Giovani e curati meglio: ecco i nuovi positivi

È più giovane, si contagia in genere in famiglia, quando gli viene diagnosticato il virus sta complessivamente meglio di chi si ammalava 5 o 6 mesi fa, viene curato prima e meglio di quanto avveniva a marzo e aprile. Oggi il malato di Covid-19 fotografato dalle statistiche delle autorità sanitarie ha tratti di diversità rispetto a quello della prima fase dell’emergenza. “Sicuramente rispetto ai mesi scorsi li intercettiamo quando sono in condizioni migliori – spiega Patrizio Pezzotti, epidemiologo dell’Istituto Superiore di Sanità –. A febbraio, marzo e inizio aprile diagnosticavamo solo le persone già gravi, che spesso erano già in ospedale e lì si erano infettate”. A fare buona parte della differenza, tuttavia, è la lente con cui osserviamo il fenomeno: “In quel periodo c’erano pochi tamponi e abbiamo visto solo la punta dell’iceberg. Da aprile, con una diminuzione degli infettati e l’aumento dei test, abbiamo iniziato a diagnosticare anche chi non entrava in ospedale, ovvero la parte dell’iceberg sotto al pelo dell’acqua”. Un esempio: secondo lo studio di siero-prevalenza pubblicato dall’Istat in estate, in Italia si erano infettate circa 1,5 milioni di persone a fronte delle 300 mila diagnosticate Covid. “Avevamo visto 1/6 delle infezioni reali. Oggi il rapporto non è più di 1 a 6, ma di 1 a 2”. Nel frattempo “è aumentata la capacità del sistema sanitario di intercettare i casi di SarsCov2, ma anche quella di curarli”.

L’ETà MEDIA È DIMINUITA

Oggi i pazienti Covid sono molto più giovani che all’inizio della pandemia. Nei primi due mesi dell’emergenza, secondo i dati dell’Iss, l’età mediana era di circa 60 anni, con un picco di 68 toccato tra il 6 e il 13 aprile. Da lì è iniziata una discesa, anche piuttosto rapida, fino ai 29 anni registrati nella settimana centrale di agosto: è il periodo clou delle ferie estive, che per loro natura sono appannaggio dei più giovani. Da quel punto in poi l’età ha cominciato a risalire e nelle ultime 2 settimane considerate dall’Istituto si è assestata attorno ai 42 anni. Oggi il 35,7% dei malati Covid ha più di 50 anni, il 47,4% si colloca tra i 19 e i 50 ma il 17% ha meno di 19 anni. Se oggi, secondo l’Iss, la trasmissione del virus avviene nel 75% dei casi in famiglia, “nei primi due mesi dell’emergenza l’epidemia era fortemente diffusa negli ospedali e nelle Rsa – prosegue Pezzotti –. Oggi vediamo meno anziani malati perché li stiamo proteggendo meglio e soprattutto proteggiamo quelli che vivono nelle strutture sanitarie, i più fragili tra i fragili. Quindi oggi può essere esposto al SarsCov2 il nonno che vive in famiglia e non quello che vive in una Rsa”.

CHI SCOVA I NUOVI CASI

Secondo dati Iss aggiornati al 10 ottobre, il 29,2% dei nuovi casi viene individuato perché sintomatico, il 31% attraverso le attività di screening e il 33,6% con il contact tracing, che negli ultimi giorni è saltato a causa dell’aumento dei casi. Invece, “a marzo e aprile i nuovi positivi venivano individuati in seguito all’insorgenza di sintomi – spiega Pezzotti –: non è errato parlare del 90% dei casi”.

COME SI ARRIVA IN OSPEDALE

Mentre nelle prime settimane dell’epidemia Asl e ospedali registravano una maggiore percentuale di casi severi, critici e di persone già decedute al momento della diagnosi (fatta con tamponi post mortem), con il passare dei mesi sono aumentati i casi asintomatici o pauci-sintomatici e una marcata riduzione dei casi severi e dei decessi. Ora le cose, però, stanno cambiando di nuovo: nella settimana tra il 4 e il 10 ottobre la percentuale di chi non ha sintomi è leggermente diminuita, mentre è in crescita quella dei casi con stato clinico lieve al momento della diagnosi. Ancora: se nel periodo 21 settembre-4 ottobre i casi sintomatici erano stati 8.198, tra il 2 settembre e l’11 ottobre sono arrivati a 15.189: in pratica il loro numero “è quasi raddoppiato”, certifica l’Iss. “Significa che i casi stanno crescendo con un andamento non più lineare – traduce Pezzotti –. L’indice di trasmissione ha corso tanto e probabilmente presto supererà quota 1,5. Se in sette giorni siamo passati da 8 mila a 15 mila casi, rischiamo che la prossima settimana passeremo da 15 a 30 mila. A quel punto gli ospedali non ce la faranno e il sistema andrà in crisi”.

