Quanto sei bella Roma tra le braccia del Capitano

“Quello che Dio ha congiunto l’uomo non separi”: è il 19 giugno del 2005, Francesco Totti è all’altare con Ilary Blasi, ma il montaggio delle attrazioni di Alex Infascelli associa le parole del sacerdote al ventilato passaggio del capitano della Roma al Real Madrid. È la scena più bella di Mi chiamo Francesco Totti, documentario in prima persona singolare che vuole riflettere proprio la relazione d’amore tra il 10 romanista e la sua città. Non poteva andarsene, nonostante la bottiglietta piovutagli dalla Curva, le lusinghe, e i 12 miliardi a stagione, delle merengues, Totti, perché consustanziato all’Urbe: “Come faccio ad andar via da Roma? Mamma mia, quanto è bella. Io non sono più Francesco, sono diventato un monumento pure io”.

In cartellone alla Festa del Cinema di Roma, dove l’ex calciatore ha dato forfait per la morte del padre Enzo, sarà nelle sale da domani al 21 ottobre, traducendo sullo schermo l’autobiografia Un capitano, scritta con Paolo Condò, e dunque un’avventura calcistico-esistenziale incomparabile: “La figura di Cristo – sostiene il regista Infascelli, e menomale che non si professa tifoso sfegatato – non differisce tanto da quelle di Kurt Cobain e Totti: hanno fatto tutti e tre cose incredibili in tenera età”. Senza alcun contraddittorio e nemmeno interlocuzione, la voce solista di Francesco ci accompagna dalle origini – “Quando tiravo io il pallone faceva un altro rumore” – all’abbandono al calcio giocato, il 28 maggio 2017, con pochi inediti per chi lo conosce bene, ma tanti motivi di soddisfazione.

C’è il Francesco che “con Antonio Cassano parlavamo la stessa lingua con i piedi”, ma con quella italiana accusa qualche topica, tipo “i scarpini” o “tu – dice di se stesso – hai dato modo alla gente di essere felici”. C’è il Francesco che malgrado la timidezza, “non esternavo come avrei dovuto”, o proprio in virtù di essa, si rifugia nell’ironia: “Mi ero organizzato il sabato sera, manco volevo partire”, alla convocazione in prima squadra; “la gente in quel momento (i festeggiamenti per lo scudetto del 2001, ndr) non è che sta a pensa’ allo spogliarello della Ferilli, con tutto il rispetto”.

Come in ogni epopea che si rispetti serve un antagonista, che è prevedibilmente Luciano Spalletti, prima amico e poi nemesi: “Cioè tu mi cacci da Trigoria, da casa mia?” e “per me era un allenatore che non esisteva più”. Non marca visita l’idolo di gioventù, “la mia icona” Giuseppe Giannini, il regalo più gradito al taglio della torta dei 18 anni, Cassano trova a sorpresa parecchio spazio e affetto (“un cacacazzi, se ci stai troppo insieme te rincojonisce”), Ilary è prima Beatrice e poi, nel sorriso all’Olimpico sui fischi a Spalletti, Lady Macbeth, mentre la parte del grande assente, pochi secondi appena, è Daniele De Rossi. Poco importa, sebbene in conferenza stampa “mito” ed “eroe” volteggino come manco in Omero, Francesco dà nei fatti ragione a Nicola Maccanico, che distribuisce con Vision e poi, a novembre, su Sky: “In Totti c’è tutto quello che serve per fare storytelling, una storia unica e profonda emozione”.

Prodotto da Lorenzo Mieli, Mario Gianani e Virginia Valsecchi, produttrice esecutiva Martina Veltroni, per dire di una città ai suoi piedi, della partita anche Rai Cinema e Amazon, i credit confermano quanta strada abbia fatto il ragazzo di via Vetulonia pure in campo audiovisivo: in arrivo anche la serie Speravo de morì prima, con Pietro Castellitto, sono lontani i tempi in cui a riprenderlo, tra un water e uno specchio, era il fratello, “teneva la camera sulla spalla, non è che ce volesse uno scienziato”. Confesso “fossilizzato dal calcio”, piccolissimo nella Fortitudo e nella Lodigiani, “seconda squadra di Roma” con buona pace della Lazio, il padre futuro Sceriffo che da piccolo “non mi ha mai fatto un complimento”, Mazzone per padre aggiunto, Totti mantiene il riserbo su di sé. Ma l’amore no, non lo risparmia: Roma-Parma del 17 giugno 2001, e il suo “gol sotto la Sud come un lancio d’amore verso la gente”.

“Ho rischiato la carriera per colpa di Fantastico e delle donne-lombrico”

I Cassini sono tre. Riccardo è uno dei più apprezzati autori televisivi. Marco ha fondato la casa editrice Minimum fax. Dario è cabarettista e attore.

E quando c’è Dario Cassini, si ha la vaga sensazione di avere di fronte un trino; con lui ogni domanda prevede un inizio di risposta, una divagazione, un’altra divagazione, un’associazione d’idee, un ricordo, una battuta, magari una barzelletta collegata alla battuta, una provocazione, un suo interrogativo (“perché, lei cosa risponderebbe?”) e la conclusione della risposta. Nel frattempo, come se non bastasse, passa l’aspirapolvere, pensa al figlio di cinque anni e riflette sulle proprietà taumaturgiche del cibo (“e sono migliorato: a cinquant’anni lo psicologo mi ha insegnato ad ascoltare”).

Gioca d’anticipo.

Ama il controllo su ciò che accade, butta il peperoncino negli occhi dell’interlocutore, difende la privacy di un ragazzo diventato presto orfano, poi sradicato da Napoli (“a 13 anni mamma decise di portarci a Roma”) e cresciuto con uno zio speciale, Dino Verde.

È tra i protagonisti de I predatori, film premiato a Venezia, opera prima di Pietro Castellitto.

Interpreta il medico, come suo padre.

E gli italiani devono ringraziare il caso se nessuno dei tre fratelli ha seguito le sue orme; (sorride) io con in mano un bisturi, mi vengono i brividi per il paziente.

Diretto da un esordiente.

Il sangue è il sangue, e sul citofono di questo ragazzo c’è scritto Mazzantini e Castellitto; lui a 22 anni ha scritto un copione politico straordinario, di una profondità rara, e per fortuna ha incontrato “San” Domenico Procacci: in Italia è il solo a offrire una possibilità ai giovani.

Nel film c’è Massimo Popolizio.

