I Migliori Tafazzi

Immaginate se il governo in pieno inverno imponesse il maglione di lana, il cappotto e la sciarpa, ma a far data dal 21 giugno: un’ambulanza lo porterebbe in blocco alla neurodeliri. Ma è esattamente quel che han fatto Draghi e i suoi Migliori il 5 gennaio, imponendo il Super green pass e l’obbligo vaccinale per gli over 50 a far data dal 15 febbraio, quando tutti sapevano che la curva della quarta ondata Covid sarebbe scesa in picchiata e gli altri Paesi (che mai hanno neppure immaginato il Green pass per lavorare, figurarsi quello Super) avrebbero levato le proprie ben più blande restrizioni. Martedì l’Italia di Draghi, da “modello”, “esempio” e “apripista” del mondo (che si è sempre ben guardato dall’imitarla), diventerà ufficialmente il Tafazzi del pianeta. Rinuncerà alla manodopera di almeno 1,5 milioni di lavoratori over 50 (senza stipendio né reddito di cittadinanza), con disagi nei servizi pubblici e nelle aziende. Terrà lontani milioni di turisti stranieri. E aggraverà le discriminazioni tra vaccinati e non (inclusi i guariti in attesa di pass, i fragili in attesa di esenzione e i vaccinati con due dosi: tutti trattati come No vax terrapiattisti). Il tutto per l’ottusa vanità del premier e dei suoi pessimi consiglieri che spacciarono una misura politica per sanitaria e i vaccinati per immuni, scordandosi di revocare la carta ai positivi, che seguitano a infettare travestiti da negativi. Intanto piangiamo 3-400 morti al giorno (media per abitante superiore agli altri grandi Paesi Ue), anzi non li piangiamo più, per non dover ammettere di avere sbagliato: anziché ridurre i contagi con distanze e ffp2 nei trasporti pubblici e nelle scuole e con lo smart working nella Pa, si è preferito coprire il nulla col derby Vax-No vax (irrilevante sui contagi) e lasciar correre il virus con lo stop alle quarantene.

Ai tempi di Conte i morti erano un’arma da scagliargli addosso: ora con Draghi – per paura che qualcuno ricordi quella macabra propaganda – la strage si consuma in clandestinità. E tg e stampa di regime titolano “Draghi riapre l’Italia”, “Ritorno alla normalità”. La normalità dei bambini che scoprono a scuola di essere dei cattivoni da punire solo perché i genitori (in ossequio alla legge) non li hanno vaccinati. La normalità di milioni di persone che non possono salire su un bus, viaggiare, fare acquisti, andare dal barbiere, bersi un caffè all’aperto perché sprovviste della carta verde che non garantisce null’altro che un minor rischio di morte e malattia grave (ma chi le difende da se stesse non vuole il suicidio assistito?). Ci avevano detto che era per impedire il collasso delle terapie intensive (mai riempite oltre il 15%): ora che si svuotano, insieme alle tasche degli italiani, c’è una logica in questa follia?

Le forme di vita, quando la felicità privata è anche questione pubblica

La filosofa tedesca Rahel Jaeggi, erede della tradizione della Scuola di Francoforte, elabora e propone ormai da anni spunti di riflessione sofisticati, ma importanti per costruire un orientamento politico nel presente. L’ultimo testo tradotto in Italia (apparso in Germania nel 2014) pone una domanda complessa: si possono criticare le forme di vita? Oppure, come scrive, “appartengono a una black box fondata sul diritto liberale all’autodeterminazione assoluta nel progettare la propria vita?”.

Per forme di vita Jaeggi intende forme umane di convivenza modellate dalla cultura, un “insieme di pratiche e orientamenti”, ma anche le loro materializzazioni e manifestazioni istituzionali. Insomma, non si tratta solo di convinzioni e atteggiamenti individuali – non si tratta, dice, di criticare l’utilizzo di un paio di stivali da cowboy rossi – ma di interrogativi che si materializzano, ad esempio, nella moda, nell’architettura, nei sistemi giuridici e nei modi di organizzazione familiare (che fare di fronte a un genitore che picchia suo figlio?). Citando il Musil dell’Uomo senza qualità, “recipiente materiato di case, leggi, regolamenti e tradizioni storiche”.

