Bufalino “nel castello” incanta persino i pupi

Lontano dalla mondanità, ritirato nella barocca e amata Comiso (Ragusa), Gesualdo Bufalino è figura affascinante. Insegnante e bibliofilo col sogno di realizzare una biblioteca (ci riuscì, oggi la Fondazione Bufalino a Comiso conta 10 mila opere), coltissimo eppur popolare, restò nell’ombra fin quando Elvira Sellerio e Leonardo Sciascia scommisero su un suo manoscritto, Dicerie di un untore, basato su un’esperienza autobiografica di degenza in sanatorio. Fecero centro: Bufalino vinse il Campiello a 61 anni e non smise più di scrivere.

Favola del Castello senza Tempo, unico suo testo rivolto all’infanzia, ripubblicato da Bompiani in occasione del centenario con le tavole di Lucia Scuderi, ha al centro il mito di Atropo, la Moira incaricata di recidere il filo della vita, qui rappresentata dalla falena nota come sfinge testa di morto. Il giovane, coraggioso e innocente Dino, seguendola nel fitto di un bosco, troverà il modo di liberare gli Immortali, uomini creati quando ancora il Tempo non c’era e ora intrappolati in una misteriosa dimora, dal sortilegio che gli impedisce d’invecchiare e morire. “Cosa succede infatti se il tempo non fa il suo dovere? Nascosto dietro il miraggio dell’immortalità, il tempo diventa carceriere” scrive Nadia Terranova nella bella prefazione.

 

Favola del castello…

Gesualdo Bufalino

Pagine: 64

Prezzo: 12

Editore: Bompiani

Dal particolare all’universale: l’inchiesta perfetta dell’ispettore Caldas

Si chiama Leo Caldas ed è un ispettore della polizia di Vigo, in Galizia. È la Spagna del Nord, sull’oceano Atlantico. Al confine con il Portogallo. L’ispettore viene incaricato dal suo capo, il commissario Soto, di indagare riservatamente sulla scomparsa di Mónica Andrade. La donna è sulla trentina ed è la figlia del chirurgo più rinomato della città. Di qui la solerzia del commissario. Vigo è divisa in due da un’insenatura, da una sorta di fiordo che si chiama ría e che si attraversa su un ponte o con un traghetto. Mónica abita nel villaggio di Tirán, sulla costa opposta alla città, ed è stata vista per l’ultima volta alle sei di mattina. Andava in bici al porto, per prendere il primo traghetto per Vigo. Da allora non si sa più nulla di lei.

Con uno stile meticoloso e che afferra il lettore sin dall’inizio, Domingo Villar costruisce un’indagine perfetta che regge la bellezza di oltre seicento pagine. Davvero solida, senza periodi soverchi. Villar è di Vigo e ovviamente ci porta a conoscere la sua città in ogni anfratto, dal mare fino al centro storico dove i palazzi di un tempo sono stati abbattuti per fare posto a brutti edifici moderni. Conta anche questo nell’economia della trama, ma a colpire è proprio la cura delle ricerche di Caldas e dei suoi collaboratori, riuscita allegoria noir di quel processo che ogni investigatore deve affrontare: dal particolare all’universale. È un giallo e quindi è meglio non rivelare troppi dettagli. Ma passo dopo passo, dalla scuola di arti e mestieri, dove Mónica insegnava come fare ceramiche, fino all’epilogo, l’inquadratura si allarga fino a contenere qualcosa di mostruoso, impensabile quando il commissario Soto convoca per la prima volta Caldas per chiedergli di indagare sulla scomparsa della donna.

 

L’ultimo traghetto

Domingo Villar

Pagine: 634

Prezzo: 18,50

Editore: Ponte alle Grazie

Male Capitale: Lagioia si fa cronista di nera

“Ciò a cui siamo scampati è molto spesso ciò che non abbiamo avuto il tempo di capire, e quando dopo anni quella cosa si ripresenta in una veste nuova è di solito per farsi interrogare come non eravamo riusciti a fare allora”.

