Bloch, storico militante contro le “fake news”

Anticipiamo uno stralcio della lectio che il professor Giovanni De Luna terrà oggi al festival “È Storia” della Fondazione Feltrinelli a Milano.

Quando non si capisce più il senso degli eventi in cui si è coinvolti e quando imperversano la confusione e la paura, allora ti chiedi anche a cosa serve la storia. La domanda, brutale nella sua semplicità, la pose al padre il figlio di Marc Bloch, il più grande storico francese del XX secolo. Poi, proprio a ricordargli che “ogni volta che le nostre tristi società prendono a dubitare di se stesse, paiono domandarsi se abbiano avuto ragione di interrogare il loro passato o se l’abbiano interrogato bene”, quella stessa domanda gli fu rivolta da un ufficiale, deluso e avvilito per la sconfitta rovinosa che, nel giugno 1940, portò i nazisti a occupare Parigi. Allora tutta la Francia settentrionale era sotto il dominio diretto dei tedeschi, mentre al Sud si era insediato il governo del vecchio maresciallo Petain, tragico fantoccio collaborazionista. In quel contesto di disperazione, Bloch decise di rispondere alla domanda rilanciando con forza e passione il suo mestiere di storico, con una Apologia della storia che, come scrisse al suo collega e amico Lucien Febvre, fu per lui innanzitutto “un antidoto cui chiedere oggi, fra i peggiori dolori e le peggiori ansietà, personali e collettive, un po’ di pace nell’anima”. A strapparlo da quella pace intervenne poi la militanza nella Resistenza contro i tedeschi, vissuta come una scelta tra la cupa visione hitleriana del vizio umano e l’etica della virtù rappresentata da Montesquieu e dalla Rivoluzione francese. Pagò con la vita; arrestato e condannato a morte, fu assassinato il 16 giugno 1944.

Proprio Febvre avvertì subito questo stretto intreccio tra la sua dimensione esistenziale e quella intellettuale, l’indissolubilità del nesso tra la passione civile del militante pronto a sacrificarsi per la libertà e l’impegno rigoroso dello studioso: “Bloch è stato un grande storico non perché ha scritto molte schede e ha redatto memorie erudite, ma perché ha sempre portato nel suo lavoro le preoccupazioni della vita”. Era stato così fin da una giovinezza scandita dai grandi eventi che accompagnarono la Francia nel passaggio tra 800 e 900. Prima l’affare Dreyfus, che ne segnò la costante preoccupazione per la contraffazione e l’errore, l’attenzione per i falsi e per i plagi, la consapevolezza dell’importanza cruciale dei “testimoni” (i documenti) da interrogare nella ricerca storica; poi la Prima guerra mondiale (“prima d’aver io stesso, durante l’estate e l’autunno 1918, respirato l’allegria della vittoria… sapevo io davvero quel che questa bella parola racchiuda?”, si chiese nell’Apologia della storia).

Non fu un caso quindi che il libro fosse scritto da un Bloch immerso nella lotta partigiana. La sua immagine dello storico è infatti quella di chi accetta la sfida del suo tempo senza nascondersi nella torre d’avorio dell’accademia e misurandosi a viso aperto con l’amarezza della sconfitta. Nessuna depressione o timidezza, quindi, ma anzi un progetto intellettuale molto ambizioso che spalancava alla storia immense praterie in tutti i campi del sapere, dall’antropologia alla psicoanalisi. “Il buon storico somiglia all’orco della fiaba: là dove fiuta carne umana, là sa che è la sua preda”: il suo “orco” crede fino in fondo nella storia come “conoscenza degli uomini”, con la forza che le deriva dalla capacità di ricostruire, raccontare, interpretare il passato e di farlo attingendo alle risorse di una metodologia affidabile e credibile. La storia per Bloch è un germe che genera curiosità e sete di sapere, è un modo di studiare il mondo che “seduce l’immaginazione degli uomini e alimenta la voluttà di apprendere cose singolari”; una disciplina che rifugge dalla monumentalità imbalsamata delle commemorazioni.

