come pensa di ripagare questo prestito. Come? Con i soldi eventualmente destinati ai loro sponsor? Forse perché sperano di poter avere i benefit che ha avuto Formigoni (preferibilmente senza condanne), oppure avere qualche incarico in un CdA come Alfano ?

C. T.

 

Alcuni presidenti di club mi ricordano Lombroso

Penso che il Covid un’unica cosa abbia fatto di positivo; ovvero, accelerare un fallimento già nelle cose! Il calcio come lo conosciamo è un disastro per definizione: fondato su montagne di debiti che mai saranno onorati; gestito da soggetti che fanno rivalutare Lombroso (vedere foto di diversi presidenti delle squadre); i calciatori professionisti – salvo rare eccezioni – sono modelli negativi per i ragazzi (incultura; abbandono scolastico; superficialità; scarso rispetto per l’altrui persona; ostentazione di consumismo); curve degli stadi con farabutti che manco in galera; dissesto dei canali tv a pagamento, e potrei continuare. Ho sognato che il Covid era passato e pian piano tornavano i ragazzini nei campetti dell’oratorio; tutti i club falliti; dirigenti quasi tutti in galera; stadi demoliti e piantumati parchi! Atleti che maturano e accedono ai massimi livelli solo attraverso specifiche scuole di formazione, non solo sportiva ma anche umana e civile. Amatoriali solo al calcetto a 5! Crudeli e compagnia cantante al Tso. Ho fatto un po di zapping e ho constatato che era solo allucinazione.

Paolo Mazzucato

 

Conte ha fatto bene a coinvolgere influencer

Come si fa a contestare il coinvolgimento di influencer per indirizzare i giovani verso comportamenti corretti in questa devastante pandemia? È come contestare gruppi di cittadini volontari che aiutano i Vigili del Fuoco a spegnere un devastante incendio. Delirio di visibilità o di apparire originali o, piuttosto, remare sempre contro questo governo, comunque “ladro”, a prescindere? Anzi, mi sono sempre chiesto, anche in relazione ad altre “piaghe” giovanili (droga, alcolismo, violenze varie, e ora particolarmente in questa pandemia), perché i ministeri competenti non coinvolgono con sistematicità in spot (ovviamente gratuiti) anche personaggi dello sport, del cinema e quant’altro, che notoriamente esercitano fascino sui giovani.

Giancarlo Faraglia

 

Il concorso scuola doveva esser rimandato

Giusto il concorso docenti, ma è giusto anche dare anche la possibilità di avere una prova suppletiva per i docenti con il Covid. E se fosse vero che questo non è possibile, come dice Azzolina, il concorso si sarebbe dovuto allora, motivo in più, rinviare.

Davide Fara

Attenti, il nemico è alle spalle

“Piaccia o no, quell’unica via di salvezza si chiama Conte”.

Marcello Sorgi. “La Stampa”

