Dodici donne sono morte schiacciate e altre dodici più anziane ferite, nel tentativo di ottenere i visti dal consolato pachistano in un campo di calcio di Jalalabad. Altri 34 soldati sono stati uccisi in una imboscata a Baharak, dove le forze afghane provano a contrastare i mujaheddin. In Qatar intanto vanno in scena i negoziati di pace tra governo e delegazione talebana. Ma la realtà è ben diversa. “A Lashkar-gah i combattimenti non si sono mai fermati”. A parlarci dall’ospedale di Emergency di Lashkar-gah, nel Sud dell’Afghanistan, ormai saturo di feriti è uno dei responsabili, Marco Puntin. “Negli ultimi giorni abbiamo accolto tanti feriti gravi da esplosioni da dover reinserire i posti letto eliminati come misura anti-Covid: centinaia di pazienti da operare e 35 mila sfollati. La situazione è decisamente critica”.
Perché Helmand è una provincia turbolenta?
È sempre stata una zona calda, ci sono scontri costanti. La presenza dei talebani è ancora forte, controllano una buona porzione di territorio. Il governo ha la capitale, Lashkar- gah e le principali città dei distretti. Ai miliziani restano le zone rurali, ma a Helmand hanno in mano interi distretti. Ci sono quindi costanti scontri per il controllo del territorio, per tenere le principali vie di collegamento e approvvigionamento: qui passa la strada principale che collega Kabul a Herat, per Khandahar.
Quindi la tregua è fallita?
Qui non abbiamo mai neanche sentito parlare di tregua, c’è stata una proposta di cessate il fuoco mai accolta.
Eppure lo scambio di prigionieri è avvenuto.
Sì, il 12 settembre sono ufficialmente cominciati i negoziati intra-afghani tra governo e talebani, solo che sono ancora in fase di stallo. Siamo ancora molto indietro: lo scambio dei prigionieri era un pre-negoziato. C’è stata la cerimonia iniziale, poi 4 o 5 incontri preliminari, ma si sono arenati su cavilli formali. Intanto da ambo le parti hanno continuato ad attaccare.
Qual è la situazione sul campo?
I primi cinque giorni sono stati molto duri. Scontri a fuoco, bombardamenti. Poi da venerdì scorso fino a domenica la situazione si era calmata. Ma da lunedì abbiamo sentito i bombardamenti, segno che sono ripresi qui vicino. Stiamo ricevendo molto civili feriti, diverse famiglie, bambini, donne, uomini: una novantina.
Come si vive?
Le strade non sono percorribili, non ci sono collegamenti, la situazione è difficile.
I civili riescono a scappare?
Sì, prendono strade secondarie, ma vengono principalmente qui a Lashkar-gah. Secondo i dati di Unama (missione delle Nazioni Unite, ndr) ci sono 35 mila sfollati.
Il governo di Kabul cosa fa?
Accusa i talebani e i talebani accusano il governo di Kabul.
Quanto pesano le frizioni interne all’esecutivo?
Le frizioni interne ci sono. Comunque sono riusciti a mettere in piedi questo gruppo di negoziatori guidati da Abdullah Abdullah che è lo sconfitto delle elezioni. Ma non hanno ancora nominato tutti i ministri, quindi ci sono indubbiamente dei problemi politici grossi. Non saprei dire quanto pesino sull’andamento degli accordi.
Il vostro ospedale come si sta organizzando?
La settimana scorsa abbiamo dovuto aggiungere i posti letto ridotti per il Covid visto il numero di feriti, e la mancanza di altre strutture civili che si occupano di chirurgia di guerra.
Cosa chiede Emergency alla comunità internazionale?
Si parla di Afghanistan solo quando c’è un grosso problema come ora, o quando c’è un’esplosione, un attentato. Altrimenti si tende a dimenticare che l’Afghanistan è in conflitto senza sosta da ormai 40 anni e non si è mai smesso di combattere. Mai.
Si riferisce all’abbandono degli Usa?
Vedremo come vanno le elezioni. Dagli accordi di febbraio con i talebani l’intenzione è ridurre le truppe entro metà 2021, e hanno già iniziato.
La presenza internazionale è ancora indispensabile?
Quella militare non so, ma a livello umanitario, c’è ancora molto, molto bisogno.