“Guardiamoci dal togliere alla nostra scienza la sua parte di poesia”, ci ammoniva, in un lascito intellettuale che, rafforzato dalla sua testimonianza biografica, oggi ci guida anche lungo gli impervi sentieri di uno smodato “uso pubblico della storia” segnato da una rissa permanente, resa ancora più sguaiata da una congiuntura culturale dominata dalla tirannia del presente. Il passato diventa così un luogo da frequentare in modo strumentale, il futuro una dimensione da azzerare: tutto è assorbito in un presente smisurato che cancella la storia o ne propone una versione affollata di stereotipi e luoghi comuni. Per Bloch, “nell’infinito della durata”, il presente è invece solo “un punto minuscolo che sfugge senza posa, un istante che appena nato muore”, senza spessore e senza significato, a meno che non lo si ancori al passato, in un elogio del “lungo periodo” che sottrae gli eventi alle emozioni dell’effimero e li consegna alla pacatezza della riflessione storica.

Un esempio per tutti: i suoi scritti a proposito delle “voci”, del vero e del falso che si annidava nelle dicerie dei soldati nelle trincee della Prima guerra mondiale, nelle cucine e nei pellegrinaggi medievali, nelle bettole, tra i venditori ambulanti, i mendicanti, in tutte le reti informali in cui hanno agito gli uomini in ogni tempo. Bloch svelò così i segreti delle loro “costruzioni”, illustrò le ansie e le paure che le ispirarono, le subdole strategie che ne alimentarono la diffusione, proponendo il suo “lungo periodo” anche come antidoto alle fake news che dilagano nel web.

 

Negli usa il copyright tutela l’espressione di un’idea, non l’idea

La comicità e il copyright. Negli Stati Uniti, le battute spiritose (joke) non sono protette con certezza dal copyright. La legge sul copyright, infatti, tutela l’espressione di un’idea, non l’idea; ma quando solo un’espressione può rendere, con lo stesso effetto, quell’idea (è proprio il caso del joke, in cui basta cambiare una parola, o la sua disposizione, per perdere l’effetto esplosivo), l’espressione viene considerata fusa con l’idea, e il copyright non si applica, altrimenti si darebbe il monopolio su un’idea (è la cosiddetta merger doctrine). C’entra anche la valutazione de minimis: una frase, benché creativa, non è un’opera tutelabile dal copyright, come spiega il Governo americano con un parere sul caso Southco, Inc. v. Kanebridge Corp (2004). Inoltre, i joke si fondano spesso su scènes à faire (temi e soluzioni espressive diventati convenzionali), che non sono protette dal copyright. Soprattutto, poiché le formule comiche non sono infinite, ogni joke è inevitabilmente la riscrittura di un joke precedente, sicché, quando A sostiene che B gli ha copiato la battuta X, B può dimostrare facilmente, se ha una buona cultura comica, che la battuta X a sua volta è una copia della battuta Y (Hoffman v. LeTraunik, 1913), quindi non tutelabile dal copyright. Come se non bastasse, è difficile sostenere che un joke altrui sia copiato proprio dal tuo, se i social ne esibiscono decine di varianti simili. Per di più, una stessa espressione, in un contesto nuovo, acquista significati nuovi, diventa un nuovo enunciato; sicché una gag, in un altro contesto, non farà mai ridere per gli stessi motivi (semantici e pragmatici): genera nuovi effetti comici, è una nuova gag. Infine, la risata scatta grazie alla tecnica, cioè al meccanismo retorico della frase, e il copyright non tutela le tecniche. Date queste premesse, neppure l’assoluta identità verbale basta a provare automaticamente la violazione del copyright di un joke. Dove la legge non può arrivare, arrivano le norme sociali, che regolano il comportamento fra i comici nel loro ambiente di lavoro.

Le norme sociali dei comici. I comici proteggono il proprio materiale comico con un sistema tribale di norme informali con cui affermano la proprietà delle gag, ne regolano l’utilizzo e la cessione, e impongono sanzioni a chi trasgredisce. Benché seguito in tutto l’Occidente a causa dell’influenza Usa, questo sistema non è esente da criticità gravi. Per esempio, a differenza del copyright, le norme sociali dei comici vietano il riutilizzo non autorizzato sia dell’espressione che dell’idea; e questo divieto ha una durata illimitata. Anni fa, Carlos Mencia fu accusato dal web di aver plagiato una routine di Bill Cosby: il plot (l’idea) era simile, ma il testo e la punchline erano diversi. In un processo per infrazione di copyright, Mencia sarebbe stato assolto (Oliar & Sprigman, 2008). A chi, in un modo così sommario, viene giudicato un trasgressore, sono inflitte sanzioni sociali: discredito (sparlare di lui, gogna), ostracismo (rifiutare di lavorarci insieme, escluderlo dai locali di stand-up) e minacce di violenza fisica (cui talvolta si ricorre). In aggiunta, il web oggi permette a qualunque anonimo la soddisfazione gaglioffa di accusare un comico di joke stealing (furto di battute), pur non avendone alcun titolo, o competenza; ma, se il comico è famoso, il linciaggio mediatico è inevitabile, e il comico non viene tutelato in alcun modo. Marc Maron: “Ci sono persone che credono sia compito loro fare i poliziotti della comicità, giudicare la vita delle persone. Sono solo bulli”. (Voss, 2010)

