“La tregua è solo per finta”. La prima linea dei medici

Dodici donne sono morte schiacciate e altre dodici più anziane ferite, nel tentativo di ottenere i visti dal consolato pachistano in un campo di calcio di Jalalabad. Altri 34 soldati sono stati uccisi in una imboscata a Baharak, dove le forze afghane provano a contrastare i mujaheddin. In Qatar intanto vanno in scena i negoziati di pace tra governo e delegazione talebana. Ma la realtà è ben diversa. “A Lashkar-gah i combattimenti non si sono mai fermati”. A parlarci dall’ospedale di Emergency di Lashkar-gah, nel Sud dell’Afghanistan, ormai saturo di feriti è uno dei responsabili, Marco Puntin. “Negli ultimi giorni abbiamo accolto tanti feriti gravi da esplosioni da dover reinserire i posti letto eliminati come misura anti-Covid: centinaia di pazienti da operare e 35 mila sfollati. La situazione è decisamente critica”.

Perché Helmand è una provincia turbolenta?

È sempre stata una zona calda, ci sono scontri costanti. La presenza dei talebani è ancora forte, controllano una buona porzione di territorio. Il governo ha la capitale, Lashkar- gah e le principali città dei distretti. Ai miliziani restano le zone rurali, ma a Helmand hanno in mano interi distretti. Ci sono quindi costanti scontri per il controllo del territorio, per tenere le principali vie di collegamento e approvvigionamento: qui passa la strada principale che collega Kabul a Herat, per Khandahar.

Quindi la tregua è fallita?

Qui non abbiamo mai neanche sentito parlare di tregua, c’è stata una proposta di cessate il fuoco mai accolta.

Eppure lo scambio di prigionieri è avvenuto.

Sì, il 12 settembre sono ufficialmente cominciati i negoziati intra-afghani tra governo e talebani, solo che sono ancora in fase di stallo. Siamo ancora molto indietro: lo scambio dei prigionieri era un pre-negoziato. C’è stata la cerimonia iniziale, poi 4 o 5 incontri preliminari, ma si sono arenati su cavilli formali. Intanto da ambo le parti hanno continuato ad attaccare.

Qual è la situazione sul campo?

I primi cinque giorni sono stati molto duri. Scontri a fuoco, bombardamenti. Poi da venerdì scorso fino a domenica la situazione si era calmata. Ma da lunedì abbiamo sentito i bombardamenti, segno che sono ripresi qui vicino. Stiamo ricevendo molto civili feriti, diverse famiglie, bambini, donne, uomini: una novantina.

Come si vive?

Le strade non sono percorribili, non ci sono collegamenti, la situazione è difficile.

I civili riescono a scappare?

Sì, prendono strade secondarie, ma vengono principalmente qui a Lashkar-gah. Secondo i dati di Unama (missione delle Nazioni Unite, ndr) ci sono 35 mila sfollati.

Il governo di Kabul cosa fa?

Accusa i talebani e i talebani accusano il governo di Kabul.

Quanto pesano le frizioni interne all’esecutivo?

Le frizioni interne ci sono. Comunque sono riusciti a mettere in piedi questo gruppo di negoziatori guidati da Abdullah Abdullah che è lo sconfitto delle elezioni. Ma non hanno ancora nominato tutti i ministri, quindi ci sono indubbiamente dei problemi politici grossi. Non saprei dire quanto pesino sull’andamento degli accordi.

Il vostro ospedale come si sta organizzando?

La settimana scorsa abbiamo dovuto aggiungere i posti letto ridotti per il Covid visto il numero di feriti, e la mancanza di altre strutture civili che si occupano di chirurgia di guerra.

Cosa chiede Emergency alla comunità internazionale?

Si parla di Afghanistan solo quando c’è un grosso problema come ora, o quando c’è un’esplosione, un attentato. Altrimenti si tende a dimenticare che l’Afghanistan è in conflitto senza sosta da ormai 40 anni e non si è mai smesso di combattere. Mai.

Si riferisce all’abbandono degli Usa?

Vedremo come vanno le elezioni. Dagli accordi di febbraio con i talebani l’intenzione è ridurre le truppe entro metà 2021, e hanno già iniziato.

La presenza internazionale è ancora indispensabile?

Quella militare non so, ma a livello umanitario, c’è ancora molto, molto bisogno.

Le trappole Ue per i cugini del Sud

Dice Gentiloni, Commissario europeo per gli affari economici, che la discussione sui prestiti del Meccanismo europeo di stabilità (Mes) “è un duello italo-italiano, dal quale cerco di stare lontano”. Farebbe invece bene ad avvicinarsi un po’ perché il duello, se proprio vogliamo scegliere questa fuorviante definizione, non è affatto italo-italiano ma inter-europeo.

Lo spiega correttamente Enrico Letta su El País: perché il Sud Europa cessi di diffidare del Mes occorre che il Meccanismo muti radicalmente. Deve cambiare il nome che porta, le condizioni che impone, e sostituire con la solidarietà comunitaria il dominio intergovernativo che esercita.

