Accusato di aver sperperato sul Brennero? Consulente del Veneto sulla Pedemontana

Un super ingegnere, poco importa se indagato per turbativa d’asta e coinvolto nel brutto affare dello sforamento da 200 milioni delle spese per il tunnel del Brennero. A questa figura professionale, capace di offrire un servizio tecnico “altamente specialistico”, si è rivolta a marzo la Regione Veneto per risolvere un grave problema legato ai lavori della superstrada a pagamento Pedemontana Veneta del valore di 2 miliardi 300 milioni di euro, iniziati nel 2011. E lui – l’ingegnere Konrad Bergmeister di Bolzano – ha risolto la questione. La Procura di Vicenza continuava a tener sequestrati i cantieri della canna sud della galleria naturale di Malo lunga 6 chilometri, a causa di una voragine profonda 25 metri che si era creata sulla volta nel settembre 2017 e di un incidente mortale avvenuto nel 2016 in un altro punto. Ma era il primo dei due cantieri a preoccupare la Struttura di progetto diretta dall’architetto Elisabetta Pellegrini. Il pm Cristina Carunchio non dissequestrava, visto il disastro provocato dal cedimento di alveo e argini del torrente Poscole. A gennaio 2018 un primo consolidamento, poi il lavoro completo che non aveva convinto i periti della Procura. Dissequestro respinto. Il 20 dicembre 2019, secondo il decreto dell’ingegner Pellegrini, “la Procura ha rinnovato al direttore della Struttura di progetto di voler valutare il deposito di un parere tecnico terzo e ulteriore rispetto a quelli contrapposti del procedimento penale, con riferimento alla idoneità delle modalità di scavo”. Così la Regione, con “affidamento diretto”, ha scelto un proprio consulente. Il 23 marzo si è rivolta all’ingegner Bergmeister, su base d’asta di 34 mila euro, più Iva. Il professionista (dopo un ribasso del 10%) ha ricevuto l’incarico. Il 18 maggio aveva già le prescrizioni sulle “misure idonee ad assicurare le condizioni per il prosieguo dei lavori della galleria di Malo”. Il pm, sulla base della consulenza, ha dissequestrato a inizio ottobre. Bergmeister è un personaggio importante con qualche problema giudiziario. Da giugno è indagato (con altre sette persone alle quali è contestato il falso e il peculato) per turbativa d’asta a Bolzano. I pm Ognibene e Russo ipotizzano un conflitto d’interesse tra il ruolo di consulente per la trevigiana Emaprice (che ha vinto appalti nel sistema della galleria del Brennero) e di amministratore Bbt, la società che si occupa del traforo. Bergmeister, che è docente universitario a Innsbruck e presidente della Fondazione Sudtiroler Sparkasse, è stato ad di nomina austriaca di Bbt (in cda dal 2006 al 2019). Un anno fa un primo scandalo. Fu accusato da Raffaele Zurlo (ad per il versante italiano) di aver fatto lievitare i costi dei lavori del traforo di 200 milioni di euro. Entrambi sono stati sostituiti.

Lega, sequestrate le ville dei commercialisti arrestati: “Acquistate con denaro pubblico”

Andrea Manzoni e Alberto Di Rubba, i commercialisti della Lega arrestati con l’accusa di peculato e turbata libertà nel procedimento di scelta del contraente, hanno usato 308 mila euro della Regione Lombardia per comprare due ville sul Lago di Garda. Con questa motivazione ieri il gip del Tribunale di Milano, Giulio Fanales, ha disposto il sequestro preventivo degli immobili a Desenzano, all’interno di un residence con giardini e piscine. Tutto sarebbe stato pagato con i soldi ottenuti indebitamente dalla compravendita di un capannone a Cormano, acquistato per 800 mila euro dalla Lombardia Film Commission nel 2017, quando l’ente pubblico era presieduto da Di Rubba. “Parte del denaro pubblico, oggetto di appropriazione da parte dell’incaricato di servizio pubblico e dei suoi sodali e dunque profitto del peculato, sarebbe stata di fatto utilizzata da Di Rubba e Manzoni per finanziare gli acquisiti degli immobili”, spiega il gip. “Non sono minimamente preoccupato”, commenta Matteo Salvini.

