Flipper mania. È come un rapporto sessuale, disse Verdone: “Tutto bacino e niente polso”

È rimasto tristemente lì, all’angolo del bar sotto casa mia, ormai vecchio, polveroso, con la spina staccata e così fermo da farlo sembrare un pezzo da museo. Il flipper.

Qualche anno fa era il nostro divertimento preferito dopo scuola, era come uno sport, più lo facevi e più miglioravi. Eravamo in tanti a giocare, tutti a fare casino, a fare il tifo e a sfottere. Mi emozionava perché sembrava che tu avessi a che fare con un signore strafottente, se sbagliavi il colpo lui rideva. I videogiochi di oggi hanno un rapporto diverso con noi umani, è un fatto che riguarda solo la macchina e chi ci sta davanti. Sembrano tutti ipnotizzati davanti allo schermo. Mentre con il flipper tu condividevi il tuo gioco. Tre palle d’acciaio con due bottoni collegati a due manovelle, e il chiasso di chi osservava intorno, poi quando il colpo era giusto e potente, la pallina s’infilava nei giusti meandri ed era un trionfo di luci e segnalazioni sonore. Una gran festa. Il flipper spento, è come un albero di Natale dopo la Befana, desideri ardentemente che si smonti da solo.

Oh, portare via un flipper non è facile! Ecco perché rimane sempre all’angolo di un bar. Qualcuno usa lo schermo come attaccapanni, altri sul pianale mettono i cornetti caldi del mattino. Vederlo spento è come vederlo moribondo. È come vedere una macchina allo sfasciacarrozze nell’attesa che qualcuno se la porti via. Diceva Carlo Verdone nel film Troppo forte: “… il rapporto col flipper è come un rapporto sessuale, come un amplesso…”. Una cosa è certa, il flipper ha una sua anima, una sua vita. Chissà se c’è lo smorzo dei flipper, il cimitero dei flipper, il paradiso dei flipper, dove tutti quanti stanno lì, beati e illuminati a trillare gloria a Dio nell’alto dei cieli, e il Dio dei flipper è Carlo Verdone. Sarebbe fighissimo.

 

Alain Elkann. Ritratto (breve e noir) di un grande borghese: potere, successo e follia da kamikaze

Nelle novantuno pagine dell’ultimo romanzo di Alain Elkann (Una giornata, Bompiani ), forse il libro più importante di un percorso letterario ricco di prove, l’autore sceglie la scommessa della brevità estrema. Tutto avviene in un giorno perché, sembra essere il pensiero dell’autore, la durata di un racconto è un valore non necessario della narrazione, una alternativa (lungo o breve?) che non cambia nulla alle dimensioni della storia. Anna Karenina finirebbe sotto il treno comunque.

Nel romanzo di Elkann c’è però un secondo significato della scelta di raccontare un solo giorno (come vedrà il lettore, un giorno cruciale) della vita di Edmond Bovet-Maurice. L’autore ci sta dicendo che la vita di un grande borghese è comunque tutta in un solo giorno (come le teste di cervo di una lunga stagione di caccia sono tutte esposte in un’unica stanza) e questo rende la sua narrazione nuova e diversa. Così riesce lo straordinario ritratto di un uomo importante e ambiguo dei nostri giorni. Ma in quel ritratto c’è, come nella miniatura di una Bibbia, la sequenza generazionale e poi professionale che ha portato Edmond Bovet-Maurice ad essere un uomo di potere e prestigio e cultura, come lui si vede e sa di essere visto, da tutti gli altri che lo circondano e lo ammirano.

Il protagonista, benché di successo (e disturbato dai segni estetici dell’età matura e dal pensionamento in arrivo) aspetta ancora altro dalla vita, e sarà come una gradevole panna sul dolce della sua esistenza. Di lui c’è da ammirare, ci dice l’autore, “una grande carriera”; che non prescinde da certe qualità e da un suo fascino (di cui è conscio e orgoglioso), ma non dipende da esse. L’autore fa intuire (e poi sapere) che c’è un segreto nel successo riconosciuto e premiato di Bovet-Maurice. Al lettore sembra che la scoloritura del personaggio avvenga lentamente, ma Elkann usa una tecnica narrativa di piccoli scatti (come le lancette dei secondi di un orologio) che segnano sempre un tempo molto breve, ma tutto il tempo.

