Odiava viaggiare in aereo. Si spostava in treno o in nave, portandosi dietro la biblioteca personale. Ingegnosi bauli, con tanto di mensole per ordinarvi una quantità significativa dei 1.500 volumi che avevano formato la sua cultura. Tra questi, ne avrebbe scelti cento – non necessariamente i “preferiti” – che nel 2013, tre anni prima della morte, sarebbero stati rivelati in una mostra all’Albert & Victoria Museum.
La lista dei libri favoriti di David Bowie, lettore onnivoro, una dipendenza coltivata per tutta la vita, con maggior ostinazione a metà degli anni Settanta, cercando di smarcarsi dalle droghe che lo minavano nel fisico e nella creatività. Così la rockstar di Space Oddity nutriva l’anima: leggeva e leggeva, ovunque si trovasse, in studio o su un set. Ne trasse pure un hobby intellettuale, recensendo opere per la catena Barnes & Noble. Oggi l’elenco dei top 100, curato in un prezioso saggio dal giornalista musicale John O’Connell, è stato tradotto in italiano: Il book club di David Bowie (Blackie Edizioni, in libreria da giovedì) non è però un divertissement autografo del Duca Bianco, bensì un ritratto a tutto tondo che O’Connell ci offre di lui sciorinandone le predilezioni. E non sarà una sorpresa trovare tra i Cento, in un catalogo che include alla rinfusa Bulgakov, T.S. Eliot o il Capote di A sangue freddo, autori come Yukio Mishima (Il sapore della gloria) accanto all’Omero dell’Iliade, accomunati da un fil rouge omoerotico, così come le peregrinazioni di Bruce Chatwin (Le vie dei canti) non lontane dall’incandescenza dell’Inferno di Dante – il primo inviato alle prese con i suoni hard rock dell’Ade. I soli scrittori che compaiono per ben due volte sono l’Anthony Burgess di Arancia Meccanica (i Drughi epigoni dei teppisti mod degli Anni 60) e Gli strumenti delle tenebre accanto al George Orwell di Nel ventre della balena più, inevitabilmente, 1984.
Quella per i totalitarismi era una radicata ossessione di Bowie: che fu sospettato, ingiustamente, di simpatie naziste, soprattutto per l’incidente del saluto hitleriano ai fan a Londra nel 1976. Berlinese d’adozione dopo il periodo della caduta hollywoodiana, studiava la patria elettiva grazie agli scritti di Alfred Doblin o di Christa Wolf, tra Weimar e Pankov. David il tedesco, che ispirato dal ponderoso excursus storico di Orlando Figes La tragedia di un popolo esplorò in Transiberiana la dolorosa vastità della Russia sovietica: fu fatto scendere dal treno dagli agenti del Kgb che gli chiesero conto dei libri sul Führer. Curiosità lecite in uno spirito come Bowie, figlio di un’epoca di divisioni: quando suonò sull’Alexander Platz nel 1987 si rivolse al pubblico invisibile in quell’Est lì a pochi metri, durante l’esecuzione di Heroes, e poco ci mancò che i picconi non demolissero il Muro già quella sera.
Le vicende dei vinti lo mangiavano dentro, come gli schiavi della Storia del popolo americano dal 1492 a oggi di Howard Finn. Ma accettava, con i filtri dell’arte, la tragedia del Tempo che gli scorreva davanti: quanto sarebbe stato consolante, per lui, vivere nei panni del Grande Gatsby o in quelli del principe Fabrizio del Gattopardo. Deve cambiare ogni cosa perché tutto resti com’è. Lo sapeva bene, Bowie. È il motivo per cui il dandy alieno mutava continuamente pelle, camuffandosi da Ziggy Stardust o da Duca Bianco. Mille identità per esorcizzare lo spettro della follia che aveva graffiato la sua famiglia: il fratellastro Terry, che gli aveva passato On the road di Kerouac, aprendolo agli scenari illuminanti del beat e del buddismo (a lungo Bowie coltivò l’idea di farsi monaco) era schizofrenico. Roso dalla colpa, David andava a trovarlo in ospedale psichiatrico senza carpirgli una parola. Divorò, per entrare nei labirinti di Terry, il controverso Crollo della mente bicamerale di Julian Jaynes e L’io diviso della psico-star R.D. Laing.
Si nascondeva tra le pagine altrui, Bowie. La tana più sorprendente fu A grave for the dolphin, del medico Alberto Denti di Pirajno, che in Africa Orientale documentò due amori: quello di un soldato italiano con una ragazza somala, e quello della fanciulla con un delfino. Quando lei morì, il cetaceo si buttò in spiaggia. Bowie ne trasse ispirazione per Heroes. Anni dopo, gli proposero un film nella parte del militare, con la moglie Iman in quello della ragazza. Nessuno sapeva del suo entusiasmo per il racconto di Denti di Pirajno.
David giocava a celare le cose nel momento stesso in cui le mostrava. Nel mio unico incontro ravvicinato con lui si mostrò affabile, cortese, intellettualmente esposto. Dalla sua giacca spuntava un tascabile. Gli chiesi di cosa si trattasse. Eluse sorridendo la domanda. Non saprò mai se fosse uno dei cento libri della lista.