La critica delle forme di vita quindi non rappresenta un orientamento paternalista, ma il modo concreto di criticare, e quindi attivare, processi di emancipazione individuale e collettiva. “Le decisioni sulla felicità vengono prese a livello pubblico”. Per questo si oppone a una “astensione etica”, promossa in particolare dal pensiero liberale, che sottende a scelte e valutazioni, o critiche delle forme di vita, di chi ha più potere di parola e forza nella società.

Utilizzando il metodo della “critica immanente” che muove dalle forme irrisolte e insoddisfacenti sul piano della realizzazione e dell’apprendimento, Jaeggi propone una discussione che fuoriesca dalla dimensione privata e venga condotta pubblicamente. Innervando il pensiero filosofico e anche il pensiero politico.

 

Critica delle forme di vita

Rahel Jaeggi

Pagine: 464

Prezzo: 28

Editore: Mimesis

A Milano il “mondo di sotto” esiste davvero e reinventa il giallo italiano

A Milano, il mondo di sotto esiste davvero, non solo in senso figurato. E si trova sotto l’immensa Stazione Centrale, inaugurata durante il regime fascista, era il 1931, e che assembla tante cifre architettoniche, dal liberty al razionalismo. Una superficie di 220mila metri quadri cui corrisponde una città sotterranea. Per la serie: “I sotterranei sono l’inconscio di una città”. Oppure: “L’ignoto ce l’abbiamo sotto i piedi”. È questo il punto di partenza del romanzo del momento in Italia, premiato meritatamente dalla classifiche di vendita: La stazione di Jacopo De Michelis. Editor della Marsilio – la casa di “famiglia” – De Michelis però esordisce da scrittore con Giunti, dove lavora il più grande scopritore di talenti narrativi (e non solo): Antonio Franchini.

Detto questo La Stazione è un thriller monumentale di quasi novecento pagine che assomma varie storie senza mai perdere un filo unitario, al punto che è giusto dire che De Michelis reinventa il giallo italico, come ha scritto Antonio D’Orrico su Sette del Corsera. Il protagonista è un ispettore di polizia di nome Riccardo Mezzanotte, detto Cardo, e figlio di Alberto, leggendario commissario meneghino ucciso nel 1998 da un killer rimasto ignoto. Quasi trentenne, Cardo ha un passato ribelle in rotta con il padre. È il 2003 e lui è stato sbattuto alla Polizia ferroviaria della stazione: dopo essere stato un eroe per aver arrestato un assassino seriale, ha pensato bene di denunciare alcuni colleghi corrotti. Di qui l’emarginazione. Epperò Cardo è un detective nato e si insospettisce davanti ad alcuni gatti e cani sventrati in modo rituale. C’è poi la ricca Laura Cordero che fa la volontaria nel centro di ascolto della stazione e ha il dono di recepire le emozioni altrui. I due si conosceranno e faranno un viaggio da brividi e commovente (c’è un personaggio ispirato a Liliana Segre) nel mondo di sotto. Tutto da scoprire.

 

La stazione

Jacopo De Michelis

Pagine: 870

Prezzo: 19

Editore: Giunti

Un borghese grande grande “senza poetica”

Vincenzo Cerami, morto nel 2013 a 72 anni, è stato tra gli autori più eclettici del nostro secondo Novecento. Pochi come lui hanno attraversato tutti i generi della scrittura. “Elasticità dei grandi” battezzava Fellini questa capacità di passare da un romanzo a una canzone, da una pièce teatrale a un articolo di cronaca nera, da una poesia a una sceneggiatura. Un talento indifferenziato per il tragico e la farsa, quello di Cerami, debitore di quello “sguardo basso” con il quale ha sempre percepito il mondo.

