Serrande giù e poi subito su: i locali hanno il “trucco”

Dpcm o no, a Bologna e Catanzaro hanno trovato l’escamotage giusto. Al Mavit Bar di fronte alla stazione bolognese, e al Plaza Café del lido catanzarese i rispettivi proprietari non si sono arresi alle nuove regole e studiando a fondo il nuovo decreto sono riusciti a scovare un angolo cieco. In che modo? “Chiuderemo alle 24 e riapriremo all’1” spiegano i cartelli all’entrata del bar a Bologna. Uno scherzo? No assolutamente. Nell’ultimo decreto della Presidenza del Consiglio, infatti, c’è scritto chiaramente che le attività di ristorazione sono permesse fino a mezzanotte mentre la consegna a domicilio e da asporto è “consentita sempre”. E così, rispettando le regole e provando a far quadrare i conti nonostante il difficile momento, ecco la soluzione: chiudere alle 12 come bar per riaprire dopo un’ora ma vendendo panini take away. Qui movida non ce n’è, questo bar esiste da più di trent’anni e ha sempre servito pendolari e viaggiatori che dopo una certa ora in stazione non trovano più nulla di commestibile. Ancora più spavaldo il titolare del Plaza a Catanzaro Lido, Aldo Manoiero, che chiude a mezzanotte e riapre dopo quindici minuti. In piena legalità. “Il decreto non dice quando si può riaprire – sottolinea il gestore – noi non abbiamo problemi di distanziamento sociale, qui non si balla, quello che mi interessa è continuare a lavorare”. E così, dopo l’entrata in vigore del provvedimento, questo bar-cornetteria con sala slot ha chiuso regolarmente alle 24 ma solo per 15 minuti. L’apertura non è sfuggita alla polizia che ha subito fatto un controllo la sera stessa dell’entrata in vigore del Dpcm, ma senza alcuna sanzione. “Il controllo lungo e accurato si è chiuso con la polizia che ha soltanto preso la mia dichiarazione”, ha detto l’imprenditore.

Campania, addio alle aule. “Molti non ci torneranno”

Chiudere le scuole a Napoli non significa solo gettare nel caos padri, madri e famiglie che non riescono a riorganizzare vite e lavoro, e che sono andati a protestare per il secondo giorno consecutivo sotto la sede della Regione insieme agli autisti degli autobus. Significa – e forse questo il governatore Vincenzo De Luca non lo sa – aggravare i numeri della dispersione scolastica, in quartieri dove questi indici erano già altissimi prima della pandemia da Covid-19. Lo spiega impietosamente Cesare Moreno, maestro di strada nelle periferie di Napoli est: “Se prima del lockdown seguivamo 50 ragazzini a rischio abbandono, ora sono saliti a 200”. Lo conferma Marianna Guaccio, insegnante di latino al liceo scientifico “Elsa Morante” di Scampia: “Da marzo in poi con la Dad su 20 alunni ne ho persi sei, figli di gente perbene ma povera, senza pc e connessioni adeguate. Prima venivano, magari senza il libro, ma venivano”. E ora? “Pascolano nei cortili dei parchi, senza controllo. Con le ragazzine di 16 anni che aspettano il principe azzurro che le metta incinte…”.

Isaia Sales, saggista e studioso dei fenomeni camorristici, censura senza mezze misure le ordinanze deluchiane: “Chiudere le scuole dovrebbe essere una extrema ratio. E in Campania è un doppio errore: perché qui la scuola per un ragazzino è l’unico luogo di formazione e tutela dai rischi della strada e dalle lusinghe della criminalità organizzata, e ogni ora persa viene pagata a caro prezzo. Prima di scrivere un’ordinanza del genere bisognava pensarci mille volte”. De Luca sostiene di averlo fatto. “Ma è solo l’ennesima decisione presa per oscurare le sue enormi responsabilità nell’impreparazione del sistema sanitario e dei trasporti di fronte a un’eventuale recrudescenza della pandemia – ribatte Sales – ossia è lo stesso film visto a marzo e aprile: De Luca investe sulla paura e sulla colpevolizzazione dei cittadini, prima ha impaurito poi ha rassicurato solo in funzione della sua campagna elettorale, poi la realtà del boom di contagi ha preso il sopravvento”.

