Facciamo “Un altro giro”: che ebbrezza il film alcolico e ironico del danese Vinterberg

C’è dell’alcool in Danimarca: Thomas Vinterberg e Mads Mikkelsen offrono Un altro giro, alla Festa del Cinema di Roma e prossimamente in sala con Movies Inspired. Druk, titolo originale, ha appena vinto il London Film Festival, sta incassando in patria e in Francia, si farà strada fino agli Oscar, e segna uno scarto rispetto alla nostra epoca diversamente proibizionista: con buona pace di astemi, bigotti e ipocriti vari, il consumo d’alcool non vi è demonizzato, al contrario, promosso quale veicolo di realizzazione individuale e interazione sociale.

“È una parte molto importante della nostra cultura occidentale, inutile negarlo: mi sono proposto – dice il regista – alla mia futura moglie con due bicchieri, ho perso mio padre per alcoolismo, quella del film è la terza storia. E non ho sentito obblighi morali nel raccontarla”. A tenere il gomito alzato è Mikkelsen, ancora con Vinterberg dopo The Hunt, cui tocca sperimentare l’invero bizzarra teoria dello psicologo norvegese Finn Skårderud, secondo la quale colmando la nostra congenita mancanza d’alcool (-0,5%) non potremo che trarne beneficio: i compagni di libagioni, affidati ai sodali Thomas Bo Larsen, Magnus Millang, Lars Ranthe, sono come lui sconfitti o pareggiati in casa dalla vita, tutti professori di liceo orfani di attimi fuggenti e attenzioni degli studenti. C’è chi vi lascerà le penne, ma Vinterberg non sta a rimuginare sul bicchiere mezzo vuoto o mezzo pieno, serve la seconda possibilità: Mads e accoliti si riscopriranno popolari, piacevoli e piacenti, traendosi d’impaccio dalle secche esistenziali, i matrimoni sbiancati, gli entusiasmi sopiti. “Ci vogliono ‘il Paese più felice al mondo’, siamo amichevoli, razionali, ragionevoli, il senso di comunità è forte, ma un po’ opprimente: beviamo – osserva Vinterberg – per poter perdere il controllo, per affrancarci dall’essere sempre al sicuro, ci imponiamo un rischio perché significa avventura, esplorazione, ispirazione. Sono orgoglioso dei nostri 9,1 litri pro capite di alcool, si beve anche per innamorarsi”.

Mikkelsen, strepitoso, non è da meno: ci mette a parte dei suoi gusti al bancone, birra e mojito, e sullo schermo per suffragare le proprie tesi tira in ballo illustri beoni, quali Winston Churchill. A bocca asciutta, si chiede, avrebbe piegato il Terzo Reich? Girato con apprezzabile leggerezza, se non ebbrezza, il dramedy ci fa ubriacare di ottimismo, autodiagnosticandosi la sindrome di Peter Pan, confidando nella remuntada, predicando un cameratismo ad alta gradazione. Una notte da leoni in cui il risveglio da coglioni non è eluso, una sceneggiatura che trasforma il doman non v’è certezza in bicchiere della staffa, lavorando sull’empatia, sul corpo di Mads prima afflitto e poi ballerino. E non crediate, la denominazione d’origine controllata non esclude nessuno: “In superficie – conclude Mikkelsen – sembrerebbero problemi solo danesi, ma pensate davvero che due bicchieri di vino sul set di Fellini non ci fossero, che Vivaldi non si facesse un goccetto?”. Nunc est bibendum.

Addio a Lea Vergine, “pescatrice” di opere d’arte

Spero che il Covid, ieri, le abbia almeno concesso il regalo che Lea Vergine chiedeva a Dio (come raccontò ad Antonio Gnoli): “Non credo dall’età di 14 anni. Però certe notti, mentre mi rivolto nel letto, metto la testa sotto il cuscino e dico: chiunque tu sia fammi morire nel sonno. Almeno questo concedimelo”. Certo le ha concesso di non dover vivere più di ventiquattr’ore senza il suo amatissimo marito, Enzo Mari, stella del Design italiano. In questo finale, terribile e tenerissimo, c’è la cifra di Lea Vergine: critica d’arte, scrittrice e intellettuale lucida e durissima, e insieme persona generosa, aperta ai più giovani, capace di conservare fino all’ultimo quello stupore che è il retaggio più prezioso dell’infanzia.