Mail Box

 

Iniziamo a smitizzare il governatore De Luca

Leggo con giustificata preoccupazione, che il governatore De Luca ha deciso di chiudere le scuole della Campania. Non discuto della scelta, dovuta certamente a esigenze gravi, ma mi soffermo più che altro sul fatto che fino a pochi mesi fa lo stesso governatore era visto come uno dei salvatori della patria, soldato in trincea, che ci deliziava tutte le sere con i suoi teatrini divertenti, e ci dava la sensazione che il pugno duro fosse l’unico antidoto al virus. Certamente quella è una delle componenti, ma purtroppo non basta invocare lanciafiamme se poi quello che manca sono i reparti di terapia intensiva e un corposo apparato fatto di controlli, tracciamento e monitoraggio. Ovviamente, se i contagi si alzano non è soltanto colpa del governatore. Ma allora, visto che di converso, gestire bene una crisi, non è merito di una sola persona, non converrebbe smettere di mitizzare ogni persona che mostri autorevolezza e iniziare a pensare che non c’è chi ha la ricetta magica, ma che il risultato è la somma dei comportamenti di ognuno di noi, nessuno escluso? Anche perché questo paese non conosce vie di mezzo; o ti odia o ti ama. E a far passare qualcuno dall’altra parte ci mette poco.

Valentina

 

Da 9 giorni sono in attesa dell’esito del tampone

Vorrei segnalarvi l’episodio, al limite del surreale, che sto vivendo qui a Torino. Dato che presentavo sintomi riconducibili al Covid-19 (febbre alta, difficoltà respiratorie, perdita parziale di gusto e olfatto), il mio medico ha deciso di fare richiesta alla Asl per un tampone. In teoria, la richiesta sarebbe dovuta essere evasa entro 24-36 ore, in cui sarei dovuto essere contattato dalla Asl per fissare il test (da effettuare entro le 48 ore successive). A tutt’oggi, a nove giorni di distanza dalla segnalazione, sono ancora in attesa di tale chiamata; nel frattempo i sintomi sono fortunatamente passati, e mi chiedo quale sia l’utilità di fare il tampone ora visto che, ragionevolmente, di Covid non si trattava. Ho chiamato più volte la Asl per chiedere spiegazioni: mi è stato risposto, a volte anche con fare arrogante e strafottente, di starmene buono ad aspettare, che la chiamata sarebbe arrivata sicuramente il giorno successivo. Le conseguenze principali sono due: la prima, che sono praticamente prigioniero a casa mia, visto che fino al risultato del tampone mi hanno intimato di non uscire. La seconda, che la prevenzione in questo modo diventa, più ancora che un’utopia, uno specchietto per allodole: se dalla richiesta al risultato del tampone passano 15-20 giorni, è impossibile risalire ai contatti diretti di un positivo, testarli e isolare gli eventuali positivi per tagliare la catena di contagio del virus. In quanti possono permettersi di stare fermi per settimane in attesa del test? Com’è possibile che le cose vengano gestite in questa maniera grottesca?

Fabrizio

 

Calenda contro il taglio, ma non va in Parlamento

Come al solito i fatti sono più espliciti delle parole: dalla posizione di europarlametare assenteista di Carlo Calenda, possiamo dedurre che un negazionista al referendum per la riduzione dei parlamentari sia più presente di altri nella sua funzione. Diversamente chi la pensa in un modo e agisce in un altro, ma sempre a suo vantaggio, dobbiamo chiederci chi è il suo datore di lavoro.

Omero Muzzu

 

Matteo è irresponsabile: il premier lo reggerà?

