Nuova tregua in Libia, il Sultano l’ha già bocciata

Nella guerra in Libia, che nessuno dei due contendenti sul campo è in grado di vincere militarmente, si è aperto uno spiraglio di speranza. Le forze rivali – quelle del premier di Tripoli Fayez al Sarraj e quelle di Tobruk rappresentate, almeno fino a qualche tempo fa, dal generale Khalifa Haftar – hanno concordato un cessate il fuoco permanente a livello nazionale che include la partenza di tutti mercenari per un minimo di tre mesi. “Questa è una buona giornata per il popolo libico”, ha detto Stephanie Williams, capo ad interim della missione delle Nazioni Unite in Libia, parlando da Ginevra dove le due delegazioni militari si sono incontrate. Silenzio per ora dei due protagonisti, Al Sarraj è in giro in Europa, l’altro ieri era a Roma. E anche Haftar, un borioso ex generale che già in gennaio denunciò l’accordo di Berlino siglato dai suoi uomini nella capitale tedesca, per ora tace. Potrebbe essere l’ennesima tregua di carta. I toni della signora Williams sono però entusiasti: “Le parti hanno firmato un accordo permanente completo a livello nazionale con effetto immediato e concordato la partenza di tutti i mercenari e combattenti stranieri dal territorio libico, aria, terra e mare per tre mesi”.

Assai più cauto il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, che con i suoi aiuti militari e i 5.000 mercenari siriani mandati a combattere a fianco di Al Sarraj, a inizio anno ha rovesciato le sorti della guerra. “Questo cessate il fuoco non mi sembra credibile”, ha detto il leader di Ankara uscendo ieri da una moschea di Istanbul. E visto il ruolo del suo Paese nel conflitto, il suo scetticismo stempera l’ottimismo dell’Onu. Per la nostra Farnesina “l’accordo è cruciale per un cessate il fuoco permanente e duraturo, accompagnato da importanti provvedimenti in materia di sicurezza, a cominciare dal ripristino dei collegamenti aerei e terrestri interni”, tiepidi i commenti del Ministero degli Esteri tedesco e francese. Il cessate il fuoco include la piena apertura delle rotte terrestri e aeree, sforzi per frenare l’incitamento all’odio, uno scambio di prigionieri e piani per ricostruire la Petroleum Facilities Guard, una compagnia petrolifera e una milizia ora collegati al generale Khalifa Haftar, viste come una minaccia al flusso stabile di petrolio dalla Libia. Sebbene precedenti tregue siano state concordate e interrotte con frequenza, Williams ha citato l’anzianità degli ufficiali militari che hanno siglato l’accordo. “Non dovremmo lasciare che i cinici vincano. Se riescono a riconciliarsi dopo questa lunga crisi, meritano il nostro sostegno”. Williams ha anche annunciato che la raffineria di Ra’s Lanuf e il terminal petrolifero di Es Sider nella Libia orientale saranno aperti a breve. Il giacimento petrolifero di El Sharara, il più grande della Libia, ha ripreso le operazioni l’11 ottobre e già funziona a più della metà della sua capacità di 300.000 barili al giorno. Molti giacimenti petroliferi sono stati chiusi per un anno, privando il tesoro libico di miliardi di dollari di entrate. Ma con le ulteriori aperture previste, la produzione del Paese potrebbe ora raggiungere un milione di barili al giorno. L’attenzione si sposta ora sul fatto che gli attori stranieri interrompano la fornitura di armi alle fazioni in guerra e acconsentano a ritirare le loro truppe. Se la Turchia ha inviato armi e mercenari siriani per sostenere il governo riconosciuto dall’Onu a Tripoli guidato dal primo ministro, Fayez al Sarraj, lo stesso ha fatto il Gruppo Wagner, un’organizzazione paramilitare russa – Mosca sostiene Haftar – arruolando sempre mercenari siriani nei campi profughi mentre un flusso costante di armi è stato inviato da Emirati Arabi Uniti, Egitto, Arabia Saudita in palese violazione dell’embargo. Dietro le linee di Haftar non sono estranei uomini delle forze speciali francesi, considerato anche il ruolo ambiguo svolto da Parigi in questa guerra.

Il grado in cui le forze esterne alla Libia aderiranno ai termini del cessate il fuoco sarà la questione da risolvere nelle prossime settimane.