L’ETà DI CHI MUORE

Nel corso dei mesi è cambiata anche l’età di chi non ce la fa: se nella quarta settimana di marzo chi moriva aveva in media 78,23 anni e nella prima settimana di aprile toccava i 79,38, l’età saliva fino a 84,86 anni nella prima settimana di luglio e nei primi 7 giorni di ottobre era scesa a 81,59.

LE TERAPIE INTENSIVE

Molto è cambiato nelle terapie intensive. Se nella Fase 1 l’età media dei pazienti superava i 60-65 anni, oggi si aggira intorno ai 50, nell’ambito di una forbice che si è molto ampliata: si va dai 30 ai 90 anni, come rileva Alessandro Vergallo, presidente nazionale di Aaroi-Emac, l’associazione degli anestesisti e rianimatori. “Nella prima fase – dice Vergallo – i pazienti tra i 30 e i 40 anni non c’erano se non con minime percentuali, a differenza di adesso. Si deve a questo, e al fatto che diagnosi e intervento terapeutico sono più precoci, l’indice di mortalità più basso: non certo a una minore aggressività del virus. Ecco perché non ha senso dire che l’infezione è meno grave”.

Se c’è una cosa che, infatti, non è mutata è il quadro clinico dei pazienti che finiscono in terapia intensiva. “Siamo di fronte alle stesse insufficienze respiratorie, tali da richiedere l’intubazione – aggiunge Cristina Mascheroni, presidente di Aaroi-Emac della Lombardia –. E non sono cambiati i quadri delle Tac, che rivelano una forte sofferenza polmonare, come nella prima ondata. Clinicamente il virus appare sempre lo stesso”. La differenza sta nel fatto che non sempre la gravità dell’infezione è strettamente correlata alla presenza di comorbilità. “Oggi non è affatto detto che i pazienti Covid che finiscono in T.I. presentino patologie croniche”, prosegue Mascheroni . Non, almeno, come accadeva quasi sempre in primavera, tra obesità, ipertensione, insufficienze renali o patologie cardiache. In base al rapporto dell’Iss che considera il periodo compreso tra la terza settimana di febbraio e il 4 ottobre, i deceduti avevano nel 62,9% dei casi 3 o più patologie, nel 19,9% almeno 2 e solo il 3,6% non ne presentava neanche una. Il fatto che ora non si possa più parlare di una correlazione automatica tra comorbilità e gravità del quadro clinico è dovuta all’abbassamento dell’età media dei ricoverati: semplicemente, ci sono meno anziani. E i criteri che guidano i medici nella scelta di trasferire un paziente in T.I. sono gli stessi: in primis una grave insufficienza respiratoria, che dall’inizio dell’epidemia a oggi ha riguardato il 94,7% dei casi seguiti da morte.

Post-Bonaccini: Salvini non vuole Zaia, ma Fedriga

Un derby tutto interno alla Lega per decidere il sostituto di Stefano Bonaccini come presidente della conferenza delle Regioni, organismo la cui importanza è aumentata notevolmente in questi mesi perché è in quella sede che i governatori decidono le strategie da adottare col governo sull’emergenza Covid. Lì si discute su cosa portare a Palazzo Chigi e alla conferenza Stato-Regioni. Bonaccini scadrà a fine 2020 e la partita per la successione si sta scaldando. Il ruolo ora viene reclamato dal centrodestra. “Governiamo in 15 regioni su 20, chi andrà a parlare con Conte e Gualtieri non sarà del Pd”, ha avvertito un paio di settimane fa Matteo Salvini, aprendo le danze. Dopo le Regionali, nel centrodestra si pensava a una candidatura unitaria di Luca Zaia, forte del 76,8% con cui è stato rieletto in Veneto. Tanto che già si parlava di un ticket da urlo: Zaia presidente e Vincenzo De Luca vice. Ma le cose non sono così semplici, perché a mettere il bastone tra le ruote al Doge pare sia proprio Salvini, che gli preferirebbe il governatore friulano Massimiliano Fedriga, suo fedelissimo. E se il braccio di ferro tutto leghista non si sbloccasse, potrebbe saltar fuori un terzo nome: il governatore ligure Giovanni Toti, quello marchigiano Francesco Acquaroli (Fdi) o quello del Molise Donato Toma (FI).

