Viale Mazzini in rosso: tagli ai compensi e via RaiSport

In questi giorni si parla della chiusura del canale di RaiSport (ma non della testata), ipotesi allo studio del vertice della Rai all’interno di un percorso di spending review e razionalizzazione dei costi. L’assemblea di RaiSport ha consegnato un pacchetto di tre giorni di sciopero al cdr. La chiusura della rete sportiva (con dirottamento dell’offerta su Rai2 e su RaiPlay) non è l’unica misura messa sul tavolo dall’ad Fabrizio Salini. Le altre sono il rinvio del canale in inglese, per il quale c’è un direttore (Fabrizio Ferragni), e quello del canale istituzionale, boicottato da tutti a cominciare da Rai Parlamento. Ma in esame al prossimo cda del 30 ottobre ci sarà pure l’accorpamento Rai5-Rai Storia, mentre sopravviverà Rai Movie.

La domanda, però, è sempre la stessa: perché i conti della Rai vanno così male nonostante il canone in bolletta e l’evasione praticamente azzerata? Nell’ultimo cda sono state presentate cifre allarmanti. L’indebitamento totale al 30 giugno 2020 è aumentato a 275,9 milioni (da 239,1). A chiusura del 2020 si prevede un rosso di 120 milioni, che potrebbe arrivare a sfiorare i 200 nel 2021. L’introito del canone per l’azienda è di 1,7 miliardi l’anno, prima di averlo in bolletta era di 1,75 miliardi. Addirittura superiore. Questo perché dei 90 euro di canone alla tv pubblica ne arrivano 74,3. Il resto lo trattiene il governo per un totale di circa 350 milioni. Di questi, 180 milioni sono il cosiddetto extra gettito, ovvero il denaro che la Rai guadagnerebbe dalla mancata evasione della tassa. Soldi che in più occasioni la Rai ha chiesto indietro alla politica. Basta questo a giustificare il profondo rosso? Sicuramente no. Conta anche il calo della pubblicità per effetto Covid: -15,6% nei primi 8 mesi del 2020, dai 446 milioni del 2019 a 377. All’appello mancano poi i 40 milioni per il biennio 2019-2020 che il governo dovrebbe dare alla Rai come sostegno pubblico e già messi a bilancio. Poi ci sono gli sprechi. Viale Mazzini spende ogni anno circa 80 milioni per contratti a personale esterno, nonostante i suoi circa 13 mila dipendenti e 1.800 giornalisti (e ne sono arrivati da poco altri 234). Ci sono diversi contratti milionari agli artisti (sopra il milione l’anno) e molti dirigenti (anche giornalisti) al massimo dello stipendio, 240 mila euro, cifra cui non arriva nemmeno l’ad Salini. Ma gli sprechi si manifestano un po’ ovunque, come l’eccessivo numero di inviati, quando ci si potrebbe affidare alle redazioni locali. Per tutti questi motivi è iniziata un’azione di spending review con accorpamenti e tagli, come quello (già in corso) del 15% su tutti i compensi oltre una certa soglia, che porterà a regime a un risparmio di 5 milioni. Si pensa anche a un taglio sulle spese per gli immobili. Il resto, secondo Salini, lo farà il piano industriale, con direzioni orizzontali invece che verticali e razionalizzazione ai budget di reti e testate. L’ad ha solo 8 mesi di tempo per portare a termine il piano.

Ricostruzione a rischio flop. Chiesto solo il 17% dei fondi

Lenta, a rischio flop e con il sospetto di una grossa mole di cantieri illegali: la ricostruzione post-sisma del 2016, che interessa Abruzzo, Marche, Lazio e Umbria non è mai decollata e anzi si porta dietro enormi criticità che – se non si corre ai ripari – rischiano di aumentare per un eccesso di semplificazione senza controllo. È lo scenario drammatico che emerge dal terzo rapporto sulla ricostruzione redatto dall’Osservatorio Sisma della Fillea Cgil e di Legambiente che sarà presentato lunedì. Già oggi, si legge, è possibile prendere atto che “la ricostruzione sarà inferiore alle aspettative”. Un dato su tutti: per il finanziamento pubblico per danni più o meno gravi, dal 2016 al giugno 2020 sono arrivate solo 13.947 richieste, di cui poco più di 5mila sono state accettate e 8mila sono ancora in lavorazione. Sono pochissime: quelle potenziali, che dunque potevano essere avanzate, erano state stimate in 80.340 (circa 13mila in Abruzzo, 10mila nel Lazio, 45mila nelle Marche e 12mila in Umbria). Siamo fermi, in sostanza, al 17 per cento di sole domande di contributo alle Unità speciali per la ricostruzione delle Regioni: al 31 agosto 2020, il totale era di quasi 205 milioni di euro trasferiti per la ricostruzione pubblica, 606 milioni per la privata. Una frazione dei danni stimati.

