Quel gran secchione di Bowie. Il Duca, lettore compulsivo

Odiava viaggiare in aereo. Si spostava in treno o in nave, portandosi dietro la biblioteca personale. Ingegnosi bauli, con tanto di mensole per ordinarvi una quantità significativa dei 1.500 volumi che avevano formato la sua cultura. Tra questi, ne avrebbe scelti cento – non necessariamente i “preferiti” – che nel 2013, tre anni prima della morte, sarebbero stati rivelati in una mostra all’Albert & Victoria Museum.

La lista dei libri favoriti di David Bowie, lettore onnivoro, una dipendenza coltivata per tutta la vita, con maggior ostinazione a metà degli anni Settanta, cercando di smarcarsi dalle droghe che lo minavano nel fisico e nella creatività. Così la rockstar di Space Oddity nutriva l’anima: leggeva e leggeva, ovunque si trovasse, in studio o su un set. Ne trasse pure un hobby intellettuale, recensendo opere per la catena Barnes & Noble. Oggi l’elenco dei top 100, curato in un prezioso saggio dal giornalista musicale John O’Connell, è stato tradotto in italiano: Il book club di David Bowie (Blackie Edizioni, in libreria da giovedì) non è però un divertissement autografo del Duca Bianco, bensì un ritratto a tutto tondo che O’Connell ci offre di lui sciorinandone le predilezioni. E non sarà una sorpresa trovare tra i Cento, in un catalogo che include alla rinfusa Bulgakov, T.S. Eliot o il Capote di A sangue freddo, autori come Yukio Mishima (Il sapore della gloria) accanto all’Omero dell’Iliade, accomunati da un fil rouge omoerotico, così come le peregrinazioni di Bruce Chatwin (Le vie dei canti) non lontane dall’incandescenza dell’Inferno di Dante – il primo inviato alle prese con i suoni hard rock dell’Ade. I soli scrittori che compaiono per ben due volte sono l’Anthony Burgess di Arancia Meccanica (i Drughi epigoni dei teppisti mod degli Anni 60) e Gli strumenti delle tenebre accanto al George Orwell di Nel ventre della balena più, inevitabilmente, 1984.

Quella per i totalitarismi era una radicata ossessione di Bowie: che fu sospettato, ingiustamente, di simpatie naziste, soprattutto per l’incidente del saluto hitleriano ai fan a Londra nel 1976. Berlinese d’adozione dopo il periodo della caduta hollywoodiana, studiava la patria elettiva grazie agli scritti di Alfred Doblin o di Christa Wolf, tra Weimar e Pankov. David il tedesco, che ispirato dal ponderoso excursus storico di Orlando Figes La tragedia di un popolo esplorò in Transiberiana la dolorosa vastità della Russia sovietica: fu fatto scendere dal treno dagli agenti del Kgb che gli chiesero conto dei libri sul Führer. Curiosità lecite in uno spirito come Bowie, figlio di un’epoca di divisioni: quando suonò sull’Alexander Platz nel 1987 si rivolse al pubblico invisibile in quell’Est lì a pochi metri, durante l’esecuzione di Heroes, e poco ci mancò che i picconi non demolissero il Muro già quella sera.

Le vicende dei vinti lo mangiavano dentro, come gli schiavi della Storia del popolo americano dal 1492 a oggi di Howard Finn. Ma accettava, con i filtri dell’arte, la tragedia del Tempo che gli scorreva davanti: quanto sarebbe stato consolante, per lui, vivere nei panni del Grande Gatsby o in quelli del principe Fabrizio del Gattopardo. Deve cambiare ogni cosa perché tutto resti com’è. Lo sapeva bene, Bowie. È il motivo per cui il dandy alieno mutava continuamente pelle, camuffandosi da Ziggy Stardust o da Duca Bianco. Mille identità per esorcizzare lo spettro della follia che aveva graffiato la sua famiglia: il fratellastro Terry, che gli aveva passato On the road di Kerouac, aprendolo agli scenari illuminanti del beat e del buddismo (a lungo Bowie coltivò l’idea di farsi monaco) era schizofrenico. Roso dalla colpa, David andava a trovarlo in ospedale psichiatrico senza carpirgli una parola. Divorò, per entrare nei labirinti di Terry, il controverso Crollo della mente bicamerale di Julian Jaynes e L’io diviso della psico-star R.D. Laing.

Si nascondeva tra le pagine altrui, Bowie. La tana più sorprendente fu A grave for the dolphin, del medico Alberto Denti di Pirajno, che in Africa Orientale documentò due amori: quello di un soldato italiano con una ragazza somala, e quello della fanciulla con un delfino. Quando lei morì, il cetaceo si buttò in spiaggia. Bowie ne trasse ispirazione per Heroes. Anni dopo, gli proposero un film nella parte del militare, con la moglie Iman in quello della ragazza. Nessuno sapeva del suo entusiasmo per il racconto di Denti di Pirajno.

David giocava a celare le cose nel momento stesso in cui le mostrava. Nel mio unico incontro ravvicinato con lui si mostrò affabile, cortese, intellettualmente esposto. Dalla sua giacca spuntava un tascabile. Gli chiesi di cosa si trattasse. Eluse sorridendo la domanda. Non saprò mai se fosse uno dei cento libri della lista.

