M5S, il manifesto dei big con il via libera di Grillo

Ufficialmente è una ricerca: 300 pagine disseminate di numeri, dati, proposte. Di fatto è già il manifesto politico dei maggiorenti del M5S. Un programma, per l’ex capo e leader di fatto Luigi Di Maio e Paola Taverna, la big da cui bisogna passare per tenere assieme il Movimento lacerato. Proprio per questo oggi arriverà anche la benedizione di Beppe Grillo, che come Di Maio e Taverna vuole per i 5Stelle una segreteria collegiale e un tavolo permanente con il Pd. Sarà il garante, l’ospite di riguardo via web della conferenza stampa di oggi in Senato, in cui il sociologo Domenico De Masi presenterà la sua ricerca sull’Italia flagellata dalla pandemia e sulle priorità con cui dovrà ripartire: linee guida anche per il M5S, “per tenere dentro tutte le nostre anime e stabilizzare il Movimento” giura una fonte di governo.

Questa sarebbe la faccia politica della ricerca commissionata a De Masi da Barbara Floridia, senatrice e facilitatrice per la formazione. Raccontano che l’abbia pagata a sue spese, la 5Stelle che ha un ruolo in Rousseau, la piattaforma dell’ormai nemico dei big, di Davide Casaleggio. Ma la grillina è anche e soprattutto vicina a Di Maio. E oggi sarà in Senato accanto a De Masi e al capo politico reggente Vito Crimi. Saranno loro a presentare la ricerca, costruita anche su interviste a esponenti del M5S: da Di Maio e Taverna, per passare a Mario Turco, sottosegretario alla presidenza del Consiglio vicino a Giuseppe Conte. Fino alla ministra dell’Istruzione Lucia Azzolina e a quella all’Innovazione Paola Pisano. Un testo che cita il premio Nobel dell’economia Joseph Stiglitz e la sua idea di “capitalismo progressista”, e che si sofferma molto sulla sanità: da ricostruire “ripensando il rapporto tra sanità pubblica e privata” e puntando sulla cura domiciliare e la telemedicina. Ma di temi, assicurano, ce ne sono diversi nel documento. Un testo che “parla” agli Stati generali del Movimento, che venerdì partiranno ufficialmente con le assemblee locali via web, e che dovranno culminare nell’assemblea nazionale a Roma del 7 e 8 novembre (ma è probabile che anche la due giorni si svolga in via telematica).

Tra i documenti congressuali, anche quello coordinato dall’europarlamentare Fabio Massimo Castaldo: 12 punti che prevedono alla guida del M5S un organo collegiale di 13-15 membri, costruito con “quote inderogabili” ripartite tra i vari livelli territoriali (dai consiglieri agli europarlamentari), e la creazione di un fondo gestito dal Movimento, che distribuisca almeno il 50 per cento delle risorse ai territori. Nell’attesa, Alessandro Di Battista su Facebook: “Mi interessa combattere chi si è arricchito durante la pandemia a scapito di chi aveva meno, non fare il capo, chiedere poltrone o piazzamenti”. Dal M5S commentano: “Speriamo ancora di tenerlo dentro”. Ossia nella segreteria, lontano da Casaleggio.

La lunga strage silenziosa di uomini e donne in divisa

La chiamano la “strage silenziosa”: perché invisibile agli occhi dello Stato, ma lacerante tra il personale in divisa italiano. Si tratta del fenomeno dei suicidi tra le forze armate e di polizia nel nostro Paese, che ha assunto negli anni caratteri inquietanti: dal 2014 al 2019 sono stati individuati dal Osservatorio nazionale suicidi nelle forze dell’ordine (Onsfo) dell’associazione Cerchio Blu un totale di 258 suicidi. Il numero più alto si è verificato nella Polizia di Stato (74 casi) e nei Carabinieri (74), seguono la Polizia Penitenziaria e la Polizia Locale (40 casi) e la Guardia di Finanza (30 casi). L’anno con il numero più alto di suicidi, invece, è il 2019, con ben 58 in totale. Più di un caso a settimana, quando in rapporto sono invece 9,8 casi per 100.000 operatori delle forze dell’ordine, rispetto ai 5 casi di suicidio per 100.000 abitanti registrati nella popolazione generale italiana. Mentre fino a ottobre 2020, secondo l’Osservatorio suicidi in divisa (Osd), nato per raccogliere le testimonianze dirette di amici e famiglie dei deceduti, sono già più di quaranta i suicidi tra il personale militare e delle forze dell’ordine.

L’assenza di registri amministrativi, per questo genere di morti, in tutte le divisioni coinvolte rende il range di casi oscillante, determinando una differenza tra i valori reali e i dati raccolti. Soldati, poliziotti o carabinieri di cui si perdono tracce e storie, perché i vari corpi dello Stato non vogliono assumersi alcuna responsabilità. Uomini e donne che sotto la divisa nascondono la propria fragilità, per difendersi dalle pressioni di un ambiente coercitivo per natura. Dal quale molto spesso, tuttavia, rimangono schiacciati. Come nel caso dell’assistente capo della polizia in servizio presso la Questura di Ragusa che nell’aprile del 2019 ha ucciso la moglie e poi si è tolto la vita. Oppure il gesto estremo della militare donna dell’Esercito di appena 30 anni che si è uccisa con la propria pistola d’ordinanza nei bagni della stazione Flaminio della metro A di Roma lo scorso dicembre. E l’ispettore capo del carcere di Monza, una donna di 41 anni, madre di un bambino di dieci che, terminato il servizio, ha preso la pistola d’ordinanza e si è tolta la vita.

Ma perché non si parla dei suicidi tra le divise? E quali sono i veri problemi alla base di gesta simili? “Il problema principale è la situazione che si vive all’interno delle caserme. A partire dal fatto che gli psicologi militari sono a stretto contatto con i comandi delle divisioni e quindi poco affidabili agli occhi di agenti e soldati che temono di essere segnalati e poi sospesi dal servizio” spiega Rachele Magro, psicologa e psicoterapeuta, responsabile del servizio psicologico alle famiglie dei militari con l’associazione L’Altra Metà della Divisa.