Quel che è accaduto nei giorni scorsi è infatti molto significativo, e vede coinvolti nella ridiscussione del Mes ben tre Paesi del Fronte Sud: Italia, Spagna e Portogallo. Un giorno potrebbe aggiungersi Parigi, se il Fronte si rafforzerà.

In altre parole, stiamo assistendo a una nuova tappa nel negoziato tra Ue e Paesi membri sui fondi di ricostruzione. Non bisogna dimenticare che l’Unione ha una costituzione complicatissima, perché ibrida: in parte è federale (ha una moneta unica) in parte è fatta di Stati che custodiscono meticolosamente le proprie sovranità, agendo da soli o – da qualche tempo – in gruppi separati. Dopo l’accordo di luglio sul Recovery Fund hanno fatto sentire la propria voce due fronti distinti: i Frugali (Austria, Olanda, Danimarca, Svezia, Finlandia) e il gruppo di Visegrad (Polonia, Ungheria, Repubblica ceca, Slovacchia). I primi restano ostili agli aiuti a fondo perduto, pur avendoli approvati a luglio. I secondi chiedono che non vi siano, nell’uso dei fondi Ue, condizioni legate al rispetto dello Stato di diritto.

Adesso esce allo scoperto il Fronte mediterraneo, cioè i Paesi più colpiti dal Covid. Sono gli stessi che nel primo decennio del secolo hanno maggiormente sofferto l’austerità, costretti a tagliare spese sanitarie e Welfare con forbici spietate. Nel Fronte ritroveremmo sicuramente la Grecia, se ancora governasse la sinistra: la nazione fu devastata dai cosiddetti “aiuti” dell’Ue e del Fondo monetario.

Gentiloni deve dunque essersi accorto, se non dorme, di quel che sta succedendo in Sud Europa. Domenica, il premier spagnolo Pedro Sánchez, in sintonia con Roma e Lisbona, fa sapere a El País che del Fondo di Ricostruzione prenderà per ora solo gli aiuti a fondo perduto, escludendo in un primo tempo i prestiti (prenderà 72,700 miliardi invece di 140). La quota prestiti non è respinta ma semplicemente posposta, “visto che la Commissione europea permette che le richieste di prestiti siano presentate entro il luglio 2023: ricorreremo ai prestiti, se ne avremo bisogno, per il bilancio 2024-2026”.

I motivi che inducono Sánchez alla prudenza (non al duello) sono identici a quelli indicati nella stessa domenica da Conte: il problema centrale, nel caso Recovery Fund come per il Mes, sono le condizionalità che un giorno saranno comunque imposte a fronte di debiti eccessivi. Vero è che le condizioni capestro legate ai prestiti Mes (i parametri del Fiscal Compact) sono state sospese a causa del Covid, ma sospeso non significa abolito né rivisto. Sánchez teme l’ora in cui le condizioni saranno reintrodotte, per il Mes come per il Recovery Fund, e che lo siano “troppo presto”. Se non fa nemmeno accenno al Mes è perché in Spagna, Portogallo, Irlanda, Grecia il ricordo della troika resta traumatico (la Grecia doveva “ricevere una lezione” ed essere crushed – schiantata – dissero i leader europei al ministro del Tesoro Usa Geithner nel febbraio 2010). A questo si riferisce probabilmente Conte, quando sostiene che “i prestiti Mes, dovendo essere restituiti, andranno a incrementare il debito pubblico”, comportando per forza “aumenti delle tasse e tagli” al welfare.

Anche il secondo motivo che spinge Sánchez a diffidare dei prestiti è simile a quello segnalato da Conte: i prestiti (Mes o Recovery Fund) presentano vantaggi contenuti in termini di interessi.

Grazie agli acquisti della Banca Centrale europea, l’Italia può oggi emettere Btp decennali pagando tassi che sono al minimo storico. È quanto dice Sánchez: gli interessi sul debito pagati dai singoli Paesi sono discesi a tal punto che i prestiti dell’Unione europea non comportano vantaggi di rilievo.

In altre parole, sia Spagna che Italia e Portogallo temono l’accumularsi del debito, anche se i fondi Mes hanno come unica condizione d’accesso la loro destinazione alla sanità.

Definendo “demagogica” l’idea che i prestiti aumentino il debito, Italia Viva mente sapendo di mentire: è come se proclamasse che è demagogico sostenere che l’acqua è bagnata. Quanto a Zingaretti, sorprende il silenzio sui ragionamenti dei compagni socialisti in Spagna e Portogallo.

L’ultimo argomento usato da Conte è non meno cruciale, e condiviso in particolare da Paesi come Spagna e Portogallo che hanno subìto la troika. Il primo Paese che chiederà prestiti al Mes riceverà una sorta di stigma e verrà visto come insolvente, inaffidabile (lo puoi punire, “schiantare”). Non conviene dare quest’impressione proprio ora che gli interessi sulle emissioni di Btp sono così bassi.

