Speranza e il mistero del libro scomparso

Puf! È scomparso il libro di Roberto Speranza sul Covid. L’opera del ministro della Salute – Perché guariremo – era attesa sugli scaffali delle librerie a partire da giovedì 22 ottobre. Invece del libro non c’è più traccia, come ha notato ieri Il Foglio.

La notizia si presta a una serie di considerazioni un po’ imbarazzanti: possibile che un ministro abbia il tempo di lavorare a una pubblicazione durante una pandemia? Possibile che il lancio dell’opera editoriale fosse stato programmato, con rivedibile senso della cautela, durante la probabile, annunciatissima recrudescenza della pandemia stessa (che infatti poi si è regolarmente verificata)? Non è che il li bro di Speranza è stato fermato perché, di questi tempi, vantarsi dei risultati nella gestione del Coronavirus è più complicato rispetto a qualche mese fa?

Il ministro, ospite di Accordi e Disaccordi, ha fatto sapere che l’impresa editoriale è rimandata per semplici ragioni di buon senso. in attesa di tempi migliori: “Il libro sarà pubblicato quando avrò tempo da dedicare alla sua presentazione. Oggi ogni energia è impegnata nella gestione dell’emergenza”. E allora speriamo di leggerlo presto.

Il film di Vanzina: il virus c’è davvero

Il secondo tempo di Lockdown all’italiana di Enrico Vanzina arriva undici giorni dopo la proiezione stampa del 12 ottobre: una dei partecipanti è risultata positiva al test per il Sars-CoV-2. Essendo nel novero, ieri vengo contattato dall’Asl Roma 3: devo fare un tampone rapido e, in attesa del risultato, ridurre al minimo le mie frequentazioni. Niente più Festa del Cinema di Roma, che seguo dal 15 ottobre. Sul tampone “rapido”: le prime disponibilità per effettuarlo tra IRCSS, case di cura accreditate o autorizzate – tra quelle indicate su www.salutelazio.it più d’una invero non li esegue ancora – della mia Asl di appartenenza, Roma 1, si piazzano intorno al 5 novembre, ne trovo una per il 9 dicembre, dopo un pomeriggio al telefono blocco un martedì 27 ottobre. Avevo sottoscritto con altri colleghi, cui era giunta privatamente la notizia di quel contagio, una lettera aperta per chiedere tracciamento effettivo e tempestività nella comunicazione: virus in fabula. Nel tremendo Lockdown all’italiana c’è questa battuta: “Vattelapianderculo”. Appunto.

Euro-ribelli grillini: “No a M5S centrista”

Gli Stati generali del Movimento 5 Stelle potrebbero essere decisivi non soltanto per il destino della maggioranza a Roma: anche il gruppo grillino all’Europarlamento, che conta 14 eletti, è a rischio scossoni.

Lo si era già capito due giorni fa, quando in Aula la delegazione si è spaccata sulla cosiddetta riforma della Pac (politica agricola comune), ovvero un pacchetto di misure destinate all’ambiente e all’agricoltura promosso dall’accordo tra i tre gruppi più grandi a Bruxelles (i popolari, i socialisti e i liberali). Nove grillini su 14 hanno dato l’ok alla riforma, in ossequio alla posizione ufficiale del Movimento, ma gli altri 5 si sono sfilati criticando in maniera pesante le misure (“mero greenwashing, danneggiano i nostri agricoltori”). Sostengono che “il Parlamento (e quindi i compagni di partito, ndr) abbia dato il peggio di sé” e che “abbia perso un’occasione”.

I cinque No arrivano da Ignazio Corrao, Piernicola Pedicini, Eleonora Evi, Laura Ferrara e Rosa D’Amato: nessuno di loro al momento ha intenzione di lasciare il Movimento, ma il voto contrario sulla Pac è un segnale evidente di una spaccatura che va oltre ben la riforma in questione e tocca l’identità del M5S. Il malumore, come confermano fonti vicine al gruppo, deriva dal timore di una svolta del Movimento in direzione del gruppo socialista – in coerenza col percorso verso il centrosinistra che il M5S sta compiendo in Italia – o, peggio, verso i popolari. “Non vogliamo una deriva centrista del Movimento”, spiega una fonte qualificata degli euro-grillini, anche se ogni resa dei conti sarà rinviata a dopo gli Stati generali. Troppo importante capire come andranno le cose in quella sede, per poi eventualmente prendere decisioni diverse in Europa. Intanto però quattro dei cinque dissidenti – Corrao, Pedicini, Evi e D’Amato – ieri hanno mandato un messaggio chiaro ai vertici, diffondendo una nota insieme ad altri portavoce M5S per appoggiare Alessandro Di Battista: “È il momento di fare una scelta di campo. Il governo ha segnato un momento cruciale per il M5S, che dovrà scegliere in quali vesti presentarsi agli elettori. Abbiamo deciso di lavorare insieme a Di Battista per l’agenda 20/30”. Una mossa per “riprendere i valori identitari” del M5S (ieri Dibba ha di nuovo silurato l’alleanza col Pd) e che rispecchia la spaccatura del giorno precedente.

Ora bisognerà vedere cosa accadrà a Bruxelles: Corrao è da tempo corteggiato dai Verdi e non è da escludere che quella possa essere la destinazione sua e dei ribelli, tutti peraltro al secondo mandato, come maligna un collega.

Va detto, al riguardo, che in questa legislatura gli eletti dei 5 Stelle non si sono ancora iscritti ad alcun gruppo a Bruxelles, essendo fallita ogni trattativa con i papabili schieramenti. Entrare a far parte di un gruppo, nel caso i ribelli lasciassero davvero il M5S, significherebbe aumentare il proprio peso specifico nell’aula e nelle commissioni, dando poi la possibilità al gruppo – in questo caso ai Verdi – di aumentare fondi e tutele per sé, inglobando gli eletti di un altro Paese.