Quando Il Venerdì gli propose di scrivere un servizio sull’omicidio di Luca Varani (marzo 2016) nel quartiere Collatino di Roma, Nicola Lagioia, direttore del Salone del libro di Torino, scrittore e giornalista, già Premio Strega, rifiutò. Eppure, da subito, l’agghiacciante fatto di nera gli era entrato sottopelle, richiamando “qualcosa di famigliare. Una scossa elettrica”. Quel no secco e istintivo, poi ritrattato, scaturì per paura, perché il caso risvegliò ombre del suo passato adolescenziale. “Sapevo cosa significava mettere mezzo passo nel cono d’ombra, che bisognava tirarsi indietro il prima possibile”. Cosa ne era di chi continuava a scendere? “Oltre una certa soglia si apriva un mondo sconosciuto”. È in quel mondo che Manuel Foffo e Marco Prato, misero piede, restandone intrappolati.

La storia è nota: l’ombroso Foffo, figlio di un ristoratore di Pietralata, conobbe Prato, esuberante pr della scena gay romana di buona famiglia e insieme, al culmine di un festino a base di coca e vodka durato due giorni, invitarono Varani, figlio adottivo di venditori ambulanti, a unirsi, e poi lo torturarono e uccisero in un climax di violenza senza apparente movente. Mostri, pazzi, drogati, froci, a morte!, i leitmotiv della gogna mediatica che, ieri come oggi, diede il suo meglio in nome della giustizia. Ma chi erano davvero questi giovani definiti dai propri cari “bravi ragazzi”? Che cosa si nascondeva dietro l’apparenza? “Bisognerebbe amare la vittima senza bisogno di sapere nulla di lei. Bisognerebbe sapere molto del carnefice per capire che la distanza che ci separa da lui è minore di quanto crediamo”, scrive Lagioia.

La città dei vivi, nato da quel famoso reportage e frutto di lunga e minuziosa documentazione, è sì un reportage ma, sospeso il giudizio, è soprattutto un’immersione, lucida ma umana, negli anfratti di ogni essere umano, ancor più neri e bui se nessuno ci ha mai guardato dentro, provando a interpretarli, capirli. In un progressivo affiorare di ciò che si agita sotto la superficie scopriamo così tormenti, frustrazioni, fragilità, paure, paranoie, crisi identitarie e istinto alla degradazione dei soggetti, vittime di se stessi, di un profondo senso d’inadeguatezza alla vita, ora manipolati ora manipolatori, declinati su molteplici piani: affettività e sessualità in primis (il tema dell’omofobia interiorizzata è cardine, è il movente), realizzazione personale, rapporto con le figure di riferimento, specie paterne, possibilità economiche.

Il quadro che si delinea sullo sfondo di una Roma che Lagioia fa pulsare – e che è magnifica e ipnotica, malinconica e struggente, tanto da creare una specie di dipendenza, ma pure spietata e respingente, zozza e cafona, caotica e immorale – terrorizza perché rende pensabile l’impensabile, ci dice quanto il male possa essere mobile, multiforme e contagioso e ci sbatte in faccia una dolorosa verità: ogni cosa è corruttibile, anche quella che non vorremmo né immagineremmo mai.

 

La città dei vivi

Nicola Lagioia

Pagine: 472

Prezzo: 22

Editore: Einaudi

Beth, “La regina degli scacchi”: come si diventa grandi davanti a un alfiere

La regina degli scacchi, romanzo del 1983 di Walter Tevis, doveva diventare un film. Nel 2007 Heath Ledger, grande appassionato di scacchi, accettò di dirigerlo e scelse Ellen Page per il ruolo della protagonista Beth; poi Ledger morì e non se ne fece nulla. È diventato invece una miniserie in sette episodi: “Non un film, perché altrimenti sarebbe stato un film sportivo. E non è di questo che parla il libro: per me, parla del dolore e della fatica di chi è molto dotato” ha spiegato il regista Scott Frank, nominato due volte all’Oscar per le sceneggiature di Out of Sight e Logan.

La serie comincia nel Kentucky negli anni Cinquanta, quando la piccola Beth finisce in orfanotrofio. Qui scopre due passioni: quella per i tranquillanti, le pillole verdi con effetti allucinogeni che vengono somministrate ai bambini, e quella per gli scacchi. Beth comincia a giocare nello scantinato con il bidello e poi continua da sola, prima di addormentarsi, grazie alle pillole che le permettono di visualizzare la scacchiera sul soffitto e ripetere nella mente le mosse che ha imparato.

