Agis: “In sala non si è contagiato nessuno spettatore, temiamo però nuove chiusure”

Dopo le riaperture estive, l’intero settore dello spettacolo dal vivo si trova costretto a fare i conti con la seconda ondata. Non esclude più niente: nemmeno l’ipotesi di nuove chiusure, o un giro di vite sugli orari. Benché un eventuale lockdown di ritorno, generale o di categoria, risuonerebbe come un requiem per un’industria così preziosa e che ha già pagato un prezzo altissimo.

“Con la situazione che si sta creando può succedere di tutto, stiamo andando in quella direzione – dice al Fatto Quotidiano Domenico Barbuto, direttore nazionale dell’Agis –. Noi confermiamo che i nostri spazi sono sicurissimi: però siamo di fronte a un incremento costante dei contagi, e il governo sembra intenzionato a varare norme ancor più restrittive. Stiamo alla finestra. Sì, temiamo nuovi abbassamenti di sipario e schermi spenti: sarebbe assurdo non paventarli oggi. Ma questi provvedimenti dovrebbero toccarci il più lontano possibile, vista l’efficacia dei nostri protocolli”.

Qualche giorno fa, infatti, l’Associazione generale italiana dello spettacolo aveva dimostrato, numeri alla mano, che non c’è pericolo ad assistere a un evento live. Su 347.262 spettatori in 2.782 spettacoli monitorati, con una media di 130 presenze a evento, dal 15 giugno a inizio ottobre si è registrato un solo caso di contagio da Covid-19 accertato dalle Asl. Una percentuale eloquentemente nulla. “I teatri e i cinema sono i luoghi più sicuri e virtuosi: l’accesso è controllato, i posti fissi e quindi il distanziamento non è derogabile, il pubblico indossa sempre la mascherina”, aggiunge Barbuto. E quanto al coprifuoco alle dieci di sera, “si potrebbe mutuare il modello francese, che consente la conclusione di uno spettacolo già iniziato (penso, in particolare, al teatro) dopo le 22”. L’Agis nacque alla fine del 1945: la ricostruzione dell’Italia dalle sue macerie, belliche in quel frangente, cominciò anche da lì. Dal cibo per l’anima.

 

“Social distance”, il lockdown infinito

L’effetto è quello di un déjà vu: guardando Social Distance, la serie antologica di Netflix girata e ambientata negli Stati Uniti durante il lockdown, è quasi impossibile non immedesimarsi in almeno uno degli otto episodi che raccontano le diverse sfaccettature della vita da reclusi in casa. Una serie agrodolce che trasmette un vago senso di inquietudine. E non tanto per i contenuti, quanto perché le situazioni raccontate fanno parte del nostro passato recente ma potrebbero benissimo ripetersi nel futuro prossimo.

Il parrucchiere alcolista che affronta la quarantena da solo nel suo bilocale, la famiglia allargata che litiga durante il funerale in streaming del padre, la coppia gay annoiata che decide di esplorare nuovi orizzonti sessuali, la teenager che si innamora giocando a uno “sparatutto” online. Il lockdown ha riguardato tutti, ma non è stato uguale per tutti: ecco perché Social Distance cerca di allargare il compasso e differenziare il più possibile il racconto. A tenere insieme le otto storie ci sono i computer e gli smartphone, le chat, i social e tutti gli strumenti che ci hanno permesso di tenerci in contatto nei mesi di clausura. Le nostre vite da reclusi erano filtrate dalla tecnologia e così anche la serie.

Come sempre accade con le antologiche, alcuni episodi sono più riusciti e altri meno. Il più divertente è il secondo, in cui tre fratelli in conflitto fra loro si ritrovano in videochat davanti all’urna del padre: esilarante il momento in cui il discorso funebre viene interrotto da uno zoombombing. Decisamente meno leggera la puntata in cui un papà deve convivere nella stessa casa con il figlio piccolo e con la moglie malata di Covid che non riesce ad alzarsi dal letto.

Social Distance segue l’attualità. L’ultimo episodio è girato all’aperto, si parla di mascherine, distanziamento sociale e crisi economica, ma soprattutto dell’omicidio di George Floyd. Se le puntate precedenti si concentravano su una specifica categoria sociale (la madre single, la coppia di pensionati, gli adolescenti…), qui si mettono a confronto due generazioni: l’afroamericano adulto, preoccupato per il lavoro che manca, e il suo dipendente giovane, nero anche lui, che vuole scendere in strada per manifestare contro la polizia. Una conclusione che vorrebbe guardare avanti, al post-Covid, e che con l’espediente dello scontro generazionale mette lo spettatore di fronte alle scelte obbligate e alle lacerazioni che hanno caratterizzato gli ultimi mesi e che ci riguarderanno anche nei prossimi. Cos’è più importante, la salute o l’economia? Il lavoro o i diritti civili? Eccetera eccetera.

