“La situazione diventa sempre più tesa, non è colpa nostra”. Quali siano le reali ragioni per cui la crisi al confine ucraino stia precipitando così rapidamente lo ha chiesto il ministro della Difesa russo, Sergey Shoigu, all’omologo britannico, Ben Wallace, ieri in visita a Mosca. Ma non ha ottenuto alcuna risposta definitiva al suo interrogativo. Il colloquio tra i due è seguito al fallimentare incontro avvenuto il giorno prima tra il ministro degli Esteri Serghey Lavrov e l’omologa britannica Liz Truss. Da Washington il presidente Joe Biden, che all’emittente Nbs ha dichiarato che “quando russi e americani cominciano a sparasi è cominciata la Terza guerra mondiale”, ha invitato di nuovo i suoi cittadini a lasciare l’Ucraina, perché le cose potrebbero diventare “folli” molto rapidamente. Eppure “la situazione non è cambiata in maniera sostanziale” nei dintorni di Kiev: “gli Stati Uniti hanno già fatto dichiarazioni analoghe”. A togliere, forse involontariamente, forza all’appello di Biden è stato il ministro degli Esteri ucraino, Dmitro Kuleba. L’Alleanza Atlantica, che dice di voler cementificare la via diplomatica per mettere fine alla crisi tra i due Stati ex sovietici, non fa però che rinsaldare il suo fianco est, inviando nuovi soldati ad ingrossare le file che pattugliano le frontiere baltiche e slave. L’allarme resta alto, “Siamo aperti al dialogo, ma uniti e pronti a ogni scenario” ha ribadito, come fa ogni giorno, il segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg, in seguito ad una telefonata con Biden e altri leader transatlantici. Che gli uomini a stelle e strisce non abbiamo mai smesso di annunciare invasioni o attacchi russi imminenti, senza fornire prove, lo ha notato perfino Le Monde: Washington “drammatizza” la crisi ucraina. Un’invasione russa, è tornato a sottolineare il Segretario di Stato Antony Blinken, potrebbe iniziare “in qualsiasi momento”, “anche durante i giochi olimpici invernali”, che si concluderanno il 20 febbraio prossimo. Proprio da Pechino è arrivato un appello per dire basta all’escalation. L’atleta ucraino Vladyslav Heraskevych, alla fine della sua terza prova di skeleton, ha esibito alle telecamere un cartello dove aveva scritto una cosa semplice e potente: “No alla guerra in Ucraina”. Un gesto coraggioso, ma politico, che viola il regolamento dei cinque anelli: per questo il Comitato Olimpico Internazionale potrebbe penalizzarlo.
Ocalan, 23 anni prigioniero. “Liberate il leader curdo”
Libertà per Abdullah Ocalan, il leader curdo detenuto in isolamento da 23 anni nell’isola di Imrali, nel Mar di Marmara, in Turchia: la chiedono, oggi, alle 14.30, i partecipanti a due manifestazioni contemporanee a Roma, in piazza dell’Esquilino, e a Milano, in Largo Cairoli; analoghe iniziative sono annunciate in varie città di tutto il mondo.
Oltre alla liberazione di Ocalan, i manifestanti chiedono la cancellazione del partito da lui fondato nel 1978, il Pkk (Partito dei lavoratori del Kurdistan), dalla lista delle organizzazioni terroristiche. Originariamente di ispirazione marxista-leninista, il Pkk mirava a dare una patria a oltre 40 milioni di curdi, l’etnia più grande al mondo senza un’identità nazionale, divisi tra Turchia, Siria e Iraq.
Oggi, nel segno del confederalismo democratico, un nuovo paradigma politico ispirato dagli scritti di Ocalan dal carcere, il movimento non vuole più uno Stato curdo, ma lavora a una società senza Stato dove possano convivere – e partecipare alla vita politica – tutti i popoli del Medio Oriente, d’ogni cultura o religione. Uno dei suoi avvocati, Ibrahim Bilmez, in una conferenza stampa a Roma, organizzata dall’ufficio della cultura curda in Italia, ha riferito che “l’isolamento di Ocalan peggiora col tempo”: “Non lo incontro da dieci anni; e ora sono 18 mesi che non ne abbiamo notizie. L’ultimo contatto risale infatti al marzo 2021, quando girò la voce che fosse morto di Covid”.