Nelle stesse ore in cui si sono fatti sentire Conte e Sánchez, il premier portoghese António Costa ha espresso dubbi del tutto analoghi: la sua assoluta preferenza va agli aiuti a fondo perduto. Ai prestiti ricorrerà in un secondo momento “solo se strettamente necessario”.

Tutto questo conferma il delicato compito di Conte: trovare un accordo in Italia tra i partiti di governo, neutralizzando con argomenti forti le reticenze di Pd e Italia Viva, e lavorare al contempo a un’intesa nell’Ue, utilizzando al massimo le più che giustificate preoccupazioni dei Paesi che hanno vissuto prima la randellata dei piani di austerità, poi quella del Covid. Non sottovalutiamo le acrobazie che deve compiere Conte, nella duplice veste di presidente del Consiglio italiano e di co-governante nel non meno litigioso Consiglio europeo.

Non sottovalutiamo nemmeno l’incapacità dell’Unione di riconoscere i disastri di cui si è resa responsabile dopo la crisi del 2008. Qualche giorno fa, Vitor Gaspar, dirigente portoghese del Fondo monetario ed ex ministro delle Finanze, ha messo in guardia contro il ripetersi compulsivo di quei disastri, sostenendo sul Financial Times che i Paesi industrializzati “possono indebitarsi liberamente senza dover assoggettarsi a nuovi piani di austerità all’indomani della pandemia”. Manca per ora nell’Unione qualsiasi impegno in questo senso.

 

Questo Morales l’ho già sentito

Le operazionidi scrutinio sono più lente che in Florida, ma ieri – giunti all’80% delle schede estratte dall’urna – è stato chiaro che Luis Arce del Movimento per il socialismo (Mas), il partito di Evo Morales, ha vinto ufficialmente le elezioni boliviane di domenica con una percentuale vicina o superiore al 50%. Un voto “teso”, avevamo letto sul Corriere della Sera, “dopo la cacciata l’anno scorso dell’ex presidente Evo Morales e la nomina di un governo provvisorio di destra”. Ah, l’avevano cacciato? Pare di sì, lo dice pure La Stampa: “La vittoria di Morales fu contestata e lui costretto a fuggire in esilio”. Ah, fu contestata. E come andò? Ancora il CorSera: successe che “alle Presidenziali del 20 ottobre 2019 Morales stesso è risultato vincitore del primo turno, ma con un margine non sufficiente per evitare il ballottaggio e dopo lo scoppio della protesta” ha dovuto “trasferirsi prima in Messico, primo Paese a offrire asilo, e quindi in Argentina”. Ma pensa che stranezza. Noi, per dire, ce la ricordavamo così: c’era questo Evo Morales che governava la Bolivia da un po’ e a ottobre aveva rivinto le elezioni con oltre il 10% di scarto, quindi niente ballottaggio, però l’opposizione di destra disse che c’erano stati i brogli e pure gli Stati Uniti dissero che c’erano stati i brogli e ci fu un bel coro sui brogli di Morales della meglio stampa democratica del mondo; l’opposizione organizzò manifestazioni di protesta e poi cacciò il presidente col sostegno non puramente morale di esercito e polizia, arrestò qualche dirigente vicino a Morales e ne malmenò altri, si prese la presidenza e convocò nuove elezioni; incidentalmente Morales fu messo sotto inchiesta per terrorismo e altre cosette. A fine febbraio, poi, il Washington Post pubblicò la ricerca di due scienziati del MIT che, analizzati tutti i dati, dicono che non c’è “alcuna ragione per sospettare l’esistenza di brogli” a ottobre: Morales aveva davvero vinto con oltre il 10% di scarto, mentre “le analisi statistiche e le conclusioni” di chi lo accusò (l’Organizzazione degli Stati americani) paiono “profondamente difettose”. E questo ci pone un dubbio per così dire linguistico: ma la parola “golpe” si può usare solo se Pinochet bombarda la Moneda con Allende dentro?

Mail box

 

Vergognoso intitolare una via a Bettino Craxi

In un incredibile silenzio generale, l’amministrazione comunale di Olbia (guidata dal berlusconiano Settimo Nizzi) ha deciso di intitolare una via cittadina al pluri condannato Bettino Craxi. Un’offesa a tutte le persone perbene, un pugno nello stomaco a tutti gli uomini e donne di Stato che contro quel marciume si sono battuti.

Davide

 

Covid, è necessario coordinarsi tra Regioni

Sul Covid alcune Regioni non seguono le direttive del governo, (come l’Alto Adige) o continuano a sbagliare, (come la Lombardia) o sono impreparate (come la Campania), secondo me, il governo ha l’obbligo di commissariare la gestione della sanità di una Regione quando è palese che le sue decisioni possono mettere a rischio la salute dei suoi cittadini.