Ritroviamo Beth adolescente: una famiglia l’ha adottata e le ha permesso di lasciare l’orfanotrofio. Esteriormente è cambiata (l’attrice Anya Taylor-Joy ha preso il posto della giovanissima Annabeth Kelly) ma dentro è sempre la stessa: una ragazzina testarda, geniale e insicura, che sogna di diventare grandmaster ma non riesce a fare a meno delle pillole verdi. La regina degli scacchi, da ieri su Netflix, trova un buon equilibrio tra lo sport e la vita della protagonista. Gli scacchi hanno un ruolo fondamentale (fra i consulenti c’è anche l’ex campione Garry Kasparov) ma non cannibalizzano il racconto, né lo rendono adatto solo a un pubblico di appassionati. Sempre attuale il tema della donna che cerca di affermarsi in un contesto maschile: ancora oggi, a oltre 50 anni dal periodo raccontato nella serie, le campionesse di scacchi sono considerate una rarità.

 

La natura parla sempre in versi

Delle cose della natura si chiacchiera da migliaia di anni: le teorie a volte si contraddicono, a volte si somigliano, spesso ritornano. Di “particelle, onde, moto e urto degli atomi” se ne occupò già Lucrezio nel I secolo avanti Cristo, non in un trattato scientifico, ma in un poema, quando ancora i numeri e i versi non eran tra loro avversi: nel De rerum natura “le cose illuminan le cose”, la fisica non disdegna la metafisica e il materialismo non è il contrario dello spiritualismo.

Con lo stesso piglio pensoso e numinoso dell’autore latino, Roberto Herlitzka regala non solo la sua interpretazione, ma anche la sua personale traduzione in versi e terzine dantesche di alcuni libri del poema (editi da La nave di Teseo: La natura di Tito Lucrezio Caro. Libri I-IV), affabulandoli in palcoscenico in un reading sobrio e intenso – un gioiellino –, diretto da Antonio Calenda e ora in replica nel suggestivo Teatro Basilica di Roma.

Di formazione epicurea e materialista, con una visione del mondo meccanicistica, Lucrezio si muove agilmente tra razionalità e mito: un po’ Niels Bohr e un po’ Emily Dickinson, è scienziato e poeta, ateo e profeta, fisico e metafisico, quando constata con ironia la “divina assenza” degli dèi nel “cinto del mondo infinito”, dalle vitelle gravide agli astri, dalle correnti d’aria agli universi altri.

Il lavoro sulla lingua dell’attore-traduttore è impeccabile, come un Orfeo d’antan, quando ancora la poesia era detta e cantata, la fonetica serva della musica e la metrica classica: “All’inizio erano versioni fatte per gioco – scrive l’artista nelle note –; poi ho deciso di giocare sul serio e ho cominciato a tradurre dall’inizio… Lucrezio mi ha sempre affascinato. Il De rerum natura è un’opera grandiosa… Quando, per esempio, dice al suo destinatario ideale: ‘Non credere che esista solo il nostro mondo nell’universo. Molti altri ve ne sono’, anticipa la scienza di oggi. Si tratta di un poema dove vi è tutto, il bene e il male, e che, in una certa misura, si può accostare alla Divina Commedia”.

Colto, raffinato, composto eppur visionario, Herlitzka veste benissimo i panni dello scienziato poetico, o del poeta scientifico: quella che evoca è una natura che “non ride né piange”, con buona pace di tanti perniciosi ambientalisti contemporanei, che trattano la natura come una cara vecchia zia. Lucrezio ha a cuore i principi della materia, i corpi, le forme, i semi, compresi quelli di Venere, e i sessi, che qui sanno di genetica e ginecologia. I più evocativi, magici sono proprio gli inserti erotici, con quei “duri baci”, “morsi” frenati, corpi “godevoli”, imbevuti dell’“umida corrente delle salive”. Insomma, l’amore è insano e il piacere poi si fa amaro: “Meglio star allerta da prima”; meglio non buscarsi quell’“impostura” sensuale e sentimentale.

Tanto è astrofisico, Lucrezio, quanto è psicologo: Venere è bella, ma da lontano; bisogna sempre “mirar le cose umane con occhi distratti”, piuttosto volgerli altrove, verso chi non delude perché “non ride né piange”. Ah, natura: quanto sono rassicuranti i tuoi atomi e zolle e particelle.

