Sardegna: record di casi e raddoppio di poltrone

Mentre in Sardegna si registra il record di contagi – ieri i nuovi positivi sono stati 243, 264 i ricoverati in reparti non intensivi (+28), 36 quelli in terapia intensiva e le ambulanze facevano la fila davanti agli ospedali al collasso – e si sta per varare un lockdown di almeno due settimane, che sarà ufficializzato entro 24 ore, la giunta di Christian Solinas si concentra sulla moltiplicazione delle poltrone. E degli stipendi.

Dieci milioni in più tra emolumenti e oneri da distribuire a dirigenti, funzionari e consulenti. Tutte nuove figure da inserire nel sottobosco del governo regionale. Tutte da scegliere su base fiduciaria. Della Giunta, naturalmente. Un miracolo reso possibile dalla Proposta di legge n. 107, la quale prevede di raddoppiare l’attuale organigramma regionale che dovrebbe così passare da 130 a 257 unità. Naturalmente raddoppiando i dipendenti, raddoppiano anche i costi per il pubblico: dai circa 10 milioni di euro all’anno di monte stipendi di oggi, si passerà di colpo a circa 20 milioni.

Tutti soldi che ancora non si sa da dove spunteranno fuori, dato che a oggi la Proposta di legge – già portata in Commissione Riforme per una prima discussione generale – risulta priva di qualsiasi dotazione finanziaria. Ma in politica si sa, se si vuole, i denari si trovano sempre.

E qui di soldi ne serviranno tanti. Per esempio, il solo “Ufficio di Gabinetto di Presidenza”, che fino a oggi ha funzionato benissimo con “soli” 22 dipendenti (capo di gabinetto compreso), passerà a 51 addetti, con un monte stipendi che lievita da 1.596.000 a 4.531.000 l’anno. Solamente i quattro commessi/uscieri, costeranno alla collettività 212.000, mentre l’autista del Presidente riceverà 60.000 euro l’anno di stipendio. L’ “Ufficio di Gabinetto degli Assessorati”, invece, acquista 43 addetti (passando da 108 a 151 persone), con un incremento secco dei costi di 3.300.000 euro. Ai quali, poi, vanno aggiunti ulteriori 1.680.000 euro per il personale “degli Enti controllati”.

Nuovi, invece, saranno i dipendenti scelti per il neonato “Segretariato generale della Regione”, una novità da 11 addetti per complessivi 711.000 euro (162.000 l’emolumento del Segretario). Un’innovazione anche i tre “Capi dipartimento”, ciascuno con 10 dipendenti al seguito, costo annuo: 2.202.000 euro. Il “bonus track” del disegno di legge è il “Servizio di studi regionali”, 10 addetti più un dirigente, per complessivi 769.000 euro.

Sul piede di guerra le opposizioni, che ieri hanno organizzato una conferenza stampa comune – M5S, Pd e Progressisti – per denunciare l’operazione: “Solinas sta varando una serie di riforme che mirano in primis a moltiplicare le poltrone per gli amici”, attacca Alessandro Solinas, portavoce M5S in consiglio Regionale, “arrivando anche ad abbassare i requisiti richiesti per aspirare a posizioni apicali”. Inoltre, secondo il consigliere pentastellato, il governatore starebbe anche costruendo “una sua personale rete di governo della Regione, parallela a quella degli assessorati, che grazie al Segretario generale e ai Direttori di dipartimento, gli permetterà di controllare e incidere sul lavoro dei vari assessori, esautorando di fatto i componenti della Giunta”.

Scuola, l’ultima battaglia: le pressioni per richiuderla

La verità che nessuno ha (ancora) il coraggio di dire è che così si prenderebbero due piccioni con una fava: se chiudi la scuola, rimetti in sesto i trasporti e fai rifiatare le Asl. Per questo domenica è stata vinta una battaglia sull’“asset strategico” da salvaguardare, come ripete il premier Giuseppe Conte, ma non è certo finita la guerra. E le pressioni per tornare alla didattica a distanza sono forti, fortissime. Non solo per quel che riguarda l’istruzione superiore. Lì, il primo muro lo ha buttato giù il governatore della Lombardia, Attilio Fontana, che da lunedì chiude le aule di licei, istituti tecnici e professionali. Lo annuncia in una lettera alla ministra Lucia Azzolina, parlando di una “decisione sofferta” e per spiegarla cita numeri inquietanti, come quelli per cui i ricoveri in terapia intensiva, nella sua Regione, potrebbero più che quintuplicare nel giro di una settimana, dai 113 di ieri ai 594 – ma le stime più pessimiste della “Commissione indicatori Covid-19” della Lombardia arrivano a 815 – preventivati per fine mese. Spiega Fontana che venerdì scorso ha provato a mantenere un sistema di “didattica mista”, ma è stato subito “costretto a riconsiderare quella scelta”, con “l’obiettivo dichiarato in premessa – scrive ancora – di ridurre il carico dell’utenza del trasporto pubblico locale”. Non è la scuola il luogo del contagio, ammette lo stesso governatore. Ma siccome “le risorse disponibili” – i soldi, sì, ma anche il numero di autisti e i mezzi a disposizione – “non permettono un potenziamento dei servizi del trasporto pubblico locale”, si fa prima a tornare alla cara vecchia dad, o meglio alla did, come la chiamano adesso sperando che suoni diversa. Una decisione che per ora resterà valida per tre settimane. Ma che non ha nessuna garanzia di non venire prorogata, tanto più che difficilmente l’andamento dei contagi a metà novembre sarà meno preoccupante, visto che ancora ieri si viaggiava al ritmo di 16mila nuovi casi e 136 vittime.

