Il fascino ingannevole dei dati

In questa faseche alcuni chiamano seconda, altri (anche io) onda increspata dell’unica fase, si continuano a ripetere molti degli errori del primo periodo pandemico e che abbiamo più volte evidenziato. Oggi, però, stressati come siamo, fragili psicologicamente, ogni dato ha un valore amplificato e bisogna davvero controllare che sia corrispondente a realtà. Se tutto è approssimativo, anche le deduzioni scientifiche e le misure sanitarie lo saranno. Mi riferisco ai numeri che sin da marzo ci hanno accompagnati, ai quali abbiamo affidato il nostro umore, le nostre azioni quotidiane. Indimenticabile la conferenza stampa di Borrelli, appuntamento a cui tutti gli italiani, costretti a casa, affidavano le speranze di essere liberati. Certo abbiamo bisogno di avere dati, ma se questi sono imprecisi, il rischio è che siano fuorvianti. Cominciamo con il numero dei casi positivi. Ogni giorno viene comunicato il numero di risultati positivi prodotti dai laboratori che hanno processato i tamponi rinofaringei dei vari soggetti. Dalla somma di questi positivi scaturirà il calcolo della totalità dall’inizio della pandemia. Ebbene, se si confronta il totale dei risultati con quello dei soggetti sottoposti a tampone, salta fuori un dato allarmante. I risultati sono almeno il 15% in più dei soggetti. Perché? Il motivo è chiaro. Le normative indicavano, fino a pochi giorni fa, che il soggetto risultato positivo, dopo la quarantena avrebbe dovuto avere due tamponi negativi, prima di essere giudicato “libero”. A ciò si aggiunga che un buon numero di tali soggetti non si negativizza per lunghi periodi e continua a sommare tamponi su tamponi. Dall’esame dei test eseguiti nel nostro laboratorio arriva la conferma: differenza tra soggetti e risultati pari al 15.5%. Se questo dato di calcolo si trasferisce a tutti i tamponi eseguiti, risulta che i soggetti positivi ad oggi, non sarebbero 423.578 (19 ottobre), bensì 396.251.

Un’altra precisazione va data quando viene annunciato quanti “sono stati i positivi oggi”. Il dato temporale è quanto mai vario in Italia. È come se avessimo di fronte una foto con alcune zone con fuochi diversi. Sappiamo che i tempi di consegna dei risultati di un tampone sono molto diversi tra le regioni. Pertanto in alcune regioni si danno i risultati corrispondenti ai soggetti analizzati 24 ore prima, in altre si arriva fino a 7 giorni prima. È evidente che il panorama non è omogeneo e che il dato si riferisce a giorni diversi, non riuscendo a dare un’idea esatta dell’istantanea epidemiologica che si comunica.

 

Dal privato alla Pa, il lavoro agile arriva per decreto

Tutto cambia, almeno finché dura lo stato d’emergenza. Con l’ultimo Dpcm è stato prorogato tutto il sistema semplificato che consente alle aziende di ricorrere allo smart working in modo unilaterale, ovvero senza il bisogno – come invece prevede la legge del 2017 che lo introduce – di accordi individuali con i singoli lavoratori. Con un solo obiettivo: limitare gli spostamenti per finalità lavorative. “In ordine alle attività professionali – si legge – si raccomanda che siano attuate anche mediante modalità di lavoro agile, ove possano essere svolte” e che “siano incentivate le ferie e i congedi retribuiti per i dipendenti nonché gli altri strumenti previsti dalla contrattazione collettiva”. Si consiglia di semplificare gli accordi per i disabili, che devono avere la precedenza e in generale di favorirlo il più possibile. Ma si tratta di consigli, senza indicazioni specifiche, che arrivano mentre i sindacati cercano di dialogare con i ministeri per trovare una forma di accordo collettivo che regoli diritti, doveri e modalità di gestione del lavoro agile.

Diversa invece la situazione nella Pubblica amministrazione: con il decreto firmato dalla ministra competente, Fabiana Dadone, viene confermato che “almeno la metà” dei dipendenti pubblici continueranno a lavorare da casa, ma si chiede alle amministrazioni che abbiano adeguata “capacità organizzativa e tecnologica” di assicurare “percentuali più elevate possibili di lavoro agile, garantendo comunque l’accesso, la qualità e l’effettività dei servizi ai cittadini e alle imprese”. Tra le indicazioni si prevede anche uno scaglionamento degli orari: “Massima flessibilità di lavoro, con turnazioni e alternanza di giornate lavorate in presenza e da remoto, comunque nel rispetto delle misure sanitarie e dei protocolli di sicurezza, anche prevedendo fasce di flessibilità oraria in entrata e in uscita”. Viene poi chiesto ai vari enti pubblici di adeguare i sistemi di misurazione e valutazione della performance alle specificità del lavoro agile per verificare l’impatto sui servizi e le attività, monitorando le prestazioni in smart working anche in base alle segnalazioni di utenti e imprese.