Il numero uno in assoluto, e mi ha salvato la vita già al primo ciak, quando all’ennesima ripresa non si è scomposto davanti a un mio errore di battuta, ma ha improvvisato.

Nel film lei è lo stronzo.

(Sorride) A volte sono stato peggio; comunque io vivo di teatro, di televisione e di libri; oddio i libri oramai sono la parte residuale: l’8 per mille lo assegnerei ai librai.

Torniamo al cattivo.

Ero peggio in Cemento armato, e lì ho avuto la fortuna di conoscere Giorgio Faletti e sua moglie Roberta; durante la prima, a Roma, una giornalista chiese a me, seduto accanto a lui, com’era la sensazione di un comico alle prese con un ruolo drammatico.

E…

Giorgio intervenne: “Qui il cattivo sono io, Cassini fa la merda. Che è diverso”.

Faletti un suo mito?

(Tono grave) Perché il suo no? Quanti anni ha? Ho appena aperto una bottiglia di Amarone e ho finito di passare la vaporetta; (sospiro) Giorgio è un punto importante, amico di una generosità rara, disponibile a consigli e confidenze. È stato lui a svelarmi i segreti per costruire un giallo, e adesso ne sto scrivendo uno con l’aiuto di mio fratello Marco e la supervisione di Roberta.

Lei da piccolo.

Volevo essere Freddie Mercury ma etero, eppure da giovincello non avevo accesso al giradischi: mio fratello mi brutalizzava.

Con ragione?

Riccardo aveva la giurisdizione sull’impianto stereo e l’acquario, un acquario enorme; un giorno mi chiese di seguire l’alimentazione dei pesci, e io versai l’inchiostro; si salvò solo un piranha cattivissimo.

Cosa vuol dire essere napoletano?

Chi tene ’o mare s’accorge ’e tutto chello che succede, diceva Daniele Giuseppe in arte Pino.

Conosciuto?

Per lui sono partito con Riccardo a bordo di una 2 Cavalli, destinazione Perugia e solo per vedere le prove; lì scoprii un assoluto: Pino Daniele possedeva una serie di doti straordinarie, meno il senso dell’umorismo.

Resta un suo mito.

Insieme a Maradona, la pizza, la mozzarella e il caffè; e non voglio sentir parlare di mozzarella buona, fuori dal pentagono Caianello, Capua, Teano, Mondragone e Aversa.

Fuori non è mozzarella.

(Silenzio) Questa pausa è per la disapprovazione. (Altra pausa, e inizia a parlare dei Maya).

Torniamo a prima.

La storia dei Maya è bella.

È considerato un sex symbol.

Anni fa ero l’equivalente di una bella donna, seminuda, che attraversa la strada.

Quanto ha sedotto?

Potrei riempire gli spazi dell’enciclopedia Utet, e ho iniziato a 12 anni e sono cresciuto al Vomero, mia madre dotata di palle nobiliari.

Cosa c’entra mamma?

Anno 1990, ero a Fantastico per un concorso dedicato ai nuovi comici. All’ultima puntata, prima del sipario finale, chiamo mamma, e lei: “Figlio mio, non voglio sapere perché non stai ballando in diretta la sigla, ma sei al telefono con me; però si vede che le ballerine ti conoscono bene”. Insomma, aveva sgamato le mie attenzioni.

Perché quella chiamata?

Desideravo confessarle di essermi fottuto la carriera.

Che aveva combinato?

Per arrivare in finale avevo bruciato tutti i raccomandati e le avversità del caso; poi scopro di non aver vinto, così per stizza rivelo in diretta qual è il biglietto vincente della lotteria; (silenzio) come cucina?

Chi?

Lei.

Torniamo a mamma.

È la sorella di Dino Verde (celeberrimo sceneggiatore e paroliere), autore dei testi di Alighiero Noschese, Walter Chiari, Sandra e Raimondo. Quindi per lei sono una passeggiata; (sorride) in una puntata di Fantastico come giurato c’era Jerry Lewis: durante la mia esibizione mi accorgo che ride, ma a scoppio ritardato per via della traduzione. Dalla felicità me ne frego dei milioni di spettatori e inizio a rallentare per godere delle sue reazioni (adesso sorride).

A cosa pensa?

Molti anni fa, a Napoli, mi ingaggiano per uno show e quando arrivo scopro che è voluto e pagato da un camorrista. Insieme a me Eugenio Bennato, convinti fosse Edoardo.

Perfetto.

Eugenio inizia a cantare, ma dopo quattro canzoni il padrone di casa si alza, mostra in alto l’anello, e grida: “Bennato, facci W la mamma”. Eugenio riprende come niente. Altro stop. “Bennato, facci W la mamma”. Niente. “Benna’, ce la vuoi fare W la mamma o no?”. Ed Eugenio: “Gentile signore, quello di W la mamma è mio fratello”. Gelo. Il camorrista si rialza. “Vabbuò, ma tanto la mamma è la stessa”.

È nato in una famiglia particolare.

Il padre di mia madre era il braccio destro di Achille Lauro, ma in casa non c’era una lira, e quando cucinavano i rigatoni, li servivano scotti perché così risultavano più grandi.

E lei?

Il mio primo jeans Levi’s è arrivato per i diciotto anni grazie a una colletta degli amici; noi da sempre ringraziamo una Onlus che sostiene gli orfani dei medici: ci hanno pagato, da sempre, le tasse scolastiche, i libri, più le vacanze. Il nostro unico obbligo era conseguire i giusti risultati a scuola.

Una manna.

Quando mamma doveva chiamare il direttore della Onlus, ci pettinava e vestiva bene: non voleva rischiare anche se era solo al telefono.

Da ragazzo era incazzato?

Non è comodo quando giri per Roma con solo motorini vecchi, solo abiti vecchi, solo tutto vecchio.

A Roma.

Sbarcati nel 1983, con mamma convinta che sarebbe andata meglio.

La prendevano in giro?

174 chilometri di razzismo: sono stato chiamato “Napoli” fino a quando è arrivato Maradona e io ho scoperto che ero un fenomeno a battere i calci di punizione. Un cecchino.

Che liceo era?

Di estrema destra, dove Paolo Signorelli fece tatuare una svastica a Giusva Fioravanti; il primo giorno mi presentai vestito come Che Guevara. Ero decisamente un outsider in cerca di sicurezze.

Attività politica?

Non avevo i mezzi, non ero strutturato; mi dedicavo più al calcio e alle donne.

