USA, la destra in armi (e alla Suprema Corte)

Vi racconterò la storia dei due governatori democratici (Michigan e Virginia) che stavano per essere rapiti, forse senza ritorno, dal gruppo militante dei Wolverine Watchmen, se l’Fbi non avesse intercettato in tempo l’azione e arrestato gli uomini già pronti? Vi racconterò dei Proud Boys, che Trump ha citato persino in un discorso, esortandoli ad aspettare il momento giusto? Vi racconterò la storia del movimento QAnon che, in campagna elettorale 2016, accusava Hillary Clinton e i suoi collaboratori di pedofilia? Vi interessano i dettagli, resi pubblici dall’Fbi, sul poderoso arsenale di cui gli arrestati disponevano? Interessa il fatto che entrambi i governatori erano stati severi nel tutelare i cittadini dal pericolo di contagio Covid-19 al punto che Trump aveva dichiarato Michigan e Virginia “in stato di assedio”?

Il rischio di salire su una giostra che ci riporta sempre allo stesso punto (un ragionevole dubbio sulle condizioni mentali di Trump e sul formarsi di una milizia disposta a tutto intorno a lui) è grande, e ormai impossibile da evitare. Infatti molti americani scrivono (su giornali come New York Times e Washington Post) e dicono in televisione (Cnn) e in infinite conversazioni segnate dal panico, che questa volta non si vota per un candidato, ma per salvare la vita dell’America. Ma ciò che emerge da una lettura attenta delle notizie americane è che non stiamo confrontandoci con l’improvviso divampare di un incendio di furore politico di estrema destra e con uno scatto di impulso rivoluzionario. All’improvviso si ha l’impressione che il sentimento dei seguaci di Trump (che forse sono più di quanto si immagina e si spera) abbia anticipato e costruito questo momento con una lunga e meticolosa preparazione.

Prendete la storia di una persona ormai celebre, chiamata dai suoi ex compagni di scuola della Notre Dame University “Giudice dogma” a causa del suo rigore religioso: una bella signora, più giovane della sua mezza età, che ha un curriculum da star (studentessa modello, professoressa di successo, giudice federale nota per la qualità delle sue sentenze). Si chiama Amy Coney Barrett, appena nominata nuovo giudice della Corte Suprema, in sostituzione di Ruth Bader Ginsburg, la grande liberal appena scomparsa. Per tradizione costituzionale e rispetto dell’altro contendente, un presidente in corsa per un secondo termine di presidenza non fa una nomina essenziale per il Paese, 30 giorni prima delle elezioni. Trump lo ha fatto, in cerca di una destra sicura nella sua Corte Suprema, e la Barett è già stata convocata dalla commissione del Senato che deve approvare. Barrett conosce la sua missione. È comparsa con i suoi sette figli (tra cui due adottati, uno con la sindrome di Down) che avevano pronunciato con lei il giuramento di lealtà al Paese quando era stata nominata giudice federale. Adesso, la convocazione al Senato apre uno spettacolo esemplare per il Paese e dunque la scorta dei figli è indispensabile. Con la loro sola presenza, questa bella famiglia dà un preciso senso politico (anti-aborto, anti-gender, anti-gay) alla cerimonia. Nel linguaggio della destra americana, cui la Barrett appartiene, tanti bambini, sani o da curare, non significano tenerezza e amore, ma uno schiaffo ai nemici di Dio. Non è uno schiaffo improvvisato. Amy Coney Barrett appartiene a un movimento cristiano dentro un movimento cristiano. Scrive di lei il New York Times: “Donna profondamente religiosa radicata in un populismo di cattolicesimo carismatico”.

