’Ndrine a Roma, quell’incontro con Zingaretti&C. Presto convocati

Nicola Zingaretti e Daniele Leodori, presidente e (attuale) vicepresidente della Regione Lazio, saranno convocati dagli investigatori per chiarire l’esistenza o meno di un incontro – fin qui smentito dai due – con i presunti componenti della cellula romana di una ’ndrina con base in Trentino. I carabinieri del Ros, su delega della Procura di Trento, ieri hanno fatto visita alle sedi dell’Ente regionale e hanno acquisito materiale documentale, fra cui gli accessi avvenuti nei giorni intorno al 18 dicembre 2017. Quel giorno, secondo quando dice l’imprenditore Alessandro Schina – arrestato il 15 ottobre con l’accusa di associazione mafiosa e ritenuto dagli investigatori– si sarebbe tenuto un incontro, nella sede della Regione, tra questi e Massimo Lanata con Zingaretti e Leodori. “Oggi tu hai fatto un incontro dove c’era la politica, c’era la malavita e c’era l’imprenditore”, aveva detto Schina a Lanata il 18 dicembre 2017. E Lanata: “Si sì… una roba allucinante. Allucinante. Che schifo d’Italia ragazzi. Il calabrese (Fortunato Mangiola, politico locale, ndr) con le scarpe rosse, si è presentato dal presidente, hai visto?”.

Gli inquirenti, che hanno registrato anche il percorso di Schina attraverso il gps, ritengono di avere sufficienti elementi per certificare la presenza dell’uomo allora sotto osservazione a palazzo, tuttavia, dopo le acquisizioni di ieri, hanno scoperto che i registri d’entrata non riportano i loro nomi. L’acquisizione doveva esserci il 15 ottobre, posticipata a causa del Covid. Al Fatto, Leodori aveva fatto sapere che quel giorno aveva incontrato “solo Pietrosanti (Antonio, ndr), per motivi politici”, trattandosi di un importante politico del Pd nel Municipio V di Roma. Zingaretti invece ha dichiarato di non essere stato presente in sede.

E così, nelle prossime settimane, gli investigatori convocheranno Zingaretti e Leodori per avere alcuni chiarimenti. Intanto, ieri, Schina è stato interrogato in carcere a Perugia, dove è detenuto. Difeso dall’avvocato Daniele Francesco Lelli, si è avvalso della facoltà di non rispondere. In separata sede però ha respinto ogni addebito e qualsiasi collegamento con la ’ndrangheta. Secondo gli investigatori, Schina e il suo sodale, il commercialista Federico Cipolloni, avevano incontrato anche altri politici. Parlando di uno di questi, Schina dice: “Mi ha detto, io ho la possibilità di farvi prendere appalti, però io voglio la percentuale…”.

Ecco l’intercettazione di Siri. L’sms di Salvini per il Negroni

Il 5 aprile 2019, il senatore leghista Armando Siri contatta l’ex parlamentare forzista Paolo Arata. Si parla di un emendamento di interesse dell’imprenditore. E Siri, che in quel momento è sottosegretario alle Infrastrutture nel governo Conte-1, informa l’interlocutore “di non essere riuscito a far inserire gli emendamenti nell’interesse dell’Arata nel testo ‘decreto crescita’ in corso di approvazione in quanto l’emendamento non è attinente all’oggetto del provvedimento legislativo”. Il senatore, in quanto parlamentare, non può essere intercettato. Questa conversazione però è stata registrata “per caso” perché in quel momento Arata era intercettato. Per poter utilizzare questi dialoghi nei prossimi mesi i pm di Roma potrebbero chiedere l’autorizzazione al Senato.

Il dialogo “è positivo riportarti alla ribalta”

La conversazione tra i due è finita agli atti dell’inchiesta della Procura capitolina. Accusato di corruzione per l’esercizio della funzione, secondo i pm, Siri avrebbe spinto emendamenti favorevoli agli interessi economici di Arata, ottenendo in cambio la promessa di 30 mila euro. Accuse respinte sia dal senatore che dagli altri indagati. Ecco il brogliaccio dell’intercettazione del 5 aprile 2019: “Armando (Siri, ndr) parla del fatto che non sono riusciti ad inserire nel decreto le richieste di Paolo. I due poi commentano il contenuto del decreto e Armando spiega le motivazioni del mancato inserimento”. Agli atti c’è anche una conversazione precedentemente, del 9 marzo 2019. I due parlano di un intervista rilasciata al Sole 24 Ore e Siri “paventa ad Arata la possibilità di indicarlo quale commissario unico in relazione alla sua esperienza professionale e per aver già ricoperto, in passato, la carica di commissario per l’emergenza in Adriatico”. “A tal riguardo – è scritto in una richiesta di proroga delle intercettazioni – Siri tiene a precisare che tale incarico riporterebbe Arata alla ‘ribalta’ come tecnico e potrebbe essere positivo anche per altre ‘cose’, riferendosi ragionevolmente all’iter dei provvedimenti in materia di energia”. Ecco parte della conversazione trascritta nel brogliaccio: “Siri specifica di aver dato il numero di Paolo al giornalista in quanto: ‘… Se tu vuoi, potrebbe essere positivo… io perchè ho pensato a questa cosa qua, perché potrebbe essere positivo nel riportarti un po’ alla ribalta, questo ci potrebbe essere utile anche per le cose che spesso tu mi dici, no?.. (…) Capito cosa intendo? Nel senso che questo… ti riporta anche un po’ nella condizione di essere attenzionato e mi aiuta anche a me, quando parlo di te (…)”.

