Il Tenero Sileri vince per sfinimento in tutti i talk-show

C’è un uomo che, da mesi, combatte contro tutto e tutti. Il Covid non teme, anche perché l’ha già avuto. Di Giletti non ha paura, anche perché nel suo salotto ormai ci vive o quasi. E di fronte ai troppi Fusaro non trema, se non forse per il freddo.

Non viene da Gotham City, da Darkwood e neanche da Krypton. Non ha le stimmate dell’eroe, i lineamenti del guerriero impavido e neanche la dialettica di Augias: è soltanto un viceministro aduso ai salotti tivù. Eppure, nel suo piccolo, Pierpaolo Sileri vive e lotta in mezzo a noi.

Chi si nasconde dietro le placide fattezze di questo quasi cinquantenne dalla capacità non comune di incassare colpi neanche fosse Chuck Wepner? Nato a Roma nel 1972. Laurea con lode in Medicina e Chirurgia nel 1998 presso l’Università di Roma Tor Vergata, dove consegue la specializzazione in Chirurgia dell’apparato digerente e il Dottorato di ricerca in Robotica e scienze informatiche applicate alla chirurgia. Nel 2018 è eletto senatore con il Movimento 5 Stelle nel collegio uninominale Roma-Collatino. Prima presidente della 12esima Commissione permanente Igiene e Sanità del Senato, quindi membro della Commissione parlamentare per l’infanzia e l’adolescenza del Senato. E poi viceministro della Salute nel Conte-2, all’ombra di Roberto Speranza.

Forse Sileri si aspettava tutta questa esposizione mediatica e più probabilmente no. Di fatto, da febbraio, sta in tivù persino più della D’Urso. Il Covid lo conosce bene. Già il 2 febbraio era partito per Wuhan come coordinatore di un team di medici e infermieri in una missione volta a consentire il rimpatrio di 56 connazionali colpiti da Coronavirus. Poi, il virus, se lo è beccato lui. Per fortuna senza gravi conseguenze.

I talk-show da febbraio sono cambiati: sempre meno politica politicante e sempre più salute. Tamponi, test sierologici. Mascherine, quarantena. Ok, si saran dette le redazioni, ma allora chi chiamiamo? Un virologo, e lì c’era (e c’è) l’imbarazzo della scelta. Qualche opinionista, ora tremendista e ora minimizzatore, così magari litigano pure sulla pandemia. Sì, d’accordo: manca però un politico. Uno che, di salute, ne sappia. Ci sarebbe Speranza, certo, ma lui è il ministro: mica può andare in tivù tutti i giorni. Servirebbe uno delle retrovie ma non troppo, un tipo mansueto da bosco e da riviera: ed ecco allora il Tenero Sileri. Di colpo, quest’omino garbato e un po’ impacciato ha cominciato a essere ovunque. Inizialmente non lo ha notato nessuno, poi si è capito che la sua ostinata “medietà” era una cifra distintiva.

Sileri si presenta come un mezzo bamboccione: nessuno punterebbe su di lui. Infatti lo chiamano anche e soprattutto quei talk che, se potessero, al governo Conte-2 darebbero fuoco. Sileri accetta ogni invito, forse per senso del dovere e forse per masochismo. Puntualmente tutti cominciano a usarlo come punching ball, e i Porro di turno gongolano. Ma è qui – a un passo dal ko – che la normalità del Tenero Sileri funziona. Lui incassa ogni colpo, rintuzza a modo suo i colpi e si fa ogni volta concavo e convesso. Non è che i dibattiti li vinca lui; più che altro, sono gli altri che mollano la presa perché ormai stanchi di attaccarlo. Il Tenero Sileri li prende tutti per sfinimento.

Non si è ancora capito se la sua sia tattica, flemma atavica o genetica attitudine alla quiete un po’ goffa. Di sicuro, quasi inspiegabilmente, quel suo buffo mix tra serietà e “non-televisività” funziona. Lo guardi, lo ascolti e ti dici: “Bah, tutto sommato di uno così io mi fido”. Per dirla con il grande Battiato, viviamo proprio strani giorni.

 

Concorso in magistratura: troppi errori e strafalcioni

Nei giorni scorsi alcuni organi di stampa hanno dato notizia che vari candidati del concorso in magistratura avevano superato le prove scritte nonostante gli elaborati fossero “pieni di strafalcioni giuridici e di errori di ortografia”. Ciò era emerso per avere un candidato, non ammesso alla prova orale, preso visione delle prove scritte esercitando il diritto di accesso agli atti. Secondo quanto narrato dalla stampa, sarebbe emerso che un candidato avrebbe sbagliato l’uso di molti congiuntivi, un altro avrebbe impiegato a casaccio gli apostrofi, altri avrebbero commesso grossolani errori di ortografia, un altro avrebbe citato una inesistente sentenza della Cassazione, un altro ancora avrebbe commesso il grave errore di diritto di ritenere le servitù un diritto reale di garanzia. In un compito un candidato avrebbe risposto a una domanda abbozzando uno schemino grafico, altri compiti presenterebbero segni di riconoscimento come scrittura in stampatello, pagine lasciate in bianco, ecc.