C’è la protesta dei sindaci, a cominciare da quello di Milano Giuseppe Sala, e l’impegno dello stesso Fontana a ridiscutere la serrata. Che pure, va detto, accompagna in calce alla lettera alla ministra un laconico, “impugnala, se vuoi”. Ma è chiaro che la scelta della Lombardia non resterà isolata. Michele Emiliano in Puglia ha disposto lo stesso per il triennio delle secondarie, interventi di potenziamento della dad anche in Piemonte e Liguria, mentre ancora non si capisce che intenzioni abbia la Campania di De Luca con le elementari (e soprattutto con le medie), tant’è che la ministra ieri è tornata a scrivere a lui e a Fontana per chiedere “oculatezza, attenzione e capacità di confronto, in spirito di unità e responsabilità collettiva”.

L’effetto domino è dietro l’angolo, visto che altri governatori potrebbero presto seguire l’esempio di Fontana&C. Azzolina è in trincea, ripete che “il primo ciclo è intoccabile”, confida nel sostegno del premier che finora ha condiviso la battaglia sulla scuola, come ha ribadito anche ieri nell’informativa alla Camera. Oggi arriverà il rapporto settimanale dell’Istituto superiore di Sanità, che dovrebbe essere in linea con i dati arrivati finora. Dati, va detto, che non hanno fin qui allarmato il Comitato tecnico scientifico, che infatti non ha valutato l’opportunità di restrizioni.

Il problema sono le ripercussioni che la scuola ha sui due settori che citavamo all’inizio: i trasporti e le Asl. I primi perché, come ha spiegato Fontana nella lettera ad Azzolina, non reggono l’urto dello spostamento degli studenti. Le seconde perché “subiscono” gli effetti – sanitari e burocratici – dei casi positivi riscontrati tra gli alunni, proprio perché a scuola il tracciamento funziona, nel senso che è imposto il controllo di intere classi, con relativi tamponi, passaggi ai drive-in, attestati di fine isolamento e così via. Una mole di lavoro che ovviamente verrebbe meno se l’istruzione tornasse a distanza. Con il paradosso, va aggiunto, che si rinuncerebbe anche alla funzione di “setaccio” a cui oggi assolvono proprio le scuole.

Nei prossimi giorni, va detto, nelle Asl dovrebbero arrivare duemila nuovi operatori, frutto del bando della Protezione civile annunciato ieri dal ministro Francesco Boccia. Oggi Boccia incontrerà le Regioni proprio per discutere di come “potenziare le reti sanitarie e rafforzare le operazioni di tracciamento”. Sempre che qualcuno non insista nel dire che si fa prima a richiudere in casa i ragazzi.

 

Salvini scomunica i suoi governatori: “Consultatemi prima di decidere”

Per dare meglio l’idea, Gian Marco Centinaio, fedelissimo di Matteo Salvini, rispolvera il leghismo d’antan e cita la Corazzata Potëmkin di Fantozzi: “Il coprifuoco è una cagata pazzesca” va dicendo annunciando di volerlo violare dopo le 23 nella sua Pavia. Se lo farà o meno – rischiando fino a 3.000 euro di multa dai poliziotti che dipendono dal suo amico Attilio Fontana – è un dettaglio. L’importante è che il messaggio, che proviene dalle viscere della Padania profonda, arrivi a chi deve arrivare. Ovvero non solo “all’Attilio” che mercoledì in quattro e quattr’otto ha firmato l’ordinanza per disporre la chiusura dalle 23 senza dire niente a nessuno (“Non mi ha nemmeno avvertito” ripete irritato Salvini), ma soprattutto agli altri governatori leghisti o “eletti grazie a Matteo” come sibila, con tono ricattatorio, un salviniano: Donatella Tesei in Umbria, Marco Marsilio in Abruzzo, ma anche Alberto Cirio in Piemonte e il marchigiano Francesco Acquaroli.

Per non parlare del “Doge” Luca Zaia che non solo potrebbe ordinare presto nuove restrizioni dopo i 1.325 contagi di ieri, ma butta lì anche quella parola che ai leghisti duri e puri fa venire l’orticaria: il lockdown. “Dipende dai numeri” ripete Zaia che però vorrebbe evitare il coprifuoco a cui è dovuto arrivare il collega Fontana. Quest’ultimo dice che il suo è stato un atto “su richiesta dei sindaci” ma nella Lega raccontano che martedì pomeriggio, durante la riunione via zoom con i consiglieri e gli assessori, l’ex sindaco di Varese abbia passato un brutto quarto d’ora. Salvini, spalleggiato dal segretario regionale Paolo Grimoldi, gli ha chiesto spiegazioni prima di concludere: “Decidete pure, ma prima dovete coordinarvi con noi”. Ché il bombardamento subìto dal governatore Fontana dopo l’annuncio del coprifuoco deve servire per inviare un messaggio agli altri colleghi di tutta Italia: “No a fughe in avanti, non possiamo andare dietro al governo – è stato il messaggio fatto recapitare ai governatori – le decisioni vanno prima spiegate senza creare il panico”. Educarne uno per educarne 15, quanti sono i presidenti di Regione del centrodestra. Che così, di fatto, sono commissariati.