All’improvviso, nel racconto di un giorno di vita, vediamo un uomo noto e ammirato (successo, donne, potere) che si muove da solo nella notte di Parigi come un kamikaze pericoloso (gravemente pericoloso) che pedina se stesso. Il racconto di brillante vita borghese diventa, sfidando la durata di un giorno, un thriller. Se il lettore risale all’indietro, da questo punto, coglie una strana patina di tristezza su una narrazione a momenti ironica, a momenti comedie, a momenti realistica, a momenti da ridere. E a momenti ti afferra con trasalimento da noir, impigliandosi in frammenti di Shoah appena intravisti.

Ma la vera trovata non è di far accadere tutto in un giorno, ma di farci stare in compagnia della vita facile e tragica di Bovet-Maurice proprio in quell’unico giorno. O anche: che una vita, pur grande e brillante, che nasconde una brutta storia, che affiora in un unico giorno. Non un giorno lieto, ma una narrazione riuscita.

 

Una giornata

Alain Elkann

Pagine: 91

Prezzo: 14,25

Editore: Bompiani

Israele. Niente visto a chi si occupa di diritti umani

Israele ha smesso di concedere qualsiasi visto ai dipendenti dell’agenzia per i diritti umani delle Nazioni Unite, costringendo di fatto il personale più importante dell’organismo ad andarsene. A febbraio, Israele ha annunciato che stava sospendendo i legami con l’Ufficio dell’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani per rappresaglia dopo la pubblicazione di un rapporto che ha evidenziato che più di 100 aziende internazionali lavorano negli insediamenti israeliani in Cisgiordania in violazione del diritto internazionale.

Da giugno tutte le richieste di nuovi visti sono rimaste senza risposta. Nove dei 12 dipendenti stranieri dell’organizzazione hanno lasciato Israele e territori palestinesi per paura di essere espulsi e dichiarati “persona non grata”. Gli altri tre hanno visti che scadono nei prossimi mesi. Il personale israeliano e palestinese continua a lavorare e gli uffici dell’organizzazione non sono stati chiusi. Rupert Colville, un portavoce dell’Onu, spiega che “l’assenza di personale internazionale dal territorio occupato è una situazione molto irregolare che ha un impatto negativo sulla reale capacità di svolgere il mandato assegnato”.

Sono tempi durissimi per chi si occupa di diritti umani. L’anno scorso, Israele ha espulso il direttore nazionale di Human Rights Watch Omar Shakir, dopo averlo accusato di sostenere le richieste di boicottaggio. Sempre l’anno scorso, il governo israeliano ha rifiutato di rinnovare il mandato alla Tiph, la forza internazionale che monitorava le violazioni nella città di Hebron, nella Cisgiordania occupata. Fermi anche i visti per Fao e Unesco. Negare i visti per punire i critici è uno strumento centrale nell’assalto di Israele al movimento per i diritti umani. Sostenuto dal presidente Usa Donald Trump, Israele ha ottenuto una serie di successi diplomatici negli ultimi anni, inclusi i recenti accordi con gli Emirati Arabi Uniti e il Bahrein e il controllo dei diritti umani è diventato adesso una sorta di seccatura che ostacola questa marcia vittoriosa. “Israele è incoraggiato dal sostegno dell’amministrazione Trump ad agire contro le organizzazioni per i diritti umani”, dicono i funnzionari delle Nazioni Unite.

E l’Unione europea? Non pervenuta.

 

Vaticano di-vino, lo Stato dove si beve di più (e non per la comunione)

 

PROMOSSI

American Land. Esce venerdì il 20esimo album di Bruce Springsteen, con il ritorno della E-Street Band. Alla presentazione del disco il Boss ha parlato anche delle elezioni negli States. “Il Paese come luce brillante della democrazia è stato devastato da questa amministrazione. Abbiamo abbandonato gli amici, fatto amicizia con i dittatori e negato la scienza climatica”. Il suo vaticinio? “Trump perderà, Joe Biden vincerà e il lungo incubo nazionale sarà… Non so se sarà davvero finito, ma lui sarà andato”. Glory days? L’altra volta il Boss sbagliò clamorosamente pronostico, ma noi gli perdoniamo tutto.

Pazza (e bella) Idea. Dopo la manifestazione dei bauli, durante la quale i lavoratori dello spettacolo hanno chiesto certezze rispetto a un settore duramente colpito dalla crisi del coronavirus, Fedez ha rilanciato una sua (buona) idea: “Gli artisti di un certo calibro che fanno i palazzetti, hanno nel loro contratto l’ ‘anticipo minimo garantito’, quindi tutti gli artisti che hanno rimandato i loro tour in qualche modo hanno percepito somme di denaro importanti. Io stesso, che devo discutere il mio contratto di booking, metto a disposizione il 100% del mio anticipo dai tour per istituire un fondo per aiutare le maestranze della musica italiana. Se tutti gli artisti mettessero da parte il loro anticipo porteremmo un po’ meno parole e un po’ più di concretezza”. Giusto: mettetevi una mano sul cuore (e l’altra sul portafoglio).

 

BOCCIATI

Aspettando Gadot. Gal Gadot (la bellissima Wonder Woman del grande schermo) ha annunciato ai suoi 43 milioni di seguaci su Instagram di essere stata scelta per interpretare la regina Cleopatra. Le sono piovute addosso critiche e offese. Motivo? Per alcuni è inaccettabile che un’israeliana possa rappresentare la donna che ha dominato sull’Egitto per oltre vent’anni. “Quale imbecille a Hollywood ha pensato fosse una bella idea scritturare la scialba Gal Gadot invece che un’avvenente diva araba. Vergognati Gal: il tuo Paese ruba la terra agli arabi e tu i loro ruoli”, ha commentato Sameera Khan, giornalista di origine pachistana. Ma perché Liz Taylor era araba?

 

NON CLASSIFICATI

Sgarbi e Castoldi. Vittorio Sgarbi a “Un giorno da pecora” ha avanzato l’ipotesi di una sua candidatura come sindaco di Roma sotto la lista “Rinascimento”. Per Milano sarebbe stato scelto Morgan. Il quale, sempre durante la trasmissione di Geppi Cucciari e Giorgio Lauro, ha detto di essere disponibile. Ma Morgan è di destra o di sinistra? Risposta in stile Castoldi: “Sicuramente più di sinistra che di destra, ma non mi piace fare questo ragionamento. Sono di formazione libertaria, più vicino alla sinistra, ma non è destra né sinistra. Salvini non mi dispiace, ha dei tratti positivi”. Il musicista ha già dato qualche indiscrezione sulla squadra: “Mi piacerebbe avere con me uomini intelligenti. Ad esempio il professor Alberoni, ed Eugenio Finardi”. Bugo sarà il suo capo di gabinetto?

Di-Vino. I dati raccolti dal California Wine Institute, ripresi da un articolo del The Daily Beast (intitolato “Vatican Priests & Nuns Are Drowning In Wine”) dimostrano che in Vaticano si beve come in nessuna altra parte al mondo: nonostante una popolazione di sole 842 individui, il consumo medio annuale di vino è attestato sui 74 litri a persona. Cioè il doppio di quanto viene bevuto nel resto d’Italia, e sette volte di più del “vino pro capite” degli Stati Uniti. Uno dice: saranno le scorte per la messa, visto che il vino è presente durante la celebrazione della Comunione. E invece no: quello è stato tenuto fuori dal computo. E quindi, dove sta la ragione? “La popolazione è composta da anziani prelati e suore, molti dei quali vivono in comunità e cenano in spazi comuni dove il vino scorre libero”. Altro che nozze di Cana!

 

Mattarella, le libertà “incivili” dei negazionisti e il virus in parlamento

 

PROMOSSI

Super Sergio. “Il virus dell’individualismo ha la stessa pericolosità di quello che ci sta affliggendo ora. Dire che la libertà di ciascuno si ferma di fronte a quella degli altri è un segno di grande civiltà. Io credo però che occorre andare anche oltre questa enunciazione avanzata e civile, accantonando l’idea che la libertà degli altri sia un limite alla propria ma pensando al contrario che la libertà di ciascuno si integra e si realizza insieme a quella degli altri. Altrimenti la libertà non esiste”. Con le parole e con i gesti, Sergio Mattarella continua a riempire di significati il ruolo di garante della Costituzione che gli è stato affidato in tempi di normalità, e che si trova a dover interpretare in mesi eccezionali. Perché se tenere d’occhio il perimetro dei diritti e dei doveri di una comunità è impresa eccezionale, in tempi di ordinaria amministrazione, proteggerli in un momento straordinario come una pandemia mondiale è una missione molto delicata. Soprattutto quando, per alcuni, la rivendicazione della libertà oscura i propri doveri e i diritti altrui.