È questa mescolanza instabile tra rigore e sentimento il tratto di Lea Vergine che più ci mancherà. La capacità di continuare, fino alla fine, a domandarsi “cosa c’è di più misterioso del fatto che una persona possa, di fronte a un quadro di segni astratti, sentire un’emozione quasi dolorosa? Che possa sentirsi stringere la gola o sentire un tuffo al petto? Cose che capitano quando ti trovi di fronte a un’opera che ti travolge, ti disorganizza. Sei colpito come da un terremoto, da un rivolgimento interiore, da una sorta di incantamento… Ci sono bellezze talmente intense da essere dolorose. La bellezza può essere un colpo al cuore, un affanno” (così nella sua conversazione con Chiara Gatti, L’arte non è faccenda di persone perbene, Rizzoli 2016).

Alla fine di un’esistenza in cui vediamo scorrere – sullo sfondo del gruppo del “Manifesto”, o del proscenio internazionale dell’arte contemporanea – le sagome di Argan e Brandi, di Fontana e Burri, di Fautrier o di Eco, rimane la solitudine e il tormento di chi vedeva con estrema lucidità che “l’arte di oggi, invece, è sempre meno una faccenda di persone per bene… È un luogo dove non ci sono quasi più valori tragici, ma solo prezzi di mercato”.

Ma oggi – in mezzo all’infuriare della pestilenza che l’ha portata via, e della quale il peggio temo debba ancora venire – non vorrei ricordare giudizi, battaglie, stroncature e disfide. Vorrei invece vedere la Lea Vergine di sessantaquattro anni fa: una ventenne bellissima che, come un maschiaccio adolescente, passava le giornate andando a pesca, nel golfo della sua amatissima Napoli. “Scendevo al porticciolo di Mergellina da sola – ha raccontato – Mi muovevo lentamente su e giù in quella conchiglia di legno a piedi nudi; sotto il vestito portavo il costume, e quando era finita la ‘strage’, mi buttavo in acqua… Quello che era stupefacente, al di là della pesca, era guardare Napoli dal mare. Spesso arrivavo a Capo Miseno, la punta estrema della penisola flegrea… A volte, facevo tardi; poteva capitare che rientrassi quando i colori di Napoli cambiano ancora una volta. Se è vero che ogni luogo ha il suo colore, quello di Napoli è il viola: quello dei tramonti. Percorrendo le strade del centro, quel tono di viola si mescolava al grigio e al rosso pompeiano delle facciate. Napoli (atroce e tenerissima) è stata una città matrigna. Peggio, è stata come mia madre. Solo che adesso, a distanza di tutto questo tempo, di mia madre non mi ha preso nostalgia. Di Napoli, sì”. La stessa nostalgia che già abbiamo di te, Lea.

Macché CR7 il mito è “O Rei”

Avrebbe dovuto nascere mezzo secolo dopo, nel 1990 e non nel 1940. Nell’era delle tv e del web, dell’informazione in tempo reale, della possibilità di vedere tutto anche nel più sperduto angolo del mondo. Avrebbe dovuto giocare adesso Edson Arantes do Nascimento detto Pelé, il più portentoso talento della storia del calcio mondiale che venerdì compirà (strano a dirsi, per chi è leggenda) 80 anni. Difficile per chi ama il pallone perdonare il fato per questo sgarbo. Quando Pelé smise di giocare, nel 1974, dopo 19 stagioni trascorse indossando la maglia del Santos, del Brasile e di nessun altro, in Italia la tv a colori non esisteva ancora; e il bianco e nero stava tenendo duro anche quando Pelé, tre anni dopo, celebrò l’addio ai Cosmos di New York, ultima appendice di carriera, e appese per sempre a 37 anni le scarpe al chiodo.

E insomma, avremmo voluto godercelo di più il mostruoso Pelé, e lustrarci gli occhi come facemmo per Maradona, a oggi suo unico epigono, venuto dal cielo in terra a miracol mostrare a inizi anni 80 e finito a regalare mirabilie proprio qui, nel nostro (a quei tempi prezioso e pregiato) orticello. Lo avrebbe meritato O Rei. O la Perla Nera, se preferite. Perché se oggi, per descrivere la bellezza di un gol di Cristiano Ronaldo segnato di testa in bella elevazione la Gazzetta evoca nientemeno che La passeggiata, il dipinto di Marc Chagall in cui l’autore tiene per mano la moglie Bella che volteggia nell’aria, lieve, sopra la sua testa, per rappresentare l’incanto dei gol, e non solo dei gol, dipinti per vent’anni da Pelé ci vorrebbe di più. A cominciare, visto che siamo in tema, dai gol di testa che O Rei, a dispetto del suo metro e 72, realizzava con stacchi e gesti atletici imperiosi: come nella finale Brasile-Italia del Mundial messicano 1970, minuto 18, rimessa di Tostao (n. 9), cross al volo di sinistro di Rivelino (n. 11) ed ecco apparire in area lui, Pelé (n. 10), appeso al cielo un metro sopra Burgnich – il Marc Chagall della situazione, anche se parliamo del più forte difensore del tempo –, mentre attende il pallone refrattario a ogni legge di gravità e poi lo colpisce con una frustata della fronte e lo scarica in rete alle spalle di Albertosi, che ancora oggi ricorda solo una fiammata. “Prima della partita mi ripetevo: tranquillo, anche lui è fatto di carne e ossa. Ma mi sbagliavo”, avrebbe detto Burgnich anni dopo rielaborando il trauma.