Va tutto a rilento, al punto che perfino la rimozione delle macerie non è stata completata (siamo all’88%, 2,4 milioni di tonnellate), in ritardo è soprattutto lo Stato, con le macerie pubbliche. “Si presume – si legge nel dossier – che la completa rimozione andrà ben oltre il 2020”. “E il mancato trattamento e riutilizzo delle macerie riciclate – spiega il presidente di Legambiente, Stefano Ciafani – genererà una ricostruzione aprendo nuove cave invece di utilizzare i rifiuti da demolizione”. Non basta la lentezza della burocrazia a spiegare il disastro, secondo il rapporto l’eccesso di proroghe e la mancanza di termini certi per il finanziamento pubblico hanno pesato molto di più.

Il dossier definisce comunque “coraggiose” le modifiche normative introdotte per semplificare: la dotazione dei comuni di strumenti di urbanistica più ampi, la responsabilizzazione dei liberi professionisti, le autocertificazioni, i Programmi Straordinari di ricostruzione, i tempi certi per le domande e la concessione dei contributi. Ma, rileva, “quando la soglia del controllo pubblico si abbassa, si assiste ad una riduzione esponenziale della regolarità del lavoro e della qualità del costruito”. A fine 2019 erano poco meno di 5.500 i lavoratori edili impegnati nella ricostruzione (822 imprese registrate, una media di sei ad azienda). “Dai numeri – spiega Alessandro Genovesi, segretario generale della Fillea Cgil – emerge che la percentuale di operai specializzati è inferiore alla media nazionale nonostante la complessità delle opere e dei cantieri”. Spicca la massa salariale: 22 milioni, anche in questo caso al di sotto della media nazionale. “Se lo mettiamo in relazione all’importo complessivo dei contributi erogati per la ricostruzione – continua Genovesi – risulta eccessivamente bassa e questo induce a presumere che ci sia un preoccupante grado di irregolarità nell’impiego della manodopera”. E dove non c’è controllo, emerge pure la permeabilità alle mafie. Al 28 febbraio 2020 si registravano già 78 interdittive antimafia. Quasi il 10% delle imprese coinvolte. Per contrastare le irregolarità, la normativa sulla ricostruzione prevede l’applicazione obbligatoria di due importanti strumenti – spiega il rapporto –, il settimanale di cantiere (l’elenco delle attività che l’appaltatore fornisce alla Prefettura e alla direzione dei lavori, ndr) che però non viene utilizzato e il Documento Unico di Regolarità Contributiva (che attesta l’incidenza della manodopera impiegata per un intervento, rispetto all’importo delle opere, ndr). Al 20 settembre erano stati rilasciati 436 Durc, relativi a lavori per 45 milioni con incidenza di manodopera del 34%. Tradotto: anche se aumentano, sono ancora molto pochi rispetto a quanto già stanziato e servirebbero più controlli ex post. Considerando anche che su quasi 18mila visite nei cantieri da parte dei comitati paritetici regionali, la percentuale di quelli irregolari è superiore alla media nazionale. Perfino sulle domande per gli indennizzi Covid si registrano meno richieste del previsto da parte delle aziende, che peraltro non hanno anticipato la Cig ai lavoratori.