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Serietà. Sulle assenze dei parlamentari c’è stato spesso molto da dire a ragion veduta, ma se c’è un momento in cui molte assenze sono inevitabili e decisamente giustificate è questo. La maggioranza, trovatasi in difficoltà nel raggiungere il numero legale per votare alcune risoluzioni (complice l’uscita dall’Aula dell’opposizione), ha posto il tema e ha proposto il voto a distanza. La gran parte del centrodestra si è detto contrario, utilizzando un ostacolo sanitario come argomento politico per mettere in difficoltà il governo. Colpisce dunque la presa di posizione di Andrea Cangini, senatore di Forza Italia, che sceglie di smarcarsi da un approccio strumentale, anteponendo il bene collettivo: “Il problema non è politico, è istituzionale, e quando è in gioco la funzionalità delle Istituzioni lo spirito di fazione dovrebbe cedere il passo al senso dello Stato. È vero che le conseguenze politiche delle assenze in aula dovute al Covid ricadono sulla maggioranza, ma considererei prossimo allo sciacallaggio chi tra i ranghi delle opposizioni dovesse negare la dignità istituzionale della questione per incassarne i dividendi politici. Occorre serietà. Personalmente, sono contrario al voto a distanza generalizzato, ma non griderei allo scandalo se, col consenso di tutti i gruppi parlamentari, Senato e Camera decidessero di consentirlo solo a chi si trova giocoforza in quarantena. Una misura straordinaria che a pandemia debellata non potrebbe costituire un precedente”. Essere persone serie, prima ancora che politici capaci, passa da atteggiamenti come questo.

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Ciao Jole. “La malattia non le ha impedito di seguire i suoi sogni, fino alla fine. Ci ha insegnato che la malattia si può normalizzare”: con le parole di Annamaria Bernini, mi aggiungo a coloro che hanno provato sconcerto e profondo dispiacere alla scomparsa di Jole Santelli, una donna vitale e combattiva che non si è mai tirata indietro. Ciao Jole.

 

Coronavirus in Serie-A. La cantonata del giudice: Juventus–Napoli si giocherà

La partita Juventus-Napoli verrà recuperata e giocata. I 3 punti attribuiti alla Juventus e il punto di penalizzazione inflitto al Napoli saranno cancellati. De Laurentiis avrà ragione di Agnelli. E Ronaldo dovrà sfidare Mertens e Insigne e batterli sul campo per portare i tanto discussi 3 punti alla Juventus. Così accadrà: e non per una questione di etica, di ragionevolezza e di sportività (per quanto importanti questi valori siano), ma per una questione giuridica. Perché è lo stesso giudice sportivo Mastrandrea, nelle motivazioni rese note mercoledì scorso, ad avere reso le sue decisioni indifendibili.

Il “quando” dell’emergenza. Il Napoli merita di avere partita persa, ha motivato il giudice, perché aveva il tempo di predisporre ed effettuare il viaggio alla volta di Torino nella giornata di sabato, cosa divenuta poi impossibile all’indomani al manifestarsi dell’emergenza emersa dai “chiarimenti da ultimo forniti” dalla Asl napoletana (chiarimenti che secondo Mastrandrea rappresentano i “motivi di forza maggiore” che invece al sabato sarebbero mancati). Ma è una stupidaggine. Intanto è il giudice stesso ad ammettere l’esistenza di “motivi di forza maggiore”. Che lui rintraccia solo nel provvedimento della Asl di domenica (ore 14:13) contraddicendo se stesso, se è vero che è lui stesso a definirlo come “chiarimenti da ultimo forniti”. Se di “chiarimenti” si tratta, essi riguardano la comunicazione del giorno prima, sabato, che costituiva già “l’ordine dell’Autorità sanitaria” che il Napoli era tenuto a rispettare. Dice il giudice sportivo: l’ordinanza dell’Asl è arrivata domenica quando già il Napoli aveva disdetto la trasferta. Ma prende un granchio perché la comunicazione che conta è di sabato, e a seguito di essa il Napoli ha annullato il volo per Torino; mentre la domenica nessun fatto nuovo è avvenuto se non appunto l’invio di “chiarimenti” – a definirli così è lo stesso giudice – sul provvedimento del giorno prima.

Nelle comunicazioni di sabato e domenica la Asl napoletana afferma sempre la stessa cosa, e nella seconda non fa altro che motivare e rafforzare ulteriormente la prima. Quindi i “motivi di forza maggiore” che il Napoli, secondo Mastrandrea, avrebbe avuto il diritto di accampare per non raggiungere Torino solo la domenica, erano chiari a tutti fin da sabato. Non partendo, il Napoli non ha fatto altro che comportarsi in modo irreprensibile tutelando tra l’altro anche gli interessi dei tesserati Juventus.

Sportività vs. cinismo. Questo per quanto attiene alla questione giuridica. Ci sarebbe poi la sfera che attiene al buon senso, all’etica e al senso di umanità che il mondo del calcio da noi pare ormai avere definitivamente smarrito. Una settimana prima di Juventus-Napoli era successo che il Genoa, che aveva raggiunto Napoli solo all’ultimo momento (l’orario del match era stato posticipato dalle 15 alle 18) dopo aver avuto dapprima un giocatore (Perin) e poi un secondo (Schone) positivi al Covid-19, all’indomani della partita giocata contro il Napoli aveva avuto un’esplosione di infettati (addirittura 22) avendo il Covid un’incubazione non controllabile. Ebbene, con la positività di Zielinski prima e di Elmas poi il copione sembrava potersi riproporre – con tutti i rischi che anche il club di Agnelli avrebbe corso – pure per Juventus-Napoli. E sì, ora possiamo dirlo: fu davvero un’ottima cosa non giocare.