Una delle ragioni, infatti, che induce un rappresentante delle forze dell’ordine a tacere in merito al suo stato di turbamento o depressione è l’articolo 48 del Dpr n. 782 del 1985, che prevede il ritiro del tesserino e dell’arma nel caso in cui un poliziotto necessiti di aiuto psicologico. I poliziotti temono di vedersi affrancare l’etichetta di “pazzo”, per poi essere frettolosamente emarginati, e così rimangono in silenzio. Detto ciò, il 79 per cento delle volte l’agente si suicida con la pistola di ordinanza e lo fa sul luogo di lavoro (33 per cento).

Storia analoga per i soldati. Un medico militare di stanza all’Aeronautica Militare svela al Fatto l’iter che subisce chi denuncia una qualche debolezza emotiva. “Esasperato dai comportamenti vessatori dei superiori mi sono rivolto al telefono verde 800 48 29 99 dell’Aeronautica, per denunciare le ritorsioni subìte, lasciando i miei dati e senza nascondersi dietro l’anonimato” racconta il medico, che adesso preferisce non svelare la sua identità.

“Il risultato è stato che dopo quella telefonata, registrata, sono stato trasferito senza se e senza ma, proprio perché segnalato al mio comandante” continua l’uomo. Per chi non arriva al compiere il gesto estremo c’è quindi il trasferimento, per chi si toglie la vita invece fascicolo e indagini vengono chiuse il prima possibile. A pesare nel corso della carriera di soldati, carabinieri e agenti sono anche le “cosiddette note caratteristiche, ovvero una scheda valutativa con i giudizi dei superiori da cui dipende la possibilità o meno di fare carriera” racconta la moglie di un poliziotto morto suicida. “Questi rapporti vengono compilati a simpatia dei superiori e senza criteri precisi. Basta pensare che tra le qualità valutate c’è anche la lealtà: sulla base di quale aspetto si può misurare la lealtà di un uomo? Anche per questo mio marito è arrivato allo stremo” confessa la donna.

Le analisi e gli studi fatti dai vari Osservatori indicano che alla radice del suicidio ci sono varie concause, fra tutti “il disturbo post traumatico causato da eventi particolarmente stressogeni, come può essere l’aver partecipato a un attentato durante una missione all’estero per quanto riguarda i militari, oppure la distanza dalla famiglia o dalla propria terra d’origine” continua la psicologa. Non a caso la macro area geografica dell’Italia che presenta il maggior numero di casi di suicidio è il Nord, seguito dal Centro. Ovvero le zone dove più spesso viene “trasferito il personale arruolatosi nel Sud Italia, sia per la disponibilità di posti sia per volere dei generali” spiega Salvatore Vinciguerra, segretario nazionale Assodipro. “Per esperienza personale posso però assicurare che i motivi del disagio non sono riconducibili solo a problemi di tipo personali, ambientali o familiari. A suicidarsi sono infatti quasi esclusivamente il personale più in basso sulla scala gerarchica, quello più soggetto a vessazioni” dice Vinciguerra.

L’età delle vittime va dai 45 ai 55 anni, ma nel 37 per cento chi si toglie la vita sta tra i 25 e i 44 anni. L’85 per cento sono uomini, e l’8 per cento donne (anche per la minor presenza statistica nelle varie divisioni). Molti sono figli, altri sono padri e madri con famiglie. Vittime, anche quest’ultime, di un sistema refrattario, che “non conosce canali di assistenza psicologhe ai familiari se non nelle due settimane successive al suicidio. Poi il silenzio: che ti fa capire come si è sentito chi ha scelto quel gesto estremo” conclude la moglie del poliziotto suicidatosi.

Torlonia, lo scandalo rimosso. Seicento opere sotto chiave

La mostra dei marmi Torlonia è una straordinaria occasione di conoscenza: lo ha spiegato su queste pagine mercoledì scorso Salvatore Settis, che l’ha voluta e curata insieme a Carlo Gasparri. È per questo che ho scritto con entusiasmo nel catalogo. E anche per questa, seppur marginale, partecipazione sento il dovere di provare a correggere la piega che proprio gli interventi istituzionali inclusi in quel catalogo stanno imprimendo al discorso pubblico intorno alla collezione Torlonia. Il ministro Franceschini celebra “un virtuoso esempio di dialogo e collaborazione tra pubblico e privato”, e il presidente della Fondazione Torlonia afferma che la collezione di famiglia sarebbe “da sempre condotta secondo quella visione del custodire e del tramandare… che… favorisce un proficuo dialogo con le istituzioni”. Il direttore generale delle Belle Arti, Federica Galloni, osa sostenere che “la storia secolare della famiglia Torlonia… coniugava tutela e valorizzazione, attuando un singolare e innovativo rapporto di sinergia tra pubblico e privato”. Insomma, i Torlonia santi subito: anzi santi da sempre. Nessuno, nel catalogo, racconta il clamoroso scandalo che investì la collezione dalla fine degli anni Sessanta: una mancanza che assomiglia a una censura nel saggio in cui la Soprintendente speciale di Roma tratteggia una storia tutta positiva dei marmi Torlonia nel secondo Novecento.

È un silenzio pesantissimo e incomprensibile (o, forse, fin troppo comprensibile), che svela un convitato di pietra eccellente: Antonio Cederna, mai evocato né nel catalogo né nei discorsi delle autorità. Eppure, quella taciuta è una delle pagine più note e importanti della lotta per la salvezza del patrimonio culturale.