 

La conciliazione: “Glovo assuma il rider o gli paghi 12 mila euro”

Non si tratta di una sentenza, ma di una semplice proposta di conciliazione, eppure rischia di avere un esito clamoroso. Se sarà accettata, per chiudere la causa, la multinazionale Glovo dovrà assumere per la prima volta nella sua storia un rider con rapporto di lavoro subordinato, a tempo pieno e con il contratto nazionale della logistica. A metterla sul tavolo è il Tribunale di Palermo, chiamato a pronunciarsi sul caso di un fattorino “licenziato” a marzo dalla piattaforma spagnola. L’addetto, sindacalista molto attivo che era solito pedalare anche per 10 ore al giorno, aveva rilasciato dichiarazioni a una tv locale e subito dopo era stato disconnesso dall’app. Nel gergo cinico della gig economy, significa che gli è stato impedito di continuare a ricevere ordini e quindi lavorare. Un licenziamento nella sostanza, sebbene Glovo – come tutti gli altri big del settore – utilizzi i suoi rider come autonomi a partita iva. Il lavoratore ha presentato ricorso assistito dalla Nidil Cgil di Palermo con gli avvocati Matilde Bidetti e Carlo De Marchis. Nel frattempo Glovo lo ha riammesso, ma la causa è andata avanti comunque. Venerdì la prima udienza nel capoluogo siciliano: il Tribunale ha suggerito di chiudere la causa con un accordo tra le parti, quantificando in ben 12 mila euro il danno subito dal fattorino per il fatto di essere stato ingiustamente escluso dalle consegne. Cifra troppo alta secondo gli avvocati di Glovo. Allora è arrivato il suggerimento alternativo: la piattaforma lo assuma a tempo indeterminato. “Pensiamo sia una proposta molto giusta – spiega Andrea Gattuso della Nidil Cgil Palermo – accettata dal lavoratore e accolta da noi. Speriamo faccia lo stesso l’azienda”. Se Glovo rifiuterà, saranno i giudici a decidere con una sentenza. Intanto il 30 ottobre in tutta Italia sindacati e movimenti sciopereranno contro il contratto collettivo “di comodo” firmato a metà settembre dall’Assodelivery e l’Ugl, sindacato allineato al volere delle imprese.

Padre Luca, fratello del sindaco di Genova, indagato per violenza sessuale su minore

Padre Luca Maria Bucci, fratello del sindaco di Genova Marco, è indagato dalla procura di Savona per violenza sessuale su minori. A confermarlo sono fonti investigative qualificate. L’indagine nasce dalla denuncia di A.C., 38 anni, operaio in un piccolo borgo del Ponente ligure. Come raccontato dal Fatto, l’uomo ha riferito alla onlus Rete L’Abuso di aver subito in due occasioni, all’età di 12 anni, molestie da padre Bucci, frate cappuccino ora residente nel convento di Santa Margherita Ligure. Gli abusi denunciati risalgono al 1994 e si sarebbero consumati durante i campi estivi dei cappuccini a Loano e Bardineto, nel savonese. Un trauma – ha spiegato – rimosso a lungo e riaffiorato solo negli scorsi mesi, subito dopo la nascita di un figlio. Da qui l’esposto presentato ai magistrati da Francesco Zanardi, presidente della onlus, e – all’inizio di settembre – l’apertura del fascicolo, iscritto in un primo momento a “modello 44” (senza indagati né ipotesi di reato). La presunta vittima è stata ascoltata più volte dalla Squadra mobile di Savona e dal pm Giovanni Battista Ferro. In audizione protetta, alla presenza di uno psicologo, ha formalmente riconosciuto padre Luca come il proprio abusatore. Il racconto, a quanto si apprende, è stato coerente, dettagliato e ricco di riscontri, tanto da far ritenere il fatto storico pienamente accertato. È possibile che già la settimana prossima il frate venga convocato per un interrogatorio. L’obiettivo degli inquirenti è capire se possano esserci stati casi più vicini nel tempo: la speranza è che siano le stesse, ipotetiche, vittime a farsi avanti. Se così non fosse l’unica strada rimarrebbe la richiesta di archiviazione per prescrizione, anche se l’accertamento della condotta potrebbe aprire la strada a un’azione di risarcimento danni. C’è poi un fascicolo gemello – aperto dalla procura di Genova – basato su segnalazioni arrivate alla Rete L’Abuso nel 2017 e riguardanti altre presunte violenze avvenute nel capoluogo. Al tempo, scrive Zanardi nell’esposto, “sottovalutammo la segnalazione in quanto a Genova si svolgevano le elezioni comunali e pensammo a una strumentalizzazione di carattere politico”. A quanto apprende il Fatto, il procedimento di Genova non ha indagati né ipotesi di reato. Tra gli elementi a disposizione dei magistrati ci sono alcune registrazioni audio in cui Zanardi, fingendosi la presunta vittima, induce il frate a dichiarazioni ritenute auto-incriminanti. Nelle telefonate – carpite a sua insaputa e quindi senza valore di prova – ammette di aver affrontato il “problema”, ed essersi confessato dopo i fatti del tempo, aggiungendo di essere monitorato, anche a livello psicologico, dai superiori. Ai tentativi di contattarlo, il frate è risultato irraggiungibile.

