Facebook si fa Tinder: “Dating” sbarca in Italia per profilare incontri e amore

Il lancio, previsto qualche mese fa, era stato rimandato a data da destinarsi. Alla fine è arrivato in piena pandemia: anche in Italia Facebook si fa davvero Tinder, o anche oltre, e lancia Facebook Dating che ha in più la possibilità di attingere ai comportamenti e alle preferenze degli utenti per aiutarli a trovare l’anima gemella. Dopo averlo lanciato in 20 Paesi, il social affronta la sfida degli incontri online anche in Europa nel tentativo di recuperare utenti che migrano verso altre piattaforme e di puntare sulla fascia di età più alta, che gli è rimasta fedele mentre i teenager scelgono Tik Tok e mentre è sotto osservazione a livello globale, tra accuse di abusi di posizione dominante e dubbi sulla gestione dei dati. Ma stavolta sulla privacy prova a essere chiaro: le proposte della possibile anima gemella avvengono in base a interessi in comune ma i dati servono anche per le inserzioni. “Facebook Dating potrebbe suggerire potenziali partner basandosi sulle tue attività, preferenze e informazioni inserite su Dating e sugli altri prodotti Facebook – si legge in una nota –. Potremmo usare le tue attività per personalizzare la tua esperienza su tutti i prodotti Facebook, incluse le inserzioni. Le uniche eccezioni riguardano orientamento religioso e preferenze di genere espresse”. Tradotto: senza quelle informazioni è più difficile essere “abbinati” ana dolce metà potenzialmente “perfetta” e giacché li si registra, li si usa anche per monetizzare. Ma come funzionerà? Si attiva e cancella su richiesta, senza influenzare il profilo Facebook già esistente. Per evitare falsi, importa da Facebook nome di battesimo e data di nascita e non consente di modificarli. Poi si può decidere se aggiungere altre informazioni e si può anche scegliere di presentarsi con un genere diverso. La piattaforma propone i potenziali “match” (le compatibilità), se si vuole anche cercandole tra i gruppi o gli eventi a cui si è iscritti. Si possono condividere le storie o i post di Instagram (che è di proprietà di Facebook) e si possono aggiungere gli amici di Facebook o i follower di Instagram a una lista di “Passioni Segrete”. Spiegano: “Se anche tu verrai aggiunto alla lista delle Passioni Segrete di uno dei contatti che hai selezionato, ci sarà il match”. L’azienda assicura che Dating non suggerirà gli amici Facebook come potenziali partner e non riceveranno notifiche sulle iscrizioni. Nulla apparirà sul News Feed degli utenti. In caso di match, si può avviare una videochiamata, ma non si potranno inviare foto.

Depistaggio su Cucchi, il generale Luongo: “Non controllai le note, mi fidai dei colleghi”

“Non controllai gli atti che inviammo alla Procura, mi fidai della nota redatta dal comandante Lorenzo Sabatino”. Il generale dei carabinieri, Salvatore Luongo, chiamato in aula come testimone del processo sul presunto depistaggio compiuto dagli uomini dell’Arma, a seguito della morte di Stefano Cucchi, arrestato per droga la notte tra il 15 e 16 ottobre 2009, picchiato in caserma e poi morto per le lesioni riportate, difende il lavoro dei suoi uomini. A processo ci sono otto carabinieri tra cui Sabatino, già comandante del reparto operativo di Roma, che in concorso con il maggiore Tiziano Testarmata è imputato di omessa denuncia e favoreggiamento, perché nel corso delle indagini del 2015, non avrebbe comunicato al magistrato Giovanni Musarò l’esistenza delle duplici annotazioni di servizio, redatta nel 2009, che si riferivano alle condizioni di salute di Cucchi. L’incarico a Luongo è affidato dal procuratore capo Giuseppe Pignatone: “Mi venne consegnata in busta chiusa la richiesta riservata per l’acquisizione documentale di diversi atti legati alla vicenda Cucchi. Penso che Pignatone si sia rivolto a me per galateo istituzionale e per il rapporto personale e fiduciario”. Luongo, quindi, convoca il suo “braccio destro” Sabatino con il quale si coordina: “Decidemmo di incaricare Testarmata di acquisire gli atti, doveva portare le singole richieste alle compagnie Casilina, Tor Sapienza e gruppo Roma, e sovrintendere all’acquisizione”. Al termine, Sabatino fa ritorno da Luongo. “Mi disse che c’erano quattro annotazioni, con la stessa data, firmate da due carabinieri, quasi identiche, con alcune diversità ma non di forma. Gli risposi che la cosa importante era trasmettere tutto”, aggiunge il generale. Nonostante il ruolo gerarchico, il generale non guardò i singoli atti: “Non controllai gli allegati, guardai l’elenco che mi presentò Sabatino, e gli dissi di preparare una nota per me e una a mia firma da inviare alla Procura – spiega il generale –. E quando vennero trasmesse non segnalammo l’esistenza delle doppie annotazioni. Penso che Sabatino si limitò solo a trasmettere gli atti, non eravamo delegati a indagare”. Incalzato dal pm Musarò, Luongo ammette: “Non capivo il peso dell’acquisizione di quegli atti, perché non conoscevo l’indagine della Procura. Non sapevo che le annotazioni fossero dei falsi, pensavo fossero due diverse copie. Solo dopo ho informato i miei superiori”.