Tutto scontato, allora? Non proprio, perché gli equilibri interni ai Verdi europei sono delicati e non è detto che i tedeschi accettino di essere messi in minoranza da un nuovo – eventuale – asse franco-italiano. A ogni modo, ogni effetto domino dipenderà solo dalla partita interna dei 5 Stelle.

Il Parlamento europeo salva l’hamburger dei vegetariani

Ceci n’est pas une steak, questa non è una bistecca, ha ripetuto per settimane la Copa Cogeca, la potente lobby europea degli allevatori europei, contro il pericoloso alimento senza carne, ma con le sembianze di un hamburger, una polpetta o una fetta di bresaola. Una battaglia che ieri è stata bloccata dal Parlamento europeo che, nell’ambito della riforma della Politica agricola comune ha bocciato quattro emendamenti che avrebbero vietato l’uso di queste denominazioni considerate ingannevoli per i consumatori. Per l’Ue si possono, quindi, continuare a chiamare “carne” anche tutti i prodotti che non hanno un grammo di ciccia ma che ormai affollano gli scaffali dei supermercati. Gli eurodeputati italiani si sono divisi tra chi era per un divieto generalizzato e chi voleva salvare hamburger e salsicce vegan, tra cui una delegazione di M5S. Sono invece passate le proposte che traducono in norma più restrittiva la sentenza con cui nel 2016 la Corte di Giustizia ha stabilito che nomi come “latte” e “burro” non possono essere usati per commercializzare preparati a base vegetale. E così sarà quindi anche per gli yogurt e i formaggi.

Una decisione complicata con Bruxelles che ha optato per lo status quo che, anche se da quasi 170 anni sta regolando la convivenza nei luoghi sacri di Gerusalemme, non è scontato che funzioni anche per i burger di soia, piselli e carotine. Troppi gli interessi economici in gioco, già fuori controllo la crisi della carne che si è accentuata nei mesi di lockdown. A causa del Covid-19 il consumo di bistecche e insaccati sono calati del 3% in Europa, mentre i prodotti per vegetariani e vegani sono cresciuti del 264%. A livello globale, il mercato dei prodotti alternativi della carne come soia, seitan, topinambur o tempeh (altro non sono che la farina della soia o dei legumi, le proteine del grano o il derivato fermentato della soia gialla) vale 4,6 miliardi di dollari, di cui il 39% concentrato in Europa. Ed è in continua crescita: entro il 2024 dovrebbe superare i 6 miliardi sostenuto dalla maggiore attenzione che i consumatori hanno verso le questioni ambientali. È nella svolta green che, infatti, si dovrebbe anche concretizzare la diminuzione del consumo di carne visto che, secondo l’ultimo studio dell’Ipcc (il gruppo intergovernativo di studio sui cambiamenti climatici dell’Onu), il settore alimentare globale contribuisce a circa il 25/30% delle emissioni di gas serra del pianeta.

Una nuova fetta di mercato che gli americani non si sono lasciati sfuggire. Gli ultimi prodotti arrivati sugli scaffali riproducono esattamente il sapore della carne e stanno facendo ricche Beyond Meat e Impossibile Food, le due aziende Usa leader del settore che hanno tra gli investitori Bill Gates, Leonardo DiCaprio o l’ex ceo di McDonald’s Don Thompson. Da pochi mesi nella battaglia del veg-burger con il sapore di carne si è aggiunta anche Findus.

La decisione del Parlamento Ue è stato accolto con disappunto soprattutto dalle organizzazioni degli agricoltori italiani che hanno annunciato battaglia, questa volta direttamente al Parlamento italiano. “È una scelta che va innanzitutto contro i consumatori”, commenta il presidente di Assocarni, Luigi Scordamaglia. Che avverte: “Non è un via libera all’uso sconsiderato delle denominazioni, perché resta sempre possibile ottenerne il divieto a livello nazionale bypassando la perdurante paralisi decisionale a cui l’Europa ci ha abituati”. Il riferimento è alla possibilità di procedere attraverso pronunciamenti da parte della Corte di Giustizia, così come è accaduto con il latte o tramite l’iniziativa dei singoli Stati, come hanno fatto Spagna e Francia. Secondo Assocarni, “resta comunque il fatto che la trasparenza è stata sacrificata a beneficio dell’interesse di poche multinazionali”.

Prodotti scelti e acquistati dai consumatori che, in un sondaggio commissionato dall’organizzazione dei consumatori europea Beuc, nel 40% delle risposte si sono espressi a favore del mantenimento del nome hamburger anche se di soia, a patto che nell’etichettatura sia chiaro che si tratti di un’opzione vegetariana o vegana.

“Un milione di invalidi senza visita”

Oltre un milione di italiani sono in attesa della visita per l’invalidità civile tra quelle di prima istanza o di aggravamento.

U n’emergenza nata a causa del lockdown prima e delle disposizioni di contrasto al Covid-19 dopo, che hanno spinto Inps e Asl a rinviare gli accertamenti per l’invalidità, la cecità civile, la sordità, gli handicap e la disabilità. A lanciare l’allarme è il Consiglio d’indirizzo e vigilanza dell’Inps (Civ) che chiede di attuare in tempi brevissimi “una terapia d’urto” per ridurre le attese. I numeri – spiega Guglielmo Loy, il presidente del Civ – sono eloquenti: sono oltre 3,2 milioni i beneficiari delle prestazioni di pensioni, indennità di accompagnamento o di entrambe con un totale di ben 1.187.045 di domande in attesa. Di queste, 264.114 sono presso l’Inps e 922.931 presso le Asl per le Regioni non in convenzione. I cittadini in attesa della visita all’Inps per la revisione sono, invece, 408.912. Insomma, una mole enorme di invalidi che si trova da mesi in attesa di una convocazione e con il timore che l’assegno mensile non arrivi mai o che possa essere sospeso a causa della scadenza della revisione. Evento che l’Inps ha comunque negato spiegando che chi è in possesso di verbali scaduti e in attesa di rivedibilità mantiene i benefici acquisiti.