 

Ritardo Trenitalia. “Persone non autorizzate lungo la linea”: la supercazzola è il progresso

“Sì, viaggiare”. Fu una canzone di successo di Lucio Battisti. Che mi soccorre durante le mie peregrinazioni aeree o ferroviarie. Delle quali di questi tempi ho nostalgia. Salvo ricapitarci dentro, come venerdì scorso. Mezza giornata di treno da incubo. Intendiamoci, Trenitalia rispetta i criteri di sicurezza molto più di quanto abbia fatto Alitalia alla fine dell’estate, quando ci ammassò a migliaia uno accanto all’altro tra perfetti sconosciuti, a venti centimetri di distanza. E quindi parto da questo riconoscimento. E aggiungo pure che un guasto eccezionale alle linee ci può stare. Ma il venerdì nero mi ha fatto riflettere sul rapporto fra Trenitalia e la lingua, intesa come linguaggio della comunicazione. Quasi un viaggio, intrecciato e parallelo a quello principale, nelle nostre ipocrisie ed evanescenze culturali.

Già alla partenza quel messaggio che si ripete sui marciapiedi: “Rispettare la distanza sociale”. Certo, ne siamo martellati da mesi. Ma lì davanti al treno che diavolo vuol dire? Forse che chi ha preso il biglietto di seconda non deve permettersi di assidersi tra i benestanti della business class? O che se entra per qualsiasi motivo nelle classi superiori deve guardarsi intorno con area deferente e togliersi il cappello? Perché piace tanto questa “distanza sociale”, quando si tratta con ogni evidenza di distanza fisica?

Poi si parte. A un certo punto si avverte il rallentamento del treno detto “freccia”. I clienti borbottano impazienti. E qui va in onda il capolavoro affabulatorio. Perché da qualche anno Trenitalia ha inserito nel suo repertorio una strepitosa-supercazzola. L’altoparlante comunica che il ritardo è causato dalla “presenza di persone non autorizzate lungo la linea”. Allora i passeggeri fanno a gara a indovinare di chi si tratti, scatenandosi a raccontare in diretta al cellulare (anche nell’area silenzio, ovviamente) l’avventura equatoriale che stanno vivendo.

Ma chi saranno mai “queste persone non autorizzate lungo la linea” che tornano all’attacco ogni settimana nei punti più diversi della nazione? È un blocco ferroviario, ipotizza qualcuno. Ma perché non dirlo, e non dire “dove”, giusto perché lo si possa sapere e magari verificare? Chi saranno queste persone non autorizzate che si muovono dispettosamente e pericolosamente lungo la linea? Forse ladri diurni con la pila in mano? Monelli che si danno convegno per fare maramao al treno? Cercatori di funghi? Manifestanti solitari? Immigrati pronti a saltare sul treno? Nessuno lo comunica, rispetto della privacy. I passeggeri si interrogano diffidenti. Specie chi alla formula magica ci ha fatto l’abitudine. Qualcuno impreca credulone, chiedendo il filo spinato. Mentre il sottoscritto, che viaggia da una vita, si interroga: ma perché prima non accadeva mai? E gli sovviene di quando si usava dire che c’era stato un incidente (un suicidio, si lasciava intendere senza dirlo) ed erano in corso gli “accertamenti dell’autorità giudiziaria”. Un po’ troppe volte, per essere vero. Un giorno sentii dare a Bologna una spiegazione spudorata: il treno aveva subito un blocco a una stazione più a sud per la quale ero passato con assoluta tranquillità.

Dopo un po’ la lingua cambia ancora. Ed è quando il ritardo va verso l’ora (sarà di due ore su un viaggio di tre). Allora scompaiono le “persone non autorizzate”, messe in fuga dall’odor di surreale, e viene fuori la verità indicibile: “Un guasto alla linea”. Un guasto “momentaneo”, naturalmente. La lingua, sempre lei. Come se esistessero i guasti eterni. Il “momento” dura ore, il treno viene dirottato.

È il progresso, bellezza. Una volta per intortare il povero Renzo c’era il latinorum di don Abbondio. Ora ci sono le persone non autorizzate e i guasti momentanei. Quando la gente sa l’alfabeto ci vuole la supercazzola. Rispettosa della privacy, ci mancherebbe.