Del resto il suo immaginario è rimasto inchiodato a due opere come Pinocchio e La metamorfosi. Il burattino di Collodi e il commesso viaggiatore mutato in scarafaggio di Kafka, “ingenui” che sfidano il conformismo, incarnano un orizzonte morale perseguito fino all’ultimo: “Sporcarsi le mani”. Lezione impartita anche dal suo maestro Pasolini. Un maestro nel vero senso della parola perché il poeta delle Ceneri fu il suo insegnante di Lettere alle medie in una scuola di Ciampino negli anni 50. Un rapporto così totalizzante da segnare la sua biografia (sposerà in seconde nozze Graziella Chiarcossi, cugina di Pasolini e oggi titolare del suo lascito editoriale).

Dopo le medie Cerami continua a frequentare Pasolini, affrontando periodici viaggi in littorina da Ciampino a Roma per sottoporgli i suoi primi versi. Qualche anno più tardi l’autore di Ragazzi di vita lo arruola nel cinema. Cerami si improvvisa factotum e aiuto regista. Nel Vangelo secondo Matteo ha il compito di fermare le auto in transito perché non finiscano nelle inquadrature mentre Pasolini gira sul set a Matera. In Uccellacci e uccellini aiuta Totò, ormai minato dalla cecità, a imparare le battute del copione. Per il grande schermo firma negli anni successivi sceneggiature impegnate per Citti, Bellocchio, Amelio, Scola. Scrive anche pellicole più leggere per Nuti e Albanese. La collaborazione più fortunata è quella con Roberto Benigni. Inventa, insieme all’attore toscano, le gag più spassose di Johnny Stecchino e Il mostro. Con La vita è bella conquista una nomination all’Oscar (il volume della sceneggiatura del film è best-seller assoluto del settore con oltre centomila copie vendute).

È fatalmente sempre il cinema a sublimare la sua parabola di narratore grazie al film con protagonista Alberto Sordi che Monicelli trae dal suo esordio del 1976 Un borghese piccolo piccolo, che torna in libreria per Garzanti con una prefazione del premio Strega Nicola Lagioia: “Il romanzo si carica di tinte fantozziane, vale a dire kafkiane e gogoliane nel grigio postribolo amministrativo dell’Italia anni Settanta”. È la storia di Giovanni Vivaldi, impiegato con la casetta al Tuscolano, il lavoro al ministero, che si trasforma in un feroce giustiziere quando il figlio viene ucciso da una pallottola vagante mentre sta andando a fare il concorso per l’agognato posto fisso. Un personaggio esecrabile che Cerami riesce a raccontare animato da “una pietas che abbraccia tutto il creato”.

Lo scrittore entra dentro i conflitti dell’uomo con la realtà ma sempre con un sentimento sacro. Lagioia nella sua prefazione scrive ancora che è “un romanzo sulla fragilità dell’italiano medio a cui, sprovvisto di tutto, non resta che diventare un mostro”. Qui c’è ancora una Roma impiegatizia, un’Italia divisa in classi sociali riconoscibili. Già in Tutti cattivi del 1981 c’è una Roma edonista e dispersa, un’Italia in cui l’uomo massa ha preso il posto del piccolo borghese, eco di quella omologazione profetizzata a suo tempo da Pasolini.

La letteratura di Cerami – dal romanzo in versi Addio Lenin alla favola storica La lepre fino ai delitti di nera raccontati in Fattacci – è una “interpretazione dell’età presente” che mostra quali e quanti abissi di ferocia si nascondano dietro la normalità della gente (proprio La gente è il titolo di una sua raccolta di racconti brevi). Una “commedia umana” che merita una riscoperta non tanto e non solo per la realtà che descrive ma per la nitidezza dello stile, per una scrittura che esalta il “come” prima ancora che il “cosa”. Nel suo Consigli a un giovane scrittore è lo stesso Cerami a certificarlo: “Qual è la mia poetica? Scrivere”.