“Il complottismo di QAnon si nutre degli scandali reali”

Per alcuni sono solo una delle tante bande di scriteriati che credono a storie folli: dalla congiura dei pedofili al complottismo sul Coronavirus. Per altri sono un fenomeno allarmante che potrebbe potenziare l’ultradestra, dagli Usa all’Europa, e avere un peso anche nelle imminenti Presidenziali Usa. Si chiamano QAnon ed esistono dal 2017. Il Fatto Quotidiano ha chiesto un’analisi alla professoressa Gabriella Coleman della McGill University, Canada, una delle più autorevoli studiose diattivismo digitale e politica.

Che cos’è QAnon?

È una teoria della cospirazione, inizialmente partita da gruppi marginali anonimi su forum online come 4chan e 8chan, ma che poi si è allargata fino a raggiungere l’opinione pubblica su Twitter, Facebook e sulle radio. La teoria è che “Q” è un funzionario di alto livello del governo che fa uscire indizi sulle trame del Deep State. Secondo Q, i democratici Usa gestiscono una setta satanica dedita alla pedofilia e Trump rivela queste trame. Questa è la loro teoria più nota, poi ce ne sono altre che ruotano intorno al Covid.

Puro cospirazionismo…

È chiaro. Niente di tutto questo ha alcun fondamento reale, ma c’è un lato di queste teorie cospiratorie che riguarda gli scandali e gli abusi sessuali. Se consideriamo gli insabbiamenti nel caso della Chiesa Cattolica e di Jeffrey Epstein, ci porta a riflettere sulla pedofilia e sulle potenti istituzioni che hanno protetto i pedofili per moltissimo tempo. C’è un’altra dimensione che rende QAnon eccitante e coinvolgente per chi ne fa parte: l’account di Q rilascia indizi e i seguaci li interpretano insieme, quindi sono stimolati a partecipare. E poi c’è l’elemento dell’esclusività: la segretezza li fa sentire parte di qualcosa di speciale.

Crede che questa gente debba essere presa sul serio perché potrebbe influenzare il dibattito politico o pensa che sia presa troppo sul serio considerate le loro follie?

Sono combattuta, perché, tra le altre cose, ci sono due aspetti contraddittori. Da una parte, potrebbe essere un fenomeno che allontana alcuni conservatori americani moderati e Repubblicani, in quanto il loro ha iniziato ad essere percepito come un partito che supporta le bufale. D’altra parte, però, incoraggia gli americani a diventare conservatori duri e puri. Dobbiamo andare oltre l’atteggiamento di chi li tratta da idioti, che semplicemente credono a cose folli. Molto del giornalismo che se ne è occupato è di grande qualità, ma con un approccio limitato: guarda a come Internet aiuta QAnon a diffondersi e come la logica del gioco di partecipazione attira e coinvolge chi ci crede. La premessa è che chi vi partecipa è manipolabile e può essere ingannato. Ma è stato fatto pochissimo lavoro di indagine sul perché la gente crede a queste idee! Da questo punto di vista, non solo dovremmo prenderlo sul serio, ma dovremmo intervistare chi davvero ci crede e passare del tempo a studiarli. Dobbiamo ammettere che, in generale, la logica dell’abuso di potere nella nostra società, che include scandali e insabbiamenti massicci, probabilmente alimenta teorie della cospirazione. E questa è una delle ragioni per cui è vitale affrontare la corruzione e gli abusi, quando questi accadono.

Crede che QAnon aiuterà Trump a vincere?

Difficile misurare l’impatto. Come ho detto, ci sono due possibili tendenze in conflitto tra loro. Il fatto che venti supporter di QAnon corrano per il Congresso e il presidente Trump supporti QAnon significa che si diffonderà ulteriormente. Questi politici lo legittimano. Allo stesso tempo, però, immaginiamo cosa significhi che QAnon continui a diffondersi e che il Partito Repubblicano diventi noto per essere un covo di matti: questo allontanerebbe i più moderati e i loro candidati e quindi minerebbe la forza dei Repubblicani.

Che mangino brioches: no a pasti gratis ai bimbi

“Dispero nel vedere che usiamo la povertà infantile per schermaglie politiche”.

Dispera anche metà del Regno Unito, che con Marcus Rashford aveva sperato, appunto, che la Camera dei Comuni approvasse la sua richiesta di fornire pasti gratis anche durante le vacanze ai bambini poveri, i figli dei più disagiati, quelli per cui il sistema di finanziamenti statali è insufficiente o arriva troppo tardi.

Nella quinta economia del mondo sono circa 1,4 milioni quelli che ottengono pasti decenti solo quando vanno a scuola: il resto del tempo patiscono letteralmente la fame. Rashford lo sa bene. A 22 anni è una stella del Manchester United e della Nazionale di calcio britannica. Ma, da bambino figlio di immigrati di St Kitts, quella fame l’ha patita anche lui, e non lo ha mai dimenticato.