Il forzista “Non ho mica promesso soldi ad armando”

Oltre queste, agli atti ci sono centinaia di conversazioni. Come quelle che raccolgono le reazioni di alcuni protagonisti all’indomani della notizia, uscita sulla stampa, dell’indagine su Siri e altri. Nei nastri finisce anche la disperazione di Paolo Arata che il 20 aprile 2019 dice: “Io non gli ho dato una lira ad Armando (Siri, ndr), nè gliel’ho promessa… (…) Gli ho chiesto una cortesia come l’ha chiesta l’associazione di categoria. Non era una cosa per noi”. In quei giorni di aprile 2019 sui giornali esce anche la notizia di un contratto di consulenza esterna a Palazzo Chigi (poi revocato) del figlio di Paolo Arata, Federico (estraneo all’indagine), un giovane considerato un seguace dell’internazionale sovranista che fa riferimento a Steve Bannon. Consulenza che doveva essere con il Dipartimento per la programmazione economica, che faceva capo all’ex sottosegretario Giorgetti. Il 23 aprile 2019, riportano i brogliacci, “Federico dice che si è scritto con ‘quella di Giorgetti’ che gli chiedeva se faceva un passo indietro (…) Federico dice che adesso è un problema che Giorgetti si para il culo e l’unica sua speranza è Salvini”. Poi si aggiunge: “Continua commentando che non ha alcuna intenzione i dimettersi e se lo dovessero chiedere loro lui andrà in tv a dire come si sono comportati…”.

Il figlio Federico “Matteo che mi protegge”

In una intercettazione del 20 aprile 2019 si sente invece Federico che dice: “Con Salvini che mi protegge, con il curriculum che è forte… sembra che sia onnipotente… se riesco a far cadere il governo… sono il genio del male… pensa che scriverò un libro su questa cosa assurda…”. Quello stesso giorno viene intercettata anche la moglie di Arata (estranea all’indagine). “Rollino – riportano i brogliacci – dice che Salvini gli è stato vicino a differenza di altri presunti amici, poi la Rollino legge ai figli un messaggio inviato da Salvini a Federico: ‘Buona Pasqua Fede a te e ai tuoi staccate il telefono per una settimana quando tutto sto casino insensato è passato e ci beviamo su un Negroni’”.

Leonardo L’incontro con l’ad: “Mai pensato di assumerlo”

Stando agli atti, Siri si sarebbe attivato per far incontrare Federico Arata con l’Ad di Leonardo Spa, Alessandro Profumo. L’incontro risale al 17 ottobre 2018. Da alcune conversazioni, è scritto in un’informativa della Dia, “si evince che il colloquio era stato favorito” da Siri. “Federico Arata non è stato assunto e mai si è pensato di farlo”, chiariscono dalla Leonardo Spa.

“Romeo me lo portò l’amico di Renzi sr.: voleva finanziare il Pd”

Perché Alfredo Romeo incontrò con Carlo Russo (l’amico di Tiziano Renzi) il parlamentare renziano Francesco Bonifazi a Roma nel marzo del 2015? Secondo Bonifazi per offrire un contributo al Pd, rifiutato. Questa è la versione fornita ai pm romani dall’attuale tesoriere di Italia Viva e allora del Pd. L’esame di Bonifazi è stato voluto dal Gip Gaspare Sturzo. Nella sua ordinanza di rigetto della richiesta di archiviazione per Tiziano Renzi del febbraio 2020, Sturzo aveva chiesto ai pm Paolo Ielo e Mario Palazzi di approfondire un sms trovato nel cellulare di Russo, l’imprenditore di Scandicci, amico di Tiziano Renzi, indagato con lui e Alfredo Romeo per traffico di influenze illecite.

Russo scrive a Bonifazi il 4 marzo 2015: “Buongiorno Francesco, solo per evidenziarti i passaggi fondamentali dell’incontro di stamani: lui deve capire che io sono il suo unico interlocutore e che ho rapporti privilegiati, senza che venga fuori il nome di T. Grazie, è davvero importante per noi, a dopo. Carlo Russo”.

“T.”, secondo gli investigatori, è la sigla usata da Russo e dall’imprenditore Alfredo Romeo per indicare il padre dell’allora premier, Tiziano Renzi. Il 21 maggio 2020 Bonifazi si presenta ai pm come testimone a sommarie informazioni e spiega: “Il messaggio (di Russo, ndr) è sicuramente precedente di poco a un incontro che ebbi nella stessa giornata con lui e Alfredo Romeo, da lui portato e che non avevo mai conosciuto prima, nell’ottica – come rappresentata dal Russo – di un possibile finanziamento al partito.

Romeo – prosegue Bonifazi – in quell’occasione mi disse che era sempre stato vicino alla nostra area politica precisando che aveva però ancora una pendenza penale in Cassazione, che lui auspicava concludersi a breve e in modo positivo. Preso atto di ciò, convenne con me che non era opportuno procedere a tale liberalità – ovviamente nelle forme di legge – ma attendere semmai la conclusione processuale”. Nel corso della breve conversazione – prosegue Bonifazi – ebbe modo di fare un accenno generico alla sua attività imprenditoriale ma non si fece alcuna richiesta di informazioni o altro. Quella è stata l’unica volta che ho incontrato personalmente Romeo”.

Ma qualcosa non torna. La Cassazione aveva assolto Romeo il 9 luglio 2014. L’imprenditore aveva solo un’indagine minore a Napoli che si chiuderà a settembre 2015 con un proscioglimento del gup.

Bonifazi lo incontra con Russo quando Romeo è alla ricerca di una piena riabilitazione morale dopo l’assoluzione, da parte del Pd. Nell’autunno del 2013, prima dell’assoluzione definitiva, Matteo Renzi aveva reso dichiarazioni poco ‘carine’ su di lui a Report sul contributo di 60 mila euro versato dalla Isvafim di Romeo alla Fondazione Big Bang.

Quando Bonifazi lo riceve nel suo ufficio di Palazzo San Macuto a Roma, Romeo è stato appena nominato presidente di Ifma, l’associazione delle grandi imprese che si occupano di facility management. Insomma non c’era più quel problema ‘reputazionale’ citato da Bonifazi come ostacolo al contributo. La versione di Bonifazi smonta ogni sospetto del Gip Gaspare Sturzo che notava: “Il messaggio di Russo a Bonifazi è del 4 marzo 2015, quindi ad appena una settimana dall’apertura delle buste della gara a più lotti della FM4 Consip”.