(5. Continua)

 

Raggi dimostri di “saper fare” nell’emergenza

Difficile prevedere se l’autocandidato Carlo Calenda, o il Silviocandidato Guido Bertolaso (per non parlare dei sette nanocandidati del Pd) siano davvero, come qualcuno sostiene, i migliori avversari che Virginia Raggi poteva augurarsi nella sua seconda corsa al Campidoglio. Troppe ancora le variabili a circa otto mesi dal voto (compresa l’ipotesi che il M5S converga su un altro nome in accordo con Zingaretti), e senza contare che il doppio turno consente ai partiti di giocarsi la partita dei sindaci nei tempi supplementari.

C’è poi un’altra obiezione, racchiusa nella frase: ma vi sembra il momento? Infatti, può apparire stravagante, per non dire offensivo che mentre “il morbo infuria e il pan ci manca” si trovi il modo e il tempo di pensare alla campagna elettorale.

Più che giusto, a meno che la sindaca uscente non approfitti dei prossimi lunghi mesi per dimostrare – come non sempre è avvenuto in passato – la sua capacità di governare la Capitale d’Italia. E questa volta durante un’emergenza senza precedenti. Ciò che accomuna Calenda e Bertolaso è la festosa grancassa mediatica che ha conferito loro il titolo, honoris causa, di “uomini del fare”. Per mancanza di prove, nel caso del creativo leader di Azione. Quanto all’ex demiurgo berlusconiano della Protezione civile le prove esistono, anche se non tutte a suo favore.

Chi ama Roma si augura, naturalmente, che l’uno e l’altro dimostrino di essere quella felice sintesi tra Churchill e De Gaulle di cui si legge sui giornali amici (loro). Pur tuttavia, e sfortunatamente, da qui a giugno essi potranno dare il meglio di sé esclusivamente come “uomini del dire”. Mentre a Virginia Raggi si presenta un’occasione unica per condurre una campagna elettorale “del fare” (con gli inevitabili oneri se non dovesse riuscirci). Le villette abbattute dei Casamonica sono un ottimo segnale (e la benedizione di Papa Francesco che, secondo Il Foglio, la definisce “donna forte e combattiva”, certo non guasta nella capitale della cristianità). Ma, cara Sindaca, per convincere i romani (soprattutto i tanti delusi) a darle altri quattro anni di fiducia dovrà fare, e lei lo sa, molto di più. Cominciando da alcuni segnali essenziali.

Come diamine è possibile, per esempio, che il Comune dove lavorano 23.541 dipendenti, “abbia stanziato oltre mezzo milione di euro per ingaggiare degli impiegati qualificati per l’applicazione di etichette sui documenti oppure per la distribuzione del materiale di cancelleria” (Il Messaggero)? Se davvero fosse così non sarebbe un’inaccettabile offesa per i tanti italiani che a fine mese non dispongono di una busta paga garantita, mentre c’è chi, Covid o non Covid, viene regolarmente retribuito ma non per spostare le penne? Per cortesia, cominci da qui.

Serie 4, il coupé tedesco è tecnologico

Bmw Serie 4, ora disponibile sul mercato italiano, è il coupé di “media gamma” del costruttore bavarese, derivato dalla Serie 3, ma profondamente modificato in chiave sportiva rispetto alla nota berlina.

Rispetto alla precedente Serie 4, la nuova G22 (questo il codice identificativo del modello 2020) appare più slanciata e guadagna 13 cm di lunghezza, per un totale di 477 cm: ne consegue una maggiore abitabilità interna. Quasi invariata la larghezza che aumenta di 3 cm, arrivando a 185 cm complessivi.