Pd Agrigento, nessun eletto in consiglio

Non sono bastati i comizi in maniche di camicia, i maxischermi e i video appelli di altri sindaci in suo sostegno. Fallito l’obiettivo rielezione della “mini Leopolda” in salsa agrigentina dello scorso settembre, dalla prossima settimana Calogero Firetto siederà nei banchi della minoranza del consiglio comunale di Agrigento, sconfitto alle elezioni amministrative dello scorso 19 ottobre dal civico Franco Micciché. L’ex sindaco, al governo della città da cinque anni con una coalizione Udc-Pd-Liste civiche, guiderà l’opposizione al nuovo sindaco e ai sovranisti di Vox Italia, a cui Miccichè ha dato un assessorato. Per la prima volta scompare il principale partito del centrosinistra dal consiglio comunale. Nessun consigliere del Pd, nemmeno tra quelli “nascosti” nella lista civica “Rinasce Agrigento” in campo al fianco di Firetto. Il Pd locale, infatti, è in panne, ancora in attesa di una data per il congresso provinciale. “Non ho rimorso – ha commentato a caldo l’ex sindaco Firetto. Le nostre cose cammineranno e ci saranno”. Alle sue spalle una lunga carriera politica: sindaco per due mandati della vicina Porto Empedocle (2006-2015), deputato dell’Assemblea regionale siciliana dal 2012 al 2015 e anche, due anni fa, un’indagine per abuso edilizio sul suo castello Joppolo Giancaxio. Intanto continua a restare fuori dai giochi l’avvocato Giuseppe Arnone, deus ex machina della sinistra prima dell’arrivo di Firetto nel 2015. Sempre più pesante la sua situazione penale, dopo la revoca dei servizi sociali lo scorso anno.

Fallita la metamorfosi del “civismo” la sinistra agrigentina appare disorientata. Ha le idee più chiare invece Italia Viva: “L’opposizione in consiglio comunale avrà un politico di razza, Firetto è un conoscitore competente e brillante”. Così Giorgio Bongiorno, portavoce del comitato locale del partito di Renzi.

Reggio Calabria, il dem Falcomatà chiama in giunta Rosanna Scopelliti, ex Pdl e Ncd

Il 6 ottobre la canzone “Bella ciao” accompagnava la festa sul corso Garibaldi per la vittoria di Giuseppe Falcomatà riconfermato sindaco di Reggio Calabria. Ieri il primo cittadino del Pd ha nominato l’ex deputato del Pdl Rosanna Scopelliti assessore alla cultura. Da fedelissima dell’ex sindaco di centrodestra Giuseppe Scopelliti, che prima di finire nei guai giudiziari nel 2013 l’aveva imposta alla Camera, a componente di una giunta targata Partito democratico. Tutto può succedere in riva allo Stretto dove il Pd, nel 2012, aveva plaudito allo scioglimento del Comune per mafia, mentre il neo assessore alla cultura (figlia del giudice ucciso dalla ‘ndrangheta nel 1991) firmava il “manifesto contro la diffamazione della città” e bollava come “imprudente” la decisione dell’allora ministro Annamaria Cancellieri. Sciolto il Pdl, Rosanna Scopelliti aveva aderito al Ncd di Alfano per poi finire nel partito “petaloso” della Lorenzin. Oggi è con Falcomatà secondo cui “Reggio ci ha chiesto discontinuità”. Ma forse è un po’ troppo.

Fiera, l’ospedale ruba camici a Milano

Milano

Una coperta corta che ogni giorno si restringe. È quella del personale sanitario lombardo, uno scarno esercito di medici e infermieri (per il sindacato Fnopi ne mancano almeno 3mila) che si sta dimostrando insufficiente per la seconda ondata. A falcidiare le truppe le mancate assunzioni, i focolai negli ospedali e le scelte di allocazione delle risorse. Un mix che ha avuto, come prima conseguenza, il blocco deciso giovedì di ogni attività “non-covid” in tutti gli ospedali della Lombardia.

