Doping, complotto? Alex Schwazer e il mistero del Dna

Doping o complotto, colpevole o vittima: il caso Schwazer continua. Persino la scienza, che di solito accetta solo numeri e certezze, non ammette opinioni, stavolta si smarrisce. Non si tratta più nemmeno di stabilire se l’urina di quella maledetta provetta fosse sua, e se in quell’urina ci fosse del testosterone. Questo ormai è assodato. Il problema è che di Dna di Alex ce n’era pure troppo: un valore così alto da far dubitare della sua autenticità. Neanche la perizia decisiva del Ris di Parma è riuscita a risolvere uno dei più grandi misteri sportivi della storia.

La vicenda risale al 2016, alla vigilia delle Olimpiadi di Rio de Janeiro. Alex Schwazer, oro a Pechino 2008, beccato positivo all’Epo a Londra 2012, è tornato alle corse sotto la supervisione di Sandro Donati, medico contro il sistema che dello sport pulito ha fatto un credo di vita. È più in forma che mai, vince la 50 km nei Mondiali a squadre a Roma, è pronto a riprendersi l’oro olimpico, quando il 22 giugno arriva la notizia choc: di nuovo positivo, in un controllo a Capodanno che a una più approfondita analisi ha rivelato microtracce di testosterone.

Squalificato dalla giustizia sportiva, Schwazer è indagato a Bolzano con l’accusa di frode sportiva. In questi quattro anni, le istituzioni internazionali hanno fatto tutto il peggio possibile per alimentare il sospetto di un complotto: gravi mancanze nella custodia dei campioni, violazione dell’anonimato sul controllo, l’incredibile rifiuto di consegnare la provetta B delle controanalisi alle autorità italiane (il laboratorio di Colonia ha provato a rifilare un altro campione, non sigillato, prima dell’intervento del giudice). Come se non bastasse, è saltata fuori una mail riservata in cui il capo dell’antidoping mondiale, Thomas Capdevielle, utilizza la parola plot (“complotto”, appunto) associata alle iniziali “A.S.”.

Lui, per conto suo, si è sempre proclamato innocente. La difesa, inizialmente ondivaga, è diventata forte quando si è scoperto il valore di Dna nella provetta incriminata: circa 1.200 picogrammi per litro, che considerando il decadimento nel corso del tempo nel 2016, al momento del prelievo, avrebbero dovuto essere addirittura 11mila. Cifra sbalorditiva, ai limiti della realtà. Secondo i legali, la prova che qualcuno avrebbe aggiunto Dna per coprire la manipolazione. Ed è a questo punto che il giudice Pelino affida al Ris di Parma una perizia su cui ormai verte l’intera inchiesta: comparare Schwazer a altri soggetti, per capire se quel valore è o non è scientificamente possibile. Se lo è, non c’è motivo di non credere che l’atleta fosse dopato; altrimenti qualcuno ha alterato l’urina per farlo risultare tale.

Nella “popolazione” esaminata sono emersi valori bassi, quasi sempre sotto quota mille, mediamente molto distanti da Schwazer, che hanno portato il colonnello Giampietro Lago a concludere che quella provetta è “anomala”. Nella perizia, però, c’è anche un altro dato trascurato dai media, subito pronti a saltare alla conclusione dello scandalo. Esiste almeno un caso che si avvicina a Schwazer: il campione 109, di 8.762 picogrammi, in fondo non così lontano dagli 11mila stimati per l’atleta.

Quanto basta per Emiliano Giardina, professore all’Università di Tor Vergata e consulente della Federazione mondiale, per affermare che “all’esito di esperimenti basati su numerosità così esigua, non è possibile escludere che la quantità di Dna nell’urina del sig. Alex Schwazer sia riscontrabile in natura”. Così verrebbe meno la teoria della manipolazione, su cui al di là dell’inaccettabile comportamento di Wada e Iaaf la difesa non ha mai potuto fornire alcuna prova, nemmeno un indizio, su come sarebbe avvenuta e da parte di chi.

Per gli accusatori , la sola certezza è che nel campione B, sigillato e presentato nel contraddittorio delle parti, è stata trovata una sostanza dopante e un unico Dna: quello di Schwazer. È un fatto stabilito dalla preziosa perizia del Ris, che però aggiunge anche altro: statistiche alla mano, per il colonnello Lago quel valore “è una assoluta anomalia: inverosimile dal punto di vista fisiologico, possibile mettendo in campo la patologia”.