La serie è stata concepita e girata durante il lockdown. La showrunner Hilary Weisman Graham e Diego Velasco, co-creatore e regista, hanno lavorato dal soggiorno di casa, mentre molte scene sono girate nelle abitazioni degli stessi attori. “In ultima analisi, Social Distance è uno show su persone che lottano per rimanere in contatto tra di loro”, ha detto Weisman Graham. Il produttore esecutivo è Jenji Kohan, già ideatrice di prodotti di successo come Weed e Orange is the New Black, e molti membri del team creativo vengono proprio da Oitnb. Fra gli attori del cast Mike Colter (Luke Cage), Oscar Nunez (The Office), Guillermo Diaz (Scandal) e Danielle Brooks (Oitnb).

 

Social Distance

Aa. Vv.

Otto episodi in onda su Netflix

La grande magia dei fratelli De Filippo: dirige Rubini

Da due settimane Sergio Rubini dirige a Napoli I fratelli De Filippo, un film sceneggiato con Carla Cavalluzzi e Angelo Pasquini e realizzato da Pepito Produzioni con Rai Cinema che racconta dal 1926 al 1931 la nascita e le prime affermazioni tra difficoltà e conflitti del celebre trio attoriale formato da Eduardo, Titina e Peppino De Filippo. All’inizio del ‘900 i tre vivevano con la madre Luisa lontani dal padre naturale Eduardo Scarpetta, il più noto e acclamato attore e drammaturgo dell’epoca (da loro ritenuto uno zio) che non li aveva mai riconosciuti, ma li aveva introdotti fin da bambini alla recitazione trasmettendo loro un talento fuori dal comune. Nel cast i giovani protagonisti Mario Autore, Anna Ferraioli Ravel e Domenico Pinelli oltre a Giancarlo Giannini e Biagio Izzo.

La regista e attrice francese Maiwenn (Polisse e Mon Roi) ha diretto il suo quinto film di cui è anche interprete con Fanny Ardant, Louis Garrel e Marine Vacht. Si intitola Dna e mostra il ritratto di Neige, una giovane donna che dopo la scomparsa di un nonno che adorava e l’acuirsi di antiche tensioni familiari si mette alla ricerca delle sue radici personali e culturali.

Giuseppe Fiorello, Cristina Parku e Valentina Lodovini sono gli interpreti principali di L’afide e la formica, un lungomentraggio di Mario Vitale prodotto da Indaco Film con MiBACT e Fondazione Calabria Film Commission. Vi si raccontano le vicende di un’adolescente musulmana la cui vitalità e determinazione contagerà a tal punto un ex maratoneta da fargli decidere di allenarla per farle vincere la sua corsa più importante.

Si chiamerà Carosello Carosone la fiction Rai sul grande cantante napoletano Renato Carosone interpretata da Eduardo Scarpetta e diretta in questi giorni tra Napoli e Roma da Lucio Pellegrini per Groenlandia.

L’“Orestea” di Roma Nord, tra Eschilo e coca

A che cosa servono, o dovrebbero servire, i festival se non a scovare qualcosa di nuovo, originale, perfino sorprendente? Nel caso de Le Eumenidi la Festa del Cinema di Roma ha fatto egregiamente il proprio compito, e con più coraggio anziché in “Riflessi” l’avrebbe messo nella Selezione Ufficiale. Piuttosto, ci chiediamo se a Venezia l’abbiano visto, perché Orizzonti sarebbe stata la sua destinazione ideale.

Esordio al lungometraggio del cortista classe 1993 Gipo Fasano, in un’unica coltellata di settanta minuti mette in scena ai Parioli la terza tragedia dell’Orestea, o meglio vi si ispira, chiedendo al protagonista Valerio (Valerio Santucci, erede dell’omonima famiglia di ristoratori romani, dal Caminetto in giù) di prestarsi a una autofiction estranea per fattura stilistica, ricadute poetiche e incagli ideologici al nostro cinema. Tutto in una notte fessa e bestemmiante, tra amatriciane estorte al Caminetto stesso, gelatino e gin da Ciampini, l’immancabile festa in zona Cassia e il dubbio non del delitto, ma del castigo: tra tutti i film italiani che abbiamo visto quest’anno, solo Luca Guadagnino con We Are Who We Are e Le Eumenidi hanno saputo dare dei giovani, meno o più stronzi che siano, una rappresentazione non solo verosimile ma vera.