Il Gip scriveva (con ampio uso del maiuscolo) anche: “Il messaggio evidenzia come Russo voglia essere considerato e, quindi, qualificato quale UNICO INTERLOCUTORE dì qualcuno con cui debba avere RAPPORTI PRIVILEGIATI, soprattutto ‘SENZA CHE VENGA FUORI IL NOME DI T’. Sulla base della lettura connessa degli atti acquisiti e delle intercettazioni, oltre che delle SIT (dichiarazioni, ndr) del Marroni Luigi e del Gasparri Marco – concludeva Sturzo – non si fatica a collocare tale messaggio nella dinamica Renzi Tiziano <-> Russo Carlo <-> Romeo Alfredo”.

Sturzo indicava ai pm così la pista da seguire: “Ne consegue come allo stato, in tale ottica, debba ritenersi rafforzato il tema accusatorio sul coinvolgimento del Renzi Tiziano, ma a questo punto con la congiunta necessità di verificare il ruolo stesso del Bonifazi, altro deputato del Pd, notoriamente vicino all’epoca dei fatti al Renzi Matteo”.

Quando è sentito dai pm il 21 maggio 2020, Bonifazi però replica: “Quello fu il primo messaggio in assoluto che ricevetti da Russo”. Anche Bonifazi si rende conto che – a leggerlo – non sembra una prima volta e così aggiunge: “Il tono del messaggio è piuttosto stravagante perché una persona che di fatto conoscevo appena di vista si rivolgeva con toni perentori che peraltro mi hanno determinato da subito una diffidenza nei suoi confronti”.

E la T.? Sul punto Bonifazi è ultra-cauto: “(…) è plausibile che il riferimento a T. io l’abbia potuto associare già allora a Tiziano Renzi ma non ne sono affatto sicuro”. Comunque Tiziano non gli parlò di Russo né li vide mai insieme. Un anno e mezzo dopo Russo viene pedinato a settembre 2016 dal Noe mentre va alla sede del Pd e – secondo i Carabinieri – probabilmente in quell’occasione potrebbe aver lasciato un appunto con il curriculum di Romeo a Bonifazi perché l’imprenditore campano era interessato all’acquisto de L’Unità.

Ora Bonifazi chiarisce: “Dopo quel breve incontro (del 2015, ndr) non ho avuto altri colloqui con lui fino al settembre del 2016 quando mi venne a parlare del possibile interessamento di Romeo a rilevare L’Unità”. Poi lo incrocia qualche volta ‘casualmente’ alla stazione di Firenze e infine “nel settembre 2016 venne nel mio studio a Firenze per portarmi un breve curriculum dove si attestava anche l’esito positivo della vicenda processuale di Romeo con l’assoluzione definitiva in Cassazione dicendomi che Romeo era interessato all’acquisto de L’Unità. Lo trattai in modo sbrigativo dicendogli che avrei valutato senza dare alcun seguito (..) Russo non mi parlò di altro”.

Scongelata l’“astronave” di Bertolaso: ma senza bagni…

“Adesso che a Milano riesplodono i contagi, vedete che l’ospedale in Fiera serve?”. È l’obiezione che i sostenitori dell’Astronave voluta – ma poi ripudiata – da Guido Bertolaso al Portello iniziano a ripetere con sempre più forza. Una rivincita dopo la valanga di critiche piovute su quella cattedrale edificata nel deserto della ex Fiera Campionaria, costata almeno 17 milioni, aperta il 30 marzo e chiusa dopo poche settimane con una trentina di pazienti assistiti. E che oggi giace ibernata. A dare il via al “processo di riabilitazione”, l’annuncio del Pirellone: la struttura è stata preallertata e sarebbe pronta a fare la sua parte contro la seconda ondata. “Già a partire da domenica”, avrebbe detto fiducioso Fontana.

“Bisogna avere la ruota di scorta gonfia e non bucata”, ha detto il coordinatore delle unità di crisi del Pirellone e primario di Rianimazione al Policlinico, Antonio Pesenti. Secondo i piani sanitari, se i 17 ospedali-hub si ritroveranno con le terapie intensive sature, la Fiera entrerà in gioco. Ma quanti letti potrà assicurare? Per Pesenti, “i posti letto potenziali a regime sono 221. Ci sono due piani, il primo di 104 è completo, il secondo suddiviso in due moduli, con 54 letti pronti all’uso nel giro di una-due ore, e un ulteriore slot di 64 mai completato”. Ma quei 64 posti non sono disponibili né lo saranno a breve. Per finirlo servono 7 milioni, fondi chiesti a Roma a luglio scorso. Inoltre, a settembre era partito il progetto per trasformare la Fiera in un polo ambulatoriale, che avrebbe dovuto entrare in funzione a novembre… Paradossale discronia.

Restano poi i problemi del personale e della lontananza dalle sale operatorie (alla Fiera non ci sono, per esempio, i bagni per i degenti). La distanza dal Policlinico impone il distacco fisico dei sanitari, che oggi sono merce rara. Tanto che in molti, come il l’epidemiologo Carlo la Vecchia, hanno ipotizzato di farne una sorta di Covid-hotel, dove concentrare i positivi non gravi. Il tutto, mentre si attende ancora di sapere come siano stati spesi i 21 milioni raccolti dai donatori. Fondazione di Prossimità Milano e Fondazione Fiera avevano promesso il rendiconto “entro fine luglio”. Lo si sta ancora aspettando.

I malati dirottati verso gli ospedali di altre province

La situazione cambia non solo di giorno in giorno, ma di ora in ora. E peggiora. Giovedì scorso i ricoverati per Covid negli ospedali lombardi erano 726, ai quali andavano aggiunti i 72 per i quali si era resa necessaria la terapia intensiva (53 dei quali intubati). Età media dei primi, 63 anni; dei secondi, 62, nell’ambito di una forbice che va dai 37 agli 84 anni. Poi, solo nella giornata di lunedì, i nuovi ricoveri in degenza ordinaria sono stati 1.136; 113 quelli in terapia intensiva. E prima, nel fine settimana, c’era stata una nuova impennata. Tanto da costringere i medici di ospedali dell’hinterland milanese a indirizzare i nuovi pazienti Covid verso altre province. Sesto San Giovanni, per esempio, ha chiesto aiuto all’ospedale Manzoni di Lecco. “Il collega aveva chiamato tre ospedali di Milano e il San Gerardo di Monza: niente da fare, non riuscivano ad accettare il paziente, tutti i posti letto pieni, e così è stato trasferito da noi”, spiega Giulia Oliveri, medico al Manzoni. Così come altri pazienti, sempre in questo fine settimana, sono stati presi in carico dalle strutture ospedaliere di altre zone, come Cremona. Ma cosa sta succedendo? Gli ospedali di Milano sono prossimi alla saturazione? Di certo c’è che di fronte alla nuova ondata di ricoveri hanno iniziato a interrompere attività ordinarie e interventi chirurgici differibili, a dirottare pazienti. E che la situazione è molto critica ormai anche a Monza e a Varese.