Per spiegarlo (e quindi inchiodare Schwazer) sul tavolo resta l’ipotesi che l’atleta all’epoca avesse una qualche infezione che ha sballato i numeri (oppure che sia stato proprio il testosterone a farlo, ma su questo non ci sono prove). Altrimenti non rimane che la manipolazione. Nemmeno la perizia però è stata decisiva: quel valore è anomalo, non del tutto impossibile. L’incidente probatorio si è concluso così. Ora il procuratore Bramante deve decidere se mandare a giudizio o archiviare. La verità ancora non esiste.

Don Castagneto, Bagnasco ha provato a insabbiare il caso. Ora indaga Torino

Salvato dalla giustizia terrena, ma a processo davanti a Dio. La Procura di Genova ha chiesto l’archiviazione per don Franco Castagneto, parroco nel capoluogo ligure, perché gli abusi su minori dimostrabili sono prescritti e non c’è prova di casi più recenti. Ma il sacerdote è sotto processo davanti al tribunale ecclesiastico della diocesi di Torino, nonostante un tentativo di insabbiamento dell’ex arcivescovo di Genova Angelo Bagnasco, a cui la Congregazione per la dottrina della Fede, alla fine, ha revocato il fascicolo. È quanto emerge dai documenti acquisiti in Curia dai magistrati genovesi, che hanno aperto un fascicolo dopo gli articoli del Fatto e l’esposto della onlus Rete l’Abuso contro il prelato. Che ad agosto del 2019 scompare, all’improvviso, dalla sua parrocchia nel quartiere di Albaro. Tra le carte ci sono due relazioni che Bagnasco invia alla Congregazione. Nella prima, di novembre 2018, il cardinale riporta alcune testimonianze sugli abusi avvenuti a Sori, borgo ligure dove don Castagneto è stato parroco fino al 1998. Escludendo, però, “comportamenti scorretti” ad Albaro, dove Bagnasco stesso è stato viceparroco fino al 1995. Nella seconda il vescovo riporta che Castagneto ha ammesso le molestie di Sori. La Congregazione replica che sussiste un “consistente fumus delicti” a carico del sacerdote, accusato di condotte punite con la riduzione allo stato laicale. E quindi, derogando alla prescrizione, ordina al tribunale arcidiocesano di Genova di instaurare un processo canonico. Ma nella seconda relazione Bagnasco tenta di dissuadere l’ex Sant’Uffizio: “Anziché un processo giudiziario, potrebbe essere sufficiente un intervento diretto del vescovo”, cioè lui stesso, per rimuovere il prete dalla parrocchia, inviarlo “in una comunità religiosa protetta” e affidarlo “alla cura di un ottimo psicoterapeuta”. Bagnasco propone che don Castagneto rimanga in parrocchia “fino alla celebrazione delle prime comunione e delle cresime previste a maggio. Nel frattempo – scrive – potrebbe preparare la comunità al suo trasferimento, adducendo motivi di forte stanchezza, e quindi la necessità di un adeguato tempo di riposo”. Mentendo, dunque, alla sua comunità. Don Castagneto rimarrà ad Albaro fino ad agosto, ma il tentativo di insabbiamento fallisce: a luglio 2019 la Congregazione affida il processo al tribunale dell’arcidiocesi di Torino revocando “l’autorizzazione precedentemente concessa a Sua Eminenza (Bagnasco, ndr) di celebrare il processo”.

Pensioni d’oro, sì al taglio ma non oltre 3 anni

È legittimo il “raffreddamento” della rivalutazione per un triennio delle pensioni d’oro approvato dal governo gialloverde nel dicembre 2018, mentre è illegittimo il “contributo di solidarietà” oltre il triennio. Lo ha stabilito la Corte costituzionale con un’attesa sentenza. La misura sotto la lente della Consulta faceva parte di disposizioni di contenimento della spesa previdenziale disposte dalla legge di Bilancio 2019, a carico delle pensioni di elevato importo. Si tratta del cosiddetto “contributo di solidarietà” che prevede una riduzione del 15% per la quota di assegni tra 100mila e 130mila euro fino ad arrivare al 40% per la quota oltre 500mila euro. Nelle intenzioni del governo gialloverde doveva essere applicato ai prossimi cinque anni, mentre secondo i giudici della Suprema corte non può andare oltre il triennio. Il motivo è che la durata quinquennale di un provvedimento del genere è ritenuta eccessiva rispetto all’orizzonte triennale del bilancio di previsione dello Stato.