Ho scritto e pubblicato nel 1982, per la Columbia University Press, su questo movimento, trovando un forte legame con i movimenti protestanti evangelici legati alla Bibbia e alla grazia che viene direttamente da Dio, per obbedienza, non per le opere. Ma interessante è apprendere che Barrett è parte di un gruppo rigorosamente evangelico che chiama se stesso People of Praise (popolo del ringraziamento): ne è parte fin da bambina perché tra i dirigenti del gruppo ci sono i suoi genitori. La mossa è dunque a lungo termine. Per rovesciare una Corte Suprema che è stata relativamente laica dai tempi di Roosevelt, ci voleva molto di più di un bravo giurista, ben più di una persona intensamente religiosa. Ci voleva un vero talento a negare ogni divisione fra religione e Stato. Il piano ora è completo, Trump è stato guidato con cura. Può sembrare un clown (definizione di Biden) ma non ha sbagliato un colpo: ha le sue milizie e le mostra perché il ricatto conta. E avverte i Democratici, partito e popolo, che non si illudano di avere la difesa di una Corte Suprema liberal. Trump si gioca tutto, coraggioso e sfrontato, per poter voltarsi a dire alle sinistre miti o passionali che lo hanno tanto ostacolato: “La vostra festa è finita”.

 

Kyoto, il vedovo Kojiro si consola presto lucidando la sua spada

Dalle Fiabe apocrife di Asai Ryoi. Il quarto mese del quarto anno di Kanbun, Kojiro poteva dirsi l’uomo più felice delle 36 province. La sua reputazione come maestro rifinitore di spade era cresciuta insieme con la sua fortuna, e adesso la sua casa era fra le più belle di Kyoto; il suo negozio, il più indaffarato. “E tutto grazie al mio segreto!” pensava Kojiro mentre passava la spada alla fiamma. Rideva del suo piccolo trucco, che del resto non era affatto un segreto: ne parlava con entusiasmo a chiunque glielo domandasse. “Come molte cose nella vita, la mia scoperta avvenne per caso. Ero ancora un giovane apprendista, quando una sera, nella bottega del mio maestro, mentre facevo l’amore con sua figlia Akiko, vidi con orrore che la schiuma dei miei lombi, invece di aver irrorato il suo giardino segreto, aveva macchiato la lama della spada Muramasa sulla quale avevo lavorato per quasi un mese! Dovevo fare presto. Spolverai subito la polvere kanahada sull’acciaio bagnato, e la strofinai insieme con la mia neve fumante. E così scovai il superbo elisir, con cui ottengo la finitura più brillante che si sia mai vista sulle leggendarie spade di Yamato”.

Ma la vita di un uomo non è mai senza pena. Un anno dopo il loro matrimonio, Akiko era morta, lasciando vuoto il cuore di Kojiro, e pieno di desiderio il suo stocco. “Un appetito che può essere saziato”, disse con malizia il vecchio Hakiro alla sua bella figlia, Naoko. Hakiro era il rivale più pericoloso di Kojiro: un tipo avido, disonesto come un mercante di Kamigata. “Chiunque abbia tentato di ripetere la formula di Kojiro ha fallito. Anche io ho usato il mio seme sulle lame, invano. Devo avere quello di Kojiro”. “Obbedirò”, disse Naoko. “Devo però ricordarti, padre, che il daimyō di Kobe mi ha chiesto come concubina. Il mio valore non sarà sminuito se dovessi portare in grembo il figlio di un comune artigiano?”. “Vero”, convenne Hakiro, e le diede una scatolina che conteneva guaine della più sottile membrana di pesce, fabbricate nei lontani territori di Ezo. “Userai queste per raccogliere il seme di Kojiro: non voglio che la spuma di quel diavolo trovi dimora nella tua pancia”. Forse Naoko avrebbe protestato, se avesse avuto la virtù di una monaca Jizai, o Kojiro la bruttezza di suo padre; ma lei non la aveva, e lui non la aveva; così, con una certa umidità nella fessura, due notti dopo la ragazza si presentò a casa di Kojiro. Questi arrossì quando Naoko gli toccò la mano con le sue dita delicate. “Da mesi passo davanti alla tua bottega per vederti”, gli disse. “Non sei la figlia del vecchio Hakiro?” le chiese. “Sì, ed è per questo che ho cercato di resistere al tumulto del mio cuore”, mormorò lei. Quella sera, la katana di Kojiro ritrovò la sua saya. Stordita dalla passione, Naoko non notò che i colpi, all’inizio come onde gentili dell’oceano, s’erano mutati in quelli della tigre che spinge attraverso una corrente: quel ritmo vigoroso avrebbe lacerato il fodero più spesso. Solo quando fu tornata a casa Naoko scoprì il fallimento del piano di suo padre. “Ma per Inari, non rinuncerò”, gli giurava. “Proverò di nuovo e di nuovo, se devo”.

