Giro d’Italia, sciopero per freddo e fatica. Organizzazione furiosa, spettatori gabbati

Sul sellino di Louis Mentjes della Ntt Pro Cycling, la squadra di Domenico Pozzovivo, ondeggiava un cartellino: “Save your ass”. Salvati il culo. Ce l’avevano in molti, ieri, al Girovid, durante la mezza tappa che ha dimezzato la tappa più lunga, ben 258 chilometri da Morbegno ad Asti. Un invito provocatorio, sintesi di una clamorosa protesta a pochi minuti dal via: ieri i 132 superstiti del Girovid hanno incrociato le braccia, pardon, i pedali. Una loro delegazione ha infatti intimato a Mauro Vegni che se non avesse accorciato la tappa, sarebbero rimasti fermi. Pioveva, il termometro segnava 11 gradi, molte squadre erano arrivate in ritardo al raduno della partenza, la sera prima avevano penato per raggiungere gli alberghi. Secondo i corridori c’erano le condizioni “estreme” per pretendere uno sconto sul chilometraggio, tenuto conto che erano stremati dalle fatiche del giorno prima, dopo il magnifico ma terribile tappone dello Stelvio, soprattutto alla vigilia del redde rationem, oggi dovranno affrontare tre volte la salita del Sestriere, i primi tre sono separati dalla miseria di 15”.

Vegna si è dovuto arrendere. Tappa dimezzata. Che vuol dire anche autorevolezza del Giro dimezzata. Al Tour non sarebbe successo. Bravissimi, comunque, gli organizzatori che sono riusciti a improvvisare un nuovo via dal piazzale della Mivar di Abbiategrasso, fabbrica dismessa di televisori. Ha vinto Jozef Cerny, corridore ceco. Lo ricorderanno, tuttavia, non per questo successo, ma per il diktat dei corridori: potrebbe diventare un precedente. Il no al sovraccarico del calendario ciclistico, soprattutto ai tempi del Covid. Thomas De Gendt, uno dei più polemici corridori, già una settimana fa aveva detto che si sentiva più protetto al Tour che al Giro… Vegni ha spiegato d’aver subìto un ricatto, e che ha ceduto per salvare il Girovid, “faremo i conti a Giro concluso”. Sostiene che i corridori non hanno mostrato rispetto nei confronti di chi ha cercato di farli lavorare e guadagnare uno stipendio, e delle persone che li stavano aspettando sulle strade. Rabbiosi quelli della diretta Rai e del Processo alla tappa contro i corridori in sciopero colpevoli di aver rovinato l’immagine del Giro, roba da processi staliniani. L’album del ciclismo, ricordavano, è ricco di epiche imprese nelle bufere di neve, o sotto il diluvio, o dopo immonde fatiche. Già, questo della fatica disertata è il leit motiv di tanti ds che fingono di cascare dalle nuvole sulle decisioni prese dai loro corridori (la proposta di tagliare la tappa girava già la sera prima su Telegram). In realtà, il problema è più complesso: è una crisi politica di governance, di gestione del ciclismo professionista, ormai scardinato da logiche feroci di business e di concorrenze organizzative.

Mafia: in mancanza di prove hanno sciolto Trecastagni

Nel 2016 alcuni consiglieri di maggioranza e opposizione e persino la presidente del consiglio comunale di Catania, eletta nel Pd, vennero individuati dai carabinieri come parenti diretti di boss mafiosi e di condannati per mafia, o di imprenditori a loro legati, eppure il Prefetto Guia Federico decise di non proporre lo scioglimento per mafia: “Nessuno degli eletti faceva parte della giunta – disse in Commissione Antimafia – per influenzare le scelte amministrative avrebbero dovuto mettersi d’accordo tutti’’. Due anni dopo, però, la stessa Prefettura propose di sciogliere il Comune di Trecastagni, nonostante tutti i suoi eletti (consiglieri comunali, sindaco e giunta) non fossero mai stati sfiorati dalle indagini che avevano invece colpito due funzionari coinvolti nella gestione criminale dei rifiuti. Due pesi e due misure sottolineati nel suo libro Cosa Nostra spa (PaperFirst) dal consigliere del Csm Sebastiano Ardita, una disparità di trattamento che oggi si aggiunge al contesto disegnato dall’Antimafia regionale, che ha redatto un elenco di Comuni sciolti per mafia dietro i quali si celano, come ha detto il presidente Claudio Fava, “interessi opachi” legati al business criminale dei rifiuti. “Un’iniziativa come l’accesso al Comune di una città come Catania – un pozzo senza fondo di relazioni pericolose tra mafia, politica e imprese – avrebbe comportato una grossa grana per il governo nazionale – ha scritto Ardita – eppure vi posso assicurare che non è andata sempre così per casi simili. Appena due anni dopo, infatti, nella primavera del 2018, per il Comune di Trecastagni sarebbe stato adottato un metro di valutazione ben più rigoroso, senza che il sindaco (l’eurodeputato Giovanni Barbagallo del Pd, ndr) e nessun consigliere o assessore fossero sfiorati da inchieste e neppure da sospetti di collusione mafiosa. Ma nessuno ha chiesto mai conto delle ragioni di questa differenza…’’.

