I quesiti sono dieci. Martedì la Corte Costituzionale dovrà valutarne l’ammissibilità, stabilendo se i referendum siano compatibili coi principi costituzionali. Nonostante le parole del presidente della Consulta, Giuliano Amato, che ha invitato a “non guardare il pelo nell’uovo” e “favorire il voto”, su molti dei quesiti i dubbi restano. E non solo per la sostanza delle proposte.
Responsabilità diretta. “Chi sbaglia paga”. Lega e Radicali promuovono il quesito sulla responsabilità civile dei magistrati perché ritengono che chi si sente vittima di una ingiustizia in sede processuale o di indagine abbia il diritto di rifarsi direttamente con il giudice.
In realtà già oggi chi subisce un torto è tutelato: può chiedere i danni allo Stato, il quale a sua volta ha tutti gli strumenti per punire il magistrato che si è comportato in maniera impropria. Se passasse il referendum, salterebbe la mediazione dello Stato e il cittadino potrebbe denunciare i suoi giudici.
Il pericolo è evidente: a essere scalfita sarebbe l’autonomia del magistrato, che saprebbe di essere esposto al rischio di denuncia e potrebbe essere condizionato nel suo lavoro. E si pensi a cosa accadrebbe nei processi con imputati facoltosi o di grande potere, in grado di esercitare una forte sudditanza nei confronti dei giudici e di potersi permettere cause infinite contro gli stessi, in caso di condanna.
I giudici della Corte Costituzionale potrebbero allora considerare inammissibile il quesito, ritenendo che leda l’autonomia e l’indipendenza dell’esercizio della funzione della magistratura.
Pagelle ai magistrati. Oggi la valutazione dei magistrati è a opera del Csm, che decide anche sulla base dei giudizi dei Consigli giudiziari, ovvero organismi territoriali nei quali però, ai fini della “pagella”, hanno voce solo i componenti della magistratura. Lega e Radicali chiedono che alla valutazione dell’operato dei magistrati partecipino anche avvocati e docenti universitari, i cosiddetti laici. Con una controindicazione immediata, fatta notare più volte, in queste settimane, anche dall’Associazione nazionale magistrati: un avvocato si potrebbe trovare di fronte, in aula, il giudice del quale potrebbe poi influenzare, col suo voto, un eventuale avanzamento di carriera. Un cortocircuito di cui, ancora, non beneficiano certo la terzietà e la serenità del magistrato.
Carriere separate. Al momento la legge consente ai magistrati di lavorare per un periodo come pubblici ministeri e poi come giudici (o viceversa), senza vincoli di tempo. Il quesito proposto mira invece a mettere uno steccato tra le due carriere, creando “un sano e fisiologico antagonismo tra poteri, vero presidio di efficienza e di equilibrio del sistema democratico”, come sostengono i promotori realizzando un’antica battaglia di Silvio Berlusconi.
La Consulta potrebbe però obiettare che la Costituzione tutela un unico “ordine giudiziario”, nel quale pubblici ministeri e giudici hanno stesso organo di auto-governo (il Csm).
Se qualcuno vuole distruggere questa unitarietà sancita dalla Carta sarebbe opportuno passasse per una riforma costituzionale. Non a caso questa è la strada tracciata dall’Unione delle Camere penali, che pure da tempo si dice favorevole a una modifica in tal senso ma ha indicato la via della legge costituzionale. Abrogando leggi e commi, il rischio è di ottenere soltanto un pasticcio. Ne è la prova il testo del quesito che, se passerà il vaglio della Corte, ci troveremo sulla scheda. Se qualcuno lo volesse stampare si renderebbe conto dell’anomalia, visto che servirebbero almeno un paio di fogli scritti fitti e peraltro incomprensibili a chiunque, essendo un insieme di rimandi a vecchie norme. Non certo il modo migliore per aderire a quel criterio di “chiarezza” preteso – almeno in teoria – dalla Consulta.
