Lo zoo di San Francesco, la riffa della Bellucci e la messa sovrumana

E per la serie “Chiudi gli occhi e apri la bocca”, eccovi i migliori programmi tv della settimana:

Sky Atlantic, 23.15: We Are Who We Are, telefilm-horror. Mini-serie in otto episodi, uno più spaventoso dell’altro, che racconta le giornate di un teenager americano costretto a vivere in Veneto.

Rai 5, 21.15: Van Gogh, l’odore assordante del bianco, prosa. Registrato al Teatro Vascello di Roma, questo spettacolo apre il ciclo teatrale in quattro serate dedicato ad Alessandro Preziosi. Prossima puntata: Stevie Wonder, il sapore accecante del re bemolle.

Rai 1, 10.15: La Santa Messa, fiction. Da vedere se amate le storie di sovrumana ambizione.

Italia 1, 15.10: Manifest, telefilm. Cinque anni dopo essere scomparso in volo, un aereo di linea ricompare e chiede il permesso di atterrare. “Col cazzo!” risponde la torre di controllo. “Magari siete pieni di zombie!”. “Se questo aereo fosse davvero pieno di zombie, chi lo starebbe guidando?”. “Perché, lo zombie di un pilota non può guidare un aereo?”. “Ehm… No di certo”. “Ah, allora ok, atterrate pure”.

Netflix, streaming: Deaf U, docu-serie. Vi siete mai chiesti come viva davvero una persona sorda? Dev’essere terribile. Qualcuno scoreggia, e all’improvviso la tua vita puzza. Ce ne parla questa docu-serie.

Disney+, streaming: The Right Stuff: uomini veri, mini-serie-avventura. È il 1959 quando la Nasa seleziona sette uomini per compiere un’impresa senza precedenti: portare l’umanità nello spazio e vincere un’importante battaglia nella Guerra fredda contro i sovietici. Ma l’improvvisa assenza di gravità stravolge la loro defecazione…

Canale 5, 21.15: La Riffa, film erotico. Francesca rimane vedova con una figlia e un mucchio di debiti lasciati dal marito, che la tradiva pure. Decide allora d’indire una riffa dove lei sarà il premio. Questo film segna l’esordio sul grande schermo di Monica Bellucci, ma non mettete occhialini 3d per guardare la scena dove è tutta nuda: è un film normale, vi becchereste solo un gran mal di testa. Date retta.

Tv8, 21.30: Gomorra – la serie, fiction. Genny scopre che Azzurra e Pietrino sono nel mirino dei suoi nemici. Per salvarli è costretto a elaborare un piano disperato, che include un pallone aerostatico, il sangue di San Gennaro, e una tonnellata di palline da ping pong.

Rai Movie, 21.10: L’uomo che ama, film-drammatico. Il quarantenne Roberto deve fare i conti con le diverse facce dell’amore. “Quando sposi una, per dire, ti sposi anche i suoi genitori. E i suoi parenti. Chi li vuole, chi li conosce? Le orfane sono preferibili”. Come dargli torto?

Sky Cinema Action, 21.00: The Monuments Men, film-storico. Seconda guerra mondiale. Lo studioso d’arte Frank Stokes raduna un piccolo gruppo di esperti per ritrovare le opere d’arte rubate dai nazisti nei Paesi europei invasi, per lo più ritratti di clown.

Rai 1, 9.20: Francesco, film d’animazione. San Francesco possiede lo straordinario dono di parlare con gli animali. Ma un cane randagio diffonde la notizia, e ben presto la casa del Santo diventa uno zoo.

Sky Cinema 1, 21.15: Easy Rider, film-commedia. Film simbolo della controcultura americana degli anni 60, narra il viaggio attraverso gli Stati Uniti d’America di due giovani motociclisti sui loro chopper, in totale libertà. La morte nel 2010 di uno dei protagonisti, Dennis Hopper, impedì di girare il sequel previsto, Sedie a dondolo.

