“Abbiamo toccato Renzi&C. e siamo stati spazzati via”

“Ultimo, il capitano” porta sul canale Nove, domenica 18 e lunedì 19 ottobre, il racconto dei successi e delle cadute di Ultimo, il capitano dei carabinieri che arrestò Totò Riina. “Racconta la nostra attività, attraverso interviste e testimonianze. È il mondo visto dagli occhi di chi ha combattuto, senza propaganda, senza manipolazioni. È il racconto del nostro lavoro, del lavoro del nostro gruppo, anzi dei diversi gruppi che si sono succeduti negli anni”.

Da dove parte il racconto?

Segue il filo cronologico delle battaglie che abbiamo combattuto, io e le persone che erano con a me, a partire delle indagini fatte a Milano a fine anni Ottanta durante l’indagine antimafia Duomo Connection, fino all’inchiesta della Procura di Napoli sulla Consip.

Nell’inchiesta Consip avete sfiorato la famiglia Renzi. Che reazioni avete ottenuto?

Niente, siamo stati semplicemente annientati, spazzati via. Con la gioia di tutti, evidentemente, non solo della famiglia Renzi.

Nella sua vita ha avuto spesso delle svolte, dei passaggi bruschi, delle cadute.

È perché è una vita vera, non una vita addomesticata. Quindi senza paracadute. Vivi credendo in quello che fai senza appartenere a schieramenti, senza appartenere a lobby, anzi disprezzando tutto ciò che è schieramento e lobby.

Spesso non vi hanno difeso neanche coloro che per dovere istituzionale dovevano essere dalla vostra parte.

Certo, perché non appartengo ad alcuno schieramento o lobby.

A volte non vi ha difeso neppure l’Arma dei carabinieri.

Ma la parola carabinieri è una parola grande, come popolo, come società. Tu devi guardare le persone. Ci sono delle piccole leadership dominanti in determinati piccoli periodi. Quelle piccole leadership dominanti a volte non sono state in grado di proteggere me, ma neanche la società e i cittadini.

Com’è stata la sua uscita dall’Aise, il servizio segreto militare?

È stata un atto di responsabilità immensa da parte mia e dei carabinieri che stavano insieme a me, per tutelare l’agenzia, cioè i servizi segreti, e l’Arma dei carabinieri, per toglierla da manipolazioni di lobby o partitini o partitoni. È stata una mia scelta, per togliere dalle polemiche settori importanti dello Stato come i servizi e l’Arma dei carabinieri. L’ho fatta in buona fede, con amore sia per l’Arma, sia per i servizi segreti, dove ho trovato persone serie, motivate, oneste, con cui non ho avuto mai alcun motivo di lite.

Com’è stato poi il rientro dall’Aise ai carabinieri?

Siamo stati semplicemente annientati e perseguitati in maniera indegna. Non è stato un buon ritorno. Le persone praticano il potere, lo hanno praticato in maniera distruttiva verso venti carabinieri. Spero che siano felici e si sentano realizzati di avere annientato e cancellato venti grandi combattenti. Così, per capriccio di alcuni o di pochi.

Passare dal Ros Carabinieri al Noe e poi dall’Aise alla Forestale è stato per lei una sconfitta, o una diminuzione degli strumenti che aveva a disposizione per intervenire?

Ma guardi, io intanto sono sempre un privilegiato e non me lo dimentico. Quindi chiedo scusa a tutte le persone che hanno fame, che non hanno casa, che vivono in condizioni disperate. Detto questo, ho avuto modo di vedere che esistono delle lobby e degli altissimi funzionari che non servono il Paese, ma si servono del Paese e del ruolo che hanno per praticare il dominio. Sono felice di non essere uno di loro e quindi mi dà perfino fastidio parlarne. Sono feccia.

Ha ancora le aquile che allevava?

Sì, ci sono ancora le aquile, ora purtroppo le vedo poco perché il mio nuovo incarico mi prende molto tempo. Però le porto sempre nel cuore, il rapporto con le aquile è un rapporto di amore e va al di là della presenza fisica. È un modo di essere, di pensare. Loro sono la libertà, il vento, la dignità.

C’è ancora anche La Mistica?

Sì, è una casa famiglia dove aiutiamo i poveri, i mendicanti abbandonati da tutti. E lo facciamo nel nome di Gesù, cercando di seguire gli insegnamenti di Gesù, consapevoli di essere indegni suoi seguaci.

È passato dall’essere un combattente a fare l’assessore all’Ambiente nella giunta regionale in Calabria: è passato alla politica, che tanto spesso aveva indagato e anche sanzionato.

Io continuo a combattere esattamente come facevo da carabiniere. Cerco di progettare i territori e il futuro dei territori insieme alle comunità che vivono nei territori, ascoltando e cercando di sostenere i loro sogni e non imponendo i miei o quelli di qualcun altro, rivendicando il valore dell’autodeterminazione delle comunità e cercando di impedire a chiunque, ’ndrangheta o lobby, di manipolare le comunità e le legittime aspirazioni alla dignità, all’uguaglianza, alla fratellanza. Questa è la politica che mi piace molto.

Abituato a cambiare spesso vita, come vede il suo futuro ora? Ha progetti di nuovi cambiamenti?