Un errore corretto…

Fino ai cinquanta sono stato avvolto dall’esigenza di ottenere un effetto comico in ogni conversazione. Strafacevo. Poi grazie al mio psicologo ho imparato l’ascolto dell’altro.

Il suo primo palco.

Quello dell’Accademia Silvio D’amico, ma ero una pippa e non mi hanno voluto, poi la moglie di mio zio mi aveva iniziato a pagare alcune lezioni di recitazione.

E torna Dino Verde.

Una sera zio va al cinema per vedere Ben Hur, e lì si innamora di José Greci nel ruolo di Maria. La sposa. Ed è stata lei la prima a credere in me.

Zio onnipresente.

Era una superstar, un uomo che non ha mai avuto il tempo di spendere i soldi che ha guadagnato: è lui ad aver scritto Ciao Rudy per il Sistina, Mastroianni protagonista. E mio fratello Riccardo gli assomiglia: lui segue Fiorello, Panariello, De Sica, Carlo Conti e la De Filippi.

E zio Dino…

Giocava a tennis vestito di solo cachemire e con in mano una sigaretta; aveva un amico, anzi un adepto, che pur di stargli accanto accettava tutto, anche il cambio del nome: “Achille è equivoco, finisce per ‘e’, meglio Achillo, è maschio”. E lui per sempre si è presentato come Achillo.

Quindi siete arrivati a Roma per seguire lui.

In qualche modo, ma alla fine ha ostacolato anche suo figlio Gustavo, autore eccezionale; quando mia madre, finalmente, trovò il coraggio per parlargli di me, lui rispose: “Se è bravo, lo diventa da solo”.

Ha recitato per Monicelli.

Lì ho imparato tutto, e lui era il male in commedia: non ho dormito per 45 giorni, tutto il tempo delle riprese, e i suoi costanti cazziatoni mi hanno devastato; (cambia tono) alla fine mi spiegò il suo atteggiamento: “Se uno ha la possibilità di recitare con me, lo tratto male”.

E lei?

Per anni mi è rimasta addosso l’ansia da prestazione; poi è arrivato Gabriele Salvatores.

Bene, no?

(Abbassa il tono) Mi venne a cercare in un teatro di cabaret napoletano e mi offrì dodici pose e trenta scene in Denti; il giorno della prima vado all’Adriano di Roma e davanti allo schermo scopro che aveva tagliato tutta la mia parte.

Dolore.

Stavo decidendo di cambiare mestiere; c’è solo il mio nome nei titoli di coda.

Nel curriculum c’è un film con Jerry Calà.

Uno tsunami di gnocca.

Eh…?

Un’onda anomala di donne bellissime con il quoziente intellettivo di un lombrico, desiderose di sesso pure durante le riprese. Io un bambino felice.

Un amico.

Max Pezzali è un uomo di una simpatia e generosità rara, e ancora adesso non vive nel mito di se stesso, è sempre un ragazzo semplice, fragile e insicuro. Fatto tutto di sentimenti.

È mai stato semplice, fragile insicuro?

Anche ora mentre parlo; però è vietato dalla legge mettere al mondo un figlio da “insicuro”.

Complessi?

Oggi combatto con il peso, quando ero una statua greca ero convinto di avere la pancia.

Come guarda il lei ventenne?

Con invidia, perché so quello che ha combinato, non mi può dire cazzate; e mi rode quando mi dicono “quanto eri bello”.

Per anni a Zelig.

Senza Claudio Bisio quel programma non sarebbe esistito: lui era il 50 per cento del totale, ogni minuto; lui riesce a far emergere e ottenere successo anche a un cassonetto della differenziata.

Vizio.

Il mio bisogno spasmodico di voler mangiare, bere, fumare; fare l’amore, progettare. Sono in perenne fase orale.

Sopravvissuto?

Alla morte di mio padre, a una decina di terremoti e agli incidenti in auto e in moto.

Il rapporto con i soldi.

Non sopporto gli scrocconi, chi si aspetta che paghi io, o chi dopo dieci volte che viene a pranzo da me poi non mi invita.

Chi è lei?

Di sicuro non sono lei che me lo chiede.

E oltre?

Un padre. Un umorista. Una persona onesta. E sono ancora vivo.

Quel network ceceno all’assalto dell’Europa

Non è la prima volta che un caucasico versa sangue francese. Era schedato dall’intelligence di Parigi Khamzat Azimov, che, nonostante la sorveglianza assalì cinque persone e uccise un ragazzo di 29 anni a Parigi, nel 2018. Non era in alcuna lista nera invece il 18enne che ha decapitato l’insegnante vicino Parigi: Abdullah Anzorov, 18 anni, era nato a Mosca, in quella Russia che ha combattuto brutalmente nella polveriera di Grozny, costringendo molti ceceni alla fuga e molti altri all’esilio oltre confine. Dall’autunno del 1999, durante la prima guerra cecena, ancora di più durante la seconda, e infine per il pugno duro di Kadyrov accusato di violazione dei diritti umani, circa 150 mila ceceni hanno deciso di fuggire altrove.

Paradossi di una nazione che divora se stessa. La diaspora cecena è una comunità. Sono cecene anche le vittime di altri ceceni: i dissidenti politici rifugiatisi in Europa, colpiti dai gruppi di fuoco delle squadre della morte di Kadyrov, uccisi a Berlino, Vienna, Istanbul. “Ceceno” è un termine ripetuto spesso nei report della Direttorato per la sorveglianza del territorio francese, e la Cecenia è indicata come la grande base di addestramento dei radicali islamici che vanno e vengono da Parigi. C’è chi la chiama “rete cecena”, “network ceceno” ma c’è chi usa una parola più appropriata: “enigma”. Quanti sono i ceceni in Francia nessuno lo sa: più che un network, sono un mistero. Lo ribadisce anche il quotidiano Le Figaro che aveva provato a contarli l’estate scorsa: tra i 20mila e i 40mila, una cifra non conosciuta nemmeno dall’Ofpra, Ufficio protezione rifugiati, perché le richieste di asilo in arrivo non sono schedate per base etnica, ma registrate in base alla provenienza stampata sul passaporto, e i ceceni in tasca hanno quello russo. È certo solo che nel Paese, tra tutti i caucasici della Republique, loro sono la maggioranza.