Mail Box

 

La Lega non è credibile, la destra è senza dignità

Sono davvero senza parole: come possono i politici di destra avere il coraggio di chiedere le dimissioni di Conte e del suo governo, dopo averlo irriso e contestato per tutta l’estate per le misure difensive che con fatica metteva in atto? Ce li ricordiamo quando baciavano centinaia di persone, privi di mascherine e di qualunque prudenza, dopo raduni di piazza in cui si inneggiava alla libertà? Ce li ricordiamo sollevare i bambini e riporgerli alle madri commosse e convinte di riaverli beatificati? Ce li ricordiamo, quando in appoggio alla Confindustria, inneggiavano alla caduta di ogni restrizione? Ora, com’è consuetudine, delle stesse idiozie di cui sono stati autori, colpevolizzano chi ha lavorato anche per il loro bene. Lavoro in psichiatria e tutti i giorni vedo il dolore e la paura di chi si confronta con il Covid. Uno dei miei figli, pneumologo, ha rischiato di morire per curare i positivi.

Maria Grazia Guercio

 

I minori non dovrebbero proprio bere alcolici

Ho una figlia quattordicenne che mi dice che alcune sue amiche durante le uscite del sabato sera, nonostante la tenera età, abusano di superalcolici. Lo scorso sabato, una di queste, dopo aver tracannato sei Cuba libre, ha dovuto essere soccorsa. I giovani si ritrovano nel centro storico, mi si dice che le forze dell’ordine siano presenti, ma non facciano nulla per impedire la vendita di alcolici ai minori. Questo fenomeno rischia di bruciare un’intera generazione.

Marco Conte

 

DIRITTO DI REPLICA

In riferimento all’articolo pubblicato ieri a firma Ilaria Proietti col titolo “Corte Europea ri-taglia i vitalizi agli eurodeputati italiani”, devo far rilevare che “il Tribunale dichiara e stabilisce che i ricorsi sono respinti in quanto irricevibili” e ha statuito che il “Tribunale rimane incompetente a valutare direttamente la conformità del diritto italiano alla luce dei diritti fondamentali, e in particolare del diritto a una tutela giurisdizionale effettiva”. Il Tribunale aggiunge anche che “per quanto riguarda specificamente l’impossibilità per taluni ricorrenti di contestare la legittimità della deliberazione n. 14/2018 dinanzi al Consiglio di giurisdizione della Camera, il tribunale rileva che tale ostacolo procedurale non deriva dal diritto dell’Unione, ma è inerente al diritto italiano”. La sentenza precisa che il livello e le modalità di concessione delle pensioni dei parlamentari europei dipendono dalle norme previste dal diritto italiano. Resta veramente incomprensibile perché si debba alterare la verità e sono egualmente incomprensibili le avvilenti dichiarazioni di vittoria da parte dei grillini a cominciare dal Presidente della Camera, Roberto Fico È appena il caso di ricordare che la sentenza della Commissione Contenziosa del Senato n.660 del 5 ottobre 2020 stabilisce gli stessi principi contenuti nella sentenza europea e cioè che “in linea di principio è legittimo, e di per sé non necessariamente irragionevole, che il ‘legislatore’ interno della Camera possa pervenire a modificazioni dei rapporti di durata anche sfavorevoli per il destinatario, finalizzate al conseguimento di un fine di pubblico interesse”. Ciò che non può essere cancellato è che la deliberazione n.6 del 2018 del Consiglio di Presidenza del Senato della Repubblica ha esorbitato dai limiti fissati dalla giurisprudenza costituzionale in ordine alla ragionevole incisione sui diritti in essere. Insomma entrambi i “Tribunali”, cioè, ritengono che si possa fare tutto a norma di legge. L’importante è rispettare la Costituzione.

On. Giuseppe Gargani, Vice Presidente Ass. Ex Parlamentari

 