Dopo la denunzia di tali irregolarità, ci si sarebbe aspettato un intervento del Csm e del ministro di Giustizia il quale, in un suo intervento alla Camera, ha riferito che “la funzione di alta vigilanza assegnata al ministro della Giustizia sulla regolarità degli esami si traduce nella costante verifica della regolarità delle operazioni svolte dalla commissione esaminatrice rispetto alle modalità procedurali indicate dalla legge, ma non può in alcun modo includere il sindacato sul merito delle singole deliberazioni relative alle valutazioni dei candidati, soggette solo al sindacato di legittimità del giudice amministrativo”. Ci si sarebbe anche aspettato un intervento dell’Ag atteso il sospetto sulla esistenza di segni di riconoscimento, circostanza questa da accertare e che potrebbe aprire la strada a possibili fattispecie penali.

Chi è, invece, intervenuto, è l’Anm che, attraverso il suo presidente, ha così pontificato: “Gli attacchi alla onorabilità dei componenti della commissione esaminatrice sono irricevibili, è un tentativo di delegittimazione dell’intero ordine giudiziario” (stucchevole ritornello buono per tutte le occasioni). Ma è così difficile capire che è proprio l’immissione nell’ordine giudiziario di magistrati ignoranti a delegittimare l’ordine stesso poiché tali errori di sintassi, di ortografia, di diritto, fanno venir meno la fiducia dei cittadini in ordine all’effettiva preparazione dei magistrati e, quindi, alla loro sicura professionalità, requisito che deve sempre caratterizzare l’alta e delicata funzione? E non è certo difficile capire che la promozione di magistrati ignoranti fa venir meno la fiducia nell’autorevolezza e professionalità dei componenti la commissione esaminatrice, requisiti imprescindibili per la nomina di un così importante incarico.

Ed è qui il vero problema. Anche i criteri di costituzione della commissione, che avviene a seguito di delibera del Csm, non sono stati esenti dalla degenerazione correntizia che, come è noto, ha investito l’organo di autogoverno poiché vengono sistematicamente nominati quali componenti, per lo più, magistrati non molto conosciuti (ma più conosciuti in ambito correntizio). Tale operazione è stata agevolata da una normativa – varata anni or sono con il placet dell’Anm – che ha drasticamente ridotto in commissione il numero dei (più qualificati) magistrati di Cassazione (operazione avvenuta anche per la composizione del Csm) e che ha stabilito che a presiedere la commissione stessa non deve necessariamente essere un presidente di sezione di Cassazione.

Ancora una volta, l’Anm ha parlato a sproposito e ha perso l’occasione per chiedere chiarezza sulla regolarità di un concorso che – conferendo ai vincitori l’altissima funzione di giudicare i propri simili – non deve dare adito al sia pur minimo sospetto che esso non si sia svolto nell’ambito della più rigorosa regolarità e trasparenza.

 

No al nuovo San Siro: lo chiede l’antimafia

Che Paese schizofrenico è questo. La scorsa settimana a Vienna la delegazione italiana all’Assemblea delle Nazioni Unite contro il crimine organizzato transnazionale ha presentato la “Risoluzione Falcone” per fare recepire in quel consesso i principi di lotta alla criminalità organizzata propugnati dal grande giudice palermitano. Approvazione all’unanimità e gioia, giustificata, del ministro Bonafede. Italia faro della lotta alla mafia. Poi guardi bene e vedi invece che troppe cose, in Italia, vanno in “direzione ostinata e contraria”.

Rappresentanti delle istituzioni impegnati 24 ore su 24 ad abbattere abusivamente il 41-bis. Procure passate per la cura Palamara trasformate in dormitori. E fantasmi di grandi affari che dovrebbero far schizzare le antenne al cielo. Tra i quali ce n’è uno che mi inquieta, quello del nuovo stadio di San Siro a Milano. Un affare che assomiglia al sarchiapone. Per dire, come nella gag di Walter Chiari, che mi appare un terribile animale al solo sentirlo evocare, pur senza averlo mai visto.

Amo San Siro, ho portato stranieri a visitarlo, senza partite in corso. Perché in mezzo secolo di calcio (e che mezzo secolo!) si è guadagnato l’appellativo di “Scala del calcio”. E dubito molto che se si facesse un referendum tra i milanesi i sì al sarchiapone supererebbero il 20 per cento. Certo ci sono interessi enormi che spingono in questa sciagurata direzione. E sappiamo anche bene che le economie arretrate stravedono per il cemento. Campano di quello. Fu così nella Milano che vedeva disfarsi velocemente la sua industria e chiuder bottega le grandi dinastie d’impresa. La moda e il design salvarono il côté urbano, per fortuna. Ma non fu poi casuale se proprio in quel passaggio esplose Tangentopoli.

Oggi però Milano è cambiata. Anche se il Covid incombe, è in salute e ha risorse formidabili nella progettazione, nella comunicazione, nelle scienze mediche, nel turismo, nell’intermediazione di mille cose, nelle università. Ha anche una preziosa risorsa immateriale, sviluppatasi nell’ultimo decennio: il suo spirito pubblico. Senza il quale nulla vale, e con il quale tutto vale di più. Ha preso forma nelle sindacature Pisapia e Sala. Città aperta, solidale, civile, che nella vicenda nazionale ha saputo alla fine da che parte stare. Anche sulla legalità, che è il versante più problematico Pel paese (quello di Falcone…). Senza voler fare torto ai due sindaci, anzi dando loro un grande riconoscimento, direi che, al di là di cose non condivisibili, sia stato questo il più grande dono che hanno fatto a Milano. Dono che sarebbe criminoso buttare alle ortiche, basta un attimo. Perciò è fondamentale che nella vicenda San Siro, prima di discutere del sarchiapone, si sappia chi lo tiene al guinzaglio. Sapere cioè chi sono i veri proprietari di Milan e Inter. Cosa che pare difficilissima. Mentre sarebbe per certo la linea Maginot di Falcone, principio assoluto e insuperabile di uno Stato serio: le risorse pubbliche (territorio, spazi, architetture, paesaggio, clima umano) non si possono dare agli sconosciuti, esattamente come i bambini non devono prenderne caramelle. Punto e a capo.

I poteri pubblici non possono trattare con degli enigmi. Il presidente della commissione antimafia comunale, David Gentili, sta cercando da mesi di dare l’allarme. Il sindaco Sala è però incalzato da quei poteri visibili dietro i quali sta il potere invisibile con i suoi capitali. E la mia sensazione personale è che non tutti i suoi assessori lo appoggino e lo sorreggano come sarebbe doveroso in questo tornante infido. Per fortuna, seguendo l’esempio di Pisapia, il sindaco si è dotato della consulenza di un comitato antimafia formato da esperti non lottizzati. I quali, richiesti di un parere, gliel’hanno scritto. Nitido, colto, garbato e perentorio come consentono dottrina e buon senso: non si può. Si attenga a quel parere. Non passi ora la palla all’Anac, come sento dire che voglia fare. No, sindaco, quel comitato che è un suo fiore all’occhiello vale più dell’Anac di oggi, anche se lavora senza prendere un euro mentre l’altro è pagato profumatamente dagli italiani. Quest’ Anac sarà la tomba di tutte le authorities, lo ricordi, mentre il suo comitato è credibile: non ha carneadi politicizzati. L’ha costituito lei, lo ascolti in nome della città e del suo spirito pubblico.

L’economia si riprenderà per altre vie: con il green, che lei stesso caldeggia, con gli investimenti nella sanità, con la cultura cosmopolita, con il commercio multiforme, con le professioni e le università. E poi con il suo capitale civico, stroncando ogni abuso amministrativo, per dare finalmente aria ai giovani talenti della città e a quelli pronti a venire da fuori, nella fioritura di vitalità che esploderà dopo questo Covid maledetto. Così scommettono i primi della classe.

 

Virginia Raggi rischia, perché i 5S non si coalizzano col Pd?

Caro Valentini, premesso che concordo con quanto ha scritto, anzi mi complimento con lei, in fondo al suo editoriale dice: “Poveri cittadini romani che rischiano di trovarsi davanti a un cast televisivo piuttosto che a una lista elettorale”. Le dico che non c’è problema, basta che la Raggi venga ricandidata, superando anche l’appello del procedimento a suo carico, e l’ostilità di qualche 5Stelle un po’ intronato. Se, come penso, i romani si sono tolti ormai l’anello dal naso, e a meno che la sindaca non si trovi candidato contro San Pietro, Roma potrà proseguire nella strada tracciata. Caput Mundi, regit orbis frena rotundi… (Diocleziano sulla sua corona).

Delfino Biscotti

Ringrazio il lettore per l’attenzione e per l’apprezzamento. Non credo, però, che Virginia Raggi abbia molte probabilità di essere rieletta. E non solo per qualche ostilità che questa ipotesi incontra all’interno dello stesso Movimento 5 Stelle, quanto per le riserve che suscita in larga parte dell’opinione pubblica progressista romana. Né si può dimenticare che, a parte la questione del terzo mandato, quattro anni fa s’è candidata ed è stata eletta in contrapposizione al Partito democratico. La dozzina di assessori che nel frattempo si sono dimessi dalla sua giunta testimoniano quantomeno una scarsa capacità di selezione e di aggregazione. Due doti che non possono difettare a un leader o a un capo. La sua immagine pubblica ne risulta perciò oggettivamente logorata.

Non c’è neppure bisogno di aspettare l’esito del processo per falso a suo carico, per riconoscerle il grande merito di aver intrapreso il risanamento etico-morale del Campidoglio, sul piano della trasparenza e dell’impegno contro la corruzione. La sua gestione della metropoli, tuttavia, non è riuscita ancora a risolvere i problemi quotidiani della vita urbana: dal traffico alla raccolta dei rifiuti, dall’inquinamento dell’aria alle buche stradali. E la Città eterna richiede, invece, una svolta, un progetto per il futuro. Per tutte queste ragioni penso che, sulla linea dell’accordo di governo con il Pd, per guidare la Capitale oggi sarebbe più opportuna una figura unificante e condivisa: come potrebbe essere, per esempio, quella di Fabrizio Barca, un politico esperto di economia e di buona amministrazione. O comunque, un candidato “terzo” che corrisponda sostanzialmente a un tale modello.

Giovanni Valentini

Mail box

 

Il problema della sindaca è la comunicazione

Una cosa possiamo dirla: il sindaco Virginia Raggi ha dimostrato di non essere brava con la comunicazione: è stata brutalmente attaccata su tutto e da tutti e non è mai riuscita a spiegarci bene quello che ha fatto e sta facendo. Propongo una campagna del Fatto che riporti con equidistanza il suo pensiero e la sua azione dicendo al suo posto che, per esempio, ha smesso di mettere “pezze” sull’asfalto vecchio e iniziato a fare strade nuove per oltre 1 milione di mq di asfalto; parliamo anche della lotta alla criminalità dei clan; nuovi vagoni metro; nuovi, forse pochini, autobus Atac di cui molti ibridi; maggiori entrate in tasse; moltissime opere di bonifica e riqualificazione. D’altro canto, mi aspettavo maggiori risultati su trasporti e rifiuti. Roma sono oltre trent’anni che deperisce. La Raggi, in cinque anni è riuscita a fermare la corsa verso l’abisso, ora ha il dovere di provare ad andare oltre.

Roberto Giagnorio

 

Ingiusta la decisione su Juve-Napoli

Il Giudice Sportivo ha assegnato la “vittoria a tavolino” (in linea di principio antitesi dello sport) per 3-0 alla Juventus e un punto di penalizzazione al Napoli con un ragionamento capzioso degno del migliore azzeccagarbugli di questo mondo: in sostanza giocare sempre ad ogni costo e dare lezioni a chi si pone di ostacolo a questa “legge”. Ma il Giudice Sportivo ha mai sentito parlare di una norma giuridica, o meglio di quella legge che dice che: “doveri di lealtà, correttezza e probità”, norma giuridica fondamentale (e non etica) su cui si basa tutto l’Ordinamento Sportivo e che viene applicata quotidianamente, almeno nello sport dilettantistico, camminando fior di sanzioni a chi viola detto principio? E la onnipotente Juventus quanto prestigio mondiale avrebbe guadagnato se avesse rinunciato a questo suo “diritto” e avesse chiesto la ripetizione della gara? Ma poi mi sono svegliato e ho pensato di consolarmi scrivendo al Fatto Quotidiano.

Giancarlo Faraglia

 

Purtroppo Fontana non si è eclissato

Il presidente di Regione Lombardia Attilio Fontana ultimamente si è eclissato. Magari fosse vero. Il governatore è ricomparso in pompa magna ieri a Bergamo. Sì, proprio in questo capoluogo di provincia, non per scusarsi e per ammettere che forse, col senno di poi, ha agito da incompetente, ma per presentare il fantastico piano Marshall ideato dalla Regione Lombardia supportato dalla stampa locale che pur di avere un politico nei telegiornali stende i suoi tappeti rossi a chiunque senza interrompere il fiume di parole inbonitrici rivolte ai bergamaschi. Fatti, misfatti, menzogne e denunce non sono serviti al “supergovernatore” per avere la decenza di continuare a giocare a nascondino.

Silvia Colombo

 

DIRITTO DI REPLICA

Ho letto con attenzione l’articolo a firma di Pietro Mecarozzi dal titolo “La lunga strage silenziosa di uomini e donne in divisa”, pubblicato ieri sul Fatto Quotidiano a pagina 17 . Per sgombrare il campo dall’assenza di qualsiasi atteggiamento silente sull’argomento da parte mia e dell’Amministrazione che rappresento, ritengo doverose alcune precisazioni. Il fenomeno suicidario tra gli appartenenti alle Forze di Polizia, dal 2019, è costantemente monitorato dall’Osservatorio Permanente Interforze da me istituito, composto da qualificati esperti sotto il profilo tecnico, appartenenti non solo alla Polizia di Stato, all’Arma dei Carabinieri, alla Guardia di Finanza ed alla Polizia Penitenziaria ma anche al mondo accademico, scientifico, culturale ed associativo. Oltre ad esaminare il fenomeno e scambiarsi informazioni sugli studi volti ad individuare le possibili concause, particolare cura viene prestata alla promozione ed allo sviluppo di iniziative e percorsi di sensibilizzazione del personale. La Polizia di Stato, proprio sotto quest’ultimo profilo, ha fatto un ulteriore passo avanti prevedendo un tavolo permanente, composto dai vertici dell’Amministrazione e dai rappresentanti delle Organizzazioni Sindacali maggiormente rappresentative, nel quale confrontarsi tanto sulle situazioni di disagio del personale, quanto sulle soluzioni da approntare per scongiurare il verificarsi di scelte suicidarie. Un solo poliziotto che vive una condizione di difficoltà, personale e professionale, è per noi un imperativo a far meglio e, in quest’ottica, abbiamo pensato anche ad un Servizio di psicologia presso la Direzione Centrale di Sanità, volto all’ascolto ed al supporto del personale. I numeri, peraltro, ci consegnano una situazione non emergenziale che con riguardo agli operatori di polizia non ha evidenziato, ad oggi, attinenze dirette con l’attività lavorativa, tenuto anche conto che da noi, al contrario di altre categorie di soggetti, il proposito suicidario trova un esito mortale per la disponibilità dell’arma in dotazione. Tutte le iniziative di cui sopra sono state rese note e divulgate sulle nostre piattaforme social, sulla rivista ufficiale Polizia Moderna e promosse in occasione di attività convegnistiche.

Franco Gabrielli Capo della Polizia D. G. Pubblica Sicurezza

Dalle Valchirie di Proust al cut-up di Burroughs, tutta l’arte è un plagio

Plagio e originalità. Neubauer (2009) considera le accuse di plagio una conseguenza deteriore dell’idea romantica di originalità dell’opera letteraria, non più giustificabile in epoca postmoderna, quando l’immissione di un testo altrui nel proprio rientra tra le risorse lecite della creatività. “La credenza di essere originali è insieme ingenua e presuntuosa; esprime solo mancanza di cultura” (Melandri, 1968). L’ironia è che i poeti romantici, Wordsworth e Coleridge in testa, elogiavano l’originalità del genio, ma poi saccheggiavano Milton, il loro nume tutelare, e centinaia di altre fonti. Non potevano fare altrimenti: nell’arte, la sapiente mosaicatura di auctoritates, o fonti letterarie, dà nobiltà allo stile e bellezza alla inventio. È la lezione di Dante, che a sua volta la riprende dagli antichi, i quali integravano e ricombinavano nella propria opera gli apporti più diversi: i rimandi rinsaldavano la complicità fra autore e lettore, invitato a godersi l’agnizione. Del resto, se anche gli elementi non sono “originali”, non è detto che non sia “originale” la sintesi, ovvero “la pretesa di interpretare daccapo tutto quanto” (Melandri, 1968). Leon Battista Alberti compone i dialoghi delle Intercenales (1440) con la stessa tecnica musiva, dimostrando come sia possibile, a partire da materiali di riuso, ottenere una novità formale e funzionale (dunque, semantica) mutando i loro rapporti (Cardini, 2004); e l’antica pratica dei centoni (II-IV sec. d.C.) usa solo versi altrui, stravolgendone del tutto il contenuto per semplice giustapposizione. Il cut-up è la versione aleatoria del centone: Burroughs ritaglia le frasi da un libro e le usa come tessere per comporre un testo differente.

Il significato di una frase è la funzione che svolge all’interno di una pratica sociale, cioè di un contesto. Due frasi identiche, in contesti differenti, hanno funzioni differenti, dunque sono due atti linguistici (enunciati) differenti (Austin, 1962; Searle, 1969). Per esempio, una donna che chieda alla figlia “Russi di notte?” sta conversando; la stessa domanda, fatta da una donna sposata al garzone che ha una cotta per lei, acquista tutto un altro significato. Dire che due battute, estrapolate dai loro contesti, “sono uguali, quindi è plagio”, è un’idiozia come voler sostenere che due scatoloni, siccome sono identici, hanno lo stesso contenuto. La battuta “Mia moglie è una donna” (“My wife’s a woman”) fu scritta da Oscar Wilde, poi da Joe Orton, poi da Neil Simon: nei contesti rispettivi, quella stringa di parole ha funzioni diverse; di fatto, sono tre battute differenti.

Chi esalta la mitologica “originalità” svaluta in modo ottuso l’ingegno sapiente di chi sa decantare una tradizione culturale. Quando il cadavere del Che fu esibito alla stampa dalla polizia boliviana, Mark Hutten lo fotografò a imitazione del Cristo morto del Mantegna: in tal modo, suggerì un paragone politico fra il Che e la figura di Cristo. Questo controllo dell’effetto richiede cultura. “Non conta cosa prendi, conta dove lo porti” (Godard). Il corollario è che, per un artista, tutta l’arte è contemporanea (Eliot, 1919), e può essere usata per parlare dell’oggi. Proust, nella Recherche, immagina un’incursione aerea con La cavalcata delle Valchirie come commento sonoro: Coppola gli prende in prestito l’idea per una delle scene più memorabili di Apocalypse Now.

Le attività umane si valutano in base alle conseguenze sulla cultura e sulla società, non in base a una presunta “originalità”, come dimostrano Tarantino e Facebook: in ogni fenomeno di ripetizione, l’identico perde subito la propria identità, e ciò che conta è il differente (Nancy, 2008).

Riassumendo: mezzi e risultati non vanno confusi. Che il mitra sia inglese è irrilevante, se ci ammazzi Mussolini.

(2. Continua)

 

Economia o salute: la scelta più difficile

Può arrivare un momento nel quale la scienza deve riconoscere i suoi limiti e deve avere il coraggio di rivedere i propri percorsi. Non sempre un esperimento progettualmente perfetto porta a risultati ottimali. Mi riferisco al momento in cui ci troviamo. Siamo in un punto di stallo, ma non sappiamo qual è il precipizio che ci attende. Forse per la prima volta nella storia dell’uomo ci troviamo a dover scegliere tra la sconfitta di un virus e la distruzione dell’economia con quello che ne deriva: “Se non c’è salute non c’è economia”. Certamente, ma è altrettanto vero che “se non c’è economia, non c’è salute”. Le due affermazioni non hanno bisogno di spiegazione ma di una decisione non facile. Una dichiarazione è stata redatta e firmata a Great Barrington, negli Stati Uniti d’America il 4 ottobre 2020, da parte del dottor Martin Kulldorff, professore di Medicina all’Università di Harvard, biostatistico ed epidemiologo con esperienza nell’individuazione e nel monitoraggio delle epidemie di malattie infettive e nella valutazione della sicurezza dei vaccini, il dottor Sunetra Gupta, professore all’Università di Oxford, epidemiologo con esperienza in immunologia, sviluppo di vaccini e modellazione matematica delle malattie infettive e il dottor Jay Bhattacharya, professore alla Stanford University Medical School, medico, epidemiologo, economista sanitario ed esperto di politica sanitaria pubblica, con particolare attenzione alle malattie infettive e alle popolazioni vulnerabili. In breve sostengono che è arrivato il momento di tutelare i fragili (anziani e malati cronici) ma di aprire ogni attività al resto della popolazione. Dall’altra parte, a maggio, uno studio pubblicato da Nature sosteneva che senza lockdown, fino al 4 maggio, in Italia ci sarebbero stati 600.000 decessi. C’è però da aggiungere che questi dati erano calcolati su tutta la popolazione, compresa la fascia “critica”. Nessuno ha pubblicato proiezioni e modalità per applicare il modello ipotizzato negli Usa. In una situazione nuova per tutti, nessuna ipotesi può essere esclusa, né si può cedere a condizionamenti ideologici. Ciò che è certo è che il vaccino non c’è ancora, che il virus circola, malgrado ogni nostro sforzo, che l’economia agonizza. Dobbiamo rispondere alla domanda: “Cosa fare se lo scenario permane così e potrebbe esserlo per anni?”.

Direttore microbiologia clinica e virologia del “Sacco” di Milano

Caso Siri, quella cena della mazzetta “Abbiamo dato 8mila euro per nulla”

Il 20 settembre 2018 il senatore della Lega, Armando Siri, entra in casa dell’ex parlamentare forzista Paolo Arata. In quel momento, le cimici attivate nell’abitazione di Arata si spengono: Siri è un parlamentare e non può essere intercettato senza autorizzazione. Ciò che si diranno durante la cena, alla presenza anche del’imprenditore Valerio Del Duca, non si saprà mai. Del Duca e Arata però, prima dell’arrivo di Siri, parlano di una tangente sull’aeroporto di Viterbo. Si tratta di un progetto mai realizzato, finito al centro di un’inchiesta dei pm di Roma. Per i magistrati Siri “si attivava (…) per ottenere un provvedimento normativo ad hoc” che finanziasse “anche in misura minima” “il progetto di completamente dell’aeroporto di Viterbo” e in cambio avrebbe ottenuto “la promessa di ingenti somme di denaro (…) e comunque la dazione di 8mila euro”. Accuse respinte da Siri e dagli altri indagati.

Per questo Siri è accusato di corruzione per l’esercizio della funzione. E tra gli indagati ci sono anche Arata, Del Duca e due dipendenti della Leonardo Spa (azienda che si è rivelata essere estranea alla vicenda). È agli atti di questa indagine che sono state depositate molte intercettazioni, anche quella del 20 settembre 2018 tra Arata e Del Duca. “Del Duca riferiva ad Arata – riportano gli atti della Dia – che la Leonardo Spa, nel caso in cui il progetto dell’aeroporto di Viterbo fosse stato effettivamente finanziato dalla legge di Bilancio, gli avrebbe riconosciuto una tangente pari al 2 per cento dell’importo degli appalti che la stessa avrebbe ottenuto (…)”. “I due – continuano gli investigatori – convenivano di informare di tale disponibilità il sottosegretario Siri, non appena li avrebbe raggiunti a cena, con l’accortezza di non rivelargli l’intero importo promesso e le modalità di corresponsione dello stesso, ma limitandosi a riferirgli che a loro (compreso Siri) sarebbe stata destinata una somma di denaro inferiore a quella promessa”.