Oggi impazziamo per Messi e per Cristiano Ronaldo e ieri lo abbiamo fatto per Ronaldo, Van Basten e Johan Crujiff? Con tutto il rispetto: poca cosa al confronto. Perché Pelé, 172 cm. per 75 kg., nel suo prezioso contenitore aveva tutto: il fisico che Messi non ha, la classe di cui CR7 non dispone, il gioco a tutto campo che al Fenomeno mancava, la solidità fisica che a Van Basten ha fatto difetto, la spietatezza che in Crujiff non era così totale. “È un mostro di coordinazione, velocità, potenza, ritmo, sincronismo, scioltezza e precisione”, lo fotografò un giorno, perfettamente, Gianni Brera. Il miglior 10 e il miglior 9 messi assieme. Pelé aveva tutto, a cominciare dalla precocità. Nella classifica dei “Gol del Secolo” stilata dalla Fifa, dove al primo posto troviamo l’inenarrabile serpentina di Maradona in Argentina-Inghilterra 1986, al terzo troviamo un gol di Pelé: con la differenza che trattasi di gioiello che il giovane Edson compì all’età di 17 anni, in un Brasile in cui era quasi esordiente e nientemeno che in una finale mondiale: quella del 1958 in Svezia, vinta 5-2 contro Liedholm & C., il 3-1 che sigillò il match, stop di petto in area, difensore scavalcato col sombrero e con lo stesso piede, il destro, tiro a rete senza lasciar ricadere la palla a terra. Un balletto in un fazzoletto.

A 17 anni Pelé si laureava campione del mondo (oltre che vice capocannoniere con 6 gol alle spalle di Fontaine) e dodici anni dopo, nella finale vinta 4-1 contro l’Italia, lo diventava per la terza volta: nessuno ci è mai più riuscito. Solo in partite ufficiali Pelé ha segnato 761 gol in 821 incontri. Fosse davvero nato mezzo secolo dopo, con il regolamento modificato a punire aspramente il gioco duro, chissà che starebbe combinando oggi alla soglia dei suoi (virtuali) trent’anni. E sì, perché i Mondiali del ’62 in Cile finirono per lui alla seconda partita messo ko da un difensore della Cecoslovacchia; e in quelli del ’66, in Inghilterra, fu Joao Morais del Portogallo a farlo fuori al pronti-via del terzo match che Pelé trascorse in campo camminando, non essendoci le sostituzioni. Invece Pelé è nato nel 1940 e venerdì festeggerà gli 80 anni. Da pensionato da 3.000 real al mese (meno di 1.000 euro), pensionato che ha voluto diventare perché stufo di girare il mondo con tanti anni addosso. Un’operazione all’anca lo costringe da tempo in carrozzella e alla depressione. “Era il Re: ora si vergogna a farsi vedere così”, racconta il figlio Edinho. Fossimo in lui, non ci stancheremmo di ricordare a papà che il Brasile lo ha nominato “patrimonio storico-sportivo dell’umanità”. E che il mondo, tutto il mondo, è stato d’accordo. Tanti auguri O Rei. E grazie di tutto.

Lusso, case e tunnel della coca. L’influencer ora è la “Chapa”

Anche in Messico la storia degli influencer pare stia sfuggendo di mano. Lì l’ultima frontiera delle promozioni sui social network è Emma Coronel, “La chapa” in persona, cioè la moglie di Joaquín El Chapo Guzmán, il più grande narcotrafficante in vita, anche se rinchiuso nel carcere di massima sicurezza del Colorado. Lei, la reina – così, con tanto di corona d’oro in testa ha festeggiato sui social l’ultimo compleanno – non solo si gode uno stile di vita degno di una erede al trono, ma lo promuove facendo pubblicità a marche, ristoranti, catene alberghiere e prodotti fitness. E, a quanto pare, funziona. Bella e degna rappresentante di ciò a cui il grande pubblico messicano aspira, Emma ha già partecipato al reality show Cartel Crew, in cui otto personaggi si ripuliscono l’immagine fuori dal mondo della droga. “Sono qui perché la gente capisca che sono una persona normale”, esordì Emma durante le presentazioni con un altro concorrente, Michael Blanco, figlio di Giselda, la regina della coca.