Claudio Trevisan

 

Continuate così: vi seguo sempre con passione

Come non condividere la linea editoriale del Fatto, oramai unica fonte credibile di Informazione quotidiana italiana. Da medico e residente all’estero da anni mi sembra evidente che il “panico” sulla pandemia produca più danni della stessa ed, in particolare, come la cacofonica schizofrenia dei riflessi irrazionali dei vari “governatori” sia un ossimoro del concetto del “governare”. Il quadro che ne deriva, specie se potendolo confrontare internazionalmente sta seriamente mettendo alla luce l’inadeguatezza, se non il vero e proprio disastro, della riforma federale delle Regioni, su cui occorrerebbe una seria riflessione e, magari, un referendum.

Francesco Serino

 

La legge deve valere per tutti senza eccezioni

Sarei felice di leggere sul nostro giornale un seguito della denuncia fatta da Piazza Pulita circa la trasmissione di alcuni video relativi alla grave trasgressione del codice della strada da parte di un signore pluritatuato che guadagna tantissimi euro deridendo tutti noi cittadini passando a 100 km/h col rosso. In particolare vorrei sapere se il magistrato e il comandante dei vigili urbani competente che hanno visto il video, hanno adottato atti consequenziali.

Biagio

 

Sbagliato reintrodurre l’Imu slegata dal reddito

A causa di una legge malfatta, palesemente iniqua in quanto neppur minimamente legata al reddito, mia moglie con una pensione mensile inferiore a 1.000 euro, l’ultima volta in cui l’Imu era ancora in vigore, si trovò a pagare 1.430, ossia pressappoco la stesso importo sborsato dal senatore a vita Mario Monti, per non parlare di altri raffronti ancor più macroscopici. Un’imposta patrimoniale che prende un mese e mezzo della propria pensione. Esagerata, tanto più se l’appartamento (6 vani) è assolutamente lontano dal potersi considerare di lusso. Travaglio (e Gomez sulla stessa linea) l’ho sempre sentito parlare di “imposta sopportabile”. Ma la verità è che, se non ha molto pesato nella stragrande maggioranza dei casi, ha per contro svenato quei pochi altri. Se proprio si vuole reintegrare l’Imu occorrerà come minimo riscriverla su basi più eque e commisurata al singolo reddito.

Giacomo Marino

 

Sì al ritorno a scuola, ma in sicurezza

La scuola deve continuare anche con il Covid. Ma non per far ammalare i bambini e i ragazzi, è ovvio. Devono essere protetti con le più oculate cautele, e devono sentirsi più vicini anche col distanziamento. Un’aula è un posto dove il bambino, diventa maturo socialmente e culturalmente a poco a poco come lo sviluppo nel grembo materno. Non si può nemmeno pensare lontanamente che tutti diventino autodidatti o che l’insegnamento on line sia una buona alternativa. Il Covid non deve smantellare la scuola.

Roberto Calò

 

Troppo lunga l’attesa per il risultato del test

I risultati dei tamponi non arrivano in tempo utile e molti rimangono chiusi in casa senza sapere quanto tempo sia necessario stare in quarantena. Una persona a me cara ha fatto il tampone rapido privato a Roma e dopo essere risultata positiva ha fatto subito quello molecolare, ma i risultati dopo cinque giorni ancora non si vedono. Sul sito Salute Lazio non risponde nessuno. È inaccettabile aspettare in casa senza lavorare e guadagnare. I nostri governanti pensino meno ad apparire in tv.

Elio Alfano

 

DIRITTO DI REPLICA

Fonti dello staff del governatore della Campania Vincenzo De Luca smentiscono che il presidente nelle ultime due settimane non si sia recato a Napoli per paura del contagio. Avrebbe invece partecipato da Palazzo Santa Lucia e in altre sedi a diverse riunioni coi sindacati, coi manager della sanità e coi nuovi assessori.

Staff Vincenzo De Luca

 

Ho appreso, leggendo un articolo di Wanda Marra sul Fatto, che farei parte (in ottima compagnia di autorevoli figure del Pd) di un progetto politico che sancisce il “mezzo divorzio da Zingaretti”. La cosa, semplicemente, non corrisponde al vero. Non sto partecipando a nessun progetto che si ponga un simile obiettivo. E sarebbe folle: ritenevo e ritengo Zingaretti un segretario da sostenere con orgoglio e convinzione.

Pierfrancesco Majorino, Parlamentare Europeo Pd

Immuni obbligatoria? Impossibile, limiterebbe troppo la nostra libertà

Gentile redazione, probabilmente non ho ben capito il funzionamento dell’app Immuni, ma se fosse come io ho interpretato, credo che il suo buon funzionamento possa essere applicato esclusivamente in regimi alquanto autoritari e non in una democrazia occidentale. Immaginiamo che io sia stato dichiarato contagiato, a quel punto dovrei segnalare all’app la mia condizione, in modo tale da mettere in alert tutti i bluetooth che entrano nel raggio d’azione del mio. Ma se io esco di casa, consapevole della mia infezione, commetto il reato penale di epidemia dolosa e colposa. Ditemi chi di voi, se portatori di Covid-19, nel momento in cui decida di uscire di casa, si porterà dietro lo smartphone per farsi beccare in flagrante. Desidererei che, attraverso il mio giornale, qualche esperto possa smentire questa mia preoccupante ipotesi circa l’inutilità dell’app.