Moreno non trattiene lo sconforto: “Con le scuole chiuse ragazzi già emarginati subiranno emarginazioni ulteriori. Avevamo provato a recuperarli quest’estate organizzando attività negli spazi esterni di una ex scuola a Ponticelli, seguendo le norme, distanziando. E ora arriva questa mazzata per tanti insegnanti che si erano organizzati per tenere gli alunni in sicurezza. Passa di nuovo il messaggio che i cittadini non sono in grado di occuparsi di se stessi e ci vuole l’uomo solo al comando, che emette decreti privi di qualsiasi riferimento scientifico. Basta vedere come gli viene la schiuma alla bocca quando dice le cose che dice, deve esserci qualcosa di patologico…”. Maestro, la prego… “Mi chiedo: ma ora i ragazzini dove stanno? Non era meglio lasciarli in un luogo dove c’era un controllo”?

A chi magnifica le qualità della didattica a distanza, risponde la professoressa Guaccio raccontando la sua esperienza di mamma di una bambina di 6 anni. “Ha fatto la primina e a marzo è entrata in Dad come tutti. L’ha fatta tutti i giorni, con dei bravi maestri. Eppure non sa né leggere né scrivere”. Conclusioni? “La Dad è un disastro”.

Eugenia Carfora è la preside della scuola Morano, avamposto di cultura e legalità nel buco nero del parco verde di Caivano. “Sul marciapiede di fronte vedo il furgoncino dei panini con l’autista senza mascherina. I ragazzini li comprano, li mangiano. Le stesse situazioni di sempre. Chi dice che la scuola è pericolosa perché crea assembramenti e traffico mi fa sentire povera. Stiamo svuotando le menti. Non moriremo di virus, ma di ignoranza e di mancanza di visione”. Possiamo ancora salvarci? “Solo in un modo: scuola sempre, sempre, sempre”. Tre volte, come il “resistere” del procuratore Borrelli.

Quasi 11 mila casi. Viminale ai prefetti: “Fate più controlli”

La linea rossa, quella dei nuovi contagi, segna un’impercettibile inclinazione verso destra, ma c’è poco da stare allegri. L’aumento percentuale delle ultime 24 ore è pressoché stabile e siamo ormai al quarto giorno consecutivo di record assoluto di nuove infezioni. E nulla, per ora, sembra far intravedere una rapida inversione di tendenza.

Il bollettino del 17 ottobre comunica 10.925 nuovi positivi (+2,8% rispetto ai 10.010 di venerdì), dato che porta il totale dei casi accertati di Covid-19 in Italia dall’inizio dell’epidemia a 402.536 con 116.935 attualmente positivi.

La percentuale dei positivi individuata sui tamponi fatta (ieri 165.837, 15 mila circa più delle 24 ore precedenti) è la stessa di venerdì, 6,6%, cifra più che doppia del 3% convenzionalmente indicata come soglia di tranquillità. I decessi registrati ieri sono stati 47, otto in meno dei 55 di venerdì, dato che porta il numero totale delle vittime dall’inizio dell’epidemia a 36.474 persone.