Al Niguarda di Milano lunedì erano ricoverati 130 pazienti Covid, in 24 ore erano già saliti a 150 (10 in terapia intensiva). All’ospedale Sacco, sempre a Milano, alle ore 12 i ricoverati erano saliti a 196, di cui 29 in terapia subintensiva e 7 in terapia intensiva. “Abbiamo fermato gli interventi non urgenti – spiega Lucia Castellani, direttrice sanitaria dell’Asst Fatebenefratelli e Sacco di Milano – e bloccato le accettazioni in Pneumologia, che è diventato reparto Covid. Poi abbiamo chiuso un reparto di Medicina e ci apprestiamo a fare lo stesso con il secondo. Anche Ostetricia è dedicata al Covid. Tutto per recuperare 133 posti e personale medico e infermieristico”. Nei due poli San Carlo e San Paolo, sempre a Milano, i pazienti Covid sono saliti a 122 (6 in rianimazione: reparto saturo). I dirigenti sanitari spiegano che si segue una politica a fisarmonica, che posti letto e reparti vengono attivati o disattivati, in base alle necessità, secondo le indicazioni della Regione. Mentre il direttore generale dell’Asst di Monza, Mario Alparone, conferma le difficoltà. “Al San Gerardo abbiamo una media di 15 ricoveri al giorno”, dice Alparone, osservando che solo grazie alla collaborazione tra l’hub ospedaliero e strutture periferiche o private si riesce a fronteggiare l’ondata.

Una situazione che riporta all’allarme del Cts della Lombardia – alla fine del mese potrebbero esserci 4mila ricoveri, di cui 600 in terapia intensiva – ma anche al ruolo della medicina territoriale, per evitare la fortissima pressione sugli ospedali. “Ma la medicina territoriale è fatta anche dai dipartimenti di igiene e prevenzione delle Ats, che devono fare il contact tracing”, ricorda Paola Pedrini, segretaria regionale della Fimmg. “E il controllo del tracciamento sta sfuggendo di mano perché il personale è ridotto all’osso. Lo scorso maggio la Regione aveva dato il via libera ad assunzioni. Non dico che non sia stato fatto del tutto, ma certo i risultati non si vedono”. Una criticità che il Fatto aveva già svelato: nel Milanese, oggi i questionari “in arretrato” per mappare e ricostruire le reti dei contatti per ogni nuovo positivo sono circa 2.500. E, dato che per ogni storia si devono rintracciare almeno 10/15 contatti, il “buco”, basta fare due conti, è gigantesco. “Stiamo ancora tracciando i questionari dell’8 ottobre”, racconta un addetto al servizio. Significa che di tutti i nuovi positivi degli ultimi 10 giorni – i giorni della crescita esponenziale del virus a Milano – non si ha alcun dato. E aggiunge: “Siamo in ritardo di almeno 900 mail per addetto, e il servizio di smistamento ha chiesto di non inviarne altre, perché siamo intasati…”. Eppure, per l’assessore alla Sanità e al Welfare Giulio Gallera, “il sistema era pronto e sta reagendo”. Non si capisce allora perché il direttore sanitario dell’Ats Milano, Vittorio Demicheli, abbia lanciato lunedì l’allarme: “Non riusciamo a tracciare tutti i contagi, a mettere noi attivamente in isolamento le persone. Chi sospetta di aver avuto un contatto a rischio o sintomi stia a casa”.

Milano da lockdown: lo studio riservato

La richiesta di coprifuoco dalle 23 alle 5 fatta dal Pirellone al governo? “Credo non sia sufficiente per Milano. Ne avevamo parlato nella riunione del Comitato tecnico scientifico di Regione Lombardia venerdì scorso e avevamo già fatto presente al presidente Fontana questa urgenza”. È quanto ha affermato ieri Fabrizio Pregliasco, il virologo dell’Università di Milano e membro del Cts lombardo, e che molto spiega del clima dei due incontri – tenutisi al Pirellone venerdì e lunedì scorso, il giorno in cui poi Regione sindaci uniti hanno chiesto a Roma di firmare l’ordinanza che prevede, a partire da questo giovedì, il coprifuoco notturno dalle 23 – tra Cts, i vertici di Regione Lombardia, presidente Fontana in testa, e i sindaci delle città lombarde, collegati in streaming.

Da una parte i medici, terrorizzati, che si sono presentati venerdì con uno studio riservato alla mano – documento che il Fatto ha potuto leggere – sugli scenari che sarebbero dovuti essere sulla carta ancora solo predittivi ma di fatto, invece, erano già realtà. Dall’altra, la politica, unita come un sol uomo su un punto: non pronunciare quella parola. “Lockdown”.