A stabilirlo, la “Nota Reti” della Direzione Welfare: “Al fine di aumentare immediatamente la disponibilità di tali posti letto (covid, ndr), l’attività di ricovero programmato presso le Strutture non Hub viene sospesa con decorrenza immediata”. Stesso discorso per le 18 strutture Hub (“inevitabile ridurre l’attività anche negli Ospedali Hub”) e negli ospedali specialistici (“Anche gli IRCCS monospecialistici devono ridurre la loro attività programmata”). E anche gli appena riaperti ospedali alle Fiere di Milano e Bergamo, paradossalmente, hanno peggiorato la situazione.

La delibera del 21 ottobre 2020 che stabiliva la riapertura dell’Astronave, prevedeva che sette ospedali lombardi (Policlinico, Niguarda, San Gerardo, San Matteo, Varese, Legnano/Busto, Humanitas) dovessero fornire altrettante équipe sanitarie alla Fiera. Ogni unità gestirà un modulo da 14 o 16 posti letto di Ti, sotto la supervisione del Policlinico. A regime, le postazioni complessive saranno 102 (estensibili). Secondo le direttive regionali, per ogni letto dovranno essere messi a disposizione 1 medico e 3 infermieri. Quindi, ciascun ospedale dovrà rinunciare a 16 medici e 48 infermieri. Non nuovi assunti, ma sanitari costretti a lasciare le proprie corsie per approdare in Fiera. Un problema per i singoli ospedali, già sotto organico.

Per questo, nonostante gli 8 pazienti ricoverati fino a ieri, la Fiera rimarrà a lungo un presidio poco utilizzato. Da lunedì, i ricoverati saliranno a 15, affidati all’équipe del Policlinico, e arriveranno a 45 alla fine della prima settimana di novembre. Ma si tratta di un gioco a somma zero: per ogni posto guadagnato in Fiera, se ne perde uno nell’ospedale di origine. Oppure, quel posto resta, ma aumenta il carico di lavoro sui sanitari rimasti negli ospedali.

Nella scorsa primavera si era ovviato richiamando medici e infermieri dal Sud e dall’Estero. Ora che anche il Sud è alle prese col Covid, è tutto più complicato. “È una situazione causata dalle mancate assunzioni”, sottolinea Isa Guarneri, della Fp Cgil, che ricorda come “a luglio, per risparmiare, non sono stati riconfermati gli infermieri assunti ad aprile scorso con contratti Cococo”. E poi ci sono i sanitari falcidiati dal Virus. Dopo quello scoppiato all’ospedale Sacco (una ventina i contagiati), ieri la Cgil ha denunciato un nuovo cluster alla Asst Santi Paolo e Carlo, che vedrebbe almeno 66 lavoratori positivi, tra sintomatici e non. Tanto che giovedì era stato chiuso il Centro Psicosociale di Via Mosca. Per il sindacato “la mancanza di percorsi dedicati sporco-pulito all’interno dei presidi, a partire dal Pronto Soccorso, fino ad arrivare alle degenze, rischia di non garantire la separazione tra chi è un malato positivo e chi è malato ma positivo non è”. Sempre per la Cgil alla Asst si vive “una situazione esasperata dal grande numero di accessi ai due pronto soccorso”.

Bertolaso Hospital demolito dal “Fatto”? No: dagli esperti

La nuova vulgata a destra e dintorni è tristemente prevedibile: ora bisogna chiedere scusa a Guido Bertolaso per le sgarbate polemiche sull’ospedale in Fiera a Milano.

A nome di tutti, citiamo la logica inappuntabile del direttore del Giornale Alessandro Sallusti e del suo ultimo editoriale. San Guido è stato diffamato, il suo “miracolo” ora torna utile: “Il primo paziente, purtroppo, è entrato nell’ospedale Covid di Milano voluto dalla Regione e allestito in tempo record da Bertolaso”.