Il virus galoppa in tutte le regioni. Con la sola eccezione di Emilia-Romagna (+1,6%), Marche (+1,3%) e Provincia autonoma di Trento (+1,2%), tutte le altre fanno registrare un incremento percentuale nelle ultime 24 ore superiore al 2%, con picchi del 7,3% in Molise e del 6,1% in Campania. Ed è proprio la Regione governata da Vincenzo De Luca a destare le maggiori preoccupazioni. I suoi 1.410 nuovi casi sono inferiori soltanto ai 2.664 della Lombardia (che aumenta del 2,2%). Seguono Lazio, 994 nuovi casi (+4,4%) e Piemonte (972, +2,3%). Numeri preoccupanti, ma la crisi sanitaria (che fu all’origine del lockdown di marzo) è ancora lontana (a pagina 4 proviamo a spiegare perché le due ondate per molti versi non sono al momento sovrapponibili), ma come la curva epidemica continua anche la crescita dei malati in cura e non mancano gli ospedali già sotto stress. I pazienti ricoverati con sintomi sono 6.617 (439 ieri, +7,1% rispetto ai 383 di venerdì), mentre le persone attualmente ricoverate n terapia intensiva sono 75 (+67, incremento del 10,5% rispetto ai 52 delle 24 ore precedenti). La regione più “ospedalizzata” è in questo momento il Lazio con 1.043 ricoverati (98 in terapia intensiva), la Lombardia (943 ricoverati e 96 in terapia intensiva) e la Campania (817, 75). Il Viminale ha inviato a tutti i prefetti una circolare in cui si invita a disporre “l’intensificazione dei servizi e delle attività finalizzate ad assicurare il rigoroso rispetto delle misure di contenimento del coronavirus contenute nel Dpcm firmato dal premier”.

Tutta l’Europa è interessata dalla seconda ondata, mentre nel mondo il numero delle vittime supera quota 1,1 milioni e i contagi totali si avvicinano a 40. In Francia da ieri sera è scattato il coprifuoco dalle 21 alle 6; nuovo record in Germania: 7.830 casi in 24 ore, la cancelliera Merkel lancia un appello ai tedeschi “Per favore, restate a casa”. In quarantena anche il presidente Steinmeier dopo che una sua guardia del corpo è risultata positiva. Positivi la ministra degli Esteri belga Wilmes e il suo omologo austriaco Schallenberg. Entrambi hanno partecipato lunedì in Lussemburgo al Consiglio Affari esteri Ue.

 

Conte non chiude, ma stringe: “Salvare la scuola e il lavoro”

Si naviga a vista, con due occhi ai numeri che cambiano, soprattutto quelli delle terapie intensive. E quando oggi Giuseppe Conte spiegherà qual è il “quadro di intervento” che il governo si prepara a varare, tutti sanno che non saranno norme scritte sulla pietra, ma seguiranno l’andamento – così poco rassicurante – della pandemia. Per questo il premier vuole andarci con i piedi di piombo. Non vuole farsi prendere dall’ansia e non vuole allarmare i cittadini, visto che giorni peggiori possono ancora venire. Però il nuovo decreto è in arrivo, la fronda che chiedeva l’intervento immediato ha vinto, anche se la mediazione è ancora tutta da scrivere. Per ora c’è una traccia, che l’ala Cinque Stelle ha messo ieri nero su bianco dopo una riunione insieme al vice di Roberto Speranza alla Salute, Pierpaolo Sileri. E che contiene un elenco di misure che individuano come obiettivo “indifferibile” il potenziamento della sanità territoriale, che pure è arrivata fragile anche alla seconda ondata.

Sono in particolare i dipartimenti di prevenzione delle Asl che vanno foraggiati prima di tutto di personale e poi di test molecolari e antigenici, perché il tampone “classico” va riservato ai contatti stretti, in modo da alleggerire i drive-in (che comunque dovrebbero rimanere aperti h 24). Il punto è aumentare l’offerta di testing e tracciamento, anche attraverso il potenziamento della app Immuni, che ha mostrato tutti i suoi limiti. E poi proteggere di più e meglio le persone fragili, sia negli ospedali sia nelle Rsa, ma pure nel contesto familiare. E ancora potenziare la rete ospedaliera: non solo dal punto di vista degli approvvigionamenti, ma anche nella definizione dei criteri per cui nei reparti si finisce ricoverati: chi non ne ha bisogno, deve restare fuori.

Ma al di là di queste misure – che, va detto, si credeva fossero ormai assodate – sono necessarie ulteriori misure di contenimento. E sul tavolo di palazzo Chigi c’è anche la parola che Giuseppe Conte non vuole sentire: “Coprifuoco”. La linea dura vuole che scatti tra le 22 e le 23, con la chiusura di bar e ristoranti e già contempla un ristoro economico per sopperire ai mancati introiti. Una versione più soft prevede il divieto di uscita da casa l’una del mattino e le sei, mentre partirebbe alle 18 lo stop alla consumazione di cibo e bevande per strada e nelle piazze, per azzerare la movida. Infine, per i focolai più gravi, la possibilità di istituire zone rosse in Regioni, città o singoli quartieri. Dipenderà da come procede l’epidemia. Perché non è escluso, ragionano nell’esecutivo, che se la prossima settimana i numeri delle terapie intensive dovessero andare fuori controllo, serviranno lockdown territoriali mirati, per permettere alle strutture di ripristinare la routine ospedaliera, che altrimenti sarebbe compromessa.