No, di fronte a questa sincera ammissione, almeno da parte mia non arriverà, come scrive Sorgi, alcuna “rampogna di quelli che sono sempre pronti a rinfacciare le critiche mosse ieri e l’altro ieri a questo anomalo presidente del Consiglio”. Facciamo entrambi da una vita questo mestiere e ne conosciamo (e ne comprendiamo) il limite fondamentale che consiste nel tentativo quotidiano di fornire ai lettori l’osservazione delle cose che avvengono secondo il nostro punto di vista. Giusto o sbagliato che sia, a deciderlo saranno sempre i fatti, inevitabilmente testardi e che giorno dopo giorno, spesso a nostra insaputa, pensano loro a comporre e a ricomporre il quadro d’insieme. È un po’ quello che nell’editoriale (“Il Covid, Conte e l’invidia”) viene descritto elencando i motivi per i quali, a furia di “criticare, sbeffeggiare, canzonare”, “ciò che sta succedendo appare quasi completamente ingovernabile”. Sì, indubbiamente la “politica sconsiderata che ha cercato di legare le mani a Conte” nasce da “una popolarità, una riconoscenza personale, che non gli sono state riconosciute”. Se tuttavia ci si limitasse a ciò, all’invidia, saremmo tutto sommato all’interno del normale conflitto politico che non fa sconti all’avversario per disarcionarlo. Perfino nell’eccezionalità della pandemia le critiche più corrosive all’azione di governo avrebbero potuto trovare giustificazione nell’ansia di fare meglio, di più. Si ha l’impressione invece che l’Italia sia la sola, grande democrazia europea che oltre al Covid sia costretta a subire la virulenza patogena di una certa opposizione e di una certa informazione. Riguardo alla prima non faremo di tutta l’erba un fascio (e un fascismo) ma è innegabile come in questi drammatici mesi il salvinismo non si sia mai posto il problema di come combattere il virus, preoccupato esclusivamente di come usarlo per raccattare qualche voto in più. Parlano le pressioni del capo leghista sul governatore Fontana per ridiscutere il coprifuoco in Lombardia con la crescita esponenziale dei contagi. Quanto all’informazione, venerdì su queste pagine Marco Travaglio ci ha mostrato, frase per frase, l’impressionante colonna infame dei “negazionisti estivi” che trasformati in “rigoristi autunnali” accusano ora il governo di non aver prevenuto quella seconda ondata che essi sbeffeggiavano. Tutto ciò, sembra di capire, per qualche copia, o qualche decimale d’ascolto in più fottendosene allegramente della salute degli italiani. Ma ecco che arriva la seconda ondata di questi tragicomici comportamenti. Imperversano gli apocalittici alla Vincenzo De Luca, del presidente facimme ‘a faccia feroce al virus, che proclama lockdown come gli gira in una regione dove sbandati e delinquenti non aspettano altro per scatenare guerriglie urbane. Il tutto in un clima di catastrofismo a tutto volume, il “si salvi chi può” di tg e talk che non fa che accrescere lo smarrimento dei cittadini. Come stessimo fronteggiando non una grave emergenza sanitaria ma l’invasione da Marte. Negli anni di piombo, lo ricordiamo, pur nelle differenze e nei contrasti, partiti, istituzioni e società civile fecero fronte nei momenti decisivi fino alla sconfitta del terrorismo. Allora però il nemico lo avevamo davanti. Oggi lo abbiamo alle spalle.

 

L’uomo è sempre una presuntuosa specie dominante

In Italia – Fino a mercoledì è stata una tranquilla settimana di metà autunno, con grigiori tra Nord e Toscana, schiarite altrove e temperature in aumento dopo il freddo delle prime due decadi di ottobre (2 °C sotto media al Settentrione). Poi è giunta la perturbazione legata alla tempesta atlantica “Barbara”, molto attiva in Europa occidentale dove è stata battezzata, assai meno da noi. Con le correnti calde meridionali che l’hanno preceduta, giovedì 22 i termometri sono saliti a 23 °C presso Roma e a 27,3 °C ad Alghero (6 °C sopra media). Bella piovuta, stavolta senza danni, tra giovedì e venerdì sull’Appennino Ligure (massimi di 150 mm) e in alta Lombardia (40-90 mm) ma con neve confinata a 2500 m sulle Alpi; forti temporali ieri in Toscana. Ancora una perturbazione domani, poi alta pressione che potrebbe durare fin’oltre Ognissanti. Pur con affidabilità decrescente più si guarda in là, oggi la previsione meteorologica si può spingere anche a 10-15 giorni di distanza come tendenza generale grazie alle previsioni probabilistiche di “ensemble”. È il risultato di oltre un secolo di laborioso sviluppo scientifico e tecnologico, passato attraverso la trasmissione sempre più rapida dei dati osservati (dal telegrafo a Internet!), la formulazione delle teorie fisiche sulla circolazione atmosferica, il lancio di satelliti sempre più performanti e la crescente capacità di calcolo dei supercomputer. Un affascinante percorso che si dipana nel libro “Rosso di sera…” del giornalista newyorkese Andrew Blum (Cortina editore), con prefazione di Dino Zardi dell’Università di Trento.