Il design del frontale fa discutere: la nuova calandra anteriore è di grande impatto, pur risultando più armoniosa dal vivo che in foto. È affiancata da gruppi ottici dall’aspetto affilato, soprattutto per le versioni equipaggiate con tecnologia laser. Il tetto, ribassato di 57mm rispetto alla Serie 3, non mina l’abitabilità anteriore che rimane eccellente per passeggeri di tutte le stature. Tuttavia la linea da coupé, con il lunotto posteriore spiovente, limita l’altezza disponibile per le due sedute posteriori: se non altro chi siede dietro può consolarsi con lo spazio a disposizione per spalle e gambe. I comandi vocali e gestuali aiutano a districarsi tra le tante funzioni di un sofisticato sistema di infotainment connesso. Apple Carplay e Android Auto sono disponibili di serie, come anche il sistema di navigazione satellitare. Rimane presente il classico selettore circolare dell’iDrive, che permette di muoversi tra i menù ruotando e spostando il controller che si trova sul tunnel centrale.

È qui che si trova anche la leva selettrice del cambio automatico e unica trasmissione disponibile per la M440i Xdrive, la più prestazionale della Serie 4 in attesa della velocissima M4. Il cambio a 8 marce si può usare anche in manuale. In marcia il propulsore 3.0 6 cilindri in linea turbo con tecnologia Mild Hybrid assicura una progressione possente: con i suoi 500 Nm di coppia e 374 Cv di potenza, garantisce grande spinta ai bassi regimi e un allungo vigoroso. In definitiva, la nuova Serie 4 è una GT veloce e appagante, che offre silenzio e comodità. Da granturismo sono anche i prezzi, a partire da 50.750 € per la motorizzazione entry level 420i da 184 Cv, passando per la 30i da 258 cavalli, fino agli oltre 70 mila della top di gamma M440i (unico benzina “Mild Hybrid”). Ampio anche il ventaglio delle motorizzazioni turbodiesel: 20d da 190 cavalli, 30 d da 286 cavalli e 40d da 340 cavalli, tutte con sistema Mild Hybrid a 48 volt.

 

La nuova Fiat 500 va “controvento” spinta dall’elettrico

Sotto la Mole si è consumato uno strano cambio di scena per Fiat, di certo più consapevole e premium green con la nuova 500 elettrica. La terza generazione di una icona nata nel 1957, rinnovata profondamente nel 2007 e rigenerata ora non più in un modello, ma addirittura in una strategia da marchio a se stante. A caccia di uno spazio da rivendicare, stringendo i tempi.

La Nuova 500 non è più un modello ma due, anzi tre, con la berlina e la cabrio affiancate dalla sorpresa dell’evento, la 3+1. Tre porte più una ad apertura controvento, aggiunta sulla fiancata destra con lo stile libero già visto un decennio fa su Mini Clubman.

Basterà? La domanda casomai è se sia fatta per durare. Fca si presenta al test drive internazionale di Torino con una piattaforma meccanica elettrificata ufficialmente diversa da quella della 500 a motore tradizionale, ma sviluppata con un investimento modesto (alcune fonti parlano di 700 milioni di euro) rispetto ai costi affrontati dai competitor (soprattutto tedeschi) per ogni singolo modello. Molti soldi se invece si tratta di un passaporto tecnologico verso i nuovi soci francesi di Psa, con cui costruire la nuova Stellantis.

Nuova 500 esiste per affermare che Fiat c’è, ha una forza industriale da offrire e da valutare presso il nuovo partner, a patto di dimenticare la logica delle cose. Ovvero che Psa già di suo dispone di avanzate piattaforme per realizzare auto a trazione elettrica e che, dunque, su 500 elettrica avrebbe potuto realizzare da qui al prossimo anno ben altre sinergie, come del resto già avvenuto con il rallentamento del progetto del suv compatto Tonale, ben più promettente sul piano commerciale e sviluppato inizialmente su base Jeep. Salvo che il debutto non avvenga invece con piattaforma Peugeot, come parrebbe logico in virtù della fusione.