Tutto è ancora sul tavolo della discussione. Certo è il Dpcm verrà emanato presto, tra stasera e lunedì, come hanno spiegato i ministri ieri ai presidenti delle Regioni riuniti per fare il punto sull’approvvigionamento delle strutture sanitarie. Un vertice che si è concluso in maniera interlocutoria, a esclusione della garanzia ricevuta dalla Campania che il governo non impugnerà l’ordinanza con cui il presidente Vincenzo De Luca ha deciso giovedì di chiudere le scuole di ogni ordine e grado. Una linea durissima che il governo non pare intenzionato a seguire: al massimo, ripetono, si aumenterà il ricorso alla didattica digitale per le scuole secondarie, mentre elementari e medie non verranno toccate. Si è preferito però evitare conflitti con il governatore campano e lasciargli la responsabilità della scelta. Piuttosto, nel vertice con le Regioni, Speranza ha ribadito le priorità del governo, ovvero la tutela delle attività “essenziali”: la scuola, appunto, e il lavoro. Fatti salvi questi due pilastri, è la posizione del titolare della Salute, tutto può essere sacrificato, anche perché i numeri degli altri Paesi spaventano e bisogna “evitare di arrivare a quei livelli”. Sul tavolo, per dire, c’è la chiusura delle palestre. Per alleggerire il carico dei trasporti si lavora a un accordo con le aziende degli autobus turistici, che pure era già stato discusso, senza risultati. In ultimo, lo smart working, che verrà incrementato fino al 70-75 per cento.

Effetti collaterali

L’aspetto più seccante della seconda ondata non è solo il Covid, che per ora fa molti meno danni che nella prima. Ma anche il ritorno dei virologi da divano e degli epidemiologi da tastiera che, non avendo una mazza da fare e non potendo dare cattivi esempi, dispensano buoni consigli come gli umarell nei cantieri urbani. Per esempio Walter Veltroni, che non si sa più che mestiere faccia e ricorda ormai Alberto Sordi nei panni di Gian Giacomo Pignacorelli in Selci del film verdoniano Troppo Forte: un giorno avvocato, l’indomani ballerino, poi dentista, fruttivendolo e così via. Ieri Uòlter si sentiva tanto virologo, ma pure sceneggiatore, filosofo ed economista: infatti, sul Corriere, ha citato Todo Modo, ha usato le metafore del tunnel e delle sabbie mobili, poi ha suggerito al governo “dialogo” e “autorevolezza” (mo’ me lo segno) e infine, siccome “il debito pubblico è arrivato a 2.578 miliardi”, ha intimato di aggravarlo un altro po’: non solo col Recovery fund (che in parte è a fondo perduto), ma anche con “le risorse del Mes per finanziare la ristrutturazione degli ospedali e sostenere il personale”. In stereofonia, anche l’Innominabile e 300 sindaci urlavano a una sola voce “Mes Mes”, ignorando che è l’ultima cosa che serve a noi e agli altri (infatti, essendo nato per salvare gli Stati dalla bancarotta, in Europa non lo chiede nessuno): perché i titoli di Stato hanno rendimenti ormai così bassi che chi ha problemi di cassa può finanziarsi emettendone altri a tassi convenienti quanto quelli del Mes; perché l’Italia non ha problemi di cassa; perché alla nostra sanità non mancano i soldi (7 miliardi spesi in 10 mesi) né le attrezzature, ma qualcuno che sappia usarli (Arcuri ha 2.900 respiratori nuovi di zecca che aspettano solo qualche sgovernatore capace di tradurli in posti letto di terapia intensiva). Ma ormai il Mes è un intercalare, una clausola di stile, un mantra che fa fine e non impegna da usare in società quando non si sa cosa dire per fare bella figura. I Paesi seri aspettano il vaccino e la cura anti-Covid: noi aspettiamo il Mes.