Adesso è morta la presidente della Calabria, Jole Santelli, che mi aveva voluto nella sua giunta. Continuerò ancora per i pochi mesi che rimangono a fare l’assessore all’Ambiente, poi tornerò a essere il niente da cui provengo. Sulla strada, sempre accanto ai più deboli. Sa, ho anche la mia età, è giusto dare spazio ai più giovani.

Qualcuno l’aveva definita prete-carabiniere.

Io mi definisco un combattente. Resto un carabiniere e morirò carabiniere. Perché ce l’hai nel sangue e nel cuore, per sempre.

I cavalli nella vasca e lo scotch dei nazisti secondo Mel Brooks

Sbucati a colpi di machete dalla giungla degli argomenti divertenti, ci siamo accampati presso il golfo dello stile, pescoso di una fauna che fu resa mirabolante anni fa da test atomici sull’atollo dirimpetto.

LO STILE

LA FORZA DEGLI ARGOMENTI

La prodezza argomentativa. ROZ: “Mai sentito parlare di Lupe Velez?” FRASIER: “Chi?” ROZ: “Lupe Velez, una star del cinema negli anni 30. La sua carriera andò a rotoli, quindi decise di diventare immortale in un altro modo. Pensò che se non fosse stata ricordata per i suoi film, sarebbe stata ricordata per il modo in cui era morta. Tutto ciò che voleva era essere ricordata. Così, pianifica questo suicidio sontuoso: fiori, candele, lenzuola di seta, abito di raso bianco, capelli cotonati e trucco. Il pacchetto completo. Prende l’overdose di pillole, si sdraia sul letto e immagina quanto sarà bella sulla prima pagina del giornale, il giorno dopo. Sfortunatamente, le pillole non vanno bene con l’enchilada che purtroppo ha scelto come ultimo pasto. Si precipita in bagno, inciampa e finisce con la testa dritta nel water. Ed è così che l’hanno trovata.” FRASIER: “C’è una ragione per cui mi stai raccontando questa storia?” ROZ: “Sì. Anche se le cose potrebbero non accadere come avevamo programmato, possono funzionare comunque”. FRASIER: “Ricordami ancora come ha funzionato per Lupe, vista l’ultima volta con la testa nel water”. ROZ: “Tutto quello che voleva era essere ricordata. Dimenticherai mai quella storia?” (David Angell, Peter Casey & David Lee)

La giustificazione bislacca. Un uomo porta un cavallo in casa e lo fa entrare nella vasca da bagno. Un amico gli chiede perché. E lui: “Ogni volta che le dico qualcosa, mia moglie dice sempre ‘Lo so.’ Stasera, quando tornerà a casa, salirà a fare il bagno, urlerà ‘Ahhh! C’è un cavallo nella vasca!’, e finalmente sarò io, seduto in poltrona con la pipa in bocca, a dirle ‘Lo so’.

Amo la spiaggia. Mi piace arrivarci molto presto, prima che arrivino tutti gli altri. Prendo 30 bottiglie, ci metto dentro un biglietto, le butto in acqua e poi aspetto. Quando qualcuno raccoglie una delle bottiglie, vado a mettermi dietro di lui, perché il biglietto dice: “Sono proprio dietro di te”. (Demetri Martin)

LAMARR: Referenze. BART (travestito da membro del Ku Klux Klan): Mandrie imbufalite. LAMARR: Non è un gran crimine. BART: Attraverso il Vaticano?! (Mel Brooks, Andrew Bergman, Richard Pryor, Norman Steinberg, & Al Uger)

Jenny vorrebbe andare a letto con Klineman (che odia perché ha strofinato del burro su sua madre). (Woody Allen)

Il joke di Allen, in realtà, è meno bislacco di quanto sembra, essendo un’allusione satirica al divieto della legge ebraica di mischiare ciò che è milchig con ciò che è fleischig (latte e carne).

La giustificazione forzata. Sta per spararmi. Gli dico: “Guarda, ti faccio un indovinello. Se rispondi giusto puoi spararmi, sennò mi lasci andare.” “Perché dovrei risponderti?” “Oh, andiamo!” “Ok.” “Cos’è che ha quattro gambe la mattina, due gambe nel pomeriggio e tre gambe la sera?” E lui: “La risposta è l’uomo, che al mattino striscia su quattro gambe perché è un bambino, nel pomeriggio cammina dritto su due gambe perché è un adulto, e la sera è un vecchio con un bastone e sono tre gambe”. “Ah, ah! No”, gli dico. “È un asino. Che ha quattro zampe al mattino, due nel pomeriggio perché gliene hai tagliate via due, e tre la sera perché gliene hai incollata una”. Che idiota! E così mi sono salvato. (Emo Philips)

Oggi ho trovato un portafogli. Me lo sarei tenuto, ma se avessi perso io 100 dollari come mi sarei sentito? Poi ho capito che avrei voluto che mi venisse impartita una lezione. Così me lo sono tenuto (Emo Philips).

Ci credo che è un uomo onesto. Non ha nient’altro da fare! (Lichtenberg).

L’ORDINE DEGLI ARGOMENTI

L’ordine dato agli argomenti modifica la situazione, il condizionamento del pubblico, l’accoglienza a ciò che segue, le premesse accettate. Eccone alcuni esempi.

