Ricerca, il 40% al Sud vale il 30%…

C’è una questione meridionale dei fondi del Pnrr. O settentrionale, come meglio si creda. Poca trasparenza, attenzione o discrezionalità nei parametri di assegnazione, al punto che il bando per i fondi 2022 dei Prin, i Progetti di rilevante interesse nazionale previsti dalla missione 4, è stato riscritto tre volte portando la ministra della Ricerca, Maria Cristina Messa, a scusarsi in audizione.

La prima versione viene pubblicata il 25 gennaio e prevede uno stanziamento di 741 milioni (sul totale di 1,8 miliardi del fondo Prin), tutte le risorse al momento disponibili. Manca però la quota riservata al Sud: il bando viene riscritto con una quota netta del 40% agli atenei del Meridione. “A quel punto si poneva il problema di non creare due graduatorie diverse Nord-Sud” ha spiegato la ministra. Il bando viene quindi scritto per la terza volta e riserva di nuovo il 30 %ai giovani e almeno il 40 al sud. Tra seconda e terza stesura, però, l’assegnazione al Sud passa da 296,7 milioni di euro a 218 milioni: 78 in meno. Magicamente, rilevano gli esperti e Il Mattino, 40% vale meno del 30% della quota giovani. E, nell’ottica competitiva, non è neanche detto che i soldi finiscano tutti alle università del sud. Dal ministero spiegano che quel 40% si applica solo alla parte del bando finanziata dal Pnrr, quindi 545 milioni, e non dagli altri fondi che lo integrano. Aggiunge poi che, in generale, la quota Sud va calcolata sull’intero importo del Pnrr per il Prin, ovvero 1,8 miliardi fino al 2025.

“Sono passati dal bando 31.1 che prevedeva la linea sud con 295 milioni solo per progetti con università del sud a una linea unica, nella quale non è garantito che siano raggiunti i 218 milioni – spiega Gianfranco Viesti, professore di Economia applicata all’Università di Bari – è una sorta di “poi si vede”. Mancano discussione pubblica su temi e criteri di distribuzione dei fondi. “La vicenda dei tre bandi è incredibile, ma non è la sola. L’Ufficio Parlamentare di Bilancio ha rilevato che nel bando sugli asili nido del Ministero dell’Istruzione i pesi assegnati ai criteri sono determinati in modo discrezionale e criticabile”. Si quantifica l’utenza sui bambini che l’Istat prevede ci potrebbero essere nel 2035: “Una scelta che serve per accrescere il peso del Nord. Si tratta di un bando che determina l’assegnazione di 2,4 miliardi di euro e che determinerà il futuro a lungo termine nella dotazione di fondamentali servizi dell’infanzia”. E ancora, il bando del Ministero dell’Interno sui progetti di rigenerazione urbana nei contesti socialmente più difficili: ”Ha assegnato cospicue risorse ai comuni del Centro-Sud, di Liguria ed Emilia. I comuni della Lombardia e del Veneto hanno avuto pochi progetti approvati. Così, grazie a una pressione politica bipartisan si sono fatti direttamente assegnare fuori sacco la colossale cifra di 905 milioni. Anche Belluno potrà fare progetti contro il disagio sociale, con le stesse risorse di Napoli (20 milioni)”.

Il Pnrr modello Fontana: Desenzano come Milano

Brescia batte Milano 72 a 39. Sono i milioni che la Regione Lombardia ha stanziato per rimettere a posto il patrimonio di edilizia popolare (case dei comuni e dell’Azienda Lombarda per l’Edilizia Residenziale, Aler). Un tesoretto complessivo da 252.937.245 milioni proveniente dal Pnrr (la cifra più alta mai destinata all’edilizia pubblica) che il governo ha girato al Pirellone affinché lo ripartisse. E la giunta Fontana le risorse le ha ripartite, ma con criteri (ed esiti) particolari.

Sfogliando i destinatari del bando “Sicuro, verde e sociale”, si scopre infatti che Brescia e i Comuni della fu provincia sono riusciti ad assicurarsi più risorse di quella di Milano: 72,2 milioni (37 per le case Aler + 35 per le case di proprietà dei Comuni), contro i 39,2 milioni di Milano (23,8 Aler + 15,3 Comuni). Un dato che colpisce: Milano città conta da sola 57.841 unità immobiliari (di cui 23.343 di proprietà del Comune e 34.498 di Aler, il 36,6 % di tutte le case popolari lombarde), Brescia ne ha meno di un decimo, cioè 4.876 (2.154 del Comune e 2.722 di Aler).

Ma la ripartizione dei fondi si fa ancora più “curiosa” se si scorrono le singole voci. Si scopre, ad esempio, che il Comune di Milano ha ottenuto fondi per 9,5 milioni complessivi, quasi la stessa cifra piovuta su Desenzano del Garda (Brescia), che ne ha ricevuti 8,9. Evidentemente le case popolari dei Comuni che si affacciano sul Lago di Garda devono essere una sorta di bronx, visto che anche Salò ha fatto il botto con 4,7 milioni, mentre Sirmione si è accontentata di 889.806 euro. Se alcuni (piccoli) Comuni ridono, però, città intere lo fanno molto meno: Cremona, che per sé e la sua provincia ha raccolto meno di 2 milioni di euro, Monza-Brianza circa 7,2.