E così provo e riprovò, con l’ardore più ammirevole. I suoi sforzi furono pari a quelli di Kojiro, che era ben contento di spargere la sua semente in un terreno più adatto a riceverla, invece che sulla lama d’acciaio di una spada. Quanto al vecchio Hakiro, non poteva che ribollire di frustrazione; poi, il primo mese del quinto anno di Kanbun, si recò al tempio di Rozan per il matrimonio della figlia, ancora più radiosa ora che portava in grembo il figlio del più famoso rifinitore di spade di Kyoto.

 

Il piano Roma dei “ribelli” M5S (a cominciare dallo Stadio)

“Un esame di coscienza? Direi più un esame della realtà, per ribadire le tante cose fatte bene e capire gli errori, diversi, che sono stati commessi”. Il gruppo Facebook si chiama “Il piano di Roma” ed è il progetto messo in piedi dai cosiddetti consiglieri “Raggi-critici”: Enrico Stefano, Marco Terranova, Angelo Sturni, Donatella Iorio e Alessandra Agnello. I componenti della “fronda” del M5S in Assemblea capitolina si sono visti ieri pomeriggio sull’Appia antica e, in diretta sui social, hanno esposto quello che è il loro intendimento politico da qui alle Comunali del 2021.

“Siamo e restiamo organici alla maggioranza e al M5S e continueremo a lavorare in questo senso – ha ribadito Stefano –. Vogliamo solo ribaltare l’approccio: non il giochino del nome, ma un lavoro sui programmi, dal basso”. L’obiettivo è costruire dei tavoli legati alle competenze specifiche di ognuno di loro: trasporti, bilancio, poteri speciali, urbanistica e lavori pubblici. “Importante – ha continuato Stefano – sarà il tavolo che Angelo Sturni condurrà sui poteri per Roma Capitale, riforma chiave su cui lavorare per il prossimo quinquennio”. La sensazione è che i cinque lavoreranno comunque in maniera autonoma nei prossimi mesi, anche all’interno del gruppo pentastellato. “Se ci sarà occasione presenteremo anche delibere a nostra firma”, ha spiegato il presidente della commissione Mobilità. Di certo, la loro opinione sarà determinante se e quando verrà portata in aula l’ultima delibera chiave del quinquennio Raggi: la convenzione urbanistica sullo stadio dell’As Roma. “Non c’è bisogno di grandi opere ma di una armonizzazione del territorio”, ha ribadito Iorio, ex presidente della commissione Urbanistica. I cinque sono infatti notoriamente critici rispetto al futuro nuovo impianto di Tor di Valle, posizione su cui si ritrova anche l’altra consigliera “ribelle”, Simona Ficcardi, e su cui potrebbero convergere altri M5S in rotta con il gruppo guidato da Giuliano Pacetti.

Tatuaggio che hai, giudice che trovi: l’agente sospesa e la “sentenza in conflitto d’interessi”

“Con tutti e due (quei giudici, ndr), che coprivano ruoli così importanti, non sarei mai potuta uscirne vittoriosa”. A parlare è Arianna Virgolino, l’agente della Stradale sospesa a tempo indeterminato – a tutt’oggi non ha mai ricevuto un licenziamento ufficiale – a causa di una cicatrice dovuta a un tatuaggio rimosso dal polso, prima di sostenere il concorso per entrare in Polizia. La sua storia, mesi fa, aveva tenuto banco, sia perché era un precedente importante per molti tatuati che aspirano a un lavoro in Polizia; sia perché Virgolino fu sospesa lo stesso giorno nel quale riceveva un encomio dal prefetto di Lodi. Una vicenda sulla quale si erano espressi il Tar del Lazio – che le aveva dato ragione – e poi la IV Sezione del Consiglio di Stato, che le aveva dato torto.