Fino a che punto il senso del dovere dimostrato dal premier Conte in questi mesi difficilissimi deve prevalere sulla voglia legittima di far saltare il banco e mandare a quel paese uno squallido irresponsabile come Renzi? Vi leggo da sempre, continuate così.

Enrico Canuti

 

I dipendenti di Auchan sono stati abbandonati

Era amaramente prevedibile. Auchan vende a Conad, che in totale libertà ha deciso di sbarazzarsi di 51 dipendenti, un’eredità non fruttifera, di scarto. Ma dietro questo esubero ci sono persone, anche disperate, famiglie monoreddito, fiumi di vita i cui argini non terranno a lungo. E la tristezza riempie occhi e cuore, e ti guardi intorno e ti senti perso, e ti chiedi. .. e adesso? E accade che pensi di non valere, di aver sbagliato a lottare per i tuoi diritti. Per un po’ gli altri ti daranno pacche sulle spalle, poi resterai solo. E ti rialzerai. Ma quanta fatica.

Carlo Marsigliotti

 

Necessario centralizzare la gestione sanitaria

Nelle terapie intensive all’appello mancano 4mila anestesisti, non c’è un minimo accenno al fatto che nei servizi di anestesia e rianimazione e terapia subintensiva mancano tra 10 o 15 mila Infermieri specializzati per poter lavorare in tali servizi, che sono i professionisti che si sobbarcano il 70 e oltre per cento del lavoro di assistenza ai malati. Chi ha ridotto in queste condizioni la sanità meriterebbe davvero un solenne processo per tutti i danni che ha fatto. Non capisco cosa si aspetti a centralizzare la sanità del nostro Paese. È necessario ripristinare le scuole di specializzazione.

Sisinnio Bitti

Il centauro smart working

Il lavoro da remoto, si sa, è la panacea di tutti i mali. Specie per chi ha responsabilità di governo: no autobus e treni, no tracciamento, no medicina di prossimità? Smart working (e pure Didattica a distanza, che è la sorellina improduttiva). Nelle aziende e sui media, poi, si racconta il lavoro da casa assume toni messianici, variamente declinati: si va, citando fior da fiore, dall’abbattimento delle emissioni alla rivoluzione nei rapporti sociali alla rivincita della campagna sulla città e via innovando. Quasi tutto potenzialmente vero e molto probabilmente falso. Prendiamo l’intervista a Monica Possa – capo del personale di Generali, 72mila dipendenti di cui 17mila in Italia – comparsa questa settimana su L’Economia del Corriere della Sera: “Un dipendente – ci dice – avrà possibilità di lavorare a regime, oltre che dall’ufficio, da dove vuole, dal luogo di residenza o dal coworking o dalla seconda casa in campagna o al mare”. O anche, per dire, dalle Maldive o in un privé del Casinò di Montecarlo o nella hall del Ritz: è solo questa organizzazione medievale del lavoro – imprescindibile per queste stesse aziende fino a un minuto fa – che tiene milioni di italiani lontani da luoghi ameni e ville al mare. Dice: e la socialità? No problem: “In qualche caso i reparti si sono auto-organizzati con appuntamenti collettivi giornalieri o addirittura aperitivi di svago, tutto in digitale”. Ove non bastasse la riunione o la bicchierata su Zoom, ora si sta in presenza al 15%: una boccata d’aria a turno si può prendere. È qui che ci è venuto un dubbio. Chiede l’intervistatore: “L’impiegato Generali di domani sarà un centauro, metà lavoratore dipendente, metà libero professionista?”. Risposta : “Accetto la sintesi e aggiungo che sarà un modo per attrarre i talenti del futuro, i millennial, più attenti dei loro genitori a libertà e flessibilità”. Ma servono “regole che calzino con le esigenze dell’azienda e delle persone” e “la contrattazione (aziendale, ndr) sarà regina”. Ah, ecco, libertà, flessibilità, contrattazione aziendale: ma non è che ’sto smart working è un centauro che per metà farà felici i pochi con la seconda casa e i contratti pre-Jobs Act e per l’altra fregherà tutti gli altri? Curiosità: quanti sono, tra i primi, giornalisti e manager?