In attesa del business, dunque, Fiat si presenta e si pesa. Fare immagine con un 500 elettrica significa anche dichiarare un prezzo a partire da 19.900 euro (addirittura 15.900 se si ha un’auto da rottamare), salvo un lungo incastro di incentivi statali già detratti. E puntare su due livelli di motorizzazione, da 70 kW e 87 kW di potenza, con batterie agli ioni di litio da 23,8 kWh e 42 kWh di capacità.

L’autonomia ufficializzata è rispettivamente di180 km e 320 km nel ciclo Wltp, con una soglia di ottimismo che la lunga esperienza nell’elettrico di Psa, Peugeot Citroën Opel, forse non avrebbe raggiunto.

Comunque sia c’è una nuova icona Fiat da esibire, mantenendo intatte le proporzioni della vettura attuale ma donandole 4 cm di lunghezza in più, fino a quota 361 cm, mentre sono addirittura 6 quelli di supplemento in larghezza. E c’è pure l’avventura di aver spostato dal frontale il logo Fiat sostituendolo con quello 500, che come detto nelle strategie commerciali farà marchio (quasi di lusso) a sè.

Puntando su un look riconosciuto per arrivare tra le compact chip a elettroni perfino prima di Tesla, e giocando con allestimenti ricercati pur senza l’assillo di quote di produzione su grande scala.

Funzionerà?

 

Atlantia chiede più soldi, ma dovrà rivedere il piano di Aspi

Lo scontro tra governo e Atlantia per l’uscita dei Benetton da Autostrade per l’Italia è appeso al prezzo che Cassa Depositi e Prestiti, insieme ai fondi esteri Blackstone e Macquarie, è disposta a offrire alla holding controllata dai Benetton per rendersi concessionario. Per questo è fondamentale sciogliere il nodo del Piano economico finanziario (Pef).

Il Pef stabilisce tariffe, manutenzioni e investimenti che Autostrade farà nei prossimi cinque anni. Dopo una lunga interlocuzione con il ministero delle Infrastrutture, quello presentato da Aspi è stato inviato all’Autorità dei Trasporti (Art), che ha sfoderato un parere duro mettendo in dubbio i numeri presentati da Autostrade. Al netto dei tecnicismi, il Pef targato Benetton è costruito su stime di traffico molto alte ed espedienti tecnici che prevedono un aumento tariffario costante al massimo consentito dagli accordi col governo. Solo così Aspi può sostenere che distribuirà oltre 21 miliardi di utili nei prossimi 18 anni di concessione: una redditività stellare, perfino superiore a quella che ha fatto ricchi i Benetton. A non credere a questi numeri è Cdp stessa, che al momento valorizza Aspi tra gli 8,5 e i 9,5 miliardi, cifra lorda a cui vanno sottratti i rischi legali, quindi un prezzo più vicino ai 7 miliardi. Atlantia martedì ha detto che non se ne parla e ha dato 7 giorni di tempo per offrire di più. Gli altri azionisti della holding, a partire dai grandi fondi esteri, chiedono più di 10 miliardi. Se il Pef fosse credibile, la cifra non sarebbe campata in aria. Ma lo è?

Il ministero dell’Economia ha già chiarito che bisogna adeguarsi al parere dell’Authority. La direzione vigilanza del Mit invierà a ore una lettera ad Autostrade chiedendo di modificare il Pef nei punti contestati. La linea dei ministeri, però, è che ci si può adeguare al parere senza stravolgerle il Pef, con un impatto limitato sul prezzo di Autostrade, che calerebbe di qualche centinaio di milioni. Problema: Atlantia vuole molto di più e il 17 ottobre scorso ha scritto ai ministeri dicendo che se il Pef cambia, salta tutto. Martedì si vedrà se la telenovela è destinata a continuare.

Sport, i tecnici contro la riforma

Dopo un anno di accelerazioni e frenate, scontri palesi e accordi sottobanco, la famosa riforma dello Sport rischia di essere finita su un binario morto. Nelle intenzioni del ministro Vincenzo Spadafora avrebbe dovuto rivoluzionare il movimento. Il problema è che lo farebbe troppo. Così almeno la pensa il Dagl, il Dipartimento per gli Affari giuridici e legislativi di Palazzo Chigi, che ha rilevato numerosi eccessi di delega rispetto a quanto approvato ad agosto 2019 dal governo gialloverde.