Già si evidenzia una prima contorsione ideologica: il reparto di terapia intensiva costato una ventina di milioni di euro e rimasto quasi inutilizzato durante la prima ondata della pandemia è stato in effetti voluto dalla Regione Lombardia, ma nel momento di massimo imbarazzo il presidente Attilio Fontana l’aveva platealmente rinnegato. “Me l’ha chiesto il governo e io ho obbedito” disse a giugno in un’intervista alla Verità, ripresa con grande enfasi dalla stampa di destra. Roba di Conte. Ora che l’ospedale in Fiera torna ad aprire i battenti però “il merito” va attribuito di nuovo a Fontana, mentre per gli stessi giornali di destra qualcuno dovrebbe prendersi la briga di riconoscere il capolavoro di Bertolaso (che nel frattempo è diventato il possibile candidato di Salvini e compagni alle elezioni di Roma). Sallusti individua diversi colpevoli da rieducare: “il Pd, i Cinque Stelle, i magistrati e il loro cantore Marco Travaglio”, direttore del Fatto Quotidiano. Dimentica – e con lui tutti i ritrovati sostenitori dell’ospedale – che le bocciature più solenni a questa operazione non arrivarono dalle inchieste di giornali e dei pm, ma dai medici stessi.

Tra i primi sostenitori – ex ante – dell’inutilità dell’ospedale in Fiera c’è un dottore che non è peraltro imputabile di simpatie di sinistra come Alberto Zangrillo, primario di Anestesia e rianimazione al San Raffaele di Milano. Lo storico medico di Berlusconi se ne andò sbattendo la porta da una delle prime riunioni tenute in Regione per organizzare la nascita del reparto di terapia intensiva alla Fiera di Milano. Zangrillo sosteneva che “una rianimazione non potesse essere svincolata, anche in termini di spazi, da una struttura ospedaliera”.

Stesso e identico argomento sostenuto da Giuseppe Bruschi, cardiologo e dirigente medico del Niguarda di Milano, uno dei primi ad ammonire sui rischi della nascita del nuovo reparto: “L’idea di realizzare una terapia intensiva in Fiera non sta né in cielo né in terra – scriveva Bruschi su Facebook –. Una terapia intensiva non può vivere separata da tutto il resto dell’ospedale. Una terapia intensiva funziona solo se integrata con tutte le altre Strutture Complesse che costituiscono la fitta ragnatela di un ospedale”.

Un’opinione espressa in termini ancora più coloriti da Luciano Gattinoni, professore emerito dell’Università di Göttingen in Germania, tra i massimi esperti internazionali di terapie intensive e rianimazioni. “Una cosa che fa ridere i polli – disse in un’intervista al Fatto –. Cosa ne penso dell’ospedale? Quel che pensava Fantozzi della Corazzata Potemkin… Quella struttura non è medicina, è politica”. La terapia intensiva – spiegava Gattinoni – deve essere integrata all’interno di un ospedale, non può sopravvivere da sola, necessita anche di altre competenze. “Anche il timing è sbagliato – accusava il medico –. Si era partiti da 500 posti e oggi pronti sono 53 e occupati dieci o giù di lì”.

Insomma, le polemiche più feroci nei confronti di Fontana, di Giulio Gallera e dell’ospedale di Bertolaso non erano montate dal Fatto, ma arrivavano direttamente da chi lavorava in trincea. Ad attaccare l’assessore alla Sanità era l’Ordine dei medici della Lombardia, al quale peraltro Gallera rispondeva proprio come se fosse un organo di parte: “Mi ha molto stupito e amareggiato la nota che abbiamo ricevuto dalla Federazione degli Ordini dei Medici – diceva Gallera –, assomiglia più ad un atto politico che ad una reale rappresentazione dei fatti”. Per quella invece bisogna rivolgersi a Sallusti.

Terapie intensive, la crescita galoppa. “Sature nei prossimi sette-otto giorni”

Millecentoventotto letti occupati, 79 in più nelle ultime 24 ore. La curva delle terapie intensive continua a crescere. E in pochi giorni le rianimazioni di tutta Italia rischiano di raggiungere la soglia limite fissata dal ministero della Salute. Superata quella, il sistema sarà in crisi.

