È il primo processo per “eccidio” di topi da sperimentazione. Il primo round si è concluso con l’assoluzione in primo grado dell’allora direttore della sede dell’istituto di ricerca Mario Negri a Santa Maria Imbaro, in Abruzzo. Era imputato per uccisione di animali senza necessità: qualche anno fa la sua struttura aveva eliminato, col gas, 750 topolini usati come cavie, immolati a causa del trasferimento in un’altra filiale del progetto scientifico che li riguardava. Terminati i fondi, “erano in esubero. Questa vicenda rivela quanto chi sperimenta su animali li consideri effettivamente oggetti, a dispetto delle dichiarazioni di rispetto del loro benessere – protesta la Lav –. Una prassi che riteniamo inaccettabile e con piena rilevanza penale, perché è emerso come l’istituto non si sia attivato in alcun modo per trovare una sistemazione alternativa”. Optando invece per la soppressione di massa. La lega anti-visezione ricorrerà in appello: “Non ci arrenderemo finché non sarà fatta giustizia”.
Torino, adesivi neofascisti vicino a pietre d’inciampo
Adesivi neofascisti accanto alle pietre d’inciampo che ricordano gli studenti del D’Azeglio di Torino deportati e morti nei campi di sterminio. Ieri mattina gli allievi dello storico liceo classico hanno trovato degli sticker di “Aliud”, gruppo giovanile di estrema destra, con la scritta “Difendi Torino – per la rivoluzione” attaccati a fianco dei due “sampietrini” che ricordano Franco Tedeschi e Virginia Montalcini, studenti di religione ebraica che nel 1938 furono espulsi dalla scuola e poi, nel 1944 furono deportati e morirono nei campi di sterminio di Auschwitz e Mauthausen. “Si tratta di un episodio grave – denuncia il preside, Franco Francavilla – che rappresenta una inaccettabile e deliberata provocazione alla storia e ai valori del liceo D’Azeglio, della nostra Città e del nostro Paese”. Non è la prima provocazione che arriva da Aliud. La scorsa settimana aveva manifestato sotto la Regione per chiedere che l’Anpi fosse estromessa dalle scuole. L’organizzazione respinge le accuse: “Prendiamo le distanze da chiunque abbia commesso una simile stupidaggine”.
Ma di coprifuoco si può morire
A Parigi è già vigente da alcuni giorni il coprifuoco dalle 21 di sera alle 6 del mattino, cioè in questo orario nessuno può uscire di casa (Parigi brucia?). Si è deciso di adottare questa misura anche in Italia, in particolare per una grande città come Milano che curiosamente risparmiata dall’epidemia nei primi mesi oggi vede un’accelerazione dei contagi da ‘zona rossa’.
Il termine ‘coprifuoco’ è di derivazione medioevale. Nel Medioevo europeo a una certa ora della sera, al suono delle campane, si chiudevano le porte della città (quelle porte che oggi fanno parte del nostro patrimonio artistico), nessuno poteva uscire dal borgo né entrarvi e c’era la precauzione di coprire con le ceneri le braci per evitare incendi (copri-fuoco, appunto). All’interno della città o del borgo la vita notturna continuava come sempre, pur tenendo conto che in un’epoca in cui non c’era la luce elettrica quella vita era meno turibolante di quanto possa essere oggi a Parigi, a Londra, a Milano, a Roma. Il coprifuoco non era quindi un provvedimento eccezionale, ma una consuetudine che aveva a che fare con la normale amministrazione.
Nei tempi moderni, invece, il coprifuoco è una misura eccezionale presa dai governi per fronteggiare un’emergenza altrettanto eccezionale. In linea di massima è stato utilizzato durante le guerre, soprattutto dopo l’avvento dei bombardieri. Di qui la necessità di spegnere tutte le luci per non offrire al nemico un bersaglio troppo facile. E infatti a Milano, la città più colpita, gli angloamericani bombardarono alla cieca e alla cieca fecero un mucchio di morti civili, senza riuscire a colpire alcun obiettivo militare o paramilitare apprezzabile. Sia in epoca medioevale sia moderna il coprifuoco non aveva quindi nulla a che vedere, sia pur per motivi diversi, con la difesa da un’epidemia. Nell’ultimo secolo e mezzo ci sono state in Europa e in Italia numerose epidemie, anche più letali di quella Covid, ma mai si era pensato di introdurre il coprifuoco e nemmeno a misure di sicurezza così stringenti come quelle attuali a cominciare dalla più devastante di tutte, dal punto di vista psicologico, emotivo, sociale ed economico, che si chiama appunto “distanziamento sociale”. Non sto dicendo qui che il Covid non esiste –i contagi ci sono e dopo la parziale fine del lockdown propriamente detto stanno aumentando – ma che la nostra reazione è sproporzionata al pericolo che dobbiamo affrontare. I contagi, di cui ci dà quotidianamente conto il Cts, riguardano in buona parte soggetti asintomatici, cioè persone che non sono malate di alcunché, ci sono poi i cosiddetti “paucisintomatici”, cioè persone che hanno sintomi leggeri non diversi da quelli di una normalissima influenza, quindi quelli ricoverati in terapia semintensiva o intensiva, ma alla fine della fiera, dopo nove mesi dall’inizio della pandemia, i morti per Covid in Italia sono lo 0,15 per cento della popolazione. Perché allora questo allarme, questo senso di angoscia che, ammettiamolo, ci prende tutti, chi più chi meno, perché questa pandemia di panico che non ha precedenti nel passato? Io credo che le ragioni siano sostanzialmente due.