Nel mondo – “Barbara” ha infierito sul Portogallo con piogge alluvionali (150 mm al confine con l’Estremadura), poi sulla Francia con venti fino a 216 km/h sui Pirenei e raffiche di “autan” – vento dal Mediterraneo – a 110 km/h a Toulouse. A Nord della Siberia le temperature sono 12 °C sopra media e il ghiaccio marino, a estate finita, non vuol saperne di riformarsi perfino a oltre 80° di latitudine Nord, contribuendo a un minimo di estensione dell’intera banchisa artica per questo periodo dall’inizio delle osservazioni satellitari (1979). Grandi ondate di caldo proseguono in America centro-meridionale e Sudafrica: record per ottobre di 38 °C a Rosario, Argentina; in Messico, 46 °C a Urique, mai misurati così avanti in autunno nell’emisfero nord; in Namibia punte record di 42,1 °C. Sulle Montagne Rocciose del Colorado divampano enormi incendi alimentati da vento, siccità e dalla grande quantità di pini deperiti per gli attacchi di insetti “minatori” del legno (scolitidi) che proliferano nelle foreste già provate da aridità e tempeste. Precoci nevicate invece dal Midwest al New England (20 cm di neve tra il 19 e il 21 ottobre a Minneapolis, mai così tanta e così presto nella stagione) a causa di una circolazione fredda bloccata tra Canada e Stati Uniti, mentre nel resto del mondo prevale il caldo, che Trump ovviamente non vuol vedere. In aperto Nord Atlantico l’uragano Epsilon non ha potuto far danni nonostante venti a 185 km/h, e ora punta all’Europa dove però giungerà declassato a normale depressione extratropicale. Grave bilancio delle alluvioni in Nigeria e Vietnam, rispettivamente oltre 150 e 100 vittime. Inondazioni pure in Mozambico, India e Indonesia. Con il rapporto “State of nature in the EU” l’agenzia europea per l’ambiente conferma che, nonostante l’aumento delle aree protette, la biodiversità del continente è seriamente minacciata da urbanizzazione, insostenibili pratiche agro-forestali, inquinamento e caccia illegale, e l’81% degli habitat è in cattiva conservazione. Siamo una presuntuosa specie dominante, incapace di comprendere i limiti biofisici di questo pianetino che ci ospita.

 

Noi e il “sabato” Gesù rende liberi ma la libertà non va usata male

Tra i modi di dire della tradizione italiana che hanno un’origine biblica forse ricorderete il seguente: “Il sabato è stato fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato”. È un modo per dire che il comandamento è fatto per aiutare la vita dell’essere umano, specie nella società, e non per rinchiudere l’essere umano nella prigione di un’obbedienza formale. Insomma, la norma va applicata rispettandone più lo spirito che la lettera. Nei casi concreti però, sia in campo religioso sia in campo civile, non è sempre facile trovare l’equilibrio giusto tra motivazioni spesso in contrasto tra loro.

La frase si trova alla fine di un episodio che il Vangelo di Marco racconta così: “In un giorno di sabato Gesù passava per i campi, e i suoi discepoli, strada facendo, si misero a strappare delle spighe. I farisei gli dissero: ‘Vedi! Perché fanno di sabato quel che non è lecito?’. Ed egli disse loro: ‘Non avete mai letto quel che fece Davide, quando fu nel bisogno ed ebbe fame, egli e coloro che erano con lui? Com’egli, al tempo del sommo sacerdote Abiatar, entrò nella casa di Dio e mangiò i pani di presentazione, che a nessuno è lecito mangiare se non ai sacerdoti, e ne diede anche a quelli che erano con lui?’. Poi disse loro: ‘Il sabato è stato fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato; perciò il Figlio dell’uomo è signore anche del sabato’” (2,23-28).