Scimmie in politica, gatti vip e tori vergini

Nel 2013 il topolino da laboratorio Major Tom trascorse un mese nello spazio e orbitò 477 volte intorno alla Terra. Al suo ritorno era un pozzo d’informazioni per la comunità scientifica russa, la stessa che nel ’57 spedì la cagnolina Laika nello spazio. Il toro Fajardo, l’esemplare più prezioso (in termini monetari) della sua razza in Brasile, ha avuto 275.000 figli e sei cloni, ma è morto vergine, lasciando al proprietario un’eredità milionaria in formato “seme congelato”. La sua esistenza, triste a ben pensarci, è stata una continua eiaculazione in provetta. L’esemplare di beccogrosso Máquina Viva viaggia per il paese in una gabbia di legno laccato, gareggiando in sfiancanti tornei di canto contro altri artisti-uccelli. La gallina Anitta alleva i suoi pulcini di fronte alla stazione Flamengo della metro di Rio, e quando il municipio minaccia di allontanare lei e prole il quartiere si mobilita per salvarli. L’Ara di Spix Presley, nato sulle rive del fiume São Francisco, fu catturato dai trafficanti e attraversò mezzo globo fino a quando non fu salvato nel 2002 e rimpatriato. La specie era in via d’estinzione e lui era l’ultimo esemplare non catalogato su 60 al mondo.

Sono alcuni dei protagonisti dell’originale volume Vite di animali illustri, con le illustrazioni di Audrey Furlaneto, a raccogliere 21 profili di animali, inclusi gli ormai onnipresenti gatti celebrity su Internet come Nora la pianista, Grumpy il gatto imbronciato, Lil Bub affetta da nanismo felino. Un affare, quello dei gatti star dei social che ha permesso a diverse persone di mollare il lavoro per diventare agenti dei loro pet. A firmare il volume è il giornalista brasiliano, esperto in reportage, Roberto Kaz, classe ’82, capace di andare oltre la stesura di aneddoti colorati e stravaganti a tema faunistico per sconfinare nel rapporto che l’homo sapiens, il più evoluto (in teoria) tra gli animali, intrattiene con gli altri, tra perle di empatia e mero opportunismo. Quando parla di Fajardo rivela una realtà di negoziazioni multimilionarie e intrighi politici, mentre Louro José, pupazzo di pappagallo diventato divo della tv in stile Topo Gigio, nasconde una guerra di brevetti dietro le quinte presso la più grande emittente televisiva del Paese. L’avventura di Presley, che morì senza eredi ma di cui si è messo in salvo il patrimonio genetico, offre una bella panoramica sul protezionismo ambientale. Quella di Tião, lo scimpanzé che prese 400 mila voti come candidato sindaco di Rio nell’88 sottolinea le falle della politica: Tião venne infatti votato perché gli elettori erano così scontenti dei candidati da preferire uno scimpanzé, almeno lui aveva carattere, per quanto scontroso.

C’è spazio anche per la dolcezza tout court. Basti pensare al gallerista brasiliano di origine rumena Jean Boghici. Quando la sua casa venne distrutta da un incendio anziché disperarsi perché parte della collezione privata di quadri (opere da milioni di euro l’una) era andata in fumo non pensava ad altro se non alla micia Nerina, morta soffocata. Venne sepolta nel giardino della dimora di campagna a Itaipava, la zona più verde di Petrópolis, avvolta in foglie di banano. Boghici pianse, le giurò eterno amore e disse che un giorno l’avrebbe ritrovata, in un’altra vita. Se non è questo amore.

 