Se su Zaia ormai ha perso il controllo dopo il plebiscito di fine settembre, Salvini non vuole mollare la presa sugli altri. E allora il friulano Max Fedriga, che ha aspirazioni da presidente della Conferenza Stato-Regioni, si affretta a spiegare che sì, magari qualche misura restrittiva dovrà approvarla, ma che “allo stato attuale il coprifuoco è escluso”. E anche Giovanni Toti, ormai considerato un leghista dopo aver tenuto FI fuori dalla giunta ligure, si fa fotografare mentre mangia un piatto di gnocchi al pesto: “Non esistono zone rosse, esistono solo aree in cui serve un po’ di attenzione in più”. Solo che poi ci sono anche gli altri governatori, quelli più moderati e che tutti i giorni hanno a che fare con l’impennata dei contagi e gli ospedali che si riempiono. E allora, accade che Salvini attacchi Vincenzo De Luca per aver chiuso le scuole (“Un fatto grave”) e un attimo dopo la sua Donatella Tesei in Umbria e Alberto Cirio in Piemonte avanzino l’idea di fare lo stesso. Idem in Abruzzo dove ieri Marco Marsilio ha ventilato il coprifuoco e nelle Marche con Francesco Acquaroli che ha firmato l’ordinanza con le misure restrittive. Poi, certo, “le regioni decidono in autonomia”, spiega Massimiliano Romeo, capogruppo della Lega al Senato, ma le parole sono importanti: “Il termine coprifuoco rischia di spaventare i cittadini – dice – e poi vanno comunicate meglio”. Le Regioni sono avvertite.

Covid governo ladro

Ci siamo sbagliati. Non immaginando che i negazionisti estivi si sarebbero trasformati in rigoristi autunnali, sabato avevamo titolato: “Ora non parlano più”. Invece parlano e danno pure lezioni. I più timorati chiedono che cos’ha fatto il governo per prevenire la seconda ondata, mentre loro la negavano e la favoreggiavano. I più spudorati, tipo Sallusti, chiedono le dimissioni del governo (“Conte vada a casa”) e indicano come modello la Regione Lombardia dei noti serial killer colposi o preterintenzionali. Siccome altri 15 Paesi stanno molto peggio di noi, dovremmo lasciare senza governi mezzo mondo e tutta Europa: ideona per combattere il virus. Ora, noi nutriamo la massima ammirazione per chi persegue fino in fondo le sue idee, purché siano davvero le sue e le mantenga almeno per due o tre giorni di seguito. Per tutta l’estate i partiti e i giornali di destra ci avevano spiegato che Conte faceva apposta a “spargere terrore” su un “Covid clinicamente morto” (Zangrillo) per “salvare la poltrona”, “tenersi pieni poteri e dittatura sanitaria e, da sadico qual è, rovinarci le vacanze e rinchiuderci al più presto in casa. Quando Salvini si presentava smascherinato a un convegno in Senato e se ne vantava (“Non ce l’ho e non la indosso”), poi girava l’Italia sbaciucchiando bimbi e sputazzando sui fan, attaccavano chi lo criticava. E giù interviste à gogo a Zangrillo, che poi almeno ebbe il buon gusto di rettificare, e alla sua versione al pesto: Matteo Bassetti, quello che “a marzo il Covid era una tigre, oggi è un gatto selvatico addomesticabile” (1.6).

Nicola Porro, vicedirettore del Giornale, inneggiava agli sgovernatori che riaprivano le discoteche: “L’ultima dei terroristi del virus: guerra alle discoteche”, “Han creato il terrore del virus e della seconda ondata. Mi han chiesto di fare il tampone, sapete cosa dico io? Tiè! (gesto dell’ombrello, ndr). Ma quale cacchio è l’allarme? Tutto questo pessimismo e paura hanno portato i pieni poteri a Conte e Casalino” (11.7). Così dipingevano la proroga dello stato d’emergenza, che non aumenta di un grammo i poteri del premier, ma consente soltanto di tenere in piedi il Cts e la struttura commissariale di Arcuri: “Colpo di mano. Emergenza Conte” (Giornale, 29.7). “No! No! No!” (Tempo, 29.7). “Conte come Erdogan” (Libero, 2.8), “Tira un’arietta di regime” (Verità, 2.8). Inneggiavano persino il partigiano Montesano per l’eroica Resistenza alla mascherina: “All’aperto è dannosa”, è “un bavaglio”, “una museruola”, “limita le libertà” (Verità, 7, 8 e 16.10). Il duce Conte era troppo duro. Giornale: “Il Covid salva Conte: ora chiede pieni poteri fino al 31 gennaio” (2.10).