Ma proprio su quest’ultima sentenza ha molto da dire. A redigere materialmente il dispositivo fu infatti il giudice Roberto Caponigro, che però in passato è stato membro della “Commissione esaminatrice relativa al concorso per l’accesso alla qualifica di Primo Dirigente Medico” della Polizia. Così come il presidente della Sezione, Antonino Anastasi, era stato membro di un altro concorso, quello “per la qualifica di Primo Dirigente”. “Parliamo di due concorsi di altissimo livello nel mondo della Polizia”, dice Virgolino, che evidenzia come presidente e giudice estensore abbiano di fatto “lavorato” per la sua controparte, il ministero degli Interni. Un chiaro conflitto di interessi.

Ennesima brutta storia per la IV sezione, già al centro delle cronache perché quella di appartenenza del giudice Nicola Russo, appena condannato a 11 anni per le sentenze pilotate, nonché la medesima del consigliere Roberto Giovagnoli, finito sui giornali sia per i suoi rapporti con Francesco Bellomo (quello del dress code), sia perché vincitore nel 2006 del concorso a consigliere, pur essendo privo dei titoli. Una storia raccontata da Report nel 2011, che Giovagnoli aveva poi querelato, perdendo.

Virgolino sottolinea anche la mancanza di uniformità della giurisprudenza espressa dalla IV sezione sulle sentenze riguardanti agenti tatuati (sono almeno una decina quelli ancora “in attesa di giudizio”): in alcuni casi ha rifiutato l’appello del ministero definendo inappuntabili le sentenze dei Tar. In altri, invece, l’ha accolto, dando poi ragione al corpo. La spiegazione, per l’agente, è chiara: “Leggendo le varie ordinanze è emerso che i contenziosi rigettati venivano redatti tutti dallo stesso giudice, Paolo Troiano, che però a inizio 2020, è stato spostato dalla IV alla I Sezione…”. Così, dice Virgolino “alcuni miei colleghi con casi analoghi si sono salvati, altri, come me, invece no…”.

Roma, scene di caccia al parco: la polizia abbatte i cinghiali, rivolta dei residenti

“Qualcuno ha attirato la famigliola di cinghiali nel parco, ha chiuso il recinto e poi ha chiamato le autorità”. Il cruento abbattimento, venerdì notte, di 6 cuccioli di cinghiale e della loro mamma, presso il giardino Mario Moderni del quartiere Aurelio di Roma, è diventato un caso. Mentre gli animalisti accusano il Comune di Roma e la Regione Lazio per l’esecuzione “in stile Beslan” – parola dei residenti testimoni dell’operazione – operata dalla Polizia provinciale, sarà una commissione d’inchiesta amministrativa indetta dalla sindaca Virginia Raggi a ricostruire l’accaduto. Come spiegato dall’assessore regionale competente, Enrica Onorati, un accordo firmato in prefettura di Roma da Regione, ex Provincia e Comune, prevede l’abbattimento per motivi di sicurezza.

Il protocollo – ratificato anche dalla giunta capitolina – indica tuttavia la sedazione degli animali e il prelevamento, per procedere all’abbattimento in separata sede. Cosa che non è invece avvenuta venerdì sera, quando i poliziotti provinciali hanno operato sul posto. Il presidente della Commissione ambiente, Daniele Diaco, ha polemizzato con l’Ente guidato da Nicola Zingaretti, affermando che “la regione ha ordinato l’uccisione di sei cinghiali”. In realtà, la Polizia provinciale lavora su disposizione della Città Metropolitana, di cui è sindaca la stessa Virginia Raggi e sua vice-delegata la consigliera Teresa Zotta. La quale, tuttavia, stigmatizza l’esecuzione della procedura: “La Polizia Metropolitana opera a valle del processo decisionale ed è tenuta esclusivamente alle operazioni materiali di cattura dei cinghiali, o con le gabbie o con la teleanestesia, utilizzando dardi sparati con carabina per il successivo prelievo dell’animale in sicurezza”, ha detto la pentastellata. Resta lo choc dei residenti, che hanno assistito a uno spettacolo cruento. “Vedere un’esecuzione del genere, con ragazzini di 10-11 anni in lacrime, si poteva sinceramente evitare”, dice Daniele, un residente, al Fatto . “Una soluzione va trovata, ma questo è stato troppo”. A denunciare il vuoto istituzionale è Valentina Coppola, presidente dell’associazione Earth, che siede ai tavoli istituzionali in materia di protezione degli animali. “In questi anni non è stato fatto niente – afferma – in termini di sterilizzazione e contenimento della riproduzione. Prima o poi, sarebbe dovuto succedere”.