Qui molto si deve al cellulare, una camera che non c’è, che non paiono intendere Valerio e i suoi amici occasionalmente attori, Giammi, Mattè, Mattì: nonostante l’habitat e l’onomastica, tranquilli, i Vanzina non potrebbero essere più lontani. Bianco e nero esacerbato e lancinante, rapporto d’aspetto 2.37 a 1, Fasano ha studiato cinema alla Holden, senza farne una tara: il peregrinare tragicamente prosaico, il détournement prosastico di Valerio sembra strappato alle pagine di Bret Easton Ellis, Glamorama su tutti, o alle inquadrature di Abel Ferrara (The Addiction), si avvertono Marco Ferreri, Bernardo Bertolucci e l’eredità del nostro cinema anni Settanta nel voltaggio politico, nel sentire apocalittico qui però buttato in caciara, votato al gaming, che incornicia il film, e al pov (point of view) di Roma Nord.

C’è almeno una scena instant cult: Valerio alla guida di una 500, Abarth si suppone, e i tre amici a bordo pippano coca utilizzando per pianale un cellulare al contempo tempestato dalle telefonate delle madre. Insomma, sempre pischelli sono, ma razza padrona, lontana dalle periferie di cui la produzione nostrana inzeppa gli schermi, e non solo quelli, da qualche lustro: un cambiamento di censo, dai borgatari ai borghesi, che fa il paio con il mutamento di senso in scrittura, che dà potere all’ellissi, all’ambiguità, al nonsense e accredita a Santucci bagliori notturni degni – gli piacerebbe – di un Vincent Gallo o un Mathieu Amalric.

Girato con novemila euro, sottratto alla realtà, concesso all’astrazione: che cosa si vuole di più da un’opera prima? Questa sera Le Eumenidi è in cartellone alla Festa, e che qualcuno lo distribuisca.

 

Menzogne e sortilegi di lady Elsa

René de Ceccatty – già autore di biografie su Pasolini e Moravia – si cimenta questa volta con i 73 anni di vita di Elsa Morante (1912-1985) e infrange un monito della stessa autrice: “La vita privata di uno scrittore è pettegolezzo”. Lo studioso francese, sabotando “il patto del silenzio” che coinvolge amici e testimoni, restituisce un ritratto umano impietoso.

Spazzate via reticenze e depistaggi, emergono dettagli eclatanti. Elsa non sarebbe figlia di Augusto Morante ma del siciliano Francesco Lo Monaco, impiegato delle poste, che avrebbe avuto una relazione con la madre Irma Poggibonsi. Elsa si sarebbe prostituita in giovanissima età e concessa a protettori benestanti per mera sussistenza. Elsa, insoddisfatta della vita sessuale con il marito Alberto Moravia, lo avrebbe tradito più volte, intrattenendo diverse relazioni in parallelo.

A volume ultimato si intuisce questa urgenza di demistificare: indagare la vita è indagare l’opera letteraria e comprenderla più a fondo. De Ceccatty, nel suo Elsa Morante. Una vita per la letteratura edito da Neri Pozza, muove sì dalla volontà di celebrare il valore letterario della scrittrice ma anche di toccare da vicino il monumento e smettere di guardarlo con timore reverenziale. A cominciare da una constatazione sulla sua fortuna: “È innegabile che il suo status di moglie del più celebre romanziere italiano abbia giocato un ruolo, così come il fitto sistema di relazioni d’amicizia e professionali che si era andato tessendo intorno a questa coppia in vista”.

Quando Morante, grazie all’intercessione della “papessa dell’editoria” Natalia Ginzburg, pubblica nel 1948 Menzogna e sortilegio tutti i big della casa editrice Einaudi si prodigano per farle vincere il premio Viareggio. Lo testimoniano diverse lettere che documentano trattative e maneggi. Così come fu una passeggiata trionfare allo Strega nel 1957 con L’isola di Arturo. Morante non esitava a ricorrere ad amici e conoscenti sollecitandoli a scrivere articoli che la elogiassero, sebbene riuscisse allo stesso tempo a preservare la propria indipendenza. “Era tipico della Morante cercare gli ossequi, ma non ricambiare gli altri con la stessa generosità, salvo quelli che sentiva dipendenti da lei o che giudicava incompresi o comunque privi della fama che avrebbero meritato”. Con lo stesso Moravia, suo marito per un quarto di secolo, fu sempre arcigna. Moravia non lesinava mai elogi sul talento di sua moglie mentre lei sosteneva che Alberto non aveva dato ancora il meglio di sé. Con Pier Paolo Pasolini, amico di vecchia data, arrivò a una rottura insanabile quando lui stroncò senza appello La Storia (a onor del vero si dice che l’animosità di Pasolini fosse dovuta al fatto che Elsa avesse preso le parti di Ninetto Davoli quando il giovane caratterista decise di abbandonarlo). Prima ancora, allergica alle interferenze, si oppose con tutta se stessa quando Pasolini cercò di arruolare per il suo Decamerone la nipote Laura Morante, che in seguito farà una fortunata carriera di attrice.