L’Africa libera dalla poliomielite

Anche se ha polarizzato ogni attenzione, il Covid-19 non è l’unica realtà al mondo. La gente continua ad ammalarsi e a guarire anche a causa di altre patologie. Continuano ad accendersi allarmi in diverse parti del mondo e ogni tanto, fortunatamente, arriva anche una buona notizia. Una battaglia vinta. Parlo di Africa e di poliomielite. La poliomielite è una malattia virale che si trasmette da persona a persona, principalmente per via fecale-orale o, meno frequentemente, attraverso acqua o cibo contaminati, e si moltiplica all’interno dell’intestino. Nel 1996, la poliomielite paralizzava circa 75.000 bambini all’anno nel continente africano. Durante la trentaduesima sessione ordinaria dell’Organizzazione per l’unità africana a Yaoundé, in Camerun, i capi di Stato africani si sono impegnati a eradicare questa invalidante infezione. È stata avviata un’importante campagna di vaccinazione e un progetto di vigilanza in tutto il continente che ha raggiunto risultati importanti. L’ultimo caso di poliovirus selvaggio nella regione è stato rilevato nel 2016 in Nigeria. È stato calcolato che dal 1996, gli sforzi per l’eradicazione della polio hanno impedito a 1,8 milioni di bambini di ammalarsi di poliomielite con una paralisi per tutta la vita e sono state salvate circa 180.000 vite. Proprio in questi giorni, è stata dichiarata ufficialmente la fine della circolazione di Polio selvaggia. La notizia ci rallegra e ci dimostra che la battaglia contro un virus si può vincere, ma non allentare la guardia. Infatti, mentre l’eradicazione del poliovirus selvaggio dalla regione africana fa tirare un sospiro di sollievo, 16 Paesi della regione stanno attualmente evidenziando focolai di cVDPV2, virus Polio di origine vaccinale. Anche questo è un invito a riflettere.

direttore microbiologia clinica e virologia del “Sacco” di Milano

Torino e l’eredità Appendino: è l’ora di un giudizio più neutrale

Sono grato a Giuseppe Tipaldo perché, con l’intervento pubblicato da La Stampa, fornisce una sintesi della vulgata corrente sulla sindaca di Torino. In casi come questi, le omissioni contano. Significativa quella di avere evitato ogni riferimento al modo in cui Chiara Appendino ha affrontato l’emergenza pandemica. Suo compito era e resta di fornire alla città una guida etica, prima che politica, essenziale in una situazione di crisi acuta, ove i poteri tecnici d’intervento sono diversamente collocati. Lo ha fatto subito affermando – cito a memoria, né ricordo altre voci politiche al riguardo – che un conto è affrontare l’isolamento, per una famiglia di tre o quattro persone in un appartamento di 30 mq; un altro in condizioni di relativo agio. Insomma, non siamo tutti eguali di fronte alla pandemia. In secondo luogo, pur richiamando l’esigenza di autodisciplina da parte di tutti, la sindaca ha levato la voce contro forme diffuse di delazione e di conflittualità, fuori luogo sempre, e in una situazione di sofferenza diffusa. Quanto al suo governo della città, occorre non dimenticare che è stato pesantemente segnato da una condizione debitoria ereditata sia dalla sua amministrazione che da quella di Piero Fassino; con periferie in stato di sofferenza acuta e opere pubbliche sospese (come il Villaggio Olimpico e il grattacielo della Regione); che, come chi l’ha preceduta, ha dovuto affrontare le conseguenze del parziale abbandono da parte della Fiat che molto ha dato, ma tanto ha ricevuto dalla città e dall’Italia. Come ha ammesso lo stesso Tipaldo, con altri ha saputo difendere la continuità del Salone del Libro; acquisire la finale mondiale Atp e impostare la candidatura alle Olimpiadi invernali, con il solo torto di aver sottovalutato un imbroglio politico nazionale Salvini-Renzi-Malagò che costerà caro ai contribuenti. Nessuno è perfetto, ma non giova a nessuno dare luogo a requisitorie di comodo. Valuteremo quanto emergerà in fatto di candidature che anche il passo di lato, non indietro, di Chiara Appendino ha consentito di liberare.

