Da De André a Celentano, gli “Amici fragili” di Scanzi

Abbiamo avuto, e per fortuna abbiamo ancora, artisti straordinari. Nelle puntate della prima stagione di Amici fragili, da oggi in esclusiva su TvLoft (www.tvloft.it e app) le prime quattro, ho cercato di raccontarne otto. L’ho fatto intervistando chi li ha conosciuti e ci ha lavorato, non di rado lasciando che cantassero le loro canzoni accompagnati ogni puntata da I Terza Corsia (con cui a teatro racconto i Pink Floyd).

La scelta non è stata facile, e dico subito che – se vorrete e potremo – “toccherà” al più presto fare altre stagioni. Non vedo l’ora di parlare anche di Vasco, Zucchero, Guccini, Fossati, Battiato, Bennato, Jannacci, Bertoli, Ciampi, Tenco, Endrigo, Lauzi, Bindi, De Gregori, Conte, Mia Martini, Mina, Csi, Pfm eccetera. I “primi otto” sono stati per me quasi obbligatori. Tre di loro li racconto da anni a teatro (Gaber, De André, Graziani). Uno, Rino Gaetano, resta un alieno meraviglioso. Lucio Battisti è stato un musicista di genio portentoso. Lucio Dalla era un folletto uscito da chissà quale fumetto. Pino Daniele ha inventato un genere (e un sound chitarristico: chiedete conferma al suo amico Eric Clapton). E Adriano Celentano, be’: Adriano è Mito fatto uomo. O se preferite viceversa.

Mi sono divertito come un bambino. Quel salotto è stato per me – spero anche per voi! – come il paese dei balocchi. Ho avuto la fortuna di essere circondato da una squadra straordinaria di autori e tecnici. E ho potuto parlare di una delle cose che mi fa vibrare di più. Amici fragili era anche il titolo della mia tesi vent’anni fa, proprio sui cantautori, ed è bello chiudere i cerchi. Le puntate che trovate su TvLoft (abbonatevi!) non potranno non piacervi. Vi emozionerete spesso. Per esempio quando Dori Ghezzi racconterà il suo Faber. O quando Gaetano Curreri canterà il suo Dalla. O quando Filippo Graziani ridarà vita a papà Ivan. Troverete ospiti irrinunciabili. Da Renzo Arbore a Piero Pelù, da Eugenio Finardi a Giulio Casale (monumentale nell’interpretare Gaber), da Noemi a Irene Grandi, da Dente a Giuliano Sangiorgi, da Raiz (che emozione la sua rilettura di Pino) a Giovanni Gulino (che bravo nell’eseguire Dalla).

Come riferimenti tivù, ho pensato a Blitz dell’immenso Minà e D.o.c. del grande Arbore: perdonatemi l’ardire, Gianni e Renzo! Cantava Fabrizio: “Potevo chiedervi come si chiama il vostro cane, il mio è un po’ di tempo che si chiama Libero”. Ecco. Questi artisti erano, sono e saranno anzitutto questo: “Liberi”. Di creare, di azzardare, di sognare.

Buona musica a tutti voi.

Le quattro stagioni di Ben: Harper si dà alla sinfonia

Chuck Berry, Jimi Hendrix, Keith Richards, David Gilmour, B. B. King, Jimmy Page, Jeff Beck, Eric Clapton. Cosa sarebbe accaduto se ciascuno degli dèi della chitarra avesse composto una sinfonia, con preludio, suite ed epilogo? Come sarebbe stata Little Wing o Harvest scomposta e ricomposta in allegro, adagio, minuetto, finale?

A mettere in pratica questa bizzarra e coraggiosa idea è stato Ben Harper con il nuovo album Winters Is For Lovers, ascoltato in anteprima, in uscita venerdì. Suonato interamente con la sua chitarra lap steel Monteleone, si dipana in quindici tracce immaginate per una sinfonia. Visionario, virtuoso, profondo, Harper suddivide le note in cartoline da viandante: Montreal, Parigi e persino Verona oltre alla sua regione d’origine, Inland Empire.

“Questo è il mio primo album interamente strumentale”, racconta l’artista californiano. “È semplice, essenziale, ci siamo solo io e la mia chitarra lap steel. Suona quasi spoglio e intimo proprio come speravo, perché è come se suonassi nel tuo soggiorno. È ridotto all’osso, a differenza di molti altri album di oggi. Sono un grande fan del flamenco, della musica classica, di quella hawaiana e della chitarra blues e spero di avere in qualche modo rappresentato tutte queste influenze in Winter Is For Lovers. È una sfida completamente nuova. Registrare solo con una chitarra, senza alcun testo, è stato molto più impegnativo rispetto ai lavori precedenti, ma anche più gratificante”.