Ha sempre sfruttato successo economico e status per campagne di beneficenza, prima per i senzatetto e poi per combattere lo scandalo osceno della povertà infantile nel Regno Unito. Mesi fa è riuscito a ottenere che le scuole fornissero pasti o voucher equivalenti anche durante le vacanze estive: ma il Covid ha spinto sempre più famiglie alla disperazione, e la sua battaglia è diventata ora estendere l’assistenza pubblica con voucher da 15 sterline a settimana anche ai periodi senza lezioni, almeno fino a Pasqua. Il suo impegno social lo ha reso popolarissimo e gli ha guadagnato un riconoscimento da parte della Regina. Grazie alla raccolta di centinaia di migliaia di firme è riuscito a portare la sua petizione in Parlamento.

Dopo che un portavoce di Downing Street aveva dichiarato che non è compito delle scuole fornire pasti durante le vacanze, però, i parlamentari conservatori l’hanno bocciata 322 a 261. A dissociarsi solo 5 tories: una, Caroline Ansell, per questo si è dimessa da un incarico ministeriale.

Altri onorevoli conservatori hanno commentato che estendere i pasti gratis “accresce la dipendenza”: è il vecchio riflesso thatcheriano anti-assistenzialismo, per cui, malgrado una crisi economica che sta aumentando il numero di disoccupati, la responsabilità di sfamare i figli ricade in ogni caso sui genitori.

Mentalità tipica della visione conservatrice inglese: le assemblee scozzese e gallese hanno accolto la richiesta. Quest’inverno saranno puniti solo i bambini inglesi. Rashford ha commentato con amarezza: “Lasciamo da parte tutto il rumore di fondo, le frecciatine, le strategie di partito e concentriamoci sui fatti. Un gran numero di bambini andrà a letto stanotte non solo affamato, ma anche convinto di non valere niente a causa di certi commenti fatti oggi”.

Il voto aveva valore consultivo, ma il suo impatto sull’opinione pubblica è reale. Rashford e la sua battaglia sono molto popolari in un Paese già in piena crisi e alla vigilia di un inverno che il ministro dell’Economia ha pronosticato sarà durissimo. E ora sono in molti a notare, sui social e nei commenti mediatici, la contraddizione stridente, anche se simbolica, fra il negare un supporto vitale di circa un centinaio di milioni di sterline “perché troppo costoso” e il previsto aumento di oltre tremila sterline l’anno – si arriva a quasi 85mila pound –, dello stipendio dei parlamentari. Per non parlare delle 6 mila sterline al giorno pagate ai consulenti privati del fallimentare Test and Trace, il sistema di tracciamento anti-Covid della Sanità britannica.

L’ultimo show. Sei risposte per sei Stati

Per Donald Trump c’era un solo risultato utile: la vittoria, e netta. A Joe Biden andava bene (quasi) tutto: non perdere o anche perdere di misura. La corsa 2020 alla Casa Bianca sarà decisa dalle percezioni degli elettori sul dibattito che, nella notte, ha visto i rivali affrontarsi sul palco della Belmont University di Nashville, capitale del Tennessee e del country.

Le macroaree di interesse

Sei i temi scelti dalla moderatrice Kristen Welker, corrispondente della Nbc dalla Casa Bianca: pandemia, famiglie, questione razziale, cambiamento climatico, sicurezza nazionale, leadership. Niente politica estera, come avrebbe voluto il presidente Trump, con l’obiettivo di mandare in crisi Biden su Cina e Ucraina (anche se il conto in Cina di Trump scoperto dal New York Times poteva rendere il tema un boomerang). Il clima del duello è stato avvelenato dalle polemiche sulle regole del confronto, a microfoni spenti quando parla l’altro, per evitare la baraonda del primo dibattito il 29 settembre, e sulla moderatrice: per Trump, la Welker “è terribile, faziosa, sta con Biden e con i Democratici” (ma la giornalista non ha affiliazioni politiche). Da giorni, Trump non risparmia le sue intervistatrici: sotto i suoi strali sono finite Savannah Guthrie, della Nbc, che non gli ha dato quartiere in un dibattito a Miami, e Lesley Stahl, della Cbs, che ha piantato in asso durante un’intervista per il programma 60 minutes. Al confronto, i due candidati sono giunti divisi da 7,7 punti nella media dei sondaggi nazionali fatta da RealClearPolitics – il vantaggio di Biden risultava ieri eroso, rispetto a mercoledì –. Ma la partita si gioca nei sei Stati in bilico.