In base alla circolare con cui il 30 aprile gli uffici di Lungotevere Ripa hanno avviato il monitoraggio settimanale sulla diffusione del virus, la soglia di riferimento per la saturazione è il 30%: i posti occupati dai pazienti Covid nelle rianimazioni non dovrebbero superare questo limite perché il restante 70% serve per tutte le altre patologie. Oltrepassato questo valore servirebbero altri letti, che al momentonon ci sono, e il sistema finirebbe in sovraccarico. Al 21 ottobre secondo l’Alta Scuola di Economia e Management dei Sistemi Sanitari dell’università Cattolica, considerati i posti creati dopo il dl Rilancio (34/2020), negli ospedali si registrava l’11% di saturazione con picchi in regioni critiche come Lazio (15,3%), Campania (15,5%) e Sardegna(15,8%) e con la Val d’Aosta arrivata al 27,6%. In questo momento la soglia è abbastanza lontana, ma il tasso è più che raddoppiato rispetto al 4,6% della settimana precedente. Sette Regioni – Piemonte, Marche, Emilia Romagna, Abruzzo, Toscana, Lombardia e Calabria – secondo l’osservatorio hanno già esaurito i posti creati e attivati con il Dl 34. E gli ingressi seguono il ritmo dell’aumento dei contagi, che è diventato esponenziale. Quanto manca al 30%, quindi? Dipende dal numero medio di ingressi quotidiani e dal tempo di permanenza medio in rianimazione. Nella settimana 4-10 ottobre, calcola Altems, i posti occupati in T.I sono aumentati di 93 unità, dall’11 al 17 di 315 e dal 18 a ieri di altre 423. Con questo ritmo al termine della prossima settimana si potrebbero avere tra le 600 e le 700 persone in più, per un totale di 1.800 letti occupati, ovvero il 27% medio nazionale di occupazione sui 6.628 posti attualmente attivi. “Quindi nei prossimi 7 o 8 giorni si rischia di arrivare al 30% – è la previsione di Altems -. È una stima molto conservativa, che non considera gli interventi del legislatore”.

Quando verrà raggiunta la soglia l’altro problema da affrontare sarà quello del personale: “L’organico non sarà sufficiente a fare fronte all’emergenza”, ha spiegato Alessandro Vergallo, presidente dell’Associazione anestesisti rianimatori ospedalieri. Il Dl 34 prevede che le Regioni aumentino i posti di T.I. dai 5.719 pre-emergenza a 8.679. Il punto è che poi servono le professionalità per utilizzarli. Prima del Covid-19 il Servizio sanitario nazionale prevedeva circa 2,5 anestesisti per ogni letto. Questo valore, spiega Altems nel suo ultimo report, è diminuito dopo il Dl 34 perché le Regioni hanno sì creato i nuovi posti (grazie a fondi messi a disposizione dal ministero per il Fondo sanitario nazionale), ma non hanno assunto i medici necessari a tenerli attivi: “Il numero di quelli arrivati non riesce a compensare l’incremento del fabbisogno legato alla crescita dei posti letto”, spiega il direttore Americo Cicchetti.

Perché è successo? “In Italia ci sono pochi anestesisti – prosegue Cicchetti-. Inoltre i bandi fatti dalle Regioni sono stati molto lenti, perché le procedure amministrative sono farraginose. È vero anche che se i bandi fossero stati espletati in minor tempo gli anestesisti sarebbero stati comunque insufficienti, in Italia ne abbiamo pochi. Negli anni si è investito poco in questo settore e ora ci troviamo scoperti”. Secondo l’Aaroi sono almeno 4mila gli specialisti che mancano all’appello.

“Troppi al pronto soccorso. Anche con sintomi leggeri”

Pronto soccorso in grande sofferenza in tutta Italia ma soprattutto in Lombardia, con code di ambulanze davanti agli ospedali che scuotono un sabato già di ansia per la crescita dei contagi, le nuove misure annunciate e il post-guerriglia di Napoli.

Immagini di ambulanze in fila agli ingressi dei pronto soccorso arrivano da Milano, Cremona, Monza e Varese. Ma anche a Roma è piena emergenza, come racconta un medico di un grande ospedale cittadino: “Ormai al pronto soccorso prendiamo solo malati Covid, i giovani generalmente non sono gravi, con i più anziani le cose cambiano. Detto questo siamo già saturi e dobbiamo fare turni massacranti perché sono stati contagiati anche molti colleghi. E, soprattutto, non riusciamo più a prendere persone che hanno bisogno per altre patologie non legate al Covid”.