E ancora: “Il regime sanitocratico uccide la libertà” (6.10), “Virus, attacco alla famiglia: ora il governo vuole entrarci in casa” (11.10), “Speranza ministro comunista voleva il modello Stasi” (13.10), “Chiusi e mazziati” (14.10). Verità: “C’è immunità di gregge ma creano l’emergenza” (2.10), “Seminano il panico ma il Nord potrebbe aver raggiunto l’immunità di gregge” (Telese, 2.8), “No, non siamo messi male come ad aprile” (3.10), “Verso lo stato d’emergenza infinito nonostante l’epidemia sia sotto controllo” (Capezzone, 3.10), “L’emergenza manovrata per il culto di Giuseppi e per comprare consenso” (Tarchi a Piroso, 6.10), “Torna in auge il circolino dei medici” (10.10), “Per restare al potere Conte e i suoi hanno trasformato la paura in virtù” (11.10), “Richiudono tutto su dati farlocchi. Le terapie intensive sono semivuote. Ma il governo darà una nuova stretta” (Piroso, 12.10), “Ci governano col terrore” (Veneziani, 13.10), “Tra i giacobini e il Terrore mediatico siamo tornati indietro di due secoli”, “Ci vogliono rubare il Natale”, “Ci chiudono in casa e la tassano pure (15, 16 e 17.10), “Conte non sa più cosa vietare”, “Tornano i decreti dittatoriali” (Formigoni, 18.10). Libero: “Conte ha sequestrato molta più gente di Salvini” (3.10). Stampa: “I vicini invitati a farsi Stasi, Kgb, Ovra” (Mattia Feltri, 13.10). E giù interviste a Giucas Cassese: “Lo Stato di emergenza non serve a nulla perché non c’è nessuna emergenza” (2.10). Ora invece, dopo aver dipinto i Dpcm come marce su Roma, ne invocano uno al giorno, possibilmente draconiano: “Il coprifuoco copre solo i ritardi” (Verità, 21. 10). “Giuseppi in tilt. La sua linea soft già scricchiola” (Giornale, 22.10), “Conte sa cosa significa ‘esponenziale’?” (Feltri jr., Stampa, 22.10). Si risente perfino Cassese: “Un sistema debole” (Corriere, 22.10). E pure Bassetti, quello della tigre e del gatto: “Il sistema andava potenziato, così non arriviamo a marzo”. Ma tu pensa.
Da duce che era, Conte diventa un mollaccione indeciso a tutto: da Mussolini a Rumor. Se chiude, sbaglia perché deve aprire; se tiene aperto, sbaglia perché deve chiudere. Se decide tutto da Roma, sbaglia perché non coinvolge Regioni e Comuni (federalismo! decentramento! Devolution! autonomia differenziata! Roma ladrona!); se coinvolge Regioni e Comuni per le chiusure locali (in base alla legge 833/1978), sbaglia perché fa “scaricabarile” (statalismo! centralismo! Roma padrona!). Per carità, può darsi che Conte abbia sbagliato con misure troppo soft: lo vedremo a fine mese dai primi effetti (o meno). Ma lorsignori che avrebbero fatto al suo posto? A parte ripetere che il virus non c’è più e la mascherina fa male alla salute, s’intende.