Le strategie dei rivali a confronto

Nel momento cruciale della campagna elettorale, Trump s’è trovato senza squadra: la first lady Melania è ko per il Covid contratto tre settimane fa; e il suo vice Mike Pence non fa audience. Biden, invece, continua a restare al coperto, ma può mandare avanti la sua vice Kamala Harris, aggressiva ed efficace e, soprattutto, può contare sugli Obama, Barack e Michelle. L’ex presidente ha sferrato un attacco frontale al suo successore in un comizio stile drive-in a Filadelfia: “Trump è incapace di prendere seriamente l’incarico”, “tratta la presidenza come un reality show”, “pensa solo a se stesso”, “mente ogni giorno”, agisce “come uno zio pazzo”, mette a rischio la democrazia. Ma l’esito del dibattito è un’incognita pesante su qualsiasi pronostico, insieme agli scoop dei media e alle rivelazioni dell’intelligence, che ieri denuncia ingerenze di Russia e Iran, giochi e doppi giochi pro e contro Trump. Ci sono voci di licenziamento del capo dell’Fbi Chris Wray; e rivelazioni del New York Times su 545 bambini di migranti non ancora restituiti alle loro famiglie dopo essere stati separati dai genitori all’ingresso nell’Unione. A esacerbare gli animi, il sì, ieri, della Commissione Giustizia del Senato, per Amy Coney Barrett alla Corte Suprema: l’Aula si pronuncerà lunedì 26; i Democratici potrebbero boicottare la seduta, come hanno già fatto con il voto in Commissione. Tornando al dibattito, vediamo come si sono posizionati Trump e Biden. Pandemia: Il punto più debole di Trump, che insiste: “Ho salvato milioni di vite”. Biden ribatte: “Non hai un piano, non ascolti gli esperti, non dici la verità agli americani”. La Johns Hopkins University contava, a inizio dibattito, oltre 8.355.000 contagi nell’Unione e oltre 222.300 vittime: le cifre peggiori al mondo. Famiglia: Uno spazio per i temi dei diritti civili, ma anche per l’aborto. Molti elettori di Trump, specie evangelici e fondamentalisti, sperano che la nuova composizione della Corte Suprema restituisca agli Stati il potere di decidere sull’aborto; Biden e i Democratici sono contrari a che ciò accada.

Questione razziale: Per Trump significa Law & Order. Per Biden è una questione di giustizia. Il presidente agita la paura di sommosse e disordini e di un depotenziamento delle forze dell’ordine; il suo rivale dice no alla violenza, ma è solidale con chi protesta in modo pacifico. Cambiamento climatico: Trump conferma il no agli Accordi di Parigi, da cui s’è chiamato fuori, e cerca di mettere in difficoltà Biden sul fracking in Pennsylvania. L’ex vice vuole riportare gli Usa negli Accordi di Parigi e punta su una qualche forma di Green Economy. Sicurezza nazionale: per Trump è rafforzata dalle sue scelte e minacciata dall’asserita debolezza di Biden. Che, viceversa, constata la perdita d’influenza degli Usa sulla scena mondiale. Leadership: Trump non ha dubbi, nessuno meglio di lui, su tutti i fronti. Biden ripropone il ‘noi’ che era il segno di Obama.

Cassoeula a distanza “Dad” di inizio ’900

Con più di qualche incertezza e qualche ripasso, sto cercando di memorizzare il vocabolario delle sigle che quotidiani, tele e radiogiornali citano quasi continuamente in relazione alla pandemia. MES, CTS, ISS, INDICE Rt, FFP 1 eccetera: insomma quell’insieme di acrostici che virologi dalle variabili opinioni, economisti più o meno speranzosi, politici garruli o tenebrosi seminano qua e là informandoci sullo stato dell’arte. È un esercizio che non mi trova del tutto impreparato perché anche il gergo medico ne è pieno e ricordo alcune dimissioni ospedaliere che non avrebbero sfigurato nelle pagine di certe riviste di enigmistica.

Tornando a bomba però, e per farla breve, poche mattine or sono compitando il televideo da cui attingo le novità di giornata me ne sono trovata sotto gli occhi una nuova da aggiungere all’elenco. DAD, era scritto, e solo dopo aver letto per intero la notizia confesso di aver sciolto l’enigma, trattandosi di un argomento tra i più dibattuti, la didattica a distanza. La sigla, o abbreviazione che dir si voglia, battezza come si sa un nuovo modo, dettato dalla criticità dei tempi, di fare scuola. Tuttavia, come molte tra le cose di cui disponiamo per vivere, deve anch’essa qualcosa a chi ci ha preceduto, a quei tempi in cui, per esempio, Internet e computer non esistevano. Insomma, imparare qualcosa a distanza non mi sembra un’invenzione tutta nostra e ne sostengo l’idea con un fatto realmente accaduto che ha per protagonista la signorina Felicita Inversi divenuta signora Becchi nel 1935, quando sposò il bellanese Eustasio Becchi e si trasferì nella di lui casa sita in via Leopoldo Boldoni al numero 24.