Rileggiamola, corsivamente, nell’ottima sintesi di Francesco Erbani: “Lo scandalo del secolo impegna Cederna almeno dalla metà degli anni ’70. Con lui è schierata Italia Nostra. Fra 1968 il 1975 il principe Alessandro Torlonia trasforma abusivamente il suo palazzo di Via della Lungara a Roma in una novantina di miniappartamenti dopo aver chiesto una licenza per il solo rifacimento del tetto. La conseguenza più drammatica dell’operazione investe la collezione di 620 statue accumulate dal nonno, omonimo, e sistemate in una settantina di stanze del palazzo ma da allora trasferite, e ammucchiate in locali residui dell’edificio. Fra gennaio e febbraio del 1977, su segnalazione della Soprintendenza archeologica da poco diretta da Adriano La Regina, scatta il sequestro del pretore di Roma Alberto Albamonte, e la denuncia penale per abusi edilizi e per il danno arrecato alla collezione. Prende avvio un processo che si conclude con la condanna in Cassazione, resa però vana da prescrizione e amnistia. Cederna plaude all’iniziativa della magistratura, ma il problema che pone, e che porrà ancora per oltre un decennio, è il destino di quello strabiliante patrimonio: la soluzione che fin d’ora prospetta è quella di una cessione gratuita allo Stato dell’intera collezione (…) forse anche nella Villa Torlonia di via Nomentana, da poco espropriata. Ma il cammino verso questa soluzione si blocca: nessuno, né il Comune né il Ministero, ha mosso un passo, e trascorsi due anni dal sequestro giudiziario il pretore è costretto a revocare il provvedimento”. Accanto a quello dei marmi, poi, va rammentato lo scandalo inaudito degli affreschi etruschi della Tomba François (uno dei più importanti monumenti dell’antichità), “sequestrati” a Villa Albani insieme a centinaia di vasi etruschi e a una strepitosa collezione di arte dell’età moderna: lo Stato non è mai stato capace di obbligare i Torlonia a render visibile questa straordinaria porzione del patrimonio storico e artistico della Nazione temporaneamente di loro proprietà.

Come Salvatore Settis scrive nel catalogo, e ripete con forza in ogni occasione, la mostra è solo un primo passo verso un Museo Torlonia che renda visibile finalmente almeno tutti i marmi (ancora in massima parte ammassati nei magazzini di Via della Lungara, e inaccessibili). Un progetto sacrosanto: mi sarei aspettato che, all’inaugurazione della mostra, le autorità dei Beni culturali vi si impegnassero concretamente, per esempio dicendoci dove, quando e con che regole sarà realizzato questo “museo annunciato”. Invece niente. Per capire se sarà davvero al servizio del pubblico interesse (e non un social washing dell’interesse privato) bisogna, infatti, capire come verrà fatto: lo sarà se ci sarà una misura di custodia coattiva delle opere in questo museo, o un vincolo pertinenziale che le renda per sempre inamovibili. Perché certo sarebbe inammissibile consumare denaro e palazzi pubblici per valorizzare opere che rimangano nella piena disponibilità dei loro possessori privati. I Torlonia “rappresentano il mondo di latifondisti rapidamente convertito alla speculazione edilizia” (ancora Erbani): santificarne la storia sarebbe imperdonabile. Dimenticarla, ancora peggio.

La sai l’ultima?

 

Roma La cattura e l’esecuzione di un branco di cinghiali diventa un incidente istituzionale

Come in un romanzo di Buzzati, assistiamo da anni alla famosa invasione dei cinghiali a Roma. La sempre più molesta presenza delle bestie selvatiche in città ha generato un racconto a metà tra farsa e tragedia. Una famigliola di 7 cinghiali è stata intrappolata nel perimetro di un parco pubblico del quartiere Aurelio da alcuni cittadini preoccupati dalle loro scorribande. Poi col favore delle tenebre è intervenuta la polizia, che si è occupata della “rimozione” del bestiame. Un blitz non proprio discreto: all’eliminazione dei poveri cinghialetti ha assistito una rumorosa e furibonda folla di animalisti (in prima fila Michela Vittoria Brambilla, l’ex pupilla di B.) che ha documentato il tutto, trasformandolo in un caso politico. Incalzati dalla furia animalista, Comune di Roma e Regione Lazio si rimpallano la responsabilità della barbara esecuzione. Hanno vissuto da suini ma sono morti da eroi: d’ora in poi prima di torcere una setola a un cinghiale serviranno almeno tre gradi di giudizio.

 

Cuneo Versa per un anno gli ansiolitici nel caffè della collega per farla licenziare: condannata a 4 anni

Che bello quando in ufficio si respira un clima di rispetto e amicizia: più che un gruppo di colleghi si diventa una squadra, quasi una famiglia. È lo spirito di una compagnia assicurativa di Bra, in provincia di Cuneo. Visto che tirava un’ariaccia e si parlava di tagli al personale, una delle impiegate ha avuto un’idea strepitosa per salvare il suo stipendio: per quasi un anno ha versato degli ansiolitici nel cappuccino di una collega che svolgeva la sua stessa funzione, sabotandola sul lavoro per essere sicura che in caso di licenziamento sarebbe stata lei a perdere il posto. Lo racconta Repubblica Torino: “La donna era incaricata per tutto l’ufficio di andare al bar di fronte all’agenzia a prendere caffè e cappuccini per tutti ogni mattina. Ha iniziato così ad allungare quello della collega con le benzodiazepine, ansiolitici in quantità elevata che hanno fatto effetto quasi subito sulla rivale”. Geniale: la collega carogna è stata condannata a 4 anni di carcere per lesioni aggravate.

 

Il titolo della settimana Repubblica: “Cina, scena surreale, il gatto non ha il biglietto e il controllore lo caccia dal treno”

Quasi nessun sito è immune alla drammatica patologia della “colonnina destra”, lo spazio per le notizie acchiappa-clic su animali buffi o celebrità desnude. Dunque nessuna predica e nessun moralismo, ma il titolo della settimana è quello che abbiamo letto su Repubblica.it, “Cina, la scena surreale: il gatto non ha il biglietto e il controllore lo scorta fuori dal treno”. Uno spirito naif potrebbe pensare davvero che un ufficiale cinese abbia sbattuto fuori dal convoglio un felino sprovvisto di regolare titolo di viaggio. Invece cliccando – stupidi noi – sul link di Repubblica finiamo dentro a un’orripilante clip di TikTok, con un’altrettanto orripilante musichetta in sottofondo. “Il controllore – dice la didascalia – invece di prendere in braccio il gatto, lo trascina via da sotto le ascelle, mentre il felino cerca di fare resistenza puntando due zampe a terra e procedendo a piccoli passi verso l’uscita”. Bene. La libertà di stampa è un pilastro dello Stato democratico.