Dopo la sospensione delle attività dei centri medico legali dell’Inps per le visite di primo accertamento e di revisione dell’invalidità, solo da fine giugno sono riprese le attività di verifica che, tuttavia, vanno avanti a fatica a causa del “sistema autorizzativo” che non è uguale in tutta Italia. Ci sono, infatti, due procedure alternative: il primo attraverso una convenzione tra Regione e Inps, in cui è l’Istituto a seguire la procedura, dalla domanda all’eventuale erogazione del beneficio economico; il secondo sistema è invece gestito direttamente dalle Regioni (Asl). Ma in questo caso è previsto un primo accertamento dei requisiti da parte delle Commissioni presso le Asl e poi la successiva validazione dei centri medico legali dell’Inps. La conclusione del tortuoso percorso avviene mediamente in 120 giorni. Si arriva a oltre 167 in Basilicata, Sardegna, Napoli e Sicilia. “Governo, Inps e Regioni sono chiamate a fare la loro parte per aiutare centinaia di migliaia di cittadini, fragili socialmente ed economicamente, in attesa della visita medica”, chiede Loy.

Intanto sul fronte degli ammortizzatori sociali, l’Inps ha aggiornato i dati relativi alla Cassa integrazione: su circa 13 milioni di prestazioni gestite tra maggio e il 19 ottobre 2020, il numero di integrazioni salariali erogate direttamente dall’Inps è di 12.822.566, ovvero il 98%. Sulla base delle domande regolarmente presentate, hanno ricevuto pagamenti Cig 3.455.002 lavoratori, su 3.472.136. Sono in attesa di essere pagati 17.134 lavoratori, tra chi ha fatto richiesta tra maggio e ottobre. Un’apposita task force sta gestendo queste pratiche, che presentano errori come Iban o codici fiscali sbagliati, ma anche il numero di settimane richieste.

“Pronti allo sciopero se salta il blocco dei licenziamenti”

“Giuseppe Conte ci deve convocare e dare una risposta su blocco dei licenziamenti, legge di Bilancio e fondi europei, altrimenti ci mobiliteremo”. Nel dirlo, il segretario della Cgil, Maurizio Landini, fa intendere di non escludere nulla, nemmeno lo sciopero.

Conte non vi ha dunque convocato sui licenziamenti?

Ancora non abbiamo notizie. Il governo si è preso l’impegno di riconvocare questo incontro. Sarebbe davvero contraddittorio dire che si intende ‘ripartire dal lavoro’ e in piena emergenza sbloccare i licenziamenti.

Ma con il presidente del Consiglio non vi sentite costantemente?

Dagli Stati generali non abbiamo avuto altri incontri. L’estate ha prodotto un rallentamento e non ho capito perché. Ora è il momento di un piano straordinario per il lavoro non per licenziare.

Sui licenziamenti potreste scioperare?

Non escludiamo nulla. Sicuramente, come movimento sindacale ci mobiliteremo, ma non ci interessa il conflitto per il conflitto, vogliamo risolvere i problemi delle persone.

Pesa l’offensiva di Confindustria?

Io credo che l’approccio di Carlo Bonomi non sia in sintonia con il bisogno di protezione che c’è nel Paese. Sanno anche le imprese che proteggere il lavoro oggi è la condizione per un futuro comune domani.

Qual è la vostra proposta?

Ridefinire un provvedimento di Cassa integrazione per Covid. Il governo ha proposto una proroga di 18 settimane e quindi per queste nuove 18 settimane va prorogato anche il blocco dei licenziamenti. Trovo contraddittorio che si unisca la decontribuzione alla libertà di licenziare. Ridurre le tasse per i nuovi assunti e prevedere i licenziamenti significa voler sostituire i lavoratori.

Che giudizio date sulla manovra di Bilancio?

Pensiamo che occorra investire sul serio sulla Sanità pubblica, fare assunzioni nel Pubblico impiego e nella Scuola. È il momento degli investimenti pubblici, di una riforma degli ammortizzatori sociali e una legge sulla non autosufficienza. Basta con gli incentivi a pioggia alle imprese. Vorremmo un tavolo per discutere di come si spendono i soldi europei. Servono riforme radicali, compresa quella fiscale e una vera lotta all’evasione.

Quella che è stata presentata non vi piace?

Deve essere più coraggiosa e riguardare anche i pensionati. Quella descritta nella manovra di Bilancio prevede risorse non sufficienti ed entrerebbe in vigore solo nel 2022. Serve qualcosa di più. Compresa la defiscalizzazione degli aumenti contrattuali.

Nei posti di lavoro c’è sicurezza?

È stato molto importante aver realizzato a marzo i protocolli di sicurezza e creato comitati nei luoghi di lavoro. Purtroppo le morti sul lavoro non sono un problema superato, dovremo fare una verifica. Emergono dei limiti e ci sono stati dei ritardi. Sulla scuola siamo di fronte a problemi ad esempio per la questione dei trasporti, per gli orari o la gestione degli spazi. Si è sentita la mancanza di un confronto con i sindacati.

Condivide l’approccio graduale del governo sul Covid?

Abbiamo sempre lavorato per fare in modo che si lavori in sicurezza: questo viene prima di ogni altra cosa. Occorre agire sulle criticità, ad esempio i tracciamenti nel sistema sanitario. I medici di base, i professionisti, i pediatri, la protezione civile potrebbero potenziare i test in luoghi sicuri.

Nessun lockdown?

Non abbiamo mai chiesto lockdown generalizzati, ma sempre e soltanto che si mettesse la sicurezza al primo posto. E quindi andranno fatte le verifiche sulla base di questo criterio.