Tracciare nella giungla. “Aiuto, c’è un positivo Covid in palestra, ma l’Asl è senza linee guida”

 

“Contatti stretti? Solo in ufficio Ristoranti e fitness, che importa”

Cara Selvaggia, ti scrivo per portare a conoscenza dei lettori la cattiva gestione della Asl di Perugia. Ma partiamo dall’inizio. La mia collega riceve un messaggio sul gruppo della palestra mercoledì mattina: si comunica che una sua compagna di corso, con cui ha fatto lezione lunedì, è risultata positiva al Covid. La Asl non chiama, né lei né nessun altro della palestra. Fortunatamente la mia collega è una persona responsabile: insieme a un’altra ragazza si presentano (mercoledì pomeriggio) per fare il tampone. Positivo. Esegue tutta la procedura di segnalazione. Nel frattempo, io che non la vedevo da lunedì mattina vado comunque a fare il tampone, venerdì pomeriggio, a pagamento: esito negativo. Quando la Asl la chiama, per rintracciare i contatti delle 48 ore precedenti al tampone, lei spiega che è stata al lavoro e in palestra. Della palestra non vogliono sapere nulla, chiedono solamente il mio contatto (pur avendo un tampone negativo). La Asl mi chiama e mi mette in isolamento cautelare perché, a detta loro, sono un contatto stretto. Alla domanda di chi si definisce “contratto stretto” mi spiegano che, anche se con mascherina e distanziate, siamo rimaste nella stessa stanza per più di 15 minuti. Allora chiedo all’operatore: “Ma se vado in un ristorante per cena e sto lì 3 ore, e poi risulto positiva, mettono in isolamento cautelare tutte le persone del ristorante?”. La risposta è stata che non ci sono linee guida a riguardo. E la palestra? Un’ora insieme senza mascherina in un luogo chiuso e… Niente, i compagni di lezione non sono presi in considerazione. La Asl non ha chiamato i frequentatori della palestra, che via via stanno andando a fare i tamponi e risultano tutti positivi. Ma come è possibile? Poi ho chiesto se, per via dell’isolamento cautelare, avessi dovuto rimandare delle visite specialistiche, importantissime, prenotate per questa settimana: la risposta è stata che alle visite posso andare. Quindi posso entrare in un ospedale, dove vi sono persone a rischio, e girare tranquillamente? C’è qualcosa che non quadra, non so se è colpa dell’operatore o della Asl ma questo è il colmo. Possibile che delle cose importanti, come fermare un focolaio in una palestra, non interessi a nessuno? Bravi bravi.

Grazie mille

B.

 

Quella del tracciamento è una giungla confusa e spesso a interpretazione dell’operatore che capita. E un giorno, quando tutto sarà finito, bisognerà fare il tracciamento dei colpevoli.

 

Insultare una donna, per sentirsi maschio

Cara Selvaggia, ti scrivo per raccontarti un fatto accaduto su un volo Catania-Milano. Premessa, sono una psicoterapeuta e ogni giorno mi scontro con la mancanza di contatto: non il contatto fisico ma quello profondo, che ci connette con gli altri essere umani. Osservo una società sempre meno sensibile alle fragilità altrui, dove vige la legge della giungla e l’essere umano alfa umilia il più debole. La vicenda: salgo in aereo e dietro di me una coppia. Lui parla a voce alta e ad un certo punto (sempre a gran voce) inizia a mandare col telefonino messaggi audio agli amici. Commenta le hostess: “Oh ragazzi, ora prendono a bordo le ciccione”, “oh guarda c’è quella grassa, “eh, dovremmo far un reclamo”; e così avanti. Io respiro, mi dico che è un uomo stupido e smetterà, lui che per dimostrare di valere deve sminuire una donna. Ma lo show continua, sua moglie ride di gusto. Dopo occhiate con altri passeggeri, mi giro e dico: “Anche meno eh, smettiamola di parlare del peso di una donna”. Ecco, una donna osa interrompere lo spettacolo del capo branco, e arriva il meglio… Inizia a dirmi di farmi i cazzi miei, di cogliere le regole della Sicilia. Io lo ignoro, non per paura, ma perché l’indifferenza uccide questi piccoli ominicchi; vestiti bene, apparentemente benestanti e con un ego smisurato che si nutre denigrando gli altri (la cicciona, il terrone, il diverso). Continuo a dargli le spalle, ma ho osato interromperlo davanti alla sua donna e lui mi travolge di parole, fin quando mi dico “ora basta”: mi giro, lo guardo dritto negli occhi e gli dico di smetterla. Per lui è una sfida, un affronto. E mi dice “perché che fai? Eh? Che mi vuoi fare?”. Alza la voce, gli dico semplicemente che mi sarei alzata per andare dal comandante. Mi rigiro, guardo avanti. Nessuno interviene. Lo ignoro ma per altri 5 minuti lui mi parla alle spalle. Nei discorsi ci sono “pere anali” e altre delicatezze del genere, che a parer suo mi aiuterebbero. Quindici minuti di spettacolo indegno, che in una società allenata all’empatia non dovrebbe mai accadere. Continua il mio silenzio. Fin quando arriva lo stop, si affloscia come un muffin. Ora io mi chiedo: ma per quanto ancora faremo finta di nulla? Per quanto ancora le donne rideranno di un uomo che umilia un’altra donna? Body shaming, bullismo, violenza di di genere, se ne parla tutti i giorni, si fanno campagne di sensibilizzazione. Ma non basta, siamo sempre più isole in un oceano di squali. Difendere l’altro è difendere se stesso, non lo abbiamo ancora capito. L’indignazione ha lasciato posto all’indifferenza. Ed è questa la vera pandemia.

