La richiesta di coprifuoco dalle 23 alle 5 fatta dal Pirellone al governo? “Credo non sia sufficiente per Milano. Ne avevamo parlato nella riunione del Comitato tecnico scientifico di Regione Lombardia venerdì scorso e avevamo già fatto presente al presidente Fontana questa urgenza”. È quanto ha affermato ieri Fabrizio Pregliasco, il virologo dell’Università di Milano e membro del Cts lombardo, e che molto spiega del clima dei due incontri – tenutisi al Pirellone venerdì e lunedì scorso, il giorno in cui poi Regione sindaci uniti hanno chiesto a Roma di firmare l’ordinanza che prevede, a partire da questo giovedì, il coprifuoco notturno dalle 23 – tra Cts, i vertici di Regione Lombardia, presidente Fontana in testa, e i sindaci delle città lombarde, collegati in streaming.
Da una parte i medici, terrorizzati, che si sono presentati venerdì con uno studio riservato alla mano – documento che il Fatto ha potuto leggere – sugli scenari che sarebbero dovuti essere sulla carta ancora solo predittivi ma di fatto, invece, erano già realtà. Dall’altra, la politica, unita come un sol uomo su un punto: non pronunciare quella parola. “Lockdown”.
Il report riservato
Le 47 pagine del documento riservato “Report sintetico Covid nuovi casi del 15.10.2020”, con tanto di tabelle, grafici, ubicazione e composizione dei nuovi focolai, sono state introdotte nella riunione di venerdì al Pirellone dal direttore generale della Sanità, Marco Trivelli, in modo lapidario: “Non siamo in grado di controllare l’epidemia”. E se prima l’epidemia, durante la prima ondata, si era concentrata per lo più solo in alcune zone (Bergamo e Brescia), quelle che hanno sviluppato oggi una “protezione di comunità”, ora invece l’allarme vero è Milano, seguita da Monza, Varese e Pavia. La metropoli da 3 milioni di abitanti è il cuore attuale di questa seconda ondata, che ancora una volta sembra colpire con maggior forza la Lombardia. “E quello che ci preoccupa è che non sappiamo esattamente in una grossa metropoli la velocità con cui il fenomeno si può verificare”, ha detto Vittorio Demicheli, il direttore sanitario dell’Ats Milano. Il Cts lo ripete da giorni: “Ancora le terapie intensive sono abbastanza vuote, ma visto questo crescendo esponenziale, bisogna prendere delle iniziative forti, per evitare che possa accadere in futuro qualcosa di ancora peggiore”. Ma il futuro, se si guardano i dati e gli scenari del report della Regione, è già qui. In un foglio Excel diviso in 4 colonne di diverso colore, dal verde al rosso fuoco, si tracciano 4 scenari. Si passa da una situazione di “Trasmissione localizzata invariata rispetto al periodo luglio-agosto” (verde), all’estremo opposto, “Trasmissibilità non controllata con criticità nella tenuta del sistema sanitario nel breve periodo” (rosso). A fare la differenza, il numero dei contagi, l’indice Rt e l’occupazione delle terapie intensive. E se si verifica lo scenario 4, quello rosso per intenderci, con numeri vicini ai 15mila casi settimanali, l’opzione scritta nera su bianco è “!? LOCKDOWN ?!” (punteggiatura compresa).
È su questo che il Cts già nella riunione di venerdì avrebbe puntato forte, sottolineando come già venerdì la Lombardia fosse, coi suoi oltre 13.700 nuovi casi maturati la scorsa settimana, in uno scenario da lockdown. Una situazione a cui era fortemente consigliato rispondere, secondo gli scienziati, con “restrizioni generalizzate con estensione e durata da definirsi” e con un “lockdown”.
La parola impronunciabile
Eppure nessuno ha voluto venerdì pronunciare quella parola. Si è preferito, da una parte, aspettare di vedere cosa avrebbe deciso Roma e, dall’altra, studiare una soluzione intermedia. È così che il presidente Fontana, in accordo col sindaco di Milano, Giuseppe Sala, hanno cercato di rimandare. Almeno fino a lunedì sera, quando non erano più rinviabili misure di contenimento. Sala, pur di evitare a Milano lo “stigma” di malata d’Italia, da venerdì continuava a chiedere misure estese per tutta la Lombardia. Mentre Fontana e Gallera, pare fosse il pensiero generale, erano dell’idea che a chiudere, nel caso, era meglio ci pensasse il Governo (ricordate Alzano e Nembro?). L’unica voce contraria, quella del sindaco di Bergamo, Giorgio Gori, memore dei camion carichi di bare di suoi concittadini, che ha invitato a non perdere tempo, a non sottovalutare i dati del Cts. Ma inascoltato, di fatto. La decisione venerdì sera è stata quella di prendere tempo, nonostante chiudere localmente – gli scienziati lo avevano ribadito più e più volte – non aveva più alcun senso. “Serve il lockdown”. “Ma che nessuno lo chiami così”, ha tuonato Fontana.
Milano “il malato grave”
Che lo tsunami dei nuovi contagiati sia ormai difficilmente arginabile sono diversi indicatori a mostrarlo. Non c’è solo la proiezione del Cts della Regione secondo cui entro fine mese arriveremmo a oltre 4mila ricoverati nei reparti Covid, con le terapie intensive a quota 600 (col relativo effetto domino dell’ospedalizzazione massiva, già visto durante la prima ondata in Lombardia). La situazione dei contagi in Lombardia è “esplosiva”, come ha detto Pregliasco. Basta guardare la curva dei nuovi casi nelle ultime due settimane di ottobre. Si è passati da 5.443 contagi in più nella settimana 5-11 ottobre (quella su cui si basa lo studio discusso in Regione venerdì, sulla base dei dati raccolti dalle singole Ats), ai 13.745 della settimana 12-18 ottobre. Un aumento esponenziale, che ha visto schizzare fuori controllo la situazione del capoluogo. A Milano – a oggi “la città che per densità di popolazione, interscambi lavorativi, i contatti legati alla tipologia abitativa, sicuramente è il malato più grave”, secondo Pregliasco – se si legge il documento della Regione (che non teneva conto dei dati della scorsa settimana), l’indice di trasmissione era già superiore a 1,15% e il rapporto tra positivi/testati sfiorava l’11% (la soglia limite è tra il 3 e il 5%). In numeri assoluti, la fascia maggiormente positiva è quella 50-59 ani, seguita dai 20-29enni. La fotografia del mese di settembre, da questo punto di vista, dà un’indicazione importante: a ridosso dell’estate, la fascia più colpita era quella 20-29 anni (1.231 casi), segno che da un mese a un altro, il virus, soprattutto in contesto intra-familiare, si sta muovendo. O, meglio, sta galoppando. Tanto che, se si guarda agli ultimi 15 giorni, gli anziani over 70 che si sono infettati sono quadruplicati. Oggi l’80% dei casi in Lombardia resta al di sotto dei 60 anni. Nel mese di marzo, nel pieno dello tsunami, un caso su due era over 60, invece. Per gli scienziati questa sarebbe la riprova di come, se non si proteggono i più fragili, saranno i giovani – come già accaduto a gennaio e a febbraio, quando il virus circolava indisturbato – a far ammalare sempre di più i propri nonni e padri. E non c’è coprifuoco che tenga. Ma solo il lockdown.