Ieri, però, i sindacati del pubblico impiego di Cgil, Cisl e Uil hanno definito questo decreto sullo smart working “sbagliato e illusorio”, chiedendo invece che la regolazione di questo strumento fosse affrontata attraverso la contrattazione. Ma non solo. “Contro le scelte sbagliate del ministro Dadone, contro un decreto che rappresenta l’ennesimo schiaffo ai lavoratori delle amministrazioni centrali dello Stato – si legge in una nota – i lavoratori delle Funzioni centrali si mobilitano”. Secondo i rappresentanti viene scaricata sui lavoratori le responsabilità di anni di mancati investimenti in innovazione tecnologica e organizzativa, in formazione, in valorizzazione delle competenze, in digitalizzazione. Lo stato di agitazione arriva anche dopo le polemiche, dal palco virtuale dell’assemblea nazionale dell’Ance, del presidente Gabriele Buia che ha accusato lo smart working nella Pa di danneggiare il comparto delle costruzioni. “Basta attacchi al lavoro pubblico. Invece di prendersela con le lavoratrici e i lavoratori, Ance dovrebbe sostenere con noi la battaglia per assunzioni straordinarie di profili tecnici nelle pubbliche amministrazioni”.

Figure praticamente cancellate negli anni: geometri, architetti, ingegneri, istruttori tecnici e figure tecnico dirigenziali, “progressivamente scomparsi, al punto tale da registrare un calo degli addetti sul fabbisogno pari a un quarto del necessario” spiegano dalla Fp Cgil. È stato calcolato che nei soli comuni c’è stato un calo complessivo dell’occupazione del 18% tra il 2009 e il 2018, passando da 396 mila addetti a 325 mila. Se inefficienza c’è, insomma, la ragione va ben oltre il lavoro agile.

La guerra dei manager allo smart working

Tra il 28 febbraio e il 31 agosto 2020, senza nessuna preparazione, è stato realizzato in Italia il più grande esperimento organizzativo mai tentato nella storia del paese. Milioni di lavoratori – impiegati, funzionari, manager, dirigenti e imprenditori – hanno improvvisamente smesso di lavorare in ufficio e cominciato a lavorare da casa. Stessa cosa è accaduta nel resto del mondo a tre miliardi di colletti bianchi.

In tutta la storia delle scienze organizzative, l’unica rivoluzione paragonabile a questa è avvenuta in America all’inizio del Novecento ma, per estendersi da Detroit e da Filadelfia su tutto il pianeta, ha impiegato parecchi decenni. Quella rivoluzione riguardava i colletti blu; questa riguarda i colletti bianchi. In entrambi i casi, l’innovazione non è salita dal basso, ma è calata dall’alto ed è stata opera di ingegneri, non di sociologi o di politici: allora si trattò di ingegneri metalmeccanici; questa volta si è trattato di ingegneri elettronici.

Il grande esperimento ci ha improvvisamente esibito gli stati d’animo, il livello di professionalità, il grado di predisposizione al cambiamento degli impiegati, dei manager, delle aziende, dei sindacati, degli studiosi, degli intellettuali.

Prima che iniziasse, il mondo del lavoro italiano aveva già metabolizzato, quasi senza accorgersene, alcune certezze. Una di queste era che ormai negli uffici si lavorava sempre meno con persone vicine di scrivania, e sempre più con interlocutori che potevano essere fisicamente ovunque. Tra gli impiegati, senza che nessuno lo avesse deciso, vigeva la cosiddetta “regola dei 15 metri” per cui, se una persona lavorava a una certa distanza dal collega, finiva per comunicare con lui tramite email. piuttosto che a voce. A questo punto non vi era nessuna differenza tra lavorare entrambi in ufficio o lontano, magari ai punti opposti del pianeta.