Il report riservato

Le 47 pagine del documento riservato “Report sintetico Covid nuovi casi del 15.10.2020”, con tanto di tabelle, grafici, ubicazione e composizione dei nuovi focolai, sono state introdotte nella riunione di venerdì al Pirellone dal direttore generale della Sanità, Marco Trivelli, in modo lapidario: “Non siamo in grado di controllare l’epidemia”. E se prima l’epidemia, durante la prima ondata, si era concentrata per lo più solo in alcune zone (Bergamo e Brescia), quelle che hanno sviluppato oggi una “protezione di comunità”, ora invece l’allarme vero è Milano, seguita da Monza, Varese e Pavia. La metropoli da 3 milioni di abitanti è il cuore attuale di questa seconda ondata, che ancora una volta sembra colpire con maggior forza la Lombardia. “E quello che ci preoccupa è che non sappiamo esattamente in una grossa metropoli la velocità con cui il fenomeno si può verificare”, ha detto Vittorio Demicheli, il direttore sanitario dell’Ats Milano. Il Cts lo ripete da giorni: “Ancora le terapie intensive sono abbastanza vuote, ma visto questo crescendo esponenziale, bisogna prendere delle iniziative forti, per evitare che possa accadere in futuro qualcosa di ancora peggiore”. Ma il futuro, se si guardano i dati e gli scenari del report della Regione, è già qui. In un foglio Excel diviso in 4 colonne di diverso colore, dal verde al rosso fuoco, si tracciano 4 scenari. Si passa da una situazione di “Trasmissione localizzata invariata rispetto al periodo luglio-agosto” (verde), all’estremo opposto, “Trasmissibilità non controllata con criticità nella tenuta del sistema sanitario nel breve periodo” (rosso). A fare la differenza, il numero dei contagi, l’indice Rt e l’occupazione delle terapie intensive. E se si verifica lo scenario 4, quello rosso per intenderci, con numeri vicini ai 15mila casi settimanali, l’opzione scritta nera su bianco è “!? LOCKDOWN ?!” (punteggiatura compresa).

È su questo che il Cts già nella riunione di venerdì avrebbe puntato forte, sottolineando come già venerdì la Lombardia fosse, coi suoi oltre 13.700 nuovi casi maturati la scorsa settimana, in uno scenario da lockdown. Una situazione a cui era fortemente consigliato rispondere, secondo gli scienziati, con “restrizioni generalizzate con estensione e durata da definirsi” e con un “lockdown”.

La parola impronunciabile

Eppure nessuno ha voluto venerdì pronunciare quella parola. Si è preferito, da una parte, aspettare di vedere cosa avrebbe deciso Roma e, dall’altra, studiare una soluzione intermedia. È così che il presidente Fontana, in accordo col sindaco di Milano, Giuseppe Sala, hanno cercato di rimandare. Almeno fino a lunedì sera, quando non erano più rinviabili misure di contenimento. Sala, pur di evitare a Milano lo “stigma” di malata d’Italia, da venerdì continuava a chiedere misure estese per tutta la Lombardia. Mentre Fontana e Gallera, pare fosse il pensiero generale, erano dell’idea che a chiudere, nel caso, era meglio ci pensasse il Governo (ricordate Alzano e Nembro?). L’unica voce contraria, quella del sindaco di Bergamo, Giorgio Gori, memore dei camion carichi di bare di suoi concittadini, che ha invitato a non perdere tempo, a non sottovalutare i dati del Cts. Ma inascoltato, di fatto. La decisione venerdì sera è stata quella di prendere tempo, nonostante chiudere localmente – gli scienziati lo avevano ribadito più e più volte – non aveva più alcun senso. “Serve il lockdown”. “Ma che nessuno lo chiami così”, ha tuonato Fontana.

Milano “il malato grave”

Che lo tsunami dei nuovi contagiati sia ormai difficilmente arginabile sono diversi indicatori a mostrarlo. Non c’è solo la proiezione del Cts della Regione secondo cui entro fine mese arriveremmo a oltre 4mila ricoverati nei reparti Covid, con le terapie intensive a quota 600 (col relativo effetto domino dell’ospedalizzazione massiva, già visto durante la prima ondata in Lombardia). La situazione dei contagi in Lombardia è “esplosiva”, come ha detto Pregliasco. Basta guardare la curva dei nuovi casi nelle ultime due settimane di ottobre. Si è passati da 5.443 contagi in più nella settimana 5-11 ottobre (quella su cui si basa lo studio discusso in Regione venerdì, sulla base dei dati raccolti dalle singole Ats), ai 13.745 della settimana 12-18 ottobre. Un aumento esponenziale, che ha visto schizzare fuori controllo la situazione del capoluogo. A Milano – a oggi “la città che per densità di popolazione, interscambi lavorativi, i contatti legati alla tipologia abitativa, sicuramente è il malato più grave”, secondo Pregliasco – se si legge il documento della Regione (che non teneva conto dei dati della scorsa settimana), l’indice di trasmissione era già superiore a 1,15% e il rapporto tra positivi/testati sfiorava l’11% (la soglia limite è tra il 3 e il 5%). In numeri assoluti, la fascia maggiormente positiva è quella 50-59 ani, seguita dai 20-29enni. La fotografia del mese di settembre, da questo punto di vista, dà un’indicazione importante: a ridosso dell’estate, la fascia più colpita era quella 20-29 anni (1.231 casi), segno che da un mese a un altro, il virus, soprattutto in contesto intra-familiare, si sta muovendo. O, meglio, sta galoppando. Tanto che, se si guarda agli ultimi 15 giorni, gli anziani over 70 che si sono infettati sono quadruplicati. Oggi l’80% dei casi in Lombardia resta al di sotto dei 60 anni. Nel mese di marzo, nel pieno dello tsunami, un caso su due era over 60, invece. Per gli scienziati questa sarebbe la riprova di come, se non si proteggono i più fragili, saranno i giovani – come già accaduto a gennaio e a febbraio, quando il virus circolava indisturbato – a far ammalare sempre di più i propri nonni e padri. E non c’è coprifuoco che tenga. Ma solo il lockdown.

“Situazione esplosiva. Le misure del Dpcm non sono sufficienti”

Le misure contenute negli ultimi due Dpcm non bastano. Bisogna intervenire per evitare il “punto di non ritorno” e, soprattutto, occorre “fare presto”. Specie in alcune aree – Napoli e Milano – dove “la situazione è esplosiva”. Nel giorno in cui si registra una leggera flessione della crescita dei nuovi casi di SarsCov2 ma in diversi contesti locali i numeri confermano situazioni vicine al limite della sostenibilità, infettivologi, virologi ed esperti di sanità pubblica rivolgono un appello alle istituzioni.