Conclusa poi l’esperienza televisiva, l’ex reginetta di bellezza dello Stato, perché no, ha deciso di intraprendere l’avventura sui social riprendendo il filo delle pubblicazioni interrotte lo scorso giugno quando gli account gli erano stati oscurati per via di strani video e foto in cui la madre delle due figlie gemelle del Chapo si mostrava in un tunnel o in altre località del “territorio” gestito dal marito. “Un messaggio al cartello rivale”, avevano sospettato le autorità. Da allora, Emma, che su Instagram ha 400 mila followers e solo 4 foto in cui mostra più che altro la sua bellezza stimolando i commenti ammirati dei fan, ha preso a pubblicare stories che la Rete non cancella. Così, ad esempio, si possono ancora leggere le sue valutazioni sui cappelli ricevuti in regalo dal negozio ‘Beauty Culiacán’. “Grazie mille, sono un’appassionata”, scrive la Chapa. In un altro post promuove un mini-freezer per conservare meglio creme e trucchi per il viso perché non si sciolgano. Peccato che in Messico possa arrivare a costare anche 250 dollari, la metà dello stipendio medio (430 dollari al mese). Ma, si sa, nel territorio del carrello di Sinaloa tutto è concesso, anche che la proprietaria del negozio di creme sia proprio la moglie del capo del cartello, come si era vociferato. Emma prontamente smentì. “Sono malelingue. Faccio pubblicità a quei prodotti perché mi piacciono e mi piace il negozio”. Ma non tutto è lusso e bellezza. La moglie del Chapo ha anche partecipato all’appello per il ritrovamento di Vanessa Guillén, la soldatessa Usa scomparsa lo scorso aprile e poi trovata morta. Coronel, diventata famosa durante le udienze al processo del Chapo, sceglie di affidare al social Tik Tok i video della sua vita privata per aprire le porte di casa della Sierra di Sinaloa ai suoi fan. Spazi immensi, arredi sfarzosi, vasche idromassaggio al centro delle stanze, hammam di un intero piano della tenuta e un parco macchine da far invidia a Maranello. Per l’occasione, la donna, che davanti al giudice di New York giurò di “non avere ragione di credere” che suo marito “fosse un trafficante di droga”, assicurando di “essere innamorata di lui”, posta anche vecchi video, come quello del settimo compleanno delle figlie. Una villa intera addobbata come il regno di Barbie. Non si può dire che non sappia come spendere il denaro che non sapeva derivasse dal narcotraffico. Ma è l’amore.

D’altronde Emma conobbe Joaquin all’età di 17 anni, lui 51, ancora fresca di incoronazione come la più bella di Sinaloa. Ballava in una tenuta con il suo fidanzato di allora quando le si avvicinò un uomo chiedendole di ballare con “il signore”. Non poteva rifiutare, confessò anni dopo in un’intervista tv, perché “alle feste si deve ballare con tutti quelli che ti invitano”. Nella stessa occasione giurò che Guzmán era “un uomo buono, non è violento, né superficiale, non l’ho mai sentito dire una parolaccia. Le sue bambine chiedono di lui costantemente”. Alla Corte Federale di New York la ricordano per gli abiti di marche esclusive e per le scarpe con i tacchi a spillo che doveva togliere ogni volta che passava ai controlli di sicurezza. Intorno a lei si radunarono già allora paparazzi e riviste patinate di tutto il mondo. In molti pensarono che la presenza della donna nata in California e dedita alla moda fosse studiata ad arte per distrarre l’attenzione della giuria: difficile che passassero inosservati i vestiti gialli indossati solo durante le decisioni della Corte. Lei assicurò di essere lì per appoggiare il marito in circostanze difficili come ogni moglie. Era nata un’influencer.

