Una Regione in cui mancano sedicimila camici bianchi

Nello sprofondo rosso dei dati del contagio e dell’offerta sanitaria in Campania, ieri si è iniziato a vedere un barlume di luce. I posti letto Covid sono aumentati da 1.090 a 1.500 (ieri ne erano occupati 1.118, 28 in più di venerdì), mentre le terapie intensive sarebbero 227, un centinaio in più della settimana scorsa, di cui 105 occupate (erano 98 venerdì). Numeri raggiunti in pochissimi giorni di lavoro ventre a terra, su input delle note allarmatissime firmate dal direttore dell’Unità di Crisi Italo Giulivo. Numeri che però consentono pochi altri giorni di relativa tranquillità, se i ritmi di incremento dei ricoveri dovessero rispecchiare quelli dei picchi di positivi nell’ultimo periodo (ma ieri il dato giornaliero è sceso a 1.718, di cui 58 con sintomi, rispetto ai 2.280 di venerdì).

Numeri ottenuti riconvertendo reparti su reparti tra le 15 Asl e aziende ospedaliere, sguarnendo la medicina ordinaria, sospendendo i ricoveri non urgenti e le prestazioni non indispensabili, arrivando persino a chiudere alcuni pronto soccorso. Come è accaduto a Vico Equense, per rafforzare il Covid Hospital di Boscoreale.

Per la verità non rasserena del tutto il dato delle Ti: a 227 posti si è arrivati conteggiando anche i posti degli ospedali modulari finiti sotto inchiesta, i 72 dell’ospedale del Mare di Ponticelli (Napoli) e i 24 del Ruggi di Salerno. Ma in realtà dei 72 in più a Napoli ne sarebbero funzionanti solo 6. Comunque sono posti sulla carta; per diventare pienamente effettivi necessitano di più medici e anestesisti. È una corsa contro il tempo. Nei giorni scorsi De Luca ha chiesto al commissario Arcuri 600 medici e 800 infermieri. Ne ha avuti una cinquantina. In una regione con 16mila medici in meno rispetto ad altre meno popolose.

E ora De Luca usa piazza e incidenti per avere più soldi

“Attacchi preordinati”, atti di violenza “organizzati” che “nulla hanno a che fare con le forme di dissenso civile e con le legittime preoccupazioni degli imprenditori e dei lavoratori legate alla difficile situazione economica”. È questa la lettura del ministro dell’Interno, Luciana Lamorgese, delle ore di guerriglia urbana di venerdì sera a Napoli. Al Viminale hanno lavorato per tutta la giornata ad analizzarle. E l’interpretazione va in questa direzione. D’accordo anche il ministro degli Esteri, Di Maio. Ma i timori sull’ “effetto Napoli” arrivano anche a Palazzo Chigi, mentre Conte si decide a lavorare a un nuovo Dpcm.

Sullo sfondo, un territorio particolarmente sotto pressione. Con tutti che utilizzano la prima piazza in cui esplode la guerriglia. E la figura ingombrante di Vincenzo De Luca, che “stressa” il dibattito pubblico.

Interventista, decisionista e incontrollabile, De Luca è al centro delle polemiche. Ieri ha fatto una marcia indietro repentina, tesa, ancora una volta, a mettere sotto pressione il governo: dopo settimane con l’acceleratore premuto sulle chiusure ha cambiato idea sul lockdown in Campania, sostenendo che senza quello nazionale è improponibile. E sottolineando l’assenza di un piano socioeconomico di ristoro. Ma forse, dopo la guerriglia di Napoli, ha anche toccato con mano una rabbia sociale crescente. E per quanto abbia tenuto una posizione in linea con quella del Viminale, se n’è appropriato.

Interloquire con De Luca, racconta chi fa politica sul territorio, è difficile, perché è seriamente spaventato dai numeri della Campania. Mentre Luigi de Magistris, il sindaco di Napoli, appare più occupato a fare demagogia che a risolvere i problemi. Dietro, c’è un Pd che non ha sconfessato le decisioni del governatore, anzi lo ha utilizzato come pungolo nei confronti di Giuseppe Conte. Ma che nello stesso tempo ieri non mancava di criticare i toni e i modi usati da De Luca (Francesco Boccia, ministro degli Affari regionali prendeva le distanze, pur senza affondare: “De Luca ha fatto alla sua comunità un appello, scegliendo i toni che ritiene più corretti”). E poi c’è lo scontro tra lo stesso presidente e il sindaco. Mentre Napoli bruciava, De Magistris era in studio a Roma, su Rai3, senza tornare in città. Ma non si faceva mancare la bordata: “La Regione è fuori controllo. Il governo intervenga”. All’orizzonte, le elezioni a sindaco del capoluogo partenopeo, sulle quali si sta combattendo una partita tutta interna al centrosinistra. Con lo stesso De Luca che vuole giocare da kingmaker, imponendo un suo candidato all’ultimo momento, De Magistris impegnato a cercarsi un ruolo per il futuro e Zingaretti teso a chiudere un’alleanza con i Cinque Stelle.