La Felicita proveniva da un paese dell’alto lago, figlia unica di un commerciante in granaglie e aveva avuto sino al momento delle nozze una vita tutto sommato comoda in grazia delle buone condizioni economiche della famiglia. Si era dilettata di agucchiare, qualche buona lettura, passeggiate al braccio della madre, pure lei sollevata dai lavori di casa più pesanti cui provvedeva una servotta (termine che a quei tempi non scandalizzava nessuno). Tutt’altro che stupida, la giovane non era giunta al momento delle nozze, celebrate nel maggio di quell’anno, ignorando che da quel momento in poi le cose sarebbero cambiate. Quale padrona di casa l’aspettavano certe responsabilità cui s’era preparata per tempo: tra le tante quella di acquisire una solida esperienza ai fornelli poiché, come spesso le ripeteva la madre, gli uomini non solo si prendono ma si tengono stretti anche per la gola. Una volta stabilitasi in paese, la prima a darle il benvenuto fu Eviana Santarel: abitava sul lato opposto della contrada, e lo fece dalla finestra della sua cucina che era dirimpetto a quella di casa Becchi. Da finestra a finestra le due fecero amicizia, abituandosi a darsi il buongiorno, scambiando chiacchiere. Quei primi mesi trascorsero con piena soddisfazione per gli sposini. La Felicita si andava piano piano abituando al nuovo paese e alla sua gente, il Becchi non poteva che essere contento poiché la sua sposina ne soddisfaceva tutte le voglie, comprese quelle della gola che non riteneva secondarie ad altre. Ma venne novembre, il primo gelo. E al padrone di casa corse l’acquolina in bocca al pensiero di celebrarlo con il più tipico piatto di stagione: la cassoeula. Alla richiesta, Felicita ebbe un solo attimo di smarrimento, peraltro colto dal marito. Forse non la sapeva cucinare? In quel caso avrebbe chiesto a sua madre di insegnarglielo. Felicita mai l’aveva cucinata né men che meno mangiata. Ma il pensiero di avere per casa la suocera (“Tienla alla larga – l’aveva avvisata sua madre – se non te la vuoi trovare sempre addosso!”), mentì come una consumata attrice. Non solo la sapeva cucinare, ma era un piatto che le veniva particolarmente bene. Una di queste sere allora, concluse il marito. Ed ecco come si realizza una didattica a distanza, benché solo da finestra a finestra. Coinvolta quale insegnante, la dirimpettaia Eviana Santarel dapprima dettò alla fresca sposa tutto ciò che serviva. Poi, il giorno in cui il Becchi dovette restare fuori casa fino a sera per certi affari, Felicita partì all’opera seguendo passo passo le indicazioni che le venivano dalla dirimpettaia. Mondò la verza, tagliò a dadini cipolla, sedano e carote, maneggiò con una certa ritrosia salsicce, costine e cotenna di maiale, rosolò, innaffiò di vino bianco, di tanto in tanto assaggiando e comunicando le proprie impressioni alla Santarel che assunse con decisione il comando delle operazioni quando ordinò i tempi di cottura che per la sua esperienza era meglio allungare un po’ rispetto a quelli tradizionalmente consigliati. Verso l’una quell’orribile, a giudizio della Felicita, piatto era bello e pronto. Ma suo marito non sarebbe tornato prima di sera, glielo avrebbe dovuto riscaldare, ne avrebbe perso la freschezza, lamentò.

Tutt’altro, garantì la Santarel. Aggiustata di sale, fosse stato il caso, e riscaldata per una mezzoretta, la cassoeula diventava ancora più buona, i vari sapori si amalgamavano che era una meraviglia, roba da leccarsi le dita (o i baffi, a piacere). A sera, quando fece ritorno a casa, il Becchi avvertì fin dalla strada il profumo di quel piatto che aveva chiesto e adesso lo attendeva. E in verità finì come Eviana Santarel aveva pronosticato: l’uomo, dopo averne consumate due porzioni, si leccò veramente le dita visto che non portava baffi.

Davvero molto buona, elogiò poi la moglie. Quasi più buona di quella che faceva sua madre. Ma non lo disse, fu solo un pensiero, perché la mamma è sempre la mamma.

 

Il neorealismo della tv della Cavani

Tomba di tanti autori, in qualche raro caso la televisione ne è stata la culla, come accadde agli albori della Rai di Ettore Bernabei. La giovane regista Liliana Cavani trascorre gli anni dell’apprendistato nel servizio pubblico e lo prende in parola. Anche troppo, come va rievocando Massimo Bernardini su Rai Storia (La televisione di Liliana Cavani, mercoledì alle 22). La futura autrice del Portiere di notte ha trent’anni quando gira l’inchiesta La casa degli italiani, trasmessa nel 1964 sul primo canale: un macigno gettato nello stagno dei mezzibusti. “I panni sporchi si lavano in casa”, ammoniva il sottosegretario Giulio Andreotti; invece Cavani li stende uno per uno, le caserme dormitorio di Torino, le baracche di Roma, i bassi di Napoli, i catoi di Palermo, i villaggi fantasma della Cassa per il Mezzogiorno, insieme alle testimonianze di chi vedeva i 50 metri quadrati dell’Iacp come il sogno di una vita. Altre migrazioni, altri assembramenti, altri coprifuochi: famiglie di dieci persone in un unico locale, pecore e asini congiunti a tutti gli effetti nei Sassi di Matera.

Mostrando un Paese in turbolenta trasformazione, la Cavani legge la lezione del neorealismo a occhi spalancati, Pasolini prima di Pasolini, che proprio nel 1964 gira a Matera La passione secondo Matteo, poi gira Comizi d’amore. Più che un’inchiesta, un documentario dove soffia il vento della poesia e la poesia si fa denuncia; dove si toccano i nodi chiave del lavoro, della famiglia, delle generazioni. L’Italia era fatta, gli italiani pure, ma non si sapeva dove metterli. Con soave candore, la Cavani confessa a Bernardini di non essersi resa conto della forza d’urto del suo lavoro, destinato a provocare polemiche incandescenti; ma nel rivedere oggi La casa degli italiani si capisce che stava nascendo un’autrice consapevole delle vere potenzialità della televisione, il racconto ravvicinato con il reale tanto spesso promesso, quasi mai mantenuto.