Una ripartizione tanto sbilanciata a favore di alcune zone a scapito di altre si spiega coi criteri scelti dal Pirellone per allocare i fondi. L’assessore regionale alla Casa, Alessandro Mattinzoli (nato il 30 agosto 1958 a Desenzano del Garda, già sindaco di Sirmione, nonché vicepresidente della Provincia di Brescia) ha infatti deciso di privilegiare il criterio della “Sicurezza Sismica”, valutandolo con 15 punti su 80 massimi come l’efficientamento energetico (15 punti) e i tempi di attuazione dei progetti (15). Solo 10 punti, invece, si potevano raccogliere col “fabbisogno abitativo” e con la densità di popolazione del comune. Tutti criteri previsti dal governo, ma che ogni regione aveva libertà di ponderare: e così Milano, Pavia e Cremona hanno preso poco, Brescia e la Bassa mantovana hanno incassato il jackpot.

Anche un altro fattore ha giocato un ruolo chiave: alcune Aler (i cui vertici sono nominati da Regione e a essa rispondono), come quelle di Cremona e Mantova, non hanno presentato progetti da finanziare. Esiti improbabili che non si ritrovano nelle altre regioni. Anche il bando della Regione Piemonte, ad esempio, teneva conto del rischio sismico, ma era bilanciato dal numero di abitanti e infatti Torino ha avuto 28 milioni sugli 85 disponibili.

Alla luce di questi fatti diventa quasi comico il fuorionda di tre giorni fa tra il sindaco di Milano, Beppe Sala, e il presidente regionale, Attilio Fontana. Quest’ultimo che si lamentava perché “il Pnrr è un casino e non mettiamo a terra un cazzo”. E il sindaco rispondeva: “Io sono preoccupato del fatto che Sud, Sud, Sud, ho capito, ma l’innovazione… Però io non ho veramente niente da contestare. Voglio chiarezza, perché è evidente che noi abbiamo una progettualità…”. “Voi siete in grado! Perché il Comune di Busto Arsizio che cazzo fa? Che non è un Comune piccolo Busto…”, concludeva l’Attilio. E in effetti, a Busto la sfida sarà di livello: il Pirellone, infatti, per le case gli ha appena concesso 3 milioni e 187.500 euro.

5S, nel ricorso la regola del 2018

Èstato depositato venerdì sera – 24 ore dopo il summit con Beppe Grillo – il ricorso contro la sospensiva del Tribunale di Napoli che ha decapitato il Movimento 5 Stelle. Il leader “congelato” confida di riottenere presto il suo ruolo alla guida del M5S e fa sapere di essere piuttosto irritato dalle “ricostruzioni complottistiche” che alimentano lo scontro interno con Luigi Di Maio, mentre “questo è il momento in cui lavorare e rimanere concentrati sugli importanti fronti politici che interessano il Paese, oltre a chiudere la partita giudiziaria a cui stanno lavorando i legali del Movimento”.

Si riferisce, l’ex premier, ad alcuni articoli in cui si ricostruisce uno scambio di email tra Vito Crimi, allora membro del comitato di garanzia, e l’ex capo politico che risale al 2018 e su cui oggi si basa la linea difensiva dei legali 5 Stelle, ma che non ha alcun legame con la polemica interna tra Conte e il ministro degli Esteri. La faccenda è “burocratica” e fa leva sul fatto che già nel 2018 la prima assemblea degli attivisti M5S aveva fatto riferimento al regolamento che impediva di partecipare al voto agli iscritti da meno di 6 mesi, clausola che è costata l’invalidazione delle consultazioni che hanno eletto Conte presidente.

Si tratta di una email dell’8 novembre 2018, in cui Di Maio scriveva: “In qualità di capo politico, propongo che lo stesso criterio per l’accesso al voto degli iscritti applicato alle votazioni e alle consultazioni su Rousseau, venga esteso anche per le votazioni che hanno come oggetto la convocazione dell’Assemblea degli iscritti. Potranno quindi prendere parte a tutte le future convocazioni dell’Assemblea, gli iscritti da almeno sei mesi con documento certificato. Fatto salvo che, come già da voi adottato in data 20 luglio 2018, tutti gli iscritti fino al 22 giugno 2018 (sei mesi dalla costituzione dell’Associazione MoVimento 5 Stelle) potranno votare per le consultazioni che si svolgeranno successivamente al 22 giugno 2018 anche se dalla loro iscrizione non sono trascorsi sei mesi”. Alla email rispondeva appunto Vito Crimi, esprimendo il “parere favorevole” dei garanti.