 

Carletto, il capo della razza padrona

Infanzia di un capo. È il romanzo di formazione di Carlo Calenda disegnato su Repubblica da Francesco Merlo. E da quella espressione capisci anche l’attacco del pezzo, “la pupa e il secchione” dove la “pupa” è Virginia, leader dei populares, e il secchione ovviamente Calenda, a capo degli optimates. Di cui si racconta la bella infanzia felice e protetta in una famiglia più che solida – Luigi Comencini, il nonno, Cristina Comencini, la madre, etc. – a comporre una predestinazione al comando. Nemmeno nei bei film della buona borghesia italiana si trova un esemplare così ben costruito, formato e solido. La vecchia ideologia classista viene così sciorinata in bella prosa e nell’ossessione dello stile e del linguaggio evocativo non fa che riprodurre un’adesione convinta a quella che Eugenio Scalfari definiva “razza padrona”, (dal libro scritto insieme a Giuseppe Turani e dedicato a Eugenio Cefis). E guarda un po’, quando i due dirigevano Affari & Finanza, il supplemento economico di Repubblica, con loro, scrive Merlo, collaborava anche il padre di Calenda, Fabio. La “razza padrona”, un destino segnato.

Corruzioni e usura. Il governo prova a limitare i danni

La maggioranza giallorosa ha messo una pezza che ha coperto solamente in parte il buco della sentenza emessa dalle Sezioni unite della Cassazione, quella sui limiti decisamente rilevanti per l’uso delle intercettazioni cosiddette a strascico. Dei grossi paletti, ritenuti discutibili dai magistrati che conducono le indagini. L’intervento della maggioranza che ha raccolto le preoccupazioni del ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, risale agli ultimi giorni di febbraio scorso, quando era in corso al Senato la discussione sulla riforma intercettazioni. Una riforma tormentata, nata dall’ex ministro della Giustizia Andrea Orlando e diventata nel frattempo sostanzialmente altro con le modifiche volute dal successore Bonafede.

A palazzo Madama è stato inserito un emendamento che ridimensiona per alcuni versi quella sentenza della Cassazione. Secondo le Sezioni unite della Suprema Corte, in sostanza, non si possono utilizzare le intercettazioni per un reato diverso da quello per cui sono state autorizzate se non in caso di connessione con l’originario e autonomamente intercettabile, oppure in caso il reato “emergente” preveda l’arresto in flagrante. Con l’emendamento cade il paletto della connessione con il reato originario per cui le registrazioni sono state autorizzate, ma anche in questo caso le intercettazioni a strascico sono utilizzabili solo in casi specifici: “I risultati delle intercettazioni non possono essere utilizzati in procedimenti diversi da quelli nei quali sono stati disposti, salvo che risultino rilevanti e indispensabili per l’accertamento di delitti per i quali è obbligatorio l’arresto in flagranza e per reati gravi, fra i quali spaccio, usura e reati corruttivi con pena sopra i 5 anni”. Quindi viene escluso, per esempio, un reato tipico dei colletti bianchi e/o dei politici, il traffico di influenze, che avendo una pena massima al di sotto dei quattro anni non è autonomamente intercettabile. Quell’emendamento, concepito in commissione Giustizia del Senato dall’ex magistrato Piero Grasso, ha vissuto pericolosamente per le barricate dei renziani di Italia Viva. Tanto che Grasso, pur di non far saltare l’obiettivo di mitigare la pronuncia della Cassazione, ritira l’emendamento, e dopo una giornata di discussioni Iv cede, accontentandosi di un aggettivo in più che non cambia la sostanza.

Il testo viene approvato anche dall’Aula. Così integra la riforma intercettazioni, approvata definitivamente alla Camera a fine febbraio. Anche se restano dei paletti, in ogni caso, con l’intervento della maggioranza di governo siamo di fronte a una previsione più ampia delle sentenza delle Sezioni unite della Cassazione, che vale, naturalmente, solo per le intercettazioni disposte a partire dall’entrata in vigore della legge, cioè, causa Covid, dal 1º settembre.

È la riforma Bonafede che conferma, a differenza della precedente di Orlando, mai entrata in vigore per il blocco dell’attuale ministro, il potere del vaglio delle intercettazioni ai pm e non alla polizia giudiziaria, in linea gerarchica dipendente dal governo.