Sunniti, wahabiti, salafiti: se sono 300 i ceceni finiti nel dossier Fsprt, prevenzione radicalizzazione terroristica di Parigi, l’attività dei loro gruppi criminali “evolve verso una violenza senza precedenti”: a scriverlo in una nota confidenziale dello corso giugno è stato il Dcpj, Dipartimento della polizia giudiziaria francese, quando kalashnikov e pistole seminavano terrore in Borgogna, nella città di Digione, per gli scontri in strada tra gruppi di fuoco ceceni e bande di magrebini.

Dopo l’ultimo lutto francese Mosca si è subito lavata le mani: il radicalismo ceceno in Europa e Abdoulakh Azorov non sono un problema russo. “La vicenda non riguarda la Federazione” ha riferito l’addetto dell’ambasciata del Cremlino a Parigi: “Non è importante dove è nato, ma perché ha iniziato a radicalizzarsi. Era in Francia da 12 anni, da quando nel 2008 la famiglia ha chiesto asilo politico” perdendo così la cittadinanza russa.

Per Yelena Mac Glandieres, Istituto francese di Geopolitica, autrice di saggi sul conflitto di Grozny “questa tragedia nasce da un problema francese, non ceceno: le caricature di Maometto sono diventate onnipresenti nel dibattito politico, vengono usate come strumento di polarizzazione per radicalizzare entrambi i lati. I musulmani le usano per fomentare odio, i politici francesi per costruire consenso”.

Per l’esperta, i responsabili sono coloro che si sono dimostrati sordi alle richieste “degli insegnanti francesi, soprattutto nei quartieri difficili, che chiedono aiuto e finanziamenti da anni. Sì, l’omicida era di origine cecena, ma nessuno dice la cosa più importante: aveva solo 18 anni ed è cresciuto in Francia”.

Chi uccide in nome della propria fede è solo un bugiardo

Ho insegnato per più di 15 anni nella regione parigina, in diverse scuole medie di una periferia dove la violenza sociale è sempre all’ordine del giorno. E so bene quanto è importante sforzarsi ogni giorno di spiegare. Spiegare non significa giustificare, né significa provocare. Pensare la violenza, pensare il male, il terrore politico, pensare l’islamismo radicale, le religioni, la fede, pensare il blasfemo, per poter pensare tutto ciò nessuna parola è superflua: il pensiero richiede altro pensiero, ovvero dialogo. Pensare vuol dire chiedere a qualcuno cosa pensa. È quello che fanno gli insegnanti con i loro allievi tutti i giorni. Pensare con gli altri vuol dire mettere in relazione le idee, elaborarle, attenuarle, farle avanzare o arretrare. Per pensare servono tante parole. È l’esperienza a cui partecipano tutti i giorni a scuola insegnanti e studenti.

Assassinare un insegnante perché tenta di pensare insieme con i suoi allievi, perché, come fanno tutti gli insegnanti, tenta di spiegare che non si può uccidere una persona solo perché pensa in modo diverso da noi, non è solo un atto abominevole. È un attacco contro la scuola stessa, contro l’idea stessa di educazione, contro il pensiero, contro il gesto di parlarsi. È un tentativo di negare l’istruzione. Cosa stava facendo quell’insegnante di Storia prima di essere ucciso? Spiegava ai suoi allievi che cosa significa essere liberi in Francia. Questa si chiama educazione civica, ed è l’insegnamento più importante in una scuola, il più necessario: la società francese subisce senza interruzione attacchi ai suoi valori fondamentali ed è per questo che spiegare questi valori è diventato urgente. Ecco perché pensare è più che mai decisivo. Quell’insegnante di storia era stato così scrupoloso da aver voluto avvertire i suoi allievi, prima di mostrare le caricature di Maometto, che qualcuno di loro poteva esserne turbato. Il suo pensiero era stato così scrupoloso da spingerlo a mettersi nei panni di chi potenzialmente poteva offendersi. E ha anticipato l’eventuale offesa spiegando che, secondo la legge e la ragione, e anche secondo il buon senso, di fatto non c’era alcuna offesa, nessuna volontà di offendere e nessun motivo per essersi offeso. L’intelligenza è anche questo. Ma oltre all’intelligenza, che si apprende in particolare a scuola, ci sono in Francia anche un diritto e una libertà: quella di pensare, di esprimersi, di ridere e di credere. Diritto e libertà di credere nella religione che si sceglie, che sia musulmana, ebraica, cattolica o altro. Diritto e libertà anche di non credere in nulla. Quell’insegnante ha fatto come tutti gli insegnanti: non imporre il proprio pensiero, ma mettersi nei panni degli studenti, semplicemente spiegare.

Gli insegnanti in Francia dovranno smettere di spiegare? Dovranno censurarsi e tacere? La Francia continua a scoprire che il crimine è per natura oscurantista e che l’oscurantismo ha il solo scopo di uccidere il pensiero. Siamo tutti insegnanti: spieghiamo, pensiamo, parliamo con gli altri. Si chiama vivere ed essere liberi. Mi torna in mente una frase di Nietzsche, che dice: “Un uomo offeso è un uomo che mente”. E gli assassini che si dicono offesi dalle caricature di Maometto mentono per giustificare la loro voglia di uccidere. Mentono sull’Islam, mentono su Maometto. Continuiamo a insegnare, a capire, a spiegare, ad ascoltare ogni parola.

Traduzione di Luana De Micco.
L’articolo originale su https://charliehebdo.fr/2020/10/proces-attentats/
trente-quatrieme-jour-lhorreur-et-la-pensee/

Il rifugiato e la caccia al professore che aveva “sporcato” Maometto

Samuel Paty era un insegnante che amava fare il suo mestiere: “Voleva davvero trasmetterci qualcosa. Ogni tanto sollevava dei dibattiti in classe e ci faceva intervenire”, ha raccontato Martial, ex allievo della scuola media di Conflans-Sainte-Honorine, al nord di Parigi. Paty aveva 47 anni, due bambini e voleva insegnare la libertà d’espressione. Venerdì, mentre rientrava in casa, è stato colto di sorpresa e ucciso in modo barbaro: il 5 ottobre aveva mostrato in classe una caricatura di Maometto, quella in cui il profeta appare nudo e inginocchiato con la scritta “Una stella è nata”.

La sera stessa dell’omicidio l’hashtag Je suis enseignant, “Io sono insegnante”, è nato spontaneamente sui social. Uomini politici, insegnanti e anonimi hanno cominciato a far circolare i disegni di Maometto. Ieri centinaia di persone si sono riunite davanti alla scuola di Conflans con dei fiori in mano.