In tutti i tempi e in tutti i contesti religiosi e culturali ci sono persone e gruppi di persone che si sentono i “guardiani del sabato”, cioè i custodi delle Norme, dei Valori, dei Comandamenti (tutti rigorosamente con le iniziali maiuscole) considerati assoluti o, come si dice oggi, “non negoziabili”. La parola di Gesù quindi non si rivolge solo a quei farisei (una corrente dell’ebraismo di quell’epoca) meno propensi di altri a riconoscere e distinguere una situazione da un’altra, ma ha un valore universale. I “guardiani del sabato” sono i legalisti di ogni tempo e di ogni latitudine, preoccupati più di difendere e diffondere principi assoluti rivestiti di ideologie (religiose e laiche) piuttosto che di riconoscerne i limiti e le parzialità, dimenticando così l’essere umano, con i suoi bisogni, la sua biografia, i suoi diritti non cedibili ad alcuna istituzione.

L’insegnamento di Gesù rende liberi (“Se dunque il Figlio vi farà liberi, sarete veramente liberi”, Giovanni 8,36), ma questa libertà non deve essere fraintesa e usata male. La libertà del sabato – cioè della norma fatta per il bene del singolo e della comunità, come è all’origine del comandamento del sabato (Esodo 20,8) – non è la libertà dal sabato (cioè da ogni norma). Gesù libera dall’essere sotto la legge in modo oppressivo ma non per questo libera dalla legge (come dimostrano i “ma io vi dico…” del sermone sul monte in Matteo 5,17-48). Essere liberi nella comunità (civile o religiosa) non significa essere liberi dalla comunità; essere liberi nella responsabilità, non significa essere liberi dalla responsabilità; essere liberi nell’amore, non significa essere liberi dall’amore.

Perché si fraintende facilmente questa parola di Gesù? Perché se ne ricorda solo mezza, la prima metà – “Il sabato è stato fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato” (v.27) e si è dimenticata l’altra, la seconda metà, che conclude l’insegnamento: “il Figlio dell’uomo è signore anche del sabato” (v.28). Gesù ha liberato il “sabato” dalla sua legge oppressiva per ridonarlo all’uomo e alla donna nel suo pieno significato, ricordando che – contro ogni idolatria, anche di se stessi – Egli (e non noi!) è Signore anche del sabato e di ogni comandamento e principio.

 

I tre uragani che stanno attaccando il mondo

Giornali e TV sono costretti ad aprire con le notizie sempre più allarmanti sulla pandemia. È inevitabile, perché il rischio è grave, è sempre vicinissimo, e chiunque potrebbe essere il nemico che porta l’infezione all’altro. E nessun Paese, nessun individuo potrebbero mettersi al sicuro, come le notizie di ogni giorno ci dimostrano con crudele evidenza.

Ma anche il violento scontro americano (che chiamiamo “politico” e “elettorale” per rendere comprensibile l’evento) potrebbe all’improvviso buttare fuori equilibrio ogni Paese e ogni cittadino del mondo, generando conflitti a catena. Intanto una pericolosa fenditura sembra sul punto di squassare la Chiesa cattolica. Il tentativo è di togliere di mezzo un Papa che vede e descrive, non per la chiesa ma per tutti, ciò che sta accadendo (soprattutto la colata di lava del falso cristianesimo in cerca di esclusione, rigetto, chiusura, guerra) perché vede i segni di una Apocalisse che si profila in tutta la violenza che secoli di attesa spaventata (religiosa e non religiosa) hanno dato all’incubo della distruzione.

I tre uragani sembrano infatti legati da un tremore di scosse violente che sembrano precedere un terremoto. Quando un presidente americano fa sapere, e conferma, che non accetterà il risultato del voto perché sostiene che sarà falso, e riorganizza, in fretta e contro ogni ragione e tradizione, la Corte Suprema del suo Paese per predisporre il più autorevole sostegno alla mossa violenta che prepara, è inevitabile immaginare un progetto di scontro violento (o di sottomissione).