Il cavallo di Trojan: tante indagini a rischio

Quando Carlo Russo, l’imprenditore amico di Tiziano Renzi, entra per la prima volta negli uffici romani della Romeo Gestioni è il 3 agosto 2016. Da quel momento una cimice installata dalla Procura di Napoli registra i suoi dialoghi con l’imprenditore Romeo. A oggi, alcune di quelle conversazioni rappresentano i mattoni sui quali è stato costruito l’impianto accusatorio di uno dei filoni dell’inchiesta romana su Consip, quella in cui Tiziano Renzi, padre dell’ex premier, è indagato per turbativa d’asta e traffico di influenze. Quei dialoghi però potrebbero non essere utilizzabili in un eventuale processo (qualora ci sarà). Tutto ciò per una decisione della Cassazione che rischia di far saltare questo e altri decine di processi. È la sentenza Cavallo (dal nome di chi ha presentato il ricorso), emessa dalle Sezioni unite il 28 novembre 2019, che, mettendo un freno alle intercettazioni a strascico, ha stabilito che le conversazioni di cui è stato autorizzato l’ascolto per un determinato reato, non possono essere utilizzate per dimostrarne un altro che non sia connesso a quello per il quale si indaga. Ad esempio, se un pm indaga per associazione a delinquere e durante gli accertamenti scopre che sono state commesse anche delle truffe, per questo reato non potrà utilizzare intercettazioni già autorizzate.

 

Le Sezioni unite La questione dei reati “collegati”

La sentenza Cavallo, negli uffici giudiziari, ha creato uno scossone. In essa si solleva una questione di diritto: “Se il divieto di utilizzazione dei risultati delle intercettazioni in procedimenti diversi da quelli per i quali le intercettazioni sono state disposte di cui all’articolo 270 del Codice di procedura penale, riguardi anche i reati non oggetto della intercettazione ab origine disposta e che, privi di collegamento strutturale, probatorio e finalistico con quelli che invece già oggetto di essa, siano emersi dalle stesse intercettazioni”. L’articolo 270 stabilisce che “i risultati delle intercettazioni non possono essere utilizzati in procedimenti diversi da quelli nei quali sono stati disposti”, tranne se “risultino rilevanti e indispensabili per l’accertamento di delitti per i quali è obbligatorio l’arresto in flagranza e dei reati di cui all’art. 266”. I giudici alla fine sentenziano: “L’utilizzabilità dei risultati di intercettazioni disposte nell’ambito di un ‘medesimo procedimento’ (…) presuppone che i reati diversi da quelli per i quali il mezzo di ricerca della prova è stato autorizzato nei limiti di ammissibilità delle intercettazioni…”.

 

Il senatore forzista Nulla la richiesta di domiciliari

È appellandosi a questi, ma anche ad altri principi, che il Tribunale del riesame di Napoli ha annullato l’ordinanza di custodia cautelare ai domiciliari nei confronti del senatore forzista, Luigi Cesaro, emessa nell’ambito di un fascicolo su presunte irregolarità nel progetto di lottizzazione dell’area degli ex stabilimenti Cirio a Castellammare di Stabia. Il Riesame ha stabilito che quella misura cautelare non poteva essere emessa anche perché gli elementi emersi dalle telefonate intercettate nell’ambito di un’altra indagine non potevano confluire nell’inchiesta dei pm di Torre Annunziata e non rappresentano comunque gravi indizi di colpevolezza.

 