La concessione che aumenta la dismisura. Un artista di varietà presenta a un impresario una nuova attrazione: una mucca che canta la Traviata e un cavallo che l’accompagna al piano. L’impresario è incredulo: “Confessi, c’è un trucco.” L’artista: “Certo. La mucca non canta, è il cavallo che è ventriloquo.”

SONIA: Avrei potuto fare l’amore con te più spesso. O una volta, magari (Woody Allen).

I miei compagni di classe si scopavano ogni cosa che si muoveva, ma io gli dicevo: “Perché limitarsi?” (Emo Philips).

La confutazione anticipata. Un tale, che si trova all’estero, scrive a un amico di comprargli dei libri. Questi se ne dimentica, ma un giorno lo incontra, e allora subito gli dice: “Non ho ricevuto quella tua lettera sui libri” (Ierocle, V sec. a. C.).

Berlino, 1943. A un posto di blocco, un nazista esamina un passaporto. “Come si chiama?” L’ebreo, che ha dimenticato il suo nome falso, risponde: “Rubinstein, certamente no”.

L’anti-climax. Continuo a chiedermi se c’è una vita dopo la morte, e se sì, saranno in grado di cambiarmi un biglietto da venti? (Woody Allen).

Una volta, Mel Brooks si presentò nello studio tv con la faccia orribilmente deformata da pezzi di scotch applicati ad arte. CARL REINER: “Chi ti ha fatto questo?” MEL: “I nazisti”. CARL: “I nazisti ti hanno massacrato di botte?” MEL: “No, i nazisti mi hanno preso e mi hanno appiccicato in faccia questi pezzi di scotch” (Sì, è anche un esempio di metafora presa alla lettera, e di anti-joke ).

(26. Continua)

Dpcm, bugie e calcetto: l’app aggira divieti

Ogni legge, stando a un vecchio adagio, lascia margine per un inganno tutto da trovare. A volte la ricerca non è neanche così ardua, ma è il buon senso che dovrebbe suggerire di lasciar perdere. In piena pandemia, per dirne una, forse si potrebbe fare a meno di giocare a calcetto con degli sconosciuti contattati via app, o almeno questa era la ratio del Dpcm emanato a inizio settimana per vietare gli sport di contatto e quindi potenziali focolai. In realtà il calcetto, nonostante il decreto, non si è mai fermato davvero. Tutto sta nel sapere dove cercarlo.

Da qualche anno è molto diffusa la app Fubles, una piattaforma che consente ai gestori dei centri sportivi di mettere i propri campi a disposizione per le prenotazioni online, mentre chiunque può iscriversi e cercare partite nella sua zona per un certo giorno. Il sistema è diffuso soprattutto a Milano e Roma e ha preso piede perché permette ai fuori sede o a chi arriva in città da solo (magari per studio o lavoro) di trovare nove, tredici o quindici compagni di gioco per una partita. Lo spirito è quello di iscriversi con altri sconosciuti lupi solitari, dato che non si conoscono abbastanza persone per organizzare da soli una sfida.

Coi tempi che corrono, si potrebbe pensare che un simile sistema – in cui neanche si sa con chi si gioca – sia il primo a saltare, a maggior ragione dopo un dpcm che limita gli sport a contatto. E invece non è così: parecchi gestori adesso scrivono sulla app che basta arrivare al campo dieci minuti prima della partita e regolarizzare la propria presenza.

In che modo? Il Dpcm ha sì limitato il calcetto, ma ha dato l’ok a quello gestito “dalle associazioni e società dilettantistiche”. In pratica basta che i giocatori siano iscritti a un ente come Uisp, Aics o a qualsiasi altro che si occupa di sport e la partita si può fare, anche se poi le suddette associazioni non c’entrano nulla con l’organizzazione della sfida. Tanto è vero che a Roma un gestore del campo precisa: “Se non siete soci Csen potete farlo direttamente al campo, pagando 5 euro aggiuntivi”. La procedura è proprio questa: è sufficiente arrivare dieci minuti prima al campo, si firmano quattro fogli, si paga e ci si ritrova tesserati di un’associazione. Via libera per giocare.

Nulla di illegale, tanto è vero che è la stessa app a pubblicizzare la pratica online: “Per tesserarsi è sufficiente un certificato medico per attività non agonistica (ma qui, racconta chi l’ha fatto, spesso si sorvola, ndr) e pagare la quota associativa. Vi suggeriamo di contattare il vostro centro sportivo di riferimento e chiedere maggiori informazioni in merito”. Un bel pericolo per chi aggira il decreto e gioca delle amichevoli in cui non sono quelle società ad aver pensato ai protocolli di sicurezza. La prassi a Milano è durata almeno cinque giorni, prima che – è notizia di queste ore – il governatore lombardo Attilio Fontana firmasse un’ordinanza per stroncare tout court – almeno nella sua Regione – gli sport di contatto. A meno che qualcuno non si inventi un nuovo stratagemma.