Spadafora aveva ereditato dall’ex sottosegretario Giorgetti quella che sembrava una cambiale in bianco, con dentro tutto (lavoro sportivo, stadi, finanziamenti) per cambiare il settore. In realtà la riforma si è arenata sul limite dei mandati: il M5S voleva mandare a casa i vecchi presidenti delle federazioni (anzi, il presidente del Coni Malagò), il Pd non ne voleva sapere. Su questo punto, che per il ministro ormai era diventato una battaglia persa (la maggior parte dei n.1 federali intanto si sono fatti rieleggere), l’accordo politico ancora non è stato trovato. Ma non è su questo che rischia di impantanarsi definitivamente la riforma, quanto su tutto il resto.

Il Dagl sostiene che il testo di Spadafora va ben al di là rispetto al mandato affidatogli dal parlamento: “Non si limita a riordinare il Coni, come previsto dalla legge, ma si estende a tutti i profili che interessano l’ordinamento sportivo”. Sono tante le cose che la riforma vorrebbe ma secondo i tecnici non può fare: a partire dal trasferimento di beni e personale dalla società Sport e Salute al Coni, su cui è in corso da mesi un braccio di ferro. Lo stesso vale per le tante (troppe?) competenze assegnate al nuovo Dipartimento Sport, che Spadafora si è già costruito a Palazzo Chigi, ma – sottolinea il Dagl – “tende a divenire un Dicastero a sé, invece di restare una struttura della Presidenza del Consiglio”.

Il tentativo di avere un unico corpus normativo sarebbe pure “apprezzabile, quantomeno da un punto di vista sistematico” ma “non parrebbe sussistere nella delega un chiaro mandato a innovare l’ordinamento vigente”. E poi proprio in quanto “Testo unico” dovrebbe essere sottoposto al parere del Consiglio di Stato. Dal Ministero fanno sapere che alcuni rilievi sono già superati in bozze successive e altri lo saranno con ulteriori chiarimenti. La delega scade a novembre: Spadafora non ha gradito l’intervento dei tecnici: voleva portare il testo in Consiglio dei ministri già la settimana prossima. Gli altri sorridono: “Sport e Salute” di Vito Cozzoli, che sarebbe stata ridimensionata. Ma in fondo pure il Coni, che dalla riforma sarebbe uscito bene, ma senza recupererebbe la sua autonomia (e poi Malagò non avrebbe problemi per la sua terza rielezione). Persino i partiti. Attesa da tutti, la riforma alla fine non la voleva più nessuno.

Il ddl Costa ancora fermo: lo bloccano renziani e dem

Èun disegno di legge a cui il ministro dell’Ambiente Sergio Costa tiene particolarmente, in pratica, l’essenza del suo mandato. Ma ieri, atteso per la seconda volta in Consiglio dei ministri, per la seconda volta è rimasto fuori. Il motivo principale è che su “Terra Mia” non c’è accordo nella maggioranza, al punto che il presidente del Consiglio ha deciso di non portarlo nella riunione di governo nonostante un ordine del giorno poco impegnativo e nonostante quel testo sia già stato approvato in pre-Consiglio settimane fa.

Che i problemi non fossero finiti era chiaro già in mattinata quando la deputata di Italia Viva Silvia Fregolent è intervenuta in aula di fronte al premier: “Credo non sia il momento di mettere in atto provvedimenti divisivi, ma di collaborare. So che il ministro dell’Ambiente ha a cuore un provvedimento che presenterà a breve e spaventa molto le attività produttive in un momento così delicato, aumentando le pene per i reati ambientali. Ci siamo opposti, abbiamo chiesto un tavolo politico sugli elementi di criticità ma ci è stato negato. Questo non è il senso di collaborazione di cui ha bisogno il Paese”. In pratica, un ricatto palese che suona più o meno così: ci volete collaborativi in questa fase? Bloccate la legge. Tema su cui i renziani hanno trovato l’utile compagnia del Pd.