Il caso Renzi Il nodo dei dialoghi di Russo

La sentenza Cavallo potrebbe entrare anche nel recinto dell’inchiesta Consip. La Procura di Roma ha chiuso l’indagine nei confronti di 11 persone. Tra questi Alfredo Romeo e Tiziano Renzi, accusati di traffico di influenze e turbativa d’asta della gara Fm4 di Consip; e poi Carlo Russo accusato di turbativa. I pm avevano chiesto l’archiviazione, rigettata in parte dal gip. Secondo le nuove accuse, Russo “agiva in accordo con Tiziano Renzi” su Luigi Marroni, ex ad di Consip, istigandolo “al compimento di atti contrari al proprio ufficio”, al fine di “facilitare la Romeo Gestioni Spa” nella gara Fm4. In cambio della presunta “mediazione illecita”, Russo “si faceva promettere da Romeo” “denaro in nero per sé e per Renzi”. Alcune intercettazioni agli atti sono state captate negli uffici della Romeo Gestioni, dove Russo incontrava Romeo. Sono conversazioni che rischiano di non poter essere utilizzate perché disposte dalla Procura di Napoli mentre indagava su vicende diverse, ossia quelle del Cardarelli e nelle quali Renzi e Russo non entravano per nulla. Agli atti ad esempio c’è la conversazione del 7 settembre 2016 tra Russo e Romeo in cui il primo parla di un presunto accordo quadro. Dice Russo: “Veniamo a noi! Allora, lei mi dice… me l’ha detto più di una volta: facciamo un accordo quadro, facciamo… io ho riferito. Mi dicono: ‘…che accordo è ‘st’accordo quadro?” . Poi i carabinieri annotano: “La risposta di Romeo non è udibile, in quanto egli utilizza un tono di voce molto basso”. “Russo replica: ‘E no! lo deve fare lei avvocato! Io… riporto quel che lei mi dice (ride, ndr) ma non ci pensi!’. Romeo risponde: ‘Mi aiuti! mi dia anche le coordinate! c’è un accordo.. (abbassa il tono della voce, ndr) con Tiziano quali sono i piaceri e qual è il modo col quale… io conosco solo un modo! Il più garantista di tutti’”. In quel momento, secondo i carabinieri “si avverte rumore di scrittura”. Romeo poi prosegue: “Conosco solo questo! non sono avvezzo d’andare a Canicattì… fuori! non sono avvezzo da fare strane formalità eccetera! ma credo che lei è un ragazzo intelligente” “questo il modo… diretto”. Per i carabinieri, il cosiddetto “accordo quadro” sarebbe stato cristallizzato in un foglio scritto da Romeo il 14 settembre davanti a Russo e ritrovato strappato nella spazzatura il giorno dopo dal Noe. Sopra c’è scritto: “30.000 x mese – T.”, che per gli investigatori è Tiziano Renzi, e “5.000 ogni 2 mesi R.C.”, Russo, sempre per il Noe. Presunti flussi di denaro negati da tutti i protagonisti. Non si sa se ci sarà un processo e se i pm chiederanno di utilizzare intercettazioni come questa. In ogni modo, i pm romani si stanno interrogando su come la sentenza Cavallo possa incidere.

 

Romeo in aula I suoi avvocati: “intercettavano per altro”

Intanto la difesa di Romeo si è già appellata a questa sentenza in un processo – in corso a Roma in primo grado – a carico di Romeo. L’imprenditore è accusato di aver corrotto un ex dirigente Consip, Marco Gasparri, che ha patteggiato una pena di 20 mesi. I legali hanno già spiegato che alcune intercettazioni non possono essere utilizzate perché disposte nell’ambito di un’indagine che riguardava fatti del Cardarelli e non i fatti corruttivi di cui si discute a Roma. “A noi sembra imminente – spiega l’avvocato di Romeo, Giovanbattista Vignola – che la vicenda Gasparri e quindi la vicenda Consip non è connessa con i reati per i quali si procedeva originariamente”. Non ne è convinto il pm Mario Palazzi: la Cavallo, ha detto in udienza il 10 ottobre, “di cui penso malissimo, non incide sulla utilizzabilità delle intercettazioni captate negli uffici della Romeo Gestioni. (…) Nel recinto di questo processo la Cavallo non entra. E se anche qualora dovessimo riconoscerne un suo ingresso non è un cavallo di trojan: non consente alle difese di vincere la battaglia dell’inutilizzabilità”. Il 4 novembre, il giudice Roja scioglierà la riserva: allora si capirà il primo effetto di questa sentenza su uno dei filoni Consip.