Elsa Morante è una donna ingestibile perché preda di ombre e di umori indomabili: “Libera dalla costrizione delle relazioni professionali, non ricorre mai alla minima ipocrisia, non indossa maschere. Si permette di insultare e rompere con le persone senza preoccuparsi delle conseguenze delle sue azioni e delle sue parole. Col risultato di consacrarsi a una gigantesca solitudine”. Preferisce la compagnia di un ristretto cerchio magico di artisti, spesso omosessuali. De Ceccatty scrive al riguardo: “Unica donna in mezzo a loro, regnava”. Perde la testa per Luchino Visconti, ovviamente non contraccambiata. In una lettera del gennaio 1953 scrive disillusa al regista: “Non sono mai stata amata da nessuno, e quindi non ho mai pensato seriamente che tu potessi amarmi”. Ma la passione più divorante è per Bill Morrow, pittore americano bohémien. Lo sistema insieme al suo compagno in uno dei suoi appartamenti di Roma. Costringe Moravia e Guttuso a scrivere su di lui e la sua produzione artistica. Fra i rari acquirenti dei quadri di Morrow c’è Anna Magnani. Quando il pittore si toglierà la vita, Morante precipiterà in una forte crisi depressiva.

Il finale di vita è drammatico. Qualche mese dopo l’uscita della sua ultima fatica, Aracoeli, nella primavera del 1983 tenta il suicidio. Viene salvata dalla governante ma subito dopo le viene diagnosticata un’idrocefalia che la costringe a letto in una clinica romana fino al decesso per infarto il 25 novembre 1985.

Il fatto che la figlia di un’insegnante, dalla nascita illegittima, cresciuta a Trastevere, e dopo le nozze con il romanziere italiano più celebre diventi a sua volta la narratrice italiana più illustre è la fiaba che racconta la sua vita. Lalla Romano ebbe a dire: “Ognuno di noi è unico. Ma Elsa lo era di più”.

“Il Nobel vada ai contadini, la fame non si può tamponare”

Ricorderemo il 2020 come l’anno in cui la lotta contro la fame del mondo ha vinto il Nobel? Se chiediamo a Raj Patel, la risposta sembra essere piuttosto negativa. Nella giornata mondiale dell’alimentazione, a una settimana dalla consegna del premio nobel per la pace 2020 al World Food Programme (Wfp), lo scrittore e attivista, autore di I padroni del cibo dice la sua a margine dell’intervento al convegno Bologna Award 2020.

Il Nobel per la Pace al World Food programme è un buon risultato?

Penso sia positivo aver richiamato l’attenzione mondiale sul problema della fame e certamente il World Food Programme fa un lavoro molto importante per aiutare le persone a sopravvivere alla fame. Però non dovrebbe essere compito suo debellare la fame nel mondo. La fame è una combinazione di povertà, di crisi climatica e di effetti del capitalismo predatorio, per questo è necessario andare oltre il modello della gestione dell’emergenza. Anzi, per me il problema è proprio che il World Food Programme sia diventato così necessario oggi per gestire le emergenze, perché è una conseguenza della distruzione sistematica della capacità del pianeta di produrre cibo in modo sostenibile e dell’aumento delle disuguaglianze.

Quindi lei a chi l’avrebbe dato il Nobel per la Pace?

Al movimento internazionale dei contadini della “Via Campesina”. Il movimento raccoglie 200 milioni di membri su scala globale, combattono contro la fame nelle zone rurali, ma contemporaneamente contro l’inquinamento e contro il patriarcato, oltre ad adottare pratiche rispettose della biodiversità. Io vorrei che il comitato per il Nobel smetta di concepire i sistemi alimentari come una cosa cui dare attenzione solo quando sono in crisi, e smetta di concepire i contadini come persone che hanno bisogno di carità, ma li veda invece come portatori di soluzioni nuove. L’obiettivo non deve essere quello di “gestire” la fame o “gestire” il cambiamento climatico, ma di mettere fine a queste cose. E questo si può fare solo con un impegno politico. La domanda da farsi è: come redistribuire la ricchezza?

In questo quadro, quanto ha inciso la pandemia di Covid-19?

Di certo ha peggiorato le cose. Stiamo registrando tassi di fame catastrofici in tutto il mondo. Ma la pandemia ci ha anche mostrato che le comunità che hanno sistemi economici e sociali più attenti alla cura dell’altro hanno fatto molto meglio nel contrasto della pandemia rispetto alle comunità con un’impostazione essenzialmente neoliberista, dove le persone devono cavarsela da sole. Penso, ad esempio, alla più grande baraccopoli del mondo di Mumbai, Dharavi, che è riuscita a contenere il virus molto meglio degli Stati Uniti. Sempre in India, la regione povera del Kerala, che investe molto nella sanità pubblica, ha fatto molto meglio di alcune zone molto ricche del paese. Al contrario in America, come in tutti i posti in cui gli interessi delle multinazionali sono molto forti, i lavoratori essenziali sono stati sacrificati in nome del mantenimento dei profitti. In Texas, dove vivo, i principali focolai di infezione si sono verificati negli stabilimenti di confezionamento della carne o nelle prigioni, che rappresentano entrambi imprese molto redditizie.