 

Roma, Teatro Basilica, fino a domani

De rerum natura

da Lucrezio

Antonio Calenda

Torna in tv Sabrina Ferilli in una fiction di Tognazzi-Izzo

Il centro storico barocco di Noto, la Valle di Scicli, Ragusa e le pendici dell’Etna sono le location scelte dall’inglese Joe Wright per le riprese del suo film Cyrano , liberamente tratto dall’opera di Edmond Rostand che farà rivivere le atmosfere dell’omonimo musical di Erica Schmidt trionfatore a Broadway e come in teatro sarà interpretato dalla star di Game of Thrones, Peter Dinklage, e da Haley Bennett., 48enne regista londinese di culto reduce da successi internazionali come L’ora più buia con Gary Oldman nella parte di Winston Churchill, Espiazione e Orgoglio e pregiudizio, Joe Wright ha girato ultimamente La donna alla finestra con Amy Adams, Gary Oldman e Julianne Moore, la cui uscita è prevista in Italia all’inizio del 2021.

Il critico e documentarista Mario Sesti ha esordito nel lungometraggio realizzando Altri padri, un melodramma noir il cui protagonista (Paolo Briguglia) a causa di una separazione controversa finirà nel carcere romano di Rebibbia. Scritto dal neo regista con Gianluca Cerasola (anche produttore con la Morol) il film è interpretato anche da Chiara Francini, Lucrezia Guidone, Pino Calabrese, Antonio Catania, Maria Grazia Cucinotta e Ricky Tognazzi.

Dopo il successo della miniserie L’amore strappato, Sabrina Ferilli è tornata a recitare per Ricky Tognazzi e Simona Izzo nel ruolo di una vibrante moglie/madre in La donna del vento, una fiction per Canale 5 che vede nel cast anche Massimo Popolizio, Iaia Forte, Francesco Venditti ed Ettore Bassi.

A novembre Claudio Amendola darà il via alle riprese del suo terzo film da regista dal titolo Cassamortari, una commedia “nera” prodotta da Paco Cinematografica sulla mercificazione della morte in cui dirigerà tra gli altri Massimo Ghini, Gianmarco Tognazzi, Sonia Bergamasco e Alessandro Sperduti.

Con “Romulus” l’Italia ha il suo “Trono di spade”

È verosimile che nell’VIII secolo a. C. i sentimenti umani fossero già codificati. Ed è plausibile che la loro espressione superasse i limiti di future auto-censure per abbracciare l’eterna utopia che armonizza il creato: natura animale, vegetale, minerale. Per questo il primo impatto con la serie tv Romulus non stordisce ma rassicura, perché c’è molta più verità nella coraggiosa fantasia di Matteo Rovere che non nella ricostruzione edulcorata di alcuni documentari.

In un tempo in cui il Bene e il Male iniziavano ad abbandonare l’opposizione frontale verso forme più subdole, anche la fondazione di Roma fu il risultato di trame di potere, vendette sanguinarie, sacrifici fideistici inauditi. Ma anche del suo contrario: amicizie leali, amori incondizionati, intelligenze luminose. Dove la Storia arcaica incontra la leggenda per antonomasia, forse la più ricca delle produzioni italiane finora concepite per la tv on demand gode inevitabilmente della scia lasciata dal film Il primo re – sempre ideato e diretto da Rovere (“ma l’idea seriale precedeva il film, poi le cose si sono invertite”) – per diluirsi (rafforzandosi) nel tempo e nello spazio, con l’evidente obiettivo di diventare memoria pop nell’immaginario collettivo, per quanto – paradossalmente – in proto-latino giacché così si parlava ab origine. Dunque nessun sequel o prequel, ma un racconto a se stante dal film, con vari percorsi narrativi e tre giovani personaggi che simboleggiano altrettanti rappresentanti della società: il nobile, il povero, la donna, interpretati rispettivamente da Andrea Arcangeli, Francesco Di Napoli e Marianna Fontana. E il motivo della distinzione da Il primo re è ben spiegato dal regista romano, “il film raccontava la nota leggenda tramandata di Romolo e Remo, per la serie il lavoro è stato diverso, essendoci immaginati una possibile genesi di tale leggenda”.