London è accompagnata da un videoclip girato al Folk Music Store, il negozio di strumenti musicali che i suoi nonni aprirono negli anni Cinquanta: proprio in quel luogo Ben ha conosciuto mostri sacri quali Jackson Browne, Leonard Cohen, Ry Cooder, Taj Mahal e molti altri. Colpisce la copertina, liberamente ispirata dal capolavoro di Bob Dylan The Freewheelin’, fotografata da Don Hunstein a New York nel febbraio 1963. È un messaggio di speranza e di romanticismo rivolta ai nostri tempi incerti e inquieti.

E le tracce? Istanbul colpisce per un arpeggio rock’n’roll sopra le righe, Joshua Tree apre a spazi sconfinati e una lieve malinconia; Paris rimanda ai vicoli, le brasserie, suoni molto evocativi: “Ho scritto molto a Parigi nel corso degli anni, ed è il mio tentativo di descrivere in musica l’esperienza di una passeggiata in un parco della città”. Inland Empire la melodia più delicata, soffice come la neve, riflessiva e autunnale. Sono fonti di suggestioni, sapori, umori: Bizanet è elettrica e lisergica, quasi un esercizio virtuoso ostentato. “Il brano London per me è influenzato dai grandi chitarristi britannici come Richard Thompson, Nick Drake, John Martyn, Jimmy Page. Ha quella spinta e pulsazione britannica, un rombo tintinnante che ho cercato di ottenere”.

L’origine del disco si può trovare in uno dei singoli recentemente pubblicato dal cantautore insieme a Rhiannon Giddens, una versione a quattro mani di Black Eyed Dog di Nick Drake: “Siamo entrambi fornitori neri di musica roots americana” chiosa Ben, “abbiamo indiscutibilmente attinto allo stesso pozzo creativo, portando avanti la tradizione attraverso i nostri istinti e prospettive individuali”. Durante la registrazione Harper ha letto e riletto Infinite Jest di David Foster Wallace e si è fatto influenzare dalla struttura narrativa unica del libro distopico, soprattutto seguendo l’esempio dell’autore di fondere insieme una serie di racconti per creare una narrativa più ampia, tentando – e riuscendoci – di fare lo stesso con il nuovo album.

Il dottore s’è fatto scrittore

Tra le superstizioni della vecchia Russia c’era quella di inserire una zolletta di zucchero nella vagina delle partorienti per attirare il bambino fuori dall’utero. Una credenza innocua e meno disgustosa dell’intruglio a base di capelli, destinato allo stesso scopo ma da ingerire. Ne parla Bulgakov in Memorie di un giovane medico, raccolta di racconti edita da Neri Pozza con una nuova traduzione di Serena Prina, apparsa per la prima volta in Urss nel 1963, quando è iniziata la rinascita postuma di un autore amato da Stalin ma non al punto da permettergli di continuare a pubblicare.

Fresco di laurea in Medicina, nel 1916 Bulgakov viene mandato allo sbaraglio in uno sperduto villaggio dove si trova a dover effettuare interventi che nella migliore delle ipotesi ha visto soltanto praticare in università. Ciascun caso è il tema di uno dei testi: l’amputazione di una gamba a una giovane dalle bionde trecce, la tracheotomia di una bambina difterica e diversi “rivolgimenti” di feti poco inclini a venire al mondo per via della posizione trasversale e nonostante zolletta.

Il racconto più bello si intitola V’juga, La tormenta. Come al solito il giovane medico sta per riposarsi e farsi un bagno caldo quando bussano alla porta con urgenza. La tempesta infuria e nasconde le strade ma bisogna andare. La bella figlia dell’agronomo è caduta dalla slitta e ha picchiato la testa durante le nozze. Il marito è pazzo dal dolore: era lui a condurre i cavalli e non può concepire di restare vedovo dopo avere fatto di tutto per conquistarla. La notte e la morte incombono sulla casa sprofondata nella neve. Il dottor Bomgard, alter ego autobiografico dell’autore, non può far niente a parte addormentare con un’iniezione il vedovo e andarsene a costo di perdersi nella tormenta. Ci sono perfino i lupi a minacciare il viaggio, ma alla fine delle disavventure il medico trova sempre un rifugio di luce e razionalità simboleggiato dal miraggio di un ospedale in città.

Il modello di Bulgakov sembra per molti aspetti essere il Cechov del racconto La corsia n. 6. È la storia di un medico che lavora in un manicomio nella profonda provincia russa e sente la mancanza della società intellettuale, come un paziente con cui conversa così a lungo da essere internato pure lui. Ma La corsia n. 6 è un’opera di livello altissimo della maturità cechoviana che per qualità si potrebbe accostare ad altri lavori di Bulgakov più che a queste memorie. Cechov stesso, come il protagonista del suo racconto, era medico per forza più che per vocazione.