Come sta cambiando la geografia della fame con il cambiamento climatico?

Partiamo dal presupposto che i cambiamenti climatici non giovano a nessuno. Detto questo, è vero che le filiere produttive basate sulle monocolture e su lunghe catene di trasporto dei prodotti da una parte all’altra del mondo hanno subito un impatto molto forte sia dal cambiamento climatico, come anche dal Covid. Nelle aziende agricole più piccole, più sostenibili, con culture più diversificate, uno choc climatico può magari danneggiare una coltura, ma lasciarne intatta un’altra. Esistono nuovi tipi di sistemi e di tecnologie agricole che vanno nella direzione della diversificazione e la distribuzione del rischio, che tutelano il suolo, di cui l’agricoltura neo-liberista moderna ha fatto di tutto per liberarsi, perché li considera inefficienti.

Come si aspetta che evolverà l’agricoltura nel prossimo futuro? La crisi può essere uno stimolo per produrre cambiamenti radicali?

Sicuramente abbiamo bisogno di un’agricoltura del XXI secolo diversa da quella sviluppata nel XX, che è quella che ancora utilizziamo. Dall’altro lato, non credo che ci sia niente di positivo nel milione e più di persone morte finora per Covid. Certo, potremmo sfruttare quello che abbiamo vissuto per ribadire la necessità di un cambiamento radicale. Per affermare che la cura, e non il consumo, deve essere al centro della vita. Ma non ripeterò il ritornello per cui da questa orribile situazione deve per forza emergere qualcosa di positivo. La storia non funziona così, e a volte da situazioni terribili scaturiscono cose ancora peggiori.

BoJo il bullo non spaventa Bruxelles

Il Consiglio europeo ha rimandato al mittente l’ultimatum di Boris Johnson, che aveva indicato il 15 ottobre come termine ultimo per ottenere concessioni da Bruxelles o far saltare le trattative. La dichiarazione congiunta dei 27 Stati membri non potrebbe essere più chiara: siamo determinati a trovare un’intesa, purché sia nel rispetto degli accordi di massima già presi, in particolare su competizione, governance e diritti di pesca; i negoziati continuano anche la prossima settimana, ma tocca al Regno Unito “fare le mosse necessarie per rendere un accordo possibile”; l’accordo di recesso firmato dalle parti a gennaio va rispettato nella sua interezza, e quindi no, l’Internal Market Bill britannico che riscrive parti di quel trattato internazionale ed è stato approvato dalla camera dei comuni a Bruxelles non passerà; e infine, se Londra non abbassa la cresta noi siamo pronti all’eventualità di un no deal, ovviamente lavorando esclusivamente nell’interesse dell’Unione europea. La stilettata arriva dal presidente francese Macron: “Noi siamo molto tristi per la Brexit, ma è una scelta sovrana del popolo britannico e si dà il caso che i dirigenti dei 27 Paesi che hanno scelto di rimanere nell’Ue non hanno la vocazione di rendere felice il primo ministro britannico”.

Questa la sintesi, con l’Ue ancora una volta unita dietro la strategia del capo negoziatore europeo Michel Barnier. Stizzita la reazione di Boris Johnson, che in un breve messaggio video ha dichiarato ieri pomeriggio: “Per qualche ragione l’Ue non è disposta a offrirci un accordo nei termini simile a quello con il Canada. È quindi con spirito positivo e grande fiducia che ci prepareremo all’alternativa”. Cioè quella che lui chiama Brexit all’australiana, sinonimo di no deal, visto che le trattative per un trattato commerciale onnicomprensivo fra Ue e Australia sono iniziate solo nel 2018, quelli che già esistono sono trattati bilaterali minori e i rapporti fra due blocchi sono regolati dall’Organizzazione mondiale per il Commercio. In seguito un portavoce di Downing Street ha aggiunto che “i negoziati commerciali finiscono qui, l’Ue li ha di fatto conclusi ieri quando ha rifiutato di modificare la sua posizione negoziale”.

A meno che (e mentre scriviamo non sia successo), Londra non ritiri i suoi negoziatori, anche questa dichiarazione estrema sembra più una mossa tattica. L’opinione prevalente fra gli osservatori è che entrambe le parti abbiano bisogno di un accordo, e che alzare la posta serva a Johnson per salvare la faccia dopo i tanti annunci di retorica sovranista. La Bbc conferma che alti funzionari a Bruxelles non si sarebbero per niente scomposti, e uno avrebbe detto: “Ci stiamo abituando a essere coinvolti nella pantomima di Johnson”.

Mostra in classe caricature di Maometto: decapitato

Il professore di Storia è stato decapitato ieri perché ai suoi allievi della scuola media di Conflans-Sainte-Honorine, nel nord di Parigi, aveva mostrato le caricature di Maometto, quelle stesse caricature che nel 2015 avevano scatenato la furia dei fratelli Kouachi nella redazione di Charlie Hebdo e che il giornale ha di recente ripubblicato. Il docente aveva tenuto una lezione sulla libertà d’espressione. Il 5 ottobre, alcuni genitori se ne erano lamentati e lo avevano segnalato al dirigente scolastico. Uno di loro aveva postato sui social un video in cui l’insegnante faceva uscire dalla classe degli allievi di fede musulmana che riteneva potessero esserne turbati. Da alcuni giorni il professore aveva ricevuto delle minacce di morte. Ieri è stato aggredito da un giovane, vestito di nero, armato con un grosso coltello. Prima di colpirlo l’assassino ha gridato “Allah Akbar” e poi ha rivendicato il suo gesto su Twitter, pubblicando una foto della vittima. Stando ad alcune fonti, il killer è un giovane di origini cecene nato nel 2002 e non era schedato per radicalizzazione.

L’attacco è avvenuto intorno alle 17 di ieri. Una volante della polizia di Conflans pattugliava il quartiere dopo aver avvistato un uomo che camminava per la strada con un coltello in mano. Era a poca distanza dal corpo mutilato di Samuel P., 47 anni, vicino alla scuola media dove insegnava. Il giovane ha minacciato gli agenti con l’arma ed è riuscito a scappare. È nel comune adiacente di Eragny che gli agenti lo hanno raggiunto, il ragazzo ha rifiutato di arrendersi ed è stato ucciso dai poliziotti. In corso ora c’è una inchiesta per terrorismo. L’omicidio ha richiamato l’attenzione del presidente Emmanuel Macron che si è recato sul luogo dell’assassinio accompagnato da diversi ministri. La Francia ripiomba nell’orrore islamista. Un altro attentato come vendetta nei confronti di Charlie Hebdo era stato perpetrato appena tre settimane fa, il 25 settembre. In quel caso l’estremista aveva attaccato con un machete due persone, un uomo e una donna, nella rue Nicolas Appert, nel centro di Parigi, dove si trovava la redazione del giornale satirico. E lì che nel 2015 erano morte dodici persone, tra cui il direttore del giornale Charb e i disegnatori Cabu e Wolinski. Il killer, un pachistano di 25 anni, non sapeva che i locali del giornale erano stati trasferiti altrove e pensava di aver aggredito due giornalisti di Charlie. Si trattava invece di due dipendenti di un’agenzia di una produzione tv, Premières Lignes. Anche in quel caso l’azione violenta era mirata a una “vendetta” per le caricature di Maometto. Il 2 settembre, Charlie Hebdo aveva ripubblicato in prima pagina tutte i disegni di Maometto che erano stati il motore stesso della strage del 2015: “Non ci piegheremo mai, non rinunceremo mai”, avevano scritto i redattori in un editoriale. Era stata scelta quella data perché è il giorno in cui si è aperto al tribunale Parigi il processo sugli attentati del 7, 8 e 9 gennaio 2015 nella redazione del giornale e al supermercato kosher della porte de Vincennes, e che durerà fino a novembre. Da allora il giornale riceve minacce quotidiane, comprese quelle del gruppo al Qaeda nella penisola arabica, attivo anche in Yemen, che ha lanciato un appello ai “mujaheddin di Francia” di “completare il lavoro dei Kouachi” È la prima volta che un insegnante è vittima del terrorismo in Francia: “Questa sera è la Repubblica a essere attaccata con l’omicidio ignobile di uno dei suoi servitori, un professore”, ha dichiarato il ministro dell’Educazione, Jean-Michel Blanqueur. L’assassinio ricorda altri attentati. Il 26 giugno 2015, a Saint-Quentin-Fallavier, vicino a Lione, un imprenditore, Hervé Cornara, è stato decapitato da Yassin Salhi, uno dei suoi dipendenti che si era radicalizzato. Salhi si è poi suicidato in prigione. Il 26 luglio 2016, padre Jacques Hamel era stato sgozzato nella sua chiesa di Saint-Étienne-du-Rouvray da due estremisti islamici.

“Europa devi svegliarti: non basta sanzionare 40 burocrati di Minsk”

La dissidente bielorussa Veronika Tsepkalo, una delle tre “fidanzate di Minsk”, scappata in Europa per sfuggire alla repressione del presidente Lukashenko, è sotto pressione per i numerosi incontri con i leader europei. Ma la sua voce ricomincia a squillare quando le chiedi se la rivoluzione bielorussa è finita in untupik, in un “vicolo cieco”.