Vite di animali illustri

Roberto Kaz

Pagine: 352

Prezzo: 18

Editore: Quodlibet

I duecento anni di “Tonino” Canova, “scalpello” immortale dal Veneto a Roma

Nell’arte, questo è l’anno di Antonio Canova (1757-1822) di cui ricorrono i duecento anni dalla morte. E come in ogni ricorrenza che si rispetti – sulla scia dell’adagio manzoniano “Ai posteri l’ardua sentenza” –, iniziative, mostre e rassegne pitturano il più completo e sfaccettato ritratto ex-post. Si inizia, allora, dal Canova ragazzo, da Tonino (così lo chiamava il nonno), che nella primavera del 1777 su un taccuino acquistato per dieci soldi scrive: “Giornate mie nell’umiltà di lavoro di scalpello”. Ha solo 19 anni, ma già sa di essere uno scultore, come testimoniano questo e altri rarissimi documenti – un tesoro di quarantamila fogli manoscritti tra lettere, diari di viaggio, miscellanee – che la Biblioteca Civica di Bassano del Grappa ha digitalizzato e reso accessibile. Trasferitosi nel 1779 a Roma, elevò l’Urbe a suo laboratorio a cielo aperto. Soprattutto, seppe far rapprendere sentimenti universali sul marmo della stoica bellezza classica, divenendo così il culmine del neoclassicismo italiano. Lo dimostrano alcune contingenti esposizioni: Tra innocenza e peccato (fino al 18.04) al Mart di Rovereto, che annoda il suo ideale estetico in perfetto bilico tra armonia ed erotismo – pensiamo all’ineffabilità della Danzatrice o della Maddalena penitente – ad artisti posteriori come Robert Mapplethorpe o Helmut Newton; e ancora Gloria trevigiana. Dal classico all’annuncio romantico (al Museo Bailo di Treviso dal 14.05), che inquadra il maestro quale straordinario annunciatore del sentimento romantico, ospitando il gesso di Amore e Psiche stanti, che servì per scolpire il celebre marmo del Louvre, nonché il bozzetto delle Tre Grazie, dove a ben guardare si possono scorgere le impronte di Canova; infine lei, Ebe. Distrutta dai bombardamenti del ’45 – i suoi frammenti vennero raccolti come reliquie e serbati per decenni –, oggi risplende a Bassano del Grappa grazie a un delicato restauro. La coppiera degli dei è risorta dalle ceneri a riprova dell’immortale carezza di Canova.

 

“La metamorfosi” dell’animo umano

La metamorfosi di Franz Kafka – ora adattata e diretta da Giorgio Barberio Corsetti – si regge sulle spalle di un gigante: Michelangelo Dalisi, attore invero esile e nervoso, capace di trattenere il “suo” Gregorio Samsa in una ragnatela sottile, onirica quanto orrorifica. Che pena la condizione umana di un insetto, ma “è davvero una bestia se la musica lo commuove ancora tanto?”.

Dopo appena una settimana di recite nel maggio del 2021, subito stoppate a causa della pandemia, La metamorfosi è tornata con più respiro e agio sul palco del Teatro Argentina di Roma e andrà poi in trasferta a Napoli: con Dalisi, recitano altri sei bravi interpreti (Roberto Rustioni; Sara Putignano/Gea Martire; Anna Chiara Colombo; Giovanni Prosperi; Francesca Astrei; Dario Caccuri), ma – a differenza del protagonista – sono schiacciati sul registro grottesco, sguaiato, garrulo, spingendo spesso il dramma nella farsa, il dolore nella volgarità, il sentimento nel gridolino.

L’equilibrio dello spettacolo è complesso, se non compromesso dal controcanto della famiglia e ospiti vari in casa Samsa: i pensionanti, la domestica, il procuratore… O forse è una precisa scelta registica per isolare ancora di più Gregorio nello suo strazio umano, troppo umano ancorché animale: come a voler gridare, esasperati, che le bestie sono gli altri, gli uomini e le donne; i parassiti sono le madri e i padri; i mostri sono i fratelli.

“Immondo” è il “mondo” là fuori, fuori almeno dalla stanza di Gregorio: lo spazio è tagliato in due dallo scenografo Massimo Troncanetti, ma via via il dentro si confonde con il fuori, la cameretta lercia con il salotto lugubre, la nebbia in strada con il grigiore e il lezzo casalingo e il marcio dell’animo umano, in primis. È tutto sporco, lugubre, infernale, di quell’inferno “che abitiamo tutti i giorni”, per citare il solito Italo Calvino. Tanto vale arrendersi, e lasciarsi andare, come un insetto che illanguidisce sul pavimento con una mela a marcirgli nella carne, dietro al cuore: “Nella lotta tra te e il mondo, vedi di assecondare il mondo”, diceva il vecchio al giovane. Ma il giovane non gli ha dato retta. Ed è morto. Intanto, la terra ha continuato a girare, il lavoro a “istupidire”, le madri a svenire, i padri a picchiare e i fantasmi dei morti a danzare (con le incantevoli, ipontiche musiche di Massimo Sigillò Massara).