 

Inghilterra Resta senza dentista per colpa del Covid, beve 8 birre e si estrae i denti da solo con le pinze

Un tema forse sottovalutato è l’impatto del Coronavirus sui malati generici, quelli che non hanno il Covid ma necessitano di assistenza medica per altre ragioni, spesso molto serie. A gettare un cono di luce su questa zona d’ombra c’è una preziosa inchiesta del Daily Mail dal titolo: “Un uomo disperato si strappa i denti con le pinze dopo non essere riuscito a prendere appuntamento con il dentista per colpa del Coronavirus”. Se vi chiedete cosa c’entrino i dentisti col Covid, dovete sapere che l’articolo non è particolarmente esaustivo al riguardo. Si sostiene, genericamente, che la capacità del sistema sanitario nazionale britannico – per quanto riguarda le cure odontoiatriche – si è “ridotta drammaticamente” dall’inizio della pandemia. Sta di fatto che la struggente storia di mr. Savage è corredata dalle foto del protagonista che mostra i suoi due canini estratti “sorridendo”, per quanto possibile. Egli stesso specifica di aver bevuto 8 lattine di birra prima di avviare l’operazione.

 

India Uomo bendato entra nel Guinness spaccando 50 noci di cocco intorno al corpo di un suo amico

Abbiamo imparato a conoscere un po’ gli indiani: vanno pazzi per record e primati piuttosto particolari. Uno degli ultimi eroi nazionali ad aver trovato fortuna in rete è un simpatico signore che è entrato nel Guinness per aver distrutto 50 noci di cocco con un enorme martello. Se vi sembra semplice, considerate che l’uomo era bendato e le noci di cocco erano posizionate intorno alla sagoma di una persona viva, una cavia dal discutibile senso del giudizio. Il video della stoica impresa è stato diffuso dal Guinness World Record. Si vede il giocoliere cieco armeggiare con il grosso martello e colpire con violenza le noci di cocco: fendenti fatali che sfiorano con chirurgica precisione l’uomo sdraiato a terra. Il recordman ha distrutto 50 noci di cocco in appena un minuto e nessuno si è fatto male. Anzi, l’organizzazione ci tiene a sottolineare che i frutti fatti a pezzi non sono stati buttati ma dati in pasto alla fauna locale di Nellore, nello Stato dell’Andhra Pradesh.

 

Catanzaro Il barista che si fa beffe del Dpcm: chiude il locale a mezzanotte e lo riapre dopo un quarto d’ora

Tra gli idoli contemporanei di chi ritiene che il Coronavirus sia una cagata pazzesca, o per lo meno che la libertà d’impresa venga prima del diritto alla salute, c’è un negoziante salito dritto nel Pantheon della Resistenza accanto alla signora di Mondello che strilla “non ce n’è Coviddi”. È Aldo Manoiero di Catanzaro, “il barista che beffa il Dpcm”, come titolano diverse testate: ha chiuso il suo locale a mezzanotte come obbliga il decreto ma l’ha riaperto dopo un quarto d’ora. Perché formalmente il testo varato dal presidente del Consiglio il 13 ottobre indica l’orario di chiusura ma non quello di apertura. Fatto il Dpcm, trovato l’inganno. “Il presidente Conte e i suoi super ministri laureati non hanno pensato che oltre alla chiusura c’è una riapertura per i locali – ha detto tutto fiero il barista ai giornali locali –. Io avendo una attività h24 non ho orario di apertura e quindi non sono vincolato. Mi adeguerò a quello che dice il dpcm e continuo a riaprire alle 00:15”.

 

Regno Unito Sondaggio choc: un britannico su tre sostituisce le lenzuola solo una volta all’anno

La scorsa settimana facevamo ironia sull’esimio eurodeputato della Lega Angelo Ciocca, che dall’alto delle sue rinomate competenze scientifiche sostiene il Covid abbia vita meno facile in Italia perché siamo un popolo pulito, abbiamo il bidet insomma, a differenza di altri zozzoni europei. Non ci sogneremmo mai di dare ragione a Ciocca, ma ci tocca riconoscere che i risultati di un sondaggio pubblicato dal Mirror sulle abitudini dei britannici sono abbastanza inquietanti. Emerge che il 30% degli intervistati, quasi uno su tre, abbia ammesso candidamente di lavare le lenzuola e le coperte del letto solo una volta ogni 12 mesi. Non proprio da albergo di lusso. C’è un altro dato piuttosto sconcertante: quasi 1 uomo su 10 ha dichiarato di lavare la propria biancheria intima solo dopo averla usata almeno 10 volte (una percentuale che per fortuna scende al 3% tra le donne). Immaginiamo il sorriso di Ciocca, e la fragranza di certe perfide camere da letto in Albione.

12mila nuovi casi. Ma Locatelli: “Siamo ben lontani da marzo”

“Che ci sia stata un’accelerazione dei casi è innegabile ma non direi che ci sia una crescita esponenziale. Serve guardare i numeri con allerta ma non con panico”. Franco Locatelli, presidente del Consiglio superiore di sanità ieri a InMezz’ora su Rai3 ha invitato a tenere alta l’allerta ma senza isterie per la progressione del contagio di SarsCov2.

Tra il messaggio alla nazione del premier Giuseppe Conte e l’intervista di Locatelli da Lucia Annunziata c’è il solito bollettino quotidiano del coronavirus a guastare la domenica degli italiani: sono 11.705 i nuovi contagi ieri, con un aumento di 780 rispetto al giorno precedente. Si sono registrati anche più decessi, 69 rispetto ai 47 di sabato. I tamponi sono stati 146mila, in calo di circa 20mila rispetto al giorno prima. Cresce dunque, e sfiora l’8%, l’incidenza delle persone risultate positive rispetto al numero dei tamponi fatti.

La Lombardia è di nuovo un caso, perché si avvicina ormai a quota 3mila contagi in più, ma crescono i casi anche in Piemonte (+1.123), Campania (+1.376) e Lazio (+1.198). Secondo i dati del ministero della Salute, un aumento forte si registra anche in Toscana (906) e in Veneto (800). Sono 7.131 (+514) i ricoverati nei reparti ordinari mentre 750 sono in terapia intensiva con un aumento di 45 unità nella giornata di ieri: 110 sono in Lombardia, 99 nel Lazio, 78 in Campania e 70 in Sicilia. I decessi hanno raggiunto quota 36.543 (+69) e i guariti sono in tutto 251.461 (+2334). I contagiati totali in Italia dall’inizio dell’epidemia sono oltre 414 mila.