Per la rielezione Trump ha trovato il suo più grande avversario: Borat

“La Cina ha fabbricato il virus. Lo hanno deliberatamente diffuso in tutto il mondo. Non credo che nessuno mangi i pipistrelli…”. Ancora: “Trump ha salvato un milione di vite in più di quanto avrebbero fatto i Democratici”. Subito dopo l’avvocato personale del 45° presidente degli Stati Uniti, Rudolph Giuliani, prorompe in una tosse inquietante, ma rassicura: “Sto bene”. Quindi accoglie l’invito della sua giovane, bionda e improponibile intervistatrice a bere un bicchiere in camera da letto, finché non viene interrotto dal sedicente padre della reporter: “Lei ha 15 anni, è troppo vecchia per te. Prendi me al suo posto”. Mentre gli uomini della sicurezza lo scortano fuori, l’intruso in “pink transgender outfit”, come denunciò lo stesso Giuliani alla polizia in luglio, rimbrotta l’ex sindaco di New York: “Trump sarebbe contrariato che lasci l’hotel senza golden shower”. È solo una delle tante scene clou di Borat – Seguito di film cinema. Consegna di portentosa bustarella a regime americano per beneficio di fu gloriosa nazione di Kazakistan, con cui Sacha Baron Cohen riporta sullo schermo – stavolta il piccolo: sarà disponibile su Amazon Prime Video da domani – il suo irriverente e irresistibile alter ego. Qualcosa è cambiato da 15 anni fa, allorché il giornalista kazako Borat Sagdiyev venne inviato a documentare l’American way of life, perché siamo cambiati noi: “Nel 2005 avevi bisogno – dice Cohen al New York Times – di un personaggio che fosse misogino, razzista, antisemita per convincere le persone a rivelare i loro pregiudizi. Ora quei pregiudizi sono palesi, i razzisti sono orgogliosi di esserlo”. Obiettivo: “far ridere la gente, svelando al contempo la pericolosa scivolata verso l’autoritarismo”, Borat 2 arriva sotto le elezioni presidenziali e mette nel mirino The Donald, già elargito di una defecazione con vista Trump Tower nell’originale del 2006 (262 milioni di dollari al box office a fronte dei 18 di budget), attraverso il suo inner circle, da Giuliani al vicepresidente Mike Pence, i supporter e il brodo di coltura, dai pastori antiabortisti, convinti che “Dio non fa pasticci” nemmeno con l’incesto, agli armaioli destrorsi, sicuri che “Obama è il male, la Clinton beve il sangue dei bambini e i Democratici sono peggio del virus, demoni, dovrebbero avere meno diritti di noi”. Su diktat del suo presidente, rammaricato perché Trump non lo annovera tra i Putin e i Kim Jong-un, Borat deve portare in dono la scimmia Johnny, ministro della Cultura e pornostar, quindi la figlia Tutar (Maria Bakalova) al ribattezzato Michael Penis. Camuffato da membro del Ku Klux Klan e poi da Donald stesso, ne disturba il comizio alla Conservative Political Action Conference: “Quindici casi di Coronavirus individuati, uno appena nelle ultime due settimane. Come ha detto il presidente, siamo pronti, siamo pronti a tutto”. Era il 27 febbraio scorso, sappiamo come sarebbe andata a finire: 8,3 milioni di contagi e 221mila decessi negli Usa, a oggi. Dichiaratamente, Cohen vuole frustrare le speranze dei militanti al CPAC, “Four more years”, ma tra fleshlight (masturbatori maschili) e spit roast creampie (cercate voi…), ragazzini kazaki spediti a Kevin Spacey e anatre prese a colpi di tosse a Wuhan, l’Olocausto negato e “Melania è la moglie più felice al mondo” il riso stavolta è a denti stretti, la piega amara, la preoccupazione sensibile. Armi in pugno, l’alt-right lo ascolta estasiata cantare la Chinese Virus Song, incipit: “Obama è un traditore, odia l’America, devono metterlo in carcere”. Il 3 novembre delle Presidenziali è vicino, chi vincerà: Borat o Trump?

 

Scienziati, da pazzi a Guru. Rovelli, Valerio, Hawking…

Se c’è un intellettuale serio, in Italia, è Maurizio Crozza: l’ultimo ad aver pizzicato in odor di tuttologia-fuffologia – con la sua straordinaria imitazione – è il fisico Carlo Rovelli, più che un divulgatore scientifico, un best-sellerista da centinaia di migliaia di copie con Helgoland (Adelphi), da settimane in classifica pur parlando di fisica quantistica.

Siamo un Paese di scarse letture, antiscientismo e analfabetismo funzionale, come potremmo mai capire le funzioni? Se ci sfugge la lingua madre, cosa recepiamo di Heisenberg et al.? “Se non vediamo interferenza, non c’è bisogno di pensare che ci sia una sovrapposizione quantistica: ‘sovrapposizione quantistica’ – lo ricordo perché si fa molto spesso confusione su questo punto – significa solo che vediamo interferenze”, scrive il sibilino e tautologico Rovelli. Quello vero, non dissimile da quello finto di Crozza, quando parla allo stesso tempo dello “sgabello che esiste e non esiste”.

Altro titolo di successo, ma più abbordabile, è La matematica è politica di Chiara Valerio (Einaudi), matematica ormai prestata alle Belle Lettere. E da Jim Al-Khalili (Il mondo secondo la fisica, Bollati Boringhieri) ad Anthony Aguirre (Zen e multiversi, Raffaello Cortina), le librerie pullulano di saggi di alta caratura scientifica. Chi li capisce è bravo. Valerio spiega così il fenomeno: “Si legge per curiosità e per partecipare di una esperienza”. Lei e i suoi colleghi – medici e biologi compresi, visti i tempi – rischiano però di diventare le nuove pop star, i nuovi guru, tanto oscuri quanto seduttivi. “Io non penso che la scienza abbia a che fare con i guru: la scienza si basa su prove, gli scienziati quando parlano, anche nella loro assertività, stanno dichiarando verità sempre relative a un contesto, non assolute. Altra faccenda è la trasformazione che viene fatta dai mezzi di comunicazione”.

I nuovi divulgatori vantano, però, il fascino – se non l’intenzione – degli oracoli: “È un meccanismo comprensibile”, spiega Piergiorgio Odifreddi, matematico e anch’egli divulgatore (uno su tutti, Il matematico impertinente, Longanesi). “I media e il pubblico sono attratti dai personaggi eccentrici, eretici, anticonvenzionali. Serve eccentricità scientifica per avere successo: non ci interessa quello che dice Einstein, ché tanto non lo capiamo, ma il personaggio Einstein, il perfetto stereotipo dello scienziato pazzo, borderline”.