L’altro nefasto effetto collaterale della seconda ondata è l’attesa messianica delle “nuove misure” del governo, che dovrebbero arrivare a cadenza quotidiana e miracolosamente raddrizzare le gambe ai cani, cioè fermare un contagio in gran parte inevitabile (altrimenti i Paesi più efficienti di noi starebbero meglio: invece stanno tutti peggio). L’isteria da “Covid governo ladro” che porta Salvini a domandare “cosa ha fatto il governo per fermare l’epidemia” mentre lui passava l’estate a incoraggiarla. Il panico di chi non sa leggere i dati, molto meno allarmanti di quelli di sette mesi fa.

E invoca ogni giorno nuove strette, sterzate, serrate, giri di vite, coprifuoco, lockdown come se fossimo a marzo. La follia di chi scambia gli auspici propri o dei suoi mandanti per leggi già fatte e Dpcm già varati. Ieri i lettori di Stampubblica hanno scoperto che “L’Italia chiude alle 22” (Repubblica) e “Arriva il coprifuoco. Serrata dopo le 22” (Stampa). Come quelli degli altri giornali di destra, che davano il coprifuoco per già deciso e pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale: “Conte prepara il coprifuoco: locali chiusi alle 22. Stop per parrucchieri, centri estetici, cinema, teatri” (Libero), “Ci chiudono in casa”, “Serrata: Conte vuol chiudere i locali alle 22” (Verità), “Scuola, trasporto, smart working e coprifuoco: oggi si decide” (Giornale). Noi continuiamo a sperare che si tratti di giornalismo horror-fantasy. Bastano e avanzano, per ora, un incremento dello smart working (quello che non piace ai fenomeni di Confindustria e dunque a Sala) e qualche limite alle attività inessenziali. Si spera che in questo Paese di isterici e schizofrenici che passano dal “convivere col virus” al “chiudere tutto”, da “il virus è morto” al “moriremo tutti di virus” senza soluzioni di continuità né vie di mezzo, governo e Cts scelgano ancora il buon senso. Chiudere le scuole sarebbe follia: i ragazzi andrebbero ad ammucchiarsi nei locali, nelle vie e nelle piazze della movida, nei centri commerciali, sui mezzi pubblici, cioè in luoghi molto meno controllati della scuola (che ha regole ferree e contagi minimi). Ma anche chiudere bar e ristoranti sarebbe da assurdo: lì si devono rispettare protocolli severi e di solito si rispettano; molto meglio avere gente lì che allo stato brado per strada o nelle case, dove i contagi sono molto più frequenti che nei luoghi sorvegliati. Perciò oggi anche un lockdown diurno sarebbe non solo inutile, ma pure controproducente: aumenterebbe i contagi in famiglia. Semmai si potrebbe vietare la circolazione notturna, dopo la chiusura dei locali a mezzanotte, contro gli assembramenti da movida. E lasciare alle Regioni le misure più drastiche per le zone più infette.

Ma contro i contagi chi governa può far poco, a parte spiegare – con campagne pubblicitarie, anche tramite gli influencer più ascoltati dai giovani – le cose da fare e non fare: il grosso del lavoro è di noi cittadini. Governo, Regioni e Comuni devono produrre un piano trasporti serio. E il governo deve costringere le Regioni a moltiplicare i tamponi e gli altri test diagnostici (i materiali ci sono, ma le Asl ne usano pochi), potenziare la medicina territoriale e incrementare il contact tracing da Immuni in giù. Se poi qualche sgovernatore ancora non ci sente, il commissariamento è meglio del lockdown e del coprifuoco.