Si verifica nel caso, del tutto inedito nella vita americana (e in ogni vita democratica) di un capo non rieletto che non intende più esporsi al giudizio dei cittadini, stabilisce il suo quartier generale elettorale nella presidenza del Paese e intende far apparire lo sfidante un inutile disturbatore.

Se tutto dovesse accadere (è possibile a causa dell’esteso voto postale) secondo il piano, e con lo schieramento già in vista degli estremisti organizzati per tempo, sarebbe perduto l’equilibrio del più grande e potente Paese del mondo.

Ma ho detto “voto postale” perché, a causa della pandemia di “coronavirus” (infezione in espansione non ancora decifrata, non ancora curabile) moltissimi cittadini non andranno alle urne e consegneranno voti postali su cui non esiste alcun controllo. Infatti né i cittadini, né i medici hanno alcun controllo sulla pandemia che all’improvviso ha cominciato a imperversare nel mondo, trasformando i sogni angosciosi delle paure della scienza e delle profezie delle religioni, in una strana e incomprensibile realtà quotidiana. Per la pandemia, che resta inspiegata, le immagini di ciò che accade ai malati sono il solo e tremendo strumento di informazione di cui si dispone.

Strano il rapporto fra malattia, che viene per forza vissuta come una guerra contro un incomprensibile nemico, e la frantumazione disordinata della politica che dovrebbe creare e organizzare linee di difesa, e invece esibisce una volontà di distruzione della stessa qualità (cattiva ed estrema) della malattia.

In ogni opera di immaginazione, a questo punto si prega. E questo accade per i credenti, nelle forme dottrinali del rapporto con Dio e con chi lo rappresenta, e nei non credenti che lanciano comunque una richiesta di aiuto anche se non sanno da chi verrebbe raccolta.

Il terzo uragano, l’attacco aspro e sprezzante di credenti, e cardinali, contro un Papa colpevole di diffondere e ripetere un linguaggio di Dio mai prima ascoltato, costringe al confronto con una misteriosa apocalisse dove il crollo si estende dalle istituzioni che controllano il mondo a una chiesa che conta molto nel mondo, mentre milioni di persone vivono una loro agonia solitaria, separate da ogni istituzione, e da altre persone, anche care. Il tumulto che sconvolge la Chiesa cattolica dimostra la portata e la vastità di questo uragano in cui il solo protagonista forte appare Papa Bergoglio, perché non sta tutelando interessi o cercando uscite di sicurezza. Vuole restare e opporsi al disastro rovesciando a una a una tutte le credenze delle finte religioni dove si mostra il rosario al comizio contro i profughi, o del presidente americano che mostra la bibbia (dalla parte sbagliata) davanti alla Casa Bianca, mentre la sua polizia a cavallo spinge via la folla di una protesta pacifica. Dunque i tre uragani sono tre squallide facce diverse di un tormento che si lega nell’immaginazione di chi sente un pericolo grande, vede sguarnito il fronte di chi ti difende (solo Papa Bergoglio? Possibile?) e aspetta l’arrivo lentissimo dei “nostri”, scienza e politica fraterna, come quella descritta da Francesco in “Fratelli tutti”.

 