Moda, fenomeno editoriale creato ad arte o semplice curiosità: da cosa nasce l’exploit dei titoli di scienza? “Ormai da vent’anni la divulgazione scientifica ha preso piede, non solo grazie all’editoria, ma anche attraverso i festival, i film, i fumetti… L’universo elegante di Brian Greene (Einaudi) fu rilanciato addirittura da Woody Allen. Il caso più eclatante resta, però, Dal big bang ai buchi neri di Stephen Hawking (Bur): un successo planetario, che dipende a mio avviso da due fattori, comuni a Rovelli. Il primo è l’aspetto fisico, legato alla grave malattia dell’astrofisico; così il mio amico Carlo, che gira coi sandali da frate, spettinato, ha il physique du rôle dello scienziato eccentrico. Poi, in entrambi, prevale l’aspetto predicatorio: la gente vuole avere certezze. Se scrivo in un libro, o lascio intendere, che sono tutti ignoranti e cretini, cosa che probabilmente è più vicina alla realtà, non venderò nulla. Se l’autore invece dà l’illusione al lettore di essere intelligente e di capire, spiegandogli la scienza in modo sufficientemente superficiale, ecco che sono tutti contenti. Hawking è stato, in questo, un maestro: ha venduto milioni di copie nel mondo, ma se uno chiede al lettore ‘che cos’hai capito?’, probabilmente non saprebbe ripetere nemmeno una frase. Vale pure per Rovelli con Sette brevi lezioni di fisica (Adelphi): lì è stato il genio di Calasso a capire che il filone funziona. Non a caso Adelphi è una casa editrice molto new age, ammicca al pubblico con teorie parascientifiche…”.

C’è pure un pizzico di ironia e sadismo, da quelle parti: basti pensare ai Sei pezzi facili – si fa per dire – e ai Sei pezzi meno facili – si fa per dire – di Richard Feynman. “Lui è il tipico esempio del genio burlone, famoso proprio per la sua buffonaggine, la sua vita tra spogliarelliste e pub”. Questo sul versante mondano, mentre su quello spirituale i nuovi divulgatori si pongono spesso come filosofi, abbozzando una visione mistica della scienza, quasi religiosa. Metafora di oscurità, tra sacro e profano, è il termine “buchi neri”. “Fino agli Anni 60 si chiamavano ‘singolarità spazio-temporali’; ovvio che non interessassero al pubblico. Fu John Wheeler a coniare la definizione: un’operazione di marketing dal facile doppio senso, tanto da precisare che ‘i buchi neri non hanno peli’… È chiaro, poi, che argomenti come il tempo, l’universo, la fine del mondo attirano più delle formulette asettiche”. Ma stiamo sempre parlando di teorie scientifiche, quindi perfettibili, non di verità metafisiche o dogmatiche. “Infatti, quando Rovelli va in tv e dice: ‘Noi sappiamo che il tempo non esiste’, sta avanzando la sua teoria, tra l’altro minoritaria e poco condivisa nella comunità scientifica”. Ma tanto, chi lo capisce e lo contesta?

La rivoluzione del Papa. “Legge per le unioni gay”

Le parole rivoluzionarie di Papa Francesco segnano un prima e un dopo nella Chiesa cattolica. Mentre la Cei si è opposta alla legge contro l’omofobia, Bergoglio apre a una legge sulle unioni civili anche per persone dello stesso sesso segnando una profonda spaccatura nell’episcopato. Parole che arrivano da un Pontefice che è sempre stato vicino, già da prete e poi da vescovo a Buenos Aires, al mondo gay e lgbt. Un Papa che ha ricevuto in Vaticano anche una coppia trans che gli aveva scritto raccontandogli la sofferenza del cambiamento sessuale di uno dei due partner, effettuato solo dopo la morte dei genitori che non lo vollero accettare. Ora questa inedita apertura destinata a fare rumore dentro come fuori della Chiesa cattolica. “Le persone omosessuali – ha affermato il Papa – hanno il diritto di essere in una famiglia. Sono figli di Dio e hanno diritto a una famiglia. Nessuno dovrebbe essere estromesso o reso infelice per questo. Ciò che dobbiamo creare è una legge sulle unioni civili. In questo modo sono coperti legalmente. Mi sono battuto per questo”. Bergoglio ne ha parlato in un documentario del regista russo Evgeny Afineevsky presentato alla Festa del cinema di Roma.

Se da un lato è vero che Francesco, fin dalla sua elezione al pontificato, ha manifestato grande apertura nei confronti degli omosessuali, mai fino a ora si era espresso in favore di una legge sulle unioni civili. Nel documentario, Bergoglio telefona a una coppia gay, con tre figli piccoli a carico, rispondendo a una loro lettera in cui gli esprimevano il loro forte imbarazzo nel portare i loro bambini in parrocchia. Il consiglio del Papa è di farlo lo stesso, al di là dei pregiudizi. Immagini che, alla presentazione del documentario, sono state accompagnate dalla testimonianza di Juan Carlos Cruz, vittima cilena della pedofilia di padre Fernando Karadima. “Quando ho incontrato Papa Francesco – ha affermato Cruz – mi ha detto quanto fosse dispiaciuto per quello che era successo: ‘Juan, è Dio che ti ha fatto gay e comunque ti ama. Dio ti ama e anche il Papa poi ti ama’”.