In Italia, molto prima di Andrea Vitali, medico malgrado le aspirazioni letterarie è stato Carlo Levi, almeno durante l’esilio in Lucania. Come racconta in Cristo si è fermato a Eboli, durante il confino viene costretto a esercitare e preso d’assalto da un’umanità non meno atavica e lontana dai lumi della ragione e della scienza di quella che bussava alla posta di Bomgard. Il contrasto tra pensiero magico e ragione, tipico dei racconti medici, ha trovato un punto di convergenza apparente nella vita di un altro dottore diventato scrittore, Arthur Conan-Doyle, da un lato dedito allo spiritismo e dall’altro creatore di un personaggio logico-deduttivo come Sherlock Holmes. Le derive del positivismo ottocentesco vedevano nel potenziamento dei poteri mentali la possibilità di superare le barriere tra la vita e la morte senza sentirsi in contraddizione con le convinzioni scientifiche dell’epoca e così Conan-Doyle non si sentiva a disagio nel dichiarare di credere alle fate e di avere evocato in una seduta il fantasma di Dickens. Figlia di un medico, Letizia Muratori apre la raccolta di racconti intitolata Spifferi (La nave di Teseo) con un testo, Rispondi a Dimitri, in cui le certezze del razionale si infrangono nel tentativo di capire chi si nasconde dietro la voce di un misterioso ex paziente che vive nel quartiere Trieste di Roma e da anni telefona al dottore in cerca di compagnia. Il dottore non sapeva come liberarsene e si era rassegnato ad ascoltarne i monologhi, ma la figlia voleva liberarsi di quel tormento come di un vecchio mobile inutile e ingombrante.

Altro scrittore medico è Céline, la cui deriva antisemita si deve anche a vicende personali, come la sua sostituzione nel dispensario di Clichy con un collega ebreo. Bulgakov deplora invece l’antisemitismo di Petljura tanto da sublimare l’odio per i nazionalisti ucraini in un omicidio letterario: il medico protagonista di Io ho ucciso – l’ultimo dei racconti della raccolta – spara al capo del gruppo di combattenti che lo ha costretto a mettersi al suo servizio, mentre infuria la guerra civile in una città stravolta e piena di cadaveri. La tempesta meteorologica lascia il posto a quella di piombo e sembra finire con la vittoria dei rossi che invece condannerà Bulgakov a lavorare per l’aldilà letterario.

Voto: al Nord trionfa Tatar, che vuole l’isola in mano ai turchi

Non appena è risultato evidente che le presidenziali nella Repubblica Turca di Cipro del Nord erano state vinte al ballottaggio da Ersin Tatar, Ankara si è subito congratulata elogiandolo come aveva fatto durante tutta la campagna elettorale. Del resto questo fazzoletto di terra nel nord dell’isola di Cipro è diventato una repubblica – riconosciuta solo dalla Turchia – grazie all’invasione turca nel 1974. Da allora è controllata de facto dalla Turchia. Il Sultano, ovvero il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, è stato il maggiore sponsor del nazionalista di destra Tatar che lascia pertanto la sua carica di primo ministro per salire un altro scalino e raggiungere il vertice dell’entità statuale. Tatar, oltre a essersi contraddistinto per una agenda di intenti dichiaratamente pro Ankara, è entrato nelle grazie di Erdogan perché ha promesso di impegnarsi in ogni modo affinchè l’isola del Mediterraneo venga divisa ufficialmente in due stati separati. L’esponente della destra nazionalista ha ricevuto quasi il 52% dei voti ottenendo una vittoria a sorpresa. Il suo avversario e presidente in carica, Mustafa Akinci ha invece cercato sempre un dialogo con i “nemici” per riportare una riunificazione con la parte greca dell’isola.

Cipro si ritrovò divisa 46 anni fa quando la Turchia invase il nord dopo un colpo di Stato militare, appoggiato dai Colonnelli di Atene, che dalle premesse avrebbe emarginato la minoranza turca concentrata soprattutto nella zona settentrionale dell’isola. A Cipro secondo la mitologia nacque Afrodite, la Dea della bellezza e armonia. Ma la pace, frutto dell’armonia, qui non è più di casa da ben prima dell’arrivo dei militari turchi.

L’auto-proclamata Repubblica Turca di Cipro del Nord (TRNC) ha una popolazione di circa 300.000 abitanti. La Turchia da oggi aumenterà le pressioni sull’Unione europea perchè non intralci le attività delle proprie navi trivella nelle acque cipriote attorno, per l’appunto, alla cosiddetta zona turca. Le esplorazioni dei fondali marini alla ricerca di idrocarburi ha costretto la Grecia a chiedere alla Ue (di cui fa parte) di proteggere i suoi interessi nel Mediterraneo Orientale. Ma l’Europa non ha imposto sanzioni a Erdogan come avrebbe voluto Atene e ora la vittoria di Tatar suona come un ulteriore allarme.