Isolamento. Covid-hotel regionali per chi non ha spazio in casa

 

Gentile Direttore, lei non ci crederà, ma non sono riuscito a trovare una risposta a questa domanda: “Se un uomo viene trovato positivo al virus e vive con 5 persone in un appartamento di 100 metri quadri come può restare in isolamento? I ricchi possiedono diverse case, o appartamenti molto grandi, in cui potersi isolare, ma un povero Cristo come fa? E i suoi familiari stanno in quarantena anche loro? E chi li paga? Chi li assiste?”. Mi rendo conto che le domande potrebbero essere centinaia, ma spero che lei risponda almeno alla prima.

Angelo Casamassima Annovi

 

Gentile Angelo, la domanda che lei pone inquadra uno dei principali problemi che le autorità sanitarie si trovano a dover affrontare in questa seconda ondata dell’epidemia di Covid-19. Le faccio un esempio: in Campania, una delle Regioni che negli ultimi giorni hanno registrato il maggior aumento di contagi, la trasmissione del virus avviene principalmente per via intrafamiliare. Il problema è che, soprattutto nell’area vasta di Napoli, dove si concentra il 50 per cento della popolazione del territorio, spesso le famiglie sono numerose e vivono in appartamenti di pochi metri quadrati. Ambienti in cui, come dice lei, è impossibile mettere in pratica un isolamento che possa essere definito tale. Per questo motivo a inizio ottobre la Asl Napoli 2 Nord ha emesso un bando per cercare due hotel, “uno sulle isole di Ischia e Procida e l’altro sulla terraferma, per ospitare pazienti positivi e asintomatici”. Questo perché è “estremamente frequente il contagio familiare in contesti in cui il bagno è unico e non vi sono spazi per garantire l’isolamento”. Anche la Regione Lazio si è mossa in questo senso, spiegando di aver predisposto 500 posti in albergo per le persone dimesse dagli ospedali ma ancora contagiose, e per chi non ha le stanze necessarie per fare l’isolamento in casa: 300 sono allo Sheraton Golf di Parco dei Medici (Roma Sud) e la gran parte degli altri al Marriott Courtyard vicino alla Columbus (Roma Nord), la struttura dedicata al Covid-19 del Policlinico Gemelli. Il punto è che ci si sta muovendo solo ora, quanto al fatto che gli asintomatici siano contagiosi era emerso chiaramente durante la Fase 1 dell’emergenza. Così, ancora una volta, invece di prevenire, ci si trova a dover rincorrere.

Marco Pasciuti

Conte sostenga la Azzolina: l’istruzione non deve chiudere

Ciò che più colpisce in queste ore in cui l’emergenza pandemica precipita, come era ovvio che facesse, è l’altalena tra gli estremi: poche settimane fa non si è voluto toccare “il diritto di andare in discoteca”, ora si prospetta il coprifuoco con l’esercito nelle strade. Nel mezzo, niente: nessuna traccia di una responsabilità collettiva, di una democrazia solidale. Nulla, tra individualismo sfrenato e autoritarismo altrettanto senza freni. E il capro espiatorio è, ovviamente, la scuola: perché, in questo totale smarrimento di una bussola valoriale condivisa, semplicemente non sappiamo cosa farcene. Negli scorsi mesi, ho espresso giudizi severi sul lavoro della ministra Azzolina, e continuo a pensare che la scuola versi in condizioni di estrema indigenza da ogni punto di vista. Ma in queste ore bisogna dire con forza che Lucia Azzolina ha sacrosanta ragione, e che la sua voce in difesa della possibilità di continuare a fare scuola non deve essere lasciata sola. È un curioso paradosso quello per cui è una esponente dei “barbari populisti” pentastellati a battersi per il diritto all’istruzione, mentre i presidenti di Regione del Pd (da De Luca a Bonaccini) e lo stesso ministro Speranza di LeU decidono di chiuderla, o mostrano di condividere, o almeno di comprendere, questa decisione.