“Non è finito niente: tutti continuano a rimanere in strada da oltre due mesi, le donne continuano a protestare, c’è stata perfino una manifestazione degli invalidi contro Lukashenko, e anche i pensionati si sono uniti ai cortei”.

Il governo ha dichiarato che da domani polizia e militari potranno fare ricorso alle armi contro i manifestanti.

Quando si ordina di usare lacrimogeni e gas contro i pensionati si dimostra di essere definitivamente un pristupnik, un criminale, e non c’è altra parola per definire Lukashenko in una società civile. Da tempo il presidente doveva essere arrestato: piega il suo popolo per mantenere il potere. Usare le armi contro i cittadini in strada è la scelta di chi è con le spalle al muro, non ha più supporto nella comunità internazionale, ricorre a metodi sempre più radicali.

L’Europa ha deciso di imporre sanzioni al regime di Minsk, ma è abbastanza?

Le sanzioni hanno un peso, ma come abbiamo spiegato a tutti i rappresentanti dell’Unione europea che abbiamo incontrato finora, non sono sufficienti: colpiscono solo 40 persone ma, per esempio, non i colpevoli delle frodi elettorali e delle violenze commesse contro la popolazione. Nelle liste delle misure restrittive dovrebbero trovarsi non 40, ma almeno 200 persone: tutti quelli che hanno preso parte al processo di falsificazione delle elezioni, come i membri della Commissione elettorale centrale, e quelli che hanno partecipato alla distruzione dei diritti civili del popolo bielorusso, come chi ha ordinato violenza e abusi sui manifestanti. Inoltre, in quelle liste mancano i coniugi dei sanzionati.

Intende quei coniugi a cui l’apparato intesta conti e beni, in caso di congelamento per sanzione?

Non vogliamo che nelle liste rientrino anche i figli, se non sono maggiorenni. Ma è importante che l’Europa ci aiuti a rintracciare i conti bancari colmi di soldi sottratti al popolo e intestati a prestanome di Lukashenko, prima che lui possa arrivarci. Siamo un Paese con tre confini europei: con Polonia, Lituania e Lettonia. Vorremmo che l’Unione facesse davvero capire a Lukashenko che non c’è più posto per lui in Europa, né per le sue organizzazioni. Chiediamo di tagliare i rapporti anche con i suoi rappresentanti commerciali e avvocati, con gli uomini che lo aiutano a rimanere dove è, che nessuno lo finanzi e che si smetta di fargli credito in ogni modo possibile.

Cosa sta facendo la Russia?

L’aiuto di Mosca sembra affievolirsi. Non notiamo più un palese supporto dalla Federazione e anche Lukashenko se ne sta accorgendo: ultimamente si è rivolto ai cittadini russi e al loro governo, chiedendo di dimenticare i debiti di Minsk, e ha chiesto di ricordare come i bielorussi hanno aiutato i russi negli anni difficili dopo la fine dell’Urss.

Ma anche questi sono tempi difficili. Maria Kolesnikova, Serghey Tikhanovsky, Valery Babaryka: sono alcuni nomi dei più famosi oppositori del presidente che rimangono da mesi in prigione. Lukashenko ha provato a “dialogare” con alcuni di loro, tenendoli però chiusi in cella.

Il presidente ha distrutto qualsiasi ipotesi di dialogo. Ma oggi oppositore non è solo un leader di movimento in carcere: oppositori sono i cittadini, i personaggi sportivi come la giocatrice di basket Elena Levchenko, che ha chiesto a voce alta elezioni eque, ed è stata arrestata per aver partecipato “a un evento di massa non autorizzato” a Minsk. Anche lei è finita in una di quelle celle che noi chiamiamo stakan, bicchiere: buchi di mezzo metro dove non puoi nemmeno sederti.

Chirico a porte girevoli. Garantismo, Salvini e sound Oronzo Canà

A un certo punto, quest’estate, è girata voce che Annalisa Chirico sarebbe entrata nella casa del Grande fratello. “Ha già sostenuto il provino”, hanno fatto sapere misteriosi voci vicine alla produzione. Le stesse misteriose voci vicine alla produzione avevano fatto sapere in precedenza che la Chirico era la fidanzata di Montezemolo, che era candidata col Pd, che avrebbe condotto un talk politico in Rai, che era andata a cena con Salvini appena dopo la sua rottura con la Isoardi, e così via. La misteriosa giornalista Annalisa Chirico, indignata da così tante indiscrezioni sul suo conto, ha sempre smentito (un paio di giorni dopo, con calma) le misteriose voci della misteriosa produzione. E chi pensa, maliziosamente, che le misteriose voci siano messe in giro da lei stessa, non conosce il rigore, la coerenza, la serietà, l’assillante pudore di questa donna.