Stragi, ergastolo per il boss Messina Denaro

Lo avevano dimenticato per 22 anni, anche a causa di “pentiti che hanno inquinato il pozzo delle indagini’’, come ha detto il pm Gabriele Paci, ma ora la condanna all’ergastolo è arrivata anche per Matteo Messina Denaro, superlatitante da 26 anni, tra i mandanti della stagione stragista del ’92 contro Falcone e Borsellino dopo essere stato condannato all’ergastolo anche per le stragi del ’93 a Roma, Firenze e Milano. Dopo 14 ore di camera di consiglio, la Corte d’assise di Caltanissetta ha inflitto la massima pena al capo della Supercosa, l’esercito privato di Riina utilizzato per le stragi del ’92, condannandolo a risarcire i familiari delle vittime con 500 mila euro ciascuno. “Un tassello in più per arrivare alla verità che è a formazione progressiva’’, ha detto, a nome della famiglia Borsellino, l’avvocato Vincenzo Greco, commentando la condanna di Messina Denaro che, grazie alla rete di protezione politico-affaristico-clientelare senza precedenti, ha usufruito fino a oggi di una sostanziale impunità.

Sansonetti deve risarcire Di Matteo con 50 mila euro

Il consigliere del Csm Nino Di Matteo deve essere risarcito dall’attuale direttore del Riformista Piero Sansonetti per un articolo del 2014, quando Di Matteo era pm del processo Stato-mafia a Palermo. Lo ha stabilito il Tribunale di Caltanissetta nei giorni scorsi. Sansonetti deve al magistrato un risarcimento di 50 mila euro per un articolo pubblicato su Cronache del garantista, dal titolo “La rozza aggressione del pm contro De Mita”. Raccontava dell’interrogatorio dell’ex segretario della Dc, Ciriaco De Mita, il 25 settembre 2014. Nell’articolo, tra l’altro, si legge: “Il procuratore Di Matteo a un certo momento ha iniziato a rimproverarlo, in modo minaccioso e intimidatorio… gridava come uno sbirro asburgico”. Il giudice monocratico ha condannato Sansonetti perché quello che ha scritto su Di Matteo non è vero: “Sia dalla trascrizione dell’udienza che dall’ascolto dell’audio ci si avvede, invece, che i toni utilizzati rimangono pacati e non trascendono per tutto” l’interrogatorio.

Ferrovie, polizze assicurative e gare. La finanza entra nella sede di Roma

La sfera delle polizze assicurative delle Ferrovie dello Stato sono finite nel mirino della Procura di Roma. Atti di alcune delle gare bandite fino al 2013 dalle sue società collegate, tra cui Trenitalia e Rete Ferroviaria Italiana, sono state acquisite dalla Guardia di Finanza. L’inchiesta, che conterebbe già alcuni indagati, coordinata dal procuratore aggiunto Paolo Ielo, insieme ai sostituti Fabrizio Tucci e Claudia Terracina, riguarda diversi affidamenti dei servizi assicurativi, a partire dalle responsabilità civili verso terzi e operai per le società del gruppo, ai rischi di incendio e danni. I magistrati stanno anche spulciando le polizze liquidate da assicurazioni Generali a personale dirigente o in posizioni apicali delle società del gruppo (Fs, Rfi, Trenitalia).