Riscritto per il palco in prima e terza persona, il racconto kafkiano non è qui sempre kafkiano: gira vertiginosamente, velocemente, a ritmo sostenuto, sferzante, che certo aiuta l’attenzione e la fruizione dello spettatore, ma strizza l’occhio alla commedia sacrificando la tragedia. “Kafka sulla spiaggia” si impantana nelle sabbie mobili: solo la sensibilità del primattore è in grado di risollevarlo, e strapparlo dal gioco bizzarro, dalla burla piccoloborghese, dal cabaret deforme e insignificante. Applausi alle zampine di Samsa, un insetto che sa cosa significhi essere umano.

 

La metamorfosi Da Kafka

Giorgio Barberio Corsetti

Roma, Teatro Argentina, fino al 27 febbraio;

Napoli, Teatro Mercadante, dal 2 al 13 marzo

 

“Occhiali neri” d’Argento: torna il maestro dell’horror

Il solleone a sovrastare l’estate torrida romana. C’era una volta l’incipit del grande thriller italiano dei 70. Così iniziava – ad esempio – Macchie solari (1975) di Armando Crispino: un modo per confortare gli spettatori appena entrati nella sala buia, perché l’angosciante presagio dell’inconscio, in fondo, inizia in piena luce.

Dario Argento, che il thriller italiano moderno ha inventato e reso cult, lo sa bene. E ci riporta lì, nel sole che si oscura di eclissi totale come fosse una sala cinematografica, con giovani donne subito sgozzate da un mostro sanguinario. Occhiali neri, diciannovesimo lungometraggio del magister tenebrarum romano osannato ieri al Festival di Berlino – sezione Berlinale Special – inizia come deve iniziare, e tutto sommato lo fa bene. Perché Argento lavora nel proprio territorio, quello appunto popolato di ragazze autonome e coraggiose, di uomini che così non le accettano e dunque le perseguitano, di investigatori che si credono Sherlock Holmes e invece cadono nelle trappole più ingenue e, non per ultimo, di inconfondibili musiche elettroniche (in Occhiali neri sono affidate al francese Arnaud Rebotini) capaci di infondere quell’inquietudine che solo il creatore di Suspiria sa generare. Non fa eccezione Occhiali neri, che vede al centro Ilenia Pastorelli nei panni della escort Diana, eroina quasi solitaria perché al suo fianco sono mobilitati un bimbo cinese e una cagnolona addestrata. Fin qui, dunque, tutto bene.

I problemi, semmai, arrivano dopo. E riguardano anzitutto il rapporto fra quel modello di thriller “di paura” e il pubblico contemporaneo nel momento in cui l’incubo dei “nostri” prende forma. Perché troppe eclissi solari con oscuri presagi annessi e connessi sono trascorse da quegli anni in cui gli spettatori sobbalzavano perché sorpresi, sconvolti e sgomenti dalla spietatezza criminale, così dark e perturbante. Oggi il pubblico, in sala e su piattaforma, ha bisogno di altro e di “oltre” per spaventarsi, dentro a narrazioni intessute su trame vertiginose, possibilmente non prevedibili. Innegabile, resta al grande Dario che lui quegli universi li ha immaginati, voluti e creati, riempiendo per sempre di rosso il nostro animo più profondo. Occhiali neri sarà nelle sale dal 24 febbraio.

“Fedeltà” alla noia. Oltre al romanzo, la fiction delude

Non che ci aspettassimo la superlativa Scenes from a Marriage, il ritorno al futuro del classico bergmaniano firmato dall’israeliano Hagai Levi e incarnato da Oscar Isaac e Jessica Chastain, per carità. Ma nemmeno così poco.