La tecnologia, in questo caso particolare la tecnologia medica, ci ha dato l’illusione di poter avere sempre tutto sotto controllo. Invece il Covid è uno screanzato che non rispetta né regole né previsioni, che marcia per conto suo, tant’è che ha mandato in totale confusione la comunità scientifica dove non si trova un solo esperto che sia d’accordo con un altro. È insomma caduto, o è stato largamente intaccato, il mito della Scienza che tutto può e che a tutto provvede (”Poi venne Dio che tutto dà e tutto toglie”, Maddalena, Alessandro Mannarino).
La seconda ragione è una paura della morte, un abbietto terrore della morte che è venuto via via crescendo nel corso degli ultimi decenni. Nella società del benessere che ha sancito il diritto alla felicità (per la verità nella Dichiarazione d’indipendenza americana si parla più cautamente di un “diritto alla ricerca della felicità” che però l’edonismo straccione contemporaneo ha trasformato in un vero e proprio diritto alla felicità) che felicità ci può mai essere se poi a conti fatti si continua, come sempre, a morire? In questa società la morte biologica, questo evento così naturale e ineludibile, è l’‘Inaccettabile’, è il vizio oscuro che non si deve nemmeno nominare, come la pederastia di vittoriana memoria (basta leggere i necrologi). Le epidemie possono durare degli anni. Non credo proprio che nessuna popolazione, anche la più disciplinata e ‘tedesca’, possa tollerare tanto a lungo la situazione da lager che stiamo vivendo ormai da otto mesi. Per ragioni psicologiche ed economiche che si intrecciano. Noi dovremmo vivere, di fatto, fra casa e lavoro, anzi fra lavoro e casa, abbandonando ogni relazione sociale che non appartenga a una cerchia già consolidata (la famiglia) e non senza qualche mannaia anche su quest’ultima. Col paradosso ulteriore che sul tragitto casa-lavoro-casa sui mezzi pubblici c’è proprio quell’“assembramento sociale” che a tutti i costi si vorrebbe evitare. Particolarmente pregiudicati da questa epidemia di panico sono proprio i soggetti che si vorrebbero salvaguardare: i vecchi. Uno dei drammi, se non addirittura il principale, della vecchiaia è la solitudine, i compagni di una vita si sono dispersi, altri sono morti, restano solo i figli e i nipoti, ma questi per il timore di contagiare i loro congiunti più anziani se ne devono restare alla larga. Inoltre i vecchi, per la falsa convinzione, a cui le notizie di stampa hanno dato vasta eco, ritengono che i loro coetanei siano, a parità di condizioni, più infettanti dei giovani e quindi si evitano. Addio quindi anche alla combriccola così ben descritta da De André (“Una gamba qua una gamba là/Gonfi di vino/Quattro pensionati mezzo avvelenati/Al tavolino/Li troverai là col tempo che fa/Estate inverno/A stratracannare a stramaledir/Le donne il tempo ed il governo”, La città vecchia). E allora, perdio, esco almeno a fare quattro passi a prendere una boccata d’aria. Solo che con la mascherina obbligatoria anche in solitudine (a meno che tu non corra per i campi, cosa inadatta e praticamente impossibile dopo una certa età) quella che ti prendi è una boccata di anidride carbonica. Particolarmente devastante in economia è lo stop and go delle misure prese dal governo. Peculiare qualità dell’imprenditore è la capacità di prevenire e di prevedere gli eventi. Ma che cosa mai posso prevedere se da un mese all’altro, da una settimana all’altra, alle volte da un giorno all’altro, cambiano le regole del gioco? Insomma per una paura troppo annunciata, e a nostro modo di vedere irrazionale, della morte, noi ci stiamo impedendo di vivere. L’uomo è una creatura tragica e paradossale: a volte si uccide per paura della morte. È quanto, senza che ce rendiamo ben conto, stiamo facendo oggi su larga scala.