Da Napoli, ha già replicato l’avvocato Lorenzo Borrè, difensore degli attivisti che hanno presentato il ricorso: “Due email non fanno un regolamento”, dice, lasciando intendere quindi che la partita non è chiusa. Parla di “questione meramente tecnica”, invece, il presidente della Camera Roberto Fico, secondo il quale ci sono “tanti ex attivisti che si divertono e invece di dire abbiamo perso la battaglia politicamente, continuano a fare cause al Movimento. Ma noi non ci arrenderemo mai. Conte – conclude Fico – è il leader del M5S e non c’è nessuna questione politica da questo punto di vista”.

Serve il gas autarchico: si riparte con le trivelle

Era stato firmato settimane fa e venerdì il Pitesai, il Piano che individua le aree idonee alla prospezione e all’estrazione di idrocarburi su terra e offshore, è stato pubblicato sul sito del ministero della Transizione ecologica dando ufficialmente il via libera agli iter congelati con la moratoria imposta nel 2019, proprio mentre si punta ad aumentare l’estrazione di gas dai giacimenti nazionali per provare a tamponare gli aumenti delle bollette.

In questa direzione c’è stata una sinergia inedita: le Regioni hanno dato il loro via libera al Pitesai rapidamente (ultimo step mancante) facendosi assicurare che riguardasse solo il gas, i petrolieri hanno fatto pressione ed esaltato il contributo che avrebbero potuto dare al superamento della crisi del gas e il tema delle bollette, caro ai cittadini, ha dato l’assist per ammantare di apparente ragionevolezza, “nell’interesse dell’Italia”, alcune eccezioni pro-estrazioni (e anti-contenzioso) nel Pitesai stesso.

Qualche esempio: se da un lato il Piano prevede che le istanze di prospezione e ricerca procedono solo per il gas, solo nelle aree idonee e solo se presentate dopo il 2010, per le concessioni che invece ricadono nelle aree ritenute “non idonee” si potrà continuare a estrarre se il “potenziale minerario di gas sia superiore a 150 milioni di metri cubi standard, soglia ritenuta orientativamente, dal punto di vista economico, di pubblico interesse”. E ancora: i permessi di ricerca continuano pure se ricadono “anche solo parzialmente” in aree idonee, mentre le concessioni in mare “proseguono anche se hanno una o più infrastrutture in aree potenzialmente non idonee” (salvo che non siano improduttive da più di 5 anni). Lo stesso vale per la terraferma, a cui si aggiungono le analisi costi-benefici che avranno, oltretutto, la peculiarità di contemplare – anche per il rilascio di nuove autorizzazioni – “l’impatto economico che la mancata attività di produzione di idrocarburi nelle Regioni di estrazione ha sull’economia italiana nel suo complesso”. L’obiettivo del governo pare essere portare la produzione di gas nazionale ad almeno 7 miliardi di metri cubi l’anno (oggi siamo a 4,5) su un fabbisogno totale di 72 miliardi, prevedere un prezzo calmierato per i gruppi energivori e velocizzare gli iter autorizzativi per chi potrebbe immettere velocemente il gas nella rete.

Tutto mentre il ministero entra definitivamente nel suo nuovo assetto: tutte le caselle dei dipartimenti e delle direzioni generali sono state riempite e, come vi avevamo già raccontato, è scomparsa buona parte delle diramazioni dedicate specificatamente alla biodiversità e alla tutela dell’ambiente. Via anche i riferimenti al clima. Insomma, è una strana fisarmonica quella del Mite: più il ministero si allarga, più l’assetto si fa ermetico. Le linee di indirizzo del ministro, per dire, si sono dimenticate di ecoreati, consumo di suolo, della terra dei fuochi e pure dell’acqua come bene comune. Nelle undici pagine firmate da Cingolani a fine anno – e che nella pratica orientano il lavoro dei direttori generali e quindi la spesa del ministero – si tracciano in sette punti le priorità (dal Pnrr alla decarbonizzazione, dalla sostenibilità e competitività energetica all’economia circolare e prevenzione dell’inquinamento, fino a dissesto idrogeologico, difesa del suolo e tutela della risorsa idrica) ma si perdono temi assai cari al predecessore Sergio Costa, come le linee di intervento sulle terre dei fuochi e la tutela dell’acqua come bene comune: nessuna traccia delle dettagliate disposizioni per il perseguimento degli ecoreati, per la presenza su quei territori, per la prevenzione e il loro ripristino. Né tantomeno degli auspici di promozione del “governo pubblico e partecipativo dell’intero ciclo integrato dell’acqua”: ci sono l’efficienza, la performance, il potenziamento, la profittabilità. Parole che da sole hanno un suono del tutto differente.

