L’efferatezza rituale del delitto che ha inorridito la Francia – un bravo insegnante decapitato davanti alla sua scuola – e la giovane età del suo fanatico ma lucido assassino, ci costringono a fare i conti con un argomento scabroso: chi si impadronisce del sacro nella nostra società secolarizzata? E cosa lo spinge a compiere un gesto abominevole per vendicare una bestemmia?
Prima di venire a sua volta ucciso dalla polizia, il diciottenne ceceno era riuscito a esibire sui social il suo macabro trofeo, la testa del professor Samuel Paty, per sfidare direttamente il presidente francese con parole non casuali: “A Macron, capo degli infedeli, ho giustiziato uno dei tuoi cani infernali che ha osato sminuire Maometto”.
Nelle settimane precedenti, dopo un altro attentato e in apertura del processo per la strage nella redazione di Charlie Hebdo, Emmanuel Macron aveva espresso un concetto di laicità che aveva indispettito non solo i fondamentalisti musulmani, ma anche i governi di Paesi, come la Turchia, che si ergono a portavoce dell’ortodossia islamica.
Leggiamolo con attenzione, notando subito che nessun rappresentante istituzionale italiano avrebbe adoperato un simile argomento riguardo alle vignette su Maometto che il giornale satirico aveva deciso di ripubblicare: “Penso che il presidente della Repubblica in Francia non debba mai qualificare le scelte editoriali di un giornalista, di una redazione, mai. Perché c’è una libertà di stampa a cui si è giustamente legati, in maniera profonda. In Francia la libertà di blasfemia è collegata alla libertà di coscienza. Dal mio punto di vista, io sono qui per la tutela di tutte queste libertà”. E ancora: “La libertà di non credere è inseparabile dalla libertà d’espressione, fino al diritto alla blasfemia”.
La contrapposizione non potrebbe essere più esplicita: il capo di uno Stato laico che difende il diritto alla blasfemia. Per comprendere la portata di questa affermazione, ricordiamo che in Italia l’articolo 724 del Codice penale tuttora prevede che la bestemmia sia un illecito amministrativo, come tale sanzionabile, benché depenalizzato: “Chiunque pubblicamente bestemmia, con invettive o parole oltraggiose, contro la Divinità è punito con la sanzione amministrativa pecuniaria da euro 51 a euro 309”.
Il tema è quanto mai scivoloso. Vi sono confessioni religiose, come l’ebraismo, per le quali è considerato una profanazione anche il solo pronunciare il nome di Dio, non a caso custodito nel mistero del sacro tetragramma YHWH costituito di sole consonanti e di cui non è lecito ipotizzare le vocali.
Per quel che vale, chi scrive prova enorme disagio di fronte a chi bestemmia la Divinità, i santi e i profeti di qualsivoglia confessione religiosa; dunque anche del Profeta dei musulmani, Maometto. Non mi permetterei mai di pubblicare, appellandomi al diritto di satira, neanche le vignette su Maometto di Charlie Hebdo. Provo disagio perfino a rileggere i versi del ventottesimo canto della Divina Commedia nei quali Dante ricorre al turpiloquio per descrivere le interiora aperte di Maometto, condannato all’inferno in quanto seminatore di discordia.
Qui davvero sarebbe prova di ristrettezza di vedute accontentarci dei pro e contro in cui s’avvita il dibattito sul “politicamente corretto”. Nel tempo presente assistiamo a un vero e proprio rovesciamento delle parti, quando in ballo ci sono il sacro e la blasfemia.
Per secoli bestemmiare è stata una forma primitiva e volgare di rivolta contro un’autorità costituita che si trincerava dietro all’investitura divina. Bestemmiavano molti sovversivi; i primi rivoluzionari promettevano di impiccare l’ultimo prete con le budella dell’ultimo re; si compiacevano della profanazione anche tanti sessantottini d’animo pacifico che pretendevano con ciò di dimostrarsi partecipi di una rivolta antisistema.
Oggi nelle fasce marginalizzate delle società occidentali emergono movimenti di natura reazionaria e oscurantista che, al contrario, rivendicano fino all’estremo la falsa pretesa di essere i custodi della sacralità e dell’ortodossia. L’islam fondamentalista ne è l’interprete principale nei ghetti urbani d’Europa; ma basta guardare agli Stati Uniti o all’India per constatare che l’islam è solo uno dei veicoli di tale pulsione fanatica oscurantista. La laicità dello Stato e l’insegnamento del pensiero critico vengono contestati in quanto fattori degenerativi; cui le comunità dei credenti devono ribellarsi, separandosene, per non finirne corrotte.
Ci è fin troppo facile replicare che sono i predicatori dell’odio, adescatori di giovani drop out come il macellaio di Conflans, i veri bestemmiatori. Ma non è certo per indulgenza nei loro confronti che dobbiamo sobbarcarci un ruolo di mediatori in questo conflitto di civiltà che lacera il fragile tessuto della convivenza democratica fra diversi. Non a caso Macron indica nel “separatismo islamico” il pericolo da scongiurare; e, per agire in tal senso, anche i credenti sono chiamati a riconoscere a denti stretti l’esistenza di un diritto alla blasfemia.
Samuel Paty, dopo le manifestazioni di domenica scorsa, domani verrà solennemente commemorato dalle istituzioni francesi. La delicatezza con cui si era rivolto agli alunni musulmani prima di chiamare la sua classe a riflettere sulle vignette di Charlie Hebdo confermano che si trattava di un insegnante valoroso. Merita ben altro ricordo che l’oltraggiosa esibizione della sua testa mozzata sulla prima pagina di un giornale incarognito della destra italiana.