Un’altra certezza era che, per la diffusione dello smart working, si trattava solo di una questione di tempo. Chi è nato nello stesso anno di Facebook, cioè nel 2004, fra dieci anni ne avrà 26; chi è nato con Instagram, cioè nel 2010, ne avrà 20. In altri termini, fra dieci anni tutti gli italiani in età lavorativa saranno digitali e, salvo in caso di mansioni non lavorabili a distanza, nessuno accetterà di lavorare per un’azienda che non gli assicura lo smart working.

Un’altra certezza evidente a tutti, consisteva nella constatazione che già prima del lockdown quasi tutti i colletti bianchi ormai lo praticavano a livello informale nei treni, nelle stazioni, nei bar, nei ristoranti, anche se l’azienda non lo riconosceva a livello contrattuale.

Se è vero che alla vigilia del lockdown vi erano 570.000 lavoratori in remoto e pochi giorni dopo ve ne erano tra i 6 e gli 8 milioni, se è vero che con il lavoro agile la produttività aumenta del 15-20%, se è vero che nulla impediva di introdurre lo smart working già da anni, in modo pianificato, come mai non è stato fatto? Perché la produttività delle aziende è stata così lungamente e intenzionalmente depressa? Chi porta la responsabilità di tutto questo? La struttura aziendale ha una forma piramidale che attribuisce potere, responsabilità e gratificazioni ai capi. Supponendo che nelle organizzazioni vi sia mediamente un capo ogni dieci dipendenti, ciò significa che, dietro 6-8 milioni di smart workers vi sono almeno 600-800mila capi diretti e migliaia di capi del personale. Questi, impedendo l’adozione del lavoro agile, hanno causato alle loro aziende e alle loro pubbliche amministrazioni – per mancanza di professionalità o di coraggio o di onestà intellettuale – un danno incalcolabile. Mettiamoci nell’ottica di uno studioso di organizzazioni come J. C. Flanagan e applichiamo la sua Critical incident technique al lockdown considerandolo appunto come un incidente critico rivelatore di pericolose disfunzioni. Del resto la parola greca “apocalisse” non significa soltanto distruzione, ma anche “rivelazione di cose nascoste”. Ebbene, il Coronavirus ci ha rivelato che questa inadempienza dei capi – soprattutto dei capi del personale – per cui hanno ignorato un’innovazione organizzativa di accertato vantaggio per l’azienda, per i lavoratori e per la società, rinvia a una sub-cultura che va messa a nudo e combattuta perché dannosa e contagiosa non meno del virus rivelatore.

Ma in che cosa consiste? Ripeto qui ciò che ho già scritto più volte: consiste nel primato onnivoro dell’economia, del profitto e degli affari; in un’assunzione del successo economico e dei consumi come misure dell’autorealizzazione personale; nella precedenza accordata alla dimensione pratica su quella estetica, alla dimensione razionale su quella emotiva, alla dimensione aziendale su quella soggettiva; nella propensione ad anteporre la concorrenza all’alleanza, la competitività alla solidarietà; nella preferenza per tutto ciò che è quantitativo, pianificato, specializzato, sotto controllo; nell’adesione alla struttura gerarchica, piramidale delle organizzazioni fino alla sistematica identificazione con i vertici e all’accettazione acritica degli ordini che vengono dall’alto; nell’idolatria dell’efficienza intesa come quantità e velocità; nella visione maschilista e aggressiva della vita e della professione; in una buona dose di cinismo verso tutto ciò che è perdente; in una dichiarazione di intenti incline all’innovazione purché non modifichi gli assetti del potere costituito; in un modernismo tecnologico accoppiato al tradizionalismo culturale; in una marcata propensione verso il dovere inteso come negazione del piacere; nella presunzione di reputarsi artefici esclusivi del progresso e del benessere di una nazione; nella difficoltà di recepire le conquiste civili come la parità di genere; nella tendenza a sottovalutare e semplificare le dinamiche sociali, rifiutare istintivamente ogni visione di ampio respiro; nella considerazione delle norme e dei sindacati come intralci da cui affrancarsi.

Eppure oggi i manager hanno davanti a sé l’orizzonte sconfinato ed esaltante della società postindustriale agli albori. Qui, l’impresa resta una istituzione fondamentale, anche se non più egemone. Da essa e da chi la dirige dipende quasi tutta la ricchezza e buona parte della democrazia destinate alle nuove generazioni. Se i manager tradiranno la missione civile che deriva dal loro potere, insistendo nella loro cultura e imponendola ai loro collaboratori, il prezzo che pagheranno sarà altissimo perché i loro ritmi, le loro preoccupazioni, le loro visioni, si ridurranno a ritmi, preoccupazioni, visioni di un sistema insensato.

