Dallo scontro alla tregua. Ma i sindaci hanno poteri

La curva dei contagi costringe all’urgenza e non consente immobilismi ideologici. Lo scontro tra il governo e i sindaci dura meno di 24 ore, quelle che trascorrono tra la conferenza di domenica sera a Palazzo Chigi – in cui Giuseppe Conte annuncia, senza prima averne discusso coi Comuni, la possibilità che i sindaci chiudano piazze a rischio assembramenti – e l’accordo su un protocollo da seguire in caso sia necessario isolare le zone più pericolose della città. L’esecutivo e Antonio Decaro, sindaco di Bari e presidente dell’Associazione dei Comuni, litigano per mezza giornata, poi è lo stesso Decaro ad abbassare i toni in una diretta Facebook rivolta ai suoi concittadini: “Cerchiamo di rispettare le restrizioni senza lamentarci e senza fare polemica, io compreso. Abbandoniamo le polemiche”.

La concretezza ha allora la meglio su uno scontro politico iniziato appena dopo l’annuncio del Dpcm, coi sindaci che non avevano per nulla gradito il riferimento – poi cancellato nella versione finale del decreto – a loro come responsabili di eventuali restrizioni mirate: “La norma ha il solo obiettivo di scaricare sulle nostre spalle la responsabilità del coprifuoco agli occhi dell’opinione pubblica –aveva detto Decaro – e noi non lo accettiamo”. Parole condivise tra gli altri dal sindaco di Bergamo Giorgio Gori e da Dario Nardella, primo cittadino a Firenze.

Il Protocollo. E così, ieri, il governo ha tentato di ricucire uno strappo che in questo momento non conviene a nessuno. Nel pomeriggio, Conte si è chiarito con Decaro e con la ministra dell’Interno Luciana Lamorgese ha promosso un testo condiviso per chiarire chi farà cosa: “Abbiamo concordato un protocollo – è l’annuncio del premier – che consentirà ai sindaci, sentite le Asl, di elaborare una proposta per le piazze e le vie che più si prestano agli assembramenti. Verrà portato al Comitato provinciale dell’ordine e la sicurezza pubblica e in una riunione tecnica verrà dato mandato alle forze di polizia di effettuare i controlli e dare attuazioni a queste misure”.

Resta quindi la responsabilità dei sindaci di decidere su quali strade intervenire – d’altra parte sarebbe difficile per il governo conoscere i rischi di ogni quartiere – ma poi verrà garantito loro un sufficiente numero di agenti per sorvegliare le zone indicate. E Decaro, che pure non cambia idea sul comportamento del governo, alla fine è soddisfatto: “Per noi è stato uno sgarbo istituzionale, ma oggi (ieri, ndr) c’è stato un chiarimento. Noi sindaci possiamo individuare le aree più pericolose, ma non abbiamo competenze sull’ordine pubblico, che spetta a prefetto e questore. Non chiedete a noi i controlli”.

Le Norme vigenti. Tregua sia, allora, per quanto la questione sia rimasta ingarbugliata su temi in realtà ben poco controversi, carte alla mano. Al di là del bon ton istituzionale, il Dpcm non ha aggiunto nulla di nuovo nel delegare ai sindaci la segnalazione di zone a rischio. Diverse norme, peraltro spesso richiamate durante la prima ondata del virus, concedono infatti alle autorità locali precisi poteri per gestire situazioni d’emergenza, lasciando loro perfino la possibilità di delineare zone rosse. Ne è prova la legge 833 del 1978, quella che istituì il Servizio sanitario nazionale e che consente a governatori e sindaci di emanare “ordinanze dal carattere contingibile e urgente” in materia di igiene e sanità pubblica.

Allo stesso modo, il decreto legislativo 112 del 1998, all’articolo 117 riporta che “in caso di emergenze sanitarie o di igiene pubblica a carattere esclusivamente locale – dunque se esistono focolai circoscritti, come già accaduto – le ordinanze contingibili e urgenti sono adottate dal sindaco”. Principio ribadito anche dal Testo Unico degli Enti Locali all’articolo 50. Una volta definite le aree dai sindaci – ed è quanto ribadito dal protocollo di ieri – allora lo Stato può sostenere i Comuni con le forze dell’ordine.

Mes e coprifuoco, Conte respinge il Pd e vuole una verifica

L’avvocato che di solito fa il mediatore sfuma i toni, precisa, rassicura. Ma il giorno dopo aver bocciato il Mes, nella sostanza, il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, ripete ciò che pensa: “Il fondo salva Stati non è la panacea”. E accanto a lui, il ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri, dem parecchio autonomo, spiega in conferenza stampa con cifre e chiarimenti tecnici, che lui è “sempre stato favorevole al Mes”, ma che il gioco, in fondo, non vale la candela. Anche se per tutto il giorno mezzo Pd va all’attacco, e il segretario Nicola Zingaretti è furibondo: “Un tema così importante per la maggioranza va affrontato insieme nelle sedi opportune e non certo in una battuta in una conferenza stampa”. Al Nazareno dicono che il premier “deve stare attento”, e che “non può trattare così il Pd”. Ma la questione è più di metodo che di merito. E tra il premier e il segretario dem arriva una telefonata di chiarimento, dicono fonti di governo.

D’altronde Conte si sente forte, dopo il fine settimana di tavoli in cui ha respinto l’assalto dell’ala dura del governo sulle restrizioni per il Covid, cioè del capo delegazione dem Dario Franceschini e del ministro della Salute, Roberto Speranza. E replica con ostentata tranquillità: “Sul Mes ho risposto a una domanda, ma non vuol dire che è risolta ieri (domenica, ndr) in conferenza stampa: ci sono le sedi opportune e ci sarà l’opportunità per parlarne”. Piuttosto, rilancia, “dopo gli Stati generali del M5Ssarà opportuno un confronto politico per definire le priorità della maggioranza e per definire un patto in vista della fine legislatura”. È innanzitutto una risposta ai dem che giorni fa avevano invocato un “chiarimento politico di maggioranza” per bocca del vicesegretario Andrea Orlando e del capogruppo alla Camera Graziano Delrio. Un segnale che Zingaretti raccoglie subito: “Bene Conte sul patto di legislatura”. Ma citando il congresso del M5S, indirettamente il premier conferma che il muro al fondo salva Stati gli serve anche per compattare i 5Stelle, frammentati dall’evento congressuale.