Una situazione critica ma comunque ancora non allarmante, secondo gli esperti del Comitato tecnico-scientifico di supporto al governo nella decisione delle misure anti-pandemia. Locatelli ha anche annunciato l’arrivo di tamponi rapidi per un più ampio screening della popolazione, nell’ordine di 19-20 milioni di test.

Per la presidente della società italiana di Anestesia, Rianimazione e Terapia Intensiva, Flavia Petrini, “il virus gira in Italia in modo generalizzato e le regioni che erano meno attrezzate lo subiscono di più. Rallentare le attività serve e serve assoluto rigore, vediamo 50enni che si ammalano gravemente, sono persone che hanno una vita sociale attiva”. Un freno è stato messo già alla movida con controlli a tappeto su tutto il territorio nazionale, come a Bari, Torino, Milano; qui sono stati chiusi due locali che non avevano rispettato l’orario della chiusura a mezzanotte. Ma proprio a Milano è stato fermato nella metropolitana un uomo positivo che non aveva rispettato l’isolamento.

I focolai sono disseminati su tutto il territorio e toccano gli ambienti più diversi, dalle Rsa, come a Ferrara, alle palestre, come accaduto a Trieste, o alle fabbriche (sei positivi allo stabilimento Fca di Pomigliano). In Sicilia già diversi paesi sono “zona rossa”.

Per Locatelli ammesse le chiusure del “superfluo” c’è un punto su cui non si transige: “La scuola deve rimanere aperta, è una priorità di questo Paese assieme al lavoro, ed è stato fatto uno sforzo straordinario dai ministri Roberto Speranza e Lucia Azzolina. Per altro il contributo della scuola alla diffusione del contagio è stato limitato”. E anche sull’eventuale coprifuoco notturno Locatelli non si è detto favorevole: “Non credo che dobbiamo arrivare in questo momento alla scelta. L’orario di chiusura di bar e ristoranti spetta alla politica, certo un occhio sugli assembramenti va dato, anche incrementando i meccanismi di controllo e sorveglianza”. Anche perché Locatelli il bicchiere lo vede mezzo pieno: “Abbiamo imparato a proteggerci con un livello di preparazione neanche comparabile a febbraio e marzo, abbiamo molti più respiratori e posti in terapia intensiva e abbiamo una capacità di fare tamponi alta. E lo diventerà ancora di più con i tamponi antigenici. Abbiamo quasi 700 persone ricoverate nelle terapie intensive, che non sono neanche paragonabili al picco dei più di 4mila di marzo. A parte la Germania, la Finlandia e la Grecia, l’Italia ha il rapporto di casi positivi rispetto al numero di tamponi effettuati più basso e anche un’incidenza decisamente controllata. Oggi l’età media delle persone positive è di poco superiore ai 40, mentre a febbraio e marzo superavano i 65 anni”.

Il mondo ormai è vicino ai 40 milioni di contagi

Il mondo si avvia verso i 40 milioni di contagi da Covid-19, 39 milioni e 700 mila casi ieri e un milione e 100 mila vittime. In testa ancora gli Stati Uniti con oltre 8 milioni di infetti, seguiti da India e Brasile. In Europa i morti totali per coronavirus sono 250 mila e 7 milioni e 366 mila contagi.

Il Paese più colpito è la Spagna con 936 mila casi da marzo e una media giornaliera che supera le 10 mila infezioni. Con Madrid zona rossa e la Catalogna in semi lockdown con ristoranti e bar chiusi per due settimane. La Francia ieri, dopo la prima notte di coprifuoco si è svegliata con quasi 30 mila contagi in 24 ore, 85 vittime e poco meno di 2 mila malati in terapia intensiva. I due terzi dei morti totali finora sono del Regno Unito 43 mila, in Italia sono 36.543, Spagna e Francia 33 mila, seguiti dalla Russia, 24.187. Negli ultimi sette giorni sono stati registrati più di 8.000 morti in Europa, il bilancio più pesante in una settimana da metà maggio. Ieri il Regno Unito ha toccato 17 mila nuovi casi e 68 decessi, dato più basso dopo quello di 150 di sabato, ma solo per via del rallentamento della comunicazione nel weekend. Mentre il più alto tasso d’infezione in Europa lo segna la Repubblica Ceca 8.700 ieri. Ma il Paese aspetterà due settimane prima di imporre il coprifuoco per arginare l’epidemia, ha fatto sapere il vice premier Karel Havlícek, mentre in piazza a Praga scendevano in centinaia contro le misure restrittive. La polizia si è scontrata con i manifestanti dispersi da gas lacrimogeni e cannoni ad acqua. Preoccupa l’Est, con la Bulgaria che rischia uno choc da seconda ondata di Covid, motivo per il quale anche Sofia ritarderà l’entrata in vigore delle misure di contenimento più dure. “Siamo vicini allo tsunami”, ha fatto invece sapere il ministro della Salute belga, Frank Vandenbroucke, commentando l’aumento dei contagi da Covid-19 dell’88% in 7 giorni nella regione di Bruxelles e in Vallonia, “segno che la situazione è fuori controllo”.