L’obiettivo è quello del governo Conte: evitare al Paese un nuovo lockdown, letale per un’economia già piegata dalla chiusura imposta tra marzo e maggio. Per farlo, con i contagi che raddoppiano ogni 7 giorni, “occorre agire adesso, con misure energiche ma ancora sostenibili”, è l’appello di Massimo Galli. Il caveat firmato dal direttore delle Malattie infettive dell’ospedale Sacco di Milano – insieme a Mario Faccini, responsabile della Medicina preventiva dell’Ats Milano, e Marco Rizzi, capo infettivologo al Papa Giovanni XXIII di Bergamo – ha il sapore amaro dell’ultima possibilità: solo “immediati provvedimenti rigorosi circoscritti agli ambiti territoriali più critici possono evitare in un prossimo futuro generalizzati provvedimenti restrittivi di difficile sostenibilità”, si legge nell’appello pubblicato nel giorno in cui ricorrono gli 8 mesi dalla segnalazione del primo caso di Covid in Lombardia. Il riferimento è a Milano, nella cui area estesa ieri le autorità sanitarie hanno registrato 1.054 degli oltre 2mila contagi riscontrati nell’intera Regione, 515 dei quali nel solo capoluogo. Tre le misure indicate dagli esperti: in primis, nelle zone metropolitane “tutti coloro che possono lavorare o studiare da casa siano messi nelle condizioni di farlo da subito”; secondo: “nelle aree in cui non fosse possibile gestire in modo adeguato i trasporti si attui subito la didattica a distanza per scuole superiori e università”; terzo: “si valuti rapidamente ove necessario il blocco delle attività ludiche e ricreative, in aggiunta agli stop già decisi e alla massiccia attivazione dello smart working”. Con il sistema di tracciamento dei positivi saltato “da diversi giorni”, occorre agire perché se a febbraio il virus ci aveva “colti di sorpresa ora il ritardo di una efficace risposta non può più essere giustificato”.

Ieri il ministero della Salute ha comunicato 10.874 nuovi positivi al SarsCov2, scovati a fronte di 144.737 tamponi e 87.680 casi testati (in lieve rallentamento: l’aumento percentuale negli ultimi 7 giorni, rispetto ai 7 precedenti, è stato del 95,9%, domenica era al 100,1%). Con i ricoveri (778, in totale 8.454) che continuano a salire e le terapie intensive che continuano a riempirsi (73 i letti occupati nelle ultime 24 ore, lunedì erano stati 47, per un totale di 870) l’imperativo è fare presto. “L’ultimo Dpcm ha alzato una mattonella per tutta l’Italia – ha premesso Walter Ricciardi parlando a Un giorno da pecora su Rai Radio 1 -, ma ci sono aree in cui l’epidemia è fuori controllo”. Si riferisce, l’ordinario di Igiene della Cattolica e consulente del ministero della Sanità, a Milano ma anche a Napoli: 1.312 i casi di ieri in Campania, in calo rispetto ai 1.593 di lunedì, ma con 2.400 test in meno. Il coprifuoco dalle ore 23 deciso per l’intera Regione dal governatore Vincenzo De Luca non basta: per il capoluogo campano, come per quello lombardo, servono “lockdown mirati, il giorno e la notte”, “una chiusura mirata di tutte le attività non essenziali”, è la ricetta del professore. Che a livello nazionale avrebbe adottato misure più dure di quelle annunciate domenica da Conte: “Io avrei chiuso le palestre e le piscine, assolutamente sì”.

Il Dpcm “ha tenuto conto delle doverose mediazioni”, secondo Fabrizio Pregliasco, virologo della Statale e direttore sanitario del Galeazzi di Milano, ma “dire ‘massimo 6 commensali a pranzo e cena’ è una cosa che non ha una scientificità oggettiva”. Ora che le terapie intensive “sono ancora abbastanza vuote” bisogna “prendere delle iniziative forti” e agire a livello locale: per questo il coprifuoco dalle 23 alle 5 e la chiusura dei centri commerciali il sabato e la domenica in una Lombardia in cui “la situazione è esplosiva” sono restrizioni “necessarie, per evitare che possa accadere in futuro qualcosa di ancora peggiore”.

“Avevo previsto tutto, ignorato il mio piano. Il problema è nel Cts”

Era il 20 agosto, due mesi fa, il bollettino diceva 845 nuovi casi in Italia con 77.442 tamponi, in terapia intensiva c’erano 68 persone, due in più rispetto a 24 ore prima: ieri erano 870; alcune Regioni a questi ritmi ne hanno per due settimane, non di più. Quel giorno di fine estate Andrea Crisanti spediva al governo, precisamente al ministro per i rapporti con il Parlamento Federico D’Incà e poco dopo al viceministro della Salute Pierpaolo Sileri, il suo piano per arrivare a 3-400 mila tamponi al giorno. Non è uno come gli altri, Crisanti, ma il primo in Italia (in Veneto) a testare gli asintomatici, quando l’Oms e il ministero dicevano di no. Lo minacciarono perfino di danno erariale…

Il Fatto scrisse del piano il 23 agosto, poi riferimmo i dettagli: 20 laboratori fissi e 20 mobili con macchine capaci di processare un maggior numero di tamponi con meno reagenti, come quelle comprate per il Veneto; secondo Crisanti sarebbe costato 40 milioni di euro più 1/1,5 al giorno per la gestione. È utile rileggerne le premesse: “Stiamo assistendo da diversi giorni a una ripresa della trasmissione virale”. E ancora: “Se i casi dovessero essere aumentare al ritmo osservato durante le ultime due settimane ci si può aspettare di raggiungere una incidenza giornaliera in eccesso di tremila casi al giorno per settembre. Questi livelli di trasmissione coincideranno con la ripresa delle attività lavorative, con l’inizio delle scuole (il 14 settembre, ndr) e con un importante appuntamento elettorale (il 20 e il 21, ndr) e con l’inizio della stagione autunnale. Una situazione questa che presenta tutti gli ingredienti per innescare una esplosione della trasmissione”.