Maurizio Contigiani

 

Gentile Maurizio, con la sua domanda coglie in pieno uno dei maggiori dilemmi “etici” intorno a Immuni, di cui oltretutto si è parlato a lungo tra gli esperti e chi stava lavorando alla applicazione in fase di progettazione: rendere obbligatorio l’alert nei casi di utenti positivi? Creare un sistema in grado di controllare gli spostamenti delle persone? Usare nome e cognome? Alla fine si è deciso di provare il più possibile (ci sono moltissimi elementi che escludono la totalità) a lasciare alle persone la libertà di scegliere e affidarsi ai controlli “fisici” per eventuali reati, come lei segnala, o in generale per il rispetto delle regole, e agli operatori sanitari per la capacità di persuasione. Limitare uno strumento con il potenziale di controllare milioni di cittadini da remoto, a mio parere, è sempre una buona idea perché si rischia di iniziare a farlo in nome dell’emergenza e di ritrovarsi sotto un controllo istituzionalizzato quando l’emergenza dovesse finire. Non siamo pronti a gestirlo e quindi meglio ricorrere al principio di precauzione, anche in questi ambiti. Ciò non toglie che è importante dare ai cittadini uno strumento per aiutarli a fare ciò che è meglio per tutti e Immuni nasce con questa idea: la parte difficile è riuscire a educare e informare e persuadere quei cittadini che, purtroppo, hanno iniziato a fidarsi sempre meno delle istituzioni. È questo il vero problema.

Virginia Della Sala

Io, vittima di stalking da chi vende energia, salvo per puro caso

Sono vittima di un martellante stalking telefonico. Dall’inizio d’ottobre, mi arrivano decine di telefonate, per lo più dal numero 02.82397516, ma anche da altri numeri. La voce all’altro capo del filo – come si diceva una volta – si qualifica in modo non precisissimo, ma inequivocabile: la perifrasi cambia ogni volta, ma fa capire che chi parla lo fa a nome di un ufficio o di un’agenzia istituzionale che, dopo aver fatto gli opportuni controlli, ha verificato che “il signor Gian Battista” (che poi sarei io: così è scritto sui loro documenti) paga il gas dell’utenza domestica x euro al metro cubo, mentre la tariffa giusta è y.

“Dalle nostre verifiche”, dice la voce, “abbiamo constatato che lei paga il gas x euro al metro cubo…”. Ma niente paura, sono pronti ad aggiustare la situazione e togliermi la maggiorazione di prezzo da me pagata: è sufficiente inviare una email e la foto di un mio documento, meglio la carta d’identità.

La più decisa tra gli interlocutori che si sono succeduti al telefono – all’altro capo del filo – è una signora dal tono autorevole e dai modi spicci, che mi ha spiegato di essere pronta ad aiutarmi a risolvere l’errore di cui io sono rimasto vittima, insieme ad altri utenti. “Io sono qui per risolvere problemi”, dice la signora, facendo capire che se voglio farmi aiutare, bene, sennò amen, lei non ha tempo da perdere.

Una voce maschile, meno volitiva, ma pronta a qualificarsi come proveniente dall’agenzia per l’energia, mi rifà la spiegazione del metro cubo e del prezzo maggiorato e poi ribadisce che si può comunque sanare rapidamente il disguido di cui sono vittima.

Queste voci mi raggiungono al telefono (per fortuna) quasi sempre quando sto guidando o mentre sto incontrando persone o sono impegnato in altre attività. Così non riesco a dedicarmi fino in fondo a questi angeli istituzionali che vogliono ristabilire la giustizia e impedire che io paghi più del dovuto. Ogni volta rimando, lascio le cose a metà. Finché, all’ennesima, insistente telefonata, finalmente si fa strada in me il dubbio che le voci che da giorni vogliono risolvere il mio problema del gas non siano né istituzionali, né disinteressate. Sì, lo avete capito: sono un po’ tordo, attento più ai grandi problemi e alle macchinazioni della politica, dell’economia, della corruzione, dell’eversione, della criminalità mafiosa, che non ai piccoli e vicinissimi interventi truffaldini di chi vuole convincermi a cambiare operatore energetico. Ma piano piano ci arrivo anch’io. Tanto che nell’ultima telefonata sto attento perfino a non rispondere mai “sì” alle domande della voce, temendo che il mio sì possa diventare una firma vocale a un nuovo contratto.

Già. Perché dopo qualche ricerca e dopo l’aiuto prezioso di una collega del Fatto che la sa lunga sui trucchi e trucchetti con cui si cerca di conquistare (o abbindolare) i consumatori, finalmente capisco che le voci che mi fanno compagnia dai primi d’ottobre non arrivano da un ufficio istituzionale o da una fantomatica agenzia per l’energia, ma da un’agguerritissima Delta Force di un operatore che si chiama Green Network, che vuole che io lasci il mio attuale fornitore per passare da lui, che mi farebbe pagare (per quanto tempo?) il famoso metro cubo di gas meno di quanto ora me lo fa pagare l’Enel (non ricordavo neppure quale fosse, il mio fornitore, ma ho controllato: è Enel). Quelli della Delta Force sono bravissimi. Agguerritissimi. Rapidissimi. Efficientissimi. Capacissimi. Furbissimi. Complimenti, specialmente alla signora spiccia. Forse sono già passato con loro e non me ne sono neanche accorto. Aspetto la prossima bolletta del gas.