“La Open non è un’articolazione del partito”

Il Riesame di Firenze ha “dato per scontata” l’equiparazione tra la Fondazione Open e un’articolazione di partito, contestando così il reato di finanziamento illecito ai partiti. Lo sostengono i giudici della Cassazione, nelle motivazioni dell’annullamento con rinvio del provvedimento col quale il riesame aveva respinto il ricorso dei legali dell’imprenditore Marco Carrai, indagato nell’inchiesta fiorentina, contro i sequestri di documenti e pc. La maggior parte dei rilievi avanzati dai legali di Carrai sono stati accolti. Il Riesame aveva ritenuto la Open un’articolazione di partito, è scritto, in ragione del fatto “che la stessa aveva contribuito ad alcune spese” su “iniziative riferibili a un partito e aveva corrisposto somme di denaro in favore di un partito o di suoi parlamentari”. Per i giudici, per effettuare l’equiparazione fondazione-articolazione di partito, “è necessario non solo dar conto di erogazioni o contribuzioni in favore del partito… ma anche del fatto che la reale funzione di esso (…) possa dirsi corrispondente a quella di uno strumento nelle mani del partito o di suoi esponenti…”.

Davigo, il ricorso al Tar: “Tra le cause di decadenza non c’è il pensionamento”

Sulla decadenza di Piercamillo Davigo da consigliere Csm, perché magistrato in pensione (formalmente da ieri), il Tar del Lazio potrebbe decidere anche fra diverse settimane sulla sospensiva che lo stesso Davigo ha chiesto, in prima battuta, nel presentare ricorso contro la delibera del plenum approvata lunedì scorso a maggioranza (13 sì, 6 no e 5 astenuti). Non ci sarà una decisione con decreto monocratico del Tar, che sarebbe potuta arrivare già oggi. Ci sarà, invece, solo l’udienza in composizione collegiale, che richiede tempi più lunghi. Certo, va specificato, per i non addetti ai lavori, che se – in astratto – il Tar dovesse accogliere la sospensiva della decadenza, Davigo potrà rientrare in Consiglio solo se il Csm decidesse di ottemperare al provvedimento provvisorio dei giudici amministrativi. Cosa per nulla scontata. Venendo al merito del ricorso, scritto dall’illustre costituzionalista, il professor Massimo Luciani, contiene tanti motivi, alcuni dei quali già illustrati da Davigo stesso quando è stato ascoltato dalla Commissione verifica titoli del Csm, come anticipato dalla newsletter del Fatto. A cominciare dal rilevare che la legge istitutiva del Csm non prevede fra le cause di decadenza il pensionamento di un magistrato; per giurisprudenza consolidata le cause di ineleggibilità e di decadenza non solo sono tassative, ma non sono neppure “suscettibili di applicazione analogica”. Nel ricorso si evidenzia, così come Davigo ha fatto con la Commissione verifica titoli del Csm, che secondo la Costituzione i consiglieri durano in carica 4 anni. Dunque, se ci fosse stata la volontà di estromettere i magistrati da collocare a riposo in piena consiliatura, allora la legge ordinaria avrebbe dovuto prevedere questo fatto tra le cause di ineleggibilità, dato che non potrebbero garantire il mandato di 4 anni, “analogamente a quanto avviene per la possibilità di essere nominato al vertice degli uffici giudiziari, in ordine alla quale la legge prevede espressamente che l’aspirante debba assicurare la copertura dell’incarico per almeno un quadriennio”. Invece, non c’è nulla che vieti a un magistrato prossimo alla pensione di candidarsi come membro togato del Csm. E infatti Davigo si è presentato alle elezioni del luglio 2018 ed è stato pure il più votato di tutti.

“Qui è il deserto, altro che pazienti”

“Prima di vedere qualche paziente qui, ne passeranno di giorni… Stanno facendo qualche lavoretto di sopra, ma poca cosa”. A vaticinare sul futuro prossimo dell’Ospedale in Fiera è uno dei vigilantes piazzati davanti al padiglione 4. Un compito facile: persone da controllare all’ingresso dell’Astronave ce ne sono ben poche. “Giusto qualche medico e un paio di Oss, venute per i sopralluoghi”, aggiunge.