Riforma Csm. Un altro quesito sulla giustizia riguarda la presentazione delle candidature al Consiglio superiore della magistratura: chi si propone non dovrà più raccogliere le firme (oggi ne consegna dalle 25 alle 50). Una modifica sbandierata come utile a combattere le correnti all’interno della magistratura. Forse un po’ troppo, ma almeno dal punto di vista costituzionale il quesito non dovrebbe rischiare rilievi da parte della Corte.
Basta carcere. I promotori leghisti e Radicali lamentano che “ogni anno migliaia di innocenti vengono privati della libertà senza che abbiano commesso alcun reato”. Essendo chiunque innocente fino al terzo grado di giudizio, l’argomentazione rischia di essere fallace in partenza, nel senso che la custodia cautelare serve a evitare – ben prima della fine del processo – che la persona su cui si hanno sospetti (e innocente per definizione) si dia alla fuga, reiteri il reato o comprometta la prove.
In caso passasse la modifica chiesta dal referendum, ai giudici verrebbe tolta proprio la possibilità di incarcerare qualcuno a causa del rischio della “reiterazione del reato” (salvo rarissime eccezioni, come per mafia e terrorismo). Un colpo di spugna che, caso vuole, riguarda anche il reato di finanziamento illecito ai partiti, tanto caro ai leader politici.
Via la “Severino”. Altro quesito che sta parecchio a cuore ai partiti è l’abrogazione della legge Severino, quella che sancisce la sospensione per i sindaci condannati in primo grado per certi reati e stabilisce l’incandidabilità (anche in Parlamento) per i condannati in via definitiva.
Eliminare la Severino significa tornare indietro di dieci anni, a quando cioè Camera e Senato non si ponevano neanche il problema della fedina penale o dei processi in corso degli eletti, tra cui infatti trovavano posto decine di condannati.
Il tema è anche costituzionale. La legge infatti è la messa a terra del principio secondo cui “i cittadini a cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina e onore”. Se la Consulta ritenesse la Severino attuazione di questo articolo, il 54 della Costituzione, allora il quesito potrebbe essere dichiarato inammissibile e resterebbero le garanzie contro i pregiudicati. Anche se le parole di Amato lasciano presupporre tutt’altro orientamento.
La cannabis. Extra giustizia, il primo fronte (il realtà sviluppato in tre diversi quesiti) è quello che elimina il reato di coltivazione della cannabis (cancellando la parola “coltiva” dall’elenco di attività che è proibito fare, mantenendo dunque le pene per lo spaccio, il trasporto, l’esportazione, eccetera) e di conseguenza abolisce la pena prevista (oggi va dai 2 ai 6 anni).
I promotori, rappresentati da Andrea Pertici e Giandomenico Caiazza, chiedono anche di eliminare la sospensione e il ritiro della patente di guida per chi coltiva (ma non per chi si mette alla guida sotto l’uso di cannabis). Alcune associazioni conservatrici contestano l’ammissibilità del quesito perché rigettano la distinzione tra droghe leggere e droghe pesanti. Difficile però far arrivare tali rimostranze alla definizione di contrasti con la Costituzione.
Fine vita. Il quesito vuole abrogare le parti dell’articolo 579 del Codice penale che puniscono “chi cagiona la morte di un uomo con il suo consenso”. Restano invariate le pene nei casi in cui sia provocata la morte di un minore, di un infermo di mente o di chi ha dato il proprio consenso perché costretto con la forza.
L’omicidio del consenziente è però una condotta “di maggior offesa” rispetto all’istigazione e all’aiuto al suicidio. Per questo la Corte potrebbe non consentire un’abrogazione tout court del reato, che invece i promotori vorrebbero eliminare in nome di una concezione ancora astratta dell’autonomia individuale (non è chiaro come sarebbe definito il “consenso” dato a chi uccide, per esempio). Motivo per cui non è detto che il referendum sia la via più efficace per arrivare all’obiettivo dei suoi sostenitori.