Gentile Gargani, la Corte di Giustizia dell’Unione europea, sia pure con i limiti fissati alla sua giurisdizione, è del tutto competente a stabilire la conformità della norma del singolo Stato rispetto al diritto dell’Unione europea. E non c’è dubbio che abbia stabilito che la delibera con cui è stato tagliato l’importo agli assegni vitalizi degli ex parlamentari non contrasta con l’ordinamento comunitario. Ovviamente è libero di ritenere che la decisione in questione sia una vittoria per la categoria che rappresenta, anche se è certo singolare che questa presunta vittoria si sia tradotta nella bocciatura dei ricorsi degli ex parlamentari che si erano opposti al taglio e che sono stati pure condannati a pagare le spese di giustizia. Capisco che l’obiettivo sia la difesa “senza se e senza ma” del trattamento di cui lei e i suoi colleghi avete goduto fino al 1° gennaio 2019. Tuttavia l’occasione mi è gradita per evidenziare gli enormi sacrifici imposti, e ormai da anni, agli altri pensionati italiani che, peraltro, per aver diritto ai loro assegni devono aver lavorato ben oltre i cinque anni che bastano invece per far incassare il vitalizio agli onorevoli rimasti senza seggio. Come le è noto, il taglio dei Vostri assegni è stato espressamente motivato da ragioni di equità sociale nell’ottica di renderli, per quanto possibile, coerenti con il sistema previdenziale che vale per tutti gli altri cittadini. E questo dopo un’istruttoria molto approfondita condotta dall’Amministrazione della Camera e condivisa dal Senato che ha avuto il conforto dell’Inps, dell’Istat e del Consiglio di Stato. Istituzioni che – concorderà con me – credo ben abbiano presente la Costituzione e i sacri principi fondativi della Repubblica italiana. A partire da quello dell’uguaglianza di tutti i cittadini scolpito nell’articolo 3.

Ila. Pro.

 

I NOSTRI ERRORI

In un sommario dell’articolo di ieri su “Doping, complotto? Alex Schwazer e il mistero del Dna”, abbiamo attribuito al colonnello Giampietro Lago del Ris la valutazione del professor Emiliano Giardina. Ce ne scusiamo con gli interessati e i lettori.

Fq

Sanità. “Mi ha scritto il Quirinale per sostenermi, grazie anche a voi”

 

Ringrazio il Fatto Quotidiano per avermi aiutato a denunciare quel che mi è accaduto. Dopo il vostro articolo mi ha scritto la Presidenza della Repubblica. Continuerò a denunciare. E non soltanto per me, ma per chiunque, trovandosi nella mia situazione, costretto a convivere con una grave malattia, debba sopportare delle ingiustizie che – come è accaduto nel mio caso – dimostrano come possa essere a volte disumano il nostro servizio sanitario pubblico.

Lorenzo Torto

 

Caro Lorenzo, siamo contenti che il nostro lavoro abbia contribuito a smuovere qualcosa. Ricordiamo ai nostri lettori la tua vicenda. Lorenzo è un ragazzo chietino di 32 anni, affetto da tetraparesi spastica sin dalla nascita. Da qualche tempo ha scoperto anche le braccia e le mani iniziano ad avere dei problemi e, su indicazione del suo medico, il 23 settembre ha chiamato la Asl di Chieti per prenotare un’elettromiografia. Esame prenotato per il 5 ottobre 2021: lo Stato ha chiesto a Lorenzo Torto di aspettare ben 377 giorni per un esame diagnostico. Nei fatti, significa obbligarlo a rivolgersi alla sanità privata. È’quel che Lorenzo ha fatto. Però poi ha scritto a noi e al Presidente della Repubblica denunciando: “L’Italia, o almeno la mia città, non è un Paese per chi soffre. Se non hai soldi resti indietro. E se già hai delle difficoltà, come nel mio caso, devi retrocedere ancora di più. Provo un dolore indicibile, tale prenotazione rappresenta un’umiliazione per tutte le persone che soffrono”. La Presidenza della Repubblica gli ha risposto: ha investito della questione la Regione Abruzzo. È un primo, importante risultato. Ma solo il primo. Continueremo a fare il nostro lavoro, chiedendo conto alla Regione Abruzzo delle valutazioni e delle decisioni che intende prendere, proprio a partire dal suo caso.