Una previsione che cozza con le dichiarazioni di Regione Lombardia che ieri ha confermato per oggi l’apertura della struttura. Tuttavia, il colpo d’occhio sull’ingresso destinato alle ambulanze è impressionante: è deserto, sbarrato e nemmeno presidiato. È difficile credere che da oggi funzioneranno tutti i posti letto per le terapie promesse. Dovrebbero essere in tutto 121, ma, probabilmente, ne saranno utilizzabili solo 104 al primo piano. Per il secondo, si dovrà attendere ancora: 54 saranno pronte solo tra alcuni giorni, 64 non lo saranno proprio. Servono 7 milioni per renderli operativi, chiesti a Roma. E poi, soprattutto, manca il personale specializzato per le Ti.

Ad ammetterlo è lo stesso assessorato al Welfare nella delibera di due giorni fa, con la quale ordinava al Policlinico di Milano e l’Asst Papa Giovanni XIII di Bergamo di riaprire i loro reparti nelle rispettive fiere: “Considerato che la Fondazione IRCC Ca’ Granda – Ospedale Maggiore Policlinico di Milano e l’Asst Papa Giovanni XIII di Bergamo – si legge a pag.3 – sono nell’impossibilità a far fronte, nell’immediato, al reperimento delle figure professionali mediche e infermieristiche necessarie all’attivazione delle 2 strutture temporanee”, si ritiene di “dare mandato di persistere nel reperimento delle professionalità necessarie”. Tradotto: trovatevelo da soli il personale che serve, basta che apriate.

E che l’Astronave voluta da Guido Bertolaso, costata almeno 17 milioni, sia un cavallo zoppo, ieri l’ha sottolineato anche la consigliera Pd, Carmela Rozza. Denunciando la carenza di Usca in città (“dovremmo avere ben 65 e 130 medici, invece ne abbiamo 6-7 pari a 12-14 medici”), ha aggiunto: “Anche per l’Ospedale in Fiera manca il personale e stanno cercando di drenare professionisti dalle altre strutture, ma non se ne coglie la logica. In Regione Lombardia non sono stati fatti concorsi centralizzati per la ricerca e selezione del nuovo personale che viene demandato alle singole Asst, in modo disfunzionale e poco efficiente, e nemmeno vengono stabilizzati i precari”. Tanto che “stiamo vivendo un déjà vu di marzo, con la giunta che punta tutto sull’ospedale in Fiera, mentre la sanità territoriale era ed è ancora sguarnita. Il rischio è di tornare ad avere i pazienti che muoiono in casa senza assistenza”.

“Tanti roboanti proclami, ma a dieci mesi di distanza dall’emergenza siamo nella stessa situazione di prima, e l’Ospedale in Fiera a oggi, anche se fosse utilizzabile, non avrebbe i sanitari necessari per aprire”, dice anche Massimo De Rosa, capogruppo M5S.

Chiudere Milano: la decisione che nessuno vuole prendere

Se qui a Milano non fossimo persone abituate a guardare il cielo, la mattina, per decidere al massimo se prendere la macchina o il tram, questo cielo plumbeo che schiaccia i tetti da giorni, ci sembrerebbe un cattivo presagio. Presagio di qualcosa che suggeriscono i numeri, spietati, dei contagi quotidiani non più scanditi dalla cantilena di Borrelli, ma immobili, duri, nella griglia fredda delle tabelle delle 18. Milano è in affanno, inutile girarci intorno. “Tocca di nuovo a noi”, è questo che ci diciamo la mattina quando ci incontriamo in ufficio o prendiamo un caffè al bar, attenti a non toccare più neppure il bancone, come a maggio, quando ci siamo riaffacciati al mondo.

Il virus è di nuovo in Lombardia o forse non se n’è mai andato veramente, perché se a marzo e aprile era dappertutto, se in Val Seriana – come sembra – la metà della popolazione se l’era preso, era impensabile che non fosse ancora qui, magari momentaneamente indebolito o nascosto, ma ancora qui. Ho fatto una passeggiata per la mia città ieri, e ho visto una Milano che boccheggia. Via Montenapoleone, alle undici della mattina, era deserta. I negozi dei grandi marchi della moda sembravano chiese sconsacrate, spogli, vuoti, orfani di liturgie uguali da anni. Nessun turista, nessun milanese, lavori in corso sulla strada, macchine parcheggiate disordinatamente come fuori da un pub, commessi immobili come manichini o intenti a spostare cose che nessuno comprerà. Neppure le vetrine sono quelle di una volta. Perfino i marchi famosi per gli abiti più barocchi, più luccicanti, hanno vestito i manichini di semplicità: maglioni, stivali, cappotti lisci, pantaloni comodi. Come a dire: la stagione delle feste non comincerà.