Ridateci il vitalizio: consiglieri regionali uniti nel ricorso. Gli esposti sono già oltre 500

L’ultimo ricorso è degli 82 ex consiglieri regionali del Veneto che al principio del “diritto acquisito” non vogliono rinunciare. Il ricorso contro il taglio dei vitalizi per adeguare le regioni al trattamento dei parlamentari è stato depositato al Tribunale di Venezia­e potrebbe arrivare addirittura alla Corte costituzionale. Ma in un momento di crisi economica prodotta dall’emergenza Covid, a colpire è il dato generale: al momento, in tutta Italia, i ricorsi contro il taglio dei vitalizi sono oltre 500 tra gli ex consiglieri di Friuli, Veneto, Lazio, Emilia-Romagna, Campania, Trentino, Piemonte, Basilicata e Molise. In più, presto si dovrebbero aggiungere anche i 20 consiglieri provinciali del Trentino che chiedono l’adeguamento Istat del proprio vitalizio a partire dal 2021 e che la giunta regionale di Maurizio Fugatti vorrebbe bloccare visto il periodo di vacche magre. Ma Maurizio Paniz, avvocato dei ricorrenti, spiega: “Il taglio dei vitalizi è illogico e lineare – dice al Fatto – non difendo un privilegio ma i pensionati italiani”.

Ospedale di Alzano: dirigenti indagati anche per falso in atti pubblici

Non solo epidemia colposa. C’è anche un altro reato contestato ai due dirigenti della Asst Bergamo Est, il direttore generale Francesco Locati e il direttore sanitario Roberto Cosentina: falso in atti pubblici. Per aver attestato di aver preso “tutte le misure previste” all’ospedale di Alzano Lombardo, il 23 febbraio, quando l’ospedale fu chiuso per Covid, ma riaperto dopo poche ore.

“Circostanza rivelatasi falsa, stante la incompleta sanificazione del pronto soccorso e dei reparti del presidio”: così è scritto nel decreto che la Procura di Bergamo ha affidato alla Guardia di finanza, mandata due giorni fa ad acquisire documentazione presso gli uffici della Asst e presso l’assessorato regionale di Giulio Gallera. Locati avrebbe attestato il falso anche scrivendo in una relazione di “tamponi” effettuati a pazienti e operatori dell’ospedale già dal 23 febbraio.

La questione della insufficiente sanificazione del Pesenti Fenaroli di Alzano fu subito sollevata dal personale dell’ospedale, mentre l’assessore Gallera ha più volte dichiarato che il presidio fu riaperto, domenica 23 febbraio, dopo essere stato bonificato. Nei giorni seguenti, partì proprio da Alzano un’onda di contagi che rese la provincia di Bergamo l’area più colpita d’Europa dal coronavirus, con 6 mila morti in tre mesi.

La consegna degli avvisi di garanzia per epidemia colposa – arrivati, oltreché a Locati e Cosentina, anche all’allora direttore generale della Sanità lombarda Luigi Cajazzo, al suo vice, Marco Salmoiraghi, e a una dirigente dell’assessorato, Aida Andreassi – è stata commentata positivamente dal Comitato Noi denunceremo, formato da migliaia di parenti e amici delle vittime della prima ondata di Covid-19: “Questa notizia”, dichiara l’avvocato del comitato, Consuelo Locati, “ci dà soddisfazione del lavoro che stiamo portando avanti da cinque mesi”.