Morales pronto a tornare. Bolivia, vince l’Evonomics

“Sorelle e fratelli, la volontà del popolo ha avuto la meglio. Mas ha conseguito una vittoria schiacciante. Il nostro movimento politico avrà la maggioranza anche in entrambe le camere. Siamo tornati a essere milioni, ora restituiremo la dignità e la libertà al popolo”. È un Evo Morales che si preparava da un anno a questa rivincita quello che ieri ha commentato dall’esilio in Argentina i risultati – inattesi anche per lui – delle elezioni boliviane di domenica che danno Luis Arce, suo ex ministro dell’Economia e candidato al suo posto al 52,4% dei voti contro il 32,1 dell’avversario centrista Carlos Mesa.

Un trionfo che, se confermato dai risultati ufficiali, andrebbe oltre anche il plebiscito per Morales del 2005 e sottolineerebbe la vittoria della “Evonomics”, il piano economico che ha portato la Bolivia dopo 14 anni di presidenza Morales al boom economico. A festeggiare ieri non è stata solo La Paz, ma i presidenti amici del Sudamerica, da Rafael Corea, Ecuador a Nicolas Maduro, Venezuela, passando per Miguel Diaz-Canel, Cuba, tutti critici nei confronti dell’Oea, l’Organizzazione degli Stati americani che alle scorse elezioni del 2019 mise in dubbio i risultati di Mas avviando così il processo di destituzione del presidente Morales. Dubbio sorto anche questa volta, quando a metà nottata, alla chiusura dei seggi, il conteggio elettronico dei voti è stato interrotto per tre ore. “Si preparano a nascondere il grande trionfo del popolo rappresentato da Mas-Ipsp”, aveva twittato lo stesso Morales.

Finché a fugare ogni dubbio era stato il neo-presidente eletto, Arce, che congratulandosi con tutti i boliviani per la vittoria ha promesso “di recuperare la democrazia, la stabilità e la pace sociale. Uniti, con dignità e sovranità”. Hashtag: #VamosASalirAdelante (Ne usciremo). Chiaro riferimento alla crisi economica causa Covid che in Bolivia ha fatto già crollare dell’11% il Pil. Quanto a Morales, Arce ha giurato in campagna elettorale di “rispettare la separazione dei poteri” riferendosi alle accuse a carico del presidente indigeno di secessione e terrorismo, oltre che le due violenze sessuali.

Niente ritorno in patria da vincitore per Morales, dunque? Lui, il presidente dello Stato plurinazionale di Bolivia, in realtà solo a settembre l’aveva promesso in un’intervista in cui chiedeva i voti per Mas. “Il mio rientro dipende da voi (militanti, ndr). Sono sicuro sorelle e fratelli che non mi abbandonerete: vinceremo le elezioni e il giorno dopo stesso passerò la frontiera di Yacuiba in direzione Bolivia”. E l’ha ribadito ieri da Buenos Aires: “Prima o poi torneremo in Bolivia, questo non è in discussione. È una questione di tempo. Il mio grande desiderio è tornare in Bolivia, dove sono nato come leader sindacale e da lì sono diventato presidente”, “Se Morales torna, dovrà sottoporsi alle decisioni della Giustizia”, aveva risposto il mese scorso la presidente ad interim, Jeanine Áñez. A decidere le sorti dell’esiliato dunque potrebbe non essere solo la vittoria schiacciante del suo partito. Il suo rientro a questo punto – si chiedono vari analisti sudamericani – dipende anche da quanto sia disposto a cedere Arce. La cosa che appare sicura, è che Morales non potrebbe né sarebbe disposto ad assumere l’incarico di presidente. A gennaio scorso, in un’altra intervista, infatti, aveva confessato che il suo più grande errore fu quello di ricandidarsi alla presidenza della Bolivia per la terza volta. Tuttavia, solo lui con il suo carisma e le capacità acquisite dal sindacato alla guida del Paese, potrebbe assicurare ai suoi elettori, più del 50% del Paese, di ripristinare l’ordine democratico messo a rischio dai rivali. Ma non è da sottovalutare, e certamente Arce non è disposto a farlo, che tra le migliaia di persone scese in piazza nel 2019 contro Morales c’erano anche molti votanti di Mas che a Morales non avevano perdonato il referendum sul terzo mandato presidenziale. Contro di lui si era creato un movimento trasversale composto dalla borghesia bianca conservatrice desiderosa di liberarsi del socialismo, ma anche da compagni che chiedevano un rinnovamento. Non a caso il rientro dell’ex presidente era stato usato dai rivali in campagna elettorale come minaccia per togliere voti a Mas. Ad attendere il movimento ora è uno dei momenti più critici per il Paese. Un compito ingrato che spiegherebbe anche la resa della presidente Áñez che ha scelto di non ricandidarsi e che già ai primi sondaggi si è precipitata a congratularsi con Arce. Come a dire: avete voluto la vittoria, godetevela.