La moglie bella e sola, la giovane parrucchiera. E un amore da consumare

Dalle Novelle apocrife di Antón Fraguas. A Salamanca viveva un nobile che aveva una moglie bella e virtuosa: giovane, ma nell’imminenza di esserlo un po’ meno. Dovendo partire per la crociata contro i Mori, decise di non farla sorvegliare, come invece era costume, e di fidarsi della sua temperanza. In effetti, quando se ne fu andato, la donna si comportò nel più casto dei modi. Ma un giorno, in città, un’avvenente ragazza che lavorava come parrucchiera in un salone di bellezza la vide e, come per un cataclisma psichico, se ne innamorò follemente. Nelle settimane successive, la ragazza ebbe modo di dichiararle a più riprese la sua passione, ma la donna rifiutò ogni avance, finché la povera ragazza si ammalò di mal d’amore. Sua zia, una signora fra due età, come si dice quando una donna è già abbondantemente inoltrata nella vecchiaia, le domandò della tristezza: “Il malato che non racconta i suoi dolori al medico, peggiora.” La nipote, allora, le aprì il suo cuore. La zia la tranquillizzò: “Su, coraggio. Lasciami fare, e vedrai che presto avrai da quella giovane signora ciò che desideri.” L’anziana donna tornò a casa, chiamò la sua cagnolina, e la rinchiuse in camera da letto, tenendola per tre giorni senza cibo. Al quarto giorno, le offrì una ciambella fragrante, che però conteneva del pepe. La cagnolina divorò la ciambella in un boccone, e un attimo dopo i suoi occhi cominciarono a lacrimare per via del bruciore causato dalla mollica piccante. Allora la vecchia prese la cagnolina e si recò dalla bella donna che, involontariamente, aveva rapito il cuore della nipote. Si presentò chiedendo un sorso d’acqua per la cagnolina. La donna fu lieta di farla accomodare: si sentiva sola, dopo mesi di abbandono, ed era contenta di poter scambiare qualche parola con quell’anziana dall’espressione tanto simpatica. Porse una ciotola d’acqua alla bestiola e domandò cosa le fosse successo: “Non ho mai visto una cagnolina piangere così disperatamente!” La vecchia scosse la testa e rispose: “Una cosa triste, mia cara signora. La cagnolina che vede, una volta era mia figlia. Una ragazza bella e virtuosa. Un giorno si innamorò di lei una giovane del vicinato, una brava ragazza, che si ammalò di mal d’amore quando mia figlia, mossa da una virtù esagerata, rifiutò per l’ennesima volta le sue avances. Allora Dio, che è amore, si infuriò con mia figlia per la durezza del suo cuore, e la punì trasformandola in questa cagnolina, che adesso piange sempre a dirotto quando ripensa a quanto era bella prima.” La giovane moglie impallidì e si segnò. Disse: “Oh, Dio giusto e immortale! Sono terrorizzata, anch’io ho commesso lo stesso errore! Troppo orgogliosa della mia virtù, ho respinto una giovane che anelava al mio affetto!” “Malissimo!” esclamò la vecchia. “Le consiglio di aprirsi a quella ragazza, se non vuole essere trasformata per sempre in una bastardina in lacrime.” “Andrò subito a cercarla,” disse la giovane donna. “Fra noi non c’è stato ancora neanche un bacio, ma nel mio cuore già sentivo precipitare gli eventi.” “Quando si è decisi a dire sì,” disse la vecchia, accarezzando la cagnolina “è stupido imporre delle lunghe anticamere, fastidiose per chi è in anticamera e per chi è già in camera da letto.” “Se mi vuole ancora, non mi negherò. Non sono una infedele che agisce contro la volontà di Dio.” Morale della favola: quando si fa la corte a una donna, ci sono tre possibilità. O lei dice no per qualche giorno, e allora la cosa dura un mese; o lei dice subito sì, e la cosa dura un giorno; se invece lei rifiuta sempre, la cosa non finirà mai.

 

Non è né incivile, né fessa: è solo una città in ostaggio

La notizia, nuda e cruda, sembra univoca: il primo giorno di coprifuoco, all’ora in cui nessuno potrebbe trovarsi in strada, i napoletani scendono in piazza a centinaia e aggrediscono le forze dell’ordine. Carabinieri e poliziotti feriti e contusi, cassonetti in fiamme, ore per disperdere la folla.

Il pensiero, per chi legge o peggio ancora guarda le immagini, è il solito: ecco la città incivile, insofferente alle regole, facinorosa e rivoltosa. Altrove il coprifuoco viene rispettato, al limite con qualche mugugno espresso in italiano corretto e con la mascherina a intervistatori partecipi, ma con assoluto rigore, l’Italia colpita economicamente ma pronta a fare di necessità virtù. Per fortuna che Napoli è solo a Napoli, il resto del Paese è civile. Eppure, come quasi sempre accade, la notizia merita di essere scostata come una tenda per guardarci dietro. Se si vuole capire, e se si vuole essere onesti.