Anche la Svizzera intensifica le misure anti-pandemia dopo l’incremento rapido dei casi del 150% rispetto ai sette giorni precedenti, con nuove restrizioni in vigore da oggi: non saranno consentiti gli incontri tra più di 15 persone e le mascherine saranno obbligatorie nei luoghi pubblici al coperto, ma anche in quelli aperti come stazioni ferroviarie o aeroporti, mentre nei bar e ristoranti saranno permesse solo consumazioni al tavolo. Negli Stati Uniti si torna a discutere sui numeri. Il presidente Donald Trump vaneggia di nuovo, come già in primavera sulle motivazioni dei numeri record da luglio e le 218 mila vittime. “Gli Stati Uniti hanno più casi perchè fanno più test e più costosi! Nessun Paese al mondo ha questo livello di test. Più fai i test e più casi vengono riportati. Molto semplice!” ha twittato The Donald respingendo ancora una volta le accuse per la gestione della pandemia da parte della speaker democratica della Camera, Nancy Pelosi. Cittadini sauditi e immigrati hanno avuto invece il permesso di pregare dentro la Grande Moschea della Mecca per la prima volta in sette mesi, e Israele è uscito dai due mesi di lockdown con una percentuale dei contagi di coronavirus del 2,8%: la più bassa in assoluto nelle ultime settimane. Ma per il ministero della Salute, c’è ancora da aspettarsi circa 1.500 nuovi casi al giorno. Per questo ieri il premier Benyamin Netanyahu ha rinnovato gli appelli alla popolazione alla prudenza. Rischia la vita il segretario generale dell’Olp, Saeb Erekat, trasferito ieri dalla sua città in Cisgiordania a Tel Aviv per un ricovero dovuto all’aggravamento del suo stato di salute a causa del Covid-19.

Niente lockdown: sindaci anti-movida caso per caso

Nessun coprifuoco, né tantomeno chiusure anticipate alle 22. Niente lockdown, ma misure più stringenti per evitare gli assembramenti legati alla movida. Il Dpcm emanato ieri dal premier Giuseppe Conte detta le nuove regole per cercare di contenere la diffusione del virus. I numeri preoccupano (ieri si contavano 11.705 positivi), ma non si tornerà alla chiusura totale dello scorso marzo. Le regole base restano invariate: “Mascherina, distanziamento e igiene delle mani”. Ma ha avvertito Conte: “Facciamo attenzione nelle situazioni in cui abbassiamo la guardia, con parenti ed amici. In queste situazioni occorre massima precauzione”.

 

Le piazze centrali. La novità del nuovo decreto sta nella possibilità di chiudere piazze e vie dei centri urbani alle 21. Una decisione che però dovrà essere presa a livello locale, dai sindaci, lasciando ovviamente “la possibilità di accesso agli esercizi commerciali legittimamente aperti e alle abitazioni private”. Insomma non sarà un obbligo imposto a livello nazionale, le situazioni potranno variare da città in città. Una decisione che ha scatenato le proteste degli amministratori locali. Ma l’obiettivo del governo è quello di scoraggiare il più possibile gli assembramenti. Restano quindi chiuse discoteche e locali simili, sia all’aperto che al chiuso, e continuano ad essere vietate sagre e fiere. Matrimoni con al massimo 30 persone, mentre “è fortemente raccomandato di evitare feste, nonché di evitare di ricevere persone non conviventi di numero superiore a sei”. Sospesi anche convegni e i congressi, salvo che non si svolgano a distanza.

 

Ristorazione. Bar, pub, gelateria, ristoranti e così via chiuderanno alle 24, come stabilito nel precedente Dpcm. Tuttavia, nel nuovo testo, si è stabilito anche l’orario di apertura, alle 5, per frenare i furbetti che in mancanza di una indicazione precisa rialzavano la serranda poco dopo la “finta” chiusura. Niente tavolate però: al massimo si potrà cenare in sei fino a mezzanotte. Per quanto riguarda la consumazione non ai tavoli, sarà consentita solo fino alle 18. La consegna a domicilio “nel rispetto delle norme igienico-sanitarie” resta “sempre consentita”.

 

Palestre e calcetto. Ieri Conte ha lanciato un avvertimento: per adesso, palestre, piscine e circoli sportivi restano aperti, ma sono dei sorvegliati speciali. Le notizie che arrivano, ha spiegato il premier, sono varie e contrastanti per quanto riguarda i protocolli di sicurezza che a volte vengono rispettati, altre no. Una settimana ancora quindi per adeguare i protocolli di sicurezza e verificarne il rispetto: se ciò non avverrà, le palestre saranno chiuse. Restano invece vietati gli sport di contatto a livello amatoriale, come calcetto e basket, ma adesso ci sarà uno stop anche per le relative associazioni e scuole per ragazzi.

 

Le scuole. Il premier lo ha detto chiaramente: la didattica in presenza è un “asset fondamentale per il nostro Paese”. Il governo non ha intenzione di chiudere le scuole. Cambia il calendario sugli orari delle scuole superiori, con modalità flessibili per istituti superiori tecnici e professionali, con ulteriori scaglionamenti, anche con eventuali turni pomeridiani e l’ingresso non prima delle 9. Nel Dpcm stabilisce anche che un ricorso costante a forme flessibili nell’organizzazione dell’attività didattica, tra cui le lezioni a distanza, saranno possibili “previa comunicazione al Ministero dell’Istruzione da parte delle autorità regionali, locali o sanitarie delle situazioni critiche e di particolare rischio riferito ai specifici contesti territoriali”.

 

Smart working. Nella pubblica amministrazione tutte le riunioni dovranno essere tenute a distanza. E anche per aziende private l’obiettivo è incoraggiare il più possibile lo smart working.

 

Conte non richiude e avvisa: “Fase critica, fare la propria parte”

“Non firmerò mai più un lockdown”, aveva detto Giuseppe Conte nelle ultime ore. E in effetti, non l’ha firmato.

Alle nove e mezza della sera, uscendo nel cortile di palazzo Chigi, insiste: la strategia di contenimento del virus non può essere la stessa di marzo. Perché gli ospedali sono attrezzati, i dispositivi di protezione individuali adesso ci sono, i tamponi anche. “Non abbiamo abbassato la guardia”, dice, pur ammettendo che ci sono ancora “criticità” e avvertendo che, dal punto di vista economico, qualunque cosa succeda, “non ci saranno più elargizioni a pioggia”.

Ma il vero appello lo rivolge alle persone, ricordando le regole di igiene e distanziamento, in particolare quando sono in situazioni “vulnerabili”, come dentro le mura di casa. “Dobbiamo impegnarci – è il cuore del discorso del premier – la situazione è critica, la curva dei contagi è preoccupante. Ma il governo c’è. E ognuno deve fare la sua parte”.