Van Gogh, la tela è il suo gioco della vita

Nei giorni della sua fuga da Parigi, infastidito dal ciarlare dei salotti della luccicante e mondana Ville lumière, Vincent Van Gogh scappa al sud, verso la luce incorrotta di Arles. Al fratello Theo scrive: “Lavoro anche in pieno mezzogiorno, senza alcuna ombra, nei campi di grano”. Le ombre di cui parla e che teme il giovane Vincent non sono solo quelle provocate dal sole nelle ore diverse dallo zenith, ma anche gli ostacoli nella sua accidentata ma lucida mira all’arte. Per questo, e molti altri motivi, il suo autoritratto più rappresentativo è Autoritratto con cappello di feltro grigio (1887) poiché si vede come tra le campiture di colore dello sfondo, degli abiti e del volto di Vincent ci sia una connessione ininterrotta, un flusso di coscienza che si specchia nelle pupille fisse a interrogare la realtà. Ciò che vedeva, dunque, Vincent lo sentiva, lo provava dentro di sé. E l’unico territorio di contatto di questo sentimento era, per lui, il colore.

Questo legame salvifico in cui si riparava il pittore olandese è il leitmotiven della grande esposizione Van Gogh, I colori della vita, (a cura di Marco Goldin, Centro San Gaetano di Padova, fino all’11 aprile 2021) in cui, uno dopo l’altro (83 opere divise in 7 sezioni), prendono corpo le care presenze di Vincent: non volti noti, ma anime in perfetta sintonia con la vita che gli girava attorno e di cui impara, scrive, “a misurare, osservare, cercare il contorno a vasto respiro”. Dai soggiorni in Belgio (vicino le cave di carbone di Borinage) ecco i bui minatori con la schiena spezzata dalla povertà come Aratore o lo straziante Donna che piange. E ancora i tessitori e i contadini che si affaticano nella crepuscolare campagna di Nuenen, ben rappresentata in La vecchia torre a Nuenen. All’arrivo a Parigi, l’ondata impressionista ravviva la sua tavolozza mesta con soggetti floreali: vedi Fiori in un vaso blu, oltre che l’Autoritratto col cappello.

Ma è nella luce di Arles, il cui spettacolo si specchia nel vivacissimo e caldo Il seminatore, che ritrova il suo nido; è sotto il suo cielo – diurno e sensuale in Mietitori e Il vigneto verde, e notturno e affabulante in Sentiero nel parco – che giunge il culmine del suo impasto unico, riconoscibile nel capolavoro Il burrone, dove il desiderio di vita della terra lotta contro la gravità (umana e fisica) del dolore.

Postilla: Non ci sono girasoli, ma come suggerisce Goldin in Van Gogh, l’autobiografia mai scritta (La Nave di Teseo), ogni tela è per Vincent un brandello di sé, l’unico mondo possibile, l’unico luogo in cui l’uomo può non perdere al bellissimo e insieme crudele gioco della vita.

 

Van Gogh, I colori della vita

San Gaetano di Padova, fino all’11 aprile 2021

Gli Area Open Project traslocano “in Japan”

Di tutti i Paesi al mondo, il Giappone è tra quelli più attenti alla musica di Patrizio Fariselli e dei suoi Area. C’è un ponte fra l’Italia e il Giappone, che Fariselli, da appassionato della cultura arcaica nipponica, è riuscito a creare, e non è un caso se il suo ultimo disco solista, 100 Ghosts, sia dedicato alle tradizioni del Sol Levante, né se la nuova uscita prevista il 23 ottobre con gli Area Open Project, sia il Live in Japan, in doppio Cd e Dvd. “Suonare in Giappone – ci racconta Fariselli – è sempre un’esperienza epocale, perché il loro è un pubblico straordinario. È la quarta volta che suono nel Teatro Zilio Showa Kawasaki, e ricevo sempre grandi soddisfazioni: innanzitutto perché è un pubblico molto preparato all’ascolto. In più, quando mi intervistano, delle volte mi stupisco, perché sanno più cose su di me di mia madre…”. Un concerto, quello in uscita per la King Records Japan/Warner Music, ineccepibile, con uno stage meraviglioso e i suoni fantastici. Ma, confessa Fariselli, “non c’era la minima intenzione né di registrare né di pubblicare il disco: in quel momento, infatti, col gruppo eravamo concentrati sulla serata, sulla nostra musica. Poi, una volta ascoltata la registrazione, che è stata fatta a livelli tecnicamente incredibili, e dopo aver visto il filmato video, ho pensato che valesse la pena di esser pubblicato, perché documenta alla perfezione, il lavoro che come Area stiamo facendo in questo periodo”.