Non sarà forse Il Trono di Spade dell’italica sorte, ma certo è che il cosiddetto production value di questa serie da 10 episodi co-prodotta da Cattleya, Groenlandia e Sky che vedremo su Sky Atlantic e in streaming su Now Tv dal 6 novembre, è tutto davanti a occhi e orecchie in una messa in scena poderosa, cosa che indubbiamente incarna l’aspetto che maggiormente colpisce dell’intero progetto, dal set fisicamente feroce seguito da importanti sfide in post produzione (grazie all’eccellenza italiana in materia di effetti visivi della Edi).

Tripartito in regia “condivisa” fra Rovere, Michele Alahique e Enrico Maria Artale, così come frutto di una sceneggiatura a più mani (Filippo Gravino, Guido Iuculano e lo stesso Rovere), Romulus contiene elementi di dialogo con il pubblico contemporaneo, capaci di elaborare in forma originale una storia epica (da non spoilerare!) dai canoni universali ma non sui generis. A corollario del prodotto audiovisivo anche l’iniziativa editoriale di HarperCollins Italia che pubblica tre libri in cui viene costruito l’universo romanzesco di Romulus per mano di Luca Azzolini.

Un mostro d’attore. 30 anni fa ci lasciava Tognazzi

Trent’anni fa, il 27 ottobre 1990, ci ha lasciati Ugo Tognazzi. E ci ha lasciati male. Era piombato nel baratro del “male oscuro”, quella depressione alla quale non c’è rimedio e alla quale, sovente, non c’è causa. Più facile curarla quando alla radice c’è un motivo esistenziale; ma quando, come ormai s’è capito, è una malattia di per sé, è un castigo di Dio.

Dalla vita aveva avuto tutto. Il suo ego sessualmente ipertrofico s’era soddisfatto. Era meritamente riconosciuto come uno dei nostri grandi; e glien’erano venuti guadagni corrispondenti. Aveva soddisfatto la passione per la cucina, la sua più grande. Era rimasto fedelissimo, e ricambiato, alla sua Cremona, benché abitasse presso Roma. Dopo la generazione di Totò e Peppino, che li precedeva, e dopo quella di Sordi, che ancora aveva precorso i loro passi, faceva parte di un gruppo che allora chiamavano “i bravi attori della commedia all’italiana”. Se ora li enumeriamo ci pare d’aver da fare con un trio di giganti: e dove li troveremo più? Gassman, Manfredi, Tognazzi: in fondo potremmo persino dire un quartetto, se si pensa che Tognazzi era del 1922 e Sordi solo del 1920.

Aveva incominciato anche lui con la rivista, addirittura con Wanda Osiris. Ma non gli andò bene. Il primo film al quale partecipò è I cadetti di Guascogna, del 1950, in mano a un regista disprezzato generalmente e che a me pare un genio, Mario Mattoli. Poi il grandissimo successo televisivo con la trasmissione Un due tre, in coppia con Raimondo Vianello; che dal 1954 al 1959 attirava tutti gli italiani. Ma andò male, fu interrotta e proibita d’improvviso per aver “ecceduto nella satira politica.”

Ci fu la valanga di film. Come gli altri del trio (o quartetto), Tognazzi non fu un attore esclusivamente comico. Certo, c’è il conte Mascetti, della serie Amici miei di Monicelli, il quale fa ridere partendo dalle tragedie della miseria e, poi, della malattia. Vogliamo i colonnelli (1973), di Monicelli, ti fa addirittura scompisciare per la dipintura d’ambiente e il suo generale tono grottesco: ma è la storia di un gruppo di poveri disgraziati, falliti, residuati, i quali sostituiscono alla vita un sogno, appunto, grottesco, che per la pena ti lascia l’amaro in bocca.

Il registro grottesco è pure quello di Splendori e miserie di Madame Royale (1980), di Vittorio Caprioli: ma alla fine è la storia d’uno sventurato omosessuale, del tutto solo, che muore assassinato perché un cinico commissario di polizia l’ha ridotto a confidente, non l’ha “coperto” e l’ha abbandonato al suo destino. La marcia su Roma (1962), di Risi, è la storia di due miserabili braccianti che, nella loro miseria, s’illudono nel Fascismo, fanno la Marcia su Roma e si ritrovano più poveri di prima. Si ride, ma amaramente. A ancor più ne Il federale (1961), di Luciano Salce. Ne Nell’anno del Signore (1969), di Luigi Magni, egli recita il ruolo di uno spietato cardinale di fine Settecento che senza freni mette mano alla ghigliottina.