Aveva ragione, il 3 ottobre eravamo a 2.844 casi con 118 mila tamponi (2,4 per cento) e Crisanti sul Fatto avvertiva: “Se i numeri salgono perdiamo il controllo”. La questione è nota, ogni positivo ha 10/15 contatti che devono essere rintracciati, isolati, sottoposti a test. Purtroppo il contact tracing è fallito più o meno ovunque, non solo per i ritardi dei laboratori ma anche perché a monte le aziende sanitarie locali non sono in grado di farlo. I tempi di diagnosi si allungano, i contagi aumentano e i malati riempiono gli ospedali. Colpa delle Regioni, dice il governo. E certamente 40 milioni di euro non bastano, né possono bastare le Regioni. Infatti Crisanti ad agosto invocava “un incremento su scala nazionale della capacità di fare tamponi che superi le barriere e divisioni regionali che hanno generato una insensata panoplia di iniziative e adozioni tecnologiche che sicuramente generano confusione e in alcuni casi sono controproducenti”. Il testo integrale è su www.lettera150.it.

Lì per lì il viceministro Sileri approvò il suo piano, che poi però è rimasto in chissà quale cassetto, i tamponi sono aumentati lentamente fino ai 150-160 mila degli ultimi giorni. “Oggi, con diecimila contagi al giorno, nessun sistema può farcela”, dice Crisanti, tanto ipotizzare “un lockdown di 15 giorni per abbassare i contagi, resettare il sistema e riorganizzarlo”. E il governo pensa a possibili lockdown locali se le attuali misure non basteranno. “Credo – osserva Crisanti – che uno dei problemi sia il Comitato tecnico scientifico. Non ci voleva un indovino, avevano tutti gli strumenti per comprendere cosa sarebbe successo. Ma serve anche il coraggio di dire ai politici quello che i politici non vogliono sentirsi dire”.

Contagi, piccola frenata. Da Napoli a Torino corsa alle ordinanze regionali

Il dato dei nuovi contagi fa intravedere un rallentamento nella crescita esponenziale del coronavirus in Italia: potrebbe essere la spia dei primi provvedimenti restrittivi col Dpcm del 9 ottobre, l’andamento nei prossimi giorni svelerà se invece è stata solo una fluttuazione trascurabile. Intanto, nelle regioni più compromesse i governatori firmano ordinanze ancora più restrittive.

Il bollettinoUn piccolo segnale di speranza

Con 144.737 test processati (circa 46mila più di lunedì) sono 10.874 i nuovi positivi (1.500 in più). Le vittime sono 89, 16 in più. E in terapia intensiva sono entrate 73 persone nelle ultime 24 ore, mentre lunedì erano state 47. Il totale è ora di 870 persone in rianimazione. I ricoveri con sintomi balzano a 778, in totale 8.454. Un piccolo segnale di speranza lo rileva il fisico Alessandro Amici: “I nuovi casi (dato 10.874) sono molto sotto allo scenario delineato venerdì scorso (stima 12.900): la media a 7 giorni si stacca in maniera più decisa rispetto a lunedì dall’andamento esponenziale con raddoppio ogni 7 giorni delle ultime due settimane e anche se la percentuale di tamponi positivi rimane molto alta 7,5%, quasi inizio a credere che si tratti di un rallentamento”: “effetto di un cambiamento diffuso di comportamenti di qualche giorno fa”? Non si può gridare vittoria perché “la cosa più probabile è che la curva si assesti su un nuovo esponenziale con tempo di raddoppio un più lungo”, ma forse sono i primi effetti delle mascherine obbligatorie ovunque (Dpcm 9 ottobre).

CampaniaCoprifuoco ma scuole riaperte

Il governatore della Campania Vincenzo De Luca ha stabilito il coprifuoco: da venerdì dalle 23 alle 5, come già la Lombardia. “È blocco di tutte le attività e della mobilità da questo fine settimana in poi. Volevamo partire dall’ultimo weekend di ottobre ma partiamo ora. Alle 23 da venerdì si chiude tutto” e si sta a casa, però da lunedì saranno riaperte le scuole elementari. E scuola, visite mediche e lavoro saranno le uniche giustificazioni per potersi spostare da una provincia all’altra, previa “autocertificazione”.

Le altre regioniCirio ferma i centri commerciali

In Piemonte Alberto Cirio ha deciso lo chiusura di tutti i locali a mezzanotte e la serrata dei centri commerciali durante il fine settimana, con la sola eccezione dei negozi con prodotti di prima necessità e delle farmacie. E dal 26 ottobre c’è l’obbligo per le classi dalla seconda alla quinta delle superiori di seguire per almeno il 50% dei giorni la didattica digitale a distanza, in alternanza con la presenza in aula. Anche la Regione Liguria applicherà una ordinanza analoga a quella del Piemonte sulla scuola. Il governatore Giovanni Toti da lunedì imporrà il divieto totale di assembramento ovunque nell’intero territorio. Altre ordinanze sono in arrivo anche in Sardegna, dove l’intenzione del governatore Christian Solinas sarebbe quella di chiedere al governo il via libera addirittura per un lockdown regionale di 15 giorni. E in Umbria la governatrice Donatella Tesei per le scuole superiori ha disposto la didattica a distanza per il 50% dei ragazzi, sui trasporti pubblici ha limitato la capienza dei mezzi dall’80 al 60 per cento, nei centri commerciali, invece, ha ridotto il numero di persone che possono accedere contemporaneamente. Stretta in Umbria anche sul consumo di bevande alcoliche: vietato l’asporto di bottiglie venerdì e sabato già dalle 22.

Sono annullati definitivamente i celebri mercatini di Natale in Alto Adige, come ha fatto sapere il governatore Arno Kompatscher, che ha annunciato la chiusura dei bar alle 23 e delle sale gioco alle 18.

I sindaciRaggi anti-movida e Orlando senza natale

Anche i sindaci cominciano a fare la loro parte. Leoluca Orlando a Palermo è stato il primo a disporre giorni fa l’annullamento di tutte le iniziative e le feste natalizie. Anche Trento ha preso la stessa decisione: niente mercatini tradizionali. A Roma sono allo studio chiusure mirate alle strade della movida. A Sestu, Cagliari, sono state chiuse scuole, asili, baby parking, palestre e biblioteche e fino al 29 ottobre sono stati sospesi cultura e sport perché i casi di nuovi positivi sono passati da 15 a 37 in pochi giorni. A Gorizia è cancellata la Fiera di Sant’Andrea. Ad Altamura (Bari) sono annullati addirittura i Consigli comunali.