Antonio Massari

Todos negazionistas

Lo spirito del tempo, si sa, a volte s’infila dove uno mai penserebbe di trovarlo. Prendiamo il caso di Roberto Mancini, il Ct della Nazionale di calcio. Giovedì ha postato su Instagram questa vignetta: l’infermiera chiede al paziente “hai idea di come ti sei ammalato?”; e quello “guardando i tg”. Non certo la battuta del secolo, ma le reazioni online – dove abbondano le pelli delicate – e sui giornali sono da fatwa: “Mancini da qualche tempo corre spedito in direzione contraria al buonsenso e ieri ha imboccato la rampa sbagliata, a fari spenti per vedere se poi è così difficile morire” (La Stampa); “Il caso del post negazionista” (CorSera); “Una battuta dal sapore negazionista” (Il Messaggero); “Un fatto epocale, e dolorosissimo, messo in burla con quell’allusione sottile ma pericolosa: come le più nefaste fake news, come il delirio negazionista…” (Repubblica) e via così. Di Mancini ci importa il giusto, ma – a parte che “negazionista” è l’ennesima parola-manganello in uso nella pratica tribale un tempo nota come dibattito pubblico – ci pare che il senso della battuta fosse deridere una certa comunicazione ansiogena sul Covid-19: è, tra gli altri, la tesi di Giorgio Palù, fondatore della Società dei virologi italiani, già presidente di quella europea. Palù è stato consulente del Veneto nella prima fase e oggi è contrario a drammatizzazioni e lockdown: negazionista pure lui? Per capirci, però, dobbiamo uscire dalla comfort zone. Il filosofo Giorgio Agamben ha scritto che la pandemia è l’occasione attraverso cui si realizza il metodo di governo descritto dallo storico della medicina Patrick Zylberman in Politica e biosicurezza (2013). Non serve essere d’accordo con una riflessione – né in tutto, né in parte – per ritenerla stimolante e di sicuro non per rispettare il diritto di chiunque a esprimersi (dando per scontate le eccezioni di legge e costituzionali). Di più: specie in stato di emergenza, ci pare quasi di dover ringraziare chi si assume l’onere di dire in solitudine quella parte di verità che, evangelicamente, può essere detta solo urlando, la verità che dà scandalo. Prima di invocare censure, andrebbe sempre ricordato che i bruciatori di streghe di oggi sono spesso i bigotti di domani: la verità è vasta, contiene moltitudini.

Un solo Covid e due misure: il libro no, ma il tartufo sì

La cultura, quella dei libri e dei pensieri, delle biblioteche e degli archivi storici, è la vera grande sconfitta dalle misure di prevenzione del Covid 1 e 2. Negli stessi giorni in cui si corre il Giro d’Italia, si gioca a calcio, si tengono feste del cinema e rassegne dell’antiquariato, è stata cancellata a Torino “Portici di Carta”, definita la libreria all’aperto più lunga del mondo. Decisione comprensibile se tutti, sotto Covid, fossero uguali, ma da condannare se i diritti non sono tali per tutti. Infatti è così: una volta di più, sono la cultura e la formazione culturale a pagare. Recenti manifestazioni di protesta di lavoratrici e lavoratori del settore lo dimostrano.

In questi weekend la città di Alba è protagonista della Fiera del Tartufo. Il centro storico della capitale delle Langhe viene preso d’assalto dai turisti del “food”, che si assiepano nella stretta via Maestra a caccia di vini e “trifole”. Intanto in piazza Savona (ora detta piazza Michele Ferrero, ma è meglio chiamarla Savona, come la chiamava Beppe Fenoglio), impazzano giostre, zucchero filato e torroni. E similmente è capitato a Torino con “Flor”, rassegna di venditori di piante, fiori & affini. Altre fiere hanno sempre luogo nel Paese, tra motori e tome, trippa, barche e tecnologie per l’edilizia.

I libri non sono tartufi e piante, come lo stato culturale del Paese testimonia. Mentre importanti piccoli musei, e biblioteche, archivi, restano serrati, a danno di studiosi, studenti, lettori e lettrici, le rassegne delle merci abbondano. Forse sono “prediche inutili”, per dirla con Luigi Einaudi. C’è comunque un dato di fatto: un dato umano, troppo umano, ovvero italiano, troppo italiano, e troppo ignorante. La cultura non mercificata, non spettacolarmente pandemica, sconta ciò che scontava anche prima: essere inessenziale, non rilevante, ridotta a bottega delle vecchie curiosità.