Niente show con Trump, Melania è malata

Lo scherzo al presidente Donald Trump lo gioca il Covid, quello che lui stesso ha sottovalutato fino ad ammalarsi. Per il comizio in Pennsylvania aveva coinvolto la moglie Melania, sarebbe stata la sua prima uscita in questa parte finale di campagna elettorale. Ma la First lady ha dovuto rinunciare: è ancora malata e non può viaggiare. A meno di due settimane dall’Election Day, Joe Biden continua a fare la corsa saldamente in testa nei sondaggi (nove punti per il New York Times, 8,6 punti nella media di RealClearPolitics). Ma negli Stati in bilico Donald Trump resta competitivo: in North Carolina, ad esempio, è testa a testa fra i due rivali. La partita si gioca soprattutto lì, in Pennsylvania, Michigan, Ohio e Florida. Trump tiene il ritmo di due/tre comizi al giorno, mentre Biden se ne sta ora al coperto, preparando l’ultimo dibatto televisivo di domani sera. Il presidente lo accusa di corruzione: vuole che il ministro della Giustizia William Barr apra un’inchiesta battendo ancora il tasto sugli affari in Ucraina del figlio. È un Trump senza freni: dà dell’idiota al virologo Anthony Fauci e agli esperti che s’occupano di pandemia e giudica “ridicola” una sentenza della Corte Suprema che fa spazio al voto per posta.

Il magnate poi contesta la decisione della commissione organizzatrice dei dibattiti presidenziali, che ordina microfoni spenti a fasi alterne, domani sera, sul palco di Nashville, nel Tennessee: durante gli interventi iniziali per ognuno dei sei segmenti di 15’ ciascuno previsti, sarà spento il microfono del candidato cui non tocca parlare. È un tentativo di evitare che il confronto degeneri in una rissa a voci sovrapposte, com’era accaduto nella prima sfida il 29 settembre, da Cleveland, nell’Ohio. Trump se ne irrita e, inoltre, qualifica come “democratica radicale” la moderatrice del dibattito di domani Keisten Welker. Fronte democratico: è tornata a fare campagna Kamala Harris, dopo una pausa causa Covid e oggi Barack Obama inizia un tour negli Stati incerti, prima tappa a Filadelfia.

“A Parigi la gioventù ha tradito Maometto, crede solo a Google”

“Dei fanatici stanno scippando la nostra religione e i nostri figli. Manipolatori che entrano di forza nei cervelli di una gioventù persa, ignorante della storia e della religione. Di giovani che non sanno neanche se sono francesi, marocchini, tunisini o altro. Che si dicono musulmani perché sanno solo che si chiamano Mohammed o Radija. Che hanno Google come il solo punto di riferimento. Sono questi predicatori, che spingono a commettere crimini barbari, a infangare il profeta Maometto”. Hassen Chalghoumi è l’imam della moschea di Drancy, un Comune alle porte di Parigi, in quella periferia spesso definita difficile, dove numerosa è la comunità musulmana.

Hassen è la voce da diversi anni di un Islam moderato che lotta a viso aperto contro l’Islam radicale. Nel 2015, dopo gli attentati a Charlie Hebdo e al supermercato kosher, assieme allo scrittore di origini ebraico-polacche Marek Halter, aveva organizzato una “marcia dei musulmani” in Europa. Lunedì, con altri imam, è andato a depositare fiori alla scuola di Conflans dove l’insegnante Samuel Paty è stato assassinato da un ceceno di 18 anni per aver mostrato in classe delle caricature di Maometto. “Paty è un martire della libertà – dice l’imam – come professore aveva una missione. Invece è stato decapitato in nome della mia religione. Sono andato a chiedergli scusa. Come è possibile che questo accada nella Francia del 21° secolo?”. Lo stesso imam riceve minacce di morte ed è costretto a vivere con la scorta. Certe volte, dice, deve pregare con il giubbotto antiproiettile addosso. Alcuni lo giudicano traditore perché “amico degli ebrei”. Chalghoumi sostiene da anni la necessità di un Islam in Francia libero da ingerenze straniere, con imam formati in Francia e che vieti i finanziamenti delle moschee da parte di paesi stranieri, come la Turchia. Per questo approva il progetto di legge sul “separatismo” annunciato da Macron a settembre, che apre su questi temi. “Anche se ci è voluto molto tempo per arrivarci”. Nelle ultime ore il governo ha annunciato l’espulsione di centinaia di radicalizzati. Ed è in stato di fermo Abdelhakim Sefriuoi, militante islamista franco-marocchino, schedato per radicalizzazione, che aveva lanciato una fatwa contro Paty. “Sefriuoi è il fondatore del collettivo ‘Cheikh Yassine’, vicino a Hamas e al jihadismo islamico – spiega l’imam – per mesi, nel 2010, il collettivo è venuto a manifestare davanti alla moschea, a Drancy. Mi hanno minacciato, sono entrati in casa mia. Ho sporto diverse denunce. Il governo propone anche di sciogliere il ‘Collettivo contro l’islamofobia’. L’ex direttore, Marwan Muhammad, è vicino ai Fratelli Musulmani. Porta avanti un discorso di odio”. Per l’imam “il prezzo da pagare per gli errori passati è ancora alto. Tutto ciò è frutto di una politica d’integrazione fallita. C’è un lavoro enorme da fare per salvare le prossime generazioni, ma sarà dura. Ai giovani che si confidano con me, dico: lasciate il quartiere, partite a scoprire la Francia, l’Europa è il vostro futuro. Bisogna agire tutti, dai politici agli educatori. Aiutiamo le famiglie musulmane a essere più vigili, anche su Internet. Insomma, l’Europa protegga i suoi musulmani”. Chalghoumi teme che questo nuovo attentato possa risvegliare un sentimento anti-musulmano: “I partiti nazionalisti crescono ovunque. I discorsi di odio si moltiplicano. Temo che la maggioranza non musulmana cada a sua volta nella trappola dei fanatici che vogliono isolarci”.

Come evitare le prigioni del Dragone: fuga a Berlino

La morsa di Pechino sulla città-Stato ‘ribelle’ di Hong Kong non si allenta anche se le manifestazioni contro il regime cinese sono diminuite. Del resto, gli abitanti dell’ex colonia inglese non si sono certo arresi e continuano a cercare un modo per bloccare gli interventi liberticidi del governo centrale. Alcuni attivisti pro democrazia nel mirino delle autorità del Dragone hanno inoltre chiesto aiuto alle nazioni democratiche europee. A una studentessa universitaria di 22 anni ha risposto Berlino concedendole lo status di rifugiata per evitare che venga sottoposta a un processo sul territorio della Cina continentale perché accusata di sommossa in relazione alle proteste del 2019. La studentessa ha mostrato all’agenzia di stampa Reuters una lettera dell’Ufficio federale tedesco per la migrazione e i rifugiati (BAMF) datata 14 ottobre in cui si confermava la concessione dello status di rifugiato. “Ho scelto di fuggire perché sapevo che non mi sarebbe stato concesso un giusto processo e sono davvero grata al governo tedesco”, ha detto al telefono da una localitá sconosciuta della Germania la ragazza, chiedendo non rivelare il suo nome. L’attivista ha spiegato di essere stata arrestata durante una protesta nel novembre 2019 e di essere fuggita in Germania attraverso Taiwan senza poterlo comunicare alla sua famiglia. Anche due noti attivisti, Ray Wong e Alan Li, hanno ottenuto asilo politico da Berlino nel 2018. Il gruppo “Haven Assistance” gestito da Wong e Li ha rilasciato una dichiarazione in cui afferma che agli studenti è stato concesso lo status di rifugiato in Germania per tre anni. La polizia di Hong Kong, che esegue gli ordini della governatrice scelta da Pechino, Carrie Lam, finora ha arrestato più di 10.000 persone in relazione al movimento di protesta. Per tentare di depotenziare il movimento, Pechino ha imposto lo scorso 30 giugno la cosiddetta legge sulla sicurezza nazionale che ha ristretto ulteriormente la libertà di critica e azione degli abitanti del centro finanziario internazionale.

La Cina si rimette in pista. Balzo del Pil e niente Covid

Che uso farà Xi Jinping dei dati sull’economia? Li utilizzerà per ridare centralità alla Cina o solo per combattere la partita interna tra “nazionalisti” e “aperturisti”? E, in particolare, che impatto avranno questi dati sul progetto della Via della seta?

Piccolo boom. Nel terzo trimestre 2020 il Pil cinese è cresciuto del 4,9 per cento rispetto all’anno precedente. A questi dati vanno aggiunti quelli sugli Investimenti diretti esteri (Ide), cresciuti del 23,7% a settembre, mentre nei primi nove mesi dell’anno si sono attestati a 103 miliardi di dollari, con un aumento del 2,5% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno.