Non è un caso che gli battano le mani i grillini di ogni orientamento, compreso il descamisado Alessandro Di Battista: “Conte ha liquidato il Mes”. Come non sono casuali i cattivi pensieri che filtrano dalle stanze di governo del Movimento: “Il premier ha fermato Franceschini e il Pd sulle chiusure, e loro gli hanno scagliato contro i sindaci”. Ma Conte ha dalla sua tutti i ministri 5Stelle, compreso quel Luigi Di Maio con cui da qualche settimana ha un asse solido. E non solo, visto che Gualtieri veste i panni del tecnico e va per la sua strada. Il premier, dunque, tira dritto anche sul Mes, che non lo ha mai convinto. Raccontano che le sue parole di domenica (“sul fondo c’è il rischio stigma, non lo ha preso nessuno”) riflettano dubbi diffusi anche tra i dirigenti del ministero dell’Economia. Il Mes “non sono 37 miliardi in più per la sanità”, ma è un prestito che va coperto per attuare le misure e che consentirebbe risparmi per “300 milioni di interessi l’anno”, chiarisce lo stesso Gualtieri. Bisogna chiedersi se è meglio “essere l’unico Paese europeo che lo chiederà o se è meglio non essere l’unico e rinunciare a questi 300 milioni”. In privato, il ministro è più esplicito: “Se mi fanno avere 300 milioni in più sono contento, se devo avere fibrillazioni in Parlamento che fanno crescere lo spread e mi fanno perdere dieci volte di più di quello che guadagno sul Mes, divento meno contento”. In Parlamento una maggioranza sul fondo non c’è e non sta al titolare del Tesoro trovarla. Di più: “Quei 300 milioni sono grosso modo il costo della sugar tax o del rinvio della discussione”. Neanche Franceschini ha intenzione di fare le barricate.

Mentre il commissario agli Affari economici Ue, Paolo Gentiloni, esprime una posizione più morbida che in passato: “È un duello tutto italiano, dal quale cerco di stare lontano: penso di aver fatto la mia parte, lavorando, come commissione europea, per eliminare dalle linee di credito le condizionalità macroeconomiche”. Poi sostiene che lo scenario è parzialmente cambiato: “È chiaro che c’è un vantaggio per i Paesi che hanno un debito più alto a prenderlo, ma si è ridotto negli ultimi tempi, perché i tassi di interesse sono scesi”. Così il Mes si avvia a uscire di scena, perché lo deciderà un patto di governo. Sulle misure anti Covid, si vedrà. La via della concordia è in quanto dicono al Nazareno: si tratta di un tema scientifico, non politico.

Il corpo estraneo

Si attendeva con ansia un segnale di riscatto della magistratura, dopo gli ultimi scandali culminati nel più sfacciato, ma non certo più grave: il caso Palamara. E quel segnale è arrivato: Piercamillo Davigo cacciato dal Csm. Il simbolo vivente dei valori costituzionali di autonomia e indipendenza della magistratura, il pm di Mani Pulite e poi il giudice di appello e di Cassazione che da 40 anni non piega la schiena e non tira indietro la gamba dinanzi alle pressioni e alle minacce del Potere di ogni tipo e colore, è fuori dall’organo di autogoverno. E già era bizzarro che vi fosse entrato, due anni fa, col record di preferenze: ma era chiaro che quel corpo estraneo, al primo pretesto utile, sarebbe stato vomitato fuori dalla casta politico-togata che infesta il finto “autogoverno” sempre più eterodiretto. Ora il pretesto è arrivato: il compimento dei 70 anni, cioè il raggiungimento della pensione. Che però vale per la sua attività di magistrato, non certo per quella di consigliere del Csm.

In passato diversi membri laici andarono in pensione (da avvocati o da docenti universitari) e nessuno si sognò di cacciarli dal Csm per raggiunti limiti di età. Se i Costituenti e i legislatori avessero voluto fare un’eccezione per i togati, l’avrebbero introdotta come causa di ineleggibilità e incandidabilità, come quella che esclude i magistrati over 66 dai concorsi per gli incarichi direttivi perché non garantiscono almeno 4 anni di funzioni. Invece i 2.552 colleghi (su 8.010) che nel 2018 elessero Davigo al Csm sapevano benissimo che, a metà mandato, sarebbe andato in pensione da giudice, ma lo votarono lo stesso perché era scontato che durasse in carica fino al termine della consiliatura. Davigo però è un uomo controcorrente: il partito degli imputati, degli impuniti e dei garantisti pelosi lo considera “giustizialista”. Dunque è finito o rimasto nel mirino dei colleghi invidiosi della sua popolarità, della sua credibilità e del suo rigore morale. Tra quelli che ieri gli hanno votato contro, anche con voltafaccia imbarazzanti, oltre a un inspiegabile e sconcertante Nino Di Matteo, ci sono i correntocrati della destra e della sinistra giudiziaria che per anni hanno inciuciato e fatto carriera con i vari Palamara, collaborando a brutalizzare e/o punire altri cani sciolti (De Magistris, Forleo, Nuzzi, Apicella, Verasani, Robledo, Woodcock) e a coprire i porti delle nebbie e delle sabbie. Ed erano pronti a tutto, persino a calpestare l’articolo 104 della Costituzione (“I membri del Csm durano in carica 4 anni”), pur di liberarsi di lui. Un giorno si accorgeranno di non aver colpito Davigo, ma l’idea stessa di Magistratura, come non riuscirebbero a fare neppure mille Palamara. E forse, di nascosto, si vergogneranno.

Addio Alfredo Cerruti, voce irriverente degli Squallor

È scomparso all’età di 78 anni Alfredo Cerruti, voce degli Squallor. Di seguito un estratto della sua prima intervista dal ’79 rilasciata a Malcom Pagani per il Fatto nel 2014.

 

L’eccezione, a lungo rimandata, prende forma in una fredda mattina di dicembre. (…) Cerruti ha attraversato la musica italiana alla testa della Cbs: “La mia vera famiglia“, della Cgd e della Ricordi. Direttore artistico, mentore, talent scout, autore in memorabili programmi radiotelevisivi e coscienza ironica di un microcosmo abituato a prendersi troppo sul serio: (…) “Sono in pensione” ma non smetto di ridere: “L’ho sempre fatto. Cercando, anzi inseguendo l’allegria. Senza, l’esistenza somiglia a un’agonia. E io di agonizzare non avevo voglia”.

Dal 1969 con colleghi come Daniele Pace, Totò Savio eGiancarlo Bigazzi, Cerruti inventò gli Squallor. Un gruppo anomalo che pur non essendo mai apparso in pubblico e avendo subito la ciclica censura delle radio, pubblicò trentacinque album, ispirò due film. (…)

Come vi venne in mente di incidere un disco?

Ero rimasto colpito da un vecchio film inglese “Il mio amico il diavolo” con una stupenda Raquel Welch girato da Stanley Donen. (…) Uno dei personaggi interpretava una canzone che per buona parte alternava parti cantate a parte recitate. Provai a fare la stessa cosa utilizzando la base di Lady Barbara dei Profeti e in un giorno di caldo mostruoso, nacque il nostro primo pezzo,38 Luglio. I miei amici ridevano. Gli chiesi cosa cazzo avessero da ridere.

E loro?

‘Funziona Alfrè, che ti dobbiamo dire?’. (…) Allora unimmo le forze, incidemmo un 45 giri e proseguimmo.

Era un mondo d’arte e vizi?

Il mio unico vizio sono state le donne (…). Ho fumato un’unica canna in vita mia e sono stato malissimo (…).

Sdrammatizzava spesso?

Sempre. Tutte le volte che potevo. Gliel’ho detto, avevo sempre a che fare con i rompicoglioni. (…) Dopo una riunione con I Pooh, riunirmi con gli amici e dissacrare rappresentava un’esigenza.

Fotografie di rompicoglioni storici?

C’erano i rompicoglioni strutturali e poi c’erano i matti. Loredana Bertè, ad esempio, era completamente matta (…). La sculacciai sul divano davanti a Mario Lavezzi. (…) Loredana litigava, ma sapeva voler bene e oltre a essere un’artista vera, aveva una qualità che ai miei occhi è sempre stata importante.

Quale, Cerruti?

Non le è mai fregato nulla del denaro. (…)

Altri litigi?

Una volta mandai a fare in culo anche Claudia Mori. Avrei dovuto fare l’autore per Celentano, ma alla fine, comunicandomelo all’ultimo istante, mi preferirono Vincenzo Cerami. Non la presi bene e le feci conoscere il mio disappunto. Tra i due, Adriano, che non è matto per niente ed è solo molto furbo, è la mente. Lei invece è il braccio. (…) Lui è felice perché può recitare da dio. E un po’ divino, in effetti, Adriano è.

Per il pubblico che vi seguiva, erano una divinità anche gli Squallor.

Si creò una comunità di insospettabili che superava il conformismo e sembrava capire il senso del nostro esperimento. Quando con il secondo disco vendemmo settantamila copie intuimmo che il nostro passatempo non era più soltanto un hobby. (…) nell’Italia bigotta dell’epoca la libertà di espressione mancava come l’aria. Prenda ad esempio il Pci.

Preso.

Ecco, io sono stato sempre di sinistra e alla politica mi sono sempre interessato. (…) Ma il Pci non mi piaceva. Era un partito monolitico che pretendeva di indirizzare la morale, dettare le regole del buon gusto (…).

Vostro bersaglio prediletto era il Vaticano.

Non ci hanno mai scomunicato. Forse additarci avrebbe significato riconoscerci. (…)

Ve la prendeste anche con il Partito Socialista.

Ci occupammo spesso di Craxi e anche di De Michelis.

Al ministro dedicaste anche una canzone. “Demiculis”.

Una cosa innocente in fondo. Parlammo anche di Berlusconi. Irridendolo. Lui era già uno sfigato, noi eravamo pieni di fighe. (…) Sa che un giorno conobbi anche l’ex ministro De Lorenzo? Mi cercò per scrivere uno spot contro l’Aids. Gli dissi: ‘Mi metto al lavoro, ma non è affatto detto che il risultato finale la convinca’. (…) Lo slogan che avevo scelto: ‘Col cazzo che lo prendo, l’Aids’ non gli piacque granché.

Del cinema e dei due film che agli Squallor si ispirarono, ‘Arrapaho’ e ‘Uccelli d’Italia’ di Ciro Ippolito che ricordi ha?

Scrivemmo il copione in due giorni a casa mia, girammo per poco più di una settimana. (…) Arrapaho sbancò i botteghini.

In Indietro tutta lei interpretava la voce poliziesca che forniva informazioni surreali al marinaio Arbore: “Volante uno a volante due“.

Con Boncompagni, Renzo e Mario Marenco (…) ci siamo divertiti come bambini felici. Ogni volta che scendevo a Roma era una festa. Una zingarata in stile Amici miei. (…) Il vero teatro delle nostre scorribande era la notte.

Cosa facevate di notte?

Chiamavamo i clienti degli alberghi a tarda sera e gli annunciavamo una gita gratuita ai Fori romani per l’alba del giorno successivo. (…) Avrebbe dovuto vederli i poveri clienti. Pesti dal sonno, quasi in pigiama, sulla porta dell’albergo ad aspettare un Pullman che non sarebbe mai arrivato.

Lei crede nei ritorni?

Neanche un po’. (…) Gli Squallor si spensero perché gli altri membri del gruppo scomparvero all’improvviso, ma forse sarebbero finiti comunque. Ogni cosa ha un suo tempo. (…)

Ha detto di aver molto amato, ma non ha raccontato nulla della sua storia d’amore con Mina.

Di Mina non parlo. (…)

Si è almeno spiegato perché da tanti anni Mina si sia volontariamente allontanata dal palco?

Non me lo sono mai spiegato, ma so che ha fatto bene. Anzi, benissimo.

Quanto può essere indigesto un panino con vessazioni

Commenti sessisti, insulti razzisti e omofobi, aggressioni sessuali.Mediapart, in collaborazione con StreetPress, ha indagato per più di due mesi sulla gestione di numerosi fast-food di McDonald’s in Francia. Raccolte 78 testimonianze, di cui 40 dal collettivo McDroits e dall’associazione React. Il gruppo è al centro di accuse simili in diversi paesi ed è già stato denunciato dall’Ocse per “molestie sessuali sistematiche”. La direzione, che ha rifiutato di rispondere alle domande di Mediapart, si è limitata a dichiarare per mail: “McDonald’s France condanna fermamente tutti i comportamenti a connotazione sessuale o sessista”. Eppure le testimonianze non lasciano dubbi: “Il sessismo è la pratica più denunciata all’interno dell’azienda – spiega il collettivo McDroits.Ma sono segnalati anche altri comportamenti discriminanti. I dipendenti di colore, arabi e le donne con il velo sono oggetto di disprezzo e disumanizzazione. Anche i gay vengono stigmatizzati”.

Alcune di queste testimonianze sono difficili da ascoltare. Come quella di Laure (il suo, come tutti gli altri, è un nome di fantasia), 21 anni, che lavora dal 2018 in un McDonald’s della regione di Parigi per finanziare i suoi studi. Non si è mai sentita al sicuro in presenza del superiore, P.: “A noi ragazze ci si incolla addosso. Quando mi passa accanto lo fa apposta per sfiorarmi i seni”. Lo conferma una sua collega, Leila: “Alcune ragazze si sono lamentate perché allunga le mani e anche dei colleghi maschi hanno protestato per le sue parole umilianti”. Almeno quattro dipendenti di questo ristorante hanno raccontato una storia simile. Jean, che ha lavorato lì per tre anni e si è licenziato a settembre, osserva: “Si scherzava spesso sul fisico delle donne, delle collaboratrici, ma anche delle clienti”. Lilian, un collega di Laure, conferma gli sguardi e i commenti fuori posto di P.: “Lo faceva con lei ma anche con altre colleghe”. Una sera di dicembre 2018 decidono di andare tutti insieme a bere qualcosa a casa di uno di loro. Inizia una partita di strip poker. “Mi sono ritrovata da sola con P. – racconta Laure – comincia a parlarmi del mio seno, a toccarmi. Lo respingo, gli ripeto che non voglio, ma ho paura che si voglia vendicare di me perché non mi faccio toccare al lavoro. Poi si mette dietro di me, mi abbassa le mutandine e comincia a toccarmi. Non volevo ma ero pietrificata, non riuscivo a parlare”. Solo tempo dopo Laure si è confidata con alcuni colleghi. Per un anno e mezzo ha continuato a lavorare a contatto con P. Leïla, che ha lavorato per tre anni nello stesso ristorante, ricorda quando Laure si è confidata con lei: “Sapevo che P. aveva dei comportamenti sessista, ma non mi aspettavo tanto. Ero scioccata”. Lei stessa si è ritrovata più volte a disagio in presenza del superiore. Un giorno, nell’aprile 2019, arrivando al lavoro, P. nota che ha cambiato colore ai capelli e le dice: “Stai molto bene. Allora, quando scopiamo?”. “Ho sentito più volte P. fare commenti sul seno di Laure. Noi ci limitavano a sorrisini imbarazzati. Ma mi sento in colpa per non aver mai reagito. È come essere complici”, osserva Jean. Nel novembre 2019, Laure cerca di avviare un’azione collettiva contro il superiore. La direzione lo scopre e, a dicembre, convoca lei e P. per avere delle spiegazioni. Laure racconta tutto e P. non nega: “Scusa per averti violentata”, dice. Laure ha continuato a lavorare con P. fino ad agosto 2020. P. non è mai stato sanzionato, poi, finalmente, si è dimesso per andare a lavorare in un altro ristorante. Laure non lo ha mai denunciato e continua a lavorare nello stesso fast-food.

Due giovani donne raccontano che nei McDonald’s dove hanno lavorato gli uomini facevano una classifica delle colleghe in funzione del loro aspetto fisico: “Su una sorta di lavagna si dividevano le ragazze che erano single”, racconta Faïza, che lavora ancora in un McDonald’s di Mulhouse. Léa ricorda che, il suo secondo giorno di lavoro, nel 2017, in un McDonald’s presso Tours, quando aveva appena 18 anni, ha sentito dire da un collega: “La ragazzina con il seno grosso me la farei volentieri”. Jeanne, che per dieci anni ha lavorato come collaboratrice in un McDonald’s Ouest-Parisien del Val-d’Oise, nella regione parigina, filiale di McDonald’s France, ha deciso invece nel gennaio 2020 di sporgere denuncia per molestia sessuale contro un suo ex collega. Lui faceva spesso allusioni al suo fisico. Poi, a un certo punto, ha cominciato a provocarla, a tentare di toccarla. Lei gli ha chiesto più volte di smettere, invano. “Continuava a starmi addosso e una sera non ce l’ho fatta più: “Stai zitto, smettila!”, ho gridato. Da allora è diventato cattivo con me e mi ha insultato, dandomi della puttana”, racconta Jeanne, che il 3 gennaio è stata convocata nell’ambito dell’inchiesta preliminare aperta contro F. Lui si è detto innocente. Almeno quattro donne avrebbero avuto dei problemi analoghi con F. Julie, che nel 2018 ha lavorato per diversi mesi nello stesso ristorante di Jeanne, racconta: “F. mi prendeva in giro perché sono lesbica”. Secondo lei la direzione non ha fatto nulla per proteggerla: “Ho pianto molto. Ma per tutto quello che ci ha fatto, F. non è mai stato sanzionato”. Abbiamo cercato di contattare la direzione, inutilmente. È stata aperta un’inchiesta interna. Secondo Loïc Gloux, direttore di McDonald’s Ouest-Parisien, è stato possibile raccogliere 30 testimonianze, ma tutte sono state giudicate “contraddittorie” ed è stato escluso “ogni fatto di molestia”. Dal dicembre 2019 Jeanne è in congedo per malattia e non è più tornata a lavoro. Ana invece ha deciso che non sporgerà denuncia. Non ne ha la forza. La giovane donna ha cominciato a lavorare nel dicembre 2019 al McDonald’s di Mulhouse, con contratto a tempo indeterminato di 25 ore settimanali. Sul contratto figura ancora il nome maschile che le è stato dato alla nascita. Diversi anni fa, Ana ha deciso di cambiare sesso ma dopo tanto tempo non è ancora riuscita a cambiare nome sul piano amministrativo. Tutti la chiamano Ana, tranne i responsabili del fast-food: “Sono stata sempre zitta, ho subito”. Dall’inizio dell’epidemia di Covid-19, si è messa in malattia e dice che non tornerà mai più a lavorare in un McDonald’s.

Anche Delphine non si è mai sentita sostenuta dai superiori quando ha denunciato le “molestie sessuali” subite sul lavoro. Nel settembre 2015, tra un concorso e l’altro, la giovane ha cominciato a lavorare in un ristorante McDonald’s del dipartimento Yvelines, nella regione di Parigi. “Tra i miei colleghi c’era K., sulla sessantina”. K. era diventato sempre più insistente con lei. Le chiedeva di uscire, di andare a bere qualcosa o andare a cena. Un po’ alla volta le proposte si sono fatte più spinte. “La situazione è diventa pesante. Dopo i miei numerosi rifiuti, K. ha cominciato a molestarmi. È capitato anche che si sia toccato i genitali sopra i pantaloni, mentre faceva commenti osceni”. Louis lavora nello stesso McDonald’s da dieci anni. Si ricorda di K.: “Era così anche con tante altre ragazze. Diceva: Su dai, fatti baciare”. K. non lavora più da tempo in quel McDonald’s: “Ma non era il solo a usare parole fuori posto. So di un responsabile che chiedeva alle dipendenti di dargli delle foto di loro nude. È stato licenziato, ma molto tempo dopo”, ricorda Amélie, che ha lavorato per due anni nello stesso McDonald’s. Alcune giovani preferiscono licenziarsi subito. Scheherazade ha resistito solo un mese in un McDonald’s di Lione, nel 2017. “Il responsabile mi affidava solo i lavori più sgradevoli, come le pulizie. È un modo per certi superiori di affermare il proprio potere”. La giovane donna è tornata spesso a casa piangendo. “L’ultimo giorno di lavoro, uno dei responsabili mi ha gettato addosso del ketchup. Il ketchup va bene con il tuo rossetto da troia, mi ha detto”. Nelle mail che McDonald’s France ha inviato a Mediapart si legge: “La meritocrazia, le pari opportunità, il rispetto e la non discriminazione sono le chiavi di volta dei valori di McDonald’s e in tutti i nostri 1.490 ristoranti”.

(Traduzione di Luana De Micco)

Autostrade. Altro che Cdp, concessioni allo Stato e basta profitti: così potrà finire la rapina agli utenti

Alla fine degli anni 90 chi era al governo decise di prorogare per i successivi 40 l’obbligo di pagare pedaggi sulla rete della società Autostrade. I pedaggi su questa rete danno un gettito che ha ormai raggiunto 4,5 miliardi l’anno, ma solo una modesta parte è andato a finanziare manutenzioni ed investimenti. Chi ha tratto dunque beneficio da questo imponente flusso di fondi?

Per prima l’Iri, che, svendendo il flusso di utili attesi nei successivi 40 anni, incassò 7 miliardi dalla privatizzazione della Autostrade, nella quale non aveva versato pressoché nulla come capitale. Tutto è sempre stato pagato dai “pedaggiati”.

Poi i Benetton e gli altri azionisti della “cordata” Schemaventotto (e quelli che da loro hanno poi acquistato quote), che dalla privatizzazione ad oggi hanno incassato circa 10 miliardi di dividendi, oltre ad aver recuperato interamente quanto inizialmente pagato all’Iri (per i calcoli rimando al mio libro “La svendita di Autostrade”). E chiedono ora di incassarne circa altrettanti a compenso degli utili attesi sui due decenni residui di concessione.

Anche lo Stato partecipa al bottino, incassando ogni anno 800 milioni di Iva sui pedaggi e poi anche il canone di concessione e le imposte sul reddito della società. Non dimentichiamo la folta schiera di consiglieri di amministrazione che si sono succeduti nel tempo, i compensi multi milionari ai vari managers, le ricche parcelle ai tanti principi del foro che hanno accompagnato le vittoriose battaglie della società contro gli arrendevoli ministri e funzionari del ministero dei Trasporti. Alla spartizione della torta si sono presto aggiunti anche i grandi fondi d’investimento internazionali, assistiti da sofisticati analisti.

Tutto questo ricchissimo castello si regge sugli oboli pagati con sacrificio da chi porta la famiglia in vacanza e sui costi sostenuti ogni giorno da chi viaggia per professione o trasporta merci, oneri che vengono poi ribaltati su tutta la collettività. Com’è possibile che un popolo abbia potuto accettare di essere così taglieggiato per quattro decenni?

Ora c’è la possibilità che il controllo della Autostrade venga acquisito dalla Cassa depositi e prestiti e da vari investitori istituzionali italiani oltre che da fondi d’investimento esteri. Tutti questi investirebbero certo solo per l’attesa di ottimi profitti futuri. Non è chiaro pertanto quale vantaggio possa derivarne per i pedaggiati. Saranno ancora loro a pagare, oltre alla ricchissima “buonuscita” agli azionisti di Atlantia, anche il flusso di rendita atteso dai nuovi investitori.

Chissà se il popolo dei pedaggiati riuscirà mai a trovare una rappresentanza politica che li tuteli e che abbia il coraggio di revocare i contratti o le clausole chiaramente squilibrate a favore dei concessionari ottenute da loro in passato. Vediamo invece che le concessioni in scadenza continuano ad essere rinnovate anche quando non c’è necessità di nuovi investimenti, e il regime tariffario continua ad assicurare profitti eccessivi ed ingiustificati per un’attività senza rischi e abbastanza semplice come la manutenzione di una strada.

 

Web tax, Bruxelles può aiutarci se argina i suoi paradisi fiscali

Sulla tassazione del web è in corso una tempesta perfetta: l’ultima notizia è l’ennesimo rinvio delle conclusioni del progetto Ocse per una soluzione concordata a livello sovranazionale. Non si tratta, purtroppo, di una novità: sulla materia si avvertono da tempo le tensioni tra l’Unione Europea, alcuni suoi Stati membri e gli Stati Uniti, oggi condizionate anche dall’incombere delle elezioni presidenziali. Il non detto sta nei tatticismi dell’amministrazione americana e nel suo approccio smodatamente protezionistico riservato ai colossi di internet che, sotto la costante minaccia di una guerra commerciale, fa regolarmente incagliare le iniziative dell’Ocse quando sono a un passo dalla conclusione. La questione, dunque, è sopratutto politica. Il profilo tecnico però non può essere sottovalutato. Non si può pensare all’imposizione delle web companies nell’angusta prospettiva dei singoli Stati: sarebbe del tutto inefficace, perché parliamo di redditi che si producono in tutto il mondo e i maggiori operatori hanno fatto in modo di non avere alcun radicamento territoriale. Non ha più senso continuare a subordinare la tassazione alla presenza fisica dell’impresa nelle rispettive giurisdizioni: il concetto di “stabile organizzazione”, elaborato un secolo fa dalla Società delle Nazioni e sul quale si fonda il paradigma della tassazione in ambito transnazionale, non è più idoneo a intercettare le nuove modalità di produzione del reddito.

L’emergenza della pandemia ha arricchito ulteriormente i grandi operatori di internet e ha allargato a dismisura la forbice tra i loro redditi e quelli delle imprese tradizionali. I primi, inoltre, beneficiano di un’immunità che deriva dalla sostanziale assenza di regole idonee a leggere la loro particolare situazione: un vantaggio che rende ancora più impari la competizione e mette a nudo la crisi dei settori tradizionali.

L’iniquità è sotto gli occhi di tutti ed è indubbio che il divario nel trattamento fiscale debba essere colmato rapidamente. L’urgenza non deve però portare a confondere due piani distinti. Il primo è quello delle modalità di tassazione (criteri di localizzazione dell’attività, quantificazione del reddito e così via), che devono essere stabilite dalla legge con una necessaria armonizzazione sovranazionale. Le contestazioni “mirate” ai singoli operatori, per essere davvero efficaci, devono venire dopo la fissazione delle regole e non possono sopperire alla mancanza di queste. Gli accertamenti da centinaia di milioni producono risultati suggestivi e concorrono al compiacimento di amministrazioni fiscali e Governi. Spesso, però, sono solo un’illusione ottica: per quanto eclatanti, i numeri dell’evasione contestata rimangono una percentuale infinitesimale del reddito che non viene intercettato e sfugge alla tassazione. Addirittura nefasti sono, poi, gli accordi personalizzati degli Stati con i big del settore, sui quali il nostro Paese ha inizialmente puntato nel 2017: determinano la percezione di trattamenti differenziati e, alla fine, rischiano di incidere negativamente sul tasso di adempimento spontaneo di tutti.

Nel 2018 la Commissione Europea ha avanzato una Proposta di Direttiva per la tassazione comune dei servizi digitali: prevede un sistema del tutto nuovo che invece di guardare alla sede dell’impresa che eroga il servizio prende in considerazione il luogo dove si trova il consumatore. Necessita di qualche miglioramento ma potrebbe essere la soluzione e, forse, anche una felice sperimentazione dell’Ue in una materia, quella della tassazione dei redditi, che è competenza esclusiva degli Stati membri. La proposta però ha trovato l’opposizione di Svezia, Danimarca, Finlandia, Irlanda. Così alcuni Stati hanno avviato iniziative autonome sullo stesso modello, per tentare di anticiparne gli effetti: anzitutto la Francia, poi la Spagna. Infine l’Italia che, dopo diversi tentativi, ha introdotto l’“imposta sui servizi digitali”. Senonchè, anche sulle iniziative statali aleggia lo stigma americano e la Francia ha addirittura sospeso l’applicazione della propria imposta sotto la minaccia esplicita di dazi doganali americani sui prodotti francesi. Anche per far fronte a questo si rende necessaria la concertazione sovranazionale e così, stante la condizione di stallo dell’Ocse, la soluzione europea rimane la più credibile. All’occorrenza anche sperimentando il superamento dell’unanimità sulle decisioni in materia di imposte sui redditi, che pure, a determinate condizioni, è praticabile. Insomma, una condizione di grave difficoltà potrebbe determinare una straordinaria opportunità e il rilancio del progetto europeo potrebbe passare dalle tasse.

* Ordinario di diritto tributario all’Università di Bologna.

Il merito? Meglio le eredità. Il loro peso è raddoppiato

“Tale padre tale figlio”, recita un vecchio adagio italiano. Oltre a mettere in evidenza una negligenza di genere, questa locuzione sembra toccare lateralmente un tema caro a sociologi ed economisti, quello dell’ immobilità inter-generazionale.

Oggi l’Italia spicca nella classifica internazionale come uno dei paesi industralizzati dove la ricchezza familiare pesa di più nell’economia, ma anche come una delle economie avanzate più immobili socialmente. Un paese, cioè, dove le opportunità, le carriere e i destini di vita dei figli e delle figlie sono inesorabilmente interconnesse a quelle dei propri genitori. È oggi, in altre parole, molto facile indovinare la posizione socio-economica delle figlie e dei figli nella scala nazionale a partire da quella dei padri e delle madri.

Sia chiaro, questo vale per molti paesi. In Italia, tuttavia, le disuguaglianze economiche fra i genitori oggi si trasformano, più di quanto avviene in altri paesi economicamente avanzati, in disuguaglianze di opportunità di vita per le generazioni a venire. Succede sempre di più per il reddito e per la ricchezza e, come ha evidenziato uno studio di Bankitalia del 2018, sembra che sia sempre più vero anche per l’istruzione, generalmente indicata come base essenziale per l’efficace funzionamento del cosiddetto “ascensore sociale”.

Uno dei meccanismi principali, certamente non l’unico, attraverso i quali le disuguaglianze economiche si cristallizzano di generazione in generazione è quello legato ai trasferimenti di ricchezza via eredità o donazioni in vita. Questo flusso di trasferimenti valeva nel 2016 circa 210 miliardi di euro, ovvero il 18,5% del reddito disponibile totale delle famiglie italiane. Due decenni prima, il flusso dei trasferimenti di ricchezza ammontava, invece, a circa 60 miliardi di euro, il 9,6% del reddito disponibile. Non solo: il peso della ricchezza che “viene dal passato” è quasi raddoppiato in relazione al reddito delle famiglie italiane proprio mentre crollano i loro tassi di risparmio.

I dati Ocse mostrano infatti che l’Italia passa dall’essere l’economia col più alto tasso di risparmio al mondo (ad esclusione della Cina) col 16% nel 1995 a essere un’economia con tassi di risparmio modesti, pari al 3,2% nel 2016. In altre parole, sempre più ricchezza viene accumulata grazie a trasferimenti ereditati e sempre di meno viene accumulata grazie ai risparmi. È la misura di quanto rilevato in un nuovo studio scritto insieme a Paolo Acciari e pubblicato sulla collana dei working papers della National Bureau of Economic Research. In questo lavoro, per la prima volta nel nostro paese, abbiamo analizzato in maniera sistematica il patrimonio di dati amministrativi del ministero dell’Economia e delle Finanze (Mef) relativi a tutte le dichiarazioni di successione presentate a nome dei deceduti ogni anno a partire da metà anni 90. Si tratta dunque di dati che descrivono il patrimonio finanziario e immobiliare (al netto dell’indebitamento) che entra in successione e viene dunque suddiviso fra gli eredi che subentrano nella proprietà.

Il nuovo lavoro mette in evidenza come il valore medio dei lasciti ereditari individuali degli italiani sia aumentato nel tempo passando, tenendo fermi i prezzi al 2016, da 200mila euro a 300mila euro circa nel periodo che va dal 1995 al 2016. Questa media nasconde ovviamente differenze molto forti. Analizzando i dati più a fondo si conferma che il valore dei lasciti medi cresce al crescere dell’età: nel 2016 il lascito medio dei deceduti fra i 40 e i 50 anni vale 200mila euro circa per salire a poco più di 300mila euro per i deceduti oltre gli 80 anni. I patrimoni lasciati in successione dalle donne sono in media inferiori di circa 50-60mila euro rispetto a quelli degli uomini. Inoltre, mentre nella metà degli anni 90 un divario di genere sembrava persistere per tutti i gruppi di età superiori ai 40 anni, negli ultimi anni questo divario appare annullato con l’eccezione degli individui con almeno 60 anni.

La differenza del valore dei lasciti medi fra nord, centro e sud del paese è molto accentuata. Se al nord e al centro i lasciti ereditari medi sono pari a circa 325mila euro, al sud e nelle isole il valore è inferiore di circa 125 mila euro. La tendenza alla crescita dei lasciti nel tempo appare invece in linea con quella nazionale e il valore medio è cresciuto negli anni per ogni genere, gruppo di età e area del paese. I patrimoni lasciati in eredità non aumentano solo di valore, ma diventano anche sempre più concentrati nelle mani di pochi. Ad esempio, i lasciti di almeno un milione di euro ammontavo a circa l’1% del totale nel 1995 e valevano il 18,7% del valore di tutti i lasciti; nel 2016 circa il 2,5% dei trasferimenti totali era superiore al milione per circa il 25% del valore totale. E questo è rilevato senza neppure correggere i valori per eventuali omissioni di dichiarazioni dovuti ad evasione fiscale o al fatto che alcune tipologie di patrimonio non sono soggetti a tassazione.

Per di più, a fronte dell’aumento dell’incidenza dei patrimoni ereditati e ricevuti in donazione nella nostra economia e all’aumento della loro concentrazione, non si è registrato un parallelo aumento delle entrate fiscali dalla tassazione di donazioni e successioni. Al contrario, in seguito ad una serie di riforme che hanno ridotto il peso e l’efficacia delle imposte di successione nel nostro ordinamento tributario, queste entrate sono bruscamente calate (fino ad annullarsi in alcuni anni) nello stesso periodo in cui cresceva il valore dei trasferimenti finanziari potenzialmente soggetti a tassazione: valevano circa lo 0,15% delle entrate totali a fine anni 90, si sono azzerate fra il 2001 e il 2006 per poi stabilizzarsi poi intorno allo 0,05% delle entrate totali negli ultimi anni.

Data l’importanza che i trasferimenti di ricchezza intergenerazionale occupano nell’influenzare l’uguaglianza dei punti di partenza di tutti noi e la percezione stessa di equità dell’attuale distribuzione della ricchezza, appare opportuno mettere in discussione, con urgenza, il trattamento di favore che il nostro sistema tributario attribuisce ai doni e alle eredità (che per definizione non dipendono dal “merito” di chi li riceve), a fronte del trattamento ben più sfavorevole riservato ai redditi da lavoro.

Diverse potrebbero essere le strade di riforma, come quella del Forum “Disuguaglianze e Diversità”, che stima un’ aumento dell’incidenza delle entrate fiscali di circa 10 volte, esentando tutti i trasferimenti inferiori a 500mila euro e prevedendo una progressività soprattutto sulle eredità ricevute al di sopra del milione. Questo tipo di riforme porterebbero l’Italia in linea con altri paesi di simile costituzione economica, come Francia, Giappone, Regno Unito e Germania. Sarebbe importante che il governo ne tenesse conto nel valutare le possibili direzioni verso le quali indirizzare lo sforzo in corso di riforma organica del fisco.

“Fisco, aumenti dell’Iva e tasse sulla casa fanno il gioco dei super-ricchi”

Se continua così, finisce male. Si può riassumere così quel che dice al Fatto Gabriel Zucman, 33enne economista francese trapiantato a Berkeley che, col connazionale e collega nell’ateneo californiano, Emmanuel Saez, ha scritto un libro per dimostrare come sia possibile costruire un’alternativa all’attuale sistema fiscale: Il trionfo dell’ingiustizia (Einaudi), appena tradotto in italiano.

Il New York Times ha documentato che Trump paga pochissime tasse. È un caso isolato fra i ricchi Usa o è la regola generale?

Non è un caso isolato: per i miliardari è facile possedere enormi ricchezze e strutturarle in modo da avere poco imponibile. Warren Buffett nel 2015 ha avuto 10 milioni di dollari di reddito tassabile: nulla paragonato ai 60 miliardi della sua ricchezza totale. Nel 2018 i 400 americani più ricchi hanno avuto un’aliquota fiscale effettiva del 23% , quella media era del 28%. Insomma, il sistema fiscale Usa ha un’enorme flat tax: tutti i gruppi della popolazione pagano in tasse quasi la stessa quota del reddito, tranne il very top, che paga meno.

Come si è arrivati a questa situazione?

Gli Usa storicamente avevano un sistema fiscale molto progressivo. Le cose iniziarono a cambiare negli anni Ottanta, sia per i cambiamenti ideologico-politici, sia per lo sviluppo di una vera e propria industria dell’elusione e dell’evasione. Tutto cambiò quando arrivò Reagan: “Il governo non è la soluzione, è il problema”. Questo legittimò e fece esplodere l’elusione fiscale. Col loro dilagare, si crea scoraggiamento: i politici pensano che sia impossibile tassare i ricchi e che l’unica cosa fattibile sia tagliargli le aliquote e tappare le scappatoie fiscali. Così muore la progressività. C’è la stessa situazione nell’Ue. Si è diffusa l’idea che non si possa fare niente e che l’unica via sia emulare i paradisi fiscali.

Ma una giustizia fiscale globale è possibile?

Certo che sì! Quando si parla di tassazione non c’è alcuna legge naturale. Non c’è nessuna ragione per cui la tassa societaria debba scomparire e quella sul reddito diventare meno progressiva o per cui sia impossibile tassare la ricchezza. Nella globalizzazione contemporanea non c’è alcuna forma di coordinamento fiscale, ma si potrebbero avere armonizzazione delle tasse, scambio di informazioni, nuove istituzioni che promuovono la trasparenza finanziaria. Se invece globalizzazione significa tasse sempre più basse per le multinazionali e i loro azionisti e tasse sempre più alte per le piccole imprese, i pensionati e i lavoratori a basso reddito, allora non è sostenibile né economicamente né politicamente.

Una patrimoniale sarebbe un modo per tassare i ricchi o finirebbe per colpire solo la classe media?

Bisogna avere una visione ampia della tassazione della ricchezza. La tassa sul patrimonio immobiliare, ad esempio, ne è una forma arcaica e regressiva. Colpisce solo gli immobili, che sono una grande frazione della ricchezza per la classe media e una piccola per i ricchi, il cui patrimonio è in gran parte fatto di attività finanziarie e partecipazioni industriali. Una tassa sugli immobili colpirebbe soprattutto la classe media.

E l’aumento dell’Iva? È “giusto”?

L’Iva è un onere pesante per le classi popolari e il ceto medio, mentre è un piccolo peso per gli straricchi. Continuare sul sentiero di più imposte sui consumi e meno tasse sui profitti può generare rivolte, come in Francia con i gilet gialli. È una strada pericolosa e non è vero che è l’unica percorribile.

Allora come fare? Molti dicono che alzare le tasse non è possibile perché i capitali fuggirebbero altrove. I controlli sui capitali possono essere una soluzione?

Non abbiamo bisogno di controlli sui capitali. Ci servono informazione e cooperazione, ma soprattutto volontà politica. Per esempio, l’Italia può riuscire a tassare le multinazionali anche da sola. Potrebbe calcolare il tax deficit di ogni multinazionale che ha clienti entro i suoi confini e farlo pagare alle singole multinazionali. Il tax deficit è la differenza fra quanto una multinazionale paga davvero in tasse globalmente e quanto dovrebbe pagare se fosse soggetta in ogni Paese a una certa aliquota minima. Non c’è neanche bisogno di un accordo internazionale. E poi se l’Italia mettesse in pratica questo sistema, altri Paesi la emulerebbero e ci si muoverebbe rapidamente verso un’altra forma di globalizzazione. Quando molti grandi Paesi inizieranno a raccogliere i tax deficit, diventerà inutile per le multinazionali spostare i profitti nei paradisi fiscali. La corsa al ribasso diventerà corsa al rialzo. I Paesi competeranno ancora gli uni con gli altri, ma offrendo migliori infrastrutture, scuole, università.

Le tasse hanno un significato politico?