Intanto, De Luca gioca la sua battaglia più complessa. La scorsa primavera, forte dei numeri bassi della Campania, dava lezioni a destra e a manca, spesso in forma di show, conquistandosi il ruolo di Sceriffo. Ruolo che si è giocato in campagna elettorale. Tanto da puntare alla segreteria del Pd, quando i sondaggi davano la sua Regione. A elezioni vinte, le trovate restano, ma la realtà è parecchio difficile da affrontare. La Campania ha guidato il fronte per arrivare a misure le più severe possibile, ha anticipato chiusure, ha preannunciato un lockdown regionale. Portando altre Regioni a muoversi e spingendo il governo nella direzione delle chiusure. Ora la Campania rischia di essere laboratorio in un altro senso: il primo territorio in cui esplodono le rivolte sociali. In serata è Roberto Saviano ad avvertire: “Attenzione, ridurre tutto a un problema di ordine pubblico è riduttivo”.

Nel Pd napoletano fanno notare che il governatore ha sbagliato la comunicazione, aumentando la paura, senza rassicurare dal punto di vista economico. Intanto, De Luca ieri ha nuovamente detto la sua: didattica a distanza al 100% e “improponibile” la chiusura di bar e ristoranti alle 18, che in Campania resteranno aperti fino alle 23. Il braccio di ferro con il governo, con lo Sceriffo alla guida, continua.

Destra, sinistra e regia camorrista. A Napoli esplode la prima bomba

I messaggi sui gruppi social e whatsapp si sono moltiplicati nella giornata di venerdì. Appelli tra gli iscritti delle associazioni dei commercianti, delle piccole imprese, dei ristoratori a scendere nelle piazze di Napoli o davanti Palazzo Santa Lucia – la sede della Regione Campania – per protestare contro l’ordinanza del governatore Vincenzo De Luca che sarebbe andata in vigore quella sera: divieto di mobilità interprovinciale, stop alla mobilità dalle 23, saracinesche chiuse a quell’ora per teatri, bar e ristoranti, e mezz’ora per correre a casa con la ricevuta in tasca da esibire per un controllo ed evitare la multa.

Ma presto il tam tam si è allargato in altri ambienti: i centri sociali, l’estrema destra di Roberto Fiore, i canali telegram per lo spaccio del- l’hascisc.

La tensione era già altissima prima che De Luca alle 15 annunciasse unilateralmente il lockdown in Campania nei prossimi giorni. E così quella che doveva essere una protesta contro le misure “coprifuoco” è diventata il crogiuolo della rabbia di chi ha paura del balzo indietro a marzo. Migliaia di persone si sono riversate in strada. E dove c’è odore di caos, appare la camorra. Per raggiungere Palazzo Santa Lucia dal quartiere Pallonetto basta attraversare un marciapiede. Da lì si sono riversate le “paranze” vicine ai clan. Gente che sa come si impugna un bastone, come si usano gli scooter in “branco” per accerchiare le forze dell’ordine. Il mondo promiscuo dove si incrociano pregiudicati, ultrà, sobillatori di professione. Poi il delirio. Bombe carta su Palazzo Santa Lucia, petardi che hanno stordito diversi carabinieri (quattro feriti, stanno bene), auto distrutte, giornalisti aggrediti in diretta. Ieri mattina due arresti, facinorosi individuati grazie ai video. La nota diffusa dalla Digos li definisce con precedenti nello spaccio nel quartiere Vasto. Poche ore dopo i due erano già condannati con la sospensiva e liberi di tornare a casa. E nel pomeriggio nuovi scontri a piazza Amedeo e a piazza dei Martiri davanti alla sede di Confindustria: manifestanti dei centri sociali, dei Cobas, dei Carc e di altre sigle di estrema sinistra hanno lanciato bottiglie, acceso fumogeni e fatto esplodere tre bombe carta, tentando di formare un corteo diretto verso la Regione. La Polizia ha risposto con una carica. Sul lockdown, i manifestanti hanno detto di non essere contrari, ma a patto che “per disoccupati e lavoratori ci sia il salario pieno garantito”.