Covid addio? Alle soddisfazioni economiche si aggiungono quelle relative alla lotta contro il coronavirus. Nonostante la Cina abbia giocato un ruolo negativo nella prima fase di sviluppo della pandemia – sottovalutazione, mancate comunicazioni all’Oms, mancato coordinamento internazionale – oggi questa sembra ampiamente sotto controllo, con una serie di focolai minori che non sembrano impensierire le autorità. In un articolo pubblicato sul New Yorker il 12 ottobre, il giornalista Peter Hessler ha raccontato del suo ritorno a Wuhan, città simbolo dell’epidemia con i suoi 3.869 morti ufficiali, e ha potuto constatare che non si verificano casi di trasmissione dal 18 maggio. Oggi i cinema sono aperti, le persone sono super-testate in 321 centri dedicati e nei ristoranti e nelle discoteche non ci sono restrizioni particolari. La mascherina è indossata ovunque, ma l’avvio dell’anno accademico è stato celebrato al chiuso.

Da questo punto di vista potrebbe sembrare che nel confronto tra due modelli economici e sociali, quello liberale e liberista occidentale e quello autoritario e a capitalismo di Stato cinese, sia il secondo quello più efficace. Magra consolazione per chi ha a cuore le libertà civili e la democrazia liberale, ma se i Paesi occidentali non dimostreranno di saper fronteggiare fenomeni epocali come il Covid, alla lunga potrebbero perdere la partita.

“La rapida ripresa della Cina è stata il prodotto dei suoi rigorosi blocchi, test massicci, monitoraggio della popolazione, una grande economia che può permettersi di essere in qualche modo isolata e stimoli fiscali attraverso l’espansione del credito”, ha scritto Lu Ting, capo analista cinese di Nomura come riporta il South China Morning Post. Tutto questo si traduce, comunque, nei dati economici sopra descritti in forza dei quali Xi Jinping sta veicolando la sua campagna per la “doppia circolazione”, la strategia economica che punta a mettere l’accento sulla “circolazione interna” dopo decenni in cui è prevalsa la “circolazione esterna”, gli scambi con il resto del mondo.

Doppia circolazione. Si potrebbe definire una sterzata verso l’autarchia cui Xi ha voluto dare rilevanza nel corso del suo importante viaggio nell’area super-avanzata del Guandong, la “Grande area della Baia” e precisamente nella città di Shenzhen, dirimpettaia di Hong Kong e dove in un viaggio del 1992 Deng Xiao Ping lanciò l’opposta strategia dell’apertura al mondo.

Michael Schuman, corrispondente estero in Asia da 23 anni, citato dal Financial Times, ritiene che Xi si caratterizzi “come il campione della nazione cinese dopo le umiliazioni portate dalle potenze occidentali”. Mentre Deng Xiaoping avviava un periodo di apertura e interazioni commerciali senza precedenti con il mondo esterno, Pechino negli ultimi anni si è notevolmente raffreddata verso ovest.

Scontro interno. Autarchici o integrati nel mercato mondiale sono le due linee che si fronteggiano nell’oscuro dibattito del Pc cinese in cui la linea “dell’interno” sembra rappresentare la nuova sinistra contro gli aperturisti dell’industria delle esportazioni. Se ne parlerà, tra le righe, al Plenum di fine ottobre, appuntamento che servirà a definire il piano quinquennale 2021-2025.

Tutto questo si riflette sulla strategia della Via della seta. Nel corso del 2020, gli investimenti legati al mega-progetto di sviluppo internazionale della Cina sono praticamente crollati: da 219 a 184 i progetti finanziati per un calo del 64% in termini monetari. Ora però le cose potrebbero cambiare. Aspettando comunque i risultati delle elezioni statunitensi. Alla fine l’equilibrio internazionale passa ormai per il ping-pong tra Washington e Pechino.

Casta alpina: i consiglieri del Trentino si alzano (ancora) lo stipendio e il vitalizio

Alla faccia della crisi. Non bastava l’aumento del 7% per le idennità dei sindaci del Trentino-Alto Adige deciso nel gennaio scorso dalla giunta leghista di Maurizio Fugatti. Da inizio anno, nel pieno della crisi economica legata al Covid, i 70 consiglieri provinciali del Trentino si troveranno una bella sorpresa in busta paga: 500 euro in più al mese sulle proprie indennità già piuttosto ricche, pari a 9.800 euro lordi. E quindi anche sui vitalizi già in essere che aumenteranno proporzionalmente. Il regalino non è dovuto a un premio per la produttività, ma all’adeguamento Istat all’inflazione introdotto nel 2014 dalla giunta di centrosinistra (più l’Svp) del presidente Ugo Rossi. Fino a oggi però si era sempre deciso di non recepire la norma per il brutto segnale che si sarebbe dato ai cittadini: i soldi così erano stati accantonati in un fondo ad hoc del Consiglio. Ma dal 2021 non sarà più possibile e i circa 8.500 euro arretrati saranno distribuiti ai 70 consiglieri presenti e passati.