Mail Box

 

L’Italia deve molto al magistrato Davigo

Caro Pier… caro Camillo… caro Davigo… chissà qual è il nome con cui gli amici la chiamano affettuosamente!? Per me lei è il magistrato Piercamillo Davigo, e desideravo semplicemente farle i miei auguri di compleanno, anche se in ritardo, e ringraziarla per ciò che ha fatto in questi lunghissimi anni. Non oso immaginare la fatica del suo lavoro in questo mondo così alieno e difficile, ma grazie per aver mantenuto fede al suo giuramento, per avere dato a onestà ed etica un respiro così ampio da far giungere un poco di aria fresca sino a noi. Penso che per lei, questi giorni si tingano di melanconia e delusione alla luce delle ultime votazioni che la obbligano a un riposo forzato. Lo Stato tutto, però, penso che non possa prescindere da lei.

Manuela

 

Inaccettabile aspettare mesi per visite mediche

Mia nipote ha 39 anni, è una bellissima ragazza, ingegnere elettronico piuttosto in gamba. Qualche mese fa le hanno diagnosticato un tumore. Operata due volte è arrivata all’Istituto tumori di Milano. A parte l’assoluta mancanza di empatia, se non di umanità, le hanno detto che la “terapia immunologica” (una sorta di ultima spiaggia) potrà iniziarla a febbraio perché ci sarebbe una lunga lista d’attesa. Come dire, nel frattempo, puoi morire.

Mario Frattarelli

 

Campidoglio, troppi candidati “sciagurati”

Priamo Zingaretti, dopo avere ignorato la lungimiranza e le fatiche di sua figlia, la sacerdotessa Virginia, contribuendo ad attirarle addosso l’ostilità della parte peggiore della città cui resta tuttora invisa; dopo aver mostrato l’incapacità nel momento più drammatico di richiamare in patria i più valorosi guerrieri (Bersani); sta prendendo ora (dopo la stolida adorazione del dio Mes) la finale (e sciagurata) cantonata. Sta consentendo l’ingresso in città del perfido cavallo di legno Calenda, nel cui panciuto ventre si cela la fatale insidia per l’Urbe e per l’intera comunità. Be’, a questo punto… Muoia Maciste con tutti i Farisei.

Danilo

 

Sto col “pensionato”, non con il Csm

A far pendere la bilancia verso la decisione di fine carriera nel Csm per Davigo è stata anche la “fama” del magistrato. Un uomo libero e competente, che con la sua capacità di comunicare è diventato la bestia nera dei faziosi, non solo nella magistratura. Infatti quando gli imbonitori da talk show tentano di stordirlo con ragionamenti inconsistenti, vengono regolarmente smascherati con poche e affilate parole. Uno così non è certo ben visto dall’establishment, ma a noi cittadini Davigo ha offerto il servizio pubblico della sua chiarezza. E se il Csm non lo vuole, l’ex-magistrato dovrebbe continuare la sua opera di libero “chiaritore” con una rubrica fissa in un quotidiano. Sarebbe un prezioso antiappannante nei tanti scandali che politici corrotti e giornalisti gregari cercano di opacizzare.

Massimo Marnetto

 

La sanità in Lombardia ha gravi problemi

Le Ats lombarde è vero che si occupano di medicina territoriale, o quantomeno dovrebbero farlo, ma occorre ricordare alcuni punti chiave: i medici di medicina generale restano dei liberi professionisti, se pur convenzionati con il Servizio sanitario regionale e regolati da un Accordo collettivo nazionale. Le Aziende socio sanitarie territoriali (Asst) sono dotate di polo territoriale, governate dai direttori socio-sanitari, che non rispondono al direttore sanitario. Gli infermieri di comunità che affiancheranno le Unità speciali di continuità assistenziale (Usca), sono dipendenti delle Asst e non delle Ats lombarde e attualmente possono essere assunti solo a tempo determinato. In Lombardia sono previsti 1600 infermieri ma al momento pochissimi sono stati assunti per i motivi spiegati. Non è pertanto del tutto coerente con la struttura sanitaria regionale riferirsi alle sole Ats come gestori del territorio attraverso medici e infermieri. Serve un colpo d’ali da parte della politica, perché non è più una questione solo tecnica. Chi lavora nel sistema sa da tempo che l’artificiosa divisione esistente dal 2015 è il cuore del problema: le Ats non riescono a svolgere appieno il loro compito perché è in condivisione con le Asst e viceversa.

Stefano Magnon

 

Bisogna rilanciare la Biennale Musica

Vi scrivo in quanto lettore incallito del Fatto Quotidiano, per denunciare la gravità della situazione nella Biennale Musica contemporanea di Venezia, prossima all’estinzione. Mi sono esposto personalmente verso il pubblico dopo un’infausta esecuzione, di una prima assoluta, denunciando la gravità di certe operazioni artistiche, inserite nel palinsesto dal direttore. È necessaria una maggior trasparenza e una vera qualità artistica: la Biennale Musica ha bisogno di rinascere.

Adriano Guarnieri

 

L’opposizione per partito preso non ha senso

Siamo stanchi di sentire i continui lamenti di amministratori che sparlano di ogni iniziativa del governo per contrastare il Coronavirus. Se chiudono, bisogna aprire! Se aprono, bisogna chiudere! Se fanno misure mirate, cosa sono queste mezze misure? Se decide il governo è una dittatura! Se il governo lascia decidere ai sindaci, tutta la responsabilità su di noi. Ma si rendono conto che hanno rotto?