Ecco forse a cosa pensava Ranieri Guerra (Oms) quando al Fatto ha dichiarato: “Cerchiamo di evitare un lockdown, provocherebbe scontri armati”. Se non adeguatamente preparato, e in territori difficili come quello napoletano, le reazioni sono queste.

Commercianti e piccoli imprenditori hanno censurato le violenze scaturite nel corso delle manifestazioni germinate tra Santa Lucia, Largo San Giovanni Maggiore e il lungomare di via Caracciolo, alle quali nessuno, dopo, ha voluto mettere il cappello. Rosario Ferrara, presidente del consorzio Toledo Spaccanapoli, che riunisce 80 negozi, ha condannato gli scontri e al Fatto dice: “Non abbiamo partecipato perché dalla questura ci avevano avvertito del rischio di infiltrazioni malavitose”. Si è dissociato dai tafferugli anche uno degli organizzatori, Stefano Meer di Rete Piccole e Medie Imprese Napoletane, che si è allontanato quando ha visto apparire i segnali della rivolta. Nel pomeriggio di ieri Confcommercio Campania ha diramato un comunicato di condanna: “I violenti sono i nostri nemici, vogliono approfittare del caos e delle nostre difficoltà per strozzare imprenditori disperati”. Cento commercianti ieri sono scesi in piazza anche a Ercolano e iniziative spontanee sono sorte su diversi territori.

Intanto De Luca sta limando i contenuti dell’ordinanza con la quale non dovrebbe più stabilire il lockdown regionale ma ampie zone rosse nelle aree più infette. Dovrebbe firmarla oggi: aspetta prima il dpcm di Conte. E il giurista napoletano Alberto Lucarelli avverte: “L’azione delle Regioni rispetti la Costituzione, il governo eserciti i suoi poteri in caso di violazioni”.

Covid libero: il coro legazionista della destra

 

2 giugno Matteo Salvini/1 

Non era ancora scoccata la riapertura delle regioni che i leader del centrodestra Matteo Salvini, Giorgia Meloni e Antonio Tajani scendevano in piazza contro il governo per la Festa della Repubblica. Oltre agli inevitabili assembramenti, il leader della Lega però sfilava e si faceva i selfie con la mascherina abbassata.

 

29 luglio Giorgia Meloni

Il premier Conte chiede alle Camere la proroga dello Stato di emergenza ma Giorgia Meloni, con gli occhi fuori dalle orbite, attacca: “Ridate libertà agli italiani”
“Non potete usare poteri speciali per i clandestini. Non rida, siete pazzi e irresponsabili”

 

27 luglio Matteo Salvini/2 

Al convegno di negazionisti in Senato Salvini decide di non indossare la mascherina. Quando un commesso gli chiede di metterla, lui si rifiuta e se la infila in tasca: “La mascherina non ce l’ho e non la metto. Il saluto con il gomito è la fine della specie umana”

 

10 giugno Vittorio Sgarbi

Durante l’audizione del coordinatore del Cts Miozzo alla Camera, Sgarbi si rifiuta di mettere la mascherina: “Non la indosso, fa male”. Da sindaco di Sutri il 29 agosto firma un’ordinanza per multare chi porterà la mascherina

 

17 agosto Daniela Santanchè

La deputata di Fratelli d’Italia, protestando contro il divieto di ballare nelle discoteche, pubblica un video sui socil in cui balla senza mascherina al Twiga, locale suo e di Briatore  in Versilia.

