Anticipiamo uno stralcio della lectio che il professor Giovanni De Luna terrà oggi al festival “È Storia” della Fondazione Feltrinelli a Milano.
Quando non si capisce più il senso degli eventi in cui si è coinvolti e quando imperversano la confusione e la paura, allora ti chiedi anche a cosa serve la storia. La domanda, brutale nella sua semplicità, la pose al padre il figlio di Marc Bloch, il più grande storico francese del XX secolo. Poi, proprio a ricordargli che “ogni volta che le nostre tristi società prendono a dubitare di se stesse, paiono domandarsi se abbiano avuto ragione di interrogare il loro passato o se l’abbiano interrogato bene”, quella stessa domanda gli fu rivolta da un ufficiale, deluso e avvilito per la sconfitta rovinosa che, nel giugno 1940, portò i nazisti a occupare Parigi. Allora tutta la Francia settentrionale era sotto il dominio diretto dei tedeschi, mentre al Sud si era insediato il governo del vecchio maresciallo Petain, tragico fantoccio collaborazionista. In quel contesto di disperazione, Bloch decise di rispondere alla domanda rilanciando con forza e passione il suo mestiere di storico, con una Apologia della storia che, come scrisse al suo collega e amico Lucien Febvre, fu per lui innanzitutto “un antidoto cui chiedere oggi, fra i peggiori dolori e le peggiori ansietà, personali e collettive, un po’ di pace nell’anima”. A strapparlo da quella pace intervenne poi la militanza nella Resistenza contro i tedeschi, vissuta come una scelta tra la cupa visione hitleriana del vizio umano e l’etica della virtù rappresentata da Montesquieu e dalla Rivoluzione francese. Pagò con la vita; arrestato e condannato a morte, fu assassinato il 16 giugno 1944.
Proprio Febvre avvertì subito questo stretto intreccio tra la sua dimensione esistenziale e quella intellettuale, l’indissolubilità del nesso tra la passione civile del militante pronto a sacrificarsi per la libertà e l’impegno rigoroso dello studioso: “Bloch è stato un grande storico non perché ha scritto molte schede e ha redatto memorie erudite, ma perché ha sempre portato nel suo lavoro le preoccupazioni della vita”. Era stato così fin da una giovinezza scandita dai grandi eventi che accompagnarono la Francia nel passaggio tra 800 e 900. Prima l’affare Dreyfus, che ne segnò la costante preoccupazione per la contraffazione e l’errore, l’attenzione per i falsi e per i plagi, la consapevolezza dell’importanza cruciale dei “testimoni” (i documenti) da interrogare nella ricerca storica; poi la Prima guerra mondiale (“prima d’aver io stesso, durante l’estate e l’autunno 1918, respirato l’allegria della vittoria… sapevo io davvero quel che questa bella parola racchiuda?”, si chiese nell’Apologia della storia).
Non fu un caso quindi che il libro fosse scritto da un Bloch immerso nella lotta partigiana. La sua immagine dello storico è infatti quella di chi accetta la sfida del suo tempo senza nascondersi nella torre d’avorio dell’accademia e misurandosi a viso aperto con l’amarezza della sconfitta. Nessuna depressione o timidezza, quindi, ma anzi un progetto intellettuale molto ambizioso che spalancava alla storia immense praterie in tutti i campi del sapere, dall’antropologia alla psicoanalisi. “Il buon storico somiglia all’orco della fiaba: là dove fiuta carne umana, là sa che è la sua preda”: il suo “orco” crede fino in fondo nella storia come “conoscenza degli uomini”, con la forza che le deriva dalla capacità di ricostruire, raccontare, interpretare il passato e di farlo attingendo alle risorse di una metodologia affidabile e credibile. La storia per Bloch è un germe che genera curiosità e sete di sapere, è un modo di studiare il mondo che “seduce l’immaginazione degli uomini e alimenta la voluttà di apprendere cose singolari”; una disciplina che rifugge dalla monumentalità imbalsamata delle commemorazioni.
“Guardiamoci dal togliere alla nostra scienza la sua parte di poesia”, ci ammoniva, in un lascito intellettuale che, rafforzato dalla sua testimonianza biografica, oggi ci guida anche lungo gli impervi sentieri di uno smodato “uso pubblico della storia” segnato da una rissa permanente, resa ancora più sguaiata da una congiuntura culturale dominata dalla tirannia del presente. Il passato diventa così un luogo da frequentare in modo strumentale, il futuro una dimensione da azzerare: tutto è assorbito in un presente smisurato che cancella la storia o ne propone una versione affollata di stereotipi e luoghi comuni. Per Bloch, “nell’infinito della durata”, il presente è invece solo “un punto minuscolo che sfugge senza posa, un istante che appena nato muore”, senza spessore e senza significato, a meno che non lo si ancori al passato, in un elogio del “lungo periodo” che sottrae gli eventi alle emozioni dell’effimero e li consegna alla pacatezza della riflessione storica.
Un esempio per tutti: i suoi scritti a proposito delle “voci”, del vero e del falso che si annidava nelle dicerie dei soldati nelle trincee della Prima guerra mondiale, nelle cucine e nei pellegrinaggi medievali, nelle bettole, tra i venditori ambulanti, i mendicanti, in tutte le reti informali in cui hanno agito gli uomini in ogni tempo. Bloch svelò così i segreti delle loro “costruzioni”, illustrò le ansie e le paure che le ispirarono, le subdole strategie che ne alimentarono la diffusione, proponendo il suo “lungo periodo” anche come antidoto alle fake news che dilagano nel web.