Quasi 20 mila casi. L’Iss: “La situazione ora è molto grave”

Oltre 19mila casi di SarsCov2 in 24 ore. Per la precisione 19.143. Ma non è l’ennesimo record giornaliero a fare notizia o a spaventare. La curva è ormai partita verso l’alto e prima di 7-10 giorni sarà impossibile vedere gli effetti del Dpcm del 13 ottobre che ha imposto l’uso della mascherina all’aperto (per quello del 18 bisognerà aspettare ancora di più). Nel frattempo le Regioni continuano a macinare primati: in Lombardia i nuovi casi positivi hanno sfiorato le 5mila unità, mentre sono arrivati a 2.280 in Campania e a 2.032 in Piemonte. Cresce la pressione sugli ospedali: secondo l’ultimo report dell’Alta Scuola di Economia e Management dei Sistemi Sanitari della Cattolica, i ricoveri sono in aumento nel Nord Italia e riguardano il 6,21% dei positivi rispetto al 5,26% della scorsa settimana.

“L’epidemia è in rapido peggioramento”, certificano il ministero della Salute e l’Istituto Superiore di Sanità nel loro monitoraggio settimanale. L’incidenza dei casi, che misura la diffusione del virus nel Paese, è passata dai 75 per 100mila abitanti del periodo 29 settembre-11 ottobre ai 146,18 registrati tra il 5 e il 18 con picchi paurosi in Lombardia (1.291,12), Liguria (1198,54), Val d’Aosta (1.333,85), Provincia di Trento (1.291,93) e Piemonte (1.03,93).

A livello nazionale l’indice di trasmissione Rt calcolato dall’Iss è pari a 1,5, “compatibile con uno scenario di tipo 3”, in base al documento pubblicato il 13 ottobre (che descrive 4 scenari di gravità crescente in cui l’Italia potrà trovarsi nei prossimi mesi) e prevede una “situazione di trasmissibilità sostenuta e diffusa con rischi di tenuta del sistema sanitario nel medio periodo, con valori di Rt regionali sistematicamente compresi tra 1,25 e 1,5” il che “potrebbe comportare un sovraccarico dei servizi assistenziali entro 2-3 mesi”. Il valore è superiore a 1,25 “nella maggior parte delle Regioni” e ci sono “segnali che si riesca solo modestamente a limitare il potenziale di trasmissione di SarsCov2”. Uno scenario che fa parlare l’Istituto di “raggiungimento imminente di soglie critiche dei servizi di diverse Regioni” e gli fa dire che “sono “necessarie misure (…) che favoriscano una drastica riduzione delle interazioni fisiche tra le persone, comprese restrizioni nelle attività non essenziali e della mobilità”.

Il problema è che il valore di 1,5, sottolinea lo stesso istituto, è relativo al periodo 1-14 ottobre. In pratica un’era geologica fa, quando i casi giornalieri erano assai più bassi: in quelle due settimane furono in totale 57.737 quando solo tra il 15 e la giornata di ieri (9 giorni) sono stati il doppio: 112.071. Fonti del ministero assicurano che l’Rt non è arrivato a quota 2, ma il rischio è che lo scenario 3 sia superato e il Paese possa aver sconfinato nel 4, una “situazione di trasmissibilità non controllata con criticità nella tenuta del sistema sanitario nel breve periodo” che “potrebbe portare rapidamente a (…) chiari segnali di sovraccarico dei servizi assistenziali, senza la possibilità di tracciare l’origine dei nuovi casi”.