Già nel 2013, Bergoglio usò parole molto chiare sul mondo omosessuale: “Se una persona è gay e cerca il Signore e ha buona volontà, ma chi sono io per giudicarla?”. E incontrando recentemente un gruppo di genitori con figli lgbt ha usato espressioni altrettanto eloquenti: “Il Papa ama i vostri figli così come sono, perché sono figli di Dio. La Chiesa non li esclude perché li ama profondamente”. Un mondo che Francesco ha rivelato di conoscere bene da quando era un semplice prete a Buenos Aires: “Io ho accompagnato nella mia vita di sacerdote, di vescovo, anche di Papa, persone con tendenza omosessuale e anche con pratiche omosessuali”. E ha aggiunto: “Gesù non dirà sicuramente: ‘Vattene via perché sei omosessuale!’, no”.

Sarà interessante ora vedere come verranno tradotte, all’interno delle gerarchie ecclesiastiche, le parole e i gesti eloquenti di Francesco. Già per le aperture ai sacramenti per i divorziati risposati l’opposizione all’interno della Chiesa fu durissima. Nel 2014, durante il primo dei due sinodi dei vescovi sulla famiglia ci fu un tentativo di aprire alle coppie gay. Ma al momento del voto finale ogni apertura fu bocciata con una durezza impressionante: “Non esiste fondamento alcuno per assimilare o stabilire analogie, neppure remote, tra le unioni omosessuali e il disegno di Dio sul matrimonio e la famiglia”. Ecco perché ora le parole del Papa segnano una svolta rivoluzionaria.

Danneggiate 70 opere d’arte. È la ‘vendetta’ dei complottisti

È accaduto il 3 ottobre scorso ma le autorità tedesche lo hanno tenuto segreto. Forse anche per nascondere la propria negligenza. Si tratta dell’attacco condotto con una sostanza oleosa e difficilmente removibile contro ben 70 opere d’arte e antichi manufatti esposti in tre gallerie dell’isola dei musei di Berlino. I capolavori – tra cui sarcofagi egizi, sculture in pietra e dipinti del XIX secolo conservati presso il Pergamon Museum, l’Alte Nationalgalerie e il Neues Museum – avrebbero subito danni ingenti secondo il settimanale Die Zeit e l’emittente Deutschlandfunk. La Prussian Heritage Foundation, che sovrintende alle collezioni dell’isola dei musei, ha confermato. La polizia ieri ha fatto sapere di aver avviato un’indagine ma non ha lasciato trapelare altro. I media tedeschi però hanno trovato un collegamento tra l’attacco e le teorie complottiste diffuse negli ultimi mesi via social, web tv e radio da già “accreditati” negazionisti del Coronavirus. Una di queste folli teorie afferma che il Pergamon Museum è il centro della “scena del satanismo globale” perché contiene una ricostruzione dell’antico altare greco di Pergamon. L’autore di questo ennesimo insulto alla scienza, il buon senso e ora forse anche contro l’arte è Attila Hildmann. L’uomo di orgine turca è un ex chef vegano dichiaratamente antisemita che dopo aver raggiunto la notorietà l’ha sfruttata per spacciare come vera la oscena teoria del complotto chiamata QAnon. Questa teoria fu messa a punto all’inizio della campagna elettorale americana del 2016 da celebri conduttori radiofonici via web bianchi e suprematisti come Steve Bannon e Alex Jones allo scopo di denigrare Hillary Clinton e i Democratici accusandoli di essere assieme a Bil Gates (e altre celebrità sostenitrici dei Dem) un gruppo satanisti e pedofili impegnati a conquistare il mondo. Sul canale web Telegram, Attila Hildmann sosteneva che la cancelliera tedesca, Angela Merkel, stava usando l’altare per “Sacrifici umani”. Martedì sera Hildmann, che ha oltre 100 mila follower sul suo profilo Telegram, ha pubblicato un collegamento all’articolo di Deutschlandfunk commentandolo così: “Fatto! È il trono di Baal (Satana)”.

Lagos dice basta al braccio violento della superpolizia

Sui social nigeriani è già #BlackTuesday, il martedì nero. Erano da poco passate le 4 del pomeriggio, martedì, quando centinaia di manifestanti pacifici si sono radunati vicino al Lekki toll Gate, all’ingresso di un quartiere ricco della Capitale nigeriana Lagos. Poi gli spari da parte della polizia: secondo Amnesty, sono 12 i morti. È stato il culmine di due settimane di proteste, in tutto il Paese africano, contro la brutalità della Sars, un’unità speciale della polizia creata nel 1992 per combattere furti e traffico di armi. E diventata, secondo diversi rapporti anche di Amnesty International, una squadra del terrore, responsabile di estorsioni, torture, esecuzioni sommarie e pestaggi di persone disarmate, come quello ripreso in video che, due settimane fa, ha scatenato la reazione pacifica della popolazione al grido di #ENDSars.

Una reazione di massa, tanto che il governo è stato costretto a sciogliere il reparto. Subito ricostituito con un altro nome, Swat, mentre gli ufficiali responsabili degli abusi non hanno subito alcuna conseguenza. “Verso le 7 soldati dell’esercito hanno rimosso le telecamere di sorveglianza e spento i lampioni. Ho notato che la connessione Internet rallentava. Poco dopo hanno iniziato a sparare” racconta al Fatto I.K, un testimone che non vuol essere identificato. Il bilancio di quanto avvenuto martedì è ancora incerto. Il governatore di Lagos Babajide Sanwo-Olu, ha prima negato che ci fossero vittime: poi, di fronte al profluvio di video e testimonianze dirette e dopo una visita ai feriti, ha parlato di 25 feriti e un morto, definendo l’attacco dell’esercito contro manifestanti disarmati “uno sfortunato incidente”.