 

Live in Japan

Area Open Project

King Records Japan/Warner

I partiti digitali hanno riattivato la politica, ma attenti al plebiscitarismo

Paolo Gerbaudo, italiano ma che dirige il Centre for Digital Culture a Londra, non è proprio un entusiasta dei partiti digitali e dei movimenti nati sull’onda della democrazia diretta. Però se li è studiati e in questo volume offre una comparazione interessante tra movimenti come il Movimento 5 Stelle, Podemos o il Partito Pirata. E, pur prediligendo Gramsci, mette a disposizione dei fautori del “partecipazionismo” una serie di consigli utili per fare meglio. La tesi del libro, infatti, è che la democrazia digitale sia stata una “amara delusione” ma che, allo stesso tempo, abbia permesso di politicizzare e mobilitare migliaia di persone. In fondo, nella loro lotta contro “la politica”, questi movimenti hanno riabilitato proprio la “forma-partito” – nell’accezione weberiana – sia pure su basi nuove.

Quello che non funziona, secondo Gerbaudo, è quella idea di partecipazione che infatti definisce “partecipazionismo” e che risente, a suo avviso, dell’ideologia liberista, di un “narcisismo individuale” che ne inquina le potenzialità. Anche il funzionamento interno non è così cristallino. Promettendo “disintermediazione” politica, in realtà le nuove piattaforme partitiche, mutuate da quelle aziendali, producono una “reintermediazione” e una “centralizzazione” che esalta il ruolo dell’“iper leader” e dei gruppi ristretti. Il modello di democrazia più utilizzato non è quello “deliberativo”, ma quello “plebiscitario” a colpi di referendum: “Alla fine l’intermediazione esiste ed è nascosta nel software”. Sguardo critico, ma propositivo, quindi, nella direzione di una “sintesi” tra partito digitale e recupero degli “spazi fisici” del vecchio partito, di una gestione democratica più trasparente e anche di un minor sdegno verso gli apparati burocratici. Si può essere d’accordo sapendo che una rivitalizzazione della partecipazione politica non può prescindere da una democrazia più pervasiva e più coinvolgente.

 

I partiti digitali

Paolo Gerbaudo

Pagine: 274

Prezzo: 20

Editore: Il Mulino

 

La giovane Clara, giornalista-detective nella Cagliari noir d’inizio Novecento

Cagliari all’inizio del Novecento. Clara Simon è giovane e benestante. Il suo sogno è diventare la prima donna giornalista dell’Unione, che in Sardegna è l’istituzione che conta più di tutte le altre. Per la serie: se un fatto non finisce sul quotidiano allora vuol dire che non è accaduto. Il nonno Ottavio manda navi in giro per il mondo e controlla i suoi commerci da un palazzo che dà sul porto. Clara è di mamma cinese e i suoi lineamenti le impediscono di essere accettata dalle nobildonne autoctone. In ogni caso, il suo carattere sanguigno e battagliero la porta a sposare la causa socialista, in difesa degli operai. Verità e giustizia per tutti gli sfruttati. Ecco perché vuole fare la giornalista. Ma durante scioperi e manifestazioni, il potere locale l’ha punita e così è costretta a fare la correttrice di bozze all’Unione.

In realtà finisce per riscrivere gli articoli del suo amico Ugo Fassberger e i due insieme affrontano il nuovo macabro caso che scuote la città. La morte misteriosa di vari piciocus de crobi ossia i bambini poverissimi che fanno i facchini al mercato. Bimbi abbandonati e che dormono contendendo gli spazi ai topi. Alcuni di loro vengono rinvenuti cadaveri a mare. Affogati. “Quel piccolo articolo aveva toccato le coscienze dei cagliaritani, o perlomeno chi ne aveva una. Aveva ricordato che, ai margini del rinomato mercato (…), campava di stenti e moriva in silenzio un’infanzia derubricata a bestia da soma per piccole faccende domestiche”. Clara indaga con Fassberger e l’affascinante tenente dei carabinieri Rodolfo Saporito. Si muovono in una città accogliente e classista allo stesso tempo. I delitti della salina è la prima inchiesta di Clara Simon, scritta dal bravo Francesco Abate. La sua è una Cagliari noir d’inizio Novecento, in cui ci si perde tra vicoli puzzolenti e case chiuse.