Poi c’è un Tognazzi assai più grottesco, che vediamo ne I mostri (1963), di Risi, e I nuovi mostri (1977), di Monicelli, Risi e Scola. E c’è un Tognazzi sottile, il quale non è perseguitato né persecutore ma ambo le cose: La bambolona (1968), di Franco Giraldi, nel quale vediamo un gran borghese, uomo di successo, che cade nella trappola d’una famiglia dell’infima borghesia e ci lascia le penne: sono turpi da ambo le parti; solo ch’essi sono così abietti ch’egli, di fronte a quel che per lui è l’ignoto assoluto, resta inerme.

Quanti altri esempi potrei fare della sua cangevole personalità. Ci resta da dire che, come tutti i veri grandi, Ugo è stato un attore e basta, senza che noi si tenga conto di categorie e sottospecie.

 

“La Turchia provoca, ma le sanzioni sono inutili”

Nonostante la richiesta dell’Unione europea e della Nato di non inviare più navi trivella al largo di Cipro e delle isole greche nel Mediterraneo, la Turchia ha continuato a farlo. Ankara inoltre questa settimana ha ottenuto due nuovi successi nel Mare Nostrum: la vittoria alle Presidenziali nella autoproclamata Repubblica Turca di Cipro Nord del suo candidato, Ersin Tatar, nazionalista di destra; e l’assunzione del controllo della Guardia costiera libica. Per l’ambasciatore Alessandro Minuto-Rizzo, ex vicesegretario generale della Nato, nonché ex rappresentante diplomatico dell’Italia presso il Comitato per la politica e la sicurezza dell’Unione “il fatto che la Guardia costiera libica sia passata dal controllo italiano a quello turco può certamente aprire nuovi problemi per noi circa il controllo dei flussi di emigrazione dal Nordafrica”.

Perché questa politica aggressiva del presidente turco Erdogan nel Mediterraneo non è stata ancora sanzionata, come vorrebbe Atene?

Il tema delle risorse energetiche nell’Egeo, specialmente a Cipro, è complesso e tutt’altro che nuovo. Ankara chiede da tempo una partecipazione nella ricerca degli idrocarburi in quelle acque perchè considera che il governo di Nicosia debba tener conto degli interessi della minoranza turca, che occupa un terzo dell’isola. E in questo c’è una parte di vero. Negli ultimi decenni ci sono stati numerosi tentativi di mediazione che però sono sempre falliti.

Ambasciatore, l’Italia e la Germania hanno detto ‘no’ alle sanzioni…

Intanto le sanzioni non hanno mai funzionato. Credo che Germania e Italia, i due paesi che per ragioni diverse sono quelli che hanno da sempre gli scambi più intensi con Ankara, abbiano fatto bene. Si sarebbe favorita una reazione nazionalista in Turchia, facendo tutto sommato gli interessi del presidente Erdogan.

La Nato può fare da ‘pompiere’ fra Grecia e Turchia?

La Nato è un’alleanza creata per difendersi da aggressioni esterne, storicamente dall’Unione Sovietica, e non ha meccanismi di soluzione per controversie di questo tipo. Il Trattato di Washington non lo prevede e meno che mai è ipotizzato che due alleati possano entrare in guerra. Ritengo del resto molto improbabile che ciò avvenga. Quello che l’Alleanza Atlantica può fare, e sta discretamente facendo, è promuovere un dialogo.

Ankara ha acquistato il sistema di difesa aerea russo S-400 che è stato attivato proprio due giorni fa, anche se solo come prova. Non è grave che uno stato membro si rivolga ai nemici storici dell’Alleanza in settori cruciali come quello militare ?

È chiaro che l’acquisto del sistema S-400 dalla Russia è stato un dito nell’occhio dell’Alleanza stessa. Non si capisce neanche bene l’interesse turco al riguardo, se non quello di mostrare un po’ sfacciatamente la propria indipendenza.

Come è stato possibile un simile ‘tradimento’?

Anche per via del fatto che vi è un vuoto nella regione, visto il ritiro quasi totale degli Stati Uniti.

Quali sono realmente i rapporti tra la Turchia e la Russia?

Vi è una relazione ambigua, non di certo un’alleanza.

Insomma nel quartier generale Nato non c’è grande preoccupazione?