“Ho partecipato alle proteste fin dall’8 ottobre, dopo aver visto quel video” racconta al Fatto Ikenna Okukwaogu, manager di una startup di Fintech a Lagos. “La violenza della polizia è quotidiana. Prima era soprattutto endemica nei quartieri poveri: ora dilaga ovunque. Qualche anno fa, in un quartiere ricco di Abuja, sono andato a comprare latte e biscotti di fronte casa. Mi hanno arrestato senza un motivo: per fortuna alla stazione di polizia erano in servizio agenti che si occupano della sicurezza privata della società per cui lavoro. Ma ho dovuto pagare per essere rilasciato”.

Anche Chike N. ha partecipato alle proteste, e anche lui racconta come il terrore sia una componente quotidiana: “Sono un informatico. Quando viaggio devo nascondere il computer nel bagagliaio o portare con me la ricevuta dell’acquisto, o mi viene sequestrato dai poliziotti. Un amico è andato a fare la spesa con una moto nuova: lo hanno accusato di averla rubata, si è fatto sei mesi di carcere. La famiglia ha pagato 4 milioni di naira (circa 8.000 euro) di tangente”.

“Il governo usa la polizia come milizia personale, o per accompagnare le mogli dei ministri a fare la spesa. Noi paghiamo gli agenti due volte. La prima con le tasse, la seconda con le tangenti per garantirci sicurezza da loro” continua Ikenna. Ma la violenza di Stato stavolta è stata ripresa in diretta e la Nigeria è in fiamme: proteste pacifiche e violente sono in corso in diverse regioni del paese, mentre a Lagos i manifestanti hanno dato fuoco all’Autorità portuale, la torre della televisione e una stazione degli autobus.

Chi sono le persone che protestano? “C’è gente comune, esasperata da anni di vessazioni. Ma credo che la novità sia il fatto che ora scende in piazza la classe media, giovani istruiti, con accesso ai social media” spiega Chike. Una capacità di utilizzare i social che ha superato i confini: all’hashtag ENDSars hanno aderito anche star musicali come Beyonce, Rihanna e Nicky Minaj, con i loro milioni di follower. I giovani nigeriani al presidente Muhammadu Buhari chiedono riforme politiche.

Trump e il conto in Cina che lo mette in imbarazzo

Il magnate presidente che accusa il suo rivale di svendere l’America alla Cina ha un conto in Cina, da dieci anni cerca di fare affari in Cina senza riuscirci e paga più tasse in Cina che negli Usa: non smentite, le rivelazioni del New York Times scuotono la campagna elettorale nell’imminenza dell’ultimo dibattito televisivo, stanotte, da Nashville, Tennessee, fra Donald Trump e Joe Biden. Il clima del duello è già avvelenato dalle polemiche sulle regole del confronto, a microfoni spenti quando parla l’altro, e sulla moderatrice, Kristen Welker, che non mette la politica estera fra i temi in discussione: “È terribile, faziosa, sta con i democratici e con Biden”, dice Trump.

Il New York Times, che è in possesso di documenti fiscali, scrive che il presidente ha conti correnti in tre Paesi stranieri: Gran Bretagna e Irlanda, oltre alla Cina, dove il magnate, tramite la Trump International Hotels Management Llc., aveva un ufficio mentre correva per la presidenza nel 2016 e ha creato una partnership con una grande azienda controllata dallo Stato. Tra il 2013 e il 2015, pagò tasse in Cina per 188.561 dollari, mentre negli Stati Uniti non pagò neppure un dollaro. La speaker della Camera Nancy Pelosi vede nella vicenda “rischi per la sicurezza nazionale”.

Le due campagne calano in queste ore i loro assi. Quella repubblicana ha solo il suo campione. Quella democratica tiene Biden al coperto e manda avanti la candidata vice Kamala Harris, che ‘pesta i piedi’ a Trump in North Carolina, ad Asheville e Charlotte, e Barack Obama, che esordisce in un comizio formato drive-in a Filadelfia, in Pennsylvania. “Sono convinto che Joe Biden sarà un grande presidente – dice –. Lui è diverso, è dalla parte giusta, farà il suo lavoro”.

Anche il cast di Happy Days – nella foto il Fonzie di Henry Winkler – tornerà insieme per un giorno a sostegno di Biden nel Wisconsin, uno degli Stati in bilico, che faceva da sfondo alla leggendaria sitcom. Per molti elettori, il dibattito e i comizi non contano più nulla: quasi 40 milioni di americani, il 16% circa dei potenziali elettori, e un terzo circa di quelli che risulteranno essere i votanti, hanno già fatto, in anticipo, di persona o per posta, la loro scelta: un dato senza precedenti, effetto pandemia. Circa un quinto, quasi 7,5 milioni, sarebbero ‘astensionisti seriali’, che stavolta si sono mobilitati, Democratici quasi al 60%.