Al vaglio ci sono anche due risarcimenti per un totale di 1,6 milioni di euro, versati nel 2014 da Generali all’attuale amministratore delegato Gianfranco Battisti. “Il primo a causa di una caduta in bagno, durante una domenica di lavoro, il secondo, più capiente, come indennizzo per inabilità”, come denunciato in una interrogazione parlamentare presentata nell’ottobre del 2019 dai deputati Raffaella Paita e Luciano Nobili di Italia Viva al ministero dei Trasporti.

Battisti è il numero uno delle Ferrovie dal luglio del 2018, quando l’allora ministro delle infrastrutture, Danilo Toninelli (M5S) lo nomina al vertice cacciando Renato Mazzoncini, scelto da Matteo Renzi. Da allora i renziani gliel’hanno giurata.

Nel testo i deputati chiedevano anche se il manager avesse “continuato a ricoprire dopo l’importante risarcimento, lo stesso ruolo di dirigente in Trenitalia con invariata retribuzione e responsabilità fino al 2017 e anche successivamente nel nuovo ruolo in Ferrovie dello Stato italiane Sistemi Urbani”. L’altra accusa (che non ha nulla a che vedere con l’indagine) mossa nell’interrogazione è quella di aver in qualche modo allontanato l’allora responsabile del settore gestione assicurazioni, Marco Binazzi”, che nel 2017 aveva espletato “una gara aperta per le coperture assicurative”, che aveva “registrato un ribasso del premio complessivo a parità di perimetro assicurato rispetto alla spesa storica di circa il 40 per cento, pari a circa 25 milioni di euro”. Secondo i deputati, con l’arrivo di Battisti era stata “azzerata la nuova struttura Insurance risk management” e “conseguentemente risolto il contratto con Binazzi”. “L’area assicurazioni – spiegano i due deputati – è stata nuovamente riposizionata sotto l’area finanza in cui era allocata fino al 2016”.

Nella risposta del sottosegretario alle Infrastrutture e i Trasporti, Roberto Traversi, si legge che Ferrovie dello Stato aveva scelto di non avvalersi più della struttura di Insurance risk management, trasferendo le “responsabilità in tema di gestione del rischio all’interno della Direzione centrale finanza”, e per questo era stato risolto “consensualmente il rapporto di lavoro” con Binazzi. Mentre su Battisti, il sottosegretario aggiungeva che “non risulta che vi sia stato alcun cumulo di emolumenti stipendiali”.

Lega, dai commercialisti ai sospetti sui fondi neri

I due professionisti Alberto Di Rubba e Andrea Manzoni sono da “considerarsi uomini di partito”. E cioè uomini della Lega di Matteo Salvini. Il passaggio che radica la vicenda Lombardia Film Commission (Lfc) nell’area del Carroccio è scritto nelle motivazioni dell’ordinanza con cui il 2 ottobre il Tribunale del riesame di Milano ha confermato per i due contabili gli arresti domiciliari nell’inchiesta sui presunti fondi neri della Lega coordinata dall’aggiunto Eugenio Fusco e dal pm Stefano Civardi. Ai domiciliari c’è anche Michele Scillieri, terzo commercialista di questa storia che però non ha fatto ricorso al Riesame.

Il documento, depositato ieri, oltre a ripercorrere l’accusa di peculato che riguarda l’acquisito del capannone di Cormano con 800mila euro pubblici, svela una nuova segnalazione dell’Unità di informazione finanziaria (Uif) presso la Banca d’Italia che porta la data del 19 maggio scorso e nella quale si comprende come la vicenda Lfc sia solo un fatto minore rispetto alle attività che riguardano i due “uomini di partito”. Il passaggio, ripreso dal giudice, è contenuto nella richiesta d’arresto della Procura nei confronti dei commercialisti. Si legge: “Alla luce di quanto accertato” sul caso “capannone, indicato come un’operazione marginale nella segnalazione di operazione sospetta del 19 maggio 2020, rimangono da esplorare altri ancor più delicati settori in cui il pool dei commercialisti ha impiegato la propria professionalità”.