Addio a RaiSport, Salini propone la chiusura al Cda

Chiusura di Raisport e stop alla rete istituzionale e a quella in inglese, accorpamento di Rai5 e Rai Storia. Sopravviverà Rai Movie. Questo il piano di riorganizzazione che Fabrizio Salini ha presentato in Cda Rai e che potrebbe prevedere altri tagli (edizioni dei tg e alcuni programmi) all’interno di una spending review considerata necessaria. Se lo stop (per ora) ai canali istituzionale e inglese era nell’aria, sorpresa ha destato la chiusura di Raisport che, se non portava grandi ascolti (media intorno all’1%), aveva il merito di accendere un riflettore sugli sport minori. Parte dei contenuti verranno dirottati su Raidue. “È una violazione del contratto di servizio. Mi chiedo dove sia il risparmio, visto che Raisport è interamente realizzato da personale Rai”, osserva il deputato Michele Anzaldi (Iv). I conti Rai, del resto, non sono buoni. Nella semestrale di bilancio l’indebitamento totale è aumentato a 275,9 milioni (da 239,1). Per i conti del 2020, invece, si prevede un rosso di 130 milioni, che potrebbe arrivare a 190 nel 2021.

Cr7 ha violato il protocollo: lo dicono le email

Cristiano Ronaldo sta trascorrendo la quarantena nella sua villa di Torino. Dà del bugiardo al ministro Spadafora, che osa criticarlo. Giura di aver rispettato le regole tornando dal Portogallo, ed è vero. Ma all’andata le ha infrante. Ad ammetterlo è stata la stessa Juventus, in due email alla Asl di Torino. Domenica 4, giorno della famosa Juve-Napoli, i bianconeri sono “in bolla” per una positività. Il club chiede che i giocatori proseguano l’isolamento a casa. Permesso accordato, purché rispettino le “regole di comportamento”. Ma il giorno dopo i nazionali prendono il volo, sotto la loro responsabilità, precisa il club. Martedì mattina la Juve è costretta ad avvisare la Asl, spiegando che i giocatori “hanno deciso nonostante comunicazione scritta” di non abbandonare il domicilio”. Ronaldo pare proprio aver violato le regole, insieme ad altri convocati (non gli italiani, passati da una “bolla” all’altra). La Asl ha segnalato alla Procura. Rischiano al massimo una multa. Chissà cosa ne pensa la Figc, così intransigente sulle norme Covid.

Per la Certosa di Trisulti niente apertura. E slitta al 2021 l’udienza

Per ora di alunni sovranisti nel piccolo paesino di Collepardo, in provincia di Frosinone, non se ne sono visti. L’Abbazia di Trisulti, gestita dalla Dignitatis Humanae Institute che vede come patrono e leader di fatto Steve Bannon, la scuola dei “gladiatori” non l’ha mai aperta. Meglio aspettare, spiega il rappresentate legale dell’associazione religiosa Benjamin Harnwell, fidato braccio destro dell’ex stratega di Donald Trump.

La querelle giudiziaria prosegue ed è appesa alla decisione del Consiglio di Stato, che dovrà valutare la sentenza del Tar di Latina dello scorso maggio. I giudici amministrativi di prima istanza hanno infatti accolto il ricorso dell’Istituto contro la revoca della concessione dell’Abbazia all’associazione di Bannon. Il Mibact nei mesi scorsi aveva inviato una serie di contestazioni alla Dignitatis Humanae, sostenendo che i requisiti necessari per vincere la gara erano stati aggirati grazie a dichiarazioni non veritiere. In particolare l’accusa è di aver chiesto il riconoscimento dell’associazione senza fini di lucro a gara già avviata e di non aver mai gestito prima un bene culturale. Dopo la sentenza di primo grado del Tar, il ministero dei Beni culturali ha presentato un ricorso davanti al Consiglio di Stato. Il 13 ottobre scorso, i giudici hanno deciso di entrare nel merito della vicenda nell’udienza prevista per il prossimo 18 febbraio.

Nel frattempo Benjamin Harnwell deve rispondere di falso anche davanti al Tribunale di Roma. La Procura della capitale ha chiesto il suo rinvio a giudizio proprio in relazione alla documentazione presentata per partecipare alla gara del Mibact.

La gestione della preziosa abbazia del 1200 rimane intanto in mano all’associazione finanziata da Steve Bannon. E Harnwell non ha mai voluto rivelare da quale fondazione siano arrivati i soldi.

Il “Chinavirus” e quel report caro ai complottisti

Lo chiamano semplicemente The Yan Report. Sono le 26 pagine della ricerca di Li-Meng Yan, virologa cinese “fuggita” nei mesi scorsi da Hong Kong, per aver denunciato – ha spiegato lei in un’intervista a Fox News – la capacità del virus di trasmettersi da uomo a uomo.

Pubblicato il 14 settembre scorso sulla piattaforma Zenodo – che ospita documenti scientifici pre-print, senza peer-review, ovvero ancora senza alcuna revisione scientifica tra pari –, lo studio cerca di dimostrare l’origine artificiale del virus Sars-Cov-2: “Ci sono caratteristiche biologiche – si legge nell’abstract – che sono inconsistenti con un virus di origine naturale”. Tesi, è bene chiarire subito, ampiamente sconfessata fin dall’inizio della pandemia da alcuni autorevoli studi pubblicati sulla rivista Nature Medicine e, fino a oggi, mai smentiti con evidenze scientifiche.

Eppure il “Rapporto Yan”, in questo mese, è divenuto l’arma preferita dell’area sovranista e identitaria, in funzione anticinese. E non solo, considerato che la ricercatrice è chiamata come commentatrice dalla Cnn, oltreché ospite fissa delle dirette di Steve Bannon.

Donald Trump da tempo parla di “Chinavirus”, ma fin dal marzo scorso, diverse organizzazioni di estrema destra hanno sostenuto la teoria del complotto.

Forza Nuova da mesi accusa l’Oms di essere una organizzazione controllata dal Partito comunista cinese, con un piano per l’instaurazione di una “dittatura sanitaria”.

La casa editrice vicina a CasaPound, Altaforte a marzo, in pieno lockdown, ha dato alle stampe il libro Coronavirus dell’attivista Francesca Totolo, dove nel sottotitolo si annunciano rivelazioni su “tutto ciò che non torna sull’epidemia che ha scosso il mondo”. Tra le righe appare anche qui la teoria dell’origine artificiale.La pubblicazione di Li-Meng Yan dello scorso settembre ha uno sponsor preciso e dichiarato fin dalla prima pagina. Gli altri autori della ricerca (oltre alla Yan, Jie Guan e Shanchang Hu), secondo il South China Morning Post, non avrebbero pubblicato alcun lavoro scientifico o ricerca. E sono tutti associati alle due fondazioni riconducibili a Steve Bannon e Guo Wengui: la Rule of Law Society e la Rule of Law Foundation. L’ex stratega della Casa Bianca nel suo podcast War Room ha ampiamente sponsorizzato la virologa di Hong Kong fin dalla scorsa estate, intervistandola più volte. I programmi, a loro volta, vengono replicati nei vari canali video in lingua cinese e inglese che fanno riferimento ai circuiti di Guo Wengui.

Ed è l’associazione “Himalaya Italy” a diffondere le versioni in italiano delle interviste.

L’ultima apparizione della virologa cinese su War Room risale alla scorsa settimana. Il titolo della puntata era diretto: “L’America si confronta con un’arma biologica del Partito comunista cinese”.

In Italia il rapporto ha avuto un certo successo in Rete e nei media di riferimento della destra. Su La Verità è apparsa un’intervista a Li-Meng Yan, dove la virologa ha affermato: “Ci troviamo davanti non a un virus derivato da un patogeno naturale, ma a un virus artificiale, elaborato e rilasciato dal Wuhan Istitute of Virology, un laboratorio di massima sicurezza che è posto sotto il controllo del Partito comunista cinese”.

Lo stesso Matteo Salvini, nei giorni scorsi, riprendendo la trasmissione Quarta Repubblica di Mediaset, ha rilanciato il 30 settembre “la voce della virologa fuggita da Hong Kong”, parlando di un virus “rilasciato da un laboratorio controllato dal Partito comunista cinese”.

Dove il report ha avuto maggior fortuna è sul canale Telegram del gruppo italiano di QAnon (6.175 iscritti). Il 16 settembre, due giorni dopo la pubblicazione, l’utente “Undi” del canale dei complottisti per antonomasia posta la copia del documento. Lo scorso 6 ottobre, QAnon Italia ha diffuso poi la notizia dell’esistenza di un secondo rapporto firmato da Li-Meng Yan, dove la virologa ancora una volta parla chiaramente del virus come “arma biologica”.

Il ritorno di Bannon e la rete anti-Pechino

Nella lussuosa villa a Watermael-Boitsfort, piccolo comune alle porte di Bruxelles, Steve Bannon è ormai un nome dimenticato. Qui, al numero 42 di Avenue du Houx, nello studio dell’avvocato Mischaël Modrikamen, il 9 gennaio 2017 era nato “The Movement”, l’armata bianca guidata dell’ex stratega di Donald Trump che prometteva di cambiare l’Europa e il mondo. “Vi daremo dati, analisi, cabine di regia”, assicurava il consulente venuto dagli Usa con in testa il progetto di unire tutte le forze della destra europea. Aderirono con entusiasmo Matteo Salvini e Giorgia Meloni, attratti dall’eloquio sovranista e identitario. Dopo i lunghi tour del 2018 in Europa, con una speciale affezione per Roma, guardando al Vaticano, e l’Italia, Steve Bannon è sparito, almeno apparentemente, dai palchi e dai salotti della destra. Ha lasciato il fido Benjamin Harnwell a presidiare il convento di Trisulti da solo, rimandando a tempi migliori la famosa scuola dei gladiatori.

A maggio il cambio di nome davanti al notaio

“The Movement”, nel frattempo, ha cambiato nome, come Il Fatto ha potuto ricostruire. Il 27 maggio 2020, in piena pandemia, davanti al notaio belga Gérard Indekeu, Mischaël Modrikamen, Laure Ferrari e Yasmine Dehaene – fondatori dell’associazione – hanno firmato un atto con la nuova denominazione, “70 nations”. Un riferimento biblico ai 70 discendenti di Noè dopo il Diluvio universale. Il board e l’indirizzo – la villa quartier generale dell’avvocato belga – rimangono gli stessi.

Con lo stesso atto, “The Movement” ha inglobato le due cassaforti del partito popolare belga (sigla che ha perso l’ultimo e unico eletto lo scorso anno). Le fondazioni “Financement public du PP” e “Fondation populaire” – guidate dallo stesso Modrikamen – hanno versato tutti i loro asset all’interno di “70 nations”. Carriera politica finita, ha spiegato ai media belgi l’avvocato già partner di Bannon, tornato alla professione forense.