Addio “Panino”, nei Tg l’ultima parola è per Salvini e Meloni

Avete notato che nei telegiornali l’ultima parola viene data sempre agli esponenti dell’opposizione? E perché Salvini e Meloni (più qualche forzista) devono chiudere il notiziario della politica con i loro non sempre illuminati pareri? Una volta c’era il ‘panino’, ora è scomparso. Nei tiggì il racconto della politica politicante regalava al governo e alla maggioranza la prima e l’ultima parola, schiacciando (come in un panino) l’opposizione in mezzo alle dichiarazioni dell’uno e dell’altra. Inventato da Mimun (ora al Tg5) che da direttore del Tg1 nei primi anni Duemila, in pieno ‘regime’ berlusconiano, così garantiva alla destra al potere il diritto di chiudere il battibecco politico quotidiano. In realtà il ‘panino’ lo aveva creato al Tg2 col primo Berlusconi, salvo poi fare con l’Ulivo al governo l’esatto contrario, concedendo la prima e l’ultima parola sempre all’opposizione. Questo modello, che si estese negli anni successivi ai vari tiggì e prosperò sotto varie cromature politiche, da alcuni anni non esiste (quasi) più. Al suo posto vive uno schema fisso che concede l’ultima parola all’opposizione, e ciò indipendentemente da cosa si discute, dalla notiziabilità delle opinioni espresse, dall’importanza delle stesse nell’economia del discorso. Succede in tutti i telegiornali tranne che al Tg di Mentana. Sicché adesso succede che prima parli il governo, poi i sostenitori del governo (che al Tg5 e al Tg2 sono spesso “divisi”, a volte “su tutto”) e a conclusione della litania giungano le parole definitive di Salvini, magari seguite o precedute da quelle della Meloni e/o di Tajani. Una ferrea che garantisce a chi parla per ultimo un vantaggio comunicativo. Come spiegava Eco parlando dell’artificio della concessione nel linguaggio corrente: perché una cosa è dire ‘il cane è il miglior amico dell’uomo ma può essere aggressivo’, dove è la connotazione negativa dell’ultima frase a prevalere; altra invece ‘il cane può essere aggressivo ma è il miglior amico dell’uomo’ dove è chiaro che vince la connotazione positiva nel qualificare il quadrupede. Ora la soluzione non è quella di ripristinare l’odioso ‘panino’ a vantaggio di chi sta al comando, ma perché non informare con metodo più circolare e aperto, magari evitando il noioso carosello di esternazioni ai microfoni del giornalista di turno che le raccoglie senza profferire verbo, e alternando in chiusura ora l’uno, ora l’altro, degli esponenti avversari a seconda del contesto e della valenza informativa di quanto viene detto? A dire il vero il Tg La7 di Mentana prova a sottrarsi a questa abitudine con un tipo di narrazione diversa, un tentativo di costruire un ‘racconto’ politico di giornata che fa quasi a meno del parlato degli attori, i cui tempi sono da queste parti veramente risicati, poche decine di secondi al mese o meno. L’apprezzabile sforzo però finisce per infrangersi in una conduzione a singhiozzo, priva del ritmo necessario, lontanissima da quella a ‘mitraglia’ con cui Mentana ( che appunto ‘mitraglia’ era soprannominato) conduceva il Tg5 e prima ancora il Tg2. Forse anche per questo e forse anche per via del parlato del conduttore (non solo Mentana) che sovrasta tutto il resto, la scelta coraggiosa di fare a meno dei ‘santini’ dei politici non fa audience. Il Tg La7, infatti, con il suo nobile tentativo di proporre una lettura giornalistica più complessa della politica vive oggi su ascolti che non vanno oltre il 5-6% di share, penultimo tra i sette principali tg.

Ps.: le ultime notizie (Agcom) sul pluralismo all’italienne ci dicono che negli ultimi dieci giorni di settembre Salvini è quello che più parla: 1) nei due tg più visti, Tg1 e Tg5, con circa 14 minuti (prima di Conte con 11’); 2) nei talk Rai con 118’ (prima di Prodi con 40’); 3) nei talk di Mediaset con 75’ (prima di Sgarbi con 54’). Infine nei programmi di La7 il primo è Toti con 55’, poi Zingaretti con 47’.

 

Ma Roberto Mancini non può giocare proprio contro l’Italia

 

“Il gioco del calcio è una metafora della vita”.

(Jean Paul Sartre)

 

In un Paese in cui tutti siamo – o ci sentiamo – commissari tecnici della Nazionale di calcio, non meraviglia più di tanto che in piena epidemia da coronavirus il Ct azzurro si comporti come un leader o un testimonial del negazionismo. A Roberto Mancini, al pari di tutti gli altri cittadini, la Costituzione riconosce naturalmente il pieno “diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero” (articolo 21). Ma il ruolo pubblico che in questo momento ricopre dovrebbe imporgli una maggiore cautela e responsabilità sul piano mediatico, cioè della comunicazione, dei gesti e degli atteggiamenti. E questo anche per il rispetto delle istituzioni sportive, dalla Figc al Coni, a cui è professionalmente legato.

In un crescendo manciniano, invece, il Ct s’è esibito nelle ultime settimane in una serie di dribbling e acrobazie propagandistiche che fanno rimpiangere i tempi in cui forniva assist decisivi ai compagni di squadra e segnava di punta o di tacco gol spettacolari. Prima, in polemica con il ministro della Salute, Roberto Speranza, e con la ministra dell’Istruzione, Lucia Azzolina, ha sentenziato che “oltre alla scuola anche lo sport è un diritto”: affermazione tanto ovvia quanto inopportuna se contrapposta alla decisione di limitare gli accessi agli stadi per contenere l’epidemia. Uno, perché lo sport non è solo il calcio; secondo, perché in Italia vige l’obbligo scolastico e formativo fino ai 18 anni; e terzo, perché all’interno delle scuole è più agevole tenere sotto controllo le condizioni di salute di chi le frequenta.