Una donna che fonda “Fino a prova contraria!”, di cui è presidente, contro il populismo penale, la gogna, il giustizialismo. E per un po’ sembra crederci, fa sì che qualcuno ci creda. Poi, siccome “fino a prova contraria” stava per “fino a prova contraria sono una gran paracula”, diventa confidente, amica, ultras di Matteo Salvini (naturalmente dopo aver scaricato l’ormai ininfluente Renzi). Quello delle gogne sulle sue pagine Fb, della gente che secondo lui deve marcire in galera, della castrazione chimica per gli stupratori, delle citofonate a caso accusando la gente di spacciare con tanto di pubblico plaudente. Insomma, diventa fan dell’amico del giusto processo. Il giusto processo sui social, dove i like sono la Cassazione. Che è un po’ come se il presidente dell’associazione “Nemici del doping” intestasse la casa al mare a Lance Armstrong. Ed è così che “Fino a prova contraria” comincia a sgonfiarsi, quando organizza le cene con imprenditori e magistrati, che cominciano a risponderle “Scusa, ma ho yoga”, il clima intorno a lei cambia e cambia il suo posizionamento. Che da “giornalista-radicale-radical del Foglio e garantista” diventa “opinionista salviniana, che si fa assottigliare il naso per potenziare il suo fiuto da setter inglese del potere”.

Ed è così che Annalisa passa con scioltezza dal dire a Non è l’arena che i meridionali sono moralmente inferiori, riuscendo ad avere torto perfino con Giletti e poi giustificandosi “volevo dire che i meridionali rischiano di essere depressi nel morale”. Insomma, probabilmente anche l’amico Salvini, quando cantava “SENTI che puzza i napoletani” intendeva dire che “aveva SENTITO dire che i napoletani puzzano e chiedeva SENTITAMENTE scusa per le illazioni altrui”.

Ma non sono le uniche meraviglie con cui la Chirico ci ha deliziati nel 2020. Ancora nella fase post lockdown, mentre la vedevamo in tv sempre abbronzata, con uno strano capello arruffato come se fosse appena tornata da Fregene, è riuscita a dire, per protestare contro la chiusura delle discoteche: “Discoteche chiuse e porti aperti! Grandi balli in casa mentre nelle ultime 72 ore la Guardia costiera ha soccorso 462 migranti in una Sicilia allo stremo. Chi l’ha detto che vietando il ballo ci si contagia meno?”. Che, voglio dire, non si capisce il nesso tra un’emergenza sanitaria e una umanitaria, sebbene la Chirico, in tema di sbarchi, sia tra le più esperte dal Paese: a Portofino l’hanno vista sbarcare più volte da imbarcazioni di signori più vecchi del legno dell’albero maestro della barca. Ma lei è anche quella che in pieno lockdown si preoccupava per gli italiani che non potevano andare a messa dopo aver promosso il suo libro Siamo tutti puttane come una fotografia della sua visione laica del mondo. O quella che scomoda il femminismo e invoca la solidarietà delle femministe perché Travaglio afferma che a proposito del trio Draghi-Salvini-Renzi “ci vorrebbero tre lingue come le sue per leccarli tutti e tre”. Sessismo! Maschilismo! Come se lui l’avesse invitata a leccare i tre, che voglio dire, Annalisa Chirico avrà molti difetti, ma suppongo che anche in piena pandemia, piuttosto che leccare i tre, leccherebbe un corrimano alla stazione Termini.

Ma è meravigliosa, la Chirico, anche quando si finge trasgressiva, libera e liberata a tu per tu in un’intervista con la Fagnani in cui afferma senza pudore: “Se vuole che le dica se per una esclusiva ho dovuto sedurre un uomo, certo che è successo, c’è un limite, ma posso oltrepassarlo, in questo sono sicuramente spregiudicata. Se voglio uno scoop o se voglio arrivare a quella persona perché per me è anche fonte di notizie, contatti o relazioni, io sono una che si dà”. E lì tutti, per un attimo, l’abbiamo guardata con ammirazione. Affascinati, ammaliati da tanta coraggiosa, audace spregiudicatezza. Salvo poi ricordarci che in effetti, la Chirico, non ha mai fatto uno scoop in vita sua. Quindi o nessuno l’ha voluta o qualcuno l’ha voluta e poi, al massimo, le ha sussurrato un segreto inconfessabile all’orecchio, quello che nessuno ha mai osato dirle: “Annalisa, si sente, si intuisce il tuo sforzo nel toglierti l’accento pugliese, ma le tue vocali sono ancora quelle di Oronzo Canà ne L’allenatore nel pallone”. Fino a prova contraria, naturalmente.