Per evitare il collasso, i manager debbono intraprendere una laboriosa palingenesi, o non potranno mai diventare un ceto e una forza sociale che, promuovendo la propria libertà, potrà promuovere la libertà di tutti. Resterà un ceto e una forza non liberatrice, ma da liberare.

Il 17% dei contagi in servizio (sanità inclusa): altri 1.127 a settembre

Il Covid-19 resta il più grande pericolo per i lavoratori. Con settembre sono ripartiti i contagi dopo il rallentamento post-lockdown e vacanze, così come emerge nel nono monitoraggio diffuso dall’Inail che al 30 settembre scorso ha registrato 1.919 denunce in più rispetto al 31 agosto, di cui 1.127 relative a infezioni avvenute in settembre e le altre 792 nei mesi precedenti. Il totale rappresenta circa il 15% del complesso delle denunce di infortuni sul lavoro arrivate dall’inizio dell’anno, con un’incidenza del 17,2% rispetto al totale dei contagi nazionali comunicati dall’Istituto superiore di sanità e concentrati soprattutto nei mesi di marzo (51,2%) e aprile (33,8%). Lo spartiacque del lockdown fa emergere differenze anche nell’analisi dei contagi sul lavoro per professione. Se la categoria dei tecnici della salute – con il 39,2% delle infezioni denunciate, oltre l’83% delle quali relative a infermieri, e il 9,5% dei casi mortali – si conferma la più colpita, è con la ripresa delle attività che si nota la crescita dell’incidenza di altre professioni sul totale delle infezioni da Covid-19 denunciate all’Inail. È il caso, per esempio, degli esercenti dei servizi di alloggio e ristorazione (passati dallo 0,6% del primo periodo al 3,5% di giugno-settembre), degli addetti ai servizi di sicurezza, vigilanza e custodia (dallo 0,5% all’1,4%) o degli artigiani e operai specializzati (dallo 0,2% al 4,8%).

Si conferma la tendenza che vede concentrare i decessi tra gli uomini (84%), nonostante i contagi riguardino in misura maggiore le donne, e le aree del Nord come maggiormente colpite. La Lombardia è la Regione più colpita, con il 35,2% dei contagi denunciati e il 41,7% dei casi mortali. In quasi nove casi su 10 si tratta di lavoratori italiani, mentre tra gli stranieri le comunità più colpite sono quelle peruviana (17,6%), rumena (14,7%) e albanese (11,8%).

M5S, guerra di lettere sul congresso

Dicono che alla fine abbia perso la pazienza anche il reggente Vito Crimi, uno che non vorrebbe mai guerre. “Facciano come vogliono, se è necessario mi prenderò io la responsabilità legale” ha scandito martedì, quando dall’associazione Rousseau parevano rifiutarsi di inviare le email agli iscritti per le assemblee regionali e provinciali di questo fine settimana, il primo atto via web degli Stati generali del M5S. Tradotto: a dire dei 5Stelle, Davide Casaleggio e i suoi non volevano far partire il congresso. Vero o falso che fosse, a Milano si sono fermati prima del punto di non ritorno. Ieri Enrica Sabatini, una dei soci di Rousseau, ha spedito l’email con cui ha sbloccato la pratica: “Alle 10.40 abbiamo ricevuto dal capo politico tutto il necessario per poter inviare la comunicazione a tutti gli iscritti, completa delle informazioni e di tutti i form regionali di registrazione”. Accluso, un Ps amaro: “Devo purtroppo constatare che per ben due volte è stata inoltrata una comunicazione interna a mia firma a qualche giornalista, gesto poco rispettoso”. Ma di rispetto reciproco ne è rimasto poco tra la cerchia di Casaleggio e i maggiorenti del M5S. “Ormai con Milano parliamo solo in via scritta” raccontano i 5Stelle. Per poi aggiungere: “I messaggi di Rousseau sembrano scritti da avvocati”.