Le misure di protezione sociale sono arrivate correttamente? O anche la Cgil ha qualcosa da lamentare con l’Inps?

Sicuramente ci si è trovati di fronte a una situazione straordinaria. Processare più di 11-12 milioni di prestazioni in 60-90 giorni non era mai successo. I problemi ci sono stati e vanno studiati dei sistemi che permettano di accelerare i tempi.

Lei ha lamentato sempre la distanza della politica dai temi del lavoro. C’è ancora questa distanza?

Siamo al banco di prova. Il punto di cambiamento è ora. La pandemia rende evidente il ruolo del lavoro senza il quale non si può sconfiggere il virus. Il cambiamento va fatto adesso.

Tradotto in proposte?

Noi abbiamo 5 priorità: sanità pubblica, lavoro sostenibile e non precario, sostenibilità ambientale, infrastrutture materiali e digitali, istruzione, scuola e formazione.

Sono progetti già in campo.

Ma siamo ai titoli, nessuno conosce il dettaglio. Solo nella Sanità, per sostituire chi è andato in pensione, servirebbero 50 mila assunzioni. Per investire davvero sul lavoro occorre cambiare le leggi fatte in questi anni. Il mercato da solo non è in grado di affrontare il cambiamento. Non basta tornare a prima del Covid. Occorre mettere al centro la persona, la qualità del lavoro, a partire dai giovani e dalle donne.

Siri e il veto del Colle: “Quei nostri amici non hanno fatto nulla”

Mentre si forma il governo Conte-1, nella primavera 2018, c’è un uomo che si agita dietro le quinte. Suggerisce le mosse a un senatore leghista, si informa e segue passo passo ciò che avviene. È Paolo Arata, ex parlamentare forzista, l’uomo che il Carroccio sceglie per ideare il proprio progetto sulle energie. Le sue raccomandazioni – è quel che dice intercettato – finiscono anche nel contratto di governo M5S-Lega. Nulla di penalmente rilevante. Ma ciò che avviene nelle retrovie della politica in quei giorni lo si può ricostruire mettendo in fila le intercettazioni agli atti dell’indagine della Procura di Roma su Armando Siri e Arata. L’ex sottosegretario è accusato di corruzione per esercizio della funzione: per i pm avrebbe spinto emendamenti favorevoli agli interessi economici di Arata, ottenendo in cambio la promessa di 30 mila euro. Accuse sempre respinte. In quanto parlamentare, Siri non può essere intercettato senza autorizzazione. Le conversazioni in questione sono state registrate indirettamente quando Siri era al telefono con Arata che, invece, era il soggetto intercettato.

 

Le telefonate quella nomina saltata di ministro

Le elezioni politiche si tengono il 4 marzo 2018. Il governo si forma il 1° giugno. Nel mezzo bisogna scegliere la squadra. E a un certo punto il nome di Siri è tra i papabili al ministero dell’Economia. “Luigi Di Maio – riporta l’Ansa del 28 maggio 2018 – conferma di aver fatto pervenire al Quirinale i nominativi di Bagnai e Siri”. Siamo nella fase in cui il nome di Paolo Savona viene bocciato dal Quirinale e bisogna trovare una soluzione. Siri e Paolo Arata sembrano parlare di questo in un’intercettazione del 20 maggio 2018.

Siri (S): (…) Mi stanno dicendo alcune fonti che potrei essere nei nomi, ma c’è una resistenza da parte di Mattarella, quindi questo vuol dire che i nostri amici non hanno fatto niente perché figurati se Mattarella fa resistenza se arriva un input da quelle persone di cui abbiamo parlato…

Arata (A): Io cosa vuoi che ti… (…) ci riproviamo sì… ma non quello che ho incontrato, gli altri, quelli di Federico diciamo? (…) Ci riproviamo, però la televisione ha detto, l’ha dichiarato Di Maio (…) quel ministero spetta a noi…

S: (…) Ma al di là di quel ministero, indipendentemente da quel ministero… le cose sono in ballo…

A: Quindi… su di te c’è un veto diciamo?

S: No un veto… così mi dicono… c’è Mattarella che sembra che faccia resistenza, non lo so poi se è vero, se è un’indiscrezione… non te lo so dire (…) Però quello che so per certo è che se arrivasse da quelle persone che io ho detto l’altra volta… un segnale forte… al Quirinale… sicuramente non… ci sarebbero problemi, poi non capisco perché, perché… voglio dire, io sono tutto tranne che un…

La conversazione continua e a un certo punto Arata dice: “(…) Abbiamo fatto un errore… che tu non gli hai scritto dicendogli che non potevi andare a trovarlo per spiegargli meglio la Flat tax (…)”. Siri risponde: “Ma mica mi posso mettere a scrivere al presidente dicendogli una cosa del genere, eh”. E Arata: “Ma gli potevamo mandare un messaggio da parte di qualcheduno eh… giusto quella persona che ho incontrato… quando l’ho incontrato la settimana scorsa…”.

Ministro Siri non diventerà mai. Arata auspicava che diventasse almeno viceministro. Così dice in un’intercettazione del 23 maggio 2018: “Salvini non sa dove mettere Armando – dice Arata – poi io gli ho detto che deve fare il viceministro con la delega dell’Energia e lui lo ha chiesto a Salvini”.

 

Il contratto M5S-lega: “Ho inserito il biometano”

Ad Arata non sfugge, in quei giorni, l’importanza del contratto di governo Lega-M5S. Ne parla con Siri, che peraltro è presente il 12 maggio 2018 nella delegazione dei due partiti che si riuniva al Pirellone. Agli atti c’è una conversazione del 17 maggio 2018.

Arata (A): Come va? Volevo avere un po’ di notizie… come sta andando?

Siri (S): Ma guarda il programma l’abbiamo chiuso… ho fatto inserire il biometano.