 

5 ottobre Maria Elisabetta Casellati

La presidente del Senato al Corriere protesta contro lo Stato di emergenza: “Sullo Stato di emergenza va detta la verità, senza nascondere i dati del Cts”

 

21 ottobre Armando Siri

Il senatore leghista pochi giorni fa, con un nuovo picco di 15mila contagi, prende la parola al Senato per negare l’emergenza della nuova curva di contagi e attaccando i media:
“I media creano un pesante stato di angoscia nel popolo”

 

28 luglio Sabino Cassese

Il giuristadalla scorsa estate ha sempre negato la necessità di prorogare lo Stato di emergenza: “È una dichiarazione di impotenza o incapacità” diceva a inizio ottobre. “La proroga dello Stato di emergenza è inopportuna e illegittima”

 

15 agosto Nicola Porro

Sul suo sitoe sui social il vicedirettore del “Giornale” ha sempre sminuito la gravità del Covid parlando di “terrorismo mediatico” e di “giornale unico del virus”. L’ultima crociata: la fine del ballo esitvo: “L’ultima dei terroristi del virus: guerra alle discoteche. I contagiati non sono malati”

 

18 agosto VIttorio Feltri

Il direttoredi “Libero” accusa il governo di aver chiuso “balere e discoteche” e di non aver previsto “gli assembramenti con la riapertura dei locali”. Ma proprio “Libero” era stato tra i principali sostenitori delle riaperture e della fine del lockdown.

 

13 ottobre Daniele Capezzone

L’editorialista della “Verità” critica la proroga dello Stato di emergenza: “Dietro non c’è alcuna base scientifica” scrive Capezzone nonostante l’impennata dei nuovi contagi: “Conte si è preso i pieni poteri e continua a prorogarseli”

 

2 ottobre Maurizio Belpietro

Il direttore della “Verità” ha sempre posizionato il suo giornale su posizioni molto critiche nei confronti del governo accusato “di voler spiare gli italiani” e di “prorogare i pieni poteri”. Il 13 ottobre il giornale di destra va oltre: “C’è l’immunità di gregge ma creano l’emergenza”

 

21 ottobre Alessandro Sallusti

Il direttore del “Giornale”, con l’impennata dei contagi, attaca il governo che “brancola nel buio” e poi elogia il modello lombardo che però ha fallito completamente in primavera: “La ‘via lombarda’ farà scuola in tutta Italia perché è l’unica ragionevole”

 

4 agosto Matteo Bassetti

Il direttoredelle Malattie Infettive al San Martino di Genova è considerato negazionista per le sue uscite contro la seconda ondata e contro le restrizioni. Punto di riferimento di Toti e Salvini:  “Il rimbalzo non c’è stato, chi parla di seconda ondata fa terrorismo”

Didattica a distanza: la lotta tra la Azzolina e i governatori sul 75 per cento alle superiori

La giornata di ieri era iniziata con dei numeri, postati su Facebook dalla ministra dell’Istruzione Lucia Azzolina e provenienti dal punto periodico sul Coronavirus del ministero della Salute: rispetto alla settimana scorsa, quando i focolai registrati a scuola erano pari al 3,8 per cento, questa settimana la percentuale era scesa al 3,5. “Il numero dentro le scuole è addirittura sceso, in proporzione al totale – aveva commentato la ministra –. L’Iss conferma che dentro le scuole il rischio di trasmissione del virus continua ad essere molto molto basso”.

Ma dato o non dato (la cui attendibilità è influenzata anche dall’efficacia del tracciamento) la battaglia per tenere le scuole aperte mentre tutto chiude ieri nella bozza del nuovo dpcm circolato sembrava essere culminata in un compromesso tra le richieste delle Regioni (didattica a distanza totale alle superiori e università e in parte nel primo ciclo) e quella del ministero. Si leggeva: “Fermo restando che l’attività didattica ed educativa per il primo ciclo di istruzione e per i servizi educativi per l’infanzia continua a svolgersi in presenza, le istituzioni scolastiche secondarie di secondo grado adottano forme flessibili nell’organizzazione dell’attività didattica incrementando il ricorso alla didattica digitale integrata, per una quota pari al 75 per cento delle attività”. Insomma, scuola in presenza per gli asili, le elementari e le medie, ma per le superiori didattica a distanza per i tre quarti delle ore, che di fatto significa arrivare alla quasi totalità in una fascia d’età in cui la dispersione scolastica è più alta, quasi il 4 per cento (e in cui c’è la fine della scuola dell’obbligo). Una soluzione trovata soprattutto per evitare affollamenti dei mezzi pubblici e lo spostamento degli studenti più grandi (e per questo meno controllabili) senza però chiudere del tutto le porte degli istituti, ma che ancora ieri sera non sembrava bastare alla Regioni, che continuano a invocare il 100 per cento anche in una lettera inviata al Governo.