The United Colors of Guadagnino
La prima cosa che viene in mente davanti a We are who we are, debutto nelle serie tv di Luca Guadagnino (venerdì sera, Sky Atlantic) è la celebre pubblicità con cui Benetton ha costruito la sua fortuna. Anche qui, ragazzi e ragazze di ogni provenienza, cultura, desiderio, i mille colori scomposti dal prisma dell’adolescenza. The United Colors of Guadagnino. La seconda cosa che viene in mente, ma tu pensa, è l’effetto Grande Fratello.
Invece della Casa c’è un campo militare americano nei pressi di Chioggia, ma stessa narrazione claustrofobica, basata sulle dinamiche di convivenza coatta. Ci sono anche le nominations per quelli che devono partire per l’Afghanistan. La coralità è un classico delle serie tv – bisogna pur tirare avanti per otto puntate – e per Guadagnino il modo naturale di ritrarre la generazione millennial, spersa tra i turbamenti di sempre e le nuove frontiere multigender, multirazza, multipartner. Multitutto, ma anche un po’ autoreferenziali. Il rischio di questa alba di un mondo nuovo è cadere nello stereotipo alla rovescia. “Ho due madri lesbiche, ma non vuol dire che sono gay”, spiega il multi-protagonista Fraser alla sua multi-corteggiatrice Caitlin. OK, grazie dell’avviso.
Nella sua trasgressione automatizzata la prima serie transgender della nostra tv non manca tuttavia di coraggio, si muove due volte controcorrente. Come già Sorrentino con i suoi papi, anche Guadagnino ha realizzato un lungo film d’autore, grondante citazioni dei maestri della sensualità (Bertolucci, il Pasolini della Trilogia della vita, il primo Almodovar, quello davvero grande). Una televisione che rende omaggio al cinema (sapete, quella cosa che usava nel Novecento) quando di solito accade il contrario, e tanta sessualità liquida suona come un guanto di sfida all’immaginario catto-familista a cui Rai Fiction è nei secoli fedele. Tra una predica di Don Matteo e un’avventura di nonno Libero, almeno il transgender gode.
Per i nuovi poveri serve solidarietà, non “riformismo”
Sul Fatto di lunedì, nelle pagine dell’inserto economico, abbiamo potuto leggere in cifre cosa significa la parola disuguaglianza. Secondo la Banca mondiale, la crisi generata dall’emergenza Coronavirus, entro il 2021 farà cadere nella povertà estrema da 110 a 150 milioni di persone, l’1,4% della popolazione del mondo. Ma “grazie al rimbalzo delle Borse, risalite a razzo dopo il crollo di marzo, nel mondo i 2.158 miliardari (in dollari) censiti nel 2017 dalla banca svizzera Ubs a fine luglio erano divenuti 2.189, con le loro ricchezze aumentate del 27,5% in appena quattro mesi: da 8mila miliardi di dollari al nuovo record di 10.200”. Se i ricchi piangono, non è per i morsi della fame. Sabato scorso, in occasione della giornata di contrasto alla povertà, la Caritas ha divulgato il suo report annuale. E i numeri fanno spavento. “Analizzando il periodo maggio-settembre del 2019 e confrontandolo con lo stesso periodo del 2020 emerge che da un anno all’altro l’incidenza dei ‘nuovi poveri’ passa dal 31% al 45%: quasi una persona su due che si rivolge alla Caritas lo fa per la prima volta. Aumenta in particolare il peso delle famiglie con minori, delle donne, dei giovani, dei nuclei di italiani che risultano in maggioranza (52% rispetto al 47,9 % dello scorso anno) e delle persone in età lavorativa; cala di contro la grave marginalità. A fare la differenza, tuttavia, rispetto allo choc economico del 2008 è il punto dal quale si parte: nell’Italia del pre-pandemia (2019) il numero di poveri assoluti è più che doppio rispetto al 2007, alla vigilia del crollo di Lehman Brothers”. Per la prima volta sono gli italiani, e non gli stranieri, le persone che si rivolgono di più alla Caritas.
E con quale spirito lo faranno? Sfregandosi le mani e pregustando le lunghe giornate che passeranno stravaccati sul divano, alla faccia dei fessi che si sbattono per trovare un lavoro? Saranno tutti giovani e forti, ma indisponibili ai lavori pesanti? Queste domande non le facciamo per il gusto di provocare, ma perché l’aria che tira attorno al tema povertà è pessima. È un sentimento di colpevolizzazione strisciante e quasi mai esplicitamente dichiarato, ma che è sempre presente in tutti i dibattiti. La parola divano, che evoca il comfort del calore domestico, ne è un esempio lampante. Un mesetto fa l’ha usata anche il compagno Stefano Bonaccini, in un’intervista al Giorno: “Una mamma e un papà guardano la tv al pomeriggio con i figli sul divano: lo fanno non perché lo vogliono, ma perché non lavorano. La politica dovrebbe avere il compito di dare loro un assegno per poco tempo e poi farli alzare da quel divano, farli uscire di casa e farli andare a lavorare, perché è il lavoro che dà dignità, non un assegno”. Certo, il lavoro dovrebbe esserci per essere preferibile all’assegno, altrimenti l’assegno è preferibile al digiuno. Il presidente dell’Emilia-Romagna, che qualche mese prima aveva lanciato l’idea di mandare i percettori del reddito di cittadinanza nei campi così avrebbero restituito un po’ di quello che prendevano, ce l’ha anche con il suo partito, che vorrebbe un po’ più “riformista”. Sottoscrivendo le parole dell’ex ministro Fabrizio Barca dopo l’intervista del divano (“Vergogna Presidente, vergogna per le sue parole. Per la sua caparbia convinzione che ‘sei povero? colpa tua’, ‘non lavori? colpa tua’. E osa dirlo con un 10% di italiani senza risparmi per chiudere il mese. E -8% di caduta occupazione giovani. Vergogna!”) ci permettiamo di ricordare al presidente Bonaccini che il Pd ha già ampiamente dato con il Jobs Act. Lavoratori poveri e licenziabili a piacere già sono lì a testimoniare il grado di riformismo del passato: magari questa volta a poveri e disoccupati applichiamo le vecchie ricette solidaristiche della Costituzione.
Il Covid e i sindaci Presunti sceriffi, ma con indosso la stella di un altro
Quante cose si vengono a sapere con una pandemia in corso! Per esempio che esiste una “chat dei sindaci”, dove i primi cittadini esprimono la loro “indignazione” per quel passaggio del Dpcm che li autorizza a chiudere vie e piazze a rischio, o luoghi dove il contagio minaccia di diventare incontrollabile. Tutti frementi, e/o furibondi, e/o sbalorditi (aggiungete a piacere) nelle dichiarazioni alle agenzie. Poi, all’apparir del vero, si è visto che si trattava di un’indignazione un po’ peregrina: i sindaci molti di quei poteri ce li hanno già, ci saranno accordi con le prefetture, il ministero dell’interno, eccetera eccetera. Insomma, pare che l’incidente diplomatico governo/sindaci sia un po’ rientrato, riportato alle sue giuste dimensioni.
Eppure la cosa – i sindaci italiani che declinano la responsabilità di chiudere o limitare zone che loro per primi conoscono meglio di tutti – lascia un po’ perplessi, almeno per come ci hanno abituati i sindaci italiani che solitamente fanno una polemica contraria (cioè vogliono decidere di più, non di meno). Anche se si tratta di archeologia politica, forse qualcuno ricorderà i decreti Maroni del 2008, che davano ai sindaci la possibilità di deliberare in modo “creativo” su tutto e tutti. Fu una specie di meravigliosa ordalia della cazzata: kebab vietati se non c’erano corrispondenti dosi di polenta, parchi frequentabili in non più di due persone, divieti tra i più assurdi e grotteschi. Prima che la Corte costituzionale facesse a pezzi quelle leggi, l’entusiasmo per i sindaci sceriffi, sfiorò l’apice assoluto, il sindaco divenne una specie di legislatore superiore, un crociato del decoro, un poeta del divieto estemporaneo (spesso totalmente cretino). Stupisce quindi vederli ora, in situazione d’emergenza, storcere il naso (di più “indignarsi in chat”) davanti a nuovi poteri che gli verrebbero concessi. Probabile che i sindaci pensino più all’elettorato che a tutto il resto, e dire al barista che deve chiudere, o a un quartiere che deve spegnersi due ore prima, non è che porta molti voti, meglio che glielo dica il governo. Insomma, sceriffi, ma con la stella di un altro, ecco. Fa specie, solo per fare un caso, vedere il sindaco di Firenze Nardella dolersi che gli vengano dati poteri di controllo del territorio, proprio lui che si vantava di installare più telecamere di tutti.
In più, il Paese dei sindaci, dove periodicamente si alza qualche bel tomo a dire che ci vuole “il sindaco d’Italia”, ci ha abituato a un culto locale della personalità, per cui molti sindaci giocano la loro partita politica o personale. Vero che a virus inoltrato questo ruolo da protagonisti è stato usurpato dai governatori (si pensi a De Luca, o a Zaia Superstar, o al pasticcione della Lombardia), ma anche vero che i sindaci potranno ora riprendersi la scena. Bene, se questo garantirà decisioni rapide, efficaci e tempestive, dopotutto se c’è pericolo in via Pincopallino lo sa per primo il sindaco, non il ministro dell’Interno. Male, invece, se ricomincerà il valzer delle vanità, della visibilità, della gara mediatica, del chi la spara più grossa. Probabilmente assisteremo a un’impennata delle cronache locali, con i sindaci intenti a usare l’arte del bilanciamento: ora ottimisti-aperturisti (Hurrà! Si riparte!), ora allarmisti-chiusuristi (Tutti a casa!) a seconda del bilancino del consenso contingente, delle pressioni di categoria, delle opportunità politiche, insomma, se tutto diventerà soltanto altro materiale di consumo da talk show.
Csm, non scordiamoci i tanti meriti di Davigo
La maggioranza del Csm ha deciso: Piercamillo Davigo, regolarmente eletto a far parte dell’Organo di governo autonomo della magistratura per gli anni 2018-2022, deve lasciare la carica prima della scadenza del mandato, in ragione del compimento dell’età pensionabile.
Festeggiano, anche in maniera scomposta, tutti coloro che hanno sempre sostenuto (e ancora oggi ne rivendicano le ragioni) le crociate contro il pool di Milano anti corruzione nel quale aveva un ruolo centrale proprio il “dottor sottile” Davigo. Crociate avviate dal presidente del Consiglio Silvio Berlusconi in seguito – non è un mistero – ai numerosi processi a suo carico e di alcuni dei suoi più stretti collaboratori. Questi processi non potevano essere credibilmente contestati da soli. Meglio mettere sotto accusa l’intera stagione giudiziaria in cui essi si inserivano, così da nascondere l’interesse di parte.
Il primo punto di attacco era suggestivo: perché le indagini esplodono solo nei primi anni Novanta? In verità c’erano stati anche prima significativi processi per fatti di corruzione politica: vicende come l’Italcasse, i Fondi neri Iri, la Lockeed, i vari scandali petroliferi, i casi Teardo, Zampini, Longo e Nicolazzi appartengono purtroppo alla storia italiana. Il successivo imponente aumento dei processi per corruzione si spiega con il concorso di molteplici fattori: primo, uno sviluppo del malaffare diventato incompatibile con le esigenze dell’economia; secondo, lo “scaricamento” di personaggi intorno ai quali il sistema aveva in precedenza fatto quadrato, a seguito di uno scontro politico senza esclusione di colpi; terzo, la crescita di efficienza e di capacità investigativa di alcuni apparati di polizia; quarto, il graduale incrinarsi del quel sostanziale blocco omogeneo fra potere politico e parte della magistratura (consapevole o inconsapevole) di cui per lustri era stata simbolo la Procura di Roma, “porto delle nebbie” responsabile di artifici e acrobazie arditi pur di non turbare gli assetti di potere esistenti; quinto, la contestuale riduzione della tradizionale prudenza e sobrietà della cosiddetta “giustizia politica” nelle autorizzazioni a procedere (emblematica al riguardo la prima indagine genovese sul contrabbando petrolifero dei primi anni Settanta; accertati versamenti illeciti per oltre tre miliardi di lire in favore di cinque ministri dell’Industria per alcuni provvedimenti; ma alla fine tutto prescritto, grazie anche – obiettivamente – al tempo trascorso per le “cure” assicurate alla vicenda dal Parlamento).
Un altro punto di attacco riguardava specificamente quanto accaduto dopo l’arresto nel febbraio 1992, del mariuolo milanese Mario Chiesa. Una sorta di effetto valanga, battezzato dai media come Tangentopoli o Mani pulite. Secondo il presidente del Consiglio, “un’azione lungamente studiata dai comunisti, che hanno introdotto nella magistratura elementi propri che hanno fatto politica attraverso indagini, processi, sentenze”. A questa garbata sintesi si contrappose (anche tra i magistrati) la trionfalistica evocazione di una rivoluzione per via giudiziaria, alla base del passaggio dalla Prima alla Seconda Repubblica. Non fu, in realtà, né l’una né l’altra cosa, ma più semplicemente l’emergere in sede giudiziaria (tra malaffare e settori dell’amministrazione, dell’imprenditoria e della politica) di un intreccio diffuso e apparentemente inarrestabile, diretto prevalentemente (ma non solo) al finanziamento illecito dei partiti. Mani pulite e le inchieste che si diffusero da Milano (epicentro del fenomeno) in tutt’Italia di certo non furono un’operazione indolore. Furono anzi un vero e proprio terremoto. Ma il problema vero è: fu un terremoto fondato su fatti, o su sospetti infondati, o su forzature, o su impropri teoremi? La risposta è nelle carte e negli esiti processuali.
E oggi, ad anni di distanza, si può agevolmente constatare che Mani pulite non è stata una stagione di persecuzioni giudiziarie (o l’anticamera di una stagione siffatta), ma il doveroso e corretto dispiegarsi del principio di obbligatorietà dell’azione penale e di un controllo di legalità diffuso.
E tuttavia i componenti del pool di Milano sono stati ingiustamente sbattuti nell’occhio del ciclone di un assalto spesso selvaggio. Davigo in testa. Anche per la sua indiscutibile abilità nel ribattere le accuse, intervenire sui problemi della giustizia con posizioni, sempre argomentate, esposte con linguaggio non felpato (bandito il “giuridichese”) e spesso urticante, perciò temuto da chi preferisce le cortine fumogene.
Tutti meriti che gli vanno riconosciuti anche in questo momento difficile, che per qualcuno potrebbe costituire una rivincita.
Si fa arte con la modica quantità di creatività, invisibile all’algoritmo
Copyright e diritto d’autore. Il copyright è il monopolio temporaneo su un’opera, concesso dallo Stato all’autore. La sua tradizione è propria dei Paesi anglofoni, dove l’ordinamento giuridico (common law) si fonda più sui precedenti giurisprudenziali (sentenze) che su codici e leggi, come invece nel nostro sistema (civil law). Il copyright equivale al nostro diritto d’autore, ma ne differisce per alcuni aspetti importanti, sia filosofici che disciplinari. Per esempio, il copyright legittima la tutela temporanea delle opere come incentivo alla creazione, affinché la società ne benefici quando le opere diventeranno di dominio pubblico (diritto utilitaristico); invece il diritto d’autore legittima la proprietà intellettuale in quanto frutto di un lavoro personale (diritto morale). I due tipi di legge (copyright e diritto d’autore) portano agli stessi risultati pratici, ma non sempre: per esempio, se un autore cede il diritto di adattamento, e poi ci ripensa perché non è soddisfatto del risultato, il copyright non glielo permette, il diritto d’autore sì (Geller, 1994). Differenza sostanziale: negli Usa, per godere di protezione legale, un’opera va depositata, dietro pagamento, al Copyright Office; da noi, il diritto d’autore nasce automaticamente con la creazione di un’opera.
Il copyright ha come oggetto l’opera (works): la tutela se è “originale” (originale in senso legale, cioè creata da un autore in modo autonomo) o se manifesta una modica quantità (modicum) di creatività (Feist Publications, Inc. v. Rural Tel. Serv. Co., 1991; VerSteeg, 1993). Un’opera derivata gode del fair use se trasformativa, cioè creativa (Campbell v. Acuff-Rose Music, Inc., 1994). Il copyright tutela l’espressione, non le idee, i procedimenti, i metodi operativi, i concetti, le scoperte. È un amalgama di strutture concettuali fondate sull’ideologia dell’autorialità (Bracha, 2008): la sua stesura incorpora una nozione di originalità mutuata dalla poetica romantica (Kaplan, 1967; Boyle, 1988; MacFarlane, 2007), che all’inizio serviva a distinguere le opere preesistenti da quelle derivate, ed era dunque sinonimo di originarietà (Casas Vallés, 2009). Il concetto romantico di originalità è un artificio retorico che nega la natura collettiva dei processi creativi e perpetua l’ideologia di una società composta da individui in competizione (Mould, 2018).
Il diritto d’autore ha come oggetto “le opere dell’ingegno di carattere creativo”: ne tutela l’espressione formale (forma esterna), la struttura (forma interna) e l’in sé (il contenuto) che caratterizzano l’opera come “originale”, cioè come frutto dell’attività creativa dell’autore. È lecito riprendere opere altrui a scopo di critica, discussione, insegnamento (“purché non costituiscano concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera”), o per ottenere un effetto artistico diverso (la nuova opera ha un nuovo “in sé”, pertanto, oltre a essere originale, è anche originaria): ne sono esempi la parodia e l’Appropriation Art.
Plagio è l’utilizzazione/riproduzione (totale o parziale) di un’opera altrui, attribuendosene la paternità. È una violazione dei diritti patrimoniali (diritti esclusivi di utilizzazione economica dell’opera) e morali (a tutela della personalità dell’autore). Un’opera è plagiata se usa gli stessi elementi espressivi e partecipa dello stesso significato dell’opera originaria. Non è possibile verificare il plagio con algoritmi o procedure automatiche, né darlo per scontato, poiché la valutazione richiede un’analisi qualitativa, oltre che quantitativa.
(3. Continua)
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Mi sento abbandonato dalla Regione Lombardia
Sono un lavoratore dello spettacolo lombardo. Ho appena letto della proposta di chiudere tutte le attività in Lombardia dalle 23 alle 5. Insieme a tanti colleghi, ho dovuto smettere di lavorare il 23 di febbraio. I lavoratori del nostro settore sono in estrema difficoltà: molti stanno ricevendo solo adesso le indennità previste per i mesi di lockdown; altri non hanno nemmeno avuto la possibilità di accedervi. Io rientro in questa seconda categoria. A settembre per fortuna abbiamo ricominciato a lavorare. Insieme ai colleghi ho seguito con apprensione gli annunci, Dpcm dopo Dpcm: ogni riduzione di orario sarebbe potuta significare perdere nuovamente il lavoro. L’azienda, fortunatamente, è riuscita a mantenere intatta l’offerta artistica. Ma non ho capito quale sia la logica nell’obbligare i clienti a uscire tutti insieme a mezzanotte, invece di lasciarli andare via un po’ alla volta fino al normale orario di chiusura. Chiudere alle 23 significa cancellare l’“artistico” dai locali. Pensateci tre volte prima di adottare “un provvedimento che sia anche simbolico”. Un’altra mazzata in faccia ai lavoratori dello spettacolo non è un bel simbolo: noi siamo quasi sempre dipendenti di cooperative esterne, siamo prestazioni occasionali, partite Iva… o semplicemente invisibili.
Lorenzo Bicci
Calenda a Roma? Rimpiangeremo la Raggi
Leggo con grande stupore che Calenda si candiderà a sindaco di Roma, forse, con l’appoggio del Pd, per cacciare la Raggi. Forse avrà l’appoggio di tutte le forze che vogliono gestire Roma e i suoi miliardi di euro. I sondaggi danno la Raggi al 16/23%, non sufficienti per andare al ballottaggio. Se i romani preferiscono Calenda che venga Calenda ad amministrare Roma, ma poi abbiano il coraggio di non lamentarsi e rimpiangere il miglior sindaco, anzi sindaca, che Roma abbia mai avuto.
Marco Pedriali
Pd e M5S dovrebbero andare sempre uniti
Presupponendo Scalfari un’anima candida in un mondo di peccatori, propone uno strano ragionamento che un esperto del gioco politico non dovrebbe fare. Propone l’ex presidente della Bce Draghi o l’ex premier Prodi come futuri candidati alla presidenza della Repubblica italiana. Puntando le sue fiches su Conte e Bergoglio per la politica atea e religiosa, come puntare sul rosso e vincere col nero. Finché Zingaretti sarà contrario alla Raggi, miglior sindaco italiano, che la destra non sa come cancellare, tra Pd e M5S non ci sarà sintonia. La nostra situazione politica è molto incerta, non bisogna tornare indietro.
O. M.
Diritto di replica
Sono Gerardo Mastrandrea, il Giudice Sportivo della Serie A, ma prima di questo, se mi permette, assiduo e affezionato lettore del Fatto, che non da oggi ritengo presidio di libertà e di indipendenza. Per la decisione presa in primo grado su Juve-Napoli non disputata mi sono ritrovato in prima pagina, con tanto di foto, in quanto seduto a tavola coi 3 della cricca”, per il “vizio di sedersi a tavola con l’arbitro e uno dei giocatori” (a firma di Vincenzo Iurillo): la “notiziona” (uso un frasario da “mi faccia il piacere”, rubrica a cui sono particolarmente affezionato) sarebbe che una dozzina di anni fa (in realtà sarebbero 9 e mezzo) mi sono trovato (tutto vero), da Capo Ufficio legale, ad accompagnare il Ministro delle Infrastrutture di allora (che non c’è più, e sarebbe l’“arbitro”) a un pranzo dove c’erano persone che non conoscevo e che poi successivamente avrebbero avuto problemi con la giustizia (anche grazie alla mia deposizione probabilmente, visto che assunsi in dibattimento il ruolo di teste dell’accusa, ovvero dei pm). La storia, appena iniziata, è già finita. Bene, presentare la mia figura in quel modo, e soprattutto con quei titoli, come uomo di parte che si siede a tavola con figure più o meno discutibili meriterebbe probabilmente querela (faccio il magistrato da tanti anni e mi sforzo di onorare ogni giorno il mio lavoro), ma non è questo il problema, e peraltro non lo farò. Volevo solo chiederLe: che c’entra tutto questo con Juve-Napoli? Che c’entra questa storia, lo ripeto. Va bene per i siti dei tifosi, o presunti tali, che scartabellano disperatamente Internet alla ricerca di qualsiasi cosa possa denigrare la figura, questo ci sta, fa parte di quel mondo e lo accetto di buon grado.. Dal Fatto, sinceramente no. E non ne capisco francamente il motivo e posso dirlo? Non me lo aspettavo. Tutto qua. Continuerò a leggerla, serenamente mi creda. Con rinnovata stima.
Gerardo Mastrandrea
In merito all’articolo di domenica 19 ottobre su Il Fatto quotidiano, nell’intervista a Dario Cassini in cui si parla del professor Paolo Signorelli, preciso che: in uno dei passaggi il sig. Cassini parla di mio padre Paolo Signorelli come colui che avrebbe spinto il signor Valerio Fioravanti a tatuarsi una svastica. Premesso che mio padre ha insegnato al liceo De Sanctis fino all’agosto 1980 anni in cui il su indicato comico avrebbe avuto la tenera età di 13 anni e quindi difficilmente poteva frequentare qualsiasi liceo (essendo nato nel 1967), premesso che Valerio Fioravanti non ha mai frequentato la stessa scuola del professor Paolo Signorelli, concludo affermando che mio padre ha sempre avuto una avversione totale nei confronti dei tatuaggi e che io stesso ne feci uno di nascosto per cui ebbi una pesante discussione con lui.
Luca Signorelli
Stragi nazifasciste. Dopo la Memoria è ora di Giustizia (e risarcimenti)
Siamo un gruppo di familiari delle vittime di stragi nazifasciste commesse dal 1943 al 1945 (ad esempio, nel Padule di Fucecchio, a Fivizzano, all’Istituto chimico farmaceutico militare di Firenze, a Niccioleta, a Fossoli-Carpi, a Sant’Anna di Stazzema, a Marzabotto e a Cefalonia). Qualcuno fra noi, allora bambino, a quelle stragi è sopravvissuto ma la sua vita è stata segnata per sempre; altri sono figli di deportati Imi o di deportati civili, fatti lavorare come schiavi in Germania.
Ci rivolgiamo a lei, avvocato Udo Sürer, perché abbiamo notato il suo impegno sul tema delle stragi. Il suo caso è noto. Ne parlano anche i film Il nome del padre, a cura di Daniele Ceccarini, Mario Molinari, Paola Settimini, e Il secondo trauma: il massacro impunito di Sant’Anna di Stazzema di Jurgen Weber. Lei è figlio di un militare delle Ss, Josef Maier, che fece parte di una formazione colpevole di massacri in Italia. Ha cambiato cognome, frequenta i luoghi delle stragi, ha fatto amicizia coi superstiti e i familiari, coltiva la memoria. È anche cittadino onorario di Fivizzano, un Comune fra i più colpiti. Naturalmente apprezziamo il suo interessamento a questi temi. Adesso le chiediamo di spendersi, oltre che per la memoria, anche per la giustizia. Quella penale, purtroppo, è una partita persa per gli italiani, per gli antifascisti e per la civiltà europea e umana. La giustizia civile, invece, è ancora possibile, perché alle vittime spettano i risarcimenti. Le famiglie italiane che hanno diritto a queste somme sono moltissime, ma la Germania deve pagare. Tutto questo è stato chiarito in un convegno al Senato nel 2019.
Lei è un avvocato e ne Il nome del padre ha spiegato coraggiosamente la sua scelta professionale: “Ho detto: sì, è bene sapere i diritti, anche contro il potere”. Tenendo conto di queste parole importanti, siamo convinti che lei conosca le solide ragioni giuridiche delle vittime, e che si renda conto che la sola memoria non basta: risarcire i crimini nazisti contribuisce alla costruzione di un’Europa e un mondo migliori. In questo momento di fermenti nazisti e fascisti, giustizia significa prevenzione. In conformità al suo lodevole impegno, e per proseguire nella stessa direzione, le chiediamo di schierarsi pubblicamente affinché lo Stato tedesco paghi i risarcimenti economici e, da avvocato, impegnarsi come ritiene possibile perché i diritti dei familiari delle vittime abbiano un’efficace tutela, se necessario anche dinanzi alla Corte europea dei diritti dell’uomo.
Gruppo Giustizia per stragi e deportazioni nazifasciste