Ecco la prova di come l’inchiesta sui presunti fondi neri della Lega vada ben oltre il caso del capannone passato dalla Paloschi srl all’Immobiliare Andromeda e infine alla fondazione regionale. E del resto il giudice nello spiegare il rischio di inquinamento probatorio da parte dei due indagati fa riferimento alla cena “riservata” tenutasi a Roma a fine maggio. Cena, come svelato dal Fatto, alla quale ha partecipato Matteo Salvini, i due commercialisti e altri esponenti della Lega. Quell’incontro si tenne per discutere del probabile licenziamento di Marco Ghilardi, direttore “compiacente e prezzolato” della filiale Ubi di Seriate (Bergamo). Ghilardi sarà mandato via, spiega il giudice, “per aver coperto Di Rubba e Manzoni e le loro società nelle movimentazioni di denaro che continuamente facevano scattare gli alert su operazioni anomale secondo i canoni dell’Antiriciclaggio”. La preoccupazione del “pool” dei commercialisti porterà alla cena romana. Aggiunge il Riesame: “Occorre infatti convenire con il pm quando evidenzia che se per le reazioni alle contestazioni disciplinari di un direttore di filiale compiacente, Manzoni e Di Rubba raggiungono subito i piani altissimi della politica a Roma, allora è facilmente immaginabile la reazione e la capacità di inquinamento probatorio relativamente ai reati per cui qui si procede”.

E che il caso Lfc sia un fatto minore, lo dimostra anche la segnalazione della Uif del maggio 2019 che ha dato il via all’inchiesta milanese. Il documento ripreso dal Riesame segnalava una “operatività finanziaria di più società collegate ai medesimi professionisti, titolari di incarichi ufficiali nel partito della Lega Nord, e di altre società, finalizzate a veicolare, sotto forma di pagamento di prestazioni professionali o di operazioni immobiliari, fondi provenienti dal predetto partito (…) nonché fondi di origine pubblica, costituiti da contributi erogati dalla Regione Lombardia”. L’ultimo passaggio si riferisce al caso Lfc e agli 800mila euro pagati ad Andromeda e subito girati ai commercialisti e a persone vicine alla Lega come l’imprenditore Francesco Barachetti. L’ex elettricista di Casnigo rappresenta sempre più un personaggio chiave per il futuro dell’indagine. Scrive il Riesame: “Il pm sottolinea che Barachetti è” molto vicino “a Di Rubba e Manzoni e più in generale al mondo della Lega e il cui ruolo nella vicenda non è stato ben chiarito”. Un ruolo, si comprende, che è stato già bene spiegato dal commercialista Michele Scillieri interrogato dai pm. Tanto che il Riesame scrive: “Scillieri (su Barachetti, ndr) ne ha parlato diffusamente nell’interrogatorio del 18 settembre”. Altro personaggio rilevante è Roberto Tradati, amministratore della fiduciaria Fidirev sui conti della quale passa parte dei soldi delle vendita del capannone dalla Paloschi ad Andromeda, movimentati dalla “testa di paglia” Luca Sostegni e approdati in Svizzera. Tradati oggi è indagato per riciclaggio. Ciò che la Procura intende capire è il suo stretto rapporto con Scillieri, nei cui uffici la Lega ha eletto il suo primo domicilio.

Così se da un lato le motivazioni del giudice proiettano l’indagine oltre i confini del caso Lfc, dall’altro fissano solidi paletti attorno all’accusa. In particolare viene rilevata la prima fattura falsa per una operazione inesistente. Merito anche delle parole di Scillieri messe a verbale. Si tratta di 150mila euro arrivati alla Sdc di Di Rubba e Manzoni: per l’accusa provengono dall’operazione Lfc, ma gli indagati tentano di mascherare come una consulenza per un’altra operazione in Val Seriana. Peccato che, fa notare il pm Civardi nell’interrogatorio, la consulenza abbia una data successiva alla vendita. Tanto che Scillieri conclude: “Fu un errore da dilettanti”.