Zaia, però, resta in pole position: nonostante faccia trapelare di voler pensare solo al Veneto, la carica non gli dispiacerebbe. Fedriga, oltretutto, ha l’handicap di governare una regione autonoma, cosa che non gioca a suo favore. Però ha dalla sua parte il Capitano. Che preme affinché si proceda subito al cambio. “La mia presidenza l’ho già rimessa nelle mani degli altri governatori, non in quelle di Salvini. Le istituzioni sono di tutti e non di un segretario di partito”, la replica, ieri, di Bonaccini. Insomma, la partita è aperta e l’emergenza Covid dà a quella carica un’importanza mai avuta prima.

Conte e Costa incontrano Greta: “Il clima sia priorità”. Fridays for Future: “Scontenti”

Lo stop a investimenti e sussidi per i combustibili fossili, l’uscita definitiva dal fossile, la definizione dell’ecocidio come crimine internazionale e l’istituzione di budget annuali di carbonio vincolanti e basati sui migliori dati scientifici disponibili: non accettano compromessi le richieste presentate in videoconferenza con il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, e il ministro dell’Ambiente Sergio Costa, dalle giovani attiviste per il clima Adélaïde Charlier (Belgio), Luisa Neubauer (Germania), Laura Vallaro (Italia) e Martina Comparelli (Italia) insieme alla leader del movimento Fridays for Future, Greta Thunberg. Tanto che la comunità, subito dopo , si è detta scontenta del confronto poco attento, a loro dire, alla “crisi climatica”. Il governo però ha ribadito l’impegno a tagliare i sussidi ambientali dannosi, a rivedere il Pniec con i nuovi target e la Thunberg è stata invitata a partecipare alla Youth for Climate di Milano. Sia Conte che Costa si sono detti contenti di avere il loro fiato sul collo, hanno annunciato un incontro con i Fff e sottolineato necessità di non lasciar indietro nessun lavoratore.

5Stelle, il manifesto dei big: decrescita e spazio ai migranti

I Cinque Stelle diversi da ciò che erano li racconta in una frase il sociologo Domenico De Masi: “In questa ricerca l’uno vale uno non l’ho ritrovato da nessuna parte”. Non c’è più (neppure) quel motto che pareva fondativo, nel M5S esplorato da “Dopo il Coronavirus: la cultura politica del Movimento 5 Stelle”, testo costruito da De Masi su commissione della senatrice Barbara Floridia, referente per la formazione vicina a Luigi Di Maio. Un documento che di fatto riassume il programma e le parole d’ordine su cui vogliono puntare i big, primi tra tutti l’ex capo Di Maio e Paola Taverna, per dare la rotta al M5S che vorrebbero pacificare con una segreteria e linee guida unitarie. Un Movimento molto cambiato, secondo De Masi, innanzitutto perché “aperto al fenomeno dell’immigrazione”. Tanto da promettere nel testo che “saranno respinte le politiche conservatrici e sovraniste contro il diverso, l’immigrato”. Un M5S che vorrebbe perfino recuperare il rapporto con quei sindacati che a suo tempo voleva distruggere. “Ossessionato” dall’ambiente, e che “rifiuta il neo-liberismo”. Concetti condivisi da Beppe Grillo, che ha dato il suo placet alla ricerca: “molto apprezzata”, assicurano, dal fondatore. Ieri mattina alla presentazione in Senato avrebbe dovuto collegarsi anche lui. Ma alla fine il garante ha marcato visita: forse anche per non evidenziare il peso di un documento che per i maggiorenti è un manifesto politico.

Così è stata Floridia a introdurre il testo di 280 pagine, costruito su questionari a vari esponenti del M5S, da Di Maio a Taverna fino alle ministre Lucia Azzolina (Istruzione) e Paola Pisano (Innovazione). “Il modello di una società nuova, un disegno per i prossimi 20 anni” assicura la senatrice. Un vocabolario per il M5S che ha voglia di trattenersi al governo, e di mostrarsi più composto. “Noi non siamo per la decrescita felice, come molti dicono, ma per una crescita sana” giura Floridia. Anche se poi il documento ne parla, eccome, di decrescita: “Sarà più chiaro a tutti che per decrescita serena si intende la riduzione graduale, pianificata e condivisa degli eccessi patologici del sistema consumista”. Pertanto, “sarà necessario abbandonare le logiche del consumismo”. Ma il perimetro lo disegna De Masi, secondo cui i 5Stelle interpellati – “di età, genere e ruoli differenti” precisa – sono compatti su temi come salute e Intelligenza artificiale e continuano a respingere le categorie di destra e sinistra. “C’è un forte consenso per la terza via” ripete il sociologo. “Colpito” dalla voglia dei grillini “di attenuare le distanze tra le classi sociali”. Obiettivo che nel testo viene descritto con sillabe vecchio stile: “Essendosi destrutturate sia la classe operaia che la borghesia, il vecchio modello marxista si allontanerà a causa del suo limite: l’impossibilità di individuare una classe antagonista”.

Ma i passaggi cruciali sono sul ruolo del Movimento: “Il M5S, terminata la pandemia, promuoverà un completo ripensamento dell’attuale modello di sviluppo e proporrà un modello sociale fondato sulla solidarietà, sul localismo, sulla riscoperta delle relazioni interpersonali”. Da promuovere anche tramite “un welfare universale e la lotta alle diseguaglianze”. E il Pd, l’alleato di governo? Il giudizio non è tenero: “Sarà sempre meno in grado di raccogliere l’eredità della sua storia. Le sinistre radicali resteranno litigiose, continueranno a perseguire schemi antichi e resteranno scollegate dai cambiamenti tecnologici”. Nell’attesa, ecco il reggente Vito Crimi: “Consegniamo questo materiale agli Stati generali del M5S, un unicum che si interroga sul suo ruolo”.

Roma, il “cialtrone” Calenda: “Io sindaco? Neanche morto”

La candidatura di Carlo Calenda a sindaco di Roma sta provocando molte divisioni in casa dem. Nicola Zingaretti spinge perché Calenda partecipi alle primarie: “Se vuole, corra” ha detto ieri ma l’ex ministro non ci sta (“le primarie sono prive di senso, il Pd mi sostenga”) chiedendo a Fabrizio Barca di correre in ticket, senza successo. La replica dei dem è lapidaria: “Quella di Calenda è una candidatura contro la partecipazione popolare e il governo” spiega il segretario dem romano Andrea Casu. Ieri è stato anche il giorno in cui molti hanno ricordato a Calenda le sue dichiarazioni in cui annunciava che, mai e poi mai, si sarebbe candidato a sindaco di Roma. Vediamole.

“Non farò il sindaco di Roma neanche morto, mi piace molto il lavoro che faccio con Paolo (Gentiloni, ndr). Se usassi il lavoro fatto sul tavolo Roma per candidarmi, sarei un cialtrone”.

(17.02.2018, evento a Roma)

 

“È escluso che mi candidi. Voglio candidarmi alle Europee”.

(19.10.2019, Omnibus, La7)

 

“Mi candiderò? Prima di occuparsi di Roma bisogna pensare all’Italia. Mi candiderò a Strasburgo. Ripeto: ora la priorità è l’Europa”.

(11.11.2018, Il Messaggero)

 

“Mi candido? Oggi sono impegnato in un progetto diverso, nazionale. Sono poi in Parlamento europeo quindi la questione è fuori dall’attualità”.

(28.10.2019, Roma Today)

 

“Io sono impegnato in Azione e non voglio fare il sindaco di Roma. (…) Amo molto Roma e mi piace amministrare ma il mio lavoro è più legato alla politica economica e alla politica internazionale”.

(12.01.2020, L’Aria che tira, La7)

 

“Non mi candido a sindaco di Roma e non me lo hanno mai chiesto”.

(28.05.2020, Un Giorno da Pecora, Rai Radio1)

 

“Faranno un’alleanza con i 5S e comunque chiunque si troverà ad amministrare Roma con il Pd dovrà rispondere a Bettini. Io non ci penso proprio”.

(01.06.2020, Twitter)

 

“Non mi candiderò a Roma, sto facendo un lavoro nazionale”.

(06.06.2010, Leggo)

 

“Io non mi candido perché, a prescindere dal fatto che sto facendo un altro lavoro con Azione, la situazione è molto chiara: il Pd deve fare un accordo con il M5S quindi si candiderà la Raggi per il M5S e Gualtieri per il Pd. Alla fine questi due voti confluiranno. (…) Io non lo posso fare perché sono contrario all’alleanza coi 5S, se quelli del Pd vedono una mia foto je tirano le freccette sopra, quindi è una roba che non esiste. Candidate Francesco Rutelli, Enrico Letta, che ne so”.

(25.06.2020, L’Aria che tira, La7)

 

“Non ci penso proprio a candidarmi. Semplicemente perché non lo voglio fare. Sto facendo altro, sono impegnato con Azione. Non prenderei un voto dall’elettorato Cinquestelle. Quelli manco crocifissi mi appoggerebbero. Posso capirli. Il Pd scelga Fuortes”.