Resta il fatto che fino a oggi né la vecchia giunta di centrosinistra, né l’attuale giunta di centrodestra guidata dal 2019 dal leghista Fugatti hanno mai pensato di cambiare la legge per impedire l’aumento delle indennità e dei vitalizi. “Già lo scorso anno avevamo avvisato i consiglieri che non sarebbe stato possibile congelare ancora a lungo quei soldi – ha detto il presidente del consiglio provinciale Roberto Paccher al Trentino –. Serviva un atto legislativo che specificasse che le condizioni sono cambiate. Ma questo in un anno non è accaduto”. Peccato che proprio il 13 novembre scorso il consigliere provinciale del M5S Filippo Degasperi aveva presentato un emendamento per eliminare l’adeguamento ma la nuova maggioranza leghista, con l’Svp e lo stesso Paccher avevano votato contro. Degasperi, poi uscito dai 5S per passare a “Onda civica Trentino”, è tornato alla carica a marzo scorso per destinare quei fondi all’emergenza Covid con un disegno di legge: bocciato ancora. “Questa vicenda accomuna centrosinistra e centrodestra che si è rapidamente adeguato” dice al Fatto Degasperi. Ma l’aumento di stipendio e dei vitalizi non riguarda solo gli attuali 70 consiglieri provinciali, ma anche quelli passati: 19 della scorsa legislatura e non rieletti, infatti, hanno già chiesto il ricalcolo del vitalizio alla luce dell’adeguamento Istat. Anche loro dovranno essere risarciti.

Anm: vince Area, crolla corrente Palamara. Quella di Davigo (senza Davigo) si dimezza

Per la prima volta le toghe progressiste di Area vincono le elezioni dell’Associazione nazionale magistrati. Una vittoria che si spiega soprattutto con un’astensione significativa dei magistrati e con lo zoccolo duro su cui può contare la corrente, formata da Magistratura Democratica e Movimenti per la Giustizia, che viaggia tra i 1600 e i 1800 voti. E, infatti, Area a queste elezioni per il rinnovo dei 36 membri del “parlamentino” ha preso 1785 preferenze (11 seggi) contro le 1836 del 2018. Perde la corrente Autonomia e Indipendenza senza il suo leader Piercamillo Davigo, il magistrato più votato 4 anni fa, con oltre mille voti, appena dichiarato decaduto da consigliere del Csm perché toga in pensione da oggi. AeI ha avuto 749 voti (4 seggi) contro i 1271 del 2016. Successo della conservatrice Magistratura Indipendente, che tallona Area, nonostante sia la corrente segnata dallo scandalo nomine per il coinvolgimento del suo leader ombra Cosimo Ferri, deputato renziano e di 3 togati Csm costretti a dimettersi l’anno scorso. Ha avuto 1648 voti (10 seggi) contro i 1589 del 2016, anche se questa volta si sono uniti i fuoriusciti di Unicost, come Antonio Sangermano, tra gli ex pm del caso Ruby-Berlusconi. Vince, in piccolo, pure una lista che ha preso voti ad AeI per la sua campagna anti correnti: è Articolo 101, capeggiata da Andrea Reale, gip a Ragusa, unico eletto nel 2012 di una lista molto simile, Proposta B, e da Giuliano Castiglia, gip a Palermo. Ha ottenuto 651 preferenze (4 seggi). In netto calo la centrista Unicost, il cui uomo forte era Luca Palamara, fresco di espulsione dalla magistratura per le note vicende, e con 3 consiglieri Csm costretti alle dimissioni. È comunque terza corrente nella classifica delle preferenze: 1212 (7 seggi) contro le 2522 del 2016. Proprio il disorientamento della base dei magistrati per lo scandalo nomine, spiega il calo dei votanti, che per la prima volta si sono espressi per via telematica. Hanno votato in 6.101, pari all’85,9% dell’elettorato attivo. Un migliaio in meno rispetto a chi si era registrato, duemila in meno rispetto al 2016. Il magistrato più eletto è Luca Poniz, con 739 preferenze. Toga milanese di Area, è il presidente dimissionario, come i colleghi di gruppo in giunta Anm, che hanno voluto prendere le distanze da Unicost, con cui “governavano”, ritenuta morbida rispetto allo scandalo nomine. Il 7 novembre il parlamentino vota i vertici. Accordo in salita.