Il terrorismo islamista questa volta ha colpito un luogo intoccabile come la scuola, come era capitato nel 2012 quando Mohammed Merah aveva attaccato un istituto ebraico di Tolosa uccidendo tre bambini. Sin dal 2015, dopo l’attacco a Charlie Hebdo, gli estremisti islamici lanciavano appelli a colpire la scuola francese, per loro un luogo di “corruzione”, e gli insegnanti “miscredenti”. Da Conflans la sera dell’omicidio, Macron ha detto, con voce grave: “Non passeranno. L’oscurantismo e la violenza non vinceranno”. Mentre si annuncia un giornata di omaggio nazionale, ieri il procuratore dell’Antiterrorismo Jean François ha fornito diversi dettagli. L’omicida si chiamava Abdoullakh Abouyezidvitch Anzorov, 18 anni, ceceno; era nato a Mosca e abitava a Evreux, in Normandia. Il 4 marzo gli era stato consegnato un permesso di soggiorno con lo status di rifugiato. Il suo è stato un gesto premeditato. Alle 16.57 di venerdì, poco dopo aver colpito con un grosso coltello l’insegnante, lasciando il suo corpo decapitato sulla strada, ha postato su Twitter la foto della vittima e un messaggio rivolto a Macron il “capo degli infedeli”: “Ho ucciso uno dei tuoi cani dell’Inferno”. Ma il testo era stato scritto prima e salvato sul cellulare sin dalle 12.17. La mattina il giovane ceceno era stato visto davanti alla scuola. L’estremista è stato ucciso con nove colpi di pistola dagli agenti di polizia. Sono stati trovati un pugnale, una pistola a salve, e cinque cartucce. Ieri lo zio dell’assalitore è intervenuto in un video, il volto oscurato, e ha chiesto scusa alla Francia: “Noi ceceni non siamo tutti così”. Nove persone sono in stato di fermo da ieri, ma due in particolare attirano l’attenzione degli inquirenti. La prima è il padre di un’allieva del professor Paty. Il genitore ha pubblicato su Facebook post sempre più aggressivi contro il docente. Sono stati questi ad aizzare l’ira del terrorista? Il 7 ha scritto: “Ha mostrato un uomo nudo dicendo che era il profeta. Questo delinquente non deve più educare i nostri figli”. L’8, assieme a un militante islamico molto attivo in Francia, Abdelhakim Sefrioui, era andato dalla dirigente scolastica per chiedere l’allontanamento dell’insegnante. La sera stessa, in un altro post, il genitore ha fatto il nome di Paty e dato l’indirizzo della scuola: “Aiutatemi a dire stop”. Il giorno dopo ha sporto denuncia contro di lui per “diffusione di immagini pornografiche”. Si è anche saputo che la zia di questa allieva, la sorellastra del padre, è partita per la Siria nel 2014 ed è ancora ricercata per adesione all’Isis. L’“altro uomo” è proprio Sefrioui, un islamista attivo nella regione di Parigi dagli anni 80. Nel 2014 ha fondato un collettivo antisionista radicale e pro-palestinese; appare in un video in cui prende le difese del genitore dicendo di parlare a nome di un “Consiglio degli imam di Francia”, di cui sarebbe membro.

I miei personaggi con il coprifuoco

Da tempo, con una cadenza di circa sei, sette volte all’anno, mi capita di ricevere gruppi di lettori che, previo accordo, desiderano visitare i luoghi, reali, dove vivono, agiscono, parlano, combinando anche minchiate, i miei irreali personaggi. Li ricevo sul piazzale della stazione, comodo per chi giunge in treno, bus o con la propria auto, cominciando da lì il tour cui volentieri mi presto a fare da chaperon.

La fortuna ha quasi sempre baciato queste giornate. Intendo dire che le condizioni del tempo si sono alleate ai nostri passi così che la bellezza del paesaggio, primavera o autunno che fosse, ha impreziosito racconti e spiegazioni regalandomi un vantaggio di cui non ho alcun merito. In una sola occasione, se ben ricordo, vento al traverso e pioggia si sono messi di mezzo tentando di rovinare la giornata, ma avevo a che fare con una compagnia piemontese di solida fibra, soddisfatta di calarsi nel vivo delle pagine più burrascose che mi è occorso di raccontare. Però mai mi sarei aspettato di vivere un’avventura come quella che mi è capitata la scorsa domenica, giornata destinata a una di queste visite guidate. Come d’abitudine mi sono recato con un certo anticipo sul piazzale della stazione per accogliere i visitatori e quale è stata la mia sorpresa quando mi sono trovato qualcuno già in attesa. Non uno qualunque però, bensì il maresciallo Ernesto Maccadò, comandante della stazione bellanese.

