Sul sellino di Louis Mentjes della Ntt Pro Cycling, la squadra di Domenico Pozzovivo, ondeggiava un cartellino: “Save your ass”. Salvati il culo. Ce l’avevano in molti, ieri, al Girovid, durante la mezza tappa che ha dimezzato la tappa più lunga, ben 258 chilometri da Morbegno ad Asti. Un invito provocatorio, sintesi di una clamorosa protesta a pochi minuti dal via: ieri i 132 superstiti del Girovid hanno incrociato le braccia, pardon, i pedali. Una loro delegazione ha infatti intimato a Mauro Vegni che se non avesse accorciato la tappa, sarebbero rimasti fermi. Pioveva, il termometro segnava 11 gradi, molte squadre erano arrivate in ritardo al raduno della partenza, la sera prima avevano penato per raggiungere gli alberghi. Secondo i corridori c’erano le condizioni “estreme” per pretendere uno sconto sul chilometraggio, tenuto conto che erano stremati dalle fatiche del giorno prima, dopo il magnifico ma terribile tappone dello Stelvio, soprattutto alla vigilia del redde rationem, oggi dovranno affrontare tre volte la salita del Sestriere, i primi tre sono separati dalla miseria di 15”.
Vegna si è dovuto arrendere. Tappa dimezzata. Che vuol dire anche autorevolezza del Giro dimezzata. Al Tour non sarebbe successo. Bravissimi, comunque, gli organizzatori che sono riusciti a improvvisare un nuovo via dal piazzale della Mivar di Abbiategrasso, fabbrica dismessa di televisori. Ha vinto Jozef Cerny, corridore ceco. Lo ricorderanno, tuttavia, non per questo successo, ma per il diktat dei corridori: potrebbe diventare un precedente. Il no al sovraccarico del calendario ciclistico, soprattutto ai tempi del Covid. Thomas De Gendt, uno dei più polemici corridori, già una settimana fa aveva detto che si sentiva più protetto al Tour che al Giro… Vegni ha spiegato d’aver subìto un ricatto, e che ha ceduto per salvare il Girovid, “faremo i conti a Giro concluso”. Sostiene che i corridori non hanno mostrato rispetto nei confronti di chi ha cercato di farli lavorare e guadagnare uno stipendio, e delle persone che li stavano aspettando sulle strade. Rabbiosi quelli della diretta Rai e del Processo alla tappa contro i corridori in sciopero colpevoli di aver rovinato l’immagine del Giro, roba da processi staliniani. L’album del ciclismo, ricordavano, è ricco di epiche imprese nelle bufere di neve, o sotto il diluvio, o dopo immonde fatiche. Già, questo della fatica disertata è il leit motiv di tanti ds che fingono di cascare dalle nuvole sulle decisioni prese dai loro corridori (la proposta di tagliare la tappa girava già la sera prima su Telegram). In realtà, il problema è più complesso: è una crisi politica di governance, di gestione del ciclismo professionista, ormai scardinato da logiche feroci di business e di concorrenze organizzative.