(12.08.2020, Repubblica)

 

“Io non mi candido. L’ho già detto: il mio impegno è dare vita a un partito per i popolari, liberali e riformisti. Non lo farei neanche se avessi l’appoggio del Pd. Non ci sono le condizioni: piuttosto che appoggiarmi il Pd si butterebbe nel Tevere preferendo appoggiare la Raggi. E, in secondo luogo, io non credo che con questo Pd si possa governare Roma”.

(27.08.2020, il Tempo).

 

“È una cosa molto importante fare il sindaco di Roma e ne sarei onorato. C’è il piccolo dettaglio che io sto facendo da un anno un lavoro politico, cioè dare rappresentanza al pragmatismo. Se me lo chiedono non accetterei, perché sto facendo un altro lavoro”.

(01.10.2020, L’Aria che tira)

Meno tamponi, meno casi Possibili altri lockdown locali

Ci sono altre 9.338 persone certificate positive al Covid-19 nel nostro Paese e sarebbe una buona notizia, dopo aver superato quota 10 mila e sfiorato i 12 mila, non fosse crollato il numero dei tamponi: appena 98.862 tra domenica e lunedì contro i 146.541 di domenica e i 165.837 (record) di sabato 17. La percentuale di tamponi positivi sale ancora: 9,4%. Non aveva mai superato l’8% in questa seconda fase dell’epidemia e, fino all’8 ottobre, non aveva mai raggiunto il 3. I numeri più allarmanti in Lombardia e in Campania, 1.687 e 1.593 nuovi positivi in un giorno.

Preoccupa la loro crescita rapidissima dei casi, sia pure in larga parte asintomatici: si erano mantenuti sotto i duemila al giorno fino alla fine di settembre, il 1° ottobre hanno raggiunto i 2.500 e da allora sono quadruplicati. L’indice Rt, che misura quante persone vengono contagiate in media da un infetto, era a 1,17 nell’ultimo monitoraggio ma è salito ancora. In alcune aree supera quota 2: secondo gli scenari delineati dall’Istituto superiore di sanità, dovrebbe portare a rigide misure di contenimento.

Ieri hanno contato 73 morti, ma il dato è viziato dalla Campania che ha registrato solo ieri 21 morti degli ultimi 15 giorni. Altri 47 ricoveri in terapia intensiva e 545 nei reparti ordinari: i primi, continuando così, faranno saltare l’attività ordinaria degli ospedali, in molte aree del Paese, entro 15 giorni. Il tracciamento dei contatti dei positivi è ormai saltato quasi ovunque . Su questo il presidente del Consiglio superiore di sanità e componente del Cts, Franco Locatelli, avverte che “serve una strategia”. E Filippo Anelli, presidente della Federazione nazionale degli ordini dei medici (Fnomceo), lancia l’allarme sul tracciamento: “Abbiamo la percezione che il sistema non stia funzionando”.

Positivo Di Mauro, il medico che lanciò l’allarme sui contagi

Fa purtroppo notizia due volte sapere che il direttore generale dell’ospedale Cotugno di Napoli, Maurizio Di Mauro, è positivo al Covid-19. Sia perché la struttura è il polo di infettivologia lodato persino dalla tv britannica Sky News Uk per aver attraversato il lockdown a zero contagi. Sia perché Di Mauro è il manager sanitario che per primo a settembre ha lanciato l’allarme sull’aumento delle infezioni a Napoli, e sui reparti Covid che si stavano riempiendo troppo in fretta.

Un paio di sue interviste avevano preceduto di poco il bavaglio del governatore Vincenzo De Luca ai direttori della sanità campana, costretti per qualche giorno, con ordine scritto dell’Unità di Crisi, a non rilasciare dichiarazioni alla stampa sulle vicende dell’andamento dell’epidemia senza preventiva autorizzazione. E qualcuno aveva correlato il bavaglio deluchiano alla narrazione di Di Mauro, in quei giorni fuori registro rispetto a quella, assai più ottimista, di De Luca fresco di rielezione da superman dell’antivirus. Il diktat è durato pochi giorni. Sufficienti a far saltare alcune interviste già programmate da Corrado Formigli di La7 e altre testate. Ma il segnale non è sfuggito.