Poi, l’allenatore della Nazionale è entrato a piedi uniti sullo stesso Speranza, dichiarando in tono sprezzante che “bisogna pensare prima di parlare”: fallo da cartellino giallo. Quasi che il ministro in questione fosse una persona irresponsabile o superficiale, uso ad aprire bocca senza riflettere. E non piuttosto, un politico serio e rispettabile, al quale bisogna riconoscere onestamente il merito di aver tenuto finora i nervi saldi in un’emergenza così imprevista e drammatica.

In piena trance agonistica, preso dalla foga polemica, Mancini ha postato infine sui social una vignetta in cui un degente a letto risponde a chi gli chiede come s’è ammalato: “Guardando i Tg”. Il riferimento esplicito al Covid non c’è, ma è fin troppo chiaro e intuitivo. Tant’è che lo stesso ct, di fronte ai fischi e alle critiche piovute dagli spalti, ha sentito poi il dovere di scusarsi spiegando che intendeva “sdrammatizzare un momento così delicato”. Doppia ammonizione, cartellino rosso.

In un colpo solo, e questa volta non di tacco, con la sua leggerezza e superficialità Mancini ha offeso in questo modo la memoria degli oltre 36mila morti e il dolore dei familiari; i medici e gli infermieri che combattono in prima linea; e quindi i giornalisti dei telegiornali, e l’intera categoria, come se fossero stati loro a diffondere il virus e a provocare l’epidemia.

Il Ct azzurro è sceso in campo così con la squadra dei negazionisti, sponsorizzata dai patron dell’indifferenza e sostenuta dagli ultras dell’irritazione nei confronti dell’emergenza sanitaria, contribuendo a indebolire la difesa e a favorire l’attacco del Covid. Un clamoroso autogol alla nostra Nazionale. E un insulto a chi ama lo sport e il gioco del calcio.

 

Le larghe intese: perché sono inutili e chi le vuole

Più i tempi si fanno duri e più vanno di moda i finti morbidi. L’uomo nuovo della politica italiana non ha ancora compiuto 54 anni, ma siede ininterrottamente in Parlamento da un quarto di secolo, ovvero da sei legislature. Il suo nome è Giancarlo Giorgetti. L’emergenza che stiamo vivendo pare innalzarlo dal suo consolidato ruolo di gestore del sottogoverno al rango di grande statista. A favore di Giorgetti giocano il garbo e la discrezione con cui ha sempre gestito i rapporti trasversali: sia nell’establishment bancario settentrionale che nei palazzi della politica romana. L’appannamento di cui soffre la leadership di Salvini contribuisce a rafforzarne il potenziale profilo super partes.

Un’altra personalità che si presenta morbida per eccellenza è quella di Walter Veltroni. Nella sua nuova veste (provvisoria?) di editorialista, sembra voler cancellare un passato di uomo di partito della sinistra che sembra andargli stretto. È di mercoledì scorso il suo appello (“Scelte condivise”) rivolto a maggioranza e opposizione affinché diano vita, “nel rispetto dei ruoli”, a “uno strumento di permanente consultazione e condivisione delle scelte fondamentali”, “un luogo di scambio di dati e di preventiva informazione, senza confusione di ruoli, senza pasticci”. Morbido e saggio, come Giorgetti che del resto fu il primo, già mesi or sono, a prospettare esplicitamente un governo di unità nazionale. Non è difficile riscontrare, dietro alle voci dei morbidi, una voglia ricorrente connaturata a settori importanti del mondo imprenditoriale e giornalistico: l’idea, cioè, che per fronteggiare l’emergenza Covid l’attuale alleanza di governo M5S-Pd-LeU-Iv sia da considerarsi inadeguata. E che debba subentrarle una nuova compagine di larghe intese comprensiva delle destre. Ci fu un tempo, non lontano, in cui regista attivo di un simile tentativo fu il Quirinale, nel secondo mandato di Napolitano. La differenza, rispetto ad allora, è che Mattarella se ne tiene rigorosamente fuori. A muoversi, semmai, è una classe dirigente spaventata dalla crisi economica e bisognosa di usufruire delle risorse attese dal Recovery fund. I suoi portavoce sono impegnati nella ricerca di una destra che non c’è. Dobbiamo loro la frettolosa riabilitazione di Berlusconi. Di analogo apprezzamento sembra godere anche Fratelli d’Italia, dacché cresce elettoralmente. C’è già chi se l’immagina come possibile raccoglitore di una destra meno barricadera della Lega, anche se dubito che Giorgia Meloni si lascerà incantare da queste sirene. Naturalmente a Giorgetti e Zaia viene attribuita la funzione di sopire le intemperanze del Salvini declinante. Insomma, la politica italiana avrebbe bisogno di una buona dose di ammorbidente, dopo la lunga stagione delle contrapposizioni frontali. A prima vista, questo disegno appare sensato. Nessuno può negare che le scelte rese urgenti dal riesplodere della pandemia e lo spettro dei licenziamenti di massa implicherebbero un senso di responsabilità condiviso.