I sindaci chiudono le piazze. Notte vietata anche nel Lazio

La strategia del governo, almeno in questa fase, è chiara: no a lockdown generalizzati e ampia autonomia a sindaci e governatori per decidere eventuali restrizioni locali. E così, pochi giorni dopo l’ultimo Dpcm firmato da Giuseppe Conte, sono già parecchi i Comuni e le Regioni che hanno approvato una stretta, soprattutto nelle zone dove i numeri del contagio si sono fatti davvero preoccupanti.

L’ultimo caso è quello del Lazio. In queste ore la Regione sta varando un’ordinanza, valida per 30 giorni, che incrementa posti letto negli ospedali e imporrà da lunedì la didattica a distanza per il 50 per cento degli alunni nelle scuole superiori (salvo il biennio iniziale) e per il 75 per cento alle Università (ma non per le matricole e i laboratori). Dal prossimo fine settimana, poi, ecco il coprifuoco dalle 24 alle 5. Il tutto mentre a Roma le forze dell’ordine stanno già controllando le aree più a rischio della movida, delimitandole con transenne e nastri per evitare assembramenti.

Al momento esclude il coprifuoco il Piemonte, che però intanto ha già chiuso i centri commerciali nel weekend, vietando la vendita di alcolici dopo le 21 e obbligando le scuole superiori alla didattica a distanza per almeno la metà degli alunni. Provvedimenti ampliati a Torino dalla sindaca Chiara Appendino, che in vista del weekend ha annunciato di voler chiudere alcune aree del centro nelle ore notturne. C’è poi la Lombardia, che ieri ha registrato oltre 4.000 nuovi positivi e che da oggi avrà in vigore un coprifuoco anti-movida: dalle 23 alle 5 sarà vietato spostarsi in tutta la Regione, se non per motivi di lavoro e di salute o per far ritorno a casa. Torna quindi l’autocertificazione, il documento a cui avevamo fatto l’abitudine nei mesi di lockdown e che i lombardi dovranno stampare fino al 13 novembre. Ma a cambiare è anche la scuola: dal 26 ottobre le superiori tornano alla didattica a distanza e gli altri istituti dovranno prevedere ingressi a orari scaglionati. La stessa ordinanza chiude poi i centri commerciali nel weekend, stabilendo pure che i locali debbano abbassare le serrande entro le 23 in modo da allinearsi al coprifuoco.

Su misure analoghe ha lavorato la Campania di Vincenzo De Luca: da domani anche qui sarà vietato uscire di casa dopo le 23. La Regione ha introdotto pure il divieto di spostarsi tra una provincia e l’altra, anche qualora ci si muova verso la seconda casa. Il tutto per cercare di ridurre una curva sempre più allarmante, che De Luca spera di contenere anche attraverso l’avvio di un Covid Residence a fianco all’Ospedale del Mare di Napoli. Si tratta di una struttura che dovrebbe ospitare circa 200 pazienti positivi al Coronavirus ma asintomatici, che dunque non necessitano di particolari cure e che potranno così liberare posti letto negli ospedali proseguendo l’isolamento altrove.

Novità pure in Liguria: Giovanni Toti ha chiuso bar e ristoranti alle 24, stabilendo poi un 50 per cento di didattica a distanza nelle superiori con l’obiettivo di ridurre l’affollamento sui mezzi pubblici. A Genova, poi, il sindaco Marco Bucci ha imposto la chiusura di 4 zone del centro dalle ore 21. Difficile sapere se basterà, ma la strada è la stessa seguita da diversi sindaci in Italia.

A Bari Antonio Decaro ha chiuso fino al 13 novembre tre ampie zone del centro a partire dalle 21, prevedendo multe da 400 a 1.000 euro per chi violi le restrizioni; a Bologna Vincenzo Merola ha isolato piazza Verdi e piazza Aldrovandi già dalle 18 fino alle 6 del mattino; a Reggio Calabria Giuseppe Falcomatà interverrà sulle zone più a rischio a partire da domani. A Firenze previsto il coprifuoco in diverse piazze dalle 19 alle 2, mentre nell’area di piazza Santo Spirito sarà consentito l’accesso fino a un massimo di mille persone durante le sere del weekend.