Perché alla fine il timore è sempre che la partita sulla piattaforma web e su ciò che vi è connesso, a partire dai soldi delle restituzioni, sconfini nei tribunali. Di sicuro Casaleggio contesta la regolarità dei prossimi Stati generali, proprio tramite le email firmate da Sabatini, perché convinto che l’aver affidato “la gestione dei form e l’invio dei link delle videoconferenze provinciali e regionali ai facilitatori regionali” spalancherà le porte delle assemblee a non iscritti e infiltrati. Non solo: “La condivisione di dati personali e sensibili dei partecipanti con i facilitatori può rappresentare un rischio per la loro gestione e conservazione” scriveva la socia di Rousseau. Così il sospetto diffuso è che da Milano possano chiedere di invalidare l’esito degli Stati generali. Ma nel M5S sono preoccupati anche dalle votazioni sul ruolo di Rousseau: “Davide lavora da settimane per portare dalla sua parte gli iscritti”. Nel frattempo a Roma immaginano il congresso sul web, fatto di stanze di lavoro virtuali sui temi. Ufficiale il calendario: assemblee locali dal 23 al 25 ottobre, il 31 un incontro regionale e il 14 e il 15 novembre assemblea nazionale, da cui uscirà un documento da votare sulla piattaforma.

Corte Ue ri-taglia i vitalizi agli eurodeputati italiani

Non c’è trippa per gatti, almeno in Europa. Perché i giudici della Corte di Giustizia dell’Unione (Cgue), con sede in Lussemburgo, hanno promosso il taglio dei vitalizi caduto come una mannaia anche sugli assegni degli europarlamentari italiani eletti in passato a Bruxelles che sono parametrati a quelli degli ex inquilini di Camera e Senato. Come noto questi ultimi stanno facendo fuoco e fiamme dopo la sforbiciata operativa dal 1° gennaio 2019. E da ultimo sono tornati a sperare di riavere il malloppo grazie a una decisione della Commissione Contenziosa di Palazzo Madama presieduta dal forzista Giacomo Caliendo a cui si erano appellati.

È invece andata malissimo ai loro colleghi eurodeputati, che per ottenere lo stesso risultato hanno trascinato in giudizio il Parlamento europeo. I cui uffici si erano permessi di applicare le regole, comunicando loro una notizia che mai avrebbero voluto ricevere: ossia che pure per i loro cedolini era imminente il ricalcolo e pure l’intenzione di procedere al recupero delle somme che fossero eventualmente indebitamente versate in eccedenza dopo l’entrata in vigore del taglio agli assegni deciso dai due rami del Parlamento nostrano.

Apriti cielo: quelli, gli ex eurodeputati si sono precipitati a chiedere aiuto all’avvocato di Maurizio Paniz che li aveva accolti ben volentieri, avendo già collezionato centinaia di clienti tra i parlamentari desiderosi di fare ricorso per riavere tutto intero il vitalizio erogato da Montecitorio e Palazzo Madama. Nonostante i suoi ottimi uffici, però, resteranno però a bocca asciutta. Perché secondo la sentenza dell’alta Corte europea non sono stati affatto violati i loro diritti: né quello di proprietà, né il legittimo affidamento, né qualsiasi altro argomento che pure invece ha fatto breccia alla corte di Caliendo&C.

Per i giudici europei il taglio deciso in Italia che si è riverberato nei suoi effetti anche sui trattamenti degli eurodeputati ha come obiettivo quello di adeguare l’importo delle pensioni versate a tutti i deputati al sistema di calcolo contributivo. Un obiettivo legittimo, anzi di più.

Perché gli Stati membri “dispongono di un ampio margine discrezionale in sede di adozione di decisioni in materia economica e si trovano nella posizione migliore per definire le misure idonee a realizzare l’obiettivo perseguito”. Ossia risparmio pubblico e austerità “imposti da una grave crisi economica”. E non è tutto.

Hanno anche messo nero su bianco che il taglio agli assegni degli ex onorevoli operativo dal 1° gennaio 2019 non è stato sproporzionato rispetto agli scopi perseguiti. Ché, del resto, tra i ricorrenti nessuno ha neppure provato a dimostrare di essere indigente in modo da avvalersi del diritto all’incremento dell’assegno sforbiciato. Hanno invece provato, senza successo a invocare l’immutabilità delle regole pensionistiche e anche l’intangibilità degli assegni che però in passato sono mutati al ribasso ma pure al rialzo, in applicazione del calo o dell’aumento dell’importo dell’indennità parlamentare.

Camera: contagi e quarantene. Ma c’è chi non scarica Immuni

Alle 10 di mattina i corridoi di Montecitorio sembrano corsie di ospedale, anche se vuote: ci sono solo i commessi e i camici bianchi. All’ingresso i funzionari misurano la temperatura (“Oggi il termoscanner ha fatto i capricci”) mentre sui tappeti rossi rimbombano solo i passi di medici e infermieri. Nessun altro. È vero, questo mercoledì mattina non è prevista aula, ma ormai la Camera dei deputati è diventata un focolaio a tutti gli effetti: ieri mattina 80 deputati risultavano in isolamento volontario in attesa del tampone e 18 erano i positivi. Un sesto dei componenti di Montecitorio è, direttamente o indirettamente, alle prese con il virus.