Legittimato dalla contiguità poetica, ovvero il dubbio del tradimento e la verifica della fedeltà, il paragone invero non regge: Fedeltà, sceneggiato dall’head writer Alessandro Fabbri con Elisa Amoruso e Laura Colella e liberamente tratto dal romanzo omonimo (Einaudi) di Marco Missiroli, è inadeguato rispetto ai temi e ai sentimenti che s’è scelto. È una riduzione nel senso deteriore del termine, sta alla verità delle relazioni umane, segnatamente dei rapporti di coppia, come un diorama ai cervi – sì, per le corna – nel bosco, senonché oltre alla realtà latita pure la riproduzione.

Diretta da Andrea Molaioli e Stefano Cipani, la serie targata Netflix in sei episodi arriva il 14 febbraio per San Valentino, tanto per garantirsi il rifiuto dell’occasionalità e un surplus di originalità. Ambientata tra Milano e Rimini, programmaticamente si vorrebbe “un’esplorazione del desiderio e del tradimento, e delle loro conseguenze, attraverso la storia di due coniugi”, ma non si capisce quale e dove sarebbe l’esplorazione, perché Carlo Pentecoste, professore di scrittura creativa che non scrive più o quasi, e Margherita Verna, architetto regresso ad agente immobiliare, drammaturgicamente parlando sono palesemente dei bambini incastrati in un gioco da adulti. Certo, Michele Riondino pare acchittato per incarnare dopo Il giovane Montalbano il giovane Sandro Veronesi, certo, Lucrezia Guidone ribadisce che a teatro è una cosa e sul servizio streaming (Luna Nera, Summertime) una meno buona, ma gli interpreti – la caruccia ma monoespressiva Carolina Sala è Sofia Casadei, Leonardo Pazzagli Andrea – sono il male minore. Perché non solo non si respira verità, ma pure il Verosimile, il brano ad hoc cantato da Arisa, annaspa: per dirne una, la trasgressione – dichiaratamente catalizzata da tre cocktail, non sia mai… – di Margherita che attira Carlo nel bagno del locale e poi ritenta in auto farebbe rientrare il mitologico ”O famo strano” di Ivano e Jessica (Viaggi di nozze di Carlo Verdone, 1995) nei canoni dell’intimismo scandinavo.

Il problema, uno dei tanti, è che l’indicazione geografica tipica, la Milano dei tram e City Life, si intenderebbe deflessa a uso e consumo del pubblico internazionale, vabbè. Più che crisi del desiderio borghese qui c’è il calo della vista, pardon, visione borghese, e la traduzione “del dialogo interiore del libro nelle scene reali del film” (Amoruso) davvero non aiuta. Recensendo il libro di Missiroli su queste pagine, Camilla Tagliabue aveva stigmatizzato “la rinuncia al desiderio e altre baggianate di PsicoBanalisi (© Crozza che imita Recalcati)”, ebbene, per la serie possiamo levare tranquillamente quello Psico. Fedeltà mette le corna alla realtà.

 

“Noi Mangia Pesce battuti: non sapevamo stare uniti”

Il vecchio Barba Lunga smise di parlare, si leccò le dita unte e le strofinò sui fianchi nudi dove non arrivava il pezzo unico di pelle d’orso che lo ricopriva. Accosciati intorno a lui si trovavano tre giovani uomini: due, Testa Gialla e Cervo che Corre, erano i suoi nipoti, il terzo era Paura del Buio. In apparenza sembravano uguali, essendo tutti parzialmente ricoperti da pelli di animali selvatici. Avevano una corporatura magra e smunta, i fianchi stretti e le gambe storte, ma allo stesso tempo il petto era grosso, le braccia forti e le mani enormi.

Sul petto, sulle spalle e sulla parte esterna delle braccia e delle gambe erano molto pelosi. I capelli non tagliati si disperdevano in tante ciocche nere imperlate, che luccicavano come gli occhi di un uccello sulla testa arruffata. Avevano gli occhi stretti, le guance larghe e la mascella inferiore che sporgeva massiccia.