 

Dalla “robba” della mafia nasce uno Stato più forte

Quanti siano esattamente non si sa e non è possibile stimarne il valore. Eppure, di robba ai mafiosi lo Stato ne ha confiscata tanta. Un patrimonio fatto di beni immobili e mobili, quali terreni, proprietà commerciali e industriali, case, castelli, alberghi, cliniche, gioielli, opere d’arte, barche e auto di lusso, società, azioni e conti correnti. Di alcuni di questi rilevanti patrimoni e dei mafiosi che li hanno accumulati illecitamente, si occupa L’Oro delle Mafie. Sedici storie, tra il serio e il faceto, per mettere in luce, oltre ai successi, che hanno consentito allo Stato di rientrare in possesso di ciò che la mafia aveva sottratto illecitamente al bene pubblico, anche le difficoltà dello stesso Stato a gestire e valorizzare una montagna di denaro, che potrebbe essere utilizzato a beneficio di tutti. Queste storie hanno radici antiche, nutrite da privilegi e ingiustizie ma, a un certo punto, tutto è cambiato, da quando, quasi quarant’anni fa, fu approvata la cosiddetta legge Rognoni-La Torre.

Era il 13 settembre 1982, eravamo a 10 giorni dall’omicidio di Carlo Alberto dalla Chiesa, Emanuela Setti Carraro e Domenico Russo e il 30 aprile di quell’anno erano stati uccisi Pio La Torre e Rosario Di Salvo. Quel giorno il Parlamento decise di dotare l’azione dello Stato di nuovi strumenti di contrasto alla mafia, ancora oggi ritenuti, a livello internazionale, di straordinaria efficacia. Veniva introdotto nel Codice Penale l’articolo 416 bis sul reato di associazione di tipo mafioso.

La finalità dell’associazione di tipo mafioso è … acquisire in modo diretto o indiretto la gestione o comunque il controllo di attività economiche, di concessioni, di autorizzazioni, appalti e servizi pubblici. Pio La Torre era convinto che la ragione sociale della mafia fosse l’accumulazione illecita, attraverso il controllo dei processi decisionali pubblici. Ciò avviene grazie al rapporto mafia-politica, visto che concessioni, autorizzazioni, appalti e servizi pubblici non si rapinano in banca, ma sono sottoposte a procedure e approvazioni da parte di soggetti pubblici, che possono essere “influenzati” grazie ai rapporti tra mafia politica. Perciò, diceva La Torre, noi dobbiamo togliere ai mafiosi il frutto del reato, tutto ciò che è di illecita provenienza.

Alla mafia bisogna togliergli la robba, ripeteva, se vuoi colpirla efficacemente, perché per i mafiosi il carcere è un solo un passaggio della loro carriera criminale. Di conseguenza, la Rognoni-La Torre prevede due strumenti: la confisca dei beni illecitamente accumulati e le indagini di natura fiscale e patrimoniale. Grazie a queste norme e al lavoro straordinario di fedeli servitori dello Stato, la mafia ha subito colpi significativi: tanti processi sono stati celebrati, basti pensare al Maxi che, a differenza del passato, hanno condannato e mandato in galera centinaia di boss.

Il nostro Belpaese potrebbe essere tappezzato da cartelli tipo “Questa opera è stata realizzata con i soldi confiscati alle mafie”. Un messaggio straordinario da opporre a quello: la mafia dà lavoro e l’antimafia no. Il libro raccomanda che gli strumenti normativi per combattere gli interessi economici e le attività finanziarie delle mafie vengano rafforzati. Le mafie, chiuso il breve periodo (nella loro lunga storia) delle stragi, sono tornate a inabissarsi, per svolgere il lavoro di sempre: succhiare risorse pubbliche, usando l’intimidazione e la corruzione, sfruttando il reciproco interesse con pezzi infedeli della politica e dell’amministrazione pubblica, per acquisire concessioni e appalti e riciclare illeciti guadagni, per distorcere la democrazia e inquinare mercato ed economia.