Di Mauro è asintomatico e ha scoperto di essere positivo con un tampone di sorveglianza. È in isolamento a casa “da dove continuerà a lavorare – si legge in una nota diramata dalla direzione generale dell’azienda ospedaliera dei Colli – e a monitorare la situazione”. Che non è affatto buona. Ieri l’Unità di Crisi regionale guidata da Italo Giulivo ha diramato un bollettino di guerra: 1593 positivi (solo 79 asintomatici) su 12.695 tamponi, 177 in più rispetto al giorno prima nonostante 1561 test in meno. E sbucano fuori 21 decessi, “nascosti” finora nei conteggi ufficiali. Avvenuti tra il 1 e il 17 ottobre, e tirati fuori ieri. Buoni forse a creare il clima di panico che sostenga la decisione di De Luca di continuare a tenere chiuse le scuole. Ignorando le proteste dei genitori culminate in un ricorso al Tar Campania che ha rigettato la loro istanza di riapertura immediata.

Nel testo del decreto si legge che “la espressa temporaneità della misura (fino al 30 ottobre, ndr) e il manifestato proposito di rimodulare il provvedimento impugnato alla luce del Dpcm emanato ieri, relativo alle attività didattiche” hanno portato a respingere il ricorso. Tra gli atti del contenzioso è stata depositata la nota dell’Udc con i numeri del contagio nelle scuole campane a ottobre. In una parte si quantificano a 611, in un’altra a 759. “Lo 0,08% del mondo scolastico”, secondo il ricorso degli avvocati Felice Laudadio e Alberto Saggiomo. Non molto dissimile dal dato nazionale diffuso dal ministro Lucia Azzolina. Ma qui si chiude, mentre il governatore De Luca si ritiene più bravo degli altri, e nessuno osa smentire questo ossimoro.

Cosa dice il Dpcm su scuola, movida e smart working

Il Comitato tecnico scientifico le chiama “tecniche di abbattimento dei fattori di rischio”. E consistono, in questa fase, “nell’eliminare i contatti ritenuti superflui”: scoraggiando la movida e gli assembramenti fuori da bar e locali, vietando gli sport di contatto anche dilettantistici (dopo quelli amatoriali a partire dalle partitelle di calcetto), favorendo lo smart working per decongestionare i trasporti pubblici. Preservata l’attività di ristoranti, bar, pub e pasticcerie ma con nuovi e vincoli. La scuola che per il Cts “ha una funzione essenziale e irrinunciabile, oltre che luogo sicuro o comunque a bassissima circolazione del virus”, resta aperta. Le nuove norme del Dpcm varate dal governo fino al 13 novembre puntano a ridurre la frequenza, la vicinanza e la durata dei contatti per rallentare i contagi.

Scuole. Superiori al pomeriggio 
solo su richiesta di asl o comune

Nodo delicatissimo del nuovo Dpcm è quello delle scuole, anche a causa della chiusura fino al 30 ottobre disposta, in solitaria, dal governatore De Luca per le primarie e secondarie. Il Tar Campania ha respinto in sede cautelare (il merito verrà deciso il 17 novembre) il ricorso dei genitori che si erano opposti alla decisione della Regione che non ha però escluso di rivedere l’ordinanza alla luce del nuovo Dpcm. In cui il governo conferma la volontà che la scuola si svolga in presenza anche se per le superiori sarà possibile il ricorso a forme flessibili di didattica, ma – è il senso dell’attesa circolare del ministro Azzolina – solo per criticità segnalate da Asl o Comuni: la scuola a distanza rimane dunque opzione complementare mentre eventuale sarà l’utilizzo di turni pomeridiani. Obbligatorio l’ingresso non prima delle 9 per alleggerire i mezzi pubblici.

Movida. Regole su ristoranti
e bar, possibili chiusure alle 21

Il nuovo Dpcm incide anche sulle attività dei servizi di ristorazione, consentite dalle 5 fino alle 24 con consumo al tavolo, e con un massimo di sei persone per tavolo, ma solo fino alle 18 in assenza di consumo al tavolo. Invariate invece le regole per le aree di servizio autostradali e quelle per le consegne a domicilio così come per le attività delle mense e del catering che garantiscono la distanza di sicurezza. La questione di ristoranti, pub e bar incrocia quella della movida e la possibilità per i sindaci di proporre le aree a rischio assembramento dopo le 21: si lavora un protocollo per fare in modo che quelle segnalazioni vengano portate al Comitato provinciale per l’ordine pubblico per l’adozione di mini-coprifuoco che verranno poi attuati dalle forze di polizia. Divieto di sagre e fiere ad eccezione di quelle di carattere nazionale e internazionale. Sospesi convegni e congressi in presenza.