Ho continuato a camminare. Andando verso il Duomo ho visto negozi che stavano lì da una vita con le vetrine smontate e insegne senza più un nome. L’enorme (ex) negozio Nadine, quello con decine e decine di vestiti colorati che non mi piacevano un granché però “Entriamo a guardare, non si sa mai” non c’è più. C’è ancora, chissà per quanto, il bar/locale di mio fratello in zona Lambrate, “ma qui da qualche giorno la gente non esce più, mi hanno annullato tutti i piccoli eventi, forse questa volta chiudo sul serio”. Mio figlio aspetta che la sua classe finisca in quarantena come tante altre del suo istituto, una sua amica l’altro giorno era a pranzo con un positivo, ieri è rimasta a casa, aspetta di fare il tampone. E se è vero che i dati empirici contano poco, è anche vero che qui i dati empirici fanno più paura che a marzo, quando tanti si sono ammalati senza saperlo. Tutti noi, qui a Milano, sentiamo il virus più vicino, più minaccioso, come qualcosa di ineluttabile. Abbiamo amici, parenti, colleghi ammalati, figli in quarantena, preoccupati, ammalati, tamponati. Sono andata anche al San Raffaele, ieri. Mi sono chiesta come si prepara alla seconda ondata il grande ospedale da cui il cinicamente vivo Alberto Zangrillo ci tranquillizzava tutti. Stavano riallestendo le due tensostrutture con le terapie intensive tirate su grazie ai soldi raccolti dai Ferragnez. Era tutto aperto, sono entrata. Scatoloni per terra, materiale da buttare, luci accese e le sale con letti e respiratori vuote. Si poteva caricare su un’automobile qualche respiratore, qualche macchinario e andare via. C’era l’aria di chi sta facendo le cose in fretta, senza badare a chiudere una porta. Perché non resta molto tempo. Zangrillo lo sa. E lo sa l’infermiera che a un certo punto è spuntata da un corridoio vuoto con uno scatolone in mano, incaricata di rendere di nuovo quei padiglioni efficienti, infermiera che “Non rilascio dichiarazioni se non autorizzata dalla direzione”. Serve, adesso, che lo sappia la politica. Perché questa volta non si tratta di chiudere una cittadina nella cintura attorno a Milano, non tocca al paesino in Veneto in cui mettere gli abitanti in fila ordinata per il tampone, non è la Val Seriana in cui puoi nascondere la polvere sotto al tappeto finché non arriva il bollettino dei morti.

È Milano. E per decidere di chiudere la grande, vincente, incrollabile Milano ci vuole coraggio. Ci vuole una politica decisionista che in questo momento è tragicamente, maldestramente incarnata da un Attilio Fontana che con eroismo chiude la città dopo le 23 e da un sindaco – Beppe Sala – che è passato da “Milano non si ferma” a “La scuola non si ferma” (è contrario alla didattica a distanza anche solo per le superiori). Insomma, nessuno chiude Milano. Nessuno osa decidere oggi quel che dovrà decidere domani. Nessuno sembra capire che una decisione rapida e ferma, senza mezze misure, oggi, ci preserverà da misure drastiche e dalla durata incerta, domani. Io, da milanese adottata, non sono pronta di nuovo al suono di ambulanze nelle orecchie, alla fila spettrale fuori dai supermercati, alle telefonate degli amici che chiedono se esiste un numero dell’emergenza a cui risponda qualcuno perché non respirano o non respira il nonno, il marito, la mamma. Non sono pronta e non voglio pagare per i tentennamenti di chi non si preoccupa di chi muore oggi, ma di chi verrà eletto domani.

“Il lockdown provocherebbe rivolte armate: evitiamolo”

Professor Ranieri Guerra – rappresentante dell’Organizzazione mondiale della sanità nel Comitato tecnico scientifico a supporto del governo Conte – crede che i cosiddetti coprifuoco notturni possano essere realmente efficaci?