È lo stesso Iss a dire nel monitoraggio che il sistema di contact tracing, vitale per isolare tempestivamente i casi positivi, è saltato: “L’impossibilità sempre più frequente di tenere traccia di tutte le catene di trasmissione” è testimoniato dai numeri. I nuovi focolai, scrive l’Iss, sono 1.286, in diminuzione per la prima volta da 11 settimane. Il calo è dovuto “al forte aumento dei casi per cui i servizi territoriali non hanno potuto individuare un link epidemiologico”. Tra il 12 e il 18 ottobre “sono stati segnalati 23.018 casi non associati a catene di trasmissione note”, (9.291 quelli della settimana precedente), ovvero il 43,5% del totale dei casi notificati nei 7 giorni. Un fatto che ridimensiona i dati relativi agli ambienti in cui il virus si diffonde maggiormente: secondo l’Iss l’81,7% dei focolai si verifica in ambito domiciliare, ma il dato è relativo al 56,5% del totale dei casi, quelli che sono stati tracciati. Sul restante 43,5% le Asl non hanno notizie.

Milano, ieri 270 chiamate al 118 per sospetti Covid: come aprile

Il suono, per la città, era tornato a essere solo quello delle rotaie del tram. Almeno fino a qualche giorno fa, quando, invece, si è riaffacciato l’incubo peggiore, quello delle sirene delle ambulanze che hanno ripreso a suonare come se fosse marzo. Ma Milano è già tornata a marzo. La città – se si guardano i numeri di Areu, l’Agenzia regionale che gestisce il servizio emergenza-urgenza, che in un report giornaliero registra le chiamate al 118 per venti respiratori o infettivi gravi – sembra già essere ripiombata in quei giorni drammatici: 270 ieri, 264 giovedì. Tante sono le ambulanze che sono uscite per “problemi respiratori e per sintomatologia infettive”. Basta un colpo d’occhio alla curva che disegna il trend delle chiamate d’emergenza: punta spedita, dritta, di nuovo verso l’alto. Solo il 29 settembre quegli interventi erano stati 68. In meno di un mese, a Milano (Città metropolitana e Brianza), le chiamate per “sospetti Covid-19” sono triplicate.

Per trovare lo stesso numero di ieri – 270 – si deve tornare alla prima settimana di marzo 2020, quando il Covid stava già galoppando in Lombardia. Il 13 marzo ci fu il record di 694 chiamate al 118 in un giorno: ma eravamo a Bergamo e a Brescia, l’epicentro del contagio nella prima ondata. Il picco di chiamate, per Milano, si ebbe il 25 marzo, con 525 interventi richiesti in un giorno. “Oggi siamo oltre la soglia del 50% di quel picco massimo. E la crescita attuale è esponenziale”, commenta preoccupato il dottor Claudio Mare direttore dell’Areu.

“La battaglia di Milano”, per dirla con le parole di Massimo Galli, si sta dunque preparando. Perché non c’è di nuovo solo l’incubo di quelle sirene a risuonare nelle orecchie dei milanesi. Ci sono, per un altro giorno consecutivo, i numeri dei nuovi contagi: ieri 4.916 in tutta la regione, 1.126 solo a Milano città, con 350 ricoverati in più in reparti Covid e 184 in più in terapia intensiva. E, se aumentano gli interventi dei soccorritori, cresce anche il numero delle persone nei pronto soccorso. Ieri in grande affanno Sacco, Policlinico e Niguarda: tutti i pronto soccorso degli ospedali più grandi erano sommersi di potenziali pazienti, e di ambulanze. Attese di lunghe ore, spesso anche al di fuori delle strutture, per farsi visitare o ricoverare. “Non siamo ancora in emergenza, il sistema tiene – spiega il presidente di Anpas Lombardia, Luca Puleo – ma è fisiologico che aumentando gli interventi per sospetti Covid, nelle ultime 36 ore cresciuti sensibilmente, si allunghino pure le procedure di accettazione negli ospedali. Perché i protocolli sono diversi. Per continuare ad assicurare il soccorso a tutti, noi abbiamo aggiunto 4 mezzi in più. E da lunedì, potremmo contare su altri mezzi aggiuntivi”. Oggi le ambulanze a Milano e provincia sono 48, ma negli ultimi 7 giorni ne sono state chieste già 15 in più.