Antonio Perrone

 

Di Matteo anche stavolta ha provato quanto vale

Aiutatemi a capire il pensiero del dott. Nino Di Matteo. Già dalla sua telefonata al programma di Giletti, ho capito che sarebbe stato necessario scindere la persona dal magistrato, razionale e misurato il secondo, istintiva e astiosa la prima. Adesso il voto contro Davigo, espresso nell’esercizio delle sue funzioni, lo ha reso definitivamente criptico. Ho come l’impressione che la sua imprevedibilità sia strumentalmente volta ad affermare la sua indiscussa indipendenza.

Carmelo Sant’Angelo

Frecce tricolori. Sono aerei di guerra: assurdo che sorvolino i cieli di Assisi

Gentile redazione, il sorvolo dell’Aeronautica militare sui cieli di Assisi il 4 ottobre scorso è stato un atto di una gravità inaudita, una profanazione della vocazione di Pace della città di Assisi. Tali esibizioni di aerei militari, nobilitati col nome di “Frecce tricolori” o “Pattuglia acrobatica”, sono simboli di morte, gravemente inquinanti e costosi, forieri di guerra, che non possono essere giustificati come spettacolo di omaggio a San Francesco.

Questi sorvoli sono stati pensati dai militari, dal ministero della Difesa e dall’industria italiana Leonardo per promuovere la produzione e il commercio degli armamenti che Papa Francesco ha ripetutamente condannato. Sono sparvieri di fuoco il cui rombo fa tremare le abitazioni, spaventa le allodole care a Francesco, gli uccelli nel cielo e i bimbi sulla terra! Sono insegne imperiali di un comando violento del mondo verso cui i cristiani non accettano di prostrarsi, bruciando i granelli di incenso sull’altare della guerra. Il Dio dei cristiani è il Dio della vita e rifiuta ogni forma di idolatria: “Forgeranno le loro spade in vomeri, le loro lance in falci; un popolo non alzerà più la spada contro un altro popolo, non si eserciteranno più nell’arte della guerra!”, Isaia 2,4.

Rocco Altieri. Presidente del Centro Gandhi odv, Pisa

Differenti aperture, è giunto il momento di studiare un piano

A costo di essere impopolari vogliamo spezzare una lancia a favore del presidente della Regione Lombardia, Attilio Fontana. In questo momento, alla luce dei numeri della pandemia, la sua decisione di permettere solo le lezioni a distanza nelle scuole superiori, secondo Fatti Chiari, ha un senso. O meglio, lo può avere, se i giorni di chiusura saranno limitati e si approfitterà di questo periodo per fare ciò che non era ancora colpevolmente stato fatto: in primis, un piano serio di ingressi scaglionati collegati ai trasporti pubblici.

Vediamo perché. In Lombardia, ogni giorno raggiungono quasi 1100 istituti pubblici e privati più di 400mila studenti e oltre 30mila insegnanti. Le scuole grazie all’iniziativa del governo e alla buona volontà di docenti e dirigenti sono da ritenere luoghi abbastanza sicuri. I dati raccontano che il distanziamento tra i banchi, il recupero degli spazi, l’utilizzo delle mascherine (spesso anche durante le lezioni), le campanelle differenziate, hanno fin qui mantenuto a un livello sopportabile la diffusione del virus dentro gli istituti. Il discorso cambia se si guarda invece agli spostamenti. Quattrocentomila studenti in movimento nelle ore di punta mettono a rischio se stessi e gli altri passeggeri. L’idea del governo di spostare gli ingressi a partire dalle 9 del mattino è giusta. Ma necessita di calcoli precisi per capire a che ora è meglio iniziare non solo nelle varie province, ma persino nei singoli comuni o nelle diverse zone di città grandi come Milano. Calcoli da fare con calma, nel giro di un paio di settimane, in modo da evitare ulteriori errori. Nel capoluogo lombardo, ad esempio, tanti uffici e negozi aprono tra le 9 e le 10. Stabilire che la prima campanella deve suonare in quel lasso di tempo può dunque essere sbagliato a Milano e magari corretto a Busto Arsizio (o viceversa).

Insomma, serve un piano estremamente dettagliato redatto assieme ai sindaci.

Fontana in una lettera inviata al ministro dell’Istruzione, Lucia Azzolina, contraria alla chiusura per comprensibili ragioni didattiche e sociali, sostiene che Roma in materia di trasporto pubblico lo ha lasciato solo. Non sappiamo se abbia ragione o torto. Sappiamo però che è profondamente sbagliato credere che la chiave per evitare gli affollamenti sui mezzi passi solo attraverso l’aumento del loro numero. Ovviamente più autobus (specie nei circuiti extraurbani) farebbero comodo. Ma la vera e immediata soluzione per evitare il pigia pigia sta invece nelle aperture differenziate di uffici, negozi, fabbriche e scuole. Per capirlo basta vedere cosa accade nella metropolitana di Milano dove tra le 7 e le 9.30, a seconda delle linee, c’è un treno ogni 2 o 3 minuti. Difficile, anche per ragioni fisiche, pensare di aumentarli.