L’Authority vs De Micheli: ancora troppi regali ad Aspi

C’ è un parere dell’Autorità di regolazione dei trasporti (Art) su Autostrade, che è passato un po’ inosservato e invece è fondamentale perché potrebbe impattare, se recepito dal ministero diretto da Paola De Micheli, sia sul valore di Aspi sia sui pedaggi autostradali. Il parere consultivo è firmato dal presidente dell’Autorità, Andrea Camanzi, e porta la data del 14 ottobre. Era stato richiesto dal ministero delle Infrastrutture in vista dell’approvazione dell’aggiornamento del Piano economico finanziario (Pef) di Autostrade per l’Italia, da cui discenderanno nell’ordine: i pedaggi automobilistici (Camanzi segnala “significative difformità applicative potenzialmente idonee a riflettersi anche sui livelli tariffari”), gli utili per il concessionario e, quindi, il prezzo di cessione delle quote di Aspi a Cassa Depositi e Prestiti.

Nel pareredell’Autorità c’è un dato inedito: Aspi sostiene nelle carte trasmesse ad Art che il suo tasso interno di rendimento lordo (TIR) è del 13,71% sul capitale investito nelle vecchie opere. Un dato molto alto e inedito. Per capirlo basta andare a leggere il comunicato ufficiale di Aspi del 28 agosto 2018. Il clima era arroventato: il 14 agosto crolla il ponte Morandi e il 28 agosto – quando Toninelli pubblica le convenzioni sostenendo che i rendimenti sono scandalosi– Autostrade cerca di limitare il danno mediatico sostenendo che “il rendimento lordo del 10,21% contenuto nella convenzione di Aspi è in realtà pari al 6,85% dopo le tasse” e che sui nuovi investimenti il rendimento sarebbe sceso al 7,3 per cento. Ora si scopre che Aspi, alla vigilia della vendita delle quote societarie, vanta sui vecchi investimenti un rendimento più alto di 3 punti e mezzo: il 13,71%.

“Quel 10,21 – spiega al Fatto Aspi – è relativo solo a nuovi limitati investimenti per circa 1,5 miliardi che Aspi avrebbe dovuto avviare sulle barriere anti-rumore. I nuovi investimenti avranno invece il nuovo rendimento precisto da Art, cioé il 7 per cento. Infine tutti gli investimenti completati e anche parzialmente ammortizzati avranno invece una remunerazione del 13,71%”. Perfetto. Però a noi sembra che il comunicato del 2018 diceva una cosa diversa.

Art bacchetta Aspi anche sui dividendi esagerati. Camanzi scrive: “Da stime elaborate dagli uffici dell’Autorità, risulterebbe un Tir (Tasso interno di rendimento) degli azionisti superiore al 40% e, contestualmente, alcune criticità circa gli indici annuali relativi alla sostenibilità del debito. In particolare (…) si rileva che: la politica adottata dal concessionario per la distribuzione dei dividendi fa registrare ingenti tassi di rendimento per gli azionisti e un continuo ricorso all’indebitamento, che ammonta a oltre 16 miliardi di euro tra il 2020 e il 2038, (…) apparentemente finalizzato ad assicurare l’erogazione dei dividendi (…) piuttosto che il rafforzamento patrimoniale della società”. Troppi dividendi agli azionisti finanziatia debito indeboliranno la società? Aspi precisa: “Se si calcolasse il tasso di rendimento invece che sul patrimonio netto sul valore di mercato di Aspi si scenderebbe all’8 per cento dal 40”.

Infine c’è il tema Covid. Per l’Autorità non è vero affatto, come sostenuto dal Ministero in una nota del 5 ottobre, che Aspi ha diritto in automatico a recuperare quanto ha perso per la riduzione del traffico durante il lockdown. Il rischio traffico fa parte del gioco, salvo eccezioni, ricorda Camanzi. Per l’Art “l’inclusione in tariffa di tale onere, contrariamente a quanto rappresentato dalla Direzione Generale Vigilanza Concessioni Autostradali del Mit nella propria nota (…) indirizzata alle Società concessionarie autostradali, rimane in ogni caso subordinata alla preventiva ed esplicita autorizzazione da parte del Mit, anche in considerazione del fatto che il Sistema tariffario Art prevede il trasferimento del rischio traffico in capo al concessionario, fatte salve le ipotesi, di non automatica attivazione”.

Non parliamo di bruscolini. L’onere dichiarato dal concessionario, scrive Art, “ammonta asseritamente a circa 532 milioni di euro”. Aspi per decenni, come è noto, ha guadagnato miliardi proprio grazie alle previsioni di traffico pessimistiche. Allora non restituiva gli utili fatti con il traffico reale. Ora, sottolinea Art, se il ministero, affermasse il principio che il rischio Covid lo paga lo Stato, “l’eventuale riconoscimento di tale posta potrebbe dar luogo alla rivendicazione di analogo trattamento da parte di altri gestori infrastrutturali” (cioé Gavio, Toto, etc).