Oggi il 45% dei poveri sono “nuovi”, creati dalla pandemia

Ipoveri in Italia in questo momento sono al 45% “nuovi poveri”, cioè persone impoverite dalla crisi innescata dalla pandemia e dal successivo lockdown. È la fotografia scattata dalla Caritas nel suo Rapporto Povertà sulla base delle sue stesse attività di supporto e di cura. L’identikit di questo nuovo esercito che bussa alla porta dell’associazione cattolica è un prontuario del nuovo disagio sociale: donne, famiglie con figli piccoli, italiani, persone che hanno un tetto sotto il quale dormire ma spesso non più un lavoro che gli consenta di arrivare alla fine del mese, persone che mai nella vita avevano avuto bisogno di un pacco alimentare o dei soldi per pagare una bolletta. Tra di loro anche piccoli commercianti e lavoratori autonomi che in passato non avevano mai pensato di dover vivere di beneficenza: la Caritas oggi ne aiuta oltre 2mila e non sono che la punta dell’iceberg (dai dati Istat nella prima metà dell’anno sono spariti 219 mila lavoratori “indipendenti” rispetto allo stesso periodo del 2019).

Papa Francesco ha accompagno la presentazione del rapporto – nel giorno in cui si celebra la Giornata internazionale per l’eliminazione della povertà, alla coesione e alla solidarietà – con un tweet: “Abbiamo bisogno di far crescere la consapevolezza che oggi o ci salviamo tutti o nessuno si salva: la povertà, il degrado, le sofferenze di una zona della terra sono terreno di coltura di problemi che alla fine toccheranno tutto il pianeta”. Tornando ai numeri, nelle sedi della Caritas aumenta in particolare il peso delle famiglie con minori, delle donne, dei giovani, dei nuclei di italiani che risultano in maggioranza (52% rispetto al 47,9% dello scorso anno) e delle persone in età lavorativa. Tra aprile e giugno le Caritas diocesane hanno assistito 450mila persone, registrando “un forte incremento” rispetto all’anno precedente. Tra i beneficiari prevalgono i disoccupati, le persone con impiego irregolare fermo a causa della pandemia e i lavoratori dipendenti in attesa della cassa integrazione ordinaria o in deroga e i lavoratori precari o intermittenti.

A ristoranti e turismo aiuti per 3 mld (e non bastano)

Non è ancora ufficiale, ma a breve arriveranno nuove restrizioni nel commercio: bar, ristoranti e palestre vedranno probabilmente limitare in parte o del tutto le loro attività. Il commercio, in generale, è già stato col turismo e gli spettacoli dal vivo la principale vittima della prima fase della pandemia e s’avvia a esserlo anche nella seconda. Una piccola prova degli effetti del nuovo Dpcm che l’esecutivo sta scrivendo in queste ore in accordo con le Regioni sta nelle bozze della manovra: tra i principali stanziamenti, infatti, figurano circa 3 miliardi di aiuti proprio a ristorazione e turismo.

Mentre andiamo in stampa il Consiglio dei ministri che dovrebbe approvare almeno il Draft budgetary plan (Dpb), una sorta di versione ridotta della manovra che andava inviata a Bruxelles già qualche giorno fa, se non anche la legge di Bilancio vera e propria, non è ancora iniziato (potrebbe slittare a oggi). Le cifre sono, come ogni anno, oggetto di trattative tra le forze di maggioranza e i ministeri, ma è impossibile che l’aumento dei contagi e le nuove restrizioni in arrivo non comportino anche maggiori spese: “Se come governo decideremo di chiedere a qualche comparto di cessare o limitare le proprie attività, allora ci faremo carico del ristoro”, ha detto ieri mattina il ministro della Salute Roberto Speranza in una riunione con le Regioni.

E infatti, oltre ai 3 miliardi per turismo e ristorazione, pressoché azzerati dalla pandemia, verrà rifinanziato anche il fondo per gli aiuti a fondo perduto lanciato a maggio: le richieste già ora eccedono gli stanziamenti per 800 milioni, ma le nuove risorse potrebbero arrivare anche qui a tre miliardi totali. Stesso discorso, soprattutto grazie ai risparmi che si realizzeranno nel 2020, per la Cassa integrazione “Covid”, che riguarda anche le piccolissime imprese come bar e ristoranti, solitamente escluse da questo tipo di ammortizzatore sociale. La ratio di tutti questi interventi – chiusure di alcuni esercizi o no – è portare almeno fino alla fine di aprile in vita quante più aziende possibile: la speranza del governo è che a quel punto anche questa ondata di Covid sia passata e il ritorno alla (quasi) normalità pressoché definitivo.

Il problema è che la crisi del commercio, la ristorazione in particolare, del turismo e del settore degli spettacoli è assai più drammatica di quanto paia pensare l’esecutivo: se la Serie A di calcio non può permettersi di chiudere, figurarsi la maggior parte di bar e ristoranti. Un po’ di numeri aiuteranno a capire: a fine anno potrebbero essere andati in fumo oltre 115 miliardi di consumi; per Confesercenti, entrando nell’autunno, erano a rischio 90mila imprese nel settore, altre ventimila non avevano mai riaperto dopo il lockdown. E ancora: a fine agosto, secondo la Fondazione studi consulenti del lavoro, nel turismo mancavano all’appello 246mila lavoratori rispetto a un anno prima: 158mila nei servizi di ristorazione e 88mila negli alloggi (nelle città d’arte è stata una vera e propria strage di lavoratori e aziende).