“Referendum pericolosi. Stupito da Amato: così alimenta solo i sospetti”

Il “Verbo” della Corte Costituzionale è arrivato via social due giorni fa. “È banale dirlo, ma i referendum sono una cosa molto seria e perciò bisogna evitare di cercare a ogni costo il pelo nell’uovo per buttarli nel cestino”. Parola di Giuliano Amato, presidente della Consulta. Una dichiarazione “anomala”, secondo il professore di Diritto costituzionale dell’Università di Brescia, Antonio D’Andrea: “Mi stupisce che quelle parole siano arrivate prima che la Corte si esprima sugli otto quesiti”. Quesiti su cui lo stesso D’Andrea conserva diverse perplessità di natura costituzionale.

Professor D’Andrea, che effetto le hanno fatto le parole di Amato?

Mi hanno molto stupito, soprattutto per la tempistica. Parliamo del presidente della Corte costituzionale, sorprende che si sia espresso in quel modo su questioni molto delicate e a ridosso della decisione della Consulta sulla ammissibilità dei quesiti.

Il messaggio è arrivato via tweet.

Anche questo è senz’altro irrituale. Certo, ormai siamo abituati anche a simili sistemi di comunicazione, ma qui la Corte ha prestato il fianco inutilmente a un vespaio di illazioni e di sospetti.

A questo punto si va verso un esito scontato sulla questione dell’ammissibilità?

Io ho parecchi dubbi su molti dei quesiti proposti.

Quale la preoccupa di più?

La responsabilità diretta dei magistrati mi sembra un rischio enorme. È possibile rifarsi su un magistrato negligente, ma sempre attraverso lo Stato, a cui chi ritiene di avere subito un’ingiustizia può chiedere conto. Se saltasse questo scudo, si sguarnirebbe una protezione costituzionale del singolo magistrato. Si finisce per toccare in maniera impropria la modalità di esercizio della funzione della magistratura, che è autonoma e indipendente.

Ne risentirebbe il lavoro del magistrato, se quest’ultimo potesse essere direttamente denunciato?

Certo, è proprio questo il punto. Col referendum si vuole intervenire in maniera profonda minando una condizione costituzionale che non può essere alterata, se non graduando la responsabilità personale con quella dello Stato. Per questo ritengo che il quesito dovrebbe essere dichiarato inammissibile.

Anche sulla separazione delle carriere ha dubbi?

Sì, perché un conto è stabilire regole per il passaggio da pm a giudice, un conto è impedire questo passaggio. L’unitarietà dei magistrati è un valore costituzionale, se si vuole modificare qualcosa lo si deve fare attraverso una riforma della Carta, non con un referendum. Considerarlo ammissibile mi pare irragionevole.

Altro quesito molto contestato è l’abolizione della legge Severino. Intravede l’ipotesi di inammissibilità?

La legge Severino ha riempito un vuoto normativo. Certo, si potrebbe sostenere che si è sempre fatto a meno, fino a dieci anni fa, della legge, ma questa si occupa di una questione che ha grande rilevanza costituzionale, perché l’articolo 54 stabilisce che le cariche pubbliche vanno ricoperte “con disciplina e onore”.

Si può ancorare la Severino a questo principio costituzionale?

La Corte potrebbe appellarsi alla giurisprudenza per sostenere che la legge Severino abbia avuto lo scopo di dare attuazione a una norma costituzionale, attuazione che prima non c’era perché nulla interveniva sull’elezione dei condannati in Parlamento.

I quesiti dell’impunità sono pure inammissibili

I quesiti sono dieci. Martedì la Corte Costituzionale dovrà valutarne l’ammissibilità, stabilendo se i referendum siano compatibili coi principi costituzionali. Nonostante le parole del presidente della Consulta, Giuliano Amato, che ha invitato a “non guardare il pelo nell’uovo” e “favorire il voto”, su molti dei quesiti i dubbi restano. E non solo per la sostanza delle proposte.

Responsabilità diretta. “Chi sbaglia paga”. Lega e Radicali promuovono il quesito sulla responsabilità civile dei magistrati perché ritengono che chi si sente vittima di una ingiustizia in sede processuale o di indagine abbia il diritto di rifarsi direttamente con il giudice.

In realtà già oggi chi subisce un torto è tutelato: può chiedere i danni allo Stato, il quale a sua volta ha tutti gli strumenti per punire il magistrato che si è comportato in maniera impropria. Se passasse il referendum, salterebbe la mediazione dello Stato e il cittadino potrebbe denunciare i suoi giudici.

Il pericolo è evidente: a essere scalfita sarebbe l’autonomia del magistrato, che saprebbe di essere esposto al rischio di denuncia e potrebbe essere condizionato nel suo lavoro. E si pensi a cosa accadrebbe nei processi con imputati facoltosi o di grande potere, in grado di esercitare una forte sudditanza nei confronti dei giudici e di potersi permettere cause infinite contro gli stessi, in caso di condanna.

I giudici della Corte Costituzionale potrebbero allora considerare inammissibile il quesito, ritenendo che leda l’autonomia e l’indipendenza dell’esercizio della funzione della magistratura.