La conferma arriva dal presidente Simeu (Società italiana medicina emergenza-urgenza) Salvatore Manca: “Siamo in una fase molto critica pressochè in tutte le Regioni, perchè sui pronto soccorso si stanno riversando migliaia di persone sintomatiche ma anche con sintomi molto lievi che, nella maggioranza dei casi, chiedono di poter effettuare un tampone rapido per la diagnosi. Ma c’è anche un’emergenza per le file di ambulanze per trasportare pazienti, così i pronto soccorso stanno diventando dei parcheggi per i pazienti Covid, che vi rimango anche dai 3 ai 5 giorni in attesa che si liberi un posto nei reparti ordinari Covid, anch’essi ormai pieni”. E il paradosso è che “in cui i reparti non riescono a dimettere i pazienti positivi ma con lievi sintomi perchè molti non possono tornare al proprio domicilio, dove non hanno le condizioni per restare in isolamento”. Lombardia, Liguria, Sardegna, Lazio e Campania le regioni con i pronto soccorso in queste ore più in sofferenza, mentre a livello nazionale tra medici e infermieri d’emergenza se ne contano tremila in meno rispetto a quanto previsto dagli organici.

Tutto questo mentre continuano a galoppare i numeri del contagio: ieri il bollettino ha registrato 19.644 nuovi casi (su 177.669 tamponi eseguiti) e ben 151 morti. Venerdì i nuovi contagi erano stati 19.143 a fronte di 182.032 tamponi e 91 le vittime. Aumentano ancora i pazienti della terapia intensiva – nelle ultime 24 ore sono 79 – arrivando a quota 1.128. Ammontano a 11.287 invece i ricoveri ordinari, 738 nelle ultime 24 ore. I contagi totali sono 504.509 dall’inizio della pandemia. Le vittime totali salgono a 37.210. Sono 2.309 i pazienti dimessi e guariti tra venerdì e ieri, per un totale di 264.117 dall’inizio della pandemia. Sono 11.287 i pazienti ricoverati con i sintomi, ben 738 in più rispetto ai 10.549 di 24 ore fa. Gli italiani in isolamento domiciliare sono 190.767, 4.765 in più rispetto ai 186.002 di venerdì. Il contagio avanza in maniera esponenziale, quindi, soprattutto per la Lombardia: 4.956 nuovi positivi a fronte di 32.749 tamponi effettuati (per un totale complessivo di 2.680.430) per una percentuale pari al 15,1%; 51 i morti. L’area di Milano si conferma la più colpita con 2.306 casi, di cui 1.010 in città.

E la sofferenza dei pronto soccorso in Lombardia è a livelli allarmanti, col numero di emergenza 112 sovraccarico e inaccessibile per ore. Per metterci una pezza sono allestite nuove ambulanze ma la mole di chiamate è comunque ingestibile. Non c’è ospedale in Lombardia in queste ore senza file di ambulanze in attesa di far scendere i pazienti. Rinviati, inoltre, tutti gli interventi di routine e le visite specialistiche non urgenti. Tanti i reparti di Chirurgia in tutta la regione che sono stati riconvertiti in reparti Covid. Stesse scene si vivono anche in Liguria.

Come si è arrivati a questa situazione lo spiega Vittorio Agnoletto, docente della Statale e presidente dell’Osservatorio coronavirus: “I pronto soccorso e gli ospedali si riempiono di malati Covid, in sintesi, perché mancano le Usca previste dalla legge, le Unità speciali di continuità assistenziale, non si fa prevenzione e controllo sui luoghi di lavoro e i medici di base sono lasciati soli ad occuparsi di migliaia di pazienti”. Per Agnoletto non è solo un problema lombardo ma Milano è nell’occhio del ciclone: “Nell’intera città metropolitana ci sono 7 Usca e 12-14 medici, nel capoluogo le Usca sono addirittura 2. Inoltre i medici di famiglia, senza saturimetri e altri strumenti, sono abbandonati a se stessi e non possono intervenire sui pazienti a casa che quindi non possono che andare in ospedale: siamo all’anno zero. Non sono stati potenziati gli ambulatori né ne sono stato costruiti di nuovi. I tamponi sono un disastro: mancano quelli rapidi e i responsi arrivano dopo troppo tempo. Bisogna intervenire sull’assistenza domiciliare e sui trasporti dando linee guida precise ai medici di base su terapie e su come affrontare l’emergenza. Bisogna ripensare rapidamente la sanità pubblica dopo che si sono persi cinque mesi”.

Parole che trovano conferma nell’esasperazione di un medico del pronto soccorso del Policlinico: “La situazione è disastrosa. Siamo intasati e mancano medici e infermieri. Tanti sono contagiati, abbiamo smesso di mangiare in mensa per evitare rischi. C’era tempo per prepararsi ma non è stato fatto”.