Primo: il coprifuoco non c’entra niente. Al di là di qualche sommesso e corretto lamento espresso nelle forme e nei modi più civili dai rappresentanti di una categoria perennemente colpita e assai spesso dimenticata, i gestori dell’intrattenimento, la regola è stata recepita con molta compostezza e con tanta serenità. I napoletani non sono fessi, e si rendono conto che l’effimero, il non necessario è rinunciabile, sacrificabile. Se le scuole sono chiuse, possono chiudere anche i baretti.

Ben diverso è dover ascoltare un governatore di Regione che, in diretta social e con un atteggiamento durissimo e inutilmente sanzionatorio, in contrapposizione ribalda e insolente a quanto appena dichiarato dal presidente del Consiglio avverte di star per chiudere ogni attività, in maniera indiscriminata, “per trenta o quaranta giorni”. Solo la Campania. In tutto il Paese. Tutte le attività, nessuna esclusa.

Siamo ancora lontani dalla ingiustificabile violenza, è chiaro: ma una manifestazione spontanea e civile di commercianti e piccoli imprenditori ormai ridotti alla fame è tutt’altro che incomprensibile.

All’interno della manifestazione, poi, intervengono i professionisti della violenza che coi manifestanti non hanno alcun interesse comune. Frange delle curve, manovalanza dei clan, piccoli criminali che dal blocco totale vedrebbero derivare la chiusura delle attività che svolgono nell’ombra, e che soltanto dal lockdown sarebbero definitivamente fermati. Sono loro che portano fumogeni, mazze, catene: non certo i commercianti terrorizzati dalla chiusura dei negozi.

Su questo panorama si innesta la realtà più triste, quella del conflitto istituzionale. Personaggi che dovrebbero avere il benessere pubblico come comune obiettivo, con l’unica differenza dell’opinione sulle modalità di realizzazione, che fanno volare stracci in tv e in rete, mostrando fratture che rendono fragili le norme in un momento in cui lo Stato dovrebbe proporre la sua maggior forza unitaria. Regioni contro governo, partiti della maggioranza in contrapposizione, tutta materia quotidiana: ma l’altro ieri vedere il conflitto istituzionale regionale tra sindaco e governatore emergere in tutta la sua insanabile volgare violenza ha fatto male quanto e più delle immagini dello scontro di piazza.

Come si capisce bene, e come è molto chiaro in città, Napoli non è affatto incivile. Napoli è semplicemente in ostaggio.

Più t’indebiti, meglio è: parola dei mercati

Che dire? Ormai siamo al mondo all’incontrario. Pare ieri che dove ora c’è rendimento negativo dei titoli di Stato era tutto spread. Pare ieri che venivamo sottoposti a tv e giornali unificati all’educazione siberiana del debito pubblico brutto, del deficit immorale, dell’austerità atto d’amore verso figli e nipoti. Pare ieri perché, in un certo senso era ieri, al massimo qualche mese fa. Adesso invece fai 100 miliardi di deficit, aumenti il debito brutto del 30% sul Pil, dici che se va bene tornerai dov’eri in 10 anni e lo spread muto, i mercati applaudono e ti promuovono pure le agenzie di rating. È di venerdì sera, per dire, la decisione di Standard & Poor’s di confermare il livello del debito italiano, ma di migliorarne l’outlook, cioè le prospettive future. Perché? Merito della Bce che compra tutto il comprabile (e continuerà a farlo pena il crollo della baracca) e del Recovery Fund Ue. Tradotto: che poi il programma di trasferimenti Ue è ancora in mente Dei e ai ragazzi di S&P basta la banca centrale per metterli tranquilli. Ma quindi, dirà il lettore, non c’è automatismo tra deficit, debito e condanna dei mercati? E poi manco una parola sul Mes? È la nostra stessa perplessità, eppure pare proprio così: ma non sarà un effetto collaterale del Covid?