Le mappe epidemiologiche non mentono. Quella della diffusione dei focolai nel territorio di competenza dell’Ats Milano è tutta rossa, una distesa di puntini rossi. “Ora dobbiamo stare terribilmente attenti, con profondo senso di scoramento e tristezza mi tocca dire, in particolare ai milanesi, che adesso è meglio stare in casa”, ha detto ieri il professor Galli. E mentre la città vive un altro giorno difficile, il secondo da quando è entrato in vigore il “coprifuochino”, la politica continua a dividersi. Ieri, durante l’ennesima riunione tra il presidente Attilio Fontana e i sindaci, si è consumato lo strappo istituzionale. A far crollare quel fronte comune che nei giorni scorsi aveva portato alla delibera condivisa sulle restrizioni degli orari, la didattica a distanza: per Fontana un’arma irrinunciabile. Per sindaci come Sala e Gori una dichiarazione di sconfitta. L’incontro, ieri, è finito molto male, con Fontana che – assai alterato, dicono i presenti – ha sbattuto la porta e si è presentato alla stampa dicendo che la Dad si farà, perché “la situazione è drammatica”. E c’è da assumersi tutta la responsabilità della scelta divisiva. Fontana ieri mattina ha anche detto: “Non possiamo escludere niente”. La richiesta allarmata di interventi più restrittivi, almeno per sigillare Milano, viene – lo ha raccontato giorni fa il Fatto – dai tecnici e dagli scienziati, oltreché dai dati. Tutti lo sanno, ma nessuno lo decide.

Il Pd legge i dati e poi sbotta: “L’ultimo Dpcm è un brodino”

Il Pd vuole da Giuseppe Conte un patto di legislatura, misure molto più dure per il contenimento del Covid, un piano sulla sanità che passi anche per il Mes. Roberto Speranza vuole chiudere il più possibile e il più presto possibile e pensa a un lockdown totale da qui a 10 giorni. Le Regioni, una dopo l’altra, stanno scegliendo una linea molto più severa di quella del governo. L’accerchiamento nei confronti del premier, attestato su una posizione più morbida, aumenta giorno dopo giorno, ora dopo ora. Ma la linea della durezza si sdogana davvero solo dopo i numeri di ieri. È a quel punto che il dialogo riprende, il braccio di ferro pure. “Conte stavolta ha sbagliato. L’ultimo Dpcm è un brodino caldo. E la conferenza stampa di domenica ha solo aumentato la confusione”. Al Nazareno stavolta non risparmiano le critiche. È passata una settimana da quando Dario Franceschini e Speranza hanno iniziato un pressing continuo sul premier per indurlo a misure pesanti. Il primo round è durato tutto lo scorso weekend e si è risolto con pochi aggiustamenti a livello centrale, mentre le Regioni alla spicciolata hanno cominciato a prendere le loro misure.

Ieri la pressione per arrivare a provvedimenti più duri è ricominciata. Il Pd ha martellato per tutto il giorno. “Smettere di navigare a vista. Serve un cambio di passo del governo”, ha detto Nicola Zingaretti in una direzione del Pd che doveva essere per discutere della centralità del partito dopo le Regionali, ma nella quale si parla di fatto solo di Covid. Con il segretario che torna a chiedere il Mes. E Andrea Orlando che lo dice chiaro e tondo: “Il Dpcm sconta alcune incertezze su cui dovremo ritornare”. Mentre Goffredo Bettini verbalizza quello che molti pensano tra i Dem: “Non sento un clima nella società italiana sufficientemente compatto e disponibile all’attesa e di fiducia nei confronti di chi governa”.

Intanto, il capo delegazione, Franceschini, resta fermo sulla sua posizione: la situazione è grave, è inutile continuare a tentennare, il suo ragionamento, meglio provare a stroncare sul nascere la situazione, piuttosto che trovarsi tra 10 giorni in una situazione di non ritorno. Neanche lui, per ora, pensa a un lockdown totale, ma a un coprifuoco più esteso. Sulla stessa linea, il ministro della Salute, Roberto Speranza, uscito scontento dopo le misure varate nell’ultimo Dpcm. Il principio resta quello di salvaguardare attività lavorativa e scuola. Il lockdown neanche per lui è cosa di oggi, ma non lo esclude da qui a 10 giorni. Intanto, nel mirino ha messo palestre e piscine e poi valuta bar e ristoranti. Pensa a chiuderli del tutto e consentire solo l’asporto, oppure chiudere dopo le 15, o magari in serata.