 

Salvini sfugge (sempre) alle decisioni impopolari

Oggi vogliamo cimentarci nell’impresa di applicare la categoria del logos, che è principio raziocinante e ordinatore, all’essere e all’apparire di Matteo Salvini. Dalla sintesi delle sue mosse negli ultimi 10 mesi sortisce quanto segue: questo è un governo di inetti che non ci sta proteggendo dal virus portato dai cinesi e quindi bisogna chiudere tutto; il coronavirus è un’invenzione di Conte, di Speranza e delle case farmaceutiche al fine di instaurare la dittatura sanitaria: bisogna riaprire tutto; gli immigrati portano il virus, e questo è inaccettabile perché il virus ci uccide; io difensore dei popoli contro le élite allarmiste mi ribello, organizzando due manifestazioni, il 2 giugno e il 4 luglio, portando in piazza migliaia di patrioti e prestandomi alla mattanza dei selfie senza mascherina, perché sono un uomo vero, come Briatore, Trump e Bolsonaro; questo governo dittatoriale ha fatto fallire le imprese: bisogna tenere tutto aperto, perché il virus non fa danni; ai miei figli non metto la museruola, per i bambini la mascherina è una tortura, altra cosa è tenerli chiusi con centinaia di adulti su una barca a 45 gradi per giorni e costringerli a fare i bisogni nell’unico bagno disponibile, perché in questo modo si difende il Paese anche dal virus, che, ricordiamolo, fa danni.

Partendo da queste basi epistemologiche, sono più intelligibili le sue ultime mosse. Il suo “governatore” Fontana, raccolta l’invocazione dei 12 sindaci dei capoluoghi lombardi, annuncia un blandissimo coprifuoco, dalle 23 alle 5 del mattino, per evitare che il virus venga diffuso dai più noti superspreader nottambuli (tassisti, metronotte, fornai, pusher, prostitute, etc.), misura che data l’impennata dei contagi incontra il parere favorevole di governo e Cts. Siccome è ragionevole, Salvini la blocca. “Devo capire – dice – perché a me piace capire le cose”, del resto come s’è visto il logos è suo prezioso alleato. Poi l’ordinanza passa, e ci mancherebbe che un semplice segretario di partito bloccasse una misura che è materia concorrente tra Stato e Regione, benché questa sia guidata da un suo inadeguatissimo stuntman (volete la controprova? Si sarebbe forse azzardato a contestare la stessa misura annunciata da Zaia?). Chiaramente, Salvini non aveva intenzione di far valere un inesistente potere di interdizione, ma di segnalarsi al suo mondo, quello diciamo culturale (no mask) e quello confindustriale che da marzo scalpita per aprire tutto (in questo, c’è da dire, in totale sintonia coi sindaci ripartisti e nonsifermisti di centrosinistra Sala e Gori). Sembra incredibile che uno che ha passato l’estate a baciare rosari, formaggi e anziani, che faceva comizi-focolaio e andava in giro febbricitante abbia ancora il coraggio di parlare di epidemiologia (“Io non posso accettare osservazioni da chi dava del coglione a quello che diceva di andarci piano con le discoteche”, è la sintesi come sempre efficace di Bersani). Ancora il 5 ottobre era contrario alla proroga dello stato d’emergenza, rivelatosi infatti del tutto inutile, minacciando di mobilitare i “governatori” leghisti in chissà quale forma di protesta plateale (roghi di mascherine in piazza Cordusio?).

Salvini si è fatto andare bene Fontana quando questi è stato beccato a comprare i camici dalla ditta del cognato coi soldi nostri; quando gli è stato scoperto un conto di 5 milioni in Svizzera, che però doveva stare in Italia in quanto scudato, e che era pilotato dalle Bahamas; per la mancata istituzione della zona rossa ad Alzano Lombardo e Nembro, che ha fatto sì che dalla Val Seriana il virus si prendesse Bergamo e galoppasse fino a Milano; quando firmava le ordinanze col suo assessore alla Non Salute Gallera per mandare i malati di Covid nelle Rsa, decimando una quasi intera generazione di lombardi. Mentre le terapie intensive si riempiono, la cosa buffa, ma logica nel senso sopra esposto, è che Salvini non vuole prendersi la responsabilità di scelte “impopolari” (peccato, stava facendo così bene finora) che vorrebbe invece si prendesse il governo, l’odiato Stato italiano: così ragiona un fiero autonomista-federalista.

 

L’arte non è fatta di assoluta originalità, ma di procedimenti

Citazione e plagio. Quando si citano brani altrui in un testo accademico o giornalistico, lo standard è quello di segnalare la fonte. È una conseguenza della polemica fra gli allievi di Newton e quelli di Leibniz nel XVIII secolo: la citazione, da allora, serve a stabilire la primogenitura di un’idea, come i brevetti. Questa convenzione non riguarda, invece, l’arte, dove la citazione svolge altre funzioni: omaggio, sfoggio, complicità con l’uditorio, addizione/variazione semantica, critica ideologica, parodia. “L’arte è una conversazione, non un ufficio brevetti” (Shields, 2010): è un dialogo con il passato, sul presente. Non attribuire una citazione non è di per sé violazione di copyright (UMG v. Disco Azteca, 2006), anche perché la citazione artistica usa un messaggio precedente come un fatto in un nuovo messaggio, e il copyright non tutela i fatti (Gordon, 1992). Per il diritto d’autore, è lecito riprendere opere altrui per ottenere un effetto artistico diverso, da giudicarsi caso per caso, se c’è lite. Un’opera è plagiata quando usa gli stessi elementi espressivi e partecipa dello stesso significato dell’opera originaria; ma il plagio dichiarato (attribuendo le fonti, o usandone di celebri, o invitando a cercarle, o esibendole come fa l’Appropriation Art, o rendendo pubblica la prassi citazionista) non è plagio, perché questo presuppone il dolo. Chi si ritiene plagiato ha cinque anni dalla data del presunto plagio per sporgere denuncia, poi il reato è prescritto.