Ma il Covid-19 non doveva renderci migliori?

Giorgia Battiato

 

Purtroppo il virus non è mutato, ma siamo mutati noi: in peggio.

 

Ddl omofobia. I cattolici moderati con la destra. In piazza anche “la demonizzazione del maschio”

Non c’erano solo clericali di destra o “cattolici oltranzisti”, come li ha definiti il manifesto, nella piazza romana di sabato scorso per manifestare contro il ddl Zan anti-omofobia.

Restiamo liberi: questo il titolo dell’iniziativa organizzata dal comitato “Difendiamo i nostri figli” di Massimo Gandolfini, già leader del Family Day. Più di mille persone, secondo Avvenire, hanno protestato in rappresentanza di oltre cinquanta associazioni. Tra queste, appunto, non solo gruppi di clericali fascioleghisti e tradizionalisti anti-bergogliani. Ma anche delegazioni di cattolici moderati dell’Ucid, imprenditori e dirigenti con a capo l’ex ministro Gian Luca Galletti; dell’osservatorio parlamentare “Vera Lex”, che nel direttivo vede Giorgio Merlo, ex della Margherita oggi in Articolo Uno; di magistrati e avvocati di “Avvocatura in missione” e del Centro studi intitolato a Rosario Livatino. Con loro, infine, parlamentari di Forza Italia, Udc, Fratelli d’Italia e Lega.

E a unire queste due anime cattoliche sono state le parole del presidente della Cei, il cardinale Gualtiero Bassetti, arrivate alla vigilia della piazza in un’intervista alla Stampa. Per l’arcivescovo di Perugia, con il ddl Zan “si creerebbe un pericoloso ribaltamento della democrazia”. Ormai, al netto dei contenuti del disegno di legge, l’indurimento delle pene per gli omofobi si è trasformato in una guerriglia ideologica sulla teoria gender che molti cattolici assimilano all’Anticristo. Le dichiarazioni di Bassetti sono state sventolate da alcuni oratori in piazza, anche perché negli ultimi mesi la Cei è stata sovente accusata di ambiguità sulla portata giuridica e sociale del ddl Zan. Ambiguità frutto, per la destra clericale, della linea morbida se non gay friendly di papa Francesco.

Ovviamente la presenza dei moderati non ha smussato i toni della frangia più battagliera della piazza di Restiamo liberi. Nel resoconto fatto dal sito La Nuova Bussola Quotidiana viene riferito questo passaggio di un’esponente di Pro Vita & Famiglia, Maria Rachele Ruiu: “Vorrebbero insegnare ai ragazzi che l’uomo, in quanto maschio, è violento e che i nostri padri, come ha detto qualcuno, sono dei pezzi di merda”. Insomma, la “distruzione della famiglia” passa per “la demonizzazione del maschio”. Qui s’innestano i timori del fronte clericale: che il ddl Zan apra la strada alla teoria gender nei programmi scolastici. In ogni caso, la folla ha salutato con entusiasmo il rinvio dell’approvazione del testo, previsto per domani alla Camera.

Il nuovo allarme Covid, con vari deputati contagiati, ha infatti imposto uno slittamento dei lavori. Notizia che, al contrario, è stata accolta male dal fronte Lgbtq che, sempre sabato, ha tenuto eventi e flash mob in sessanta città. A sostegno di gay, lesbiche e trans si è subito pronunciato il segretario del Pd, Nicola Zingaretti che ha promesso: “Faremo di tutto per approvarla”. Tra i democratici, durante l’estate, il testo del loro collega Alessandro Zan, non ha provocato divisioni tra credenti e non, bensì ha registrato un dissenso femminista, che teme che l’identità di genere finisca per annullare quella di sesso.