Nessuna stretta, per il momento, nel Veneto di Luca Zaia, che ieri si è detto convinto di poter mantenere sotto controllo la situazione senza nuovi lockdown, lasciando l’iniziativa ai sindaci: a Verona, per esempio, Federico Sboarina ha annunciato imminenti zone rosse.

Salvini tenta il blitz sul “coprifuochino”. Fontana però firma

Nel giorno nerissimo in cui Milano si consacra ufficialmente capitale italiana del Covid, la politica mostra tutta la sua incapacità a fronteggiare l’emergenza. Il presidente della Lombardia, Attilio Fontana, ha firmato l’ordinanza che impone il coprifuoco in tutta la regione dalle 23 alle 5, a partire da oggi e fino al 13 novembre 2020; e che chiude le scuole superiori, ma non i bar della movida. Un “coprifuochino”: una misura inadeguata alla gravità della situazione, secondo lo stesso Comitato tecnico scientifico regionale. Eppure il leader della Lega Matteo Salvini ha tentato di frenare anche quel provvedimento così blando. “Voglio capire, a me piace capire le cose”, aveva dichiarato martedì sera, al termine di una riunione con gli altri esponenti del centrodestra lombardo, convocata “per farsi spiegare” le misure in arrivo. “Salvini ha preso per le orecchie Fontana – aveva poi dichiarato il sindaco di Bergamo Giorgio Gori – è una ingerenza insopportabile, quella del leader della Lega, arrabbiato per questa decisione della Regione Lombardia che contraddice le sue precedenti posizioni”. Fontana, incalzato dai numeri angoscianti di ieri, ha infine firmato il “coprifuochino” deciso lunedì, con l’accordo dei sindaci dei capoluoghi lombardi, tra cui Giuseppe Sala e Gori. Impossibile tornare indietro. Ma Salvini ha confermato di avere dubbi sul coprifuoco notturno: “E non li ho soltanto io”. Il senatore leghista Gian Marco Centinaio ha dichiarato: “È un provvedimento senza senso. Non serve”. E ha annunciato che violerà il coprifuoco.

Salvini ha comunque negato ogni “ingerenza” nella decisione lombarda: “Io non mi permetto di intervenire nel lavoro di governatori e sindaci. Semplicemente ho chiesto più coordinazione”. Così la politica si è trovata a difendere con i denti una trincea considerata già arretrata da medici e scienziati, insufficiente a fronteggiare la situazione: il contagio sta avanzando senza freni, soprattutto nell’area metropolitana milanese, che ieri ha registrato 1.858 nuovi contagi, 264 ricoveri, di cui 11 in terapia intensiva, e 20 morti. Il Comitato tecnico scientifico regionale lombardo aveva chiesto almeno la chiusura di tutto già dalle 21 e dei bar dalle 18, ma non è stato ascoltato. Raggiunti i 15 mila casi alla settimana, la misura suggerita dal Cts era quella più radicale: il lockdown. La politica invece non ha avuto il coraggio di prendere misure ritenute impopolari. Così è nato il “coprifuochino” dalle 23, quasi indolore, ma anche davvero quasi inutile, visti i numeri del contagio e la velocità con cui si moltiplica soprattutto a Milano.