A un certo punto della conversazione, parla Del Duca:

Del Duca (DD): (…) Stasera non ne parliamo proprio, però fammi finire sennò poi la dimentico io, non te l’ho trasmessa (…) allora (…) io sono stato in Finmeccanica, ’sta cosa dell’aeroporto, loro dicono: “Basta che la metti nella legge di Bilancio anche se non ci sono le coperture, mettiamo che i primi anni… poca roba e spostiamo in avanti le uscite”.

Arata (A): Questo glielo dici tu, stasera questo glielo puoi dire, lui lo sa! (…) Sì, lui farà… so già quello che ti risponderà: ‘Fammi fare una verifica interna al ministero, perché naturalmente devo capire’. Io gli ho detto ieri sera: guarda che interessa anche Matteo, sì, sì, m’ha detto: “C’ho un amico che va spesso lì”, quindi gli ho detto di Toninelli, guarda che Toninelli era favorevole (…).

DD: Se noi ci facciamo promotori di questa iniziativa (…) Attenzione! Sull’operazione c’abbiamo il 2%… sono 44 milioni di euro.

A: E vabbè, questo non dirglielo però.

DD: (…) Sono 2,2 miliardi di appalto.

A: Non puoi promettergli troppo, perché poi non riusciamo a mantenere.

Con l’arrivo di Siri il captatore informatico viene disattivato e quindi non si saprà mai di cosa i due abbiano parlato con il senatore a cena.

Tra le conversazioni depositate c’è anche un’intercettazione del 13 novembre 2018: Simone Rosati (ex dipendente Leonardo) parla per la prima volta della presunta mazzetta da 8mila euro e pare lamentarsi: “Gli abbiamo dato 8mila euro (…) per niente”. Poi aggiunge: “Tutti così sono è! (…) Ce n’è un altro dei 5stelle sotto busta paga… uguale”.

Per i pm Arata è l’uomo-sponsor di Siri. Di certo lo elogiava in una lettera del 15 maggio 2017, sequestrata a casa dell’ex parlamentare e indirizzata a Gianni Letta (estraneo alle indagini). Arata sembra indicare il senatore come l’uomo che avrebbe dovuto fare da ponte tra Salvini e forse Berlusconi, che chiama “dottore”. “(…) Ma deve essere il dottore – scrive Arata – a convocarlo e accettarlo insieme a lei, come ‘pontieri’ tra i due leader e vedremo un netto miglioramento dei rapporti tra i due”. E ancora: “Deve lei proporre al dottore di incontrare Siri e cominciare a utilizzarlo in questo ruolo”.

Csm, convertiti e astenuti: così hanno messo fuori Davigo

Nel giro di poche ore, Piercamillo Davigo è magistrato in pensione perché oggi compie 70 anni, ed ex consigliere del Csm proprio perché collocato a riposo. Ieri, a determinare la fuoriuscita dal Consiglio, come anticipato dal Fatto, il Comitato di presidenza costituito dal vicepresidente David Ermini, dal presidente della Cassazione Piero Curzio, e dal procuratore generale di Cassazione Giovanni Salvi. Ergo, il Quirinale.

Sono scesi in campo per dire che la via dell’uscita è tracciata dalla Costituzione. Una posizione che ha portato all’astensione anche chi aveva annunciato in punto di diritto il voto pro Davigo: Giuseppe Cascini, di Area (progressisti), seguito dai colleghi di gruppo Giovanni Zaccaro e Mario Suriano, non Alessandra dal Moro ed Elisabetta Chinaglia rimaste per il no alla decadenza; Filippo Donati, laico M5S, è passato dall’astensione al sì alla decadenza. Astenuti, ma della prima ora, anche i laici Carlo Benedetti, M5S, e Stefano Cavanna, Lega. Chi cambia voto all’ultimo precisa che lo fa “per rispetto istituzionale” verso il Comitato, come se mancasse a chi vota in modo diverso. Tanto che Fulvio Gigliotti, laico M5S, tra i 6 consiglieri pro Davigo, dichiara: “Non per mancanza di senso istituzionale, ma per radicamento del mio convincimento giuridico, confermo” il no alla decadenza. Sebastiano Ardita, di AeI annuncia il suo voto contro come i colleghi Ilaria Pepe e Giuseppe Marra ed esprime sconcerto, senza nominarlo, per il cambio di rotta di Cascini. C’è, però, una stessa premessa in tutti gli interventi, a partire da quello della presidente della Commissione verifica titoli Loredana Micciché, che ha proposto la decadenza: “Stima” per Davigo, “nessuna logica correntizia” dietro al voto. Nino Di Matteo è per la decadenza “con grande difficoltà umana, ma in piena coscienza”. Chi, in minoranza, avrebbe voluto la permanenza, invece, ha sostenuto che né la Costituzione né la legge ordinaria prevedono la decadenza da consigliere di un magistrato in pensione e che, quindi, può intervenire solo il legislatore. Ma “se la condizione di magistrato viene meno – ha sostenuto il presidente Curzio, in condivisione con il Pg Salvi – viene meno il rapporto tra laici (8, ndr) e togati (16, ndr)” che la Costituzione prevede per i Csm”. David Ermini a sorpresa parla di “un’amicizia con Davigo irrinunciabile. La Costituzione, però, ci impone di rinunciare all’apporto che Davigo, magistrato eccezionale, potrebbe ancora dare”. E conclude: “Sono convinto che proprio in nome dell’amicizia, stima e affetto che ci lega, saprà comprendere”. Alla fine 13 voti per la decadenza, 6 contrari e 5 astenuti.