“Mi ammalai e andai avanti: vince l’uomo politico o il suo corpo?”

Fabio Mussi è stato fiero combattente, con alterne fortune, delle ragioni della sinistra in Italia. Dirigente di peso del suo partito, il Pci e le sue successive trasformazioni fino a quando è nato il Pd, ha avuto la ventura di ammalarsi nel meglio della sua carriera politica.

Lei tirò dritto, eppure la sua salute era periclitante.

Parliamo del 2008. Ero ministro dell’Università quando entrai in ospedale per sottopormi a un doppio trapianto di reni. Non ebbi alcun dubbio a rendere pubblica immediatamente la notizia. Io che avevo in tasca la tessera di donatore di organi mi trovavo nella condizione di riceverli. Non pensai però a dimettermi anche perché il governo era virtualmente in crisi.

Se l’ufficio pubblico è un bene collettivo, le condizioni di salute di chi lo guida dovrebbero riguardare un po’ tutti.

Tocca un punto delicato, perché qui si cammina sulle uova. Esiste un diritto fondamentale che è quello alla libera determinazione di colui a cui è affidata questa decisione, e poi certo bisognerebbe coniugare l’esercizio di questo diritto con il dovere di vederlo destinato al giudizio di chiunque. Se il governo fosse stato nel pieno delle sue funzioni avrei valutato l’ipotesi di dimettermi. Mi faccia aggiungere che l’organo di colui che esercita un potere che andrebbe più tutelato è però il cervello. A volte, e purtroppo, le condizioni stabili di salute non aggiungono molto alla stabilità di certe menti. Penso a Trump.

Gli americani fino a ieri indagavano anche la pressione arteriosa dei candidati.

E adesso si ritrovano questo signore che manda all’aria ogni consuetudine. Il suo contagio da Covid è stato illustrato come un fumetto, un cartoon. Lui che fa braccio di ferro. Sono stati sparsi mozziconi di verità su un prato di bugie o di omissioni.

Trump ha bisogno di esibire l’integrità del corpo del capo.

Il valore mistico del corpo, sì. Che poi, come si vede, piega verso la macchietta. Leggendo l’ultimo libro di Scurati su Mussolini, l’essenza del maschio alfa che miete il grano a torso nudo e poi, in privato, si contorce per l’ulcera duodenale che non gli dà tregua, misuriamo l’esatta distanza della realtà da ciò che appare.

Lei è uomo di sinistra. Non le spiace che i valori per cui si è battuto, e parecchie volte ha perduto, adesso siano tornati in auge solo perché è arrivata la pandemia non il sol dell’avvenire.

Alt. Prima cosa: se devo ammettere che spesso ho perso, aggiungo che penso di non aver pensato male per le posizioni che ho assunto. Seconda cosa: il mondo è stato sempre cambiato da grandi pandemie. Suggerisco la lettura di Armi, acciaio e malattie di Jared Diamond.

Ah, la breve storia degli ultimi tredicimila anni.

Le grandi malattie che scuotono la società costringono a cambiamenti repentini, trasformazioni epocali. E non c’è dubbio che anche questa attuale pandemia sarà motore formidabile verso un altro giorno. Abbiamo del resto già capito come sia indispensabile la mano pubblica, che ieri quasi schernivamo, quanto sia necessaria alla vita delle persone e quanto sia decisiva per le fasce più deboli, più fragili.

La sinistra se ne è accorta suo malgrado.

Che dirle! Le uniche cose di sinistra le leggo nell’enciclica del Papa.

Vede?

Eppure se solo si facesse attenzione a un paragrafetto del Recovery fund, all’annuncio che l’Unione europea progetta di decarbonizzare l’industria entro il 2050 si avrebbe l’esatta misura di quale possibilità abbiamo di trasformare la nostra società e la nostra vita.

L’Ilva andrebbe ad idrogeno.

Solo l’Ilva? E tutti i trasporti? E tutti gli altri apparati industriali? E tutta la nuova tecnologia di cui avremmo necessità? E la ricerca che dovrà sostenere la nuova rete delle conoscenze. Ci sarebbero miliardi di motivi per immaginare la rivoluzione solo tenendo a mente questo impegno. E da solo questo impegno sarebbe capace di assorbire tutte le risorse finanziarie in arrivo.

Lei è tra i soggetti fragili. Ha fatto il vaccino?

Venerdì prossimo. Ho prenotato.