A: Ma che bravo che sei…

Quando Arata fa questa telefonata con Siri, si trova in auto con il figlio Francesco (estraneo all’indagine). “Che ha detto Armando?”, chiede Francesco. E il padre: “Ha detto che il programma… c’ha inserito il biometano eh nel programma (…) L’hanno inserito… cazzo è importante questo”. Poi Arata chiama un’altra persona. “Ho una buona notizia – dice – nel senso che mi hanno chiamato adesso i miei amici della Lega che stavano tornando a Milano (…) e mi hanno detto che hanno inserito il biometano nel programma nostro, nell’ultima versione, io glielo avevo chiesto di metterlo, ce lo hanno messo”. Poi Arata aggiunge: “(…) Questo ci rafforza moltissimo (…) giusto?”. “Altroché”, risponde l’interlocutore.

Il forzista “Io devo stare dietro le quinte”

Nel governo gialloverde, Siri viene nominato sottosegretario alle Infrastrutture. Arata continua a dargli suggerimenti, come si legge in un’intercettazione del 28 giugno 2018.

Arata (A): (…) Stai attento che non diano l’Energia a qualcuno… mi parlano di un Andreoli… un nome così della Lega… tu ne sai nulla?

Siri (S): Mai sentito (…)

A: Ma un nome così che ho sentito dire (…) non è nessuno… (…) dovrebbe occuparsi, mi dicono, di energia… all’interno della Lega (…) e perché poi c’è da andare a discutere… sul decreto rinnovabili (…) con i 5stelle (…) io non ci posso andare sì… nel senso… se poi vado da una posizione che tu sai, io devo stare dietro le quinte … perché ovviamente non è che posso andare io a fare (…) le cose politiche (…) Le cose politiche le devi fare tu o qualcuno…

S: Va bene, ma quelle le facciamo (…) quelle le seguiamo…

 

Il decreto: “Ho provato nel milleproroghe”

Siri e Arata il 6 giugno 2018 sembrano parlare di un emendamento da inserire nel Milleproroghe, ma negli atti non si specifica nel dettaglio di cosa si tratti.

Siri (S): (…) Ti stavo cercando per dirti che ho provato a mettere nel Milleproroghe al Senato (…) però al Senato è già chiuso, si riapre alla Camera a settembre (…) cerco di mettertelo a settembre alla Camera.

Arata (A): Va bene, ma sarà difficile che torni indietro…

S: No, no (…) Perché al Senato era già chiuso… alla Camera lo riaprono (…) Fatto un giro anche da Giorgetti… sto cercando di vedere di far del mio meglio (…) Ok?

A: Sì, perché almeno le associazioni sono contente

Erano contente le associazione, ma anche Arata non sembrava dispiaciuto.

Milano e Genova: sistemi al collasso e indagini dei pm

Tutta la rabbia per le inefficienze del sistema si sta scaricando sui medici in prima linea, ospedalieri e di famiglia. Tanto che – solo nel Milanese – sono già circa 400 le azioni di rivalsa nei loro confronti da parte di pazienti che chiedono risarcimenti accusandoli di errori diagnostici o terapeutici. “Una marea d’ira montante – dice il presidente dell’Ordine dei medici di Milano, Roberto Carlo Rossi –. I casi fanno si riferiscono soprattutto a marzo. Ma le accuse sono infondate: di fronte a un virus sconosciuto, in piena emergenza, si brancolava nel buio. In un attimo siamo passati da eroi a imputati”.

Un buio sul quale è stata fatta luce solo parzialmente, come dimostra anche il fatto che sono tuttora in corso, in Italia, 64 trials, studi clinici per verificare la sicurezza e l’efficacia dei trattamenti. “Molti si sono ammalati, 182 sono morti”, ricorda Filippo Anelli, il presidente della Federazione degli Ordini dei medici: “E ora in tanti si vedono arrivare una richiesta di risarcimento per aver applicato trattamenti per cui non esistevano protocolli, e che hanno comunque salvato tante vite e ci hanno permesso di conoscere meglio il virus, la malattia e le strategie più adatte”. Per i camici bianchi le azioni di rivalsa sembrano rispondere a esigenze di rivendicazione sociale più che di giustizia. E chiedono una legge ad hoc. “Ci vorrebbe – prosegue Anelli –, un provvedimento legislativo che da un lato sostenesse con un giusto indennizzo le famiglie e, dall’altro, sospendesse la rivalsa per colpa grave per tutto il periodo dell’emergenza Covid. Mantenendo solo quella per dolo”.

A Genova, invece, le proteste sono contro un sistema sanitario che fa acqua a partire dai pronto soccorso, presi d’assalto come nel periodo peggiore di marzo con pazienti costretti ad attendere ore senza nemmeno poter scendere dalle ambulanze. I centro Covid destinati ad accogliere malati di medio-bassa intensità completamente smantellati, senza la possibilità di una riattivazione (almeno in tempi utili). Un sistema che, nonostante fosse largamente preannunciato l’arrivo di una seconda ondata, si è fatto trovare del tutto impreparato. Su tutti questi aspetti la Procura di Genova ha aperto un fascicolo esplorativo, per capire come mai, dopo il lockdown della primavera scorsa, la sanità ligure sia di nuovo al collasso.

A lanciare l’allarme negli ultimi giorni erano stati proprio i direttori dei pronto soccorso dei due principali ospedali del capoluogo ligure: Angelo Gratarola, primario dell’ospedale San Martino, e Paolo Cremonesi, omologo del Galliera. Le due strutture negli ultimi giorni sono andate in tilt, dopo essere state prese d’assalto da sospetti positivi al coronavirus oltre che dai pazienti comuni.