È un palliativo per non chiudere tutto. Servono anche per limitare l’utilizzo di alcol e altre sostanze che rilassano i freni inibitori esponendo a rischi i giovani.

Ritiene che un lockdown generalizzato non sia più una strada percorribile?

Dobbiamo evitarlo perché provocherebbe rivolte armate. Le persone sono state sfinite dai tre mesi di lockdown. Purtroppo poi in estate hanno abbassato troppo la guardia incoraggiate anche da colleghi che non capisco bene che lavoro facciano. Adesso bisogna, però, fare anche una valutazione sullo stato di salute mentale di tutti e dei nostri figli. Possiamo chiudere a casa i ragazzi davanti alla Playstation? È doveroso bilanciare equilibri di sostenibilità sociale ed economica, perché i rischi non sono dovuti solo alla trasmissione del coronavirus: come Oms abbiamo registrato un aumento di suicidi tra i giovani, per fortuna non in Italia, l’aumento del consumo di bevande alcoliche tra le mura domestiche. Il lockdown del Paese è una misura pesante e ha ragione il premier Giuseppe Conte quando dice che non è l’Italia di marzo quella di oggi, le condizioni al di là del numero dei contagi sono diverse. E ha ragione anche sull’allineare i tre livelli amministrativi: Stato centrale, Regioni e enti locali. La capacità di decidere per aree e territori sarà sempre più fondamentale da qui in avanti.

Quali sono i temi centrali per lei nella lotta alla diffusione del SarsCov2?

Il primo è il trasporto pubblico e il trasporto pubblico locale in modo particolare. Quello privato è bloccato e potrebbe essere utilizzato per integrare il pubblico con procedure trasparenti e tariffe calmierate. Si potrebbero utilizzare autobus privati fermi, perché in questo momento nessuno viaggia, per interesse pubblico. Il secondo sono i medici di base e i pediatri di libera scelta. Andrebbero inseriti maggiormente nel sistema di risposta all’attacco del coronavirus: in modo non sporadico ma organico, mettendoli in prima linea dopo averli equipaggiati in sicurezza e in modo adeguato per il tipo di sfida. Il terzo è investire nelle scuole, oltre che in sicurezza anche su nuovi programmi per i giovani adulti, in modo da evitare di avere in futuro altri terrapiattisti.

Ha indicato soluzioni di buon senso, ma perché nessuno ci ha ancora pensato? Lei fa parte anche del Cts, ci sono stati mesi in cui queste ipotesi avrebbero potuto divenire realtà…

Col senno di poi è tutto più facile. Vede, è molto complicato orientarsi quando il pericolo non sembra imminente e pare addirittura scampato. È difficile procedere con investimenti su un pericolo quando non lo si intravede dietro l’angolo. E la comunicazione del rischio è molto più difficoltosa di quanto si possa immaginare in medicina. Però non è un problema solo italiano. L’Oms fece un test a cento Paesi: nessuno superò quota 40 su 100 rispetto a una serie di indicatori che rilevavano la capacità di comprendere il pericolo e realizzare una programmazione adeguata a scongiurarlo.

Speranza e attesa sono riposte sul vaccino. Può fare un po’ di chiarezza sulle tempistiche?

Le tempistiche sono allo stato ancora solo stimabili, non certe. Per fine 2020, se tutto fila liscio, avremo la conclusione di uno o più processi regolatori delle agenzie europea e americana del farmaco. Ma non significa che avremo le dosi di vaccino anti-Covid disponibili. Nel primo trimestre del 2021 la sfida colossale sarà di natura industriale e logistica per la produzione e la distribuzione del vaccino. E, quando arriverà, si porrà un’altra domanda: i tempi di immunità del vaccino? Su questo non dico che si navighi ancora al buio, ma almeno nell’ombra. E aggiungo che sarebbe molto importante implementare la sorveglianza clinica sulle persone che guariscono dal Covid-19, perché è una malattia sistemica che non si limita alla polmonite interstiziale. Capire quanti danni rimangono o come vengono superati è fondamentale per il futuro.

Psicosi urbana: città infette, paese malato

Curve epidemiche in netta ascesa, pressione crescente sugli ospedali, contact tracing saltato. Milano, Napoli, Roma e Genova sono le “grandi malate” di questa ripresa autunnale dei contagi da SarsCov2. Risparmiate dalla prima ondata, ora tentano di scongiurare di finire travolte dalla seconda mettendo in campo misure e restrizioni localizzate. Con lo spettro di lockdown regionali che si fa sempre più incombente con il passare dei giorni.