E dire che quel ddl, dopo il primo stop, era stato oggetto anche di riunioni di maggioranza per trovare un’intesa: era stato stralciato un articolo osteggiato dalla ministra dell’Agricoltura (renziana) Teresa Bellanova che prevedeva sanzioni per le aziende casearie che sversano nelle acque. Erano stati rimossi alcuni elementi non graditi al Pd e alla fine era arrivato l’ok da tutti i ministeri e dagli uffici di Palazzo Chigi. Tanto che, dopo l’ennesima sparizione a fine settembre, era tornato nell’ordine del giorno del Consiglio dei ministri notturno di sabato scorso: alle due di notte, però, al momento di discutere “Terra Mia”, era stato il capo-delegazione dem Dario Franceschini a mettere lo stop e a dire – a sorpresa – che un accordo non era ancora stato trovato. Nonostante una settimana di trattative, però, quella legge – su cui Costa si espone ormai da mesi e che, in ogni caso, sarà sottoposto al vaglio e all’ampia facoltà di modifica del Parlamento – non ha trovato spazio.

Ma esattamente cos’è Terra Mia? Cosa prevede? In sostanza un inasprimento delle pene per i reati ambientali come la realizzazione di discariche abusive o l’abbandono di rifiuti, la possibilità di fare sequestri o applicare anche a questo campo gli strumenti antimafia. Non è un caso che Costa, nella sua carriera precedente, abbia indagato sulla Terra dei Fuochi.

In generale, con Terra Mia l’ambiente verrebbe incluso – come l’integrità fisica o morale dei minorenni, la sanità, la sicurezza o la tranquillità pubblica – tra i beni giuridici rilevanti da tutelare con tanto di introduzione di foglio di via per chi lo danneggia e daspo ambientale per le aziende incriminate. Norme che evidentemente non piacciono agli interlocutori dei dem e di Italia Viva, che invece si preparano a portare in Cdm, sempre con Bellanova, un decreto sulla peste suina.

Insomma, la tutela dell’ambiente (quella vera, non di propaganda) sembra essere su un binario morto nel governo Conte-2. A inizio settimana, Roberto Gualtieri ha spento anche ogni speranza sulla possibilità di introdurre – proposto sempre da Costa – già nella prossima legge di Bilancio i tagli ai sussidi ambientali dannosi, i cosiddetti Sad (la fetta più grande avrebbe comportato l’aumento delle accise sul gasolio). Se ne parla nel 2023, ha detto il ministro dell’Economia in una intervista.

A rischio 1 milione di posti di lavoro

Le posizioni sulla proroga della cassa integrazione “Covid” e del blocco dei licenziamenti rimangono ancora distanti dopo la trattativa notturna di mercoledì tra governo e sindacati. Quanto messo sul tavolo dai ministri dell’Economia Roberto Gualtieri e del Lavoro Nunzia Catalfo è stato bollato come “insufficiente” da Cgil Cisl e Uil. La situazione di crisi non è facile da gestire, il governo cerca di correre ai ripari, mentre le piccole e medie imprese temono di tornare nell’incubo di un lockdown. Tanto che i Consulenti del lavoro parlano di un milione di posti di lavoro (il 10% della forza lavoro) che rischiano di “sfumare” nelle piccole e medie imprese.

I sindacati vogliono che le misure di tutela del lavoro siano previste in parallelo fino alla fine dell’emergenza, mentre la linea espressa dal governo prevede fino al 31 gennaio 2021 una proroga della Cig “Covid” e il blocco dei licenziamenti in scadenza a metà novembre. Per Cgil, Cisl e Uil il piano del governo non tiene conto della bomba sociale che potrebbe esplodere quando gli imprenditori potranno tornare a licenziare e i lavoratori non avranno più la Cig dedicata all’emergenza sanitaria. Misura che, spiega l’Inps, tra il primo aprile e il 30 settembre ha superato tre miliardi di ore autorizzate. Solo a settembre è stato dato l’ok a 254,9 milioni di ore, in crescita del 1.214,9% rispetto al 2019.

Il rischio di vivere un’emorragia occupazionale, tra la seconda ondata della pandemia e lo sblocco dei licenziamenti, è destinato a presentare un conto pesante. Secondo un’indagine dei Consulenti del lavoro, il milione di posti che le Pmi potrebbero perdere nel corso dell’anno rischia di abbattersi su 1,5 milioni di aziende con meno di 250 addetti i cui organici potrebbero ridursi del 10%. Il bilancio potrebbe essere drammatico in particolare per alberghi e ristorazione, dove più della metà dei consulenti prevede una riduzione degli organici superiore al 15%. Ma anche per le aziende che operano nella filiera del tempo libero e della cultura le previsioni sono critiche: il 27,2% si aspetta una riduzione della base occupazionale del 15%. Per entrambi i settori pesa e peseranno il crollo dei flussi turistici e le restrizioni indotte dall’emergenza sanitaria, che penalizzano soprattutto le attività legate all’intrattenimento (dalla ristorazione al fitness, ai cinema, agli eventi e spettacoli).