All’inizio degli anni Ottanta, Ocalan, 74 anni, lasciò il Kurdistan turco per sottrarsi alla repressione di Ankara. Trovò riparo in Siria fino al 1998, quando decise di andare altrove, a Mosca. La vicenda di Ocalan, che sta alla lotta del popolo curdo per l’autonomia e l’indipendenza come Nelson Mandela sta alla lotta contro l’apartheid dei neri in Sudafrica, conobbe, nel novembre 1998, un risvolto italiano non lusinghiero: il leader del Pkk giunse da Mosca a Roma, innescando una crisi tra Turchia e Italia.
Ocalan non ottenne subito l’asilo politico, che gli sarebbe stato concesso solo un anno dopo, quando era ormai detenuto a Imrali; ma non poteva neppure essere estradato in Turchia, perché lì c’era ancora la pena di morte. Il governo, di cui erano premier Massimo D’Alema e ministro degli Esteri Lamberto Dini, lo fece partire di soppiatto alla volta del Kenya, dove fu accolto presso l’Ambasciata di Grecia a Nairobi: vi rimase chiuso diversi giorni, ma quando uscì fu intercettato e catturato da un commando di agenti dei servizi segreti turchi, con un atto considerato di pirateria internazionale, e portato in Turchia. Usa e Israele negarono responsabilità nel sequestro. Le immagini del fondatore e leader del Pkk bendato e ammanettato fecero il giro del mondo. Pochi mesi dopo, la Turchia lo condannò a morte per attività separatista armata, equiparata a terrorismo; nel 2002, la pena fu commutata in ergastolo.
Per una decina d’anni, Ocalan fu l’unico detenuto sull’isola prigione di Imrali, consegnata all’immaginario collettivo dal film Yol di Yılmaz Güney. Poi, anche grazie alle pressioni internazionali, la Turchia ha trasferito lì altri prigionieri curdi.
Nel 2018, la Corte di Giustizia Ue bocciò l’inclusione del Pkk fra le organizzazioni terroristiche.
L’avvocato Bilmez intende incardinare la sua iniziativa per la liberazione di Erdogan su due pilastri: il “diritto alla speranza” riconosciuto dal Consiglio d’Europa, secondo cui, dopo vari anni, il detenuto ha diritto a chiedere una revisione della sentenza; e il fatto che il suo assistito abbia sempre “cercato una soluzione pacifica al conflitto tra turchi e curdi in Turchia”. Infatti, fin dalla prima udienza del suo processo, il leader curdo chiese alla guerriglia di deporre le armi e cercare un’intesa sul “cessate il fuoco” con l’esercito turco.
La questione curda resta vivissima in Turchia. L’Akp, il partito del presidente Erdogan, la usa come strumento elettorale, ora proponendosi come forza propulsiva di una soluzione politica e ora facendo saltare i negoziati, se l’Hdp, il partito curdo la cui legittimità non è contestata, gli erode consensi. Ed Erdogan non ha esitato, in questi anni, a portare la lotta contro i curdi fuori dai confini, nel Nord della Siria, complice lo strabismo degli Stati Uniti e dell’Unione europea: vedono i curdi come eroi quando sono la prima linea della lotta al sedicente Stato islamico, ma li abbandonano al loro destino quando non ne hanno più bisogno.
Giudici à la carte, sporco trucco
Chi, come il sottoscritto, ha sulle spalle quarant’anni e più di avvocatura conosce ormai tutti i trucchi del “porco mestiere”, e sa bene che uno dei più vecchi, insidiosi e spregiudicati è quello “dell’ordinanza cautelare da Giudice territorialmente incompetente” di cui ora è rimasto vittima il presidente del Movimento 5 Stelle, Prof. Giuseppe Conte.