Così per questa settimana si è deciso di rimandare tutte le votazioni e di riunirsi a scartamento ridotto, ma è solo un palliativo: “Ormai la situazione è fuori controllo – sussurra un deputato che sta aspettando l’esito del test – potenzialmente ci possiamo infettare tutti lì dentro. E la prossima settimana, quando si tornerà in aula e con i deputati che viaggiano in tutta Italia, che si fa?”.

Il problema è il tracciamento che ormai è saltato: chi risulta positivo deve segnalarlo al Collegio dei Questori comunicando i colleghi con cui ha avuto contatti stretti negli ultimi giorni e poi da lì partono le telefonate che impongono la quarantena e il tampone. Come avviene sugli aerei, i questori chiamano i vicini di banco in aula e in commissione ma con questo meccanismo si perdono tutti i contatti nel cortile e in Transatlantico, per non dire fuori da Montecitorio. Sicché una settimana fa è successo quello che tutti temevano. Dalla conferenza dei capigruppo è nato un focolaio che si esteso a tutta la Camera: contagiati Francesco Lollobrigida (FdI), Mariastella Gelmini (FI) e Davide Crippa (M5S) e da lì decine di deputati si sono messi in quarantena. “Maledetta quella riunione” ripete Maurizio Lupi, anche lui positivo. Per mettere una toppa alle assenze di un centinaio di deputati sono state rinviate tutte le votazioni (oggi il premier Conte parlerà a un aula semideserta) con i quarantenati “in missione” ma la prossima settimana a Montecitorio arriverà il ddl Zan contro l’omofobia e la legge di Bilancio. Due provvedimenti di peso: una soluzione andrà trovata. Oggi la Giunta per il Regolamento riunita dal Presidente Roberto Fico dovrà decidere sul voto a distanza ma le opposizioni e Italia Viva continuano a fare muro perché lo vedono come “una limitazione della democrazia”. “I contagi salgono e sembra che finché non siamo dentro al baratro non si debba cambiare” allarga le braccia il deputato Pd Stefano Ceccanti. Oggi la Giunta potrebbe decidere di dare il via libera al voto a distanza o iniziare una serie di audizioni con giuristi e informatici. Ergo: rinviare alle calende greche mentre i contagi aumentano esponenzialmente.

Al Senato invece, dove ieri il premier Conte è andato a riferire sul Dpcm firmato nel fine settimana, il tracciamento va un po’ meglio grazie alla strategia di test a tappeto messa in piedi dal dottor Federico Marini. Martedì sera il senatore del Pd Mauro Laus è risultato positivo e così ieri mattina molti suoi colleghi della Commissione Lavoro si sono sottoposti a tampone. Ma a Palazzo Madama, dove l’età dei parlamentari è mediamente più alta, diversi senatori non hanno scaricato l’app Immuni. Per esempio l’ex M5S Gianluigi Paragone: “Non l’ho scaricata e non ho intenzione di farlo in futuro” spiega alla buvette. E perché? “Fa acqua da tutte le parti e poi non l’ha scaricata nessuno”. Ma non funziona proprio perché nessuno la scarica: “È obbligatorio? No, arrivederci”. Anche il senatore forzista Luigi Vitali ha deciso di non fare il download di Immuni: “È una battaglia personale – spiega prima di entrare in aula per ascoltare il premier – non serve a nulla perché chi è positivo deve segnalarlo alla app solo che lo hanno fatto in pochissimi. Quindi è inutile”.

L’Agenzia europea sul vaccino: “Entro il 2020 è difficile”

Le prime dosi di vaccino anti Covid-19 saranno disponibili già a dicembre, ha annunciato il premier Conte. Ma l’Agenzia europea del farmaco (Ema), che ha il compito di approvare i vaccini, per il momento non conferma. Anzi, spiega che le aziende produttrici non hanno ancora sottoposto i dati necessari alla possibile approvazione per il commercio, quelli delle sperimentazioni in corso sull’uomo. Anche perché sono ancora in corso e non senza difficoltà. La sperimentazione di fase 3, che coinvolge migliaia di volontari, del vaccino di AstraZeneca e Università di Oxford aveva già subito una battuta d’arresto lo scorso agosto dopo che un volontario si era ammalato. Poi era ripartita. È di ieri l’annuncio del decesso di un volontario nella medesima sperimentazione, come reso noto dall’Università federale di San Paolo, in Brasile, che sta collaborando alla sperimentazione sull’uomo del vaccino di AstraZeneca/Oxford, uno dei due vaccini in corso di valutazione all’Ema. L’altro è quello di BioNTech/Pfizer. L’uomo prendeva il placebo, quindi non può averlo ucciso il vaccino: le operazioni non dovrebbero essere neppure ritardate.

