Nella guerra in Libia, che nessuno dei due contendenti sul campo è in grado di vincere militarmente, si è aperto uno spiraglio di speranza. Le forze rivali – quelle del premier di Tripoli Fayez al Sarraj e quelle di Tobruk rappresentate, almeno fino a qualche tempo fa, dal generale Khalifa Haftar – hanno concordato un cessate il fuoco permanente a livello nazionale che include la partenza di tutti mercenari per un minimo di tre mesi. “Questa è una buona giornata per il popolo libico”, ha detto Stephanie Williams, capo ad interim della missione delle Nazioni Unite in Libia, parlando da Ginevra dove le due delegazioni militari si sono incontrate. Silenzio per ora dei due protagonisti, Al Sarraj è in giro in Europa, l’altro ieri era a Roma. E anche Haftar, un borioso ex generale che già in gennaio denunciò l’accordo di Berlino siglato dai suoi uomini nella capitale tedesca, per ora tace. Potrebbe essere l’ennesima tregua di carta. I toni della signora Williams sono però entusiasti: “Le parti hanno firmato un accordo permanente completo a livello nazionale con effetto immediato e concordato la partenza di tutti i mercenari e combattenti stranieri dal territorio libico, aria, terra e mare per tre mesi”.
Assai più cauto il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, che con i suoi aiuti militari e i 5.000 mercenari siriani mandati a combattere a fianco di Al Sarraj, a inizio anno ha rovesciato le sorti della guerra. “Questo cessate il fuoco non mi sembra credibile”, ha detto il leader di Ankara uscendo ieri da una moschea di Istanbul. E visto il ruolo del suo Paese nel conflitto, il suo scetticismo stempera l’ottimismo dell’Onu. Per la nostra Farnesina “l’accordo è cruciale per un cessate il fuoco permanente e duraturo, accompagnato da importanti provvedimenti in materia di sicurezza, a cominciare dal ripristino dei collegamenti aerei e terrestri interni”, tiepidi i commenti del Ministero degli Esteri tedesco e francese. Il cessate il fuoco include la piena apertura delle rotte terrestri e aeree, sforzi per frenare l’incitamento all’odio, uno scambio di prigionieri e piani per ricostruire la Petroleum Facilities Guard, una compagnia petrolifera e una milizia ora collegati al generale Khalifa Haftar, viste come una minaccia al flusso stabile di petrolio dalla Libia. Sebbene precedenti tregue siano state concordate e interrotte con frequenza, Williams ha citato l’anzianità degli ufficiali militari che hanno siglato l’accordo. “Non dovremmo lasciare che i cinici vincano. Se riescono a riconciliarsi dopo questa lunga crisi, meritano il nostro sostegno”. Williams ha anche annunciato che la raffineria di Ra’s Lanuf e il terminal petrolifero di Es Sider nella Libia orientale saranno aperti a breve. Il giacimento petrolifero di El Sharara, il più grande della Libia, ha ripreso le operazioni l’11 ottobre e già funziona a più della metà della sua capacità di 300.000 barili al giorno. Molti giacimenti petroliferi sono stati chiusi per un anno, privando il tesoro libico di miliardi di dollari di entrate. Ma con le ulteriori aperture previste, la produzione del Paese potrebbe ora raggiungere un milione di barili al giorno. L’attenzione si sposta ora sul fatto che gli attori stranieri interrompano la fornitura di armi alle fazioni in guerra e acconsentano a ritirare le loro truppe. Se la Turchia ha inviato armi e mercenari siriani per sostenere il governo riconosciuto dall’Onu a Tripoli guidato dal primo ministro, Fayez al Sarraj, lo stesso ha fatto il Gruppo Wagner, un’organizzazione paramilitare russa – Mosca sostiene Haftar – arruolando sempre mercenari siriani nei campi profughi mentre un flusso costante di armi è stato inviato da Emirati Arabi Uniti, Egitto, Arabia Saudita in palese violazione dell’embargo. Dietro le linee di Haftar non sono estranei uomini delle forze speciali francesi, considerato anche il ruolo ambiguo svolto da Parigi in questa guerra.
Il grado in cui le forze esterne alla Libia aderiranno ai termini del cessate il fuoco sarà la questione da risolvere nelle prossime settimane.