Ci sono fasi storiche – si badi bene, sempre di breve durata – in cui effettivamente dei governi di unità nazionale hanno svolto una funzione positiva. È stato così nel dopoguerra, anche se il mandato dei governi Parri e De Gasperi si esaurì prima del varo della Costituzione. Più controverso è il bilancio dei governi Andreotti appoggiati dal Pci sul finire degli anni Settanta. Ancor più modesto l’esito del governo Letta, durato meno di un anno nel 2013. Se un insegnamento la storia dei governi di larghe intese ci consegna, è che a mantenerli in vita è stata la pulsione ai veti reciproci, non certo una spinta riformatrice. Cioè l’esatto contrario di quel che serve oggi. La natura ondivaga e irresponsabile della destra italiana rende di per sé improbabile che Salvini e Meloni accettino di sedersi al tavolo di un ipotetico governo di unità nazionale. Ma anche assumendo come verosimile un loro coinvolgimento, si aprirebbero controversie programmatiche cruciali tali da inchiodare il governo allo status quo ante pandemia. Non mi riferisco solo ai temi dei diritti e dell’immigrazione, ma a riforme strutturali imprescindibili nella fase di ricostruzione del Paese. Se non vogliamo che si risolva in mera distribuzione a pioggia delle risorse del Recovery fund. Penso all’introduzione di una fiscalità progressiva, senza cui non si dà efficace redistribuzione di risorse fra le rendite e il lavoro. Penso a una riforma degli ammortizzatori sociali che allarghi il sostegno al reddito dei ceti meno abbienti e contrasti il dilagare della povertà. Penso infine a un’effettiva riconversione ecologica. Un governo di unità nazionale, guidato da tecnici o da politici, non importa, nascerebbe paralizzato in partenza e garantirebbe solo la salvaguardia dei poteri che lo auspicano. Confidare sulla morbidezza dei Giorgetti e dei Veltroni, purtroppo, è solo un miraggio.

 

Tv, torna “Friends”: tutti presenti meno il dittatore messicano Matt Le Blanc

E per la serie “Chiudi gli occhi e apri la bocca”, eccovi i migliori programmi tv della settimana:

IItalia 1, 17.50: Friends, sitcom. Sono repliche, ma c’è una buona notizia per i fan della serie: dopo 15 anni, il cast di Friends si riunirà per uno speciale. Ci saranno tutti, tranne il dittatore messicano Matt Le Blanc.

Nove, 21.25: L’assedio, talk-show. Al centro del programma, come di consueto, interviste noiose a personaggi secondari o a vip stravisti della scuderia Caschetto. Stupisce che faccia addirittura l’1%. Laura Carafoli, responsabile dei programmi, ha dedotto dal flop che il talk-show con studio e pubblico “è meno nelle corde di Nove”. Ma se un vibratore è scarico, la colpa non è “dei vibratori”…

Rai 1, 10.15: La Santa Messa, varietà. La vicenda di Gesù concelebrata da un vescovo e da altri sacerdoti. A valutare la loro esibizione ci sono Loretta Goggi, Giorgio Panariello e Vincenzo Salemme.