Maresciallo qual buon vento, ho salutato. Anziché rispondere al saluto il Maccadò ha precisato che era lì al solo scopo di avvisarmi che la gita in programma non poteva essere effettuata in obbedienza al più recente decreto del presidente del Consiglio. In caso contrario avrebbe dovuto procedere secondo ciò che la legge prescrive contro di me e i gitanti. Maresciallo, ho obiettato, mi tiene in così poco conto, pensa che non sia informato sulle recenti disposizioni? Come si potrebbe non esserlo, gli ho fatto presente, quando basta accendere la tivù, la radio, lo stesso rasoio elettrico per sentir parlare di virus, vaccini, tamponati e quarantenati (termini, ho aggiunto, attorno ai quali mi piacerebbe conoscere il parere dell’Accademia della Crusca). Il maresciallo mi ha guardato strano. Non sapeva, ha detto, che trasmettono notizie anche dal rasoio elettrico, per inveterata abitudine lui la barba se la fa a mano. Mia moglie Maristella piuttosto, ha ridacchiato, che ha l’abitudine di parlare nel sonno mi fa domande: quanti positivi, quanti guariti, quanti tamponi effettuati? Dovrebbe essere lei, quale carabiniere, a fare domande, ho scherzato io. Una volta in casa, senza la divisa addosso perdo ogni autorità, ha ammesso lui. Poi ha dato un’occhiata all’orologio, era giunta l’ora per lui di bere il secondo caffè della giornata. Posso offrirglielo?, mi ha chiesto. L’ho ringraziato, ma gli ho fatto presente che non potevo correre il rischio di non farmi trovare lì. Il Maccadò allora ha fatto la faccia brutta. Forse non si era spiegato bene, ha ribadito, ma gite di quel tipo non si possono effettuare. Gli ho risposto che ne ero pienamente consapevole. Ma, ho aggiunto, quella che avrebbe preso il via non andava a violare alcun decreto. Il Maccadò non ha replicato, ma sul suo viso è spuntato un punto interrogativo. E alle mie orecchie è giunto finalmente quel tal rumore. Lo sente anche lei, maresciallo?, ho chiesto. Sorta di abbaio meccanico che stava violando il silenzio ancora pressoché intatto della domenica mattina, intervallato da scoppi come se qualcuno tirasse di tanto in tanto una castagnola. Era il torpedone d’antan che stava riportando a casa alcuni dei miei personaggi maggiori che per le ragioni più varie si trovavano fuori sede, tra le mani, e sotto gli occhi, di qualche lettore. Avevo chiesto loro di rientrare rapidamente in paese perché ne avevo assolutamente bisogno per avviare una storia nuova. E, conoscendoli abbastanza bene, sapendo quindi che non erano, non tutti almeno, così pronti all’obbedienza li stavo aspettando per accompagnarli uno per uno a casa, assicurandomi che ci andassero e ci restassero. Convinto adesso, maresciallo?, ho chiesto quando il torpedone, dopo un ultimo, patologico, colpo di catarro si è fermato, e il primo dei passeggeri è sceso. Il maresciallo non ha risposto, ma ho compreso al volo ciò che gli frullava in testa. Non è presunzione la mia, solo il fatto che conosco abbastanza bene anche lui. Da che comanda la stazione bellanese, ogniqualvolta si è trovato a far fronte a un guaio o a un piccolo enigma ha voluto arrivare fino in fondo, e di persona. Così non mi sono sorpreso quando ha aperto la bocca per dirmi che, se non mi era di disturbo, gli avrebbe fatto piacere accompagnarmi mentre mi assicuravo che tutti coloro che erano scesi dal torpedone, dal podestà Mongatti alla signorina Tecla Manzi, alla guardia notturna Firmato Bicicli fino a quell’essere ingovernabile che risponde al nome di Erminio Fracacci, procaccia, obbedissero alla mia richiesta di entrare in casa per uscire solo in caso di comprovata necessità (narrativa, ovviamente ). Non potevo certo dire no a un maresciallo dei carabinieri, men che meno al Maccadò. E in fondo ne sono stato orgoglioso poiché, mentre passeggiavamo, mi ha posto un sacco di domande curiose sulle abitudini di questo o quella, allungando più di un’occhiata, ma che nessuno lo vada a dire a sua moglie Maristella, alle conturbanti forme della modista Anna Montani. Una domenica ben vissuta, piena, si potrebbe concludere. Se non fosse capitato che a un certo punto la sirena di un’ambulanza ha lacerato l’aria, avvicinandosi sempre di più dopodiché, quando stavo giusto per congedarmi dal maresciallo visto che il giro era terminato, due individui in tuta arancione mi si sono avvicinati. Finalmente ti abbiamo beccato, hanno detto. Ci doveva essere un equivoco, ho replicato, visto che mi sentivo bene. Bene?, ha sorriso uno dei due. Ma se non hanno fatto altro che ricevere telefonate di persone che mi hanno visto camminare per le contrade del paese, gesticolando, parlando, ridendo DA SOLO, ha detto l’altro. Era stare bene quello? Dai, ha ripreso il primo, seguici senza far storie. Avrei voluto rispondere che erano proprio quelle cose lì, le storie, ciò che più mi piaceva fare. Ma avevo bisogno dei miei fantasmi e in quel momento intorno a me non ce n’era più nemmeno uno.

 

Mail box

 

Le misure anti-Covid dividono la nostra coppia

Ho una relazione da ormai 3 anni con una ragazza brasiliana che ho conosciuto in Italia. Abbiamo ufficializzato la nostra unione in Brasile al fine di ottenere gli stessi diritti di un cittadino brasiliano. Purtroppo, questo certificato però non ha alcun valore in Italia. Conseguentemente sono uno dei migliaia di casi che esistono di coppie separate dalle restrizioni dovute al Covid-19. Il resto dell’Europa si è già mosso consentendo previa autocertificazione e test Covid con esito negativo l’accesso al Paese del compagno o della compagna. Il ministro Speranza ha accennato in Parlamento un futuro prossimo Dpcm in favore di questa iniziativa, ma pare che si sia perso nel nulla. Vi ringrazio per il vostro magnifico lavoro.

Filippo

 

Sbagliato ridurre sconto sui libri dal 15 al 5%

In Italia si legge poco, così riportano le statistiche ufficiali, e il Parlamento cosa fa? Obbliga a far scendere lo sconto massimo dal 15% al 5% sui libri venduti. Così i signori parlamentari pensano che gli italiani leggano di più? A me pare che i parlamentari lavorino contro i cittadini.

Matteo Bettini

 

Il governo intervenga per migliorare i trasporti

Ho alcune proposte per aumentare sensibilmente l’offerta di posti nelle ore di punta con il fine di evitare assembramenti. Per prima cosa potremmo utilizzare mezzi e uomini del trasporto privato di quelle aziende che sono ferme, per mancanza di turisti o gite scolastiche. Poi, potremmo usufruire anche di autobus e autisti delle forze armate e delle forze dell’ordine. Per incentivare questo sforzo potremmo garantire straordinari non eccessivamente tassati. Si potrebbe bypassare la carta di qualificazione del conducente, magari con un decreto di deroga urgente. Costi? Tutti a carico del Recovery Fund. Un mezzo e un autista non devono circolare e guidare tutto il giorno, ma solo 3 ore a fascia (mattina, pomeriggio, sera).

Paolella Nicola

 

La rivoluzione liberale di Berlusconi fu una farsa

Marcello Pera si sta proponendo come teorico del salvinismo. Di certo, la cosiddetta rivoluzione liberale berlusconiana si risolse in una farsa; quella del leader della Lega sarà tragicomica. Il famoso filosofo ha le sue idee, alcune delle quali piacciono a Matteo padano. Pera ritiene, ad esempio, che Papa Francesco utilizzi “parole d’ordine da giustizialismo argentino”. Davvero la concezione securitaria di Salvini è conciliabile con la cultura liberale? Pera, nonostante tutto, scommette sul leader del Carroccio: “Gli ho detto di riprendere la nostra agenda per l’Italia”. È tutto come vent’anni fa: ci sono ancora Berlusconi, Gasparri, Brunetta, Tajani.