“Si prova a scaricare sulla scuola una responsabiltà che arriva da fuori – spiega la senatrice Bianca Laura Granato, capogruppo per il M5s in commissione istruzione – e il caos sui trasporti ne è un esempio. Nelle scuole sono state applicate tutte le misure di sicurezza necessarie, c’è stata una programmazione approfondita e ora ci si trova a pagare lo scotto per la disorganizzazione esterna o peggio per la strumentalizzazione politica”.

Stop a cene, sport, cinema e teatri. E soldi a chi chiude

Addio alle cene al ristorante, all’aperitivo serale e ai bar dopo le ore 18, nonché la domenica e nei giorni festivi. Addio al cinema, al teatro, alla palestra, alla piscina. Non c’è il coprifuoco inteso come divieto di circolazione notturno, già disposto con le ordinanze regionali in Lombardia (dalle 23 alle 5), in Campania (gli stessi orari) e nel Lazio (dalle 24 alle 5), cui si aggiunge da domani il Piemonte (23-5). Non c’è nemmeno il divieto di spostamento tra un Comune e l’altro, restare nel Comune di residenza o domicilio è però “fortemente raccomandato”. Il governo lascia alle Regioni le scelte su barbieri, parrucchieri ed estetisti. Il nuovo dpcm, nella bozza che circolava ieri sera, conferma gli ultimi provvedimenti sulle mascherine (esentato solo chi fa sport, i bambini fino a sei anni e chi ha malattie incompatibili), i divieti di assembramento che possono essere adottati a livello locale dalle 21, lo stop alle discoteche, l’obbligo di stare a casa con la febbre a 37.5. Le manifestazioni pubbliche sono ammesse “solo in forma statica”, cioè niente cortei. Sospesi i concorsi. I parchi restano aperti, col divieto di assembramenti.

Vista l’urgenza, viene anticipato in settimana anche il decreto con i ristori ai settori colpiti. Si riparte dalle misure di questi mesi, ma si studia come far arrivare prima gli aiuti. Tra proroga della Cig per altre 10 settimane, ristoro a fondo perduto, un altro mese di reddito di emergenza, credito d’imposta al 60% sugli affitti si parte da meno di 4 miliardi (per un mese). In dubbio un ulteriore rinvio delle scadenze fiscali.

Ristoranti e bar Chiusi alle 18, la domenica e nei giorni festivi

I servizi di ristorazione (bar, pub, ristoranti, gelaterie, pasticcerie) possono stare aperti dalle 5 alle 18 e sono sospesi la domenica e i festivi. Per il consumo al tavolo il limite passa da sei a “massimo quattro” persone “salvo che siano tutti conviventi”. Nessun divieto per i ristoranti e i bar di alberghi e altre strutture ricettive “limitatamente ai propri clienti”, né per le consegne a domicilio, gli autogrill, le mense aziendali. Dopo le ore 18 è vietata anche la consumazione di cibi e bevande all’aperto. I ristoranti possono rimanere aperti fino alle 24 solo per l’asporto.

Divieto totale per cinema, teatri, sale giochi e casinò

“Sono sospese le attività di sale giochi, sale scommesse, bingo e casinò; sono sospesi gli spettacoli aperti al pubblico in sale teatrali, da concerto, cinematografiche e in spazi anche all’aperto”.

Sport Stop alle piscine e alle palestre, salvo il tennis

Dopo la settimana concessa dal governo, stop a “palestre, piscine, centri natatori, centri benessere, centri termali, fatta eccezione per l’erogazione delle prestazioni rientranti nei livelli essenziali di assistenza, nonché centri culturali, centri sociali e centri ricreativi”. Resta “consentito svolgere attività sportiva o attività motoria all’aperto, anche presso aree attrezzate e parchi pubblici, ove accessibili, purché comunque nel rispetto della distanza di sicurezza interpersonale di almeno due metri per l’attività sportiva e di almeno un metro per ogni altra attività”. Restano sospese le competizioni sportive, salvo le attività professionistiche. Allenamenti consentiti per gli affiliati alle federazioni Coni, ma in forma individuale e a porte chiuse. Confermato lo stop agli sport di contatto, ma non ci sono limiti per i circoli sportivi. Tennis e padel dovrebbero essere permessi.

Viaggi e case. Non invitare nessuno, non spostarsi

Alla fine la linea Conte si è imposta. Fatto salvo il divieto di “feste” anche in luogo privato, è solo “fortemente raccomandato di non ricevere” in casa “persone diverse dai conviventi, salvo che per comprovate esigenze lavorative o situazioni di necessità e urgenza”. Prima la raccomandazione era non superare i sei non conviventi. Idem per i viaggi fuori dal Comune di residenza. Insomma, niente multe.