È davvero, per dirla con gli anglosassoni, un dirty trick (“sporco trucco” però legale o semi legale), che consente, in pratica, ai “furbetti” di scegliere tra i circa 160 tribunali italiani quello preferito, perché “amico” o ritenuto tale, per ottenere immediatamente un’ordinanza cautelare. Quest’ultimo è un provvedimento che assicura da subito, in via di urgenza, un risultato che interessa (es: annullare la delibera di un’associazione, bloccare l’elezione di un organo ecc.) prima che sia celebrato il processo vero e proprio (detto processo “di merito”). E ciò anche se in realtà quel tribunale prescelto non dovrebbe occuparsi affatto di quella causa, perché rientrante nella competenza territoriale di tutt’altro tribunale. Ad esempio, dovrei introdurre il giudizio davanti al Tribunale di Trento, perché – mettiamo – in questa città c’è la sede della società convenuta cui muovo causa, ma la presento, invece, al Tribunale di Trapani perché così mi conviene, e perché conto, appunto, di ottenere da questo tribunale un’ordinanza cautelare che mi assicuri da subito il risultato che mi preme.
Poco importa che poi, arrivati una buona volta al giudizio sul merito, venga dichiarata l’incompetenza territoriale del Tribunale di Trapani e la causa debba essere riassunta a Trento, perché, intanto, il gioco è già fatto e il danno in concreto irrecuperabile, specialmente se ci sono di mezzo “tempi politici” che danno luogo a conseguenze accelerate a catena, come ci dimostra il caso del Movimento 5 Stelle.
Il trucco, dunque, è semplice: prima si presenta la causa al tribunale che ci piace, poi si chiede allo stesso un’ordinanza cautelare che ci dia subito ciò che ci interessa, e nulla impedisce (perché, anzi, lo si fa normalmente) di rivolgersi, contemporaneamente o in “serie” a più tribunali ritenuti amici, sperando che almeno uno ci accontenti. Insomma, quel che importa è (secondo i sostenitori del trucco) che il tribunale adito, benché incompetente, sia di fatto investito del merito della causa quando viene presentata la richiesta di ordinanza cautelare.
Il lettore si chiederà, a questo punto, in quale razza di Paese e ordinamento giuridico viviamo, se sono possibili simili obbrobri, ma proprio perché si renda conto fino in fondo della eticità di certi comportamenti, lo preghiamo di accompagnarci sui seguenti gradini o (step) di ragionamento.
1) Anzitutto, va ricordato, che per il codice civile (art. 23), e per il Codice di Procedura civile (art. 23 anche di questo codice per curiosa coincidenza), le controversie riguardanti la validità di delibere di assemblee, di associazioni come partiti, sindacati, movimenti politici sono di competenza del tribunale del luogo dove l’associazione ha la sede. Basta, ancora, dare un’occhiata in Internet per constatare che il Movimento 5 Stelle ha, da sempre, avuto sede a Roma, e precisamente in via Nomentana 205 secondo il vecchio Statuto e ora, secondo il nuovo (e contestato) Statuto in via Campo Marzio 56. Quindi non ci può essere dubbio: la competenza territoriale è del Tribunale di Roma.
2) Il Tribunale di Napoli – ma poteva essere quello di qualsiasi altra città – è “saltato fuori” perché scelto dai ricorrenti in base alla ricordata (e vecchia) teoria processualistica (su cui Cass. n. 3473/1999) che scinde la competenza sul merito da quella sull’ordinanza cautelare, privilegiando la pendenza – di “mero fatto” – del giudizio di merito in base a questa giustificazione: l’asserita urgenza della richiesta di ordinanza cautelare, che non potrebbe attendere la decisione di merito. Ma è solo ipocrisia: la ragione vera è scegliersi il giudice desiderato per chiedergli l’ordinanza cautelare, che è quella che dà il risultato perseguito, mentre poi il merito giungerà, come si dice, “al fumo delle candele”.