A luglio, un’indagine dell’Istat ha rivelato che il 65,2% delle imprese di alloggio e ristorazione (19,6 miliardi di euro di valore aggiunto e 800mila addetti) ritengono che la crisi innescata dal Covid-19 ne metterà a rischio la sopravvivenza. A queste si aggiungono il 61,5% delle aziende dello sport, cultura e intrattenimento (3,4 miliardi di euro di valore aggiunto e circa 700mila addetti).

Le chiusure e la paura dei contagi rischiano, insomma, di uccidere centinaia di migliaia di imprese già moribonde dopo il lockdown: la seconda ondata potrebbe, insomma, costare assai più della prima anche in termini di spesa pubblica.

Assegno unico ai figli. Via gli altri bonus, 200 euro da luglio

L’accordo politico è arrivato già durante la maratona negoziale di venerdì notte: una delle principali novità inserite nella manovra 2021 sarà l’assegno unico per ogni figlio a partire dal settimo mese di gravidanza fino al ventunesimo anno di età. La misura partirà il prossimo luglio e non varrà solo per i lavoratori dipendenti: sono inclusi autonomi, liberi professionisti, incapienti e disoccupati. Il primo step del Family Act non prevede più bonus e misure spot, ma soldi che andranno ogni mese a 11 milioni di famiglie che potrebbero ricevere 200-250 euro a figlio a seconda del valore dell’Isee, vale a dire l’indicatore che oltre al reddito misura anche la ricchezza patrimoniale del nucleo familiare.

L’importo sarà suddiviso in una quota fissa e una variabile (oltre all’Isee, saranno considerati il numero dei figli e la loro età). In pratica per i figli successivi al secondo, l’importo del sussidio viene maggiorato del 20%. Le famiglie in cui sono presenti figli disabili avranno diritto a una maggiorazione che va dal 30% al 50% rispetto all’importo base. Poi si potrà richiedere, invece dei soldi, il riconoscimento di un credito d’imposta da utilizzare in compensazione quando si fa la dichiarazione dei redditi.

L’assegno unico, la cui spesa vale circa 22 miliardi, impatterà sul bilancio del 2021 per tre miliardi, che si aggiungeranno alla dote ottenuta dal riordino degli attuali aiuti per la famiglia e, poi, per 6 miliardi all’anno a pieno regime. Gli aiuti che verranno soppressi sono, tra gli altri, gli assegni per il nucleo familiare pagati dall’Inps ai soli lavoratori dipendenti (valgono 6 miliardi), le detrazioni per i figli a carico (oltre 8 miliardi) e il bonus bebè, il premio alla nascita, il bonus asilo nido o quello baby sitter (circa 2 miliardi). A inizio anno, in una risposta di approfondimento richiesta all’Ufficio parlamentare di Bilancio (Upb), il presidente Giuseppe Tesauro aveva evidenziato l’importanza del peso della clausola di salvaguardia della misura per evitare che nessun genitore prendesse meno di prima. Evidenza subito integrata, mettendo sul piatto 2 miliardi di euro per garantire l’invarianza dei benefici. Resta l’indubbio vantaggio per le famiglie con tanti figli e la penalizzazione dei redditi più alti per il peso che l’Isee ha nel conteggio finale dell’assegno.

La misura è comunque una delle poche gradite a maggioranza e opposizione e non dovrebbe trovare difficoltà di attuazione. Il suo vasto programma è invertire la drammatica tendenza demografica dell’Italia: è il Paese Ue il cui tasso di natalità è in assoluto il più basso (7%; nel 2018 era il 7,3%), seguito da Spagna (7,6%) e Grecia (7,8%). Negli altri Paesi a fare la differenza da decenni sono il mix di interventi messi in campo in grado di incentivare la natalità e il lavoro femminile, che l’Italia ha tardato ad attuare. L’assegno unico c’è da anni in Germania, Francia, Gran Bretagna, Svezia e Olanda, dove gli importi sono uguali per tutti (circa 3mila euro l’anno), perché l’ammontare dipende solo dal numero dei figli e cresce per le famiglie numerose.

Dopo il via libera della Camera, il ddl Delrio-Lepri – che introduce l’assegno unico – è stato incardinato la scorsa settimana al Senato e, secondo la ministra per le Pari opportunità e la Famiglia Elena Bonetti, c’è tutto il tempo per scrivere i decreti legislativi interministeriali (Famiglia, Lavoro ed Economia) che dovranno confermare gli importi mensili erogati. Servirà probabilmente un algoritmo per calcolarli. Ci sono 9 mesi di tempo a disposizione, come una gravidanza.

Ritardi e zero dialogo: ecco perché bus e treni sono pieni

Foto di assembramenti, passeggeri incollati, zero distanza in metro, autobus, tram e i treni locali da Roma a Milano, passando per Napoli: quella che prima del Covid-19 era la normalità, ora è una criticità da risolvere. Il rischio è che – come successo nella Campania di Vincenzo De Luca – a pagare le conseguenze di questa disorganizzazione sia la scuola. Ma come si è arrivati a questo punto , dopo otto mesi di emergenza?