Chiusure alle 18, spostamenti e scuola: i tre nodi della stretta

Non è bastata una giornata intera per chiarire i contorni della nuova stretta in cui l’Italia piomberà da domani. Nonostante abbiano cominciato a riunirsi alle 6.30 di mattina per rubare le ore all’emergenza, il presidente del Consiglio Giuseppe Conte e i ministri a sera non erano ancora in grado di chiudere il testo del dpcm, dopo il consueto passaggio tra le forche caudine dei governatori. Troppe incognite ancora da sciogliere, a cominciare dal divieto di spostamento tra Regioni, osteggiato ormai solo da Liguria, Abruzzo e Trentino. Ma anche la chiusura dei locali alle 18, considerata una misura troppo drastica dai presidenti, a cominciare da quello dell’Emilia Romagna Stefano Bonaccini, che lo ha detto così: “Serve un impianto di norme congrue e coerenti, altrimenti certe misure non riusciremo a farle accettare. E comunque vanno prestabiliti ristori adeguati”. E c’è anche il tema della didattica a distanza, che il governo propone al 75 per cento per le superiori e che invece molti governatori – il campano De Luca, l’umbra Tesei, ma non solo – vorrebbero totale. “Anche per le università” scrive il presidente della Conferenza delle Regioni Bonaccini, nelle sue controproposte al governo. In cui chiede di far slittare alle 23 la chiusura per i ristoranti che abbiano il servizio al tavolo e alle 20 quelli dei bar, eliminando anche la chiusura domenicale prevista dal dpcm. Mentre le Regioni sono favorevoli alla chiusura dei centri commerciali.

Misure che si definiranno tra la notte appena passata e questa mattina, ma che di certo segnano un punto nella discussione dell’ultima settimana: Conte può ancora permettersi di non usare la parola lockdown, ma la realtà gli assomiglia parecchio. E il premier che voleva aspettare, oggi è pronto a spiegare che la “nuova strategia” è rinviata a data da destinarsi. Perché di fronte al virus che è tornato, non c’è altro da f are che chiudere la porta. Così, almeno fino al 24 novembre, #restateacasa, come questa primavera. “Serve a permetterci di passare il Natale insieme”, è lo zuccherino che passa il ministro Luigi Di Maio.

Infatti, nonostante le residue perplessità del presidente del Consiglio, che ancora venerdì predicava cautela, il nuovo dpcm ha preso rapidamente forma, a soli cinque giorni di distanza dall’ultimo firmato. E stavolta non è il “brodino caldo”, per dirla con il Pd, che aveva già espresso le sue remore sulla mancata stretta di lunedì scorso. Stavolta vince la linea dura, nonostante ancora ieri il presidente della Repubblica in un messaggio inviato alla confederazione degli artigiani e dei piccoli imprenditori avesse voluto trasmettere “fiducia nella nostra capacità di affrontare questo momento cruciale con scelte e comportamenti che consentano di puntare alla ripresa della crescita, contenendo i contagi ed evitando costi ancor più elevati per la società intera e ciascuno di noi”. Invece la ripresa della crescita subisce un altro colpo ferale e si torna a cercare fondi per “ristorare” chi verrà di nuovo colpito dalla serrata. Oltre agli orari di chiusura e alla scuola, con i governatori è stato scontro anche su questo. “Sono tutte attività essenziali”, dice il ligure Giovanni Toti protestando contro lo stop a palestre e piscine; il calabrese Spirlì si lamenta per cinema e teatri, off limits anche quelli, mentre il lombardo Attilio Fontana ha l’impressione che le restrizioni siano “più ideologiche che concrete”.