Fontana, varata una misura così prudente, ha dovuto comunque subire le rimostranze del capo del suo partito, Salvini. Chissà se, accusato da Gori di subire ingerenze esterne, a Fontana è tornata in mente la definizione che di lui ha dato, intervistato da Report, Nino Caianiello, il ras di Forza Italia arrestato e condannato per concussione: “Attilio Fontana non fa la politica, è un gestore della politica e risponde agli accordi. Attilio Fontana è un front office della politica”. È lo stesso Fontana, del resto, che dopo aver scelto i suoi assessori, nel 2018 dice a Caianiello (intercettato): “Hai visto Ninuzzo? I tuoi consigli per la giunta regionale li ho seguiti quasi tutti. Mi sembra che sia una giunta abbastanza bella”. Tra i “consigli” di Caianiello a Fontana c’erano i nomi di due assessori oggi molto pesanti: Giulio Gallera, al Welfare, che gestisce il budget da 20 miliardi della sanità lombarda e che si è trovato a gestire l’emergenza Coronavirus; e Raffaele Cattaneo, all’Ambiente, che sta gestendo l’approvvigionamento del materiale necessario ad affrontare la pandemia, dalle mascherine ai camici protettivi (compresi quelli arrivati dall’azienda del cognato e della moglie di Fontana).

Balzo a più di 15 mila casi. “Metropoli fuori controllo”

La seconda ondata ieri tocca 15.199 contagi, oltre 4mila in Lombardia. E 127 morti. Anche il Lazio decide di chiudere dalle 24 alle 5. I militari saranno utilizzati per vigilare. Ricciardi, consigliere del ministero della Salute, ammette: “Milano, Napoli e probabilmente Roma sono già fuori controllo”.

La lieve frenata di martedì è stata solo una trascurabile fluttuazione, purtroppo. Il SarsCov2 ieri registra 15.199 nuovi casi, ben 4.500 più di 24 ore prima. Il numero dei morti è terribile: 127, riporta a cinque mesi fa (il 22 maggio furono 130) ed è destinato a crescere nei prossimi giorni. Il nuovo record di tamponi, oltre 177mila, non tranquillizza affatto per la media settimanale del rapporto tra nuovi casi e soggetti testati che arriva all’11,83%. Walter Ricciardi ha pochi dubbi sulle soluzioni rimaste: “Numeri troppo alti per essere contenuti con il metodo tradizionale del testing e del tracciamento, l’unica è bloccare la mobilità perché ci troviamo come nel 1400 a Venezia nonostante le tecnologie di cui disponiamo”.

Per potenziare il tracciamento il ministro per gli Affari regionali Francesco Boccia ha convocato oggi una riunione di coordinamento con il ministro della Salute Roberto Speranza, il capo della Protezione civile Angelo Borrelli e le Regioni: una riunione operativa il cui scopo sarà quello di arruolare un nucleo specifico di operatori sanitari e socio sanitari per rafforzare le reti interne alle Asl nelle operazioni di indagine per costruire le catene dei contatti da contagi di SarsCov2. Intanto il commissario straordinario per l’emergenza Covid, Domenico Arcuri, ha annunciato l’arrivo nei prossimi giorni dell’acquisto di 10 milioni di test rapidi antigenici.

Ma preoccupano e non poco i ricoverati in terapia intensiva; sono 926, 56 più di ieri: è il 22,8% del picco massimo (4.068 il 3 aprile), e il 25% in più rispetto ai pazienti in rianimazione (733) del 9 marzo, giorno in cui fu annunciato il lockdown. Il tempo di raddoppio è intorno ai 10 giorni: se non rallenta la corsa del contagio ci saranno 1.850 persone in terapia intensiva tra dieci giorni, 3.700 tra venti e 7.400 (quasi il doppio del picco massimo) entro un mese. I ricoverati in reparto ordinario sono 603 più di martedì, 9.057 in tutto. Ricciardi non risparmia una non troppo velata accusa ai governatori: “Le Regioni non le critichiamo perché ci fa piacere criticarle, ma perché constatiamo che da marzo-aprile a oggi bisognava ristrutturare i pronto soccorso, rafforzare la capacità diagnostica e di tracciamento, così i dipartimenti di prevenzione e fare assunzioni”. Però “lavoriamo tutti insieme senza recriminazioni”. E l’ultima avvertenza: “Saranno mesi durissimi perché ancora non sono arrivati l’influenza, la parainfluenza e il freddo: la classe dirigente dovrà essere coraggiosa e capire che se non si mettono in sicurezza i cittadini non si può ricostruire un tessuto economico”. E infine ricorda che a inizio ottobre disse: “Rischiamo 16mila casi al giorno, ma si può evitare un nuovo lockdown”. In neppure venti giorni ha dovuto cambiare idea: “Ora, almeno mirati, non sono più evitabili”. Sulla questione lockdown, oltre al premier Giuseppe Conte che ha ribadito la sua contrarietà alla Camera, interviene a Porta a Porta il ministro degli Affari europei Vincenzo Amendola: “Noi lavoriamo perché non si arrivi al lockdown. Vedremo la situazione in concerto con le Regioni, abbiamo elementi che non avevano a marzo ma dal punto di vista del realismo non possiamo abbassare la guardia. Vedremo quindi le misure più appropriate giorno per giorno”.