I ritardi. Ci si è mossi in ritardo. Le prime certezze sugli stanziamenti, le norme e la loro semplificazione sono arrivate il 7 settembre, una settimana prima dell’apertura delle scuole. Dell’identificare la capienza massima per i mezzi di trasporto si è parlato a fine agosto al ministero delle Infrastrutture di Paola De Micheli, poi ci sono state le trattative, i tira e molla con il Cts e con le smemorate Regioni, che prima hanno bocciato la proposta di scaglionare gli ingressi a scuola per fasce d’età (scaglionamenti che oggi invocano) e poi hanno spinto verso l’80% di capienza e l’hanno ottenuto. Chiaro che, con queste premesse, ai tavoli estivi con i rappresentanti scolastici, quelli dei trasporti abbiano prodotto quasi solo rassicurazioni e linee programmatiche.

Poca comunicazione. È mancato poi un raccordo efficace a livello locale (regioni, province e comuni) tra scuola e trasporti: ora i ministeri competenti dovranno ri-sedersi ai tavoli per far parlare tra loro i rispettivi referenti. In Lombardia, ad esempio, i dirigenti scolastici hanno stretto accordi direttamente con le aziende di trasporto locale per gestire gli scaglionamenti, ma non in modo organico e centrale. Questa modalità è infatti molto più semplice nei piccoli centri che nelle grandi città e si dovrebbe procedere per cellule circoscritte, con una pianificazione di dettaglio che manca.

I contratti. Alcuni enti locali hanno poi avuto problemi sui contratti con i privati per potenziare le linee. Spesso le aziende di trasporto e le agenzie hanno intese che vietano l’affidamento e i sub-affidamenti dei servizi ad altri soggetti. E anche la norma che permette di derogare, spiegano alcuni assessori, è arrivata solo a inizio settembre. “I pullman non si trovano in pronta consegna. Bisogna attendere almeno qualche mese e la soluzione chiesta dalle Regioni era immediata”, ha detto Claudia Maria Terzi, assessore ai trasporti della Lombardia, a Radio Popolare. A livello logistico, è stato l’assessore regionale ai trasporti dell’Emilia-Romagna a spiegare invece che i bus turistici non riuscirebbero a circolare nei centri storici delle città. “Come noto, non entrano mai” ha detto nei giorni scorsi. Sono invece stati usati per potenziare la rete extraurbana.

Il limite dell’80 %.Intanto, molti considerano le foto circolate in questi giorni un problema percepito più che reale. L’omologazione degli autobus urbani, ad esempio, prevede una capienza fino a sei persone al metro quadro, dunque una capienza all’80% significa quasi cinque al metro quadro: l’autobus appare pieno anche se le norme sono rispettate. Luca Tosi, direttore dell’Agenzia del Tpl del bacino Milano, Monza e Brianza, Lodi e Pavia, spiega: “Scendere a una capienza del 60%non cambierebbe di molto le cose. Per avere il distanziamento di un metro si dovrebbe probabilmente scendere al 25%”. Servirebbe il doppio dei mezzi nelle ore di punta.

I problemi pregressi. Certo, pur se negli ultimi tempi gli investimenti sul settore erano aumentati, le condizioni di partenza non erano delle migliori come spiega anche una ricerca Cdp dal titolo “Luci e ombre della mobilità urbana in Italia”. Il trasporto pubblico locale, si legge, è il cardine della mobilità nelle aree urbane, dove vive più del 70% della popolazione, ma mostra notevoli ritardi: “La dotazione di impianti fissi, metro e tramvie, è scarsa e la flotta di bus ha un’età media elevata (12,3 rispetto alla media Ue di 7 anni), aumentata nel tempo”.

Scaglionamenti. Intanto, “nella speranza che non ci fosse una seconda ondata, sinora si è sottovalutata l’opportunità di ricalendarizzare le attività, spostando verso gli orari di morbida non solo le scuole ma anche, dove possibile, le attività economiche” spiega Gabriele Grea, docente di Economia della mobilità urbana alla Bocconi di Milano. Raddoppiare le corse negli orari di punta vorrebbe dire quasi raddoppiare il parco mezzi e il personale di guida. “Nessuna azienda poteva prevedere né permettersi una immobilizzazione di risorse di questa portata”.

Fine miracolo a Nord-Est: il modello Veneto non c’è più

C’era una volta il “modello Veneto”. Tanti tamponi, laboratori all’avanguardia, reagenti fatti in casa, caccia agli asintomatici. Quello che ha permesso al Nord-est di cavalcare la prima ondata, e ha fatto assurgere il leghista Luca Zaia al ruolo di governatore illuminato che ascolta gli scienziati. Ieri il Veneto ha registrato 774 nuovi casi, e nei giorni scorsi tra i 600 e i 700, su una popolazione che è meno della metà di quella lombarda. Come in altre regioni italiane, gli isolamenti dei contatti dei nuovi positivi sono crollati: per ogni infetto si riesce a rintracciare un solo contatto, ma per circoscrivere l’epidemia ne occorrerebbero almeno 10-15. Persino il numero di tamponi è cresciuto di poco rispetto alla prima fase della pandemia, sfiorando solo a volte quota 20 mila, ben lontana dai 50 mila tamponi al giorno promessi da Zaia nel maggio scorso.

Cos’è successo a Nord-est? Il declino della regione modello in realtà inizia mesi fa, ancora nel pieno della prima ondata, quando lo staff di Zaia comincia ad attaccare il professor Andrea Crisanti, direttore della microbiologia dell’Università di Padova e padre del “modello Vò”: ci sono le elezioni in vista e occorre che la Regione, messa in ombra dal professore venuto dall’Imperial College, si attribuisca la paternità della lotta al Covid-19 e della strategia vincente.

Nelle conferenze stampa quotidiane di Zaia vengono proposti altri esperti che si attribuiscono i meriti o propongono nuove ricette: funzionari regionali come Francesca Russo (dirigente capo della prevenzione sanitaria del Veneto, che per Zaia avrebbe redatto in tempi non sospetti un fondamentale “piano di sanità pubblica”), ma soprattutto il microbiologo Roberto Rigoli, primario dell’ospedale di Treviso, che a maggio inizia a sostenere che il Sars-CoV-2 si è “spento”. Per trovare il virus nei tamponi – sottolinea Rigoli, che è anche vicepresidente dell’associazione dei microbiologi clinici italiani – occorre “amplificare molto” il segnale, e spesso ci si trova di fronte a “pezzi di virus” e non a un Rna completo. Una narrazione che in quel momento piace molto alla politica regionale, e non solo.

Il dottor Rigoli diventa il nuovo riferimento della Regione, che gli affida l’incarico di coordinare le 14 microbiologie del Veneto, storicamente attribuito all’Università di Padova. Spodestando di fatto Crisanti, per tutti simbolo del successo epidemiologico del Veneto, che oggi ammette: “Ormai qui non conto più nulla, mi limito a gestire il laboratorio di Padova in cui assicuriamo l’analisi dei tamponi che ci inviano”. Allontanandosi da Crisanti però Zaia ha abbandonato anche una trincea fondamentale nella lotta al virus, quella dei tamponi e della sorveglianza attiva, che in primavera aveva retto efficacemente integrandosi con una sanità territoriale più presente e guarnita. Ormai la strada intrapresa dalla giunta veneta porta altrove: test rapidi e persino test “fai da te”, in via di sperimentazione, sempre nel laboratorio di Treviso.

A fine giugno il dottor Rigoli firma un documento in cui si introduce il concetto di “debolmente positivo” e si chiede di riconsiderare la “reale capacità di trasmettere l’infezione” dei positivi asintomatici o con pochi sintomi. Tra i firmatari figurano il professor Alberto Zangrillo del San Raffaele di Milano e il professor Matteo Bassetti di Genova.

Peccato che il metodo usato a Treviso sia tutto il contrario del modello Veneto: incentrato su macchine a “sistema chiuso”, in grado di processare pochi tamponi e dipendenti dai reagenti delle case produttrici (come accade in Lombardia), presenta non poche criticità. In agosto nel Trevigiano scoppiano focolai nei centri d’accoglienza, in grandi aziende, nelle Rsa, e in alcuni casi non si riesce a fronteggiare l’elevata richiesta di test, mandando i lavoratori in fabbrica anche in attesa dell’esito del tampone.

Tutto perdonato, Zaia vince le elezioni e sull’onda dell’entusiasmo sfida anche il Covid: “Il Coronavirus in Veneto non è più un’emergenza”. Ma i contagi impennano. Scoppia il caso Immuni, mai aggiornata con i dati dei positivi dalle Ulss venete. Il Veneto sembra tornato a febbraio, quando il direttore generale della Sanità regionale riteneva che la ricerca degli asintomatici, diventata poi la frontiera globale della lotta al virus, fosse una pratica suscettibile di “danno erariale”.

“L’epidemia corre, ma stiamo reggendo con misure coerenti”

“Come si può non riconoscere lo sforzo che si sta facendo come Stato e come sistema sanitario per contenere la pandemia in Italia?”. Massimo Antonelli è il direttore dell’unità di Anestesia e rianimazione del Policlinico Gemelli di Roma e ieri quando ci parla sta raggiungendo il vertice del Comitato tecnico-scientifico costituito dal governo Conte per gestire l’emergenza coronavirus. “Tra negazionismi e isteria, ci sono scienziati che stanno da tempo seguendo la stessa strada con coerenza”.

Professore, secondo lei si sta facendo il possibile? Il sistema sanitario è preparato nel reggere l’urto di questa seconda ondata?

Per quanto possiamo essere preparati se il coronavirus SarsCov2 continua a circolare così il sistema va in sofferenza e alla lunga puoi non farcela. Faccio un esempio molto semplice: se ho nei Pronto soccorso in attesa 30 persone al giorno la preparazione può contare poco.

Quindi non si è fatto abbastanza?

Qualcuno sostiene che si sarebbe potuto fare di più, ma cose concrete ne conto tante: l’acquisizione di ventilatori, l’aumento dei posti letto, i Covid hospital, abbiamo in programma l’aumento degli specializzandi e adesso anche nuove assunzioni di medici e infermieri. Certo si tratta di personale che sul campo si può formare per ciò che riguarda l’essenziale, però è un qualcosa in più e di importante. Tutto questo è sufficiente? Forse no. Si poteva fare di più mi chiede? Senz’altro, si può sempre fare di più. Ma non dimentichiamo neppure che veniamo da anni in cui la sanità è stata continuamente impoverita e decurtata: il sistema sanitario non ha dovuto solo reagire alla pandemia ma anche fare i conti con questo aspetto, per nulla secondario, e recuperare terreno.