A Bruxelles si pensa che la Turchia sia un attore importante che, in fin dei conti, è meglio non isolare perché ne verrebbero più danni che vantaggi. Sarebbe poi un favore ai nemici della Nato.

Più che Sleepy Joe, ad atterrare Trump è il Covid dilagante

Il barometro di Usa 2020 segna tempo stabile, dopo il secondo e ultimo dibattito tra Donald Trump e Joe Biden: la media dei sondaggi del sito RealClearPolitics si muove impercettibilmente, Biden resta avanti di 7,9 punti a livello nazionale, 50,7 a 42,8%, ma il suo vantaggio cala da 4,1 a 4 punti negli Stati in bilico. Più che l’andamento del dibattito rischia di pesare sul voto quello della pandemia: tra giovedì e venerdì, gli Stati Uniti hanno registrato oltre 75 mila nuovi contagi, il secondo giorno peggiore dall’inizio della diffusione del Coronavirus: altro che virus che se ne sta andando, come replica Trump, dopo che Biden profetizza “un inverno cupo”. A mezzogiorno sulla East Coast, il totale dei casi nell’Unione s’avvicinava a 8.425.000 e i decessi superavano i 223.000. Otto Stati hanno stabilito il loro primato giornaliero, 13 hanno registrato più contagi negli ultimi sette giorni che in qualsiasi altra settimana precedente.

Trump pare collezionare cattive notizie: la pandemia torna su; il suo rivale non va ko; e un hacker riesce a violare per la seconda volta in quattro anni il suo account twitter, scoprendone le prevedibili parole chiave (nel 2016, ‘youarefired’, frase cult di The Apprentice; ora ‘Maga2020!’, lo slogan della campagna). Victor Gevers, olandese 44 anni, hacker etico, non fa danni: gusta l’ebbrezza d’essere in un account da 87 milioni di follower e si prende lo sfizio di segnalare al Secret Service la vulnerabilità della sicurezza informatica del presidente. Per gli spettatori della Cnn, il confronto tra Trump e Biden non cambia l’inerzia del match: il 53% degli intervistati dà vincitore Biden, solo il 39% Trump. Alla fine, chi prima voleva votare Biden conferma la sua scelta; e chi voleva votare Trump fa lo stesso. Se l’economia resta appannaggio di Trump, la pandemia, il clima e le tensioni razziali vedono Biden dominare. E, questa volta, era più facile capire che cosa i candidati avevano da dire: la trovata del microfono spento, quando tocca all’altro, evita che i due si parlino addosso, com’era invece accaduto nel primo dibattito. Trump e Biden danno spesso l’impressione di fare fatica ad articolare il loro discorso per i due minuti a disposizione, come se non fossero preparati ad avere tanto spazio per presentare le proprie idee; o come se non ne avessero a sufficienza. Se il barometro dei sondaggi resta stabile, altri indici suonano segnali d’allarme per il magnate: c’è una folla per salire sul carro del vincitore, mentre i topi scappano dalla nave che affonda. I media cercano di riempire le caselle dell’Amministrazione Biden: Bernie Sanders al Lavoro – un dicastero non ‘pesante’, nell’Unione, ma che potrebbe diventarlo – e Lael Brainard, nel board dei governatori della Fed, al Tesoro. Segretario di Stato potrebbe essere il repubblicano dissidente Mitt Romney. Nel dibattito, Joe Biden è stato migliore nella prima parte e nell’appello finale: “Sarò il presidente di tutti, vi darò speranza e non paura, vi darò scienza e non superstizione”. Trump canta l’elogio della sua presidenza: “Nessuno ha fatto meglio di me” è un mantra ripetuto più volte su più fronti; e apostrofa Biden; “Parli parli parli e non fai niente…”. Sul palco della Belmont University, a Nashville, la capitale del Tennessee e della musica country, modera, senza squilli, ma senza stecche, Kristen Welker, corrispondente Nbc dalla Casa Bianca, accusata alla vigilia da Trump d’essere “faziosa”. Il presidente ha avuto i passaggi più efficaci sulla creazione dei posti di lavoro e su Law & Order; Biden sul clima e la sanità. Trump è parso evasivo sulle tasse – come sempre – e sul problema dei minori migranti separati dai genitori e non ancora restituiti alle famiglie; Biden non s’è difeso con energia dalle accuse di corruzione e di avere ricevuto denaro dall’estero, limitandosi a dire: “Non è vero”.