Pagelle ai magistrati. Oggi la valutazione dei magistrati è a opera del Csm, che decide anche sulla base dei giudizi dei Consigli giudiziari, ovvero organismi territoriali nei quali però, ai fini della “pagella”, hanno voce solo i componenti della magistratura. Lega e Radicali chiedono che alla valutazione dell’operato dei magistrati partecipino anche avvocati e docenti universitari, i cosiddetti laici. Con una controindicazione immediata, fatta notare più volte, in queste settimane, anche dall’Associazione nazionale magistrati: un avvocato si potrebbe trovare di fronte, in aula, il giudice del quale potrebbe poi influenzare, col suo voto, un eventuale avanzamento di carriera. Un cortocircuito di cui, ancora, non beneficiano certo la terzietà e la serenità del magistrato.

Carriere separate. Al momento la legge consente ai magistrati di lavorare per un periodo come pubblici ministeri e poi come giudici (o viceversa), senza vincoli di tempo. Il quesito proposto mira invece a mettere uno steccato tra le due carriere, creando “un sano e fisiologico antagonismo tra poteri, vero presidio di efficienza e di equilibrio del sistema democratico”, come sostengono i promotori realizzando un’antica battaglia di Silvio Berlusconi.

La Consulta potrebbe però obiettare che la Costituzione tutela un unico “ordine giudiziario”, nel quale pubblici ministeri e giudici hanno stesso organo di auto-governo (il Csm).

Se qualcuno vuole distruggere questa unitarietà sancita dalla Carta sarebbe opportuno passasse per una riforma costituzionale. Non a caso questa è la strada tracciata dall’Unione delle Camere penali, che pure da tempo si dice favorevole a una modifica in tal senso ma ha indicato la via della legge costituzionale. Abrogando leggi e commi, il rischio è di ottenere soltanto un pasticcio. Ne è la prova il testo del quesito che, se passerà il vaglio della Corte, ci troveremo sulla scheda. Se qualcuno lo volesse stampare si renderebbe conto dell’anomalia, visto che servirebbero almeno un paio di fogli scritti fitti e peraltro incomprensibili a chiunque, essendo un insieme di rimandi a vecchie norme. Non certo il modo migliore per aderire a quel criterio di “chiarezza” preteso – almeno in teoria – dalla Consulta.

Riforma Csm. Un altro quesito sulla giustizia riguarda la presentazione delle candidature al Consiglio superiore della magistratura: chi si propone non dovrà più raccogliere le firme (oggi ne consegna dalle 25 alle 50). Una modifica sbandierata come utile a combattere le correnti all’interno della magistratura. Forse un po’ troppo, ma almeno dal punto di vista costituzionale il quesito non dovrebbe rischiare rilievi da parte della Corte.

Basta carcere. I promotori leghisti e Radicali lamentano che “ogni anno migliaia di innocenti vengono privati della libertà senza che abbiano commesso alcun reato”. Essendo chiunque innocente fino al terzo grado di giudizio, l’argomentazione rischia di essere fallace in partenza, nel senso che la custodia cautelare serve a evitare – ben prima della fine del processo – che la persona su cui si hanno sospetti (e innocente per definizione) si dia alla fuga, reiteri il reato o comprometta la prove.

In caso passasse la modifica chiesta dal referendum, ai giudici verrebbe tolta proprio la possibilità di incarcerare qualcuno a causa del rischio della “reiterazione del reato” (salvo rarissime eccezioni, come per mafia e terrorismo). Un colpo di spugna che, caso vuole, riguarda anche il reato di finanziamento illecito ai partiti, tanto caro ai leader politici.

Via la “Severino”. Altro quesito che sta parecchio a cuore ai partiti è l’abrogazione della legge Severino, quella che sancisce la sospensione per i sindaci condannati in primo grado per certi reati e stabilisce l’incandidabilità (anche in Parlamento) per i condannati in via definitiva.

Eliminare la Severino significa tornare indietro di dieci anni, a quando cioè Camera e Senato non si ponevano neanche il problema della fedina penale o dei processi in corso degli eletti, tra cui infatti trovavano posto decine di condannati.

Il tema è anche costituzionale. La legge infatti è la messa a terra del principio secondo cui “i cittadini a cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina e onore”. Se la Consulta ritenesse la Severino attuazione di questo articolo, il 54 della Costituzione, allora il quesito potrebbe essere dichiarato inammissibile e resterebbero le garanzie contro i pregiudicati. Anche se le parole di Amato lasciano presupporre tutt’altro orientamento.

La cannabis. Extra giustizia, il primo fronte (il realtà sviluppato in tre diversi quesiti) è quello che elimina il reato di coltivazione della cannabis (cancellando la parola “coltiva” dall’elenco di attività che è proibito fare, mantenendo dunque le pene per lo spaccio, il trasporto, l’esportazione, eccetera) e di conseguenza abolisce la pena prevista (oggi va dai 2 ai 6 anni).