Marcello Buttazzo

 

Calenda è inaffidabile proprio come Renzi

Condivido le opinioni di oltre l’86% degli intervistati nei sondaggi che sembrano non ritenere Carlo Calenda elemento abbastanza affidabile della politica, non a caso si trova più o meno allo stesso livello di un Renzi, che solo ora appare ai più del tutto inaffidabile. Credo che di navigatori professionisti ce ne siano già troppi nel panorama politico nazionale, manca solo Giletti. Virginia Raggi ha resistito a una campagna perenne di denigrazione pari soltanto a quella in atto attualmente contro il governo. Non dimentichiamo come fu esautorato dal Pd Ignazio Marino prima di accettare di mettere alla porta un sindaco che ha dimostrato coraggio e autonomia nel gestire, non sempre coadiuvata dalla Regione guidata da Nicola Zingaretti, il più difficile dei Comuni d’italia, la Capitale.

Gianpiero Buccianti

 

Sono assurde le multe in macchina in 4 persone

In auto, con parenti non conviventi (tutti sicuramente identificabili e che mi avvertirebbero subito in caso di positività), massimo tre persone con mascherina omologata: guidatore davanti, due cugini dietro, ma l’anziana zia la legge impone che venga lasciata a piedi perché, se monta anche lei, potremmo incorrere nella multa di 400 euro€a testa. In autobus 80 persone estranee, talune con mascherina non idonea o non correttamente indossata, molti sicuramente senza “Immuni”, gomito a gomito, invece tutto ok. Qualcosa mi sfugge e forse è sfuggita anche a qualcun altro.

Valerio Martinelli Consumi

Floris e “L’Alleanza” tra generazioni

“Durante l’emergenza Coronavirus, un sondaggio Ipsos certificava che i giovani italiani erano molto più pessimisti dei loro coetanei europei rispetto a quasi qualunque altro Paese europeo (tranne forse la Spagna) ed erano in maggioranza certi che i loro sogni e progetti avrebbero subito una battuta d’arresto”.

Giovanni Floris, “L’Alleanza. Noi e i nostri figli: dalla guerra tra i mondi al patto per crescere”, Solferino

Ho sempre immaginato Giovanni Floris un simpatico primo della classe (che ti passa il compito senza fare storie) perché ci vuole davvero tanta fatica, tanta ricerca e tanta caparbietà per affrontare un tema, quello generazionale, che per vastità e profondità mi ricorda (so che Giovanni non si monterà la testa) il Sant’Agostino di cui ci parlavano a scuola. Quello che mentre medita sul mistero della Trinità vede un bambino che con una conchiglia vuole travasare l’acqua del mare in una buca, impresa impossibile come scandagliare l’immensità del mistero Trinitario. Smisurata quasi come affrontare l’incomprensibile e incompreso rapporto tra noi e i nostri figli, e tra i nostri figli e i loro figli.

Nel viaggio letterario di Floris non troveremo tutto ciò che avremmo voluto sapere sui giovani e i giovanissimi, ma non abbiamo osato chiedere. Però ne troveremo abbastanza. Per esempio, “L’Alleanza” esce nelle librerie con la seconda ondata montante del Covid-19. Di cui molti osservatori ritengono responsabile proprio la bella gioventù che la scorsa estate ha fatto la bella gioventù scatenandosi sulle spiagge e nei locali dopo i lunghi mesi della rinuncia e della costrizione. Domanda: gli hanno dato giù senza limiti e cautele perché normalmente stufi e irresponsabili? Come gli adolescenti descritti dall’autore, mentre in un tratto chiuso della tangenziale di Roma salgono su dei carrelli rubati al supermercato e si lanciano a capofitto da una discesa (che poi prestino assistenza agli anziani o manifestino per salvare il pianeta è bello, ma non toglie nulla alla pericolosità della bravata). Oppure, ci troviamo di fronte a una generazione di pessimisti (e abbastanza nichilisti) che non avendo fiducia nel futuro (nei sogni neppure a parlarne) si giocano la loro salute (e la salute del prossimo) pensando che, perso per perso, ogni lasciata è persa?

Leggete il libro e di risposte ne troverete, ma forse nessuna che possa colmare la buca della cattiva coscienza di noi genitori e nonni (attenzione, il primo che dice vi abbiamo rubato il futuro va buttato di sotto lui con tutto il carrello). Altra breve riflessione: come mai un conduttore televisivo con l’esperienza di Floris ha necessità di scrivere 263 pagine, dense e brillanti, per fare parlare i ragazzi? Pur avendo a disposizione una tribuna come “DiMartedì”, e una platea di milioni di persone? Forse perché occorrono, di nuovo, i libri per parlare, nel modo giusto, di generazioni e a generazioni che oltre a non sapere più cosa siano i giornali, diffidano della tv (e dei talk)? E se così fosse, caro Giovanni, sarebbe una cattiva o una buona notizia? (Io un’idea ce l’ho).

 

La barriera corallina soffre. E la banchisa artica scricchiola

In Italia – Ottobre 2020 si mantiene instabile e più freddo del solito. Domenica scorsa il Nord-Est era sotto forti piogge (142 mm a Follina, Treviso, la media dell’intero mese caduta in un giorno), neve a 1000 m sulle Dolomiti, comunque non raro a metà ottobre, e a Trieste la bora a 100 km/h ha impedito la Barcolana, prima volta nella storia della regata dal 1969. Piogge confinate verso il Sud lunedì e martedì, poi mercoledì-giovedì si sono riprese specie tra Venezie, Lombardia e Tirreno anche con vento, temporali, e una dannosa tromba marina a Chioggia. La prima metà di ottobre ha mostrato dunque temperature fino a 2 °C sotto media al Nord, e per quanto aria più mite sia in vista, facilmente il mese finirà nel novero di quelli freschi, una rarità ormai: negli ultimi due anni al Settentrione era accaduto solo nel maggio 2019, per il resto hanno dominato anomalie calde. Settembre 2020 secondo il Cnr-Isac nonostante il freddo di fine mese risulta comunque l’ottavo più caldo dal 1800 (1,4 °C sopra media), e i primi nove mesi dell’anno sono secondi solo allo stesso periodo del 2018. Sono statistiche ottenute grazie ai dati ultrasecolari degli osservatori storici, la cui salvaguardia è incoraggiata dall’Organizzazione Meteorologica Mondiale con il programma Centennial Observing Station: hanno appena ricevuto la prestigiosa qualifica quelli di Piacenza (attivo dal 1802), Modena (1830), Venezia (1835), Palermo (1791), Aggius (1919) e Carloforte (1901) in Sardegna, aggiungendosi ai sei nominati nel 2018 (Moncalieri, Pesaro, Urbino, Firenze, Roma, Vigna di Valle). Il 13 e 16 ottobre si è tenuta la Conferenza Nazionale sul Clima 2020 organizzata da Italy for Climate, che ha presentato un’articolata roadmap per la neutralità climatica del Paese (http://italyforclimate.org): urge applicarla, poiché dopo il calo tra il 2005 e il 2014 (-27%) nell’ultimo quinquennio le emissioni-serra italiane hanno quasi smesso di diminuire salvo l’attuale temporanea riduzione da Covid.