Per Pd e ministro della Salute non ci sono dubbi che serva un provvedimento, già nel weekend. Sulle scrivanie girano sondaggi che danno il premier in calo e la voglia degli italiani di misure più stringenti in aumento. “Non si può far fare il lavoro sporco alle Regioni”, è l’altra critica che si fa a Conte. Perché una dopo l’altra i governatori stanno di fondo sconfessando la linea del governo. Vincenzo De Luca minaccia il lockdown in Campania, nel Lazio ieri notte è partito il coprifuoco dalle 24 alle 5, in Piemonte partirà lunedì, dalle 23 alle 5, in Calabria anche l’orario del coprifuoco è questo, mentre la didattica a distanza sarà per tutto il triennio delle superiori. Tutti e 5 gli anni invece in Lombardia, che ha già iniziato il coprifuoco e nel weekend chiuderà anche i centri commerciali. Questo è solo l’inizio: altre Regioni seguiranno. Tanto che il presidente della Conferenza Stato-Regioni, Stefano Bonaccini, sta cercando di convincere Conte ad attuare un provvedimento unico, per uniformare le linee generali (Dad, coprifuochi notturni e chiusura dei centri commerciali nel weekend). A chi tocca prendersi le responsabilità è una discussione nella discussione.

“Soglie per nuove misure, ma il lockdown è lontano”

Professor Franco Locatelli, presidente del Consiglio superiore di sanità, le Rianimazioni reggeranno?

I numeri delle Terapie intensive sono ancora significativamente inferiori agli oltre 4 mila malati di inizio aprile: siamo al 25% di quel picco. Lo Stato ha attivato ed è in condizione di attivare nuovi posti letto in numero adeguato. Lo stesso discorso vale per i ventilatori forniti dal commissario Domenico Arcuri alle Regioni. Siamo in condizioni tanto migliori rispetto al pre-pandemia come numeri di posti nelle terapie intensive. Quando si arriverà a una soglia del 30% di occupazione dei posti letto a disposizione salirà l’allerta, adesso siamo al 10-15% e comunque l’attenzione è alta. Tutto l’ordinario, tenga presente, deve continuare a essere garantito.

Risultati degli ultimi due Dpcm? Il coprifuoco alle 21 potrebbe servire?

Servono almeno un paio di settimane per avere effetti sulla curva epidemica. Altre misure? Lo diranno i numeri. Chiudere alle 21 penalizzerebbe attività come i ristoranti già in crisi grave. La cosa importante è evitare assembramenti. “Coprifuoco” evoca scenari tristi di limitazione della libertà con la forza, parlerei piuttosto di restrizioni alla possibilità di movimento. Ma quel che serve davvero è un patto generazionale: a perdere la vita per il Covid sono in maggior misura ultrasessantenni soprattutto se con patologie concomitanti come il diabete e problemi polmonari o cardiaci. I giovani devono tutelarli con i comportamenti, lo prendano come un modo di restituire qualcosa ai più anziani: per la fortuna di vivere un’epoca senza conflitti bellici, con sistemi sanitari e solidaristici avanzati…

Il premier Giuseppe Conte ha ribadito: no al lockdown nazionale.

Ha ragione. Avrebbe conseguenze sociali ed economiche inaccettabili. E la scuola va tutelata a tutti i costi: nella peggiore delle ipotesi sarà l’ultima da sacrificare.

Cento scienziati hanno chiesto a Quirinale e governo scelte drastiche subito.

Sono personalità autorevoli e della loro opinione bisogna tenere conto. Ma le scelte spettano alla politica e chi la rappresenta con ruoli di governo, ritengo, non abbia affatto dato fin qui cattiva prova di sé.

De Luca ha annunciato il lockdown regionale in Campania, andrebbe chiusa anche Milano?

Credo che solo sindaci e governatori abbiano elementi adeguati per poter prendere decisioni del genere. Il problema di Milano è la densità abitativa, le abitudini sociali e lavorative e qualche fattore ambientale: ci sono ormai studi sulla propagazione di SarsCov2 con l’inquinamento. La memoria sociale e immunologica sta servendo, in questa seconda ondata, a Bergamo e Brescia, invece. Ma nel complesso la Lombardia è in difficoltà come anche la Campania e Napoli, che guarda caso è la seconda città al mondo per densità abitativa.

Le chiusure notturne all’estero funzionano?