Rai 1, 21.25. Ulisse, documentario. Rivediamo la puntata dedicata a Mata Hari, la celeberrima spia che fu uccisa da un plotone di esecuzione nel forte di Vincennes. Quando le comunicarono che la grazia era stata respinta, si comportò in maniera splendida. Chiese alla suora di porgerle la bella biancheria che aveva messo da parte, e il busto, e il copribusto di pizzo. Si pettinò, disse che non intendeva valersi dell’art. 27 del codice penale che sospendeva l’esecuzione di una donna gravida, incoraggiò la suora a non piangere, ma a essere lieta come lo era lei in quel momento. Scrisse qualche lettera, salì in auto, ne scese con disinvoltura, passò come una principessa davanti al plotone di esecuzione che le presentava le armi. Rifiutò di essere legata al palo dell’esecuzione, rifiutò il fazzoletto rosso con cui un gendarme fece il gesto di bendarle gli occhi, e sorrise. Un finale teatrale, con l’esibizione di una forza d’animo sovrumana, dovuta al fatto che il suo avvocato le aveva lasciato credere che i fucili sarebbero stati caricati a salve, e che, dopo una simulazione di morte, lo Stato, per ricompensarla dei suoi servizi di doppiogiochista, e di aver serbato il silenzio su nomi illustri, le avrebbe rilasciato un passaporto falso per qualche isola dei mari del Sud, dove avrebbe trascorso una vecchiaia serena fra palme, agavi, danze e canzoni. Era l’alba. Su un albero, un fringuello cominciò a cinguettare. Mata Hari, in indiano, significa “avvocato del cazzo”.

Rai 3, 13.15: Passato e presente, documentario. Bruno Dey, ex guardia delle SS nel campo di concentramento di Stutthof, a 85 anni fu colpito da un ictus che lo immobilizzò a forma di svastica. Una pagina di storia ripercorsa oggi da Paolo Mieli e dal professor Emilio Gentile.

Rai 3, 11.00: Elisir, medicina. Quale relazione c’è tra l’ascesso a un dente e l’Islamismo radicale? Lo spiega oggi a Michele Mirabella il professor Filippo Maria Motivetto del Policlinico Gemelli.

Focus, 13.45: Lo sapevi?, documentario. La puntata di oggi è dedicata ai Nobel assegnati quest’anno. I due scienziati che si sono aggiudicati, a pari merito con Roger Penrose, il Nobel 2020 per la fisica (1 milione di euro) sono Reinhard Genzel e Andrea Ghez, che hanno scoperto al centro della nostra galassia un oggetto estremamente pesante e invisibile che attira le stelle. L’ipotesi è che si tratti di un buco nero. Ora: coincidenza vuole che anch’io abbia visto un oggetto invisibile, ma alla periferia della nostra galassia. Secondo me, anche lui è un buco nero. Volete una foto? Mi dispiace, è invisibile. Come quell’altro. Dove lo ritiro il mio Nobel? O me lo mandate a casa con Bartolini?

 

I super diffusori, “nemici” invisibili

Tutti crediamo di aver fatto il possibile per fermare questa pandemia, ma i contagi continuano ad aumentare e ci sentiamo sconfitti e disorientati. Sappiamo, come si deduce dagli studi di sieroprevalenza (studio che rivela quanta popolazione abbia avuto contatto con il virus), che la percentuale di popolazione mondiale con la quale il virus ha avuto un contatto è intorno al 10%. Fortunatamente di questo 10% solo una parte molto limitata si ammala, ma i numeri diventano sempre più grandi. Abbiamo fallito? L’unica possibilità di successo è conoscere con esattezza come il virus si diffonde, quali vie predilige per cercare di bloccarle. Una risposta arriva dalla Johns Hopkins University di Baltimora in un articolo pubblicato su Science: la gran parte dei contagi avviene in casa: i conviventi hanno un rischio sei volte maggiore di essere infettati rispetto agli altri contatti stretti. I più esposti sono i coniugi dei malati e gli anziani in famiglia con persone più giovani. Soprattutto nel Sud Europa sono molti i nuclei familiari plurigenerazionali e sono i nonni a prendersi molto spesso (30% delle famiglie) cura dei ragazzi fino ai 12 anni. Questo spiegherebbe perché in quelle zone i focolai siano maggiormente familiari. Ma il virus in famiglia da dove arriva? È veicolato da chi lo acquisisce in comunità. Il contagio può avvenire dagli asintomatici, dunque nessun contatto può farci stare tranquilli. Ma ciò non basterebbe comunque a spiegare la diffusione del virus. I ricercatori di Baltimora puntano il dito sui super diffusori. Soggetti che diffondono una elevata quantità di virus. Un fenomeno simile a quello dell’influenza. Tra il 10 e il 18% dei super diffusori sono responsabili di oltre l’80% dei contagi. Purtroppo non appaiono diversi da chi diffonde poco o nulla. Questo virus è davvero cattivo. Trasforma l’ambiente abituale in un pericolo, l’abbraccio di un nipotino in una stretta di morte, ogni contatto umano in un potenziale untore. Intensifichiamo le misure personali, deve andar via dalla nostra vita.

direttore microbiologia clinica e virologia del “Sacco” di Milano