La curva dei contagi costringe all’urgenza e non consente immobilismi ideologici. Lo scontro tra il governo e i sindaci dura meno di 24 ore, quelle che trascorrono tra la conferenza di domenica sera a Palazzo Chigi – in cui Giuseppe Conte annuncia, senza prima averne discusso coi Comuni, la possibilità che i sindaci chiudano piazze a rischio assembramenti – e l’accordo su un protocollo da seguire in caso sia necessario isolare le zone più pericolose della città. L’esecutivo e Antonio Decaro, sindaco di Bari e presidente dell’Associazione dei Comuni, litigano per mezza giornata, poi è lo stesso Decaro ad abbassare i toni in una diretta Facebook rivolta ai suoi concittadini: “Cerchiamo di rispettare le restrizioni senza lamentarci e senza fare polemica, io compreso. Abbandoniamo le polemiche”.
La concretezza ha allora la meglio su uno scontro politico iniziato appena dopo l’annuncio del Dpcm, coi sindaci che non avevano per nulla gradito il riferimento – poi cancellato nella versione finale del decreto – a loro come responsabili di eventuali restrizioni mirate: “La norma ha il solo obiettivo di scaricare sulle nostre spalle la responsabilità del coprifuoco agli occhi dell’opinione pubblica –aveva detto Decaro – e noi non lo accettiamo”. Parole condivise tra gli altri dal sindaco di Bergamo Giorgio Gori e da Dario Nardella, primo cittadino a Firenze.
Il Protocollo. E così, ieri, il governo ha tentato di ricucire uno strappo che in questo momento non conviene a nessuno. Nel pomeriggio, Conte si è chiarito con Decaro e con la ministra dell’Interno Luciana Lamorgese ha promosso un testo condiviso per chiarire chi farà cosa: “Abbiamo concordato un protocollo – è l’annuncio del premier – che consentirà ai sindaci, sentite le Asl, di elaborare una proposta per le piazze e le vie che più si prestano agli assembramenti. Verrà portato al Comitato provinciale dell’ordine e la sicurezza pubblica e in una riunione tecnica verrà dato mandato alle forze di polizia di effettuare i controlli e dare attuazioni a queste misure”.
Resta quindi la responsabilità dei sindaci di decidere su quali strade intervenire – d’altra parte sarebbe difficile per il governo conoscere i rischi di ogni quartiere – ma poi verrà garantito loro un sufficiente numero di agenti per sorvegliare le zone indicate. E Decaro, che pure non cambia idea sul comportamento del governo, alla fine è soddisfatto: “Per noi è stato uno sgarbo istituzionale, ma oggi (ieri, ndr) c’è stato un chiarimento. Noi sindaci possiamo individuare le aree più pericolose, ma non abbiamo competenze sull’ordine pubblico, che spetta a prefetto e questore. Non chiedete a noi i controlli”.
Le Norme vigenti. Tregua sia, allora, per quanto la questione sia rimasta ingarbugliata su temi in realtà ben poco controversi, carte alla mano. Al di là del bon ton istituzionale, il Dpcm non ha aggiunto nulla di nuovo nel delegare ai sindaci la segnalazione di zone a rischio. Diverse norme, peraltro spesso richiamate durante la prima ondata del virus, concedono infatti alle autorità locali precisi poteri per gestire situazioni d’emergenza, lasciando loro perfino la possibilità di delineare zone rosse. Ne è prova la legge 833 del 1978, quella che istituì il Servizio sanitario nazionale e che consente a governatori e sindaci di emanare “ordinanze dal carattere contingibile e urgente” in materia di igiene e sanità pubblica.
Allo stesso modo, il decreto legislativo 112 del 1998, all’articolo 117 riporta che “in caso di emergenze sanitarie o di igiene pubblica a carattere esclusivamente locale – dunque se esistono focolai circoscritti, come già accaduto – le ordinanze contingibili e urgenti sono adottate dal sindaco”. Principio ribadito anche dal Testo Unico degli Enti Locali all’articolo 50. Una volta definite le aree dai sindaci – ed è quanto ribadito dal protocollo di ieri – allora lo Stato può sostenere i Comuni con le forze dell’ordine.