Sport. Stop ai dilettanti
7 giorni per palestre e piscine

Si fermano le gare dilettantistiche, sia per gli sport individuali che per quelli di squadra, restano invece le competizioni considerate di interesse nazionale o regionale. In questi casi gli stadi potranno essere riempiti al massimo al 15 per cento rispetto alla capienza totale ma comunque non oltre il numero massimo di mille spettatori per manifestazioni sportive all’aperto e di 200 spettatori per manifestazioni sportive in luoghi chiusi. Gli atleti, professionisti e non, potranno continuare ad allenarsi, ma a porte chiuse e nel rispetto dei protocolli. Per l’attività sportiva dilettantistica di base, solo allenamenti individuali senza gare. C’era già lo stop per le partitelle amatoriali. Osservate speciali palestre e piscine: una settimana e poi si deciderà se tenerle aperte o no.

Parchi. accesso agli under 14
solo se accompagnati da un adulto

L’accesso a parchi, giardini pubblici e aree gioco per bambini e ragazzi è consentito con l’obbligo di accompagnamento di un adulto per i minori fino a 14 anni.

Contact tracing. Le asl tenute
a segnalare i contagi su immuni

Sul fronte contact tracing scatta l’obbligo per le Asl di segnalare i contagi sull’app Immuni caricando il codice chiave in presenza di un caso di positività.

La Lombardia rivede l’inferno. Chiusura totale dalle 23 alle 5

Coprifuoco dalle 23 alle 5 del mattino in tutta la Lombardia, a partire da giovedì e per tre settimane. Riunione tesa, ieri sera, in Regione Lombardia. Tema: Milano e i contagi ormai fuori controllo. Il presidente Attilio Fontana, il sindaco Giuseppe Sala, i sindaci dei capoluoghi lombardi, il presidente dell’Anci Mauro Guerra e i capigruppo di maggioranza e opposizione si sono confrontati con le richieste del Comitato tecnico-scientifico regionale e poi hanno deciso di chiedere al governo, nella persona del ministro della Salute Roberto Speranza, di condividere le misure del coprifuoco regionale che scatterà da giovedì 22 ottobre.

Stop di tutte le attività e di tutti gli spostamenti – tranne casi eccezionali e di comprovata necessità – nell’intera Lombardia dalle 23 alle 5. Sabato e domenica dovranno restare chiusi gli esercizi commerciali della grande distribuzione, tranne gli alimentari e di prima necessità.

Su queste misure è stata raggiunta l’unanimità dei presenti alla riunione, ma dopo che erano state avanzate proposte più radicali. Il Comitato tecnico-scientifico aveva chiesto la chiusura di tutto già dalle 21 e dei bar dalle 18, ma non è stato ascoltato. Aveva chiesto anche il potenziamento dei controlli per verificare l’utilizzo delle mascherine sia all’aperto sia al chiuso, l’agevolazione dello smart working e la chiusura di tutte le attività commerciali nel fine settimana, escluse quelle essenziali. Il sindaco Sala aveva espresso la sua contrarietà nei confronti della delega ai sindaci a chiudere le città o parti delle città: non vuole passare per quello che ferma Milano, rifiuta di prendere misure in proprio e si protegge dietro la decisione di chiudere tutta la Regione.

Altre richieste avanzate nella riunione non sono state prese in considerazione. C’è stato chi ha chiesto d’intervenire sul trasporto pubblico locale, potenziandolo e chiedendo al governo i fondi necessari; di sospendere l’Area B, l’Area C e tutte le ztl (zone a traffico limitato) perché disincentivano l’uso dell’automobile e aumentano l’affollamento sui mezzi pubblici.

Tra gli operatori della sanità circola l’impressione, confessata a denti stretti, che le misure proposte siano necessarie, ma insufficienti, vista la situazione non tanto della Lombardia, ma dell’area metropolitana di Milano, dove il virus corre ormai senza freni.

Ad ammetterlo sono gli stessi uomini dell’amministrazione lombarda. La “commissione indicatori” istituita dall’assessorato al welfare e alla sanità (retto da Giulio Gallera) prevede che al 31 ottobre saranno almeno 600 i ricoverati in terapia intensiva e 4 mila quelli in terapia non intensiva. Ma il Comitato medico scientifico ha previsioni più alte: in due settimane arriveremo a 6 mila ricoverati, di cui 800 in terapia intensiva (oggi sono 113) . Situazione allarmante. I vertici della Ast Milano constatano che i contagiati da Covid-19 in tre settimane sono sestuplicati. Ormai in città il virus avanza al ritmo di circa mille nuovi casi al giorno. Ieri sono stati 1.687 i contagiati ufficialmente accertati in tutta la Lombardia, di cui 814 a Milano, a fronte di 14.577 tamponi: i positivi sono ormai oltre il 10 per cento dei sottoposti a tampone. I ricoveri, nella giornata di ieri, sono stati 38, di cui tre in terapia intensiva. Sei i morti, che fanno arrivare alla cifra di 17.084 le vittime del virus in Lombardia dall’inizio della pandemia. Se a marzo-aprile il Covid era arrivato in regione come uno tsunami improvviso e inaspettato, l’impennata di questi giorni, in particolare a Milano, mette a nudo l’impreparazione della sanità lombarda di fronte a un pericolo ormai conosciuto. Il sistema di tracciamento dei contatti dei positivi è andato completamente in tilt, le Usca (Unità speciali di continuità assistenziale, quei gruppi di medici che svolgono attività domiciliari per i pazienti Covid) dovrebbero essere 200, in base al numero degli abitanti, sono invece solo 46.