Esperienza europea dunque conclusa per Steve? Non proprio. Il primo ottobre scorso, davanti alla Chiesa di Santa Maria Maggiore, nel cuore del quartiere Esquilino a Roma, una trentina di cinesi hanno allestito un piccolo palco. L’area delimitata con le strisce bianche e rosse, le mascherine sui volti e tutti i partecipanti in felpa blu, con due ovali di stelle gialle che si intersecano, scimiottando la bandiera europea. E una sigla fino a quel momento sconosciuta in Italia e in Europa, “The New Federal State of China”. Hanno un nemico giurato, il Partito comunista cinese e il governo di Pechino. Sul palco, dopo i primi interventi di un gruppo no-mask, sale Giuliano Castellino. Indossa il cappello blu d’ordinanza, parla della “dittatura sanitaria”: “Negli ultimi mesi noi italiani e noi europei stiamo assistendo a una alleanza pericolosissima, tra il Partito comunista cinese e alcune organizzazioni sovranazionali, come l’Oms, e con personaggi come Soros e Bill Gates”.

L’evento è stato organizzato dall’associazione “Himalaya Italy”. È parte di un network partito dagli Stati Uniti, che in Europa era già apparso in due manifestazioni, a Monaco e Parigi. Il “The New Federal State of China” – autoproclamatosi governo ombra in esilio – ha dietro di sé il nome del tycoon cinese Guo Wengui e del suo nuovo spin doctor, Steve Bannon.

L’ultima passione di Steve: l’amico cinese

Guo Wengui non è un imprenditore semplice da capire. Difficile conoscere la sua vera età: 50 anni, o forse 51. Oppure 49, dipende dalla data di nascita dichiarata. Complicato anche scoprire il suo vero nome. Guo Wengui, in alcuni documenti. Kwok Howan, in altri. Lasciata la Cina è diventato Miles Kwok, il nome che usa negli Stati Uniti. “Quando mi sono trasferito a Hong Kong è cambiata la pronuncia e poi ho iniziato a fare affari a livello internazionale e ho preso un nome inglese”, ha spiegato in una deposizione davanti al Tribunale della East Virginia. Si dichiara consulente della Guo Media, gruppo che si definisce “una piattaforma anti Partito comunista cinese”. Difficile capire anche il suo lavoro: “Attualmente lei ha un’occupazione?”, ha chiesto un avvocato durante un suo interrogatorio il 4 giugno del 2019 durante una causa civile. “No”, la risposta secca. “E come paga le bollette?”, gli è stato chiesto durante l’udienza. “Prendo in prestito dei soldi dai miei amici”.

Il misterioso imprenditore divide la comunità cinese sparsa nel mondo. Per qualcuno è un nuovo messia, arrivato sulla terra per salvare la Cina. Per altri è una spia legata al regime di Pechino. E mentre annunciava in Europa il verbo di The Movement, Steve Bannon aveva già in tasca l’alleanza con l’enigmatico Guo Wengui. Secondo i media Usa, infatti, i due si sarebbero conosciuti già nel 2017, subito dopo l’uscita dell’ex stratega di Trump dalla Casa Bianca.

Nel 2018 la società con sede in Delaware Saraca Media Group (che detiene i marchi comunicativi di Wengui) ha offerto un contratto di consulenza a Bannon, per un milione di dollari. Per sostenere la campagna anti partito comunista cinese – obiettivo dichiarato della coppia Guo/Steve – sono nate due fondazioni, la Rule of Law Society IV e la Rule of Law Foundation.

Il piccolo impero fatto di società offshore e fondazioni per ora ha messo in piedi due operazioni di comunicazione. La principale è il podcast di Steve Bannon, War Room, da mesi concentrato sulla pandemia Covid, in funzione anticinese. Funzionale alla campagna è stata anche la pubblicazione, il 14 settembre scorso, di un report firmato dalla ricercatrice cinese Li-Meng Yan e sostenuto dalle due fondazioni “Rule of Law”, che cerca di dimostrare l’origine artificiale, da laboratorio, del virus SarsCov2. C’è qualcosa che però non torna nel nuovo progetto politico e comunicativo di Bannon e Wengui. I canali YouTube che diffondono il verbo anti Pechino hanno pochissime visualizzazioni. I video di “Himalaya Italy” a malapena raggiungono quota cento. La sensazione è quella di una Tigre di carta. Mentre l’Fbi – ha raccontato il Wall Street Journal – da qualche mese starebbe indagando sull’impero del tycoon cinese.