 

I delitti della salina

Francesco Abate

Pagine: 290

Prezzo: 18

Editore: Einaudi

L’eredità spirituale del signor Bloom

Il verbo possedere ha un’ampia gamma di significati: avere in proprietà, essere pervasi da un’emozione o controllati da un demone, dominare, conoscere a fondo, avere qualcosa in sé. Il critico letterario Harold Bloom, scomparso un anno fa, era letteralmente posseduto dalla letteratura e, anche grazie a una strabiliante memoria e capacità di stabilire virtuosi link tra opere e artisti, sapeva diffonderne la bellezza. Certo lo faceva secondo i suoi (rigidissimi) canoni, cui è stato sempre fedele, fregandosene di compiacere chicchessia o di raccogliere consensi. Ecco perché era scomodo e irritante per molti.

Della devozione che nutriva per la letteratura è intriso Posseduto dalla memoria. La luce interiore della critica , imponente volume tra saggio, testamento spirituale e intima elegia, omaggio agli scrittori, poeti e drammaturghi più amati, servita però da toni più morbidi rispetto a quelli leonini per cui era famoso. Geniale, ribelle, anticonformista, Bloom ha trascorso la vita a leggere più o meno in qualunque lingua (anche quelle morte) e ci ha lasciato in eredità un considerevole numero di saggi-totem. Nato nel 1930 nell’East Bronx di New York da ebrei ortodossi crebbe a pane e poesia yiddish per poi divenire lettore onnivoro, famelico. Folgorato dall’incontro coi poeti romantici sviluppò poi una bruciante passione per giganti come Shakespeare (per lui era Dio), Dante, Milton, Whitman, Goethe, Dickens, Tolstoj, Ibsen, Proust, Joyce, e pure per la Cabala, i Salmi, la Tanàkh, sicuro che i grandi scrittori non possono mai iniziare da zero perché ispirazione significa necessariamente influenza. Dei contemporanei connazionali salvava l’amico Roth, Pynchon, DeLillo. Dei nostri, Dante a parte, pollice su per Manzoni, Leopardi, Ungaretti, Svevo, Levi. Tutto il resto era, in soldoni, evitabile.

Estremo, sì, contestabile, pure, ma schietto e coerente con le sue convinzioni, mai asservito al potere. Quando mezzo mondo gli si scagliò contro all’uscita di Il canone occidentale (1994) – la “lista” dei 26 scrittori su cui è stata fondata la letteratura occidentale –, definendolo sessista (tra le donne salva solo Woolf, Dickinson, Austen e Eliot), razzista, elitario perché sosteneva “i cosiddetti maschi europei bianchi defunti” disse che “la grande letteratura non rende più altruisti”. Di un’opera conta solo la forza estetica, il mix di originalità, capacità cognitiva, esuberanza espressiva, lontano da ogni interpretazione psicologica o sociologica.

Nelle prime pagine è l’emersione di un ricordo d’infanzia a colpire: il viso della madre mentre accende le candele dello Shabbat e recita la Berakhà (benedizione ebraica). Bloom spiega che la condizione di essere benedetti è essere favoriti da Dio, ma non sposa la fiducia della madre nel patto di Yahweh col suo popolo e ammette di aver dato altra forma a quella benedizione: dopo aver compreso che non riusciamo, pur volendo, ad amare un numero sufficiente di persone perché loro muoiono e noi restiamo, la letteratura diviene “strumento fondamentale per riempire noi stessi della benedizione che dà più vita”.

 

Posseduto dalla Memoria

Harold Bloom

Pagine: 580

Prezzo: 23

Editore: Rizzoli