Milano verso la battaglia

“A marzo temevo la battaglia di Milano, ma fu evitata grazie alla relativa tempestività del lockdown. Ora stiamo per averla, perché l’infezione dilaga”, diceva ieri Massimo Galli, direttore delle Malattie infettive dell’ospedale Sacco. Non certo uno a cui piace alzare i toni. I dati purtroppo gli danno ragione: dagli 87 nuovi casi registrati il 5 ottobre si è passati ai 460 dell’11 e ai 1.463 del 18. Nelle ultime due settimane nell’area metropolitana i nuovi positivi sono stati 14.645 (ieri 2.031), quasi 7mila nella sola Milano, dove i ricoverati sono saliti a 400 – 75 ieri – di cui 47 in terapia intensiva. Preoccupa il rapporto tra positivi e casi testati, arrivato al 17,51%. Ma soprattutto la resa sul contact tracing. È stato Vittorio Demicheli, il direttore dell’Ats Città metropolitana, a lanciare l’allarme: “Non riusciamo a correre dietro ai contagi”. E la conferma arriva dai medici di famiglia. Dalla segnalazione di un caso clinico (un paziente che ha sintomi) possono passare anche 7-10 giorni prima che venga eseguito il test, denuncia il presidente dell’Ordine dei medici di Milano, Roberto Carlo Rossi. “Sul portale dell’Ats da alcuni giorni non riusciamo più a prenotare i tamponi – racconta –. Non ci sono più posti e possono trascorrere anche diversi giorni prima che se ne liberi uno”. Mentre il Comune lancia un bando per riaprire i “Covid hotel” e il sindaco Sala chiede agli anziani di restare a casa, si moltiplicano i focolai. Dopo il Sacco, al Galeazzi si scoprono 21 contagi e il Pio Albergo Trivulzio ne denuncia 14, riaprendo il tragico capitolo delle Rsa. Le persone addirittura “si contaminano facendo la coda per il tampone”, ha ammesso De Micheli. “Se la tendenza non viene invertita in 15-20 giorni serviranno interventi molto più drastici. È aritmetica, più che scienza”, la sentenza di Galli.

Napoli, addio tracciamento

È l’altra grande malata. Se lunedì 5 i nuovi casi di SarsCov2erano 268, una settimana dopo erano saliti a 567, per arrivare ai 1.009 del 18 ottobre. Ieri il capoluogo e il suo hinterland hanno fatto registrare 1.541 infezioni, per un rapporto tra positivi e casi testati che oscilla tra l’11 e il 12% e un indice Rt che si attesta a 1,61. Nelle ultime due settimane i nuovi casi sono arrivati a quota 11.672, con 581 ricoverati, 70 in terapia intensiva. A preoccupare è in particolare l’area nord: secondo uno studio di Comune e Università “Luigi Vanvitelli” tra il 10 e il 20 ottobre i quartieri di Scampia, Piscinola e Chiaiano sono stati individuati come “Area Calda”. “La situazione è grave, c’è il serio rischio che diventi drammatica”, è l’analisi del presidente dell’Ordine dei Medici Silvestro Scotti. Che avverte: “Il sistema di tracciamento in capo alle Asl mi pare chiaramente saltato e con questo tasso di crescita dei contagi non reggiamo neanche per altre due settimane”. A mancare è soprattutto il coordinamento tra i servizi sanitari: capita persino che un cittadino si rechi all’ospedale per fare un tampone e dopo qualche giorno venga chiamato dall’azienda sanitaria, ignara del fatto che il test è già stato eseguito. “È accaduto in questi giorni a una mia paziente – spiega Scotti –. E ci sono tempi di attesa lunghissimi per il test di controllo al termine della quarantena. Le persone restano in ostaggio e non riescono a riprendere le loro attività”.