Breve guida: ecco perché si parla (da mesi) del nulla

Domenica e ancora ieri, Giuseppe Conte sembra aver chiuso definitivamente la questione Mes. Il premier ha seguito a grandi linee quanto dichiarato la scorsa settimana (e anche lui ieri) dal ministro dell’Economia, che si può riassumere in un concetto: lo Stato italiano, avendo pieno accesso ai mercati e disponendo di sufficiente liquidità, non ha alcun bisogno di ricorrere al prestito del Mes, la cui linea pandemica è stata invece “pensata in caso ci fosse stato un problema di liquidità per un Paese”. Concetto che però continua ad alimentare discussioni basate a volte su presunti benefici in termini di spesa per interessi, altre volte, non senza una certa dose di sciacallaggio, sulla possibilità di aver potuto evitare parte delle morti legate alla pandemia. Ecco un riassunto dei nodi della questione.

I soldi del Mes servono solo per uno scopo preciso. Solo i costi sanitari legati direttamente o indirettamente alla pandemia possono esser finanziati ricorrendo al Mes. Sono inoltre spese che, con le parole di Gualtieri, “devono esser fatte comunque” e non dipendono quindi dal modo in cui vengono finanziate (Mes o Btp che sia).

I soldi del Mes vanno nel debito pubblico. Come i fondi che lo Stato raccoglie sul mercato con l’emissione di titoli di Stato, anche quelli ricevuti dal Mes sono debiti e come tali concorrono al calcolo del debito pubblico. Cambia la forma tecnica: un prestito nel caso del Mes; obbligazioni scambiabili sul mercato per i Titoli di Stato. Un’altra differenza è che il credito del Mes è privilegiato rispetto ai titoli e da ciò deriva un altro punto essenziale.

Il tasso di interesse del Mes sconta un rischio più basso. Il Btp a 10 anni paga circa lo 0,7% d’interesse annuo. Il prestito del Mes, con uguale scadenza, sarebbe invece erogato ad un tasso finito negativo, circa -0,15%. Stando così le cose il commentatore superficiale potrebbe quantificare in circa 300 milioni il risparmio annuo di interessi. Ma è appunto un conto sbagliato perché non considera il diverso rischio che le due forme di debito riconoscono al creditore. Per il Mes, creditore privilegiato rispetto a tutti gli altri, il rischio che l’Italia non ripaghi il suo debito è zero. Per tutti i sottoscrittori di Titoli di Stato invece no.

Il rischio stigma. Ne aveva accennato un mese fa il governatore di Bankitalia Visco: nonostante i vantaggi del prestito Mes, “c’è il problema dello stigma, va affrontato in modo ragionevole e trasparente”. Questo problema lo potremmo definire di natura reputazionale. Ci si chiede in che modo la reputazione esterna dello Stato italiano potrebbe modificarsi se dovesse ricorrere da solo ai soldi del Mes. Il parallelo che si fa è con le linee di credito precauzionali del Fmi che spesso sono accompagnate da un danno reputazionale per gli Stati che ne richiedono l’attivazione. C’è poi anche un problema reputazionale interno, di natura prettamente politica, che potrebbe interessare il governo con l’accusa di volersi far commissariare dall’istituzione tecnocratica Mes. Calcolare il costo di questo stigma, peraltro, rimane un esercizio complicato.

L’Italia non ha problemi di finanziamento. Se anche il danno reputazionale fosse basso, verrebbe ugualmente da chiedersi come mai lo Stato debba accollarselo se non ha problemi di finanziamento. In questi mesi è capitato varie volte che le aste dei titoli di Stato ricevessero domande per “n volte” l’offerta. Stando ai dati dell’ultimo bollettino economico di Banca d’Italia la liquidità, la cassa, del Tesoro era superiore ai 100 miliardi di euro ad agosto (in aumento di 67 miliardi rispetto a dicembre).

Riassumendo: il dibattito sul Mes doveva già esser chiuso da tempo.