Nel mondo – In Europa occidentale pare già novembre, e in Francia per trovare un freddo più marcato di questo nel periodo tra il 24 settembre e il 14 ottobre (1,8 °C sotto media) occorre tornare al 1974 (ma all’epoca erano 5 °C in difetto!). Nel resto del mondo al contrario prevale il troppo caldo. In Myanmar e Perù nei giorni scorsi si sono stabiliti nuovi primati nazionali di temperatura massima per ottobre, 39,4 °C e 39,7 °C. Dopo il servizio europeo Copernicus, anche l’americana Noaa conferma che settembre 2020, con 1 °C di troppo, è stato il più caldo in 141 anni di serie termometrica planetaria. Vasti incendi bruciano le pendici del Kilimanjaro, gravi alluvioni invece in Vietnam, dove in una settimana sono caduti fino a 1869 mm d’acqua, due terzi della media annua! I coralli della Grande barriera australiana soffrono il surriscaldamento dell’oceano, e la struttura e la capacità riproduttiva delle popolazioni sono seriamente compromesse. Lo dice uno studio di Andreas Dietzel del Centre of Excellence for Coral Reef Studies, su Proceedings of the Royal Society. La banchisa artica si sta riprendendo a fatica dopo il minimo stagionale di settembre, e in questi giorni è al punto più basso di estensione per metà ottobre in 42 anni di misure. Intanto la nave rompighiaccio Polarstern dell’Alfred Wegener Institute è rientrata dalla più grande missione scientifica mai condotta nell’Artico, che in 13 mesi ha raccolto un’inedita quantità di dati su mare, ghiaccio, atmosfera e biosfera intorno al Polo Nord per comprenderne meglio i cambiamenti e modellizzarne l’evoluzione futura che già, da quanto hanno potuto vedere gli scienziati, si annuncia assai fosca per il riscaldamento senza precedenti dell’ambiente artico.

 

Il paralitico. Gesù è più di un medico: prima dà il perdono, poi la guarigione

Il Vangelo di Marco ci racconta che un giorno, a Capernaum di Galilea, quattro amici di un paralitico arrivano a scoperchiare il tetto di una casetta piena di gente in cui Gesù insegnava pur di farlo avvicinare al Maestro: “Non potendo farlo giungere fino a lui a causa della folla, scoperchiarono il tetto dalla parte dov’era Gesù; e, fattavi un’apertura, calarono il lettuccio sul quale giaceva il paralitico. Gesù, veduta la loro fede, disse al paralitico: ‘Figliolo, i tuoi peccati ti sono perdonati’. Erano seduti là alcuni scribi e ragionavano così in cuor loro: ‘Perché costui parla in questa maniera? Egli bestemmia! Chi può perdonare i peccati, se non uno solo, cioè Dio?’. Ma Gesù capì subito, con il suo spirito, che essi ragionavano così dentro di loro, e disse: ‘Perché fate questi ragionamenti nei vostri cuori? Che cosa è più facile, dire al paralitico: i tuoi peccati ti sono perdonati, oppure dirgli: alzati, prendi il tuo lettuccio e cammina? Ma, affinché sappiate che il Figlio dell’uomo ha sulla terra autorità di perdonare i peccati, io ti dico – disse al paralitico – alzati, prendi il tuo lettuccio, e vattene a casa tua’. Ed egli si alzò e, preso subito il lettuccio, se ne andò via in presenza di tutti; sicché tutti si stupivano e glorificavano Dio, dicendo: ‘Una cosa così non l’abbiamo mai vista’”.

Per arrivare a scoperchiare un tetto ci vuole molta determinazione e fede, ma come avranno reagito i quattro amici del paralitico di fronte alle parole di Gesù che, invece di dire subito una parola di guarigione – tipo “alzati e cammina”, come tutti in fondo ci aspettiamo – dice invece “i tuoi peccati ti sono perdonati”? Chi era presente in quella casa non poteva sapere cosa sarebbe successo dopo. Non sapeva che ci sarebbero stati prima il perdono e poi la guarigione. Quel prima il perdono è, fino a quel momento, solo il perdono. Come avremmo reagito noi? Con delusione (“Grazie tante!”), con disapprovazione (“Perché ha guarito altri e non lui?”)? Oppure con scandalo religioso (Gesù bestemmierebbe perché si sarebbe messo al posto di Dio). In fondo non è per questi stessi sentimenti che molti in occidente sono delusi dalla religione, dal cristianesimo in particolare?

Gesù, invece, insiste: il perdono viene prima. Il perdono è in un certo modo più importante. Meglio essere un malato perdonato – sembra dire Gesù – che un sano non perdonato. Tra l’altro, così facendo, Gesù toglie alla malattia le sue compagnie più nocive: il senso di colpa, l’ansietà religiosa, l’esclusione sociale. Gesù rende quasi profana la malattia e la restituisce ai medici. È affar vostro – sembra dire – a me spetta un altro gravoso compito: liberare gli esseri umani dal loro passato di colpa, dai pregiudizi, dal sentirsi come un bersaglio di Dio o del fato. In sostanza liberarli dal peccato.

Chissà se alcuni sono andati via subito dopo che Gesù ha annunciato solo il perdono del peccato. Rimarranno delusi per tutta la vita. Chi invece ha avuto la costanza di attendere gli effetti del perdono sa che la storia non finisce lì: il paralitico si alza e cammina, può ora condurre una vita retta. Così come coloro che sono perdonati e ne hanno coscienza possono tornare a condurre una vita retta e non più contorta o paralizzata dalle scelte sbagliate del passato. Il racconto termina con lo stupore dei presenti. Che cosa è “Una cosa così”? È la guarigione? È il perdono? Né l’uno né l’altro separati, ma l’uno e l’altro insieme, è il perdono che non è rimasto solo un modo di dire ma è diventato guarigione, vita nuova e speranza nuova.