Roma, chiude il centro

La Capitale ha visto salire il proprio indice di trasmissione Rt a quota 1,2 e la curva epidemica impennarsi: dai 105 contagi segnalati dalle Asl il 5 ottobre si è passati ai+166 dell’11 e ai+574 del 18 ottobre. Ieri l’incremento è stato addirittura di 623 unità, anche se il rapporto tra positivi e casi testati è ancora relativamente basso: 4,9%. Ma gli ospedali preoccupano: ieri i ricoverati nei reparti Covid erano 1.150, mentre i posti occupati nelle terapie intensive erano 115. Numeri che fanno vedere chiaro all’orizzonte lo spettro della saturazione: i letti ordinari sono in totale 1.583 e quelli in rianimazione 252. “Con il moltiplicarsi dei casi di influenza” la pressione “aumenterà ancora”, avverte Antonio Magi, presidente dell’Ordine dei medici. Per questo “servono subito ospedali di territorio, strutture intermedie per assicurare assistenza ai casi lievi”. I 500 posti letto nei tre “Covid hotel” della Capitale sono stati riempiti per dimettere i pazienti che potevano tornare all’isolamento domiciliare. Che resta un’impresa: la gran parte dei focolai sono di natura familiare. La situazione è tale che Virginia Raggi ha sul tavolo un’ordinanza che chiude il cuore della città: fino al 13 novembre Campo de’ Fiori, piazza Trilussa in Trastevere, piazza Madonna de’ Monti, via del Pigneto e via Pesaro saranno off limits ai non residenti il venerdì e il sabato dalle 21 alle 24.

Genova, il focolaio ligure

Anche ieri Genova ha raccolto i 2/3 dei nuovi positivi dell’intera Liguria, 514 su 690: martedì sono arrivati a 762, quando solo l’8 ottobre l’asticella si era fermata a quota 97. Il nuovo dato ufficiale dell’Rt è atteso per oggi e in Regione si fa la stima dell’1,4. I focolai si concentrano nella città vecchia (nelle aree della Maddalena e del Molo) e nei quartieri di Sampierdarena, Cornigliano e Rivarolo, zone in cui alla diffusione del virus contribuiscono densità di popolazione, molte comunità diverse e tanti lavoratori. Al punto che da ieri sera non è più possibile recarvisi senza un motivo preciso, in base alla nuova ordinanza voluta dal sindaco Marco Bucci. Anche qui, preoccupa la pressione sulle strutture sanitarie: 415 i ricoverati Covid, 24 i letti di terapia intensiva occupati in città. A soffrire di più è il San Martino, la maggiore struttura regionale, dove i pazienti Covid sono 180. La Regione ha aperto 17 nuovi posti a media intensità a Malattie Infettive e altri 20 al padiglione Laboratori, sottraendo risorse e personale agli altri reparti. Per questo, come ammesso dallo stesso governatore Giovanni Toti, c’è il rischio di uno “stop importante” alle prestazioni non-Covid.

 

Ok al concorso degli insegnanti, assembramenti per Trenord

“Anziché attaccare la Lombardia e straparlare di banchi con le rotelle, il ministro Azzolina si preoccupi di cancellare il folle concorso nazionale che obbliga 60mila insegnanti a girare l’Italia nonostante il Covid”, ha tuonato anche ieri Matteo Salvini. Evidentemente al leader della Lega nessuno aveva detto che, mentre lui inveiva contro il concorso degli insegnanti, in Lombardia, i dirigenti di Ferrovie Nord Milano erano riuniti per il mega-concorsone della società ferroviaria lombarda. Migliaia di persone, denunciano i consiglieri M5S, assiepati senza controllo (nella secondo foto): “Assembramenti, distanziamento minimo e addirittura persone senza mascherine… E nessuno pareva controllare”.

Tutto un altro film, invece, per la carica dei precari della scuola. Per la prova selettiva per il concorso straordinario – che permetterà la stabilizzazione di 32.000 insegnanti – il ministero dell’Istruzione ha reperito 171 aule in altrettanti istituti in tutta Italia, oltre ad aver spalmato il concorso su quasi 30 giorni. “Ho notato una buona organizzazione – racconta Emanuela – in classe eravamo appena 12, tutti con la mascherina e ben distanziati”. Ieri si è svolta la prima giornata di prove, dei 64.563 candidati iscritti si sono dovuti presentare in 1.645: le prove andranno avanti fino al prossimo 16 novembre. È l’ora di pranzo, e Claudia sta per imboccare l’ingresso di un istituto superiore di Roma est. Precaria da 5 anni, arrivata da Pescara, protesta: “Alcuni di noi fanno questo lavoro anche da 10 anni, ci potevano evitare questo stress”. Anche perché, come denunciato dai sindacati ma legittimato dal Tar, il Miur non ha previsto prove suppletive per chi è in isolamento.