La Nigeria si fa finanziare la causa a Eni

Il Tribunale distrettuale del Delaware ha dato ragione all’Eni, che chiedeva alla società Drumcliffe di esibire i documenti sui suoi accordi con la Nigeria. La compagnia petrolifera italiana si è appellata a una procedura americana (la 1782) che obbliga un’azienda Usa a mettere a disposizione documenti che possano servire a un’altra azienda per difendersi in procedimenti all’estero. Eni e i suoi manager sono imputati di corruzione internazionale a Milano con l’accusa di aver pagato una tangente da 1,092 miliardi di dollari per ottenere la licenza d’esplorazione del campo petrolifero Opl 245 in Nigeria. Lo Stato africano si è costituito parte civile e il legale che lo rappresenta, l’avvocato Lucio Lucia, ha chiesto 1,092 miliardi di dollari come risarcimento del danno. La Repubblica federale della Nigeria ha fatto finanziare le sue cause legali contro Eni da una società del Delaware, la Drumcliffe Partners Llc, che ha messo a disposizione 2,750 milioni di dollari, in cambio di una percentuale sulle somme che saranno recuperate nelle cause. Il mandato è stato concesso nel 2016 dall’Attorney general e ministro della Giustizia Abubakar Malami allo studio legale Johnson & Johnson di Lagos, che sarà compensato con il 5 per cento delle somme che riuscirà a recuperare. Nel 2018, Johnson & Johnson ha stipulato a sua volta un contratto con una società del Delaware collegata a Drumcliffe, Poplar Falls Llc, riconoscendole un compenso del 35 per cento sui fondi recuperati. Ipotizzando 1 miliardo di risarcimento in caso di condanna, il 5 per cento (dunque 50 milioni) andrà a Johnson & Johnson. Agli americani andrà il 35 per cento, dice il contratto poi siglato da Poplar Falls con Johnson & Johnson. Sarebbe una cifra tra i 300 e i 400 milioni di dollari. Spropositata e indizio di rapporti opachi, secondo Eni, che ha chiesto ai giudici del Delaware di disvelare i contratti siglati con i nigeriani: “Il fatto che un fondo di investimento privato Usa possa avere finanziato una causa miliardaria contro Eni in cambio di un ritorno economico enorme e sproporzionato”, aveva dichiarato Eni, “genera interrogativi dalle implicazioni estremamente gravi e che meritano risposte chiare”.

Ora il giudice distrettuale Maryellen Noreika ha deciso: Drumcliffe dovrà esibire i documenti dell’accordo con i nigeriani. Comunque, benché il contratto non sia chiarissimo, è più probabile che Poplar Falls possa pretendere il 35 per cento non del totale, ma di quel 5 per cento riconosciuto a Johnson & Johnson. Il 35 per cento di 50 milioni sarebbe attorno ai 17 milioni, a cui si aggiungerebbe, per contratto, il 250 per cento del finanziamento di 2,750 milioni, ovvero quasi 5 milioni: in totale, circa 22 milioni di dollari. Una cifra molto alta, ma lontana dai 400 milioni ipotizzati.

Il compenso a Drumcliffe non è piaciuto neppure a Re:common, la ong che per prima ha denunciato quella che ritiene una gigantesca corruzione internazionale che ha tolto grandi risorse al popolo nigeriano. “Re:common ritiene legittime alcune delle preoccupazioni sugli accordi di finanziamento e che sia giusto criticare l’operato dell’Attorney general della Nigeria, che non ha chiarito tali accordi. Ma”, aggiunge, “la teoria Eni del complotto è fuori discussione, poiché in Delaware l’azienda non ha presentato alcuna prova di presunte forze oscure al lavoro dietro le quinte”.

Tiziano e Russo diedero a Chigi i contatti di Romeo

Il 13 aprile 2015 qualcuno della segreteria di Palazzo Chigi riceve il numero di telefono di un’utenza fissa. E in quel momento Matteo Renzi è il presidente del Consiglio. Il numero in questione è collegato agli uffici – il centralino – di Alfredo Romeo. Non sappiamo – soltanto i tabulati potranno dimostrarlo – se da Palazzo Chigi qualcuno, dal 13 aprile in poi, chiamerà l’utenza legata a Romeo. E di certo finora nessun magistrato l’ha accertato. Non possiamo sapere se quel numero sia mai stato contattato da Matteo Renzi, mai coinvolto nell’inchiesta Consip, ma sappiamo che di certo, nell’inchiesta in questione, è imputato per favoreggiamento e per rivelazione un uomo che, in quel periodo, è il suo sottosegretario: Luca Lotti. E senza dubbio si tratta di una traccia molto importante. Vediamo perché.

Partiamo da questo elemento: il numero in questione, si legge negli altri di un’altra indagine, viene fornito a una donna, direttamente da Romeo, e secondo il gip di Napoli Mario Morra siamo dinanzi a uno “stratagemma per parlare in maniera sicura”. Vediamo adesso come e quando questo numero entra nell’entourage di Palazzo Chigi. La notizia è riportata in un’informativa dei carabinