Dubbi da covid: prima la salute o l’economia?

Agostino Miozzo si occupa a tempo pieno di Covid, ma non è personaggio da grande pubblico pur essendo medico e soprattutto il coordinatore del famoso (e famigerato) Comitato tecnico scientifico. Forse perché non fa parte del gruppo di virologi, immunologi e scienziati a vario titolo, costantemente sui giornali e in tv, si è potuto permettere l’attacco alzo zero contro “i terroristi della comunicazione, chi alimenta scenari inquietanti distribuiti a fini di speculazione più politica”. Terrorismo da respingere “perché se si cade in una pericolosa spirale depressiva si inibisce qualsiasi forma di reazione e resilienza” (intervista al Corriere della Sera

). Giusto, ma come si fa? Dal momento che (terrorismo a parte), in parallelo alla guerra contro il Covid un’altra guerra divampa, e non meno virulenta, tra chi dice prima la salute e chi risponde no, prima l’economia.

La prima categoria è ben rappresentata dal professore, assai autorevole e ascoltato, Massimo Galli, che con una frase ha detto tutto: “Non vedo morti di fame per le strade, ma morti di malattia negli ospedali”. Sicuramente non ha torto anche se la gente non muore di fame soltanto perché sostenuta dalle robuste iniezioni di denaro pubblico (cassa integrazione, blocco dei licenziamenti, reddito di cittadinanza), che gli economisti da divano e tastiera chiamano assistenzialismo. Sul fronte opposto spicca il manifesto del filosofo Massimo Cacciari: “Ci si ammala anche di disperazione, non solo di Covid. Se l’Italia si blocca siamo di nuovo fritti…”. Sicuramente neppure lui ha torto, anche se un contagio di massa nella forza lavoro non è il modo migliore per tenere aperte fabbriche e supermercati. In mezzo c’è un governo che naviga a vista, che si barcamena, che cerca di salvare capra e cavoli, che ogni giorno misura il proprio interventismo in base ai numeri dei contagi, dei morti e delle terapie intensive. Variabili indipendenti che rendono impossibile mettere in campo una strategia perfino da una settimana all’altra. Se poi allarghiamo la visuale al Paese tutti hanno le loro ragioni a protestare. A cominciare dai gestori di piscine e palestre che (con la testa già sulla mannaia) si sentono ingiustamente perseguitati. Come se, dicono, un settore che dà lavoro a decine di migliaia di persone fosse paragonato a un parco giochi da poter chiudere tranquillamente. Quanto al terrorismo psicologico e alle speculazioni politiche, in una situazione del genere è vero fanno schifo, ma si tratta degli inevitabili danni collaterali di quella cosa che si chiama democrazia. La forma di governo più imperfetta e infelice soprattutto se chiamata ad affrontare un nemico invisibile e implacabile. Non ci sta bene? L’alternativa esiste, è il modello cinese, quello che se non metti la mascherina ti vengono a prendere a casa.

Governatore nel bunker e sindaco sempre in tv

I due modi di vivere la pandemia in Campania, chi nel bunker, chi saltando da un’intervista all’altra. Sono il governatore Vincenzo De Luca e il sindaco di Napoli Luigi de Magistris, cane e gatto dell’emergenza Covid-19, politici ai ferri corti e istituzioni che non dialogano. Davvero un brutto spettacolo. Il 74enne De Luca da un paio di settimane non viene più a Napoli – dove ha sede la Regione – per paura dei contagi. Governa dalle stanze della Protezione civile di Salerno, vicino casa, da dove ogni venerdì sermona senza contraddittorio giornalistico su cinghialoni, lanciafiamme e ogni cosa utile a distrarre dai ritardi della sanità campana. Invece De Magistris ha scelto di concedersi completamente ai media. La sua agenda delle ultime 24 ore (ma sono settimane che va avanti così): lunedì ore 21 intervista a Canale 21, la notte su Rete 4 da Porro, ieri mattina alle 7.40 su RadioRai1, alle 8.20 su Rtl con Diaco, alle 11.30 a Mattina 9, poi nel pomeriggio sul Gr1. Il filo conduttore: sparare a palle incatenate contro De Luca. Lo sconcerto è grande in chi ascolta: perché De Luca e De Magistris non si amano, ma Regione e Comune dovrebbero collaborare.

Gualtieri ha fretta, ma il funerale di Mps costerà caro ai contribuenti

Come previsto dall’accordo del 2017 con la Commissione Ue, il governo italiano si prepara a uscire dal capitale di Mps. Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte l’ha sancito l’altroieri, firmando il decreto per autorizzare la scissione dei crediti deteriorati del Monte trasferiti ad Amco. Ma seppellire il cadavere della banca di Siena costerà ai contribuenti italiani come una manovra.

Palazzo Chigi si tiene le mani libere sul percorso di cessione. L’esecutivo ha deciso che la partecipazione del 68,25% detenuta nel Monte potrà essere dismessa “in una o più fasi”, attraverso un’offerta pubblica di vendita ai risparmiatori o a operatori istituzionali italiani o stranieri “con trattativa diretta attraverso procedure competitive trasparenti e non discriminatorie”, ma anche attraverso “una o più operazioni straordinarie” compresa “un’operazione di fusione”.

Nonostante anni di comunicati tranquillizzanti e interviste trionfalistiche rilasciate dai vertici della banca, quella che tornerà sul mercato, però, è solo l’ombra dell’istituto che il 28 maggio 2008 si infilò in un vicolo cieco per comprare AntonVeneta e non restare fuori dalla corsa alle concentrazioni scattate tra Intesa e SanPaolo, tra UniCredito e Capitalia. Quel boccone pagato 17,2 miliardi ha finito per strozzare il Monte. Lo dicono i conti. La raccolta diretta è crollata dai 157,6 miliardi del 2010 ai 92,2 del 30 giugno scorso: sono andati persi 65,4 miliardi, -42%. I ricavi sono passati da 5,83 miliardi nel 2008 a 3,22 l’anno scorso: -45%. Dal 2008 al 30 giugno il saldo tra utili e perdite è negativo per 20,7 miliardi, bruciando quasi integralmente i 21,9 miliardi raccolti nei sei aumenti di capitale dello stesso periodo. Ai massimi del maggio 2007, il Monte in Borsa valeva 16,1 miliardi: ieri il valore delle azioni si era ridotto ad appena 1,3 miliardi. Gli aiuti pubblici, iniziati con il governo Berlusconi e proseguiti con gli esecutivi Monti, Renzi e Gentiloni, non hanno rimesso in sesto Rocca Salimbeni. Il governo Gentiloni ad agosto 2017 ha ricapitalizzato la banca spendendo 5,4 miliardi: ora quelle azioni valgono meno di 900 milioni.

Difficile dunque trovare pretendenti disposti a comprare le ceneri del Monte. L’unica dote che Mps può conferire in un’eventuale fusione sono 3 miliardi di poste fiscali differite. Se si considerano i 10,2 miliardi di rischi per cause e vertenze legali coperti da appena 500 milioni di riserve (che potrebbero salire a 900, secondo i ben informati) si comprende perché nessuno vuole assumersi un simile cumulo di problemi. Dopo aver sondato senza esito Ubi, Bper e altri istituti, ora la moral suasion del ministero dell’Economia sembra indirizzarsi su UniCredit, che ha appena cooptato in cda l’ex ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan, artefice del “salvataggio” (che sarebbe meglio chiamare accanimento terapeutico) della banca di Siena. Ma difficilmente la banca guidata da Jean Pierre Mustier accetterà di sobbarcarsi una simile impresa senza la stessa dote di miliardi – tra fondi garanzie e altri benefici – che lo stesso Padoan concesse a Intesa Sanpaolo a giugno 2017 per rilevare al prezzo simbolico di 2 euro le macerie di Popolare di Vicenza e Veneto Banca. Oltre al danno dei 5,4 miliardi iniettati tre anni fa, dunque, per liberarsi di Mps i contribuenti potrebbero essere chiamati a dover sopportare pure la beffa di dover sborsare altri soldi.

La questione sta creando forti tensioni anche all’interno della maggioranza. Nei giorni scorsi il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri ha ritirato le deleghe sul sistema bancario al sottosegretario M5S Alessio Villarosa. La decisione non è stata accolta in silenzio da Villarosa: “Il tema banche sembra appaltato al Pd, a Gualtieri, con risultati nulli o pericolosi. Il M5S, nonostante l’ottimo lavoro di opposizione in passato sembra escluso a livello governativo. Se Zingaretti e Gualtieri trattengono la delega alle banche per continuare la politica del loro precedente governo, credo sia opportuna una seria riflessione. Se intendono svendere le quote di Mps con ulteriore perdite economiche per lo Stato, allora il M5S si opporrà”, conclude il sottosegretario.

I Benetton vogliono più soldi: “L’offerta per Aspi non basta”

Lo scontro tra il governo e i Benetton per l’uscita della famiglia veneta da Autostrade è un caos. Si procede per schermaglie e si rinvia la resa dei conti di una strategia inconcludente. Ieri Atlantia ha rigettato l’offerta “non vincolante” fatta da Cassa Depositi e Prestiti e dai fondi esteri Blackstone e Macquarie per rilevare l’88% di Autostrade in mano alla holding. L’offerta era arrivata dopo l’ennesima rottura e l’ennesimo ultimatum del governo con la minaccia della revoca della concessione. Il cda di Atlantia si è riunito ieri e “ha valutato i termini economici e le relative condizioni allo stato non ancora conformi e idonei ad assicurare l’adeguata valorizzazione della partecipazione”. Cdp e soci hanno tempo fino al 27 ottobre per presentare “una nuova offerta”, ma “vincolante”.

In sostanza la holding controllata dai Benetton vuole più soldi e un impegno definitivo. Nella loro offerta Cdp e i fondi valorizzano Autostrade tra gli 8 e i 9,5 miliardi (più dei 6 a cui Atlantia “prezza” a bilancio la controllata) da cui poi vanno detratti i rischi legali, proponevano la firma di un memorandum entro il 28 ottobre, dandosi poi 10 settimane per guardare i conti di Autostrade.

Atlantia ha rilanciato con un ultimatum, altrimenti il 30 ottobre si svolgerà l’assemblea dei soci che deve approvare il piano alternativo, la scissione di Aspi e la sua quotazione in Borsa (o un’asta competitiva tra i migliori offerenti a cui, se vuole, Cdp si può aggregare).

Gli accordi col governo del 14 luglio per chiudere il capitolo Morandi prevedevano che Atlantia cedesse a Cassa Depositi il controllo di Aspi. Verosimilmente si continuerà a far finta di trattare e magari il 27 ottobre Cdp e soci faranno un’offerta vincolante soggetta a una serie di condizioni tali da renderla non vincolante. Se vi siete persi, è perché questo è lo scopo. Lo scontro è su altro.

Benetton e soci vogliono più soldi. Il fondo inglese Tci, che lunedì è salito al 10% di Atlantia, per dire, valuta Aspi circa 12 miliardi. Il vero valore lo esprimerebbe il nuovo Piano economico finanziario (Pef), che deve stabilire tariffe, manutenzioni e investimenti di Autostrade dei prossimi 5 anni. Quello proposto da Aspi e avallato dal ministero delle Infrastrutture è stato inviato all’Autorità dei Trasporti, che in un lungo parere lo ha stroncato in più punti. Senza entrare nei tecnicismi, con quel piano Autostrade sarebbe perfino più remunerativa di quanto lo è stata finora facendo la fortuna dei Benetton: distribuirebbe oltre 21 miliardi di utili nei prossimi 18 anni di concessione spremendo gli automobilisti (poco importa se a vantaggio di Atlantia o di Cdp).

Per l’Authority, il Pef è troppo generoso e va modificato. Nell’ipotesi più forte ballano miliardi, altrimenti la forbice si riduce. Ai ministeri del Tesoro e delle Infrastrutture ritengono che ci si possa adeguare alle indicazioni dell’Autorità senza stravolgere il piano e ieri hanno predisposto una lettera per chiedere ad Aspi di chiarire diversi punti. Atlantia ritiene che se cambia il Pef salta tutto. Gli automobilisti già tremano.

“Il M5S al governo deve dire qualche no, i nostri voti contano”

A suo dire il M5S è un’auto che ha bisogno di “una revisione o di un tagliando, scelga lei”. Ma prima di vedere i suoi 5Stelle in officina, cioè negli Stati generali, il viceministro allo Sviluppo economico, Stefano Buffagni, manifesta un’altra urgenza: “Il Movimento deve essere più incisivo dentro il governo. I voti li abbiamo presi e dobbiamo farli valere”.

Lei ha diffuso un documento con delle proposte per gli Stati generali, costruito assieme a eletti e attivisti. Con quale obiettivo?

È un contributo di idee, incentrato su temi come il lavoro e lo sviluppo sostenibile. Il M5S deve essere portatore di un cambiamento concreto.

Nel testo si legge che “il reddito di cittadinanza è sacrosanto, ma occorre sistemarlo”. Tradotto, non ha prodotto i posti di lavoro che avevate promesso?

Aiutare chi soffre è nelle corde del M5S, fondato nel giorno della nascita di San Francesco. Ma il tema delle politiche attive del lavoro e della riqualificazione anche degli over 50 è fondamentale: sull’aspetto funzionale della misura c’è una lacuna evidente. Bisogna farla funzionare.

Lei vuole dare un segnale a quel Nord che non vuole il reddito e dove siete crollati nelle urne.

Non è questo il punto. Se vogliamo recuperare al Nord dobbiamo dare risposte concrete alla classe media. C’è uno spazio politico che la Lega sta lasciando.

Sempre dal documento: “È necessario un maggior coinvolgimento del presidente del Consiglio Conte”. Ossia?

Dobbiamo coinvolgere e responsabilizzare Conte, prendendo assieme a lui determinate scelte di governo e senza che nessuno lasci indietro l’altro. Luigi Di Maio ha fatto una scelta straordinaria indicandolo come premier: va valorizzato.

Per alcuni Conte dovrebbe creare un suo partito, per stabilizzare il governo.

Diverso tempo fa ne parlammo assieme. Ma una lista di Conte oggi non sarebbe una risposta ai problemi del Paese.

Lei è contrario a un’alleanza strutturale con il Pd. Ma non è inevitabile?

La gente vota sempre l’originale, non la copia. Dobbiamo trattare con i dem su programmi e persone, ma non ci si allea a tutti i costi: la Liguria lo ha dimostrato.

Fanno il suo nome tra i possibili candidati a sindaco di Milano.

L’ho letto anch’io.

A Milano dovreste provare ad allearvi con il Pd, no?

Il sindaco Sala ha detto che è meglio andare ognuno per conto proprio.

Di Maio ha detto no al rimpasto, ma tanti del Pd e i renziani lo vogliono. Lei? Salirebbe volentieri di grado, dicono.

In questo momento con il Covid ciò che conta è dare soluzioni agli italiani. Tutto il resto passa in secondo piano.

Con il Pd litigate di nuovo sul Mes.

Questo è un dibattito sulle bandierine. Abbiamo stanziato oltre 4 miliardi aggiuntivi sulla sanità, e ce ne sono fermi altri 12. Si pensi ad adoperarli, piuttosto che preoccuparsi del Mes.

Il Movimento pare in difficoltà, no?

Il M5S va rimesso in carreggiata, e per riuscirci dobbiamo anche caratterizzare meglio l’azione di governo.

Cioè dovete farvi sentire di più?

Certamente sì. Dobbiamo ricominciare a dire qualche no.

Da settimane i big del M5S e Davide Casaleggio si prendono a male parole. Come se ne esce?

Penso che si possa risolvere. Senza la piattaforma il Movimento non esiste, ma credo anche che chi lo guiderà debba disporre di tutte le leve.

Per i vertici di Rousseau “è a rischio la legittimità degli Stati generali: c’è il pericolo che votino i condannati”.

Io mi fido di chi organizza, e non apprezzo le liti in pubblico. Ma se c’è qualcosa da sistemare il tempo c’è.

Sì, c’è, visto che avete rinviato gli Stati generali di una settimana, a metà novembre. Ma il Pd non gradirà, visto che Conte aspetta il congresso per la verifica…

Le risposte, ripeto, vanno date agli italiani. Il Pd non avrà problemi ad aspettare una settimana in più.

Il manifesto di Bettini, mezzo divorzio da Zinga

Il Kingmaker, il consigliere occulto, il tessitore di trame visibili e invisibili, esce allo scoperto. Goffredo Bettini, classe 1952, creatore del “Modello Roma” di Francesco Rutelli e Walter Veltroni, deus ex machina della segreteria di Nicola Zingaretti, ha deciso che è giunto il momento di “parlare maggiormente in prima persona” (come ha detto al Corriere della Sera). E dunque sta lavorando a fondare la sua “area politico-culturale” (che si rifiuta rigorosamente di chiamare corrente, visto che si è battuto contro il correntismo nel Pd). Con tanto di manifesto in via di stesura a opera di personalità politiche e culturali che verrà presentato a breve.

In realtà, per gli equilibri del Nazareno si tratta di una mezza rivoluzione. Da quando è tornato dalla Thailandia, dove era rimasto bloccato durante il lockdown, quest’estate non ha fatto altro che partecipare a talk show e rilasciare interviste, con un ritmo quasi quotidiano, facendo e disfacendo la linea. Intelligente, acuto, a tratti però pure incomprensibile per eccesso di doppi e tripli ragionamenti, ha aggiustato via via i gradi di vicinanza al governo. Una presenza quantomeno ingombrante: Zingaretti subisce il suo influsso e le sue letture, ma si è trovato spesso e volentieri schiacciato o magari spinto verso una direzione della quale non era convinto. Anche perché l’attitudine nel mondo mediatico-giornalistico è ascoltare Bettini e sovrapporre Zingaretti. Varie le uscite che il segretario non ha condiviso. Una era quella con cui di fatto lo spingeva a entrare all’esecutivo, mentre lui intanto ci rifletteva, ma in pubblico negava. Un’altra era quella in cui consegnava idealmente a Matteo Renzi l’ala moderata, la terza gamba di una futuribile coalizione. E poi, oltre al merito, c’è il metodo: “Non è bello per un segretario essere di fatto commissariato in questo modo”, i commenti tra i dem. Di rottura tra i due non si può parlare. Troppi i legami atavici e presenti. Ma la distanza si starebbe approfondendo perché Bettini – come raccontano più fonti ai vertici del Pd – avrebbe elaborato l’idea che Zingaretti deve candidarsi sindaco di Roma. L’interessato non ne ha alcuna intenzione. E dunque, Bettini cerca di diventare Bettini, Zingaretti di essere Zingaretti.

Ma chi ci sarà in quest’area? Tutti e nessuno, si commenta. Perché il sistema di potere e di relazioni di Bettini è ben più ampio di chi sceglierà di impegnarsi con lui. Per esempio, ha un rapporto strettissimo con Roberto Gualtieri e con il suo uomo macchina al Mef, Claudio Mancini: lì si giocano le partite che contano. Intrattiene solide relazioni con Giuseppe Conte e Beppe Grillo, ma pure con Dario Franceschini, che in questo momento tanto amico del premier non è. Nel congresso che vide Andrea Orlando contrapporsi a Matteo Renzi insieme a Michele Emiliano, sostenne il primo. Chissà che non stia meditando di fare lo stesso per il post-Zingaretti. Intanto, i “bettiniani” identificabili che lavorano con lui al progetto sarebbero Antonio Bassolino, il ministro dell’Università Manfredi, l’europarlamentare Pierfrancesco Majorino, Michele Meta, capo della segreteria politica di Zingaretti. Almeno così pare. Per ora.

Gualtieri: il dem anti-Mes che il Pd non sopporta più

“Eh, Gualtieri…”. Dalle parti del Pd, il nome del ministro dell’Economia è spesso accompagnato da un sospiro di insofferenza. Non da oggi, pure se dopo la sua presa di posizione sul Mes (un no dovuto al contesto, mascherato da sì, nel nome dei rischi che le fibrillazioni parlamentari potrebbero portare in termini di spread e della convenienza che ora sostiene relativa), sia i sospiri, sia le insofferenze aumentano. La fotografia dell’autunno, con il Covid che galoppa, è quella della conferenza stampa di lunedì pomeriggio, con Giuseppe Conte e Roberto Gualtieri, che si scambiano i ruoli. Motivare anche “economicamente” le ragioni del no al Mes è toccato al ministro, rassicurare il Pd, promettendo una verifica, al premier (che però ha ribadito: “Non è una priorità”).

Intanto, crescono i malumori tra i dem nei confronti di Gualtieri. Che hanno da ridire soprattutto sulla gestione del ministero, sulle mancate risposte e, magari, sulle mancate corsie preferenziali. Lui si affida a Claudio Mancini, deputato romano, che è il suo plenipotenziario, il braccio armato sulle aziende.

Va detto che tra premier e ministro non era iniziata come un idillio. Durante le prime fasi del negoziato europeo, che ha portato al Recovery Fund, i due apparivano meno allineati. Mentre Conte cercava di alzare l’asticella dell’intervento, Gualtieri sembrava più rigido, più attento agli equilibri di Bruxelles. Ma d’altra parte, per il suo approdo in via XX settembre, è stato determinante il rapporto preferenziale con Mario Draghi.

Il momento di massima tensione tra i due fu prima degli Stati generali di Villa Pamphilj, a giugno: il titolare del Mef all’inizio non era convinto su quella che appariva “una passerella” e non ci stava a essere escluso dalla cabina di regia dell’evento. Poi, qualcosa è cambiato. Nella trattativa con Autostrade per la revoca della concessione, per dire, Gualtieri si preoccupò di trovare soluzioni che potessero funzionare per Palazzo Chigi. Ancora. Giocoforza, Mef e Chigi devono gestire insieme anche il Recovery Plan. Non a caso, un ruolo di primo piano ce l’ha Enzo Amendola, ministro degli Affari europei: se da una parte è quello che accompagna il premier in tutti i vertici internazionali dall’altra gioca anche un ruolo di mediazione con il Pd.

Poi ci sono le partite economiche. C’è chi vede gli eventi in termini di scambio: Conte avrebbe avallato l’operazione di Gualtieri per privatizzare Mps, l’altro avrebbe cambiato posizione sul Mes. Tra un premier e un ministro del Tesoro si creano sempre convergenze e divergenze, che vanno oltre le storie e le provenienze. Ma poi, c’è la politica. Ha fatto una carriera tutta nel Pd, Gualtieri, ma sempre scavalcando i confini delle correnti. In origine, era considerato un fedelissimo di Matteo Orfini, a indicarlo per primo come ministro dell’Economia fu Matteo Renzi, volle attribuirsene l’investitura Zingaretti. Ora, cerca di ritagliarsi un ruolo da tecnico quasi super partes, intessendo relazioni di fiducia con i ministri M5s. Così diceva ieri Luigi Di Maio: “Il presidente Conte è stato chiaro più volte sul Mes. Lo è stato anche il ministro Gualtieri”. E poi sta ben attento a non invadere territori che non gli appartengono e sono pure delicati. “Ma perché dicono che io sono sulla linea morbida? Non mi sono espresso”, ha detto, commentando i giornali che lo mettevano nella “squadra” dei meno duri sulle misure per contrastare il Covid. Di certo non ha fatto asse con Dario Franceschini. I maligni raccontano che l’idillio è apparente perché “Roberto” ha in mente la scalata a Palazzo Chigi. Come sempre, dopo una foto, se ne scattano altre.

“Le stragi in Continente le ha suggerite Dell’Utri”

“Aparere suo era la cagione di tutti i mali. È ciò che in quel momento stava suggerendo la politica di Cosa nostra. Tutto lo faceva riferire alla creazione del nuovo partito e alle indicazioni di quelli che erano i punti delle stragi in Continente. E infatti mi dice: ‘Tu ti immagini Totò Riina che dice via Palestro a Milano e via dei Georgofili? Ma che ne sa Riina di queste cose? Era un ignorante. È il Professore che suggerisce tutte queste cose per creare una destabilizzazione. Era in atto un golpe bianco’, lui lo chiamava così, il Professore è Marcello Dell’Utri”.

Pietro Riggio riferisce con queste parole dei colloqui in carcere col boss di Cosa nostra Vincenzo Ferrara. Riggio è il pentito che a Caltanissetta sta “cantando” ai pm Gabriele Paci e Pasquale Pacifico, e che ha deposto anche al processo d’appello sulla Trattativa Stato-mafia, interrogato dai procuratori generali Giuseppe Fici e Sergio Barbiera: il controesame è in agenda lunedì prossimo. Le Procure di Caltanissetta e Firenze hanno consentito l’accesso ad alcuni verbali del collaboratore di giustizia divenuto già famoso nei mesi scorsi per aver indicato l’ex poliziotto Giovanni Peluso come uno degli attori protagonisti della strage di Capaci in cui morirono i magistrati Giovanni Falcone e Francesca Morvillo con gli agenti della scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro il 23 maggio 1992.

Pietro Riggio, ritenuto attendibile dalle Procure che lo stanno ascoltando (alcuni riscontri alle sue parole sarebbero già stati trovati), entrò nell’orbita di Cosa nostra grazie al cugino Carmelo Barbieri, fedelissimo del “padrino” Piddu Madonia e addetto allo smistamento a Caltanissetta dei pizzini dell’allora superlatitante Bernardo Provenzano. Le confidenze nel carcere di Villalba – istituto di pena sperso nelle campagne della Sicilia centrale – con il mafioso Vincenzo Ferrara diventano il punto centrale delle sue rivelazioni per le accuse a Marcello Dell’Utri, già condannato per concorso esterno in associazione mafiosa in quanto “mediatore” del patto di protezione tra Silvio Berlusconi e la Cupola siciliana: sette anni, divenuti poi cinque, passati in carcere dall’ex manager di Publitalia ritornato libero poco meno di un anno fa. Riggio è un agente di polizia penitenziaria nel 1994 quando passa le ore a chiacchierare col boss Ferrara, dopo aver già partecipato nel luglio del 1992 al trasferimento dei mafiosi nelle supercarceri di Pianosa e dell’Asinara. “Con lui si instaurò un rapporto di amicizia – spiega Riggio – dopo che Ferrara tentò il suicidio. Mi raccontò il perché era finito nel carcere di Villalba, mi raccontò che si era attivato con il Ros, con un capitano in servizio a Palermo dal nome in codice Oscar, per la cattura del boss Gaspare Spatuzza. E inizia a commentare tutte le dinamiche che stavano accadendo in quel momento. Mi raccontò che subito dopo la cattura di Piddu Madonia, che se non erro avviene alla fine del 1992, ebbe modo di partecipare a delle riunioni a Bagheria. Riunioni in cui si decide la strategia di Cosa nostra, dove veniva comunicato cosa si doveva fare. Lui si lamentava moltissimo perché Madonia non era totalmente d’accordo per la tipologia delle stragi”. È in quelle stesse occasioni che Ferrara riferisce a Riggio del ruolo che avrebbe avuto Marcello Dell’Utri nella “politica di Cosa nostra” con la “creazione del nuovo partito” e negli attacchi della mafia “in Continente”, a Roma, Firenze e Milano nel 1993.

Obiettivi – secondo quanto riferito da Riggio rispetto alle confidenze di Ferrara – troppo sofisticati e intellettuali, raffinatissimi, per “un ignorante” come Totò Riina e, invece, suggeriti “dal Professore per creare destabilizzazione”: il 14 maggio 1993 a Roma il fallito attentato contro Maurizio Costanzo in via Fauro; il 27 maggio la strage di via dei Georgofili a Firenze, 5 morti; il 27 luglio la strage di via Palestro a Milano, 5 morti; il 28 luglio le bombe a San Giovanni in Laterano e a San Giorgio in Velabro a Roma. Ferrara avrebbe raccontato a Riggio anche di altre personalità di Forza Italia: “Mi parlò di Renato Schifani (archiviata nel 2014 l’accusa di concorso esterno, ndr) ed Enrico La Loggia (mai accusato di collusioni con Cosa nostra, ndr) e poi aggiunse: ‘Quelli sono sempre avvocati dei mafiosi. Schifani per una vita è stato avvocato dei Graviano e ora all’improvviso sono diventati tutti paladini politici di riferimento, ma noi queste cose le pagheremo”. Era il fatidico 1994.

Al processo Trattativa Stato-mafia, è in corso l’appello, Marcello Dell’Utri – accusato di violenza o minaccia a corpo politico dello Stato (il governo Berlusconi I) – è condannato nel 2018 in primo grado a 12 anni, come gli ex generali del Ros dei carabinieri Mario Mori e Antonio Subranni. I legali dell’ex senatore sulle parole di Riggio rispondono così: “No comment”.

Greenpeace: “Bce favorisce aziende fossili”

Il programma massiccio di acquisto di titoli obbligazionari da parte della Banca centrale europea resta sbilanciato verso aziende ancora troppo legate alle fonti di energia fossile, alimentando ulteriormente la crisi climatica. Una politica che rischia così di rallentare il passo verso la decarbonizzazione. A rivelarlo è lo studio Decarbonising is easy: beyond market neutrality in the Ecb’s corporate Qe, pubblicato da New economics foundation, Soas University of London, University of the West of England, University of Greenwich e Greenpeace Central and Eastern Europe.

Gli analisti finanziari coinvolti sono andati a spulciare i dati pubblicati dalla Bce a fine luglio. Francoforte ha in corso due programmi di Quantitative easing – dal 2016 il Corporate sector purchase (Cspp) e da marzo il Pandemic emergency purchase (Peep) – che prevedono acquisti massicci di titoli di Stato dei Paesi membri ma anche di obbligazioni societarie. Queste ultime ammontano a oggi a 241,6 miliardi di euro. Più della metà sono state emesse da società che contribuiscono in modo significativo alle emissioni di CO2.

Tra i nomi che hanno beneficiato di acquisti di obbligazioni spiccano Eni (nel 2019 si è resa complessivamente responsabile di 296 milioni di tonnellate di emissioni di CO2), Omv (il più grande produttore e raffinatore di petrolio austriaco), Total e Shell per quanto riguarda il comparto oil&gas. “Nei prossimi anni Eni progetta di aumentare la propria produzione di petrolio e gas”, spiega Luca Iacoboni, responsabile della campagna energia e clima di Greenpeace Italia. E aggiunge: “L’azienda sta puntando su false soluzioni come la riforestazione per compensare le proprie emissioni. Questo non è un piano di decarbonizzazione. Eni – dice Iacoboni – non dovrebbe ricevere soldi pubblici”. Nel campo delle utilities, tra le società non rinnovabili che hanno venduto le obbligazioni alla Bce, ci sono E.On, Enel ed Engie, mentre sul fronte dei trasporti emergono Daimler (automobili) e Ryanair (aerei). Chiudono il colosso dell’acciaio ArcelorMittal (che controlla l’Ilva di Taranto) e le tedesche HeidelbergCement (azienda produttrice di materiali edilizi) e Basf Se (tra le grandi compagnie chimiche al mondo).

Insomma, da questi grandi inquinatori – si legge nel report – la Banca centrale europea ha acquistato obbligazioni per il 62,7% del totale. Eppure, le società ad alta intensità di carbonio giocano un ruolo marginale rispetto all’occupazione: contribuiscono solo per il 17,8% all’offerta di posti di lavoro e per il 29,1% al Valore aggiunto lordo, che rappresenta la somma di consumi e investimenti lordi.

“La politica della Bce viene definita neutrale rispetto al mercato ma, invece, favorisce in modo sproporzionato i settori più inquinanti. E questo – commenta Jennifer Morgan, direttrice esecutiva di Greenpeace International – rappresenta una barriera importante verso l’obiettivo di decarbonizzare le economie dell’area euro. La Bce deve respingere le obbligazioni delle aziende che stanno distruggendo il clima, soprattutto in considerazione della loro minore importanza in termini di occupazione”, conclude Morgan. Oggi è in programma un incontro tra la Bce e i rappresentanti della società civile, tra cui Greenpeace, per discutere la revisione della sua strategia di politica monetaria.

L’inquinamento delle auto costa all’Italia 21 miliardi

I danni sanitari del trasporto stradale nelle grandi aree urbane d’Italia ammontano a quasi 21 miliardi di euro all’anno, pesando soprattutto a Roma e Milano che figurano nella top 10 delle città europee più penalizzate. A rivelarlo è un nuovo studio pubblicato oggi dall’European Public Health Alliance, un’euro-rete di Ong nazionali attive nel campo della salute pubblica. Il conto salato arriva appena un mese dopo il quinto anniversario del Dieselgate, lo scandalo che ha svelato gli scarichi fuorilegge delle case automobilistiche.

La ricerca quantifica i costi sociali delle emissioni stradali in 432 città di 30 Paesi (Ue, Regno Unito, Norvegia e Svizzera), dove abitano 130 milioni di abitanti. Questi sborsano ogni anno, complessivamente, oltre 166 miliardi di euro (385 milioni in media a città), un costo probabilmente inferiore a quello dell’inquinamento reale. I costi sociali misurano l’erosione del benessere pubblico, ossia la possibilità di condurre una vita lunga e sana in un ambiente pulito. Comprendono le spese sanitarie (es. ricoveri ospedalieri, giorni di lavoro persi, ecc), oltre a perdite quantificate solo indirettamente in base alla somma di denaro che le persone sono disposte a spendere per evitare di “pagare” in sofferenze fisiche ed emotive (es. disnfuzioni croniche, decessi infantili).

I ricercatori della società di consulenza ambientale Ce Delft hanno utilizzato i dati Eurostat del 2018, le raccomandazioni dell’Oms, e le robuste metodologie degli economisti ambientali. Lo studio monetizza sia la mortalità prematura (76,1% dei danni) che le malattie (23,9%). La Top 10 europea è guidata da Londra (11,38 miliardi di euro), seguita da Bucarest (6,35 miliardi), Berlino (5,24 miliardi), Varsavia (4,22 miliardi) e Roma (4,11 miliardi), la città polacca di Górnoslaski Zwiazek, Parigi, Milano (3,5 miliardi l’una), Madrid (3,38 miliardi) e Budapest (3,27 miliardi). Queste città totalizzano oltre il 30% dei costi. La metà del danno nelle 56 città italiane esaminate è accollata alla popolazione di Roma, Milano, Torino e Napoli. Le tre città perdono mediamente quasi 20 milioni di euro. Il danno pro-capite annuo è in media di 1.535 euro (260 euro sopra la media europea), pari al 4,8% del reddito medio di ogni cittadino tricolore. Larga parte dell’inquinamento e dei costi sociali del traffico è imputabile a veicoli diesel che, come dimostrato sulla scia della frode Volkswagen del 2015, rilasciano oltre i limiti Ue emissioni che incrementano le concentrazioni di biossido di azoto (NO2).

Inoltre, i modelli diesel più vecchi (fino agli Euro 6 di prima generazione) emettono più particolato (Pm) rispetto ad altri motori a combustibili fossili e attualmente rappresentano la maggior parte della flotta europea. NO2, Pm e ozono troposferico (O3), anch’esso in gran parte derivante dal diesel, causano ogni anno quasi 500.000 morti premature in tutta Europa. I ricercatori si sono concentrati su questi tre contaminanti, concludendo che il Pm genera una quota di danni (il 82,5% in media in tutte le 432 città) superiore a NO2 (15%) e O (2,5%). L’NO2, emesso per circa il 65% dalle vetture diesel, sottrae da solo oltre 190 euro all’anno alle tasche di ogni residente italiano. Lo studio mostra inoltre che le politiche dei trasporti possono contribuire a ridurre i costi sociali. Accorciando dell’1% la durata media dei tragitti in auto fino al luogo lavoro, anche tramite divieti di accesso ai centri cittadini, il danno del Pm10 calerebbe dello 0,29%. Questo risparmio sarebbe addirittura doppio (0,54%) nel caso dell’NO2, confermando il grave impatto delle emissioni diesel che superano parzialmente le soglie di legge. “In diverse città padane il danno pro capite, pari a oltre 2 mila euro, supera il 6% del reddito annuale, colpendo i redditi inferiori”, dichiara Andrea Poggio, responsabile Legambiente. “Le amministrazioni devono rendere la mobilità più pulita, introducendo mezzi privati e pubblici elettrici, non bonus per auto inquinanti”.