Non abbiamo evidenze solide sull’efficacia delle restrizioni notturne all’estero; la situazione italiana tuttavia – nonostante la crescita del contagio – è ancora di privilegio in Europa. Abbiamo avuto grande successo nel far flettere la curva fino ai 200 casi al giorno della passata estate e perdura una memoria sociale di buone pratiche: mascherine, distanziamento, igiene. Evitiamo gli spostamenti non motivati da ragioni stringenti e stiamo a casa il più possibile in questa fase cruciale.

Esiste un numero-incubo raggiunto il quale è lockdown nazionale?

Stiamo facendo in queste ore riflessioni col ministro Roberto Speranza, il presidente dell’Iss Silvio Brusaferro e il direttore scientifico dello Spallanzani Giuseppe Ippolito per identificare parametri volti a stabilire soglie: parliamo di combinazioni di numeri tra contagiati rispetto ai tamponi, occupazioni delle terapie intensive e ricoveri ordinari, morti. L’idea è di arrivare a definire un meccanismo che faccia scattare dei livelli di restrizioni fino alla peggiore ipotesi del lockdown nazionale a cui faremo di tutto per non arrivare.

Conte fa il “chirurgo”: chiusure “ben mirate” e stop a bar e palestre

Sul tavolo ha i documenti durissimi del Comitato tecnico scientifico. E il report angosciante dell’Istituto superiore di Sanità. E le ordinanze che i presidenti di Regione hanno già firmato senza aspettare il governo. E ancora le decisioni che prima di noi hanno preso gli altri Paesi europei, senza grossi risultati. Sono i pezzi di “un puzzle”, spiegano da Palazzo Chigi, che Giuseppe Conte è impegnato a comporre, per trovare quella famosa “nuova strategia” che fermi la corsa del virus senza costringere il premier a tirare fuori la parola lockdown. Almeno non quello nazionale, che ha visto l’Italia chiudere tra marzo e maggio scorsi.

Però, come li giri li giri, i pezzi di quel puzzle dicono che quasi niente combacia come dovrebbe. Conte non vuole fare di fretta, è convinto che debbano ancora vedersi i risultati del Dpcm che ha firmato quasi due settimane fa, quando ha imposto l’obbligo di mascherina anche all’aperto. A Palazzo Chigi si ragiona addirittura sul fatto che questo weekend i contagi potrebbero stabilizzarsi, in virtù di quel provvedimento che porta la data del 13 ottobre. Per questo Conte insiste: aspettiamo, guardiamo come evolve la curva. Ma è “molto preoccupato”, e ormai lo ammette senza riserve.

Così, ragiona su una serie di interventi, che viaggiano su due linee precise: la prima prevede lockdown territorialmente mirati, che vadano a “sigillare” i luoghi dove la situazione è fuori controllo. Comuni, città, ma anche intere regioni. “Sigilli” che ovviamente vieteranno la mobilità sia tra le province di una stessa regione sia tra una regione e l’altra. Interventi chirurgici, li immagina Conte, “mirati e calibrati”, che servano a fermare l’onda ma non costringano tutto il Paese a una quarantena collettiva.

E poi la seconda linea di intervento, che è quella che riguarda le cosiddette attività non essenziali: le palestre, i parrucchieri e i centri estetici, ma anche i bar e i ristoranti. Interi settori produttivi per cui l’esecutivo sta già studiando strumenti di ristoro per compensare la chiusura.