I promotori, rappresentati da Andrea Pertici e Giandomenico Caiazza, chiedono anche di eliminare la sospensione e il ritiro della patente di guida per chi coltiva (ma non per chi si mette alla guida sotto l’uso di cannabis). Alcune associazioni conservatrici contestano l’ammissibilità del quesito perché rigettano la distinzione tra droghe leggere e droghe pesanti. Difficile però far arrivare tali rimostranze alla definizione di contrasti con la Costituzione.

Fine vita. Il quesito vuole abrogare le parti dell’articolo 579 del Codice penale che puniscono “chi cagiona la morte di un uomo con il suo consenso”. Restano invariate le pene nei casi in cui sia provocata la morte di un minore, di un infermo di mente o di chi ha dato il proprio consenso perché costretto con la forza.

L’omicidio del consenziente è però una condotta “di maggior offesa” rispetto all’istigazione e all’aiuto al suicidio. Per questo la Corte potrebbe non consentire un’abrogazione tout court del reato, che invece i promotori vorrebbero eliminare in nome di una concezione ancora astratta dell’autonomia individuale (non è chiaro come sarebbe definito il “consenso” dato a chi uccide, per esempio). Motivo per cui non è detto che il referendum sia la via più efficace per arrivare all’obiettivo dei suoi sostenitori.

Nei sondaggi “SuperMario” perde 4 punti da novembre

Mario Draghi perde consenso tra gli italiani rispetto allo scorso autunno. La mancata ascesa al Quirinale e le fibrillazioni nella maggioranza provocano un calo di quattro punti nella fiducia del presidente del Consiglio. A certificarlo è un sondaggio dell’istituto Demopolis per Otto e Mezzo: se a novembre il 62% degli italiani avevano fiducia in lui, oggi il dato si attesta al 58%. Nonostante sia una percentuale rilevante, è il punto più basso nel consenso del premier nei primi dodici mesi di governo: solo il 3 febbraio scorso (quando fu incaricato) era al 54%. Nei mesi successivi ha sempre superato il 60% dei consensi con il picco del 65% nel marzo 2021. Più bassa la fiducia degli italiani sul suo governo: secondo la rilevazione dell’istituto diretto da Pietro Vento, dopo un anno il 52% dà un giudizio positivo sull’esecutivo contro un 37% negativo e un 10% che non sa.

La fiducia in Draghi cambia molto a seconda de gli elettori: piace all’86% della base Pd, 81% Forza Italia, molto più bassa tra gli elettori di Lega (56%), M5S (54%) e FdI (35%). Gli italiani, secondo il sondaggio Demopolis, promuovono il governo su campagna vaccinale, Pnrr, politica estera e misure per la ripresa economica ma lo bocciano duramente sulle politiche per il lavoro, il potenziamento della sanità pubblica, la lotta alle disugualgianze e il caro-bollette. Sulle intenzioni di voto invece, secondo un sondaggio YouTrend per Sky Tg 24, il Pd è primo partito al 20,8%, segue FdI con il 20,1%, il M5S (16,2%) supera la Lega che sprofonda al 15,5% e Forza Italia si attesta all’8,3%. Tra i partiti minori invece da notare il sorpasso di Italiexit di Paragone su Italia Viva di Matteo Renzi: 2,8% contro 2,3%.

Il “metodo Mattarella” per il Draghi forever: premier a sua insaputa

No, Mario Draghi un lavoro non deve trovarselo da solo (se vuole). Meglio che resti a disposizione non tanto per il centro (che forse verrà) ma per quel “Partito del Pnnr”, che ha come primo teorico Bruno Tabacci. D’altra parte, per gli strani paradossi della politica italiana può persino accadere che nel momento stesso in cui Draghi dichiara che non ha intenzione di mettersi in politica (esclusa la guida attuale del governo, evidentemente), si allarghi la fetta di chi è pronto a chiederglielo in maniera continua. Costruendo le condizioni “a sua insaputa”.

Dopo la conferenza stampa di venerdì, si è avuto un esempio di questo fenomeno. Non si parla di un partito per Draghi, ha chiarito Carlo Calenda. Ma casomai di immaginare che lui guidi una coalizione, dopo le elezioni, come “figura super partes”.

Ai costruttori del centro, alla ricerca di una federazione, con Matteo Renzi che nicchia e Pier Ferdinando Casini che sfugge, è toccato specificare che no, l’ex Bce non dovrebbe certo mettersi alla guida di tale eventuale esperimento. Ma che funzionerebbe come orizzonte, prospettiva, possibilità.

“Nessuno ha mai pensato a Mario Draghi come un leader, come un ritrovato Monti che scende in campo. Non credo la sua storia personale e professionale, l’approccio con cui è diventato presidente del Consiglio, possa portare a questo”, ha detto Giovanni Toti. Per poi però aggiungere: “Credo che dobbiamo adottare l’agenda, l’approccio del governo Draghi, la sobrietà e la capacità di agire”. Clemente Mastella, viceversa, ci tiene a dire che lui a Draghi non aveva mai neanche pensato: “Il presidente del Consiglio ha risposto in maniera un po’ strana dicendo che lui ha eventualmente altri posti di lavoro, ma l’idea del centro per quanto mi riguarda non ipotecava Draghi come capolista o come federatore di quest’area”. Fa un certo effetto, poi, sentire Antonio Tajani doversi difendere per aver ipotizzato un ruolo alla guida dell’Europa per il premier. “Uno schiaffo da Draghi? Mah, io non l’ho sentito. Da parte mia c’è stato un segno di rispetto e di attenzione. Dire che potrebbe essere il futuro presidente della Commissione europea o del Consiglio europeo mi sembra un attestato di stima”.