In ballo, per usare le parole del ministro per i rapporti con il Parlamento Federico D’Incà, c’è la “tenuta sociale del Paese”. Dopo i fatti di Napoli, ieri sera a Roma un’altra piazza convocata in nome di un fantomatico “popolo” che vuole “libertà”. Segnali che preoccupano tutti i partiti. E che ieri hanno spinto De Luca a chiedere aiuto al governo per rafforzare l’ordine pubblico dopo le 23, l’orario da cui scatta il coprifuoco in Campania. Ieri il premier ha sentito i leader dell’opposizione per pre-annunciare la stretta. Ed è a loro che ha spiegato che sul tavolo del governo c’è anche l’ipotesi di limitare gli spostamenti tra regioni. Il ministro Francesco Boccia ha però spiegato che quest’ultima restrizione, la più vicina al lockdown anche da un punto di vista simbolico, potrebbe entrare in un prossimo provvedimento e non nel decreto che firmerà oggi il presidente del Consiglio. Di certo per lo stop agli spostamenti liberi tra regioni spinge il capodelegazione del M5S, il Guardasigilli Alfonso Bonafede. Ma la maggioranza è stanca e abbastanza agitata, con Italia Viva che già alza la voce contro la chiusura delle palestre e borbotta su quasi tutto. Per questo in tarda serata Conte riunisce di nuovo i capidelegazione, cercando un punto di caduta definitivo. Mentre da fuori il centrodestra già protesta contro le restrizioni.

Ma la notte no

Ci auguriamo vivamente che il nuovo Dpcm centri il bersaglio: frenare l’aumento dei contagi e sfiatare l’assedio agli ospedali limitando la circolazione dei cittadini e gli incontri ravvicinati. Ma alcune misure, più che di una riflessione sui dati, sembrano il frutto delle pressioni isteriche del Pd, che non tocca palla e vuol piantare una bandierina, e degli sgovernatori falliti, ansiosi di coprire le proprie vergogne. Infatti qualcuno ha diffuso una bozza nel pomeriggio, per forzare la mano a Conte, come se non bastassero gli appelli (a Mattarella!) di scienziati apocalittici, ma digiuni della materia (fisici nucleari, vulcanologi e astronomi che scambiano i positivi per malati e i dati parziali dei tamponi per il totale degli infetti). Ragionare sui dati certi e coi nervi saldi è da temerari, presi come siamo fra gli opposti isterismi dei negazionisti e dei catastrofisti. Ma, accanto ai sacrosanti limiti ai trasporti, la bozza è affetta da almeno tre incongruenze che ci permettiamo di segnalare.

1) Il contagio galoppa soprattutto di giorno, sui mezzi pubblici che portano gli studenti alle/dalle scuole e i lavoratori ai/dai luoghi di impiego: che senso ha concentrare i divieti nelle ore serali, quando c’è molta meno gente in giro, complici i primi freddi? La movida, peraltro ormai concentrata nei weekend, l’hanno già spenta le Regioni col coprifuoco notturno e i sindaci chiudendo o transennando le piazze e le vie più affollate dai ragazzi tiratardi.

2) L’altro contesto-principe dei contagi sono le famiglie nel chiuso delle loro abitazioni, con gli studenti e i lavoratori che rincasano la sera e infettano genitori e nonni: che senso ha farli rientrare tutti in anticipo, allungando le ore di convivenza fra le mura domestiche?

3) Se lo scopo è tenere le persone il più possibile in spazi controllati e rispettosi del distanziamento, che senso ha chiudere alle 18 i ristoranti e i bar (già dimezzati dalla paura e comunque ligi ai protocolli anti-Covid), spingendo chi li frequentava ad andare a zonzo o a chiudersi in casa fin dall’ora di cena, per feste private con gli amici o serate in famiglia (con gravi rischi per gli anziani); o anche prima, visto che si chiudono tout court gli altri ritrovi distanziati come piscine, palestre, teatri e cinema?

Finora ogni Dpcm era apparso necessario e razionale. Questo, varato senza neppure attendere gli esiti degli ultimi due, sembra fatto per dire di aver fatto qualcosa, o per non fare ciò che andrebbe fatto: anzitutto il lockdown per 15-20 giorni nelle metropoli fuori controllo, come Milano e Napoli, che da sole totalizzano 2306 e 980 positivi: un sesto di quelli di tutta Italia. Sono il nuovo Lodigiano e la nuova Val Seriana, ma si fa finta di nulla.

Genova, la città mancata di Michelangelo

In Vita di Michelagnolo Buonarroti raccolta per Ascanio Condivi da la Ripa Transone, il biografo – che praticamente scrisse sotto dettatura dell’artista stesso – ci racconta che c’è stato un momento della lunga vita di Michelangelo (1475-1564) in cui aveva pensato di trasferirsi a Genova: “Fu quasi per partirsi di Roma, et andarsane in sul Genovese” leggiamo. Non sappiamo esattamente dove, ma sappiamo perché: sarebbe stata una fuga da Roma dove Papa Paolo III – ripreso in mano il progetto del suo predecessore, Clemente VII – lo voleva costringere ad affrescare Il Giudizio Universale contro la sua volontà.