Responsabilità

Caro Travaglio, leggendo il suo editoriale di domenica mi è parso di essere fronte a Jekyll e Mr. Hyde. Lei è sempre stato dalla parte del governo giallorosa, e sul Covid a favore di misure dubbie come mascherine e altro, a chiusure, precauzioni, tamponi fasulli, di tutto un po’, ma in quell’editoriale pare essersi stufato delle balle e delle cavolate che fa il governo, che stanno precipitando il Paese nel caos, nella paura e nella povertà. Si è stufato anche lei della manfrina, ha letto i dati reali o ha cambiato idea?

Caro Costantini, temo che lei – come i miei “colleghi” social-onanisti che si divertono col giochino del “Chi sta con chi” – sia prigioniero di quella gabbia mentale che etichetta tutto e tutti “o di qua o di là”, come i tifosi e i fondamentalisti. Io mi sveglio ogni mattina senza sapere a chi darò ragione o torto: dipende da cosa faranno questo e quello. Ho dato spesso ragione a questo governo, soprattutto sulla gestione della pandemia, perché penso che l’abbia condotta bene: basta vedere com’erano e come sono messi gli altri Paesi rispetto al nostro (la paura c’è dappertutto, e non per i governi, ma per il virus). Quando ha sbagliato, per esempio sulle nomine di Descalzi e Profumo nelle partecipate, l’ho scritto. Lei è liberissimo di contestare mascherine, tamponi e altre preziose precauzioni, ma non di rifiutarli: sono obbligatori per legge e servono a proteggere non tanto la sua vita (il diritto al suicidio è sacro), ma quella degli altri.

Sulle misure da adottare oggi, ne ho scritto alla luce dei dati che mostrano le profonde differenze tra la seconda ondata e la prima. Il Covid-19 è sempre lo stesso, con buona pace di chi sosteneva che fosse mutato, addirittura morto. Ma da marzo molte cose sono cambiate nella sua diffusione e nelle caratteristiche dei positivi. Non sono io che ho cambiato idea: è la pandemia che si evolve ogni giorno e bisogna rispondere colpo su colpo con uno strumento rapido e agile come il Dpcm. A marzo non c’era alternativa al lockdown nazionale, perché combattevamo la guerra a un nemico del tutto sconosciuto praticamente disarmati (senza mascherine, tamponi, test, protezioni sanitarie, né terapie intensive adeguate) e perché bisognava scongiurare la trasmissione del virus dal Nord al Sud. Oggi quella misura draconiana e indiscriminata non ha più senso, sempreché i dati dei ricoveri in terapia intensiva non si avvicinino di nuovo al livello di guardia. L’altro giorno, prima di sapere cos’avrebbe deciso il governo, ho sconsigliato lockdown o coprifuoco indiscriminati. E sono lieto che il premier, resistendo alle pressioni più isteriche, abbia optato per misure più graduali e ponderate.

Misure che tengono conto dei nuovi dati sull’epidemia: sette mesi fa la gran parte dei contagi riguardava anziani sintomatici anche gravi negli ospedali e nelle Rsa, età media 61 anni. Ora questa è scesa a 42, infatti abbiamo molti meno morti, malati e sintomatici: i tre quarti dei positivi sono asintomatici, cioè non sono un pericolo per sé, ma per gli altri, soprattutto per i familiari anziani. Tant’è che il 75% dei contagi avvengono a casa, in famiglia. Il che avrebbe reso del tutto insensato, anzi controproducente, un coprifuoco nazionale dalle 21 che lasciasse circolare i giovani per tutto il giorno, dalla mattina a scuola al pomeriggio per strada, nei bar o negli altri luoghi di ritrovo, per poi chiuderli in casa alle 21 a infettare genitori e nonni. Molto meglio convogliarli nelle scuole e nei locali pubblici controllati e controllabili, sottoposti a protocolli di sicurezza e di distanziamento, anche la sera. Per questo, al di là delle misure del nuovo Dpcm, trovo molto utili due mosse di Conte: l’invito ai sindaci a esercitare i loro poteri per chiudere alla movida le strade e le piazze più a rischio (poteri già previsti per comuni, regioni e governo dalla legge 833/1978 sul Servizio Sanitario Nazionale); e il contestatissimo (ma perché?) coinvolgimento di influencer molto ascoltati dai ragazzi, come Fedez e Ferragni, per sensibilizzarli al rispetto di poche e chiare regole. Oggi la persuasione e la responsabilità verso comportamenti individuali virtuosi conta molto più dell’ennesima raffica di divieti.
Questo, in generale. Poi ci sono province e città, in Lombardia, Campania, Lazio, Piemonte e Liguria, che hanno perso il controllo del virus perché i positivi sono troppi per consentire un tempestivo tracciamento dei contatti. All’Ats di Milano, grazie al fallimento della Regione e della sua “sanità modello”, ci sono appena 7 addetti al contact tracing. Cioè: oggi stanno ancora esaminando i questionari per mappare i contatti dei positivi dell’8 ottobre, mentre quelli degli ultimi 12 giorni di aumento esponenziale circolano per la città ignari e indisturbati, tutti ancora da scoprire e da raggiungere. Perciò il coprifuoco dalle 23 chiesto da Lombardia e Campania è ridicolo. Il virus circola “h 24”, non solo da una cert’ora: mandare a spasso migliaia di asintomatici a contagiare gli altri per tutto il giorno fino alle 23 significa non aver capito nulla. O si chiude tutto con lockdown limitati nello spazio (province e città fuori controllo) e nel tempo (2-3 settimane) per resettare i contagi e ripartire da zero quando si è davvero pronti, o tanto vale lasciar tutto aperto e alzare bandiera bianca. Così, magari, arriva un bel commissario che spiega a certi sgovernatori come si governa.