Aspi precisa: “Saranno riconosciuti in realtà di questi 532 milioni solo 332 milioni perché altrimenti l’aumento delle tariffe supererebbe il tetto dell’1,75 per cento”.

Il mancato riconoscimento degli oneri Covid e delle rettifiche dei conti derivanti dall’adeguamento ai nuovo principi contabili Ita-Gaap previsto nel piano di Aspi, potrebbe avere impatti importanti sui ricavi. La tariffa – se il Mit non dovesse riconoscere gli importi calcolati nel piano – invece di salire dell’1,75% potrebbe salire solo dell’1,08 o addirittura solo dello 0,87. In questa ultima ipotesi i ricavi mancanti potrebbero – nel periodo intero della concessione – superare i 6 miliardi di euro. Aspi replica: “L’1,75 è un livello imposto dal Governo ad Aspi per realizzare 14,5 miliardi di investimenti e 7 miliardi di manutenzioni. Se il MIT volesse ridurre la soglia della tariffa, sarà necessario ridurre investimenti e manutenzioni”. Ora sarà il ministero guidato da Paola De Micheli a decidere.

La manovra è da 40 miliardi, compresi i fondi Ue. Riforma dell’Irpef nel 2022

L’articolato, ovvero la legge di Bilancio 2021 vera e propria, ancora non c’è: il Consiglio dei ministri di sabato sera l’ha approvata “salvo intese”, che evidentemente ancora non ci sono del tutto. Le grandi linee della manovra, però, sono state spiegate ieri pomeriggio in conferenza stampa da Giuseppe Conte e dal ministro dell’Economia Roberto Gualtieri. Intanto l’ammontare dell’intervento: 39,7 miliardi , però solo tenendo conto di 15 miliardi dai vari programmi del Next Generation Ue che non è ancora stato approvato. Gualtieri, peraltro, ha ricordato che l’anno prossimo hanno effetti anche i tre decreti anti-crisi del 2020: in termini di saldi, per la precisione, 19 miliardi per l’eliminazione degli aumenti Iva (le ex clausole di salvaguardia) e altri 12 miliardi per vari provvedimenti già finanziati.

Novità sostanziali, rispetto alle anticipazioni di questi giorni, non sembrano essercene: da luglio ci sarà l’assegno unico per i figli (fino a 200 euro) che sostituisce la babele di sgravi e bonus già in vigore e riguarderà anche autonomi e incapienti; è stato poi reso stabile il taglio del cuneo fiscale da 500 euro per i redditi fino a 24mila euro lordi annui; cartelle esattoriali, pignoramenti e in generale l’attività di riscossione coattiva è stata rinviata per l’intero 2020; quanto alla riforma dell’Irpef e in generale del sistema fiscale andrà scritta quest’anno per entrare in vigore dal 2022 (a questo fine sono già stati messi a bilancio 8 miliardi l’anno ed è stato creato un fondo ad hoc da incrementare coi maggiori introiti fiscali attesi in particolare dagli incentivi ai pagamenti elettronici, che partono questo dicembre).

Le spese maggiori della prossima manovra – in attesa del dettaglio sul Recovery Plan italiano (che si concentrerà sugli investimenti, in particolare nella detassazione di quelli privati tipo “Transizione 4.0” e superbonus al 110%) sono in settori attesi: 5 miliardi serviranno per prolungare la cassa integrazione “Covid” (che copre anche le piccolissime imprese, in genere escluse), mentre un decreto legge arriverà a breve per garantirla fino a fine anno a chi esaurirà a metà novembre le 18 settimane di Cig già finanziate; altri 4 miliardi andranno alla sanità per varie iniziative (confermare le 33mila assunzioni già effettuate, pagare i vaccini, etc); 4 miliardi serviranno a ristorare i settori più colpiti dalla crisi e dalle (nuove) chiusure come ristorazione, turismo e trasporti; 1,2 miliardi alla scuola in particolare per assumere 25mila insegnanti di sostegno (una dei settori più scoperti). Tornando ai fondi europei, il premier non è preoccupato dei ritardi (“troveremo il modo di avere gli anticipi previsti”), quanto “di sopperire al deficit di capacità amministrativa di spesa con meccanismi e strutture normative che ci consentano di non sprecare un euro”.