A loro modo, governatori e ministri sono purtroppo coerenti: perché negli scorsi, cruciali, mesi di tregua non hanno fatto nulla di quello che dovevano fare per proteggere la scuola e l’università. Nella mia Toscana in pieno agosto la Regione ha smesso di distribuire gratuitamente le mascherine nelle edicole: segnale eloquente di un funesto rompete le righe. E, quel che è più grave, i trasporti locali (treni e autobus) hanno visto rialzare la loro capienza all’80% dei posti: diventando vivai semoventi della trasmissione del virus. Tanto che, francamente, non si capisce quali benefici porterebbe il coprifuoco notturno, se poi lavoratori e studenti sono costretti l’indomani mattina ad ammassarsi in questi carri bestiame.

Di fronte a chi oggi gli chiede conto del mancato utilizzo dei torpedoni abbandonati dal turismo, Bonaccini risponde che “non sono uguali ai mezzi pubblici delle città. È una soluzione possibile, ma servono risorse per gli enti locali”. Bene, ma la domanda è: perché negli scorsi mesi, quando era già ovvio cosa sarebbe successo, non avete fatto esattamente questo, cioè chiesto e ottenuto risorse per moltiplicare a tamburo battente i mezzi del trasporto pubblico? Così come si dovrebbe chiedere al ministro Speranza perché le scuole non siano state dotate di default di termoscanner automatici. La lista potrebbe prolungarsi, e del resto sono mesi che si chiede solo una cosa: che la politica garantisca alla scuola di funzionare. Se questo non è successo è perché manca, da sempre, una consapevolezza politica della centralità della scuola. Un Paese che chiude le scuole a metà ottobre per aver tenute aperte le discoteche d’agosto, è un Paese che ha perso il senso del futuro. E non si pensi che la soluzione sia tenere aperti solo i gradi inferiori dell’istruzioni (visti esclusivamente come parcheggi sociali), e affidare il resto alla didattica a distanza: un anno scolastico (e un anno accademico) tutto a distanza, è un anno di fatto perduto, che si sommerebbe allo scorso, lasciando una falla incolmabile nel percorso di una generazione. Si dice che, quando chiesero a Churchill di tagliare le spese per la cultura per dare quei soldi alla contraerea, egli rispose: “Ma allora, per che cosa combattiamo?”. Anche se siamo in terribile ritardo, quel che vorrei chiedere al presidente Conte è di ascoltare la sua ministra Azzolina, orientando tutte le decisioni verso un’unica priorità: tenere aperte le scuole e le università fino al limite estremo del possibile. Perché è per questo che resistiamo.

 

Un cast televisivo per il Comune del “Caput mundi”

 

“La democrazia serve per scegliere le persone, ma se le persone non si fanno avanti che democrazia è?”

(da Annacuccù di Primo Di Nicola, Castelvecchi, 2020 – pag. 92)

 

Se un attore cinematografico come Ronald Reagan e un personaggio televisivo come Donald Trump sono assurti alla presidenza degli Stati Uniti d’America, e se un tycoon come Silvio Berlusconi è diventato presidente del Consiglio in Italia, perché il conduttore di un talk show come il giornalista Massimo Giletti non può fare il sindaco di Roma per conto del centrodestra? È facile rispondere: perché non ha né la competenza né l’esperienza per assumere un tale incarico. E quanto alla capacità, tutta semmai da verificare, deriva direttamente dai primi due fattori.

Giletti non è romano. Non è mai stato né assessore né consigliere comunale. Non ha fatto alcuna “gavetta” in un partito o in un movimento politico. Non ha svolto alcun incarico pubblico di carattere amministrativo. E non si può dire neppure che sia un “tecnico”. Politicamente parlando, è un parvenu, cioè un personaggio che s’è “arricchito” sul piano mediatico facendo l’imbonitore televisivo, l’arruffapopolo, l’influencer.