Un quadro nero che deve fare i conti anche con il crollo delle assunzioni registrato dall’Inps nel settore privato: nei primi 7 mesi del 2020 si sono fermate a quota 2.919.000, in discesa del 38% rispetto al 2019. Il calo ha riguardato tutte le tipologie contrattuali, risultando particolarmente accentuato per le assunzioni con contratti di lavoro a termine (intermittenti, somministrati, a tempo determinato).

Zona rossa di Alzano, indagato l’ex dg della sanità lombarda

Mentre Milano è alle prese con la seconda ondata, la Procura di Bergamo cerca di fare luce sulla prima, che investì in modo drammatico soprattutto la bassa Valseriana, diventata il cluster Covid più mortale d’Europa. Ieri la Guardia di finanza ha bussato alle porte degli uffici della Regione Lombardia a Milano, della Asst (l’agenzia sanitaria territoriale) di Bergamo Est e dell’Istituto superiore di sanità a Roma, chiedendo la documentazione e i supporti informatici necessari per ricostruire che cosa successe a partire dal febbraio 2020 soprattutto nell’ospedale di Alzano Lombardo.

Acquisiti documenti e supporti informatici negli uffici di Giulio Gallera, assessore regionale al Welfare, che non risulta indagato. Iscritti invece nel registro degli indagati i dirigenti del suo assessorato: il direttore generale della Sanità lombarda Luigi Cajazzo (a giugno cacciato dal suo ufficio, ma ricompensato con un posto formalmente più prestigioso e meglio pagato, quello di vicesegretario generale della Regione); l’allora vice di Cajazzo, Marco Salmoiraghi; e una dirigente dell’assessorato, Aida Andreassi. Iscritti anche i vertici della Asst Bergamo Est: il direttore generale Francesco Locati (ora in pensione) e il direttore sanitario Roberto Cosentina. I militari della Guardia di finanza sono entrati anche nella sede dell’Istituto superiore di sanità (Iss), a Roma, e hanno acquisito i contenuti del cellulare e le email di Silvio Brusaferro (non indagato), presidente dell’Iss e componente del Comitato tecnico scientifico (Cts), che aveva consigliato di chiudere in “zona rossa” l’area di Alzano e Nembro.

Le iscrizioni, per epidemia colposa e omicidio colposo, sono state decise dal pool di pm guidati dal procuratore aggiunto Cristina Rota e coordinati dal procuratore di Bergamo Antonio Chiappani.

I fatti sono quelli della prima, tremenda ondata di contagi da coronavirus partita dall’area di Alzano e Nembro, nella bassa Valseriana. I primi casi di Covid-19 della zona furono individuati nell’ospedale Pesenti Fenaroli di Alzano, che domenica 23 febbraio 2020 fu chiuso, ma solo per poche ore, e subito riaperto per ordine di Cosentina e, su su, di Locati e di Cajazzo, braccio operativo dell’assessore Gallera, con l’opposizione del direttore medico del presidio ospedaliero di Alzano, Giuseppe Marzulli. Nei giorni seguenti, il contagio dilagò, provocando nella sola provincia di Bergamo 6 mila morti in tre mesi.

Il 2 marzo, l’Istituto superiore di sanità propose la creazione di una “zona rossa” per isolare il cluster infettivo di Alzano e Nembro. Per tre giorni, dal 2 al 5 marzo, duecento tra poliziotti e carabinieri si acquartierano nella zona, pronti a chiudere l’area. La Regione, che avrebbe potuto chiuderla subito, ascoltò le richieste di Confindustria che non voleva lo stop delle attività produttive e attese le decisioni del governo. Il governo decise domenica 8 marzo: chiuse non il focolaio di Alzano e Nembro, ma l’intera Lombardia, dichiarata “zona arancione”. Ma oramai, 14 giorni dopo quel cruciale 23 febbraio, il contagio era dilagato. Ora alla Procura di Bergamo spetta il compito di ricostruire i fatti, accertare le responsabilità e stabilire se vi sono state, oltre che colpe politiche, anche responsabilità penali.