Raggi, due testi in Appello. I legali: “È inammissibile”

Virginia Raggi dovrà affrontare la prima parte della sua campagna elettorale con la spada di Damocle del processo di secondo grado in corso. Il dibattimento la vede imputata per falso documentale, dopo l’assoluzione “perché il fatto non costituisce reato”, intervenuta in primo grado. La seconda sezione penale della Corte d’Appello di Roma ieri ha disposto per il 26 novembre l’audizione come testimoni di Fabrizio Belfiori, l’ex segretario particolare della sindaca e Antonio De Santis, attuale assessore alle Risorse Umane, nel 2016 delegato al Personale. Si tratta di due testi già escussi durante il processo di primo grado, ma solo uno di loro – Belfiori – richiesto dalla Procura alla presentazione della richiesta d’appello, mentre De Santis era stato inserito in una lista di cinque testimoni indicati dall’accusa nel corso della prima udienza.

Raggi è accusata di aver inviato all’Ufficio anticorruzione capitolino una falsa dichiarazione – poi girata all’Anac – in merito alla nomina di Renato Marra, dirigente di Polizia Locale, a direttore del Dipartimento commercio nonostante la presenza del fratello Raffaele Marra nel suo staff e direttore dell’ufficio Risorse Umane. Il ruolo di Raffaele Marra, “in relazione alla nomina del fratello Marra Renato, era stato di mera pedissequa esecuzione delle determinazioni assunte (…) con compiti di mero carattere compilativo” è la frase “incriminata” secondo l’accusa. I difensori della sindaca, Pierfrancesco Bruno, Emiliano Fasulo e Alessandro Mancori, avevano presentato opposizione alla discussione in Appello, fra le altre cose “poiché i firmatari dell’appello non fanno altro che esprimere un’insoddisfazione, un malcontento o, tutt’al più, un mero dissenso interpretativo in ordine alle considerazioni a tal fine trasfuse nella decisione impugnata senza, tuttavia, prospettare ai giudici le circostanze fattuali che aspirerebbero a dimostrare con la nuova escussione dei testimoni”.

Sacro e blasfemo,lezione francese

L’efferatezza rituale del delitto che ha inorridito la Francia – un bravo insegnante decapitato davanti alla sua scuola – e la giovane età del suo fanatico ma lucido assassino, ci costringono a fare i conti con un argomento scabroso: chi si impadronisce del sacro nella nostra società secolarizzata? E cosa lo spinge a compiere un gesto abominevole per vendicare una bestemmia?

Prima di venire a sua volta ucciso dalla polizia, il diciottenne ceceno era riuscito a esibire sui social il suo macabro trofeo, la testa del professor Samuel Paty, per sfidare direttamente il presidente francese con parole non casuali: “A Macron, capo degli infedeli, ho giustiziato uno dei tuoi cani infernali che ha osato sminuire Maometto”.

Nelle settimane precedenti, dopo un altro attentato e in apertura del processo per la strage nella redazione di Charlie Hebdo, Emmanuel Macron aveva espresso un concetto di laicità che aveva indispettito non solo i fondamentalisti musulmani, ma anche i governi di Paesi, come la Turchia, che si ergono a portavoce dell’ortodossia islamica.

Leggiamolo con attenzione, notando subito che nessun rappresentante istituzionale italiano avrebbe adoperato un simile argomento riguardo alle vignette su Maometto che il giornale satirico aveva deciso di ripubblicare: “Penso che il presidente della Repubblica in Francia non debba mai qualificare le scelte editoriali di un giornalista, di una redazione, mai. Perché c’è una libertà di stampa a cui si è giustamente legati, in maniera profonda. In Francia la libertà di blasfemia è collegata alla libertà di coscienza. Dal mio punto di vista, io sono qui per la tutela di tutte queste libertà”. E ancora: “La libertà di non credere è inseparabile dalla libertà d’espressione, fino al diritto alla blasfemia”.

La contrapposizione non potrebbe essere più esplicita: il capo di uno Stato laico che difende il diritto alla blasfemia. Per comprendere la portata di questa affermazione, ricordiamo che in Italia l’articolo 724 del Codice penale tuttora prevede che la bestemmia sia un illecito amministrativo, come tale sanzionabile, benché depenalizzato: “Chiunque pubblicamente bestemmia, con invettive o parole oltraggiose, contro la Divinità è punito con la sanzione amministrativa pecuniaria da euro 51 a euro 309”.

Il tema è quanto mai scivoloso. Vi sono confessioni religiose, come l’ebraismo, per le quali è considerato una profanazione anche il solo pronunciare il nome di Dio, non a caso custodito nel mistero del sacro tetragramma YHWH costituito di sole consonanti e di cui non è lecito ipotizzare le vocali.

Per quel che vale, chi scrive prova enorme disagio di fronte a chi bestemmia la Divinità, i santi e i profeti di qualsivoglia confessione religiosa; dunque anche del Profeta dei musulmani, Maometto. Non mi permetterei mai di pubblicare, appellandomi al diritto di satira, neanche le vignette su Maometto di Charlie Hebdo. Provo disagio perfino a rileggere i versi del ventottesimo canto della Divina Commedia nei quali Dante ricorre al turpiloquio per descrivere le interiora aperte di Maometto, condannato all’inferno in quanto seminatore di discordia.