Uno dei passaggi chiave che ha spinto i magistrati a intervenire riguarda una riunione tra le massime autorità sanitarie che risale ai primi di settembre, ovvero nella parte finale della campagna elettorale per le elezioni regionali vinte poi da Giovanni Toti. Preoccupati dall’aumento dei positivi (allora lieve), i responsabili dei vari ospedali avevano messo in guardia i responsabili di Alisa, la struttura di controllo della sanità ligure. Perché, sì chiedono i pm, non sono stati presi provvedimenti adeguati? E soprattutto, questo comportamento ha messo ha rischio la salute pubblica e configura illeciti penali?

L’inchiesta è in mano al pool coordinato dal procuratore aggiunto Francesco Pinto, lo stesso che indaga per epidemia colposa per i morti nelle Rsa. Nei prossimi giorni la Procura acquisirà documenti per capire come mai all’avvicinarsi della seconda ondata non sono stati allestiti i tre principali centri che permettevano di accogliere malati Covid di media intensità, tra cui una nave ormeggiata in porto costata quasi un milione di euro.

Ecco perché la sanità delle Regioni ha fallito

I contagi crescono, i ricoveri pure e si riparla di lockdown, magari locali e brevi (nelle intenzioni). Comunque la si pensi sulle strategie da adottare contro questo Coronavirus, non si doveva arrivare a questo punto: la quarantena nazionale, quella di primavera, doveva servire a mettere il Paese – e soprattutto il suo Servizio sanitario – nelle condizioni di convivere col virus, minimizzando sia i costi in termini di vite che quelli economici e sociali, che poi sono sempre costi in termini di vite. Cosa non ha funzionato? In sostanza, il Ssn non è stato potenziato abbastanza dalle Regioni. Si perde tempo a discutere dei 36 miliardi di prestiti del famigerato Mes e finora i “governatori” non hanno neanche speso i quasi 8 miliardi stanziati per l’emergenza nel settore sanità: poche assunzioni per il tracciamento, poche per la medicina di territorio, poche per il sistema ordinario e la gestione delle terapie intensive, in ritardo osceno la ristrutturazione degli ospedali e dei Pronto soccorso, zero programmazione sui posti per degenti Covid-19. Un incredibile fallimento dell’assetto istituzionale che ha trasferito alle Regioni la gestione della sanità pubblica, un incredibile fallimento della capacità di stimolo e controllo del governo centrale, ministero della Salute in primis.

 

L’assistenza domiciliare? Per adesso è solo utopia

In questa fase, il sistema italiano sembra in larga parte ripetere gli errori del passato, in particolare quelli del “caso di scuola” lombardo, a partire dall’ospedalizzazione massiva dei malati, anche quelli che potrebbero essere curati a casa. Questo avviene in larga parte per motivazioni socio-economiche più che mediche: alcuni non potrebbero essere isolati in casa, altri sono anziani e se hanno bisogno di cure per non peggiorare non è chiaro chi potrebbe garantirgliele a domicilio. Cioè, a livello normativo è chiaro: ci sono le mitiche Usca, unità speciali di continuità assistenziali, che il decreto del 9 marzo stabiliva in almeno una ogni 50mila abitanti, cioè 1.200 in tutta Italia, da creare entro dieci giorni. Le Usca sono piccole squadre di medici e infermieri – dotate di tutto quel che serve (dai Dpi alle medicine) – per seguire i casi Covid-19 a casa con orario minimo di operatività dalle 8 alle 20. Sono state create? Mica tanto, nonostante lo stanziamento di 660 milioni sia disponibile da otto mesi. Numeri ufficiali non ce ne sono, l’ultimo monitoraggio è di fine giugno e censiva 600 Usca, il 50% del totale: la situazione non sarebbe migliorata di molto dopo l’estate. Le uniche Regioni che dovrebbero aver completato il processo sono Piemonte, Emilia-Romagna e Toscana. In Veneto, secondo dati comunicati a settembre al ministero della Salute, le Usca sono solo 51 su 97 (53%); in Umbria 7 su 18 (39%), nelle Marche 19 su 31 e in Sardegna 19 su 32 (60%), in Sicilia 70 su 101. In Lombardia, secondo l’agenzia Agi (non smentita), ci sono 49 Usca attive su un fabbisogno di 200 (25%): non si trovano i medici, dicono dalle parti di Fontana e Gallera. E non si trovano neanche gli infermieri a quanto pare: il decreto del 9 marzo aveva previsto l’istituzione del cosiddetto infermiere di famiglia, sempre dedicato all’assistenza domiciliare. Parliamo di 9.600 assunzioni già finanziate (330 milioni nel 2020 e 460 milioni nel 2021): la Conferenza delle Regioni ha approvato le linee guida per procedere solo il 10 settembre e a oggi le assunzioni sono solo alcune centinaia e solo in Veneto, Emilia-Romagna e Toscana, regioni che hanno già una certa familiarità con la medicina territoriale.

 

Il punto sulle assunzioni: sono troppo poche

Al 9 ottobre al ministero della Salute risultavano effettuate, a vario titolo, 33.857 assunzioni: 6.958 medici, 15.618 infermieri, 7.248 operatori socio-sanitari. Si tratta di contratti a termine che costano circa 1 miliardo e saranno rinnovati anche per il 2021. Il numero, però, è largamente insufficiente e finisce per non coprire neanche i buchi d’organico di cui il Servizio sanitario nazionale soffre da tempo grazie ai tagli dell’ultimo quindicennio: basti dire che, rispetto al 2008, un anno fa c’erano oltre 42mila unità in meno (fonte Ufficio parlamentare di bilancio). Pure i medici di famiglia sono sotto il numero sufficiente e altri 5mila potrebbero andare in pensione a breve, eppure è ferma da mesi in Conferenza delle Regioni una norma che consentirebbe agli specializzandi di diventare subito medici di medicina generale mettendosi al lavoro. Più in generale, il rapporto (prezioso dell’Alta scuola di economia e management sanitario della Cattolica (Altems) certifica che l’aumento del personale medico all’inizio di ottobre era mediamente di parecchio inferiore al 10% con l’eccezione del Piemonte e delle piccole Molise e Val d’Aosta. Va notato che le Regioni sull’emergenza Covid possono agire in deroga ai consueti vincoli di bilancio: possono, in sostanza, assumere finché non hanno coperto le loro necessità. Una stima governativa prevedeva l’ingresso nel sistema tra contratti a termine e stabili di 80mila nuove unità di personale: oggi siamo a meno della metà.