Quale migliore curriculum, dunque, per dirigere il Campidoglio? Per guidare il Caput Mundi? Per gestire la più grande azienda di Roma, con un esercito di oltre 23 mila dipendenti? E aggiungiamo pure, un bilancio con 20,8 miliardi di entrate e 18,6 di spese (2019); un debito “nuovo” di circa 3,5 miliardi accumulato dal 2009 in poi che si aggiungono ai 12 miliardi di debito “storico” affidato a suo tempo dal governo Berlusconi alla gestione commissariale.

Non sorprende più di tanto che nella coalizione-azienda di Sua Emittenza, affetta da un vizio congenito di tipo ereditario, qualcuno abbia pensato a un conduttore televisivo per allestire uno “spettacolo” quotidiano di queste dimensioni. Come se Giletti, con una media di circa un milione di spettatori della sua trasmissione settimanale Non è l’Arena (La7), potesse offrire garanzie per governare una metropoli di 2,8 milioni di abitanti che ogni giorno si muovono, vanno al lavoro e a scuola, prendono i mezzi pubblici, scaricano i rifiuti dentro o fuori i cassonetti. E respirano l’aria che respirano.

“E lei vorrebbe fare il sindaco?”, gli ha chiesto provocatoriamente domenica scorsa, nella puntata sullo scandalo di Mafia Capitale, l’ex re delle cooperative romane, Salvatore Buzzi, condannato a 18 anni in appello per corruzione. Lui ha esitato qualche secondo prima di rispondere e poi ha ammesso candidamente: “Già avevo dei dubbi, dopo questa sera si sono moltiplicati”. Nello stesso studio, il magistrato Alfonso Sabella – ex assessore nella giunta di Virginia Raggi – ha rincarato impietosamente la dose: “A Roma c’erano più organizzazioni che hanno piegato interessi pubblici a interessi privati. I funzionari spesso sono corrotti o incapaci”.

Povero Giletti! Già assurto agli onori del gossip per una love story con la europarlamentare del Pd Alessandra Moretti, il telegladiatore è passato improvvisamente dall’Arena mediatica a quella politica, insieme agli altri ipotetici candidati del centrodestra alla guida della Città eterna insieme a Vittorio Sgarbi e Nicola Porro: quasi che la popolarità acquisita attraverso la tv possa garantire di per sé un’affidabilità amministrativa. E soprattutto, poveri cittadini romani che rischiano di trovarsi davanti a un cast televisivo piuttosto che a una lista elettorale.

 

I ricatti di Renzi: vuole solo “Italiavivacchiare”

Stiamo pensando di istituire una rubrica fissa su queste pagine, dal titolo I ricatti di Renzi. Cosa si sarà inventato oggi questo giocatore di poker per destabilizzare il governo affermando al contempo la dubbia esistenza in vita della sua creatura politica?

Era febbraio: “Sulla prescrizione o si cambia o ci vediamo in Senato”, minacciò, come certi ceffi nei saloon dei film western; poi arrivò l’epidemia di Covid e i suoi capricci caddero un po’ in secondo piano, diventando inspiegabilmente impopolari tra i ricoverati, gli intubati e la gente che perdeva il lavoro.

Intanto a maggio l’epidemia diventava pandemia e lui ordinava di “riaprire tutto”: “fabbriche, negozi, scuole, librerie, messe”, perché a suo dire così avrebbero voluto i morti di Bergamo e Brescia, ansiosi di riabbracciare i loro cari. In Senato, dilaniato tra la scelta se appoggiare la mozione del centrodestra “Bonafede scarcera troppi boss” o la mozione della Bonino “Bonafede scarcera troppi pochi boss”, rivelò il bluff, la minaccia si sgonfiò, i 17 senatori pronti all’attacco vennero rilegati al cancello; però già che c’era denunciò il “regime degli arresti domiciliari”, lo “Stato etico”, il “paternalismo populista” di Conte, tutte violazioni della Costituzione che gli è tanto cara.