“Ai primi di ottobre, il Comitato per i medicinali per uso umano (Chmp) dell’Ema ha avviato la procedura di valutazione di sicurezza ed efficacia dei due vaccini sui soli dati relativi alla qualità di fabbricazione del vaccino e agli studi in vitro e sugli animali”, come ha spiegato al Fatto Armando Genazzani, membro del Chmp. Spiega che “Ema al momento non ha ancora ricevuto i dati sull’uomo, neanche quelli relativi alla prima fase di sperimentazione umana (la fase uno)”. I dati sull’uomo sono i più importanti per stabilire la sicurezza e l’efficacia dei due vaccini. La fase 3, che coinvolge migliaia di volontari per valutare l’efficacia del vaccino, è tuttora in corso. “Il dossier clinico, che comprende fase uno, due e tre, deve essere sottoposto a Ema tutto insieme e ciò non è ancora avvenuto” aggiunge Genazzani. “Quando si chiede se e quando avremo un vaccino disponibile, la vera domanda da porsi è questa: quando saranno in grado, le aziende, di presentare i dati clinici ad Ema?”. Guido Rasi, direttore di Ema, ha spiegato al Fatto che “l’agenzia si è dotata di una procedura di emergenza denominata rolling review per velocizzare i tempi di valutazione dei dati”. Si avvale cioè di un comitato, il Chmp, costantemente attivo. “La rolling review è uno degli strumenti che l’Ema utilizza per accelerare la valutazione durante un’emergenza sanitaria”, spiega Rasi. Normalmente, tutta la documentazione sull’efficacia, la sicurezza e la qualità di un vaccino deve essere presentata all’inizio della procedura di valutazione, inclusi tutti i dati sul- l’uomo. Nel caso della rolling review, il comitato Chmp dell’Ema esamina i dati non appena diventano disponibili. “In questa fase – aggiunge Rasi – l’Ema sta valutando la prima tranche di dati fin qui pervenuti sui due vaccini, quelli cioè quelli degli studi di laboratorio (i dati non clinici)”. Rasi specifica che seppure la valutazione di questi primi dati risulterà positiva, “non significa che si possa ancora giungere a una conclusione sulla sicurezza e sull’efficacia, in quanto molte delle evidenze devono ancora essere presentate al comitato”. Appunto, quelle sull’uomo. Genazzani aggiunge che “prima dell’inizio dell’anno nuovo credo non si possa sperare di avere un vaccino”. Le aziende produttrici, però, assicurano al governo italiano che ce la faranno.

Conte insiste: “State a casa”. Miozzo, Cts: “Perso tempo”

Le misure per contrastare la seconda ondata le ha illustrate in Parlamento ieri. Ma già oggi, nel Consiglio dei ministri in programma per le 17, si tornerà a discutere di cosa fare contro il virus che avanza. Un giro di consultazioni, nulla di più per il momento, anche perché nessuno ha chiaro cosa fare. Quel che è certo, ragionano i giallorosa, è che gli effetti dell’ultimo Dpcm sulla gente non si sono visti. Se il penultimo, con l’obbligo di mascherina all’aperto, aveva avuto un riscontro immediato e visibile, quello di domenica scorsa sembra scivolato via senza lasciare traccia, se non per le tavolate sparite dai ristoranti, che pure prima non è che abbondassero.