Tassazione significa mettere insieme risorse: è ciò che definisce una nazione e rende possibile l’azione collettiva. Il dibattito sulle tasse è centrale in ogni democrazia. Nel libro cerchiamo di renderlo più accessibile, perché è importante che i cittadini vi partecipino. Le tasse sono particolarmente importanti per regolare la globalizzazione e la disuguaglianza, perché nella maggior parte dei Paesi europei il governo raccoglie e redistribuisce il 40-50% del reddito. Ma è necessario che il sistema fiscale sia equo e giusto o sarà a rischio la sostenibilità del modello sociale europeo.

Il Covid crea milioni di poveri, ma fa aumentare i miliardari…

Se in tempi normali i soldi producono soldi e la miseria produce miseria, in quelli di pandemia le disuguaglianze esplodono. Così i ricchi diventano miliardari e i poveri sprofondano nell’indigenza, in una spirale che può durare decenni. Per la Banca mondiale, la crisi innescata dal Covid-19 entro il 2021 farà cadere nella povertà estrema da 110 a 150 milioni di persone, l’1,4% della popolazione globale. Ma grazie al rimbalzo delle Borse, risalite a razzo dopo il crollo di marzo, nel mondo i 2.158 miliardari (in dollari) censiti nel 2017 dalla banca svizzera Ubs a fine luglio erano divenuti 2.189, con le loro ricchezze aumentate del 27,5% in appena quattro mesi: da 8mila miliardi di dollari al nuovo record di 10.200.

Secondo Ubs, il Covid-19 ha allargato la forbice anche tra i Paperoni. Quelli che hanno costruito le loro fortune su tecnologia e sanità hanno superato i colleghi dei settori tradizionali. Da aprile 2019 a luglio scorso i miliardari dell’industria hanno visto le loro ricchezze aumentare del 44,4%, quelli tecnologici del 41,3%, mentre quelli del settore immobiliare, dell’intrattenimento, dei servizi finanziari e delle materie prime in media di “appena” il 10% circa. Ma se si prende come base il 2018, i vincitori sono i miliardari della salute la cui ricchezza è aumentata del 50,3% a 658,6 miliardi anche grazie ai ricavi generati da farmaci, diagnostica e attrezzature per il coronavirus.

Nello stesso periodo, gli ultraricchi delle imprese innovatrici hanno aumentato la loro ricchezza del 17% a 5.300 miliardi di dollari, mentre quelli delle aziende tradizionali solo del 6% a 3.700 miliardi. A livello geografico la “fabbrica” dei miliardari resta l’Asia-Pacifico con 766 ultra-ricchi e una grande mobilità: 124 persone sono uscite dalla lista e 136 vi sono entrate. In Cina la loro ricchezza è aumentata di un quinto. Europa e Americhe invece hanno perso rispettivamente 36 e 19 miliardari.

A fare le spese del coronavirus sono soprattutto i Paesi in via di sviluppo, ma la pandemia ha messo a nudo anche le faglie che frammentano le società di quelli sviluppati. Secondo l’Ocse, la diseguaglianza tra i suoi 37 Stati membri è ai massimi dell’ultimo mezzo secolo: l’1% dei suoi abitanti più ricchi guadagna nove volte il reddito del 10% più povero. Durante la prima ondata del Covid-19 sono aumentati digital divide, divario di genere, disparità etniche, impoverimento dei lavoratori a basso reddito e bassa scolarità: i colletti bianchi hanno usato lo smart working in sicurezza, i lavoratori essenziali della sanità e della distribuzione hanno rischiato la vita e quelli della gig economy sono scivolati nella disoccupazione.

Un’analisi sugli effetti dell’influenza H1N1 del 2009 in Inghilterra ha mostrato che tra il 20% più povero della popolazione britannica il tasso di mortalità normalizzato per età e sesso fu 3 volte quello del 20% più ricco. Contro la crisi i Paesi ricchi hanno investito migliaia di miliardi, mentre il crollo dei ricavi da materie prime e turismo sta trascinando quelli poveri, oberati da debiti per 730 miliardi di dollari in scadenza entro l’anno, verso i default. Ci vorranno decenni perché possano tornare a crescere.

A soffrire è anche la scuola. Nei Paesi in via di sviluppo l’epidemia ha tenuto lontani dai banchi più di 1,6 miliardi di bambini, il che implica una perdita potenziale di 10mila miliardi di dollari di guadagni durante la loro vita. Nei Paesi con uno sviluppo umano molto elevato oltre il 50% dei ventenni frequenta l’istruzione superiore, in quelli a basso sviluppo solo il 3%. Il web può essere una soluzione, ma in America Latina tra gli studenti più poveri solo 1 su 7 ha accesso a Internet e cioè alla didattica a distanza.

La disuguaglianza pesa anche sull’ambiente. Secondo Oxfam e Stockholm Environment Institute, nel mondo tra il 1990 e il 2015 63 milioni di ricchi hanno emesso il 15% di tutta la CO2 mentre 3,1 miliardi di poveri il 7%. Così ciò che è causa può essere anche effetto: lo storico Peter Turchin sostiene che nei secoli la crescita della disuguaglianza è stata l’innesco delle pandemie.

Gli impatti saranno di lungo periodo. Una ricerca del Fmi segnala che nonostante gli sforzi dei governi cinque epidemie (Sars nel 2003, H1N1 nel 2009, Mers nel 2012, Ebola nel 2014 e Zika nel 2016) hanno aumentato la disuguaglianza economica dell’1,5% nei cinque anni successivi. Una conferma arriva dallo studio sull’effetto della pandemia di Spagnola del 1918 di Sergio Galletta dell’Università di Bergamo e Tommaso Giommoni del Politecnico Federale di Zurigo. Nel mondo quell’influenza infettò 500 milioni di persone: ne morirono da 20 a 50 milioni, 600mila in Italia. Poiché il numero di vittime sul territorio non è noto, i due ricercatori hanno usato come indicatore i soldati della Grande Guerra tornati in licenza e morti di Spagnola nelle città natali. Poi hanno raccolto e digitalizzato le dichiarazioni dei redditi del 1924 in 2mila Comuni. Il database ha svelato che dove la pandemia del 1918 aveva mietuto più vittime, la disuguaglianza dei redditi era cresciuta nel 1924: rispetto ai Comuni senza militari morti, in quelli con almeno un soldato ucciso dalla malattia l’indice di disuguaglianza era aumentato del 3,4%. Per Galletta e Giommoni “questi effetti sembrano persistenti: i Comuni più colpiti nel 1918 ancora oggi, un secolo dopo, hanno una distribuzione del reddito più diseguale”. Come spiega l’Economist, “il coronavirus colpisce tutti, ma non equamente. I ricchi possono scrollarsi di dosso lo choc dell’economia, i poveri no”.