Al posto di Davigo, il più votato, subentra Carmelo Celentano, primo dei non eletti in Cassazione con la centrista Unicost, che per colpa dello scandalo Palamara ha perso 3 togati su 5. Ora ne recupera uno, ma in teoria: Celentano a gennaio si è dimesso da Unicost. E, comunque, la partita non è affatto chiusa. Davigo, ci risulta, presenterà ricorso al Tar, convinto che la Costituzione, invece, gli consenta di restare.

“Terapie intensive meglio di 6 mesi fa Salvare la scuola”

“Salvaguardare scuola e lavoro perché con questo coronavirus dobbiamo prepararci a convivere per tutto il 2021”. Giuseppe Ippolito, direttore scientifico dell’Istituto nazionale per le malattie infettive Lazzaro Spallanzani di Roma, ritiene che mai come ora la lotta contro la pandemia dipenda anche dalla “nostra responsabilità individuale e collettiva”. Anche perché qualche “miracolo lo abbiamo già fatto e ci è riconosciuto”.

Rispetto alla prima ondata abbiamo fatto passi avanti in Italia?

Rispetto a marzo-aprile siamo tutti più preparati. Ciascuno di noi sa quali sono le precauzioni da prendere, abbiamo dimostrato come collettività una disciplina e un senso di responsabilità che non sospettavamo di possedere, e dobbiamo continuare in questo modo anche senza aspettare che qualcuno ci dica come comportarci. Per quanto riguarda la macchina pubblica, vorrei ricordare che oggi i reparti di malattie infettive e pneumologia, ma soprattutto i reparti di terapia intensiva hanno una disponibilità di posti letto di gran lunga superiore rispetto a sei mesi fa. A marzo-aprile si facevano 25/30.000 tamponi al giorno, oggi siamo oltre i 160.000 senza tener conto dei test rapidi. Tutto si può migliorare, ma vorrei ricordare anche che venivamo da anni di disinvestimenti nella sanità pubblica e in soli sei mesi non si possono fare miracoli. Speriamo almeno che ci ricorderemo di questa esperienza anche quando sarà passata: magari i nostri politici la smetteranno di tagliare i servizi sanitari.

Chi sono i nuovi malati oggi? L’età è cambiata dalla prima ondata?

Nel 35,5% dei casi le persone segnalate al sistema di sorveglianza nelle ultime due settimane hanno un’età superiore a 50 anni e il 17,3% ha meno di 19 anni (età mediana 41 anni); il 52,3% dei casi sono di sesso maschile. L’età mediana dei casi confermati di infezione da SarsCov2 segnalati dall’inizio dell’epidemia è di 55 anni. Nelle ultime due settimane l’età mediana si assesta sui 42 anni.

Crede che le ultime misure del governo aiuteranno a frenare la diffusione di SarsCov2? Avrebbe fatto di più?

Il governo ha cercato la sintesi tra le ragioni della scienza e quelle dell’economia e della società, provando a salvaguardare i due capisaldi del nostro vivere collettivo, il lavoro e la scuola. Ma anche le norme più dure non servono a nulla se non sono accompagnate dalla convinzione di tutti noi di poter fare la differenza, da soli e come collettività, seguendo e facendo seguire le semplici regole che conosciamo tutti: distanziamento, igiene delle mani, utilizzo delle mascherine.

L’inoltrarsi nella stagione più fredda la spaventa?

Il vaccino antinfluenzale potrebbe ridurre (ma non eliminare) questo problema, ma ancora una volta la differenza la potrebbero fare le misure di distanziamento.

Realisticamente quando pensa che questo incubo potrà essere solo un ricordo?

Come ha detto lo scienziato americano Anthony Fauci, dovremo convivere con il virus almeno per tutto il 2021.

Se dovesse dare un consiglio agli italiani cosa direbbe?

Di continuare a rispettare le regole di base, le uniche che, in assenza al momento di terapie efficaci e di un vaccino, possono aiutarci a contenere l’epidemia. Se dovessi sintetizzare tutto in una frase, direi da buon campano “Statev’accuort”.