 

La rete nuova ospedaliera: un ritardo clamoroso

La ristrutturazione della rete ospedaliera doveva servire per gestire la seconda ondata, ma in larga parte d’Italia non è neanche partita. A maggio, nel decreto Rilancio, sono stati stanziati 1,65 miliardi per aumentare i posti letto per i malati gravi e ristrutturare i Pronto soccorso in funzione dell’emergenza: il testo dava la possibilità alle Regioni di iniziare subito i lavori e farsi poi rimborsare a piè di lista, l’unico impegno era presentare entro luglio un piano dettagliato degli interventi. Solo pochi governatori si sono portati avanti (Emilia-Romagna e Veneto), gli altri hanno fatto arrivare a fine luglio i loro “piani”, che però – ha sostenuto il commissario Domenico Arcuri – erano “poco più che fogli excel”: a stare a quelli visionati dal Fatto non è un’esagerazione. È servito un intero mese per scriverli in modo che fosse possibile indire delle gare, che si stanno concludendo solo ora: si tratta di 1.044 interventi totali e, se tutto va bene, si partirà davvero a novembre. La cosa più inquietante è che la durata dei progetti è pluriennale: in molti casi oltre due anni per un’emergenza che c’è adesso.

 

Più terapie intensive, ma mancano gli anestesisti

I posti letto per malati gravi erano 5.179 prima dell’emergenza, 6.628 giovedì 22 ottobre, ma il piano per l’emergenza della scorsa primavera prevedeva che quei letti a ottobre fossero 8.679. Stesso discorso per i letti di sub-intensiva: attualmente sono 14mila (nel pieno dell’emergenza erano 35mila) ma sarebbero dovuti salire di 4.200 entro l’autunno. Le Regioni possono sì far salire i posti in via emergenziale – e più facilmente rispetto a marzo perché hanno ricevuto dal governo attrezzatura tecnica e migliaia di ventilatori (4.600 in tutto e altri 1.300 sono nei magazzini di Arcuri) – ma quello che si chiedeva per l’autunno era un piano strutturato: insieme ai posti, ovviamente, deve esserci il personale e non c’è. Il rapporto Altems, ad esempio, segnala che se a febbraio risultavano mediamente in servizio 2,5 anestesisti per letto di terapia intensiva, oggi quella media è scesa a 1,6. Come denunciato dalle associazioni di categoria, ne mancano almeno 4mila.

 

I tracciatori sono 9.241: troppo pochi, troppo tardi

Secondo un report di inizio ottobre del ministero della Salute, pubblicato dal Sole 24 Ore, solo tre regioni risultano non aver assunto il numero minimo di personale per rintracciare i contatti dei positivi (almeno 1 ogni 10mila abitanti): Calabria, Friuli-Venezia Giulia e Abruzzo. A investigare sui possibili contagiati ci sono 9.241 persone per una media nazionale di 1,5 tracciatori ogni 10mila abitanti: la Basilicata guida con larghezza la classifica con 7,6; la seconda è il Veneto con 2,8. Questo numero, comunque, pare non essere sufficiente: la Lombardia ad esempio ne ha 1.310 – cioè 1,3 ogni 10mila abitanti – eppure non risulta aver fatto un buon lavoro. Dipende, ovviamente, anche da come queste persone sono organizzate e quando sono state messe al lavoro: l’Ats Milano ha fatto sapere di averli triplicati proprio tra settembre e ottobre, mentre in agosto non erano neanche una decina. Anche così, comunque, non bastano: “Bisognerebbe avere un esercito di persone per correre dietro a tutti i contatti”, ha detto il direttore sanitario di Ats Milano Vittorio Demicheli. Giovedì il governo ha annunciato un bando di Protezione civile per 2mila assunzioni.

Insieme ai tracciatori va ricordata la sciarada dei tamponi: l’84% dei test realizzati finora sono stati forniti agli enti locali dal commissario, ma l’organizzazione sul posto stava alle Regioni. Lentezze e caos sono sotto gli occhi di tutti e hanno un effetto collaterale: dove è possibile significano gran bei soldi per i laboratori privati.

“Ho spalle larghe, ma col lockdown io lascio il nuoto”

Federica Pellegrini è abituata a nuotare in piscine olimpioniche, ma va detto che anche nei mari agitati ha sempre dimostrato di cavarsela bene. Poi è arrivato il Covid, le Olimpiadi di Tokyo che rischiano di saltare, le polemiche feroci perché da positiva ha accompagnato sua madre in macchina a fare il tampone. E forse ha avvertito un po’ di fatica anche lei, per la prima volta.

Alla fine hai capito come ti sei presa il Covid?

È strano perché avevo fatto un tampone molecolare domenica, negativo. Mercoledì ho nuotato e mi sono sentita le gambe doloranti, il pomeriggio avevo il mal di gola. Giovedì ho rifatto il molecolare e sono risultata positiva.

La tua reazione alla notizia?

Ho pianto tanto, non mi ricordo neppure quando era stata l’ultima volta che avevo versato delle lacrime così.

Ipotesi sul contagio?

In quel weekend ero a Roma a fare Italia’s got talent ed eravamo controllatissimi. Ho viaggiato in treno, sono stata in hotel. Non sono andata a cena con persone estranee alla produzione.

Avevi paura di ammalarti?

Da sportiva sì. Avevo paura di dovermi fermare.