Qui davvero sarebbe prova di ristrettezza di vedute accontentarci dei pro e contro in cui s’avvita il dibattito sul “politicamente corretto”. Nel tempo presente assistiamo a un vero e proprio rovesciamento delle parti, quando in ballo ci sono il sacro e la blasfemia.

Per secoli bestemmiare è stata una forma primitiva e volgare di rivolta contro un’autorità costituita che si trincerava dietro all’investitura divina. Bestemmiavano molti sovversivi; i primi rivoluzionari promettevano di impiccare l’ultimo prete con le budella dell’ultimo re; si compiacevano della profanazione anche tanti sessantottini d’animo pacifico che pretendevano con ciò di dimostrarsi partecipi di una rivolta antisistema.

Oggi nelle fasce marginalizzate delle società occidentali emergono movimenti di natura reazionaria e oscurantista che, al contrario, rivendicano fino all’estremo la falsa pretesa di essere i custodi della sacralità e dell’ortodossia. L’islam fondamentalista ne è l’interprete principale nei ghetti urbani d’Europa; ma basta guardare agli Stati Uniti o all’India per constatare che l’islam è solo uno dei veicoli di tale pulsione fanatica oscurantista. La laicità dello Stato e l’insegnamento del pensiero critico vengono contestati in quanto fattori degenerativi; cui le comunità dei credenti devono ribellarsi, separandosene, per non finirne corrotte.

Ci è fin troppo facile replicare che sono i predicatori dell’odio, adescatori di giovani drop out come il macellaio di Conflans, i veri bestemmiatori. Ma non è certo per indulgenza nei loro confronti che dobbiamo sobbarcarci un ruolo di mediatori in questo conflitto di civiltà che lacera il fragile tessuto della convivenza democratica fra diversi. Non a caso Macron indica nel “separatismo islamico” il pericolo da scongiurare; e, per agire in tal senso, anche i credenti sono chiamati a riconoscere a denti stretti l’esistenza di un diritto alla blasfemia.

Samuel Paty, dopo le manifestazioni di domenica scorsa, domani verrà solennemente commemorato dalle istituzioni francesi. La delicatezza con cui si era rivolto agli alunni musulmani prima di chiamare la sua classe a riflettere sulle vignette di Charlie Hebdo confermano che si trattava di un insegnante valoroso. Merita ben altro ricordo che l’oltraggiosa esibizione della sua testa mozzata sulla prima pagina di un giornale incarognito della destra italiana.

 

Conte scende? I sondaggisti ce lo dicano…

È con viva curiosità che attendiamo a breve un sondaggio sulla popolarità del premier Conte, dopo l’annuncio di domenica sera sulla nuova stretta anti-Covid. Perché delle due l’una. O gli italiani considerano il Dpcm del presidente del Consiglio un “decretino” dileggiato dalla destra dattilografa, per giunta “inutile” (Giorgia Meloni), privo di “visione” (Repubblica), un provvedimento “scaricabarile” che “suscita l’ira dei comuni” (Corsera). Insomma, un vero disastro che se confermato da ciò che pensa il Paese comporterebbe il collasso dei consensi che Conte continua a registrare stabilmente dai giorni del lockdown (e in tal caso, probabilmente, la coalizione giallorosa ne sarebbe scossa dalle fondamenta). Oppure si potrebbe ipotizzare che proprio perché non rinchiude ma socchiude, non vieta ma ammonisce, non divide ma condivide (o almeno ci prova), l’avvocato di Palazzo Chigi possa avere convinto, una volta di più, la maggioranza dei suoi concittadini. Non parliamo della solita gara pro-contro, ma della possibilità reale che la pandemia, oltre ad aver sconvolto il pianeta, stia modificando i parametri sui quali si costruisce il consenso nelle democrazie. Poiché il virus non è di destra né di sinistra (e neppure centrista o sostenitore della rivoluzione liberale) sembra evidente che le tradizionali categorie della comunicazione politica non reggono più. Come negli Stati Uniti dove Trump potrebbe, a giorni, giocarsi la Casa Bianca per ciò che non ha fatto contro il diffondersi del contagio. Come a Parigi e a Londra dove sia Macron sia Johnson rincorrono in crescente affanno il tempo perduto a sottovalutare. Come mai, invece, in Italia malgrado la pessima stampa e l’ostilità personale dei leader sovranisti, che non smettono di considerarlo un abusivo (e sotto sotto un incapace), il virus (almeno fino a ieri) non aveva affatto indebolito il premier? Forse perché nello smarrimento collettivo egli resta comunque un punto di riferimento rassicurante? Forse perché quando si tratta della salute, le decisioni del governo hanno un peso maggiore rispetto alle proteste dell’opposizione? Forse perché i giornali non contano più niente? Forza Pagnoncelli, ci faccia sapere.