L’altro ieri questo specialista del fiato sul collo ha reso pubblico alla Nazione che la priorità in questo momento è NON consentire ai 18enni di votare al Senato, come prevedeva la riforma inserita nel pacchetto disposto dal Pd in cambio del Sì al taglio dei parlamentari, dunque come da accordo del governo di cui Renzi fa parte, e soprattutto come da volontà di Renzi stesso, espressa appena 8 giorni prima. Così i suoi 30 deputati si sono astenuti facendo saltare la riforma, ribadendo che in questa bizzarra congiuntura un conto è il peso che si ha in Parlamento, un conto l’irrilevanza persino ontologica di una formazione che fatica ad arrivare al 3% presso coloro che quel Parlamento in via teorica rappresenta.

Sarebbe spassosissimo, se non facesse sprecare tutto questo tempo ai lavori parlamentari (e corrente elettrica, stipendi per i commessi, liquido igienizzante, etc.) il convulso agitarsi di uno che, se la sua parola valesse qualcosa, si sarebbe dovuto ritirare dalla politica, e che si vende, col favore dei giornali ancora innamorati di lui, come un astuto stratega impregnato di Machiavelli, le cui citazioni compaiono in esergo ai suoi libri per la presumibile ilarità dei posteri.

Inutile tentare di entrare nella testa di Italia viva, nome che le ultime elezioni hanno rivelato essere chiaramente antifrastico; il merito delle questioni su cui questo organismo monocefalo punta i piedi è del tutto irrilevante, mentre il metodo è sempre lo stesso: Renzi che all’ultimo minuto si accorge che il voto su qualche misura della maggioranza è assolutamente dirimente, o assolutamente irrilevante; Renzi che dice che la priorità è il bicameralismo paritario, o la riforma della giustizia, o l’Irap; Renzi che ne fa un punto d’onore, anzi una battaglia, a costo di far crollare tutto, cosa che poi al dunque si guarda bene dal fare (come dimostra il voto diligente sulla Nadef), perché sarà pure vero che se lo litigano l’Onu, gli Emirati Arabi e la Nato, ma intanto meglio Italiavivacchiare, e tutto sommato questo limbo gli dà adrenalina e una forma tutta particolare di potere.

La sera stessa della marachella si presenta al Tg2 Post a parlare dei numeri della pandemia e a ribadire il concetto a lui caro che “comunque in terapia intensiva c’è il 10% dei posti occupati” (ci preoccuperemo quando saranno il 100%). Interrogato sul punto, dice: “Trovo surreale che mentre in alcune Regioni si nega ai 18enni il diritto di andare a scuola, il dibattito sia dare il diritto di voto per il Senato ai 18enni”. Capite che qui siamo nel campo dell’irrazionale, e sarebbe più onesto rivendicare qualcosa (un sottosegretariato, un rimpasto, una soglia di sbarramento all’1%), invece di prendere in ostaggio un’intera maggioranza in un momento simile. Intanto la spacconata ha assunto rilievo politico, e il Pd, nel momento in cui si credeva affrancato dalla sudditanza psicologica da questo ludopatico istituzionale, finisce per fare il suo gioco, chiedendo “una verifica” a Conte, con l’effetto di confermare quello cui Renzi costantemente allude, e cioè che l’alleanza vale poco, tanto che uno senza un progetto politico può sabotarla un giorno sì e uno no.

Deliziosa la tautologia: “Si deve prendere atto che senza di noi non ci sono i numeri”, ripetono gli emissari renzisti, e questo non ha senso sul piano logico, prima ancora che politico: è come prendere un mutuo e andare in banca ogni giorno a ricattare il direttore: “Lei deve assumere mio figlio/ deve cambiare i vertici della banca/ deve farmi diventare socio, perché senza di me non ci sarebbe chi paga il mutuo”.