Pazienza se filtra già l’irritazione dei sindaci e dei governatori, consapevoli che toccherà a loro il lavoro sporco. Ieri mattina, al termine della riunione con i presidenti, era già chiarissimo lo scontro andato in scena con le ministre De Micheli (Trasporti) e Azzolina (Istruzione): la prima che ha ribadito la capienza dei mezzi pubblici all’80 per cento, la seconda che li invitava ad aprire un tavolo con i dirigenti scolastici per trovare un accordo sugli ingressi scaglionati delle scuole. “A questo punto, mentre il virus avanza – è sbottato il presidente dell’Anci Antonio Decaro – tra due settimane staremo ancora parlando di cosa fare”.

Chiuso il confronto con gli enti locali e aperto quello con la politica, sembra incredibile ma raccontano che alla fine, la litigata vera, l’abbiano fatta sulle palestre. Da una parte i dem convintissimi che fosse il caso di chiuderle perché quelle, in effetti, sono rimaste l’unico luogo chiuso in cui si sta in tanti senza indossare la mascherina. Dall’altra il ministro dello Sport Vincenzo Spadafora, la renziana Teresa Bellanova, ma per primo il presidente Giuseppe Conte: che non ha cuore di dire ai gestori, che hanno speso fior di euro per la messa in sicurezza degli impianti, che adesso si riabbassa la serranda. Bisogna “seguire il principio di proporzionalità”, è il mantra che ha ripetuto il premier nei vertici di questi giorni. Sulla sicurezza di palestre e piscine, ha spiegato il premier, dal Comitato tecnico scientifico sono arrivate informazioni “contrastanti”, per cui si sono presi una settimana di tempo per decidere se chiuderle o no, dopo aver verificato il rispetto dei protocolli e preannunciando già l’impegno economico per eventuali ristori.

Non si tocca invece la scuola, “le lezioni continueranno in presenza, è un asset fondamentale”, fatto salvo l’aumento della didattica digitale per le scuole superiori, per le quali è previsto anche un ulteriore scaglionamento degli ingressi – che non potranno iniziare prima delle 9 e potranno arrivare fino al pomeriggio – per alleggerire il carico dei trasporti. E alla fine, perfino la movida ha subito sì una stretta, ma ben lontana dal coprifuoco di cui pure si è discusso nei giorni scorsi: non è passata infatti nemmeno la proposta di mediazione del ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, che suggeriva un lockdown a notte fonda, tra l’1 e le sei del mattino, mentre in casa Pd si arrivava a ipotizzare la chiusura dei locali tra le 22 e le 23: si continua a stare aperti fino a mezzanotte – seppur con un limite di sei persone per tavolo – , solo l’asporto termina alle 18.

Si è buttata la patata bollente ai sindaci, per i quali è stato messo nero su bianco un potere che, va detto, avevano già: ovvero quello di chiudere – nel testo si specifica “dopo le 21” – quelle strade e quelle piazze dove di solito si formano gli assembramenti. Decisioni non popolarissime da prendere, magari, e ancora più complesse da far rispettare considerata l’arcinota carenza di forze dell’ordine a disposizione. Tanto che i sindaci hanno chiesto all’esecutivo di ripensarci: “Sarebbe un coprifuoco scaricato sulle nostre spalle”. Ma evidentemente non ci sono riusciti. Così come non è riuscito a incidere il ministro della Salute Roberto Speranza, che è “rimasto fermo sulle sue posizioni”. Che poi è un eufemismo per dire che non è per niente d’accordo con le decisioni assunte.

Ma mi faccia il piacere

Dementi Pirla Cretini Minchioni. “Sul Covid Conte e i suoi litigano. Tra riunioni e scontri il dpcm balla ancora” (Verità, 18.10). “Nuovo rinvio per le misure anti-Covid” (Giornale, 18.10). Quando arriva il Dpcm, protestano. Quando non arriva, invece, protestano.

Coprimi ‘sto fuoco.“Su i cointagi, verso il coprifuoco” (Corriere della sera, 16.10). “Più coprifuoco per tutti” (Foglio, 16.10). “Aria di coprifuoco” (Giornale, 16.10). “L’Italia chiude alle 22” (Repubblica, 17.10). “Arriva il coprifuoco. Il governo prepara la serrata dopo le 22” (Stampa, 17.10). “Conte prepara il coprifuoco: locali chiusi alle 22. Stop per parrucchieri, centri estetici, cinema, teatri” (Libero, 17.10), “Ci chiudono in casa”, “Serrata per parrucchieri e palestre, Conte vuol chiudere i locali alle 22” (Verità, 17.10). “Coprifuoco: oggi si decide” (Giornale, 17.10). Ne avessero azzeccata una.

Il vero problema. “Il centrodestra alza la voce: follia tassare la prima casa” (Giornale, 18.10). É il loro contributo scientifico contro la pandemia.

Er Pomata. “Provo a restare umano, malgrado il virus” (Enrico Montesano appena beccato senza mascherina dalla polizia, Verità, 17.10). Enri’, però prova pure a restare vivo.

Il portafortuna. “Col Pd a Roma Calenda può farcela” (Piero Fassino, deputato Pd, Foglio, 16.10). E anche Calenda ce lo siamo tolto dai piedi.

Sfiducia distruttiva. “Ogni contagio è un voto di sfiducia verso il governo” (Domani, 17.10). L’altroieri, per dire, Angela Merkel ha avuto 7.830 voti di sfiducia. Eppure, chissà come e perchè, è popolarissima.

Prenderla con filosofia. “Siamo in un regime. Hanno reintrodotto la Gestapo, che può piombarvi in casa per verificare quante persone vi siano all’interno. Sembra davvero il regime di Franco in Spagna o di Salazar in Portogallo” (Diego Fusaro, filosofo, 12.10). Mi sa che gli son tornati in casa i testimoni di Geova.

L’onorevole. “L’obbligo di mascherina in casa? Conte deve andare a dar via il culo, probabilmente come ha fatto in altri momenti della sua vita: a casa ognuno fa il cazzo che vuole. Effettivamente potrebbero fare anche i pompini con la mascherina e mettersi il preservativo quando dormono da soli! Conte può pure mettersi un mattarello in culo, se vuole” (Vittorio Sgarbi, deputato FI, Radio Radio, 13.10). Sempre bello avere un intellettuale in Parlamento.