Hai pensato: questo è un segno, smetto?

Un po’ sì, ho 32 anni, ogni volta che si riprende dopo uno stop lungo io faccio fatica per recuperare. In più già venivo da un virus intestinale che mi ha uccisa, ti dici “sei forte, avanti”, e invece sono crollata.

Da cosa ti accorgi di avere 32 anni e non più 20?

Non c’è un click. Non noto in allenamento un calo della forza, il problema è il recupero. Se tra un allenamento e l’altro esco a cena già lo sento.

Una cosa che hai capito di te stessa in questi giorni di solitudine?

Che ci sono cose di me cui non intendo rinunciare. La vicenda di mamma mi ha fatto capire una cosa: una persona normale dopo questa shitstorm forse si sarebbe tirata indietro sui social. Io invece ho deciso che continuerò a parlare di me come e quando voglio.

Ma non potevate fare un tampone a domicilio per evitare le critiche?

Io ho chiesto cosa dovevo fare e mi è stato detto di accompagnare mamma al drive-in. Mi è costato due giorni di insulti.

Tua mamma come sta?

Meglio, stiamo aspettando ancora il risultato del tampone, penso sia positivo. Al di là di questo, poverina, è rimasta malissimo per questo caos mediatico, si è sentita in colpa.

Le fragilità negli anni cambiano. Prima soffrivi di attacchi d’ansia, ora?

La mia fragilità oggi sta nel rimanere qualche volta colpita da insulti sul mio aspetto fisico, mi dispiacciono. Per dire, so che le mie spalle sono molto sviluppate, sono state a lungo una mia insicurezza. Leggere “Sei un muratore”, “Sei un bell’uomo” non è bello, ma poi ti abitui, ti ricordi che con quelle spalle hai vinto delle medaglie.

Come ti difendi?

Una volta ho risposto a uno di questi hater che quello che ho fatto nella vita lo devo al mio corpo e da quel momento c’è stato un click. Ho letto commenti che mi incoraggiavano, ho smesso di preoccuparmi. Però i vestiti scollati non li metto, ho ancora quell’insicurezza.

Per il resto, cosa ti piace di te?

Io fisicamente mi piaccio molto. E ogni anno che passa mi piaccio sempre di più.

Ne riparliamo dopo i 40.

Ok, mi correggo: per adesso mi piaccio sempre di più.

Cosa pensi delle polemiche sul Covid e il calcio?

Penso che in certi sport dove girano soldi, i soldi decidono. Per quello che riguarda le Olimpiadi del nuoto, per dire, sono i diritti tv americani che decidono. Se ci saranno le finali, saranno al mattino, cosa dettata dal fuso orario americano perché così in America sarà pomeriggio.

Quando leggevi le polemiche primaverili sui runner e gli “sportivi fai da te”, cosa pensavi?

Dico solo che se io non nuoto, non mi pagano più lo stipendio e gli sponsor mi mandano a cagare. La corsetta per sentirsi meglio, con tutto rispetto, è un’altra cosa.

Il premier Conte non ha chiamato anche te per sensibilizzare all’uso della mascherina?

Dopo quello che ho combinato con questa cosa di mia madre secondo me gli ho fatto anche girare le balle! Comunque secondo me ha avuto un’idea giusta nel chiamare Fedez.

Li ascolti i virologi in tv?

Mi fido solo della mia dottoressa, non ho bisogno di sapere altro.

Se non ci sono le Olimpiadi tu cosa farai?

Se c’è un altro lockdown io smetterò di nuotare.

Lo hai già annunciato, ma ci hai ripensato.

So quello che dico. Le Olimpiadi con un nuovo lockdown verranno annullate e io tra tre anni non nuoterò più.

È un periodo in cui molta parte della nostra vita è governata dal silenzio, per via dell’isolamento. Come riempi il silenzio mentre nuoti per ore?

È una domanda difficilissima. Penso alla tecnica di bracciata, alla fatica, a riconoscerla quando arriva. Il nuoto è uno sport introspettivo, solitario. Poi certo, qualche volta penso anche a cosa devo fare la sera, ma più a sentire il mio corpo.

In amore quante medaglie hai?

Di sicuro ne ho una: so ascoltarmi. Ho sempre capito quando le cose non andavano più e non ho avuto timore di prendere una decisione scomoda, di chiudere le mie storie. Io in amore non galleggio, quello lo faccio in piscina.

E le sconfitte quali sono state?

I tradimenti subiti, magari saputi quando una storia era già finita.

Hai fatto gli auguri al tuo ex Magnini per la nascita della figlia?

Diciamo che dopo la fine della nostra storia non ci siamo più sentiti.

Gli fai gli auguri?

Ha iniziato una nuova vita, certo.

Perché sei durata così tanto nel nuoto?

Ho un amore sproporzionato per questo sport e per come mi fa sentire.

Se dovessi scegliere tra diventare la più grande allenatrice e la più grande conduttrice tv?

Allenatrice, senza ombra di dubbio.

Guarda che a bordo vasca non puoi mettere i tuoi amati tacchi.

Ma quando torno a casa sì.

Sei fidanzata con il tuo allenatore Matteo Giunta o no?

(ride) Non te lo posso dire.

Allora cambio domanda: lui sta bene? Nessun sintomo?

È a Budapest da due settimane, per cui sta bene.

Non vuoi parlarne?

Vengo da una storia in cui tutto è stato sempre sparato sui giornali, non ho più voglia di queste dinamiche.

Pensi che l’esposizione danneggi?

Penso che dia l’illusione che vada tutto bene anche se non va bene, perché sui giornali esce la versione patinata della tua storia e tu ti convinci che sia così. Quando poi chiami i paparazzi prima di andare a cena, non torni più indietro.

Chiamavi i paparazzi?

Io no. Qualche mio ex, purtroppo sì. E ora mi difendo.