Ognuno quindi è rimasto sulle proprie posizioni: il Pd convinto che bisognasse fare di più, il premier Conte e in parte i 5 Stelle certi di aver fatto la cosa giusta perché la situazione è sotto controllo. Ieri il presidente del Consiglio lo ha ribadito in Senato, e stamattina lo farà alla Camera: “Abbiamo agito con proporzionalità”, rivendica, pur rinnovando l’appello – sempre più accorato – ai cittadini, a cui chiede di “ridurre le occasioni di contagio, di evitare spostamenti non necessari e attività superflue che potrebbero generare rischio”. La stessa linea del ministro della Salute Roberto Speranza, che pure non ha gradito la mancata stretta di domenica. Conte tenta il richiamo allo spirito di marzo e aprile, quando “la consapevolezza di condividere un comune destino” ci ha permesso di tornare alle “abitudini di vita a noi più care” perfino in “anticipo rispetto al previsto”. Sembra di leggere, dentro le righe, un filo di amarezza per quest’estate in cui ci si è lasciati troppo andare. Non solo sulle spiagge, almeno a sentire il presidente del Comitato tecnico scientifico, Agostino Miozzo: “Abbiamo avuto tanto tempo per prepararci adeguatamente e mi chiedo se il sistema abbia utilizzato il tempo disponibile: non abbiamo fatto tutto quello che avremmo dovuto fare”, ha detto a un webinar dell’Università cattolica ricordando “le persone 8-10 ore in coda al drive-in per il tampone”.

Una sentenza clamorosa che ha irritato il governo. Miozzo, medico, ex Protezione civile, si riferisce alle Regioni che non hanno potenziato la sanità territoriale, i tamponi, il contact tracing e la gestione delle persone in isolamento, ma anche la cura di malati spesso non così gravi da riempire gli ospedali, dove però finiscono se nessuno se ne occupa fuori; peraltro, come segnalato nei giorni scorsi dal commissario Domenico Arcuri e dal ministro Francesco Boccia e ripetuto ieri dal ministro Federico D’Incà, sono indietro di 1.600 posti di terapia intensiva per i quali hanno ricevuto i ventilatori. E le terapie intensive in Lombardia e Campania saranno sature fra pochi giorni. Ma Miozzo ce l’ha anche con il governo che l’ha nominato, con i suoi colleghi della Protezione civile e forse anche con se stesso e l’organismo che presiede. Perché, quando ha voluto, il Cts ha detto ad esempio al governo che sarebbe stato meglio occupare i mezzi di trasporto per il 50 e non per l’80 per cento. Dunque avrebbe potuto segnalare anche il problema della sorveglianza sanitaria e del contact tracing, vero fallimento di questi mesi, come invece ha fatto, più di altri, il professor Andrea Crisanti di Padova, ignorato tanto dal governo quanto dai suoi colleghi Cts. Per tenere aperto il Paese era indispensabile, visto che i contagi erano attesi. Speranza ora tratta con i medici di famiglia per convincerli a fare almeno in parte quello che le Asl non riescono a fare. Non è un negoziato semplice, anche perché tardivo. Ora per i tamponi si offre la Difesa, l’ha detto ieri il ministro Lorenzo Guerini: potrebbero farne 30 mila al giorno, ne mancano in prospettiva molti di più, e processarne in dodici laboratori un numero (19 mila a settimana) pari alla metà di quelli che un solo laboratorio meglio attrezzato analizza in due giorni.

Forza Italia fuori dalla giunta, scontro con Toti

C’era una volta Giovanni Toti di Forza Italia, creatura prima televisiva e poi politica di Silvio Berlusconi. Da ieri il rapporto tra l’ex giornalista e il suo partito è azzerato: il presidente appena riconfermato alla guida della Liguria ha estromesso gli azzurri dalla sua squadra di governo. Zero poltrone, nemmeno un assessore di Forza Italia tra i sette nominati ieri dal presidente ligure.

Per i suoi vecchi colleghi, tuttora alleati, è uno smacco: “È politicamente grave il fatto che il ruolo, la presenza e il contributo portato da FI alle ultime elezioni regionali non siano stati tenuti nel debito conto dal presidente Toti nella formazione della nuova giunta”, ha dichiarato il coordinatore ligure degli azzurri, Carlo Bagnasco. Ancora più radicali le considerazioni di Giorgio Mulè, anche lui ex giornalista e oggi portavoce dei gruppi parlamentari berlusconiani: “Questa è una sconfitta soprattutto per le ambizioni di Toti che voleva diventare il riferimento dei moderati e addirittura del centrodestra. L’esclusione di Forza Italia è un atto di immaturità e di arroganza politica”.

Per il partito di Berlusconi lo schiaffo ligure è la prova di una marginalità sempre più marcata negli equilibri del centrodestra. Non solo in Liguria: anche nel governo veneto di Luca Zaia per la prima volta non c’è nemmeno un assessore di Forza Italia. L’unica poltrona ottenuta dagli azzurri dopo le ultime Regionali è l’assessorato all’Ambiente e al Lavoro nella giunta marchigiana del meloniano Francesco Acquaroli.