Ieri la ministra dell’Interno Luciana Lamorgese ha riunito, invece, i sindaci delle Città Metropolitane, garantendo la collaborazione del Viminale per far rispettare le restrizioni e le zone rosse. I controlli si stanno già intensificando (67 mila con 248 sanzioni è il bilancio del 20 ottobre), anche se non mancano primi episodi di violenza: a Livorno una cinquantina di giovani hanno aggredito vigili e carabinieri “colpevoli” di pretendere l’uso delle mascherine.

Clownterapia

Più la seconda ondata peggiora, più si comprende il vero motivo dell’esistenza in vita della destra italiana: tenerci allegri. Fontana, dopo aver sistemato tutta la famiglia (tranne forse la seconda figlia, che bisognerà prima o poi piazzare da qualche parte per un fatto di equità), attende l’ok di Salvini per firmare il ridicolo coprifuoco dopo le 23, come se prima il virus riposasse. Però ha scoperto di poter chiudere territori per emergenza sanitaria in base alla legge 833/ ’78: l’avesse scoperto prima, ci saremmo risparmiati centinaia di morti nella Bergamasca. Gallera, che incredibilmente è ancora assessore e ancora parla, “rivendica” i premi dati ai manager della cosiddetta sanità lombarda che hanno tagliato i posti Covid negli ospedali. Più disastri combina, più rivendica. I contagi raddoppiano nella Regione modello? Lui rivendica: “Situazione meno critica che altrove”. Il Cts lombardo chiedeva il lockdown totale a Milano da venerdì: lui non l’ha fatto manco ieri, però rivendica. E poi ora – udite udite – “riapriremo i reparti alle Fiere di Milano e di Bergamo”. Quello di Bergamo ha 48 posti, ergo quello di Milano dovrebbe averne 152 (senza bagni, ma che sarà mai). Ma il Giornale parla di 53. Strano: a marzo Gallera ne aveva annunciati “600 in sei giorni”. Però rivendica. Intanto il commissario Arcuri attende notizie sui 2900 ventilatori per terapie intensive già comprati ma inutilizzati dalle Regioni. Però Gallera rivendica.
Per completare la clownterapia, mancava giusto il terzo del trio: Bertolaso. Che si rifà vivo per candidarsi un’altra volta a sindaco di Roma. Lo vuole B., o quel che ne resta: “È l’uomo giusto per il Covid”, forse perché l’ha già avuto. Ma allora tanto vale candidare Fabrizio Corona o Paolo Brosio. Sgarbi la prende male: “A questo punto, meglio Zalone”, che però il Covid non l’ha fatto. L’ideale sarebbe se corresse a sindaco della Maddalena, così potrebbe spiegare agli isolani l’utilità del mega-Centro Congressi di cristallo a strapiombo sul mare e di altre opere imperiture costate mezzo miliardo – il doppio dei preventivi – per un G8 mai fatto, perché dirottato in extremis a L’Aquila. Oppure ecco: potrebbe candidarsi a L’Aquila, dove lo ricordano tutti commossi, ma con un lievissimo prurito alle mani. Però non vanno trascurate le messi di voti che assicurerebbe nei paraggi del Salaria Sport Village, specie fra le massaggiatrici brasiliane specializzate in cervicale. E poi garantisce buonumore, merce rara di questi tempi. Già pregustiamo i teleconfronti con Calenda: chiacchiere contro chiacchiere, distintivo contro distintivo. A riprova di una vecchia ma sempre attuale teoria di Paola Taverna: “A Roma c’è un complotto per far vincere la Raggi”.