Il partigiano Roby. “Tornano i decreti dittatoriali sempre a spese dei cittadini” (Roberto Formigoni, pregiudicato per corruzione, Libero, 18.10). Ma il vero dramma resta il settimo comandamento.

Paragoni. “Travaglio nasconde la condanna di Profumo per non imbarazzare Giuseppe Conte e Rocco Casalino” (Gianluigi Paragone, senatore ex M5S, ora leader di Italexit, Facebook, 16.10). Naturalmente la condanna di Profumo era sulla prima pagina del Fatto, unico giornale italiano ad averle dedicato il terzo titolo in ordine di importanza con tanto di foto del manager condannato. Che Paragone non sapesse scrivere era noto. Ora si scopre che non sa neppure leggere.

Profumo di Conte/1. “La strana condanna di Profumo scatena la corrida delle nomine. Le manovre di Conte su Leonardo-Finmeccanica”, “La procura di Milano ha chiesto ripetutamente l’archiviazione, il proscioglimento e l’assoluzione” (Domani, 17.10). È un vero peccato che le sentenze le facciano i giudici, anziché le procure. E che Conte non fosse imputato.

Profumo di Conte/2. “Il dramma contemporaneo è che, anziché leggere le sentenze, gli uomini di governo si preoccupano di proteggere l’amico imputato o di acchiappare per un amico la poltrona del manager azzoppato dalla giustizia” (ibidem). Vero, le sentenze bisogna leggerle: ma siccome questa verrà depositata fra 90 giorni, bisogna prima scriverle.

Prontoboss. “Niente telefono, non siamo inglesi (e abbiamo Bonafede). I cellulare rinvenuti nei penitenziari? In UK hanno risposto mettendo il telefono in ogni cella. Da noi solo repressione” (Rita Bernardini, Riformista, 9.10). Giusto. E, siccome ogni tanto qualcuno tenta di evadere, in cella diamogli pure una lima.

Il titolo della settimana/1. “Raggi rinunci a Roma per non lasciarla alla destra” (Corrado Augias, Repubblica, 15.10). Geniale: così, se rinunciano tutti, la destra vince pure con un paracarro.

Il titolo della settimana/2. “Appendino furbetta: non mi ricandido” (Giornale, 14.10). Ma, in caso contrario, era pronto il titolo opposto: “Appendino furbetta: mi ricandido”.

Il titolo della settimana/3. “Dell’Utri, ‘fanciullo’ sognatore e la casa (demolita) sull’albero” (Teresa Ciabatti, Sette-Corriere, 16.10). Povera stella.

Il titolo della settimana/4. “Alessandro Meluzzi: ‘Sono un profeta incompreso” (Libero, 12.10). Ogni tanto ne va bene una anche a noi.

Il titolo della settimana/5. “Andrea Marcucci (Pd): ‘FI nella coalizione? Se son rose fioriranno…’” (Dubbio, 16.10). Già ci pare di sentire il profumo.

Avati tutta, Pupi e la figlia Mariantonia si sfidano in libreria: il diavolo e l’acqua santa

Profuma di Gadda, è scritto nella lingua letale di Simenon, attraversa tenebre nelle quali la luce irrompe di rado (e la scena diventa ancora più orrifica), vive di una meccanica impeccabile e implacabile ed è percorso da un’incessante tensione che fa vibrare anche i rari istanti di levità. È L’archivio del diavolo (Solferino) il nuovo romanzo di Pupi Avati. Imperdibile. Letteratura, non narrativa. Tormento senza estasi per i protagonisti; estasi dopo non pochi tormenti per i lettori.

La condizione umana è una fragile lingua di terra sulla quale le anime si dibattono, tra un cielo che promette – ma non mantiene – l’infinito e gli artigli dell’abisso, che sbucano dal ventre della Terra, per afferrarle e trascinarle con sé. Braccio di ferro senza requie con il maligno, il cui manifestarsi sembra simboleggiato dal profumo, intenso, profondo, arcaico, dell’elicriso, i cui fiori gialli come l’oro richiamano il diabolico zolfo. Braccio di ferro al quale nessun essere umano può sottrarsi. E, dal quale, il più delle volte, usciamo sconfitti. Spesso, devastati. Ma anche l’unico, oltre al dolore, che dia davvero senso all’esistere. E il maligno seduce e contamina tutto e tutti, costringendo personaggi e lettori a confrontarsi con gli aspetti più bui e inconfessabili di sé. Senza capire mai se appartengano alla realtà o a una di quelle fasi ipnagogiche (sonnolenza pre addormentamento), durante le quali si possono vivere illusioni e allucinazioni. Un’unica certezza: “La felicità è merce reperibile”.

Certezza della quale è perfettamente consapevole anche Mariantonia Avati – figlia di Pupi – e autrice di uno dei più bei romanzi del 2018: Il silenzio del sabato (La Nave di Teseo). Idea originalissima: il giorno più straziante di Maria, l’unica madre-figlia-di-suo-figlio, che piange il suo giovane uomo, crocifisso per crimini commessi da altri. Scrittura ispirata, lieve e profonda, che spesso sconfina nella poesia. In questo nuovo romanzo (“A una certa ora di un dato giorno”, sempre per la casa editrice guidata da Elisabetta Sgarbi), Mariantonia Avati non si smentisce. Anzi. Scrittura nuda, disarmata e disarmante, che accompagna a esplorare il Continente più vasto e devastato di tutti: il dolore, immeritato e inconsolabile, delle donne. Straziante. Tanto che, qui, il sonno è rifugio. Emma non ha memoria delle cose belle. I “tradimenti ripetuti” e le “promesse mortificate”, però, le ricorda tutte. L’amore, più che rasserenare, la rende inquieta. Calpesta la sua indole fiera, deprime la sua predisposizione alla coerenza, addomestica la sua inclinazione ribelle, avvilisce il suo orgoglio. La paura è in agguato. Inghiotte desideri e fantasia, e lascia solo “la voglia che la faccenda si chiuda in fretta”. L’alternativa è tra suicidio o abitudine al nulla. È questo il Maelström nel quale veniamo risucchiati insieme a Emma, senza sapere se riusciremo mai a tornare in superficie. Chi vince il derby narrativo padre-figlia? Solo uno: il lettore.