3) Questa teoria è però sbagliata e superata, perché il legislatore moderno dimostra, invece, di voler legare strettamente la competenza per la decisione sull’ordinanza cautelare a quella sul giudizio di merito. Lo ha dimostrato, appunto, inserendo nel codice di procedura l’art. 669 ter, il quale prevede la possibilità di presentare la richiesta di ordinanza cautelare, con il separato ricorso, anche prima di aver proposto la causa di merito (cosiddetta istanza ante causam) ma – questo è il punto – solo al tribunale che sarà competente per il merito. Il Tribunale a cui ci si è rivolti, deve, allora, controllare la propria competenza territoriale e, all’esito del controllo, accettare o rigettare la presa in considerazione dell’istanza di ordinanza cautelare. Tutti comprendono che il criterio deve essere biunivoco: se il tribunale, quando gli presentano per prima l’ordinanza cautelare deve da subito controllare la sua competenza per il merito, mancando la quale deve respingere l’istanza di ordinanza, non può essere che invece, se il merito è presentato per primo, la competenza non conti più ai fini dell’ordinanza.
4) Qual è, allora, la regola vera da seguire quando la richiesta di ordinanza è presentata dopo il deposito e già pendente il giudizio per il merito? È quella indicata, ad esempio, nell’ordinanza del Tribunale di Spoleto del 19 aprile 2015: il giudice già nella fase cautelare, prima di affrontare il giudizio di merito, deve valutare preventivamente (in termini tecnici “delibare”) la sua competenza territoriale per il merito, e se non sussiste respingere la richiesta dell’ordinanza cautelare stessa.
5) Spaventa invece, che il Tribunale di Napoli, nella sua ordinanza che ha “disarcionato” il presidente Conte, metta “le mani avanti” prospettando addirittura che se anche poi, giunti al merito, dovesse dichiararsi incompetente per territorio, comunque la sua ordinanza cautelare conserverebbe i suoi effetti.
E allora, carissimo Beppe Grillo, non è vero che tutte le pronunzie giudiziarie debbano essere rispettate: quelle ottenute con mezzi furbetti suscitano allarme nei democratici e provocano, almeno per me, disgusto.
Parola di veterano.
*Giurista, è stato professore ordinario di Diritto del lavoro e ha insegnato nelle Università di Bologna e Ancona
Suicidio assistito, individuato il farmaco: Mario potrà morire
Ora Mario potrà scegliere se prendere il Tiopedone e morire. La commissione di esperti istituita dall’azienda sanitaria delle Marche (l’Asur) ha stabilito che è corretto l’utilizzo del farmaco letale per il suicidio assistito chiesto dal 44enne tetraplegico che due anni fa ha chiesto di porre fine alla propria vita e iniziato un contenzioso legale proprio con l’Asur, la quale si era opposta alla richiesta. L’Associazione Luca Coscioni, che assiste Mario, l’ha definita “una svolta storica”: si tratterebbe, infatti, del primo caso di suicidio assistito autorizzato in Italia.
Giù nel vano ascensore. Muore operaio a Milano
Un operaio è morto e un altro è ricoverato in gravissime condizioni dopo essere precipitati all’interno del vano ascensore mentre installavano la cabina in un palazzo di Milano, nei pressi di piazzale Loreto. L’incidente è avvenuto in uno stabile in viale Monza 2 pochi minuti prima delle 14. I due lavoratori sono caduti da un’altezza di circa 20 metri montando un ascensore. L’operaio di 55 anni è morto sul colpo mentre il collega di 26 è stato trasferito all’ospedale Niguarda. Il pm di Milano Ilaria Perinu ha disposto l’autopsia per la vittima. Si tratta del primo atto di indagine in vista dell’apertura di un fascicolo per omicidio colposo che sarà coordinato dal dipartimento guidato dall’aggiunto Tiziana Siciliano.
Casamonica, confiscati ville e beni per 20 mln
La villa rossa di Pelè Casamonica era diventata un’icona a Roma del potere del noto clan sinti. Il rifugio a Porta Furba di Giuseppe casamonica, l’altra villa a Monterosi, in provincia di Viterbo con tanto di piscina e arredi sfarzosi in marmo ma anche attivita’ solide come un distributore di benzina, bar, locali, appartamenti e conti correnti. È il tesoro confiscato ai Casamonica, il clan che ha spadroneggiato nel pezzo della periferia della Capitale che confina con i Castelli romani: beni per un valore di 20 milioni. La confisca segue il sequestro dei beni disposto dal Tribunale nel giugno 2020 quando scattarono gli arresti nei confronti di alcuni appartenenti al clan. E segna il crollo anche economico della potente famiglia criminale.
Gip archivia Boccassini e l’ex compagno Nobili
Il Gip di Brescia ha archiviato, come chiesto dalla Procura, le posizioni dell’ex pm di Milano, Ilda Boccassini, dell’ex compagno, il magistrato Alberto Nobili e del comandante della Polizia locale Marco Ciacci. I tre erano stati denunciati dall’ex comandante della locale Antonio Barbato e accusati di abuso d’ufficio. Vicenda che si inserisce nell’ambito dell’indagine sull’incidente provocato il 3 ottobre 2018, da Alice Nobili, figlia di Ilda Boccassini, che investì in motorino un medico 61enne, che morì poco dopo. La figlia dei due magistrati ha patteggiato nove mesi per omicidio colposo con ritiro della patente per due anni e sequestro del motorino. Barbato aveva denunciato presunte pressioni di Boccassini e Nobili.
Le mani della ‘ndrangheta sugli appalti Rfi. Indagata Ventura, ex candidata in Calabria
Dalla Lombardia al Sud Italia, la ’ndrangheta ha messo le mani sui grandi affari per la manutenzione della linea ferroviaria gestita da Rfi. L’inchiesta, coordinata dalla procura di Milano e condotta dal Nucleo di polizia economico finanziaria della Guardia di finanza anche di Varese, ha portato a 15 arresti e al sequestro di 6,5 milioni.
Accusati di associazione a delinquere aggravata dal metodo mafioso (in parte caduta nella lettura del gip) anche alcuni colossi societari che prendono appalti direttamente da Rfi (parte offesa) e che, per l’accusa, giravano parte dei lavori attraverso subappalti mascherati a imprese i cui titolari sono considerati vicini alle cosche Arena e Nicoscia di Isola Capo Rizzuto. Il giudice nella sua ordinanza mantiene l’impianto dell’aggravante per quattro membri della famiglia Aloisio legata ai Nicoscia, e non per i Giardino vicini, secondo il pm, agli Arena. Tra le nove grandi aziende indagate di “secondo livello” c’è anche quella che fa riferimento alla famiglia Ventura. Qui Maria Antonietta Ventura, indagata con l’aggravante ma per la quale il giudice ha respinto la richiesta di arresto, è stata candidata dal centrosinistra e dal M5s alla presidenza della Regione Calabria. Candidatura ritirata. Gli indagati sono 35. Per l’accusa, la famiglia Aloisio, attraverso un carosello di reati fiscali e bancarotte, ha drenato il denaro dei grandi appalti. Soldi che in parte sarebbero serviti a supportare i carcerati. In una intercettazione commentano: “Ventura ha tutta la Calabria Morelli ha tutta la Campania ed Esposito ha tutta la Sicilia, Rossi ha tutto il Nord Italia”. La mano d’opera fornita ai grandi appaltatori arriva “dalla Calabria Saudita”. Operai che, scrive il gip, risultavano “senza competenza professionale”.
Il giro d’affari era milionario. Secondo il pm a monte a livello dei grandi appaltatori c’era “un piano di spartizione in aree di competenza dell’intero territorio nazionale”. A valle la ‘ndrangheta. E in particolare la famiglia Aloisio vicini a Nicoscia. In una intercettazioni viene spiegato: “Noi ci dividiamo il pane tutti e cinque, i fratelli miei stanno a quello che gli diciamo noi”. Mentre sui carcerati si ascolta: “Io non ce la faccio più. E Pino i Cozza, quando lo hanno arrestato, 1000 euro all’avvocato, 1000 alla famiglia (…) Abbiamo i nostri carcerati da mantenere”. Gli Aloisio per il pm “favoriscono” con finte assunzioni il reggente del clan di Isola. Sui legami con i clan: “I fiori li portiamo per dote dalla nascita”. I fiori sono i gradi all’interno della ’ndrangheta.