Il sogno del Buonarroti era abitare in un luogo tranquillo tra le cave di marmo (“comodo à Carrara”) e il mare, da dove poter inviare le sue statue fino a Roma. Ma Paolo III utilizzò la sua autorità per bloccarlo a Roma, e da lì la sua carriera straordinaria non smise di sfavillare: non solo Il giudizio, ma anche la cupola di San Pietro, il Campidoglio e tanto altro. Per questo, l’intuizione che soggiace alla mostra Michelangelo divino artista a Palazzo Ducale a Genova (fino al 14 febbraio, a cura di Cristina Acidini attuale direttrice di Casa Buonarroti), come di risarcire questo incontro mancato tra la città e l’artista, è azzeccata e utile a raccontare un episodio della sua lunga parabola biografica (basti pensare che lavorò per ben sette papi).

Divisa in dieci sezioni (con anche l’utilizzo di apparati multimediali), l’esposizione – che pure deve confrontarsi con la difficoltà di reperire opere realmente importanti da esporre, dunque spostare – offre veri e propri capolavori come il giovanile stiacciato marmoreo Madonna della Scala (1491) in cui Michelangelo omaggia Donatello; il modello Dio fluviale in legno e argilla (1524, uno studio per una statua di corredo per le tombe dei duchi medicei); il sublime Cristo Redentore (o Cristo Giustiniani, 1514-16) prima probabile versione del Cristo della Minerva; fino al busto di marmo Bruto (1539) e al tardissimo Crocifisso ligneo (1563) dello scultore ormai quasi novantenne.

Ma a colpire al cuore sono soprattutto i disegni, gli studi preparatori, come il vivissimo Cleopatra (1535) in cui la regina egizia si volge indietro, di tre quarti, mostrando una bellezza melanconica che solo Liz Taylor saprà poi restituirle. È qui che Michelangelo confessa la sua ricerca ossessiva per raggiungere l’umanità nelle sue opere, in conflitto tra anima e corpo, eternità e morte, come pure scrive in un suo madrigale (Michelangelo fu fine poeta) dedicato all’amica e poetessa Vittoria Colonna, quando spiega di voler “levar in pietra alpesta e dura/ una viva figura”.

 

Michelangelo divino artista

Genova, Palazzo Ducale, fino al 14.02

Contro la corsa verso la catastrofe, ci serve una rivolta che fermi il tempo

La pandemia globale potrebbe non aver arrestato il desiderio di rivolta. Da quella più recente, ed evidente, che ha attraversato la stessa campagna elettorale statunitense, la rivolta successiva alla morte di George Floyd e al suo I can’t breathe, fino a Hong Kong o in Sudamerica, una “costellazione” di iniziative, sia pure frammentate, batte il tempo della politica. E, fuori da una idea sbrigativa di “impoliticità” o di dinamica “pre-politica”, scrive Donatella Di Cesare, costruiscono una dimensione necessaria della politica. Perché, qui il succo della questione, la rivolta consente di “riconfigurare lo spazio pubblico”, quel bel concetto introdotto da Hannah Arendt per definire la politica e che oggi è solo appannaggio di una dimensione nazionale e statuale che chiede, per parteciparvi, un’adesione, un riconoscimento preventivo che costringe a far parte di un circuito chiuso. Definito dai confini o dalla cittadinanza.

La rivolta consente di ridisegnare quello spazio con una irruzione improvvisa. Come altre volte Di Cesare ricorre a Walter Benjamin, alla concezione messianica di rivoluzione come atto imprevisto che interrompe la corsa verso la catastrofe, creando un varco in cui i torti della storia possano essere redenti. E così la rivolta diventa non solo riconfigurazione dello spazio, ma anche una rivolta del tempo, in grado di “scompaginare la storia”. Come gli insorti della Comune spararono sugli orologi per fermare il tempo dei vincitori, la rivolta permette di far trapelare un “tempo altro”. Per questo ha “una verticalità anarchica e una profondità poetica”. Anarchica in un senso profondo, quello di richiamare una “nuova filosofia politica” in grado di definire un altro tempo e un altro mondo. In tempi di catastrofe globale, quell’interruzione del tempo sarebbe necessaria.

 

Il tempo della rivolta

Donatella Di Cesare

Pagine: 128

Prezzo: 12

Editore: Bollati Boringhieri