Dopo una giornata di riflessione, dunque, la stretta ha preso forma. E adesso resta solo da capire quando e dove arriverà. Di certo, le indiziate speciali sono Milano e Napoli, le due popolose metropoli dove il Covid sta viaggiando a ritmi galoppanti. Ma non sono le uniche, sia chiaro. Sui tempi resta la ferma volontà del premier di non prendere decisioni affrettate, ma dentro l’esecutivo sono in molti a ritenere che la settimana di tempo che consentirebbe di valutare a pieno anche gli effetti dell’ultimo Dpcm, quello di lunedì, non sono sostenibili. E che il nuovo intervento deve arrivare nel giro delle prossime ore. Intanto perché il sistema di tracciamento è completamente saltato: basti pensare che quasi la metà dei casi emersi questa settimana “non sono associati a catene di trasmissione note”. Tradotto – dice l’Iss – ci sono più di 23mila positivi per cui le Asl non sono riuscite a “stabilire link epidemiologici”. E poi c’è l’indice Rt che ha ormai superato ovunque l’1,25 (la soglia critica è considerata 1) e, sempre secondo l’Istituto superiore di sanità, dal punto di vista delle terapie intensive, “esiste una probabilità elevata che numerose Regioni raggiungano soglie critiche di occupazione in brevissimo tempo”. Resta stabile rispetto alla scorsa settimana l’incidenza dei focolai nati nelle scuole, che è del 3,5% sul totale. Ragione in più per cui Conte è intenzionato a mantenere l’imperativo della ministra Lucia Azzolina, per cui il “primo ciclo non si tocca”. Si proverà invece a intervenire, anche qui in maniera più “chirurgica”, sulla questione della didattica a distanza per l’istruzione superiore, che pure è già stata ampiamente sdoganata dalle ordinanze dei governatori.

“Salviamo la scuola e il lavoro”, ripete Conte. Il resto è ormai già sacrificato. Bisogna solo capire se il premier, che non vuole andare di fretta, dovrà mettere di corsa quel pezzo di puzzle che manca sul suo tavolo.

A che punto è la notte

Per capire a che punto siamo e dove andiamo, bisogna leggere correttamente i dati quotidiani che ci piovono addosso senza qualcuno che ce li spieghi (come nella mai troppo rimpianta conferenza stampa della Protezione civile durante il lockdown). E quelli da tener presente non sono i nuovi contagi accertati (quasi tutti asintomatici, cioè pericolosi non per sé ma per gli altri), che seguono il classico andamento esponenziale (70.633 da lunedì a ieri, contro i 36.666 dei primi cinque giorni della settimana scorsa e i 18.442 della precedente) e dipendono anche dall’aumento dei tamponi (118mila il 1° ottobre, 182mila ieri). Ma quelli più trascurati dai media: il rapporto tamponi-positivi e l’incremento dei ricoveri (in ospedale e in terapia intensiva). Il rapporto tamponi-positivi aumenta in modo forte e costante, ma non esponenziale (da qualche giorno è tra il 9 e il 10,5%). Idem i ricoveri: venerdì scorso erano 6.178 nei reparti Covid e 638 in TI, ieri 10.549 (+4.371) e 1.049 (+411). Quindi la seconda ondata si conferma molto meno drammatica della prima. Ma resta grave perché, se la curva non frena, fra un mese potremmo avere TI e ospedali pieni di malati di Covid (manco fossero gli unici malati).

E allora: panico e lockdown totale no, massima attenzione e misure chirurgiche sì. Il governo ne sta studiando di nuove, per essere pronto a vararle tra una settimana, quando inizieranno a vedersi gli effetti (o i non-effetti) di quelle già adottate e della nuova sensibilità diffusa fra gli italiani dalla paura degli ultimi giorni. Alla luce di quel che accade nel resto dell’Ue, investito dalla seconda ondata e costretta ad agire prima di noi, si intuisce quali rimedi adottati anche da noi funzionano e quali no. I coprifuoco notturni sono pannicelli caldi: la notte, a parte le zone centrali della movida nei weekend, in giro non c’è nessuno e il contagio galoppa di giorno, nelle case e sui mezzi pubblici. Invece l’aumento dello smart working alleggerisce i mezzi pubblici e le chiusure dei centri commerciali nei weekend evitano affollamenti. Ma siccome abbiamo almeno due metropoli fuori controllo, Milano e Napoli, come buona parte delle rispettive Regioni, e altre aree vicine al collasso, vanno adottati lockdown metropolitani di qualche settimana per resettare la situazione, dare respiro agli ospedali e poi ripartire, visto che la fallimentare sanità regionale non riesce a curare la gente a casa. Intanto, su scala nazionale, vanno chiuse alcune attività non essenziali (con ristoro immediato per chi ne paga le conseguenze) per ridurre la circolazione sui mezzi pubblici e salvare scuola e lavoro essenziale. Insomma, misure mirate e utili. Non gride manzoniane fatte per dire di aver fatto qualcosa.