Fuortes moltiplica le poltrone: altri 17 caporedattori Rai
Dopo la nomina di 23 vicedirettori di genere (anticipati dal Fatto), in Rai arriva la carica di 17 nuovi caporedattori. Tutte scelte legittime da parte dei nuovi direttori di testata, che hanno il diritto di circondarsi di persone di fiducia e di individuare i giornalisti più adatti. E le persone scelte sono tutte meritevoli. Ma in azienda si fa notare, in un periodo di vacche magre in cui lo stesso Carlo Fuortes ha fatto scelte in nome del risparmio (come il taglio dell’edizione notturna dei Tg regionali), se sia davvero necessario creare nuove posizioni con costi ulteriori per Viale Mazzini. Qualche esempio. Al Tg2 di Gennaro Sangiuliano il caporedattore della cultura andrà a fare altro (mantenendo, com’è normale, la carica) e ne arriverà uno nuovo. Al Tg1 Monica Maggioni ha sostituito la caporedattrice del politico con un soggetto di sua fiducia. Stessa cosa agli esteri, dove è arrivata una caporedattrice da Rainews24. Proprio a Rainews, poi, il direttore Paolo Petrecca ha deciso di rinunciare a un vicedirettore in cambio di due nuovi caporedattori centrali, promuovendo i responsabili di cronaca e società, che a loro volta andranno sostituiti. A Raisport, invece, Alessandra De Stefano ha cambiato il caporedattore del calcio inserendo una persona a lei più gradita. In sostanza, di 17 nuovi redattori capo nominati dal primo gennaio 2022, una decina sono nuove posizioni create ad hoc, con un aggravio di costi. Da sottolineare che tutte le scelte sono state fatte col “job posting”, procedura di cui però alcuni lamentano la poca trasparenza.
Referendum, l’assist di Amato a Salvini: “Sì al voto, non cercare il pelo nell’uovo”
L’assist è tanto ghiotto, quanto irrituale. Perché a cinque giorni dal pronunciamento della Corte Costituzionale sugli 8 quesiti referendari – i 6 sulla giustizia di Lega e Radicali e i 2 sulla depenalizzazione di cannabis ed eutanasia – scende in campo Giuliano Amato. E le sue parole sono una spinta positiva sull’ammissibilità degli 8 quesiti: “Dobbiamo impegnarci al massimo per consentire, il più possibile, il voto popolare”, ha detto il presidente della Consulta salutando gli assistenti dei “suoi” giudici nella riunione settimanale in vista delle prossime udienze. Poi Amato ha rassicurato chi teme possibili bocciature: “È banale dirlo – ha concluso Amato – ma i referendum sono una cosa molto seria e perciò bisogna evitare di cercare ad ogni costo il pelo nell’uovo per buttarli nel cestino”. E ancora: “Bisogna cercare di vedere se ci sono ragionevoli argomenti per dichiarare ammissibili referendum che pure hanno qualche difetto”.
Questo non significa che tutti e gli 8 i quesiti saranno ritenuti ammissibili martedì (per esempio ci sono grossi dubbi sulla proposta di limitare la custodia cautelare). Ma tanto basta a far esultare Matteo Salvini che punta molto sui 6 referendum sulla giustizia per rilanciarsi: “Ringrazio il professor Amato per il suo manifestato impegno a consentire il voto dei cittadini evitando scorciatoie tese a ostacolare questo percorso di democrazia”. Parole che stridono con i passati giudizi di Salvini su Amato (“non lo voterei per il Quirinale nemmeno se fosse l’ultimo uomo sulla terra, è quello del prelievo forzato sui conti correnti” diceva nel 2015) e che sono stati confermati a fine gennaio quando il leader della Lega ha messo un veto sull’ascesa al Colle del dottor Sottile. Le parole di Amato sono state accolte con favore anche dai Radicali, ma i referendum spaccano il centrodestra. Sia perché Lega e FdI sono contrarissimi ai due quesiti su cannabis ed eutanasia ma anche perché meloniani non hanno sottoscritto due quesiti leghisti: quello sull’abolizione della legge Severino e sulla custodia cautelare. Per questo FdI, nel caso passassero, non farà campagna con la Lega per non dare un vantaggio politico a Salvini. Di più: nei prossimi giorni i meloniani presenteranno una mozione per chiedere al governo di evitare “lo spreco di denaro pubblico” e di legiferare sui 4 quesiti sulla giustizia condivisi da FdI. Un modo, l’ennesimo, per mettere i bastoni tra le ruote dell’alleato.