Da una parte in questi mesi abbiamo avuto negazionismi di ogni tipo, dall’altra lei vede anche dell’isteria?

Vedo il timore e la paura, le persone stanche di una situazione che si sta dilungando ormai da troppo tempo. Abbiamo anche una questione economica grossa come una casa che ogni volta si deve andare a prendere delle decisioni rispetto a misure di contenimento della pandemia non può non essere tenuta in considerazione. Questi elementi spiegano i due estremi.

Isteria e negazionismo non si colgono solo tra i cittadini e nella politica, ma nella stessa comunità scientifica, non trova?

Faccio parte di un gruppo, quello del Comitato tecnico-scientifico che con grande competenza sta andando da mesi nella stessa direzione, sia a livello di lavoro sia a livello di dichiarazioni pubbliche. Senza sminuire e senza allarmare oltre il dovuto. Ma richiedendo responsabilità e informando. Poi ci sono i singoli individui, anche nella comunità medica e scientifica, che magari sviliscono le misure prese dal governo e dalle amministrazioni locali, prese con coerenza, giudizio e supporto scientifico. Però registro che molti pronti in precedenza a criminalizzare chi deve prendere le decisioni adesso stanno cambiando orientamento. E quindi c’è il filone delle personalità che su basi solide e scientifiche hanno aiutato, anche fuori dal Cts, a prendere le giuste decisioni. Compreso il professor Andrea Crisanti, che sul tracciamento dei positivi ha avuto un ruolo fondamentale per il Veneto prima e come stimolo a fare di più e meglio a livello nazionale dopo.

Che altro pensa si possa fare adesso?

La filosofia corretta è quella di sospendere il superfluo, magari con un temporaneo restringimento della circolazione serale e notturna, declinando gli orari di apertura dei locali. Perché è d’obbligo tutelare necessità come il lavoro e la scuola.

A marzo era esploso un cratere. Oggi contro il virus si combatte

Non siamo più di fronte all’esplosione improvvisa di un cratere, ma la diffusione di Sars-Cov 2 ha ricominciato a correre veloce, molto veloce, con una crescita esponenziale e un tempo di raddoppio dei contagi a sette giorni. Questo perché dopo aver infranto una certa soglia – come sempre sostenuto con forza dal professor Andrea Crisanti, docente di Microbiologia all’Università di Padova e “papà del modello-Vo’ – il tracciamento diventa sempre più complicato e qualcosa si perde per strada. Ma il sistema sanitario non sta subendo uno scossone improvviso e bisogna ancora vedere gli effetti delle misure introdotte dal governo il 9 ottobre, cui si accompagneranno anche quelle nuove che saranno annunciate oggi. Il futuro non è scritto.

La fotografia dell’andamento della pandemia in Italia è sinteticamente resa dai freddi numeri del grafico che riportiamo in pagina, con indicatori che, se letti nel contesto d’insieme, qualcosa spiegano. Ieri il bollettino del SarsCov2 ha registrato 10.925 nuovi casi, il rapporto dei contagi giornalieri coi tamponi effettuati è a 6,58%. Una percentuale che non rassicura, ma ancora lontana dal 18,95% dell’8 marzo o dal 18,05% del terribile 27 marzo, il giorno dei 969 morti.

Certo, bisogna aggiungere che il record di tamponi di ieri, mai ne erano stati registrati 165.837 in un solo giorno, ha una valenza ben diversa rispetto ai 33.019 del 27 marzo, quando la capacità di tracciamento e la disponibilità stessa dei tamponi era ancora decisamente ridotta rispetto a oggi. Sempre a questo proposito un altro dato interessante e al contrario poco valorizzato nella diffusione mediatica dei dati quotidiani Covid è quello delle persone in isolamento domiciliare: 109.613 ieri contro le 36.653 del 27 marzo quando il controllo della situazione era stato a un livello decisamente più basso tanto da rendere necessario il lockdown di quindici giorni prima. Perché tra marzo e aprile i tamponi venivano effettuati quasi esclusivamente a pazienti col quadro clinico già compromesso che arrivavano in ospedale, mentre oggi, almeno quando funziona, i test sono fatti sulla base di un sospetto avvenuto contatto.

Adesso, con reparti ospedalieri e terapie intensive che cominciano a vivere una nuova fase di sofferenza, frenare e invertire la curva di crescita della pandemia diviene essenziale. Secondo le rilevazioni del fisico Alessandro Amici venerdì prossimo il contatore dei nuovi positivi arriverebbe a 19.500 contagiati, ma questo dato “è basato sul fatto che continui la crescita esponenziale identificata recentemente” – spiega Amici – e non tiene conto, appunto, delle misure del governo e dei comportamenti individuali delle persone che spesso per responsabilità, maggiore consapevolezza e anche paura in taluni casi, possono essere determinanti per rallentare la diffusione del coronavirus.