La nottata era limpida e stellata e sotto di loro si estendevano alture ricoperte di foreste. Il cielo era arrossato dal bagliore di un vulcano. Alle loro spalle si spalancava esposta alle correnti d’aria l’imboccatura scura di una caverna, dalla quale ogni tanto venivano delle folate di vento. Proprio di fronte a loro ardeva un fuoco. Da una parte c’era la carcassa di un orso parzialmente divorata e intorno a essa, a rispettabile distanza, si trovavano svariati cani irsuti. Ogni uomo teneva al proprio fianco arco, frecce e un’enorme clava, mentre all’imboccatura della caverna c’erano tante lance semplici posate contro la roccia. “E così ecco come ci siamo trasferiti dalla caverna all’albero” si fece sentire Barba Lunga. Tutti quanti risero facendo chiasso come tanti bambinoni, ricordando la storia. Anche Barba Lunga rise e lo spillone di osso nel naso, conficcato nel mezzo della cartilagine che sobbalzava danzando, dava al suo aspetto un tono ancora più feroce. Non disse esattamente queste parole, ma con la bocca produsse dei suoni animali che significavano quella stessa cosa. “Quella è la prima cosa che ricordo di Valle del Mare” proseguì Barba Lunga. “Eravamo stupidi, non conoscevamo il segreto della forza. Vedete, ogni famiglia viveva per conto proprio e si occupava di se stessa. C’erano trenta famiglie e nessuna che traeva forza dall’altra, avevamo sempre paura e nessuno faceva visita agli altri. In cima al nostro albero avevamo costruito una casa di paglia e sulla piattaforma esterna c’era un mucchio di pietre destinate alla testa di chiunque avesse osato provare a farci visita. Avevamo anche le nostre lance e le nostre frecce. Non si camminava mai sotto gli alberi delle altre famiglie. Una volta mio fratello ci provò, andò sotto l’albero del vecchio Boo-oogh e lui gli fracassò la testa, e questa fu la sua fine. Il vecchio Boo-oogh era molto forte. Si diceva che potesse staccare la testa di un uomo adulto come niente. Non ho mai sentito che lo avesse fatto, perché nessuno gli avrebbe mai dato quella possibilità, di certo non papà. Un giorno papà era giù alla spiaggia e Boo-oogh iniziò a inseguire la mamma. Lei non riusciva a correre veloce perché il giorno prima un orso le aveva artigliato una gamba mentre era in montagna a raccogliere bacche. Così Boo-oogh la prese e la portò sul proprio albero. Papà non la riebbe mai più indietro. Aveva paura. (…) Forte Braccio era un altro uomo forte e anche uno dei pescatori più bravi. Ma un giorno cadde dal dirupo arrampicandosi alla ricerca di uova di gabbiano. Da allora in poi non fu più forte, tossiva molto e le spalle si erano avvicinate tra loro. Così papà prese la moglie di Forte Braccio e quando venne sotto il nostro albero a tossire, papà lo derise e gli tirò le pietre. A quei tempi eravamo così. Noi non sapevamo come unire le forze per diventare forti”. “Si poteva prendere la moglie di un fratello?” domandò Cervo che Corre. “Sì, se quello era andato a vivere da solo su un altro albero”. “Cose del genere oggi non le facciamo” obiettò Paura del Buio. “Questo perché ai vostri padri ho insegnato di meglio”. Barba Lunga infilò la mano pelosa nella carne di orso, estrasse una manciata di grasso e si mise a succhiarla con aria pensosa. Poi strofinò di nuovo le mani sui fianchi nudi e proseguì. “Quello che vi sto raccontando accadeva molto tempo fa, prima che capissimo meglio le cose”. “Dovevate essere ben stupidi per non sapere di più” fu il commento di Cervo che Corre, mentre Testa Gialla grugniva in segno di approvazione. “Come vedrete diventammo anche più stupidi. Eppure alla fine imparammo e le cose andarono così. Noi Mangia Pesci non avevamo imparato a unire le forze affinché la nostra fosse la somma della forza di ognuno di noi. Invece i Mangia Carne erano uniti, cacciavano insieme, pescavano insieme e combattevano insieme. Un giorno arrivarono nella nostra valle. Tutte le nostre famiglie rientrarono nella propria caverna e sul proprio albero. C’erano solo dieci Mangia Carne ma combatterono uniti, mentre ognuna delle nostre famiglie combatté per conto proprio”.