Originalità, creatività, plagio. La dottrina italiana riconosce da tempo l’impossibilità della creazione “originale” nell’accezione romantica di ex nihilo (Piola Caselli, 1927; Santoro, 1968). La legge sul diritto d’autore utilizza una formula descrittiva (“opere dell’ingegno di carattere creativo”), e anche il copyright enfatizza l’originalità/creatività: ma affermare che l’originalità sia una forma di creatività è arbitrario (Madison, 2010). “L’azione autoriale è più simile alla traduzione e alla ricombinazione che alla creazione di Afrodite dalla spuma del mare” (Litman, 1990). Un’opera viene creata con l’apporto di tanti, di cui un autore si avvantaggia; questo argomento limita le pretese di chi sostiene il diritto morale dell’autore, e pertanto vorrebbe un copyright illimitato (Bard & Kurlantzick, 1999). Per giunta, “creatività” resta un concetto non definito: un giudizio equo richiede la verifica di ciò che di non banale è stato aggiunto, tolto, sostituito, cambiato e riarrangiato rispetto al testo fonte (VerSteeg, 1993). D’altra parte, con il racconto su Pierre Menard, Borges ha dimostrato che anche l’assenza di variazione testuale può comportare un cambiamento notevole del significato, quando cambia il contesto: “Attribuire L’imitazione di Cristo a Celine o a Joyce non è un rinnovamento sufficiente delle sue tenui indicazioni spirituali?” Per le teorie estetiche contemporanee, la somiglianza non è indizio di alcun reato: è una traccia dell’interazione, necessaria e inevitabile, con la cultura esistente (intertestualità).

Anche la retorica che tratta i diritti di proprietà intellettuale come diritti morali o naturali è una semplificazione dell’atto creativo (Arewa, 2007). Scrive Updike (1991): “Il motivo segreto per cui leggo è sempre stato non quello di giudicare, ma quello di rubare.” L’arte non è fatta di originalità, ma di procedimenti. L’industria della moda, per esempio, non solo prospera in assenza di copyright, ma la sua creatività consiste di continue appropriazioni (Raustiala & Sprigman, 2006).

(4. Continua)

 

Renzi e Calenda emuli di Rossi e turigliatto

Ai tempi del Prodi bis, viva sensazione suscitarono le imprese di una coppia di senatori comunisti col botto, Franco Turigliatto (di Rifondazione) e Fernando Rossi (PdCi), i quali a mezzogiorno votavano con la maggioranza mentre all’imbrunire gli manifestavano contro. Finché una mattina del gennaio 2008, i due si svegliarono male e, forse innervositi dal clima rigido o perché ancora appesantiti dalla cena, tagliarono la testa al toro e al governo Prodi. Alla fulgida figura di Turigliatto può oggi essere accostato un senatore più contemporaneo, Matteo Renzi, la cui natura smaniosa e oscillante lo costringe a camminare piroettando per non accoltellarsi alle spalle. L’ex tutto ha infatti incaricato due suoi pseudonimi di Italia Viva (tali D’Alessandro e De Filippo) di partorire l’intergruppo parlamentare “Mes subito”, a cui hanno entusiasticamente aderito, tra gli altri, l’allegro forzista Renato Brunetta (Forza Italia), lo spensierato Maurizio Lupi (uno che s’imbuca sempre dai tempi del liceo), e il pidino Andrea Orlando che passava di lì. Non v’è chi non veda come l’esclusivo scopo dell’intergruppo renziano sia quello di rompere le scatole a Giuseppe Conte, alle prese con problemucci come la pandemia e il tentativo di evitare la catastrofe economica del Paese.

Così ieri, a Palazzo Madama, mentre al piano di sopra il premier si smazzava con il Dpcm d’emergenza, al piano di sotto la combriccola cospirava allegramente per creargli qualche intralcio di troppo. Soltanto che, a differenza del Turigliatto di lotta e di governo, il Matteo double face fa sempre molta attenzione a non tirare troppo la corda perché se la maggioranza di cui fa parte va a casa, lui e Iv a casa rischiano di restarci per sempre. Magari giocando online a Fantapolitica con l’altro 2 per cento targato Azione. Alla domanda su chi potrebbe essere il Fernando Rossi del Turigliatto-Renzi, l’immediata risposta è infatti Carlo Calenda. Entrambi sono già entrati nel climaterio politico che non è molto diverso, nei sintomi, da quello fisiologico, caratterizzato da lunghe e tumultuose crisi smanianti, cui succedono inopinate fasi di stagnazione. Inconvenienti curabili con infusi di magnesio e rodiola, somministrati da Brunetta mentre Lupi si occuperà degli impacchi.