Ieri è arrivato pure il sondaggista. Mai alla guida di un partito o di una coalizione, Mario Draghi potrebbe rientrare in gioco per il Quirinale se Sergio Mattarella decidesse di lasciare prima, ha detto Renato Mannheimer.

Il tormentone, tra corteggiatori respinti e strateghi al lavoro, è partito. Nelle intenzioni di chi vede il premier a Palazzo Chigi anche dopo il 2023, la prima tappa è la legge elettorale proporzionale. Perché il premier non deve candidarsi, ma tornare in gioco dopo il voto. Va detto che sulla possibilità di farlo il proporzionale, la dinamica già inizia ad assomigliare a quella dell’elezione del Capo dello Stato. Molto dipende dalla Lega. Sulle reali intenzioni di Matteo Salvini, nessuno scommetterebbe.

Guerra alle toghe: con B. “vergogna”, con Renzi tutti zitti

Forse gli attacchi che Matteo Renzi ha rivolto ai magistrati che lo indagano su Open non valgono quelli che Silvio Berlusconi nel corso della sua vita politica ha dedicato ai giudici. Perché in questi giorni nessuno nel Pd ha fiatato per spendere parole a difesa dei pm. Un cambio di rotta notevole rispetto al passato, ma evidentemente la linea cambia a seconda da chi provengono le accuse. Perché tutte le volte che il sovrano di Arcore ha attaccato le toghe, e sono parecchie, le voci della sinistra si alzavano, eccome.

Prendiamo la nota manifestazione del Pdl sotto il Palazzo di Giustizia di Milano. Era l’11 marzo 2013, si erano da poco svolte le elezioni e a breve sarebbe nato il governo Letta. Dopo una decisione dei pm di disporre una visita fiscale al Caimano, un bel pezzo del Pdl, guidato dall’allora segretario Angelino Alfano e dalla futura presidente del Senato Maria Elisabetta Alberti Casellati, diede vita a una manifestazione sotto Palazzo di Giustizia. Quasi un assedio. Immediate le prese di posizione del Partito democratico. “Non si fa il bene del Paese se cariche dello Stato manifestano in piazza contro la giustizia”, disse Graziano Delrio. Ma parlarono anche Rosy Bindi (“spettacolo vergognoso”), Emanuele Fiano (“iniziativa indegna di un Paese civile”) e molti altri.

Di lì a qualche settimana, vide la luce l’esecutivo di Enrico Letta sostenuto da Pd e FI, e Angelino Alfano addirittura al Viminale. Non contenti, sabato 11 maggio, Berlusconi&C. inscenano un’altra gazzarra a Brescia: la scusa è sostenere il candidato sindaco del Pdl, ma l’obiettivo sono i giudici milanesi. In piazza ci sono i ministri Alfano, Lupi e Quagliariello. Per Giorgio Napolitano va tutto bene e anche il premier Letta non commenta, salvo poi dire a quattr’occhi ad Alfano qualche giorno dopo: “Un’altra Brescia e mi dimetto”.

Nel febbraio del 2010, dopo che la prescrizione ha salvato l’avvocato David Mills, Berlusconi, premier ancora assai potente, rivolto ai giudici ci va giù duro: “Siamo in mano a una banda di talebani”. La risposta del Pd la dà il segretario Pier Luigi Bersani: “La gente perbene confida nelle assoluzioni, non nelle prescrizioni…”.

Pure l’anno prima, nel 2009, il Caimano non si era risparmiato. “Nella magistratura ci sono grumi eversivi”, dice a maggio parlando a un’assemblea di Confesercenti. “La smetta di ricattare il Paese con questa indecente aggressione per difendersi dai processi e non nei processi”, afferma il responsabile giustizia dem, Lanfranco Tenaglia. “La vera anomalia non sono io, ma i giudici e i pm comunisti!”, dirà Berlusconi in ottobre, telefonando in diretta a Ballarò di Giovanni Floris. “Nessun politico al mondo ha la possibilità di intervenire come vuole nella tv pubblica per dire queste cose. Se vuole affermare la legalità, si sottoponga ai processi!”, la replica immediata della Bindi, ospite in studio. Mentre Bersani, qualche giorno prima, aveva evocato la piazza “per fermare la curva plebiscitaria dal capo del governo”.