Fontana dunque si prenda due settimane di tempo per trovare soluzioni. Ne approfitti per incrementare il numero dei tracciatori di contagi. Renda, in accordo col governo, obbligatorio l’utilizzo di Immuni da parte degli studenti superiori dotati di smartphone (quasi tutti) e una volta riaperte le scuole valuti se è il caso di mandare sempre in classe solo i ragazzi e le ragazze del biennio (che a volte hanno difficoltà a stare in casa da soli) lasciando invece la didattica a distanza alternata per gli altri. Era il 15 aprile quando la Lombardia chiese, prima tra le regioni, la riapertura di tutte le attività produttive al 4 maggio, spiegando di avere un piano per “la nuova normalità” basato sulle “aperture scaglionate per evitare il sovraffollamento dei mezzi pubblici”. Sono passati sei mesi. Quel piano va messo in atto.

 

Calenda e la cattiva politica della personalizzazione

L’ultima cosa che vorrei fare è dare troppa importanza al caso Calenda. In materia di autopubblicizzazione lui stesso ha già svolto il compito in maniera fin troppo egregia. Però, riflettere su quello che è successo e, soprattutto, su quello che potrà succedere, serve a comprendere alcuni aspetti, prevalentemente deteriori, della politica italiana. Il primo aspetto è molto visibilmente la personalizzazione della politica. Diventato ministro nel governo guidato da Enrico Letta, riconfermato nel successivo governo Renzi, il Calenda aderisce al Partito democratico subito dopo la sconfitta elettorale del 4 marzo 2018. Poi nel gennaio 2019 decide di dare vita ad una sua associazione “Siamo Europei” che abilmente sfrutta per ottenere la candidatura come capolista per l’elezione del Parlamento Europeo, maggio 2029, del Partito Democratico nella circoscrizione Nord-Est. Le sue 275 mila preferenze sono, naturalmente, la logica conseguenza dell’indicazione del Pd ai suoi attivisti e iscritti (sì, ci sono ancora tutt’e due) di dargli la preferenza piuttosto che della sua, pur esistente, personale popolarità. Nell’agosto 2019, in verticale dissenso con la scelta del Pd di fare un governo con i Cinque Stelle, il Calenda abbandona il taxi democratico, con il quale era comunque arrivato a Bruxelles, e fonda una nuova formazione politica “Azione”. In una schieramento partitico tutto meno che consolidato, con milioni di elettori/trici insoddisfatti/e, quasi un terzo di loro disposti a cambiare comportamento di voto da un’elezione all’altra, lo spazio per la comparsa di nuovi veicoli politici rimane notevole. Quasi sicuramente, grande è anche l’insoddisfazione dei romani per quanto fatto, non fatto, fatto male dalla giunta guidata dal sindaco Virginia Raggi. La diffusa insoddisfazione può essere sfruttata, ha pensato e dichiarato il Calenda, da chi sostiene di non essere né di destra né di sinistra e che, inevitabilmente, mira a occupare uno spazio intermedio.

La autocandidatura di Calenda è del tutto legittima e, anche se risulta inevitabilmente sgradita ai dirigenti del Pd, in parte è loro responsabilità. A fronte di tuttora possibili e auspicabili autocandidature di partito, il Pd avrebbe dovuto subito affermare che procedeva a fissare le regole per le primarie, modalità e tempi. Peraltro, non sono solo i vertici romani a manifestare qualche volontà o incapacità di procedere con lo strumento democratico delle primarie, facilmente utilizzabili anche in epoca di distanziamenti. A Bologna, il non più rieleggibile sindaco ha precocemente incoronato un suo assessore. Qualche quotidiano riporta che, se lasceranno via libera al “candidato unitario”, si terrà conto degli altri assessori potenzialmente sfidanti nella determinazione “degli assetti della futura giunta”. Non è un semplice ritorno al passato, al quale il Pd dovrebbe opporsi frontalmente. Piuttosto è un pessimo modo di fare politica, finora apparentemente respinto dagli interessati, ma le pressioni su loro rimangono forti).

La cattiva politica del passato il Calenda la resuscita in maniera diversa, eticamente molto riprovevole. Se mai fosse eletto sindaco di Roma sarà costretto a tradire l’impegno preso con i 275 mila elettori che gli diedero la loro preferenza. Evidentemente, il Calenda non ritiene di doversi curare della rappresentanza di quegli elettori al Parlamento Europeo. Mi pare grave. Intravvedo, però, qualcosa che, su un piano diverso, è altrettanto, se non addirittura, più grave. Non mi riferisco al fatto probabile che la sua presenza sulla scena elettorale renderà più difficile la “corsa” della candidata/o del Partito democratico poiché, certamente, questo è un obiettivo perseguito dal Calenda. Penso, invece, che, primo, per sei mesi almeno, in campagna elettorale, il Calenda si disinteresserà del Parlamento europeo. Secondo, che gli elettori romani avrebbero più di un motivo per temere che, vittorioso, il Calenda potrebbe essere un sindaco distratto da qualche sua ulteriore ambizione di politica nazionale e che, terzo, se sconfitto, potrebbe decidere di “rimanere” in Europa lasciando i romani che l’avessero votato privi della sua opera di oppositore a tutto campo. Un comportamento del genere nella Prima, nella Seconda, nella Terza e anche nella Repubblica di Calenda merita di essere definito irresponsabile.