Altro salto indietro, settembre del 2003. Silvio Berlusconi è al suo secondo governo, quello specializzato nelle leggi ad personam, e in un’intervista all’inglese Spectator dice: “I giudici sono dei disturbati mentali, altrimenti non potrebbero fare quel lavoro”. “L’anomalia è lui, gli italiani lo caccino con il voto”, risponde il capogruppo Ds alla Camera, Luciano Violante. “Arrogante, non può parlare come al bar sport”, attacca Massimo D’Alema. “Deve aver buttato la coscienza in una discarica!”, reagisce Fabio Mussi. “Ha oltrepassato se stesso”, affonda Dario Franceschini, allora nel partito della Margherita. Mentre per il leader del Pdci, Oliviero Diliberto, “Berlusconi è pazzo e pericoloso per la democrazia”.

Insomma, a difesa dei giudici prima gli scudi a sinistra si alzavano. Ora quasi non si muove foglia.

Csm a sorte e carriere separate: destre già all’assalto di Cartabia

Modifica della norma sulle porte girevoli, separazione delle funzioni tra magistrati giudicanti e inquirenti e sistema elettorale non più maggioritario con collegi binominali, ma con sorteggio, anche se “temperato”. Non sono passate nemmeno 48 ore dall’approvazione della riforma del Csm firmata Marta Cartabia, che il centrodestra va già all’assalto della norma approvata venerdì, all’unanimità, in Consiglio dei ministri.

Ad alzare le barricate contro la ministra della Giustizia è soprattutto Forza Italia, che venerdì mattina, in pre-Consiglio, aveva addirittura minacciato il premier Draghi di non votare la riforma senza le modifiche richieste. Poi i tre ministri Renato Brunetta, Mariastella Gelmini e Mara Carfagna, dopo una lunga trattativa tra Silvio Berlusconi e gli emissari del premier, hanno detto “sì” ottenendo in cambio l’impegno del governo a non mettere il voto di fiducia e quindi dare la possibilità al Parlamento di approvare qualche modifica. E così sarà, a partire da mercoledì, quando inizierà l’iter della riforma in commissione Giustizia alla Camera. Peccato che le richieste di Forza Italia e Lega non siano “minime”, ma andrebbero a stravolgere l’intero impianto della norma. Rischiando di spaccare la maggioranza.

Gli emendamenti firmati dai berluscones sono stati inseriti, in maniera alquanto irrituale, in un documento di tre pagine fatto allegare da Forza Italia al verbale del Consiglio dei ministri. Come dire: noi votiamo il testo, ma sia messo agli atti che non lo condividiamo in toto. E così nelle premesse del documento, i forzisti definiscono la riforma Cartabia sul Csm “un testo base” che “deve essere affidato agli approfondimenti parlamentari”. Per questo, si legge, “va garantita la non apposizione del voto di fiducia” per “lasciare spazio alle sensibilità da parte di ciascun gruppo”. Gli emendamenti che Forza Italia presenterà in commissione sono tre. Il primo, il meno spinoso, riguarda la modifica della norma sulle porte girevoli tra magistratura e politica: i berlusconiani sollevano difetti di forma nella norma e parlano di “perplessità lessicali ed interpretative”. Il secondo emendamento proposto da FI invece è quello sulla “separazione delle funzioni” tra magistrati giudicanti e inquirenti. Una storica battaglia berlusconiana. Non sarebbe una vera e propria “separazione delle carriere” (come prevede uno dei quesiti referendari di Lega e Radicali) perché per quella servirebbe una norma costituzionale che non ha alcuna possibilità di passare, ma quasi. Nella normativa attuale pm e giudici possono cambiare funzioni per quattro volte nella propria carriera, il testo originario di Bonafede li limitava a due mentre FI chiede una versione più hard: il magistrato potrà cambiare funzione solo una volta nei primi cinque anni di carriera, poi mai più. Una separazione delle carriere mitigata, insomma. E su questa proposta la battaglia politica tra le forze di maggioranza potrebbe diventare durissima anche se da FI assicurano di avere già avuto garanzie da Cartabia che dovrebbe dare parere favorevole. L’ultima richiesta riguarda il sistema elettorale: gli azzurri chiederanno un sorteggio temperato (si sceglie tra gli estratti) al posto del meccanismo previsto dalla norma, cioè un sistema maggioritario con collegi binominali anche se con un correttivo proporzionale. Anche la Lega condivide la proposta con FI. “Così il sistema elettorale non va” ha detto Antonio Tajani ottenendo la risposta stizzita del Pd. “È incostituzionale, si vanifica la riforma” replica la responsabile giustizia dem Anna Rossomando.

“Saremo leali, ma su questi punti abbiamo mano libera e vedremo chi ci sta” minaccia il forzista Pierantonio Zanettin. Emendamenti arriveranno anche da FdI. A partire da una mozione sui referendum leghisti per chiedere al governo di legiferare in materia ed evitare “lo spreco di denaro pubblico”. Anche perché Meloni si è staccata da Salvini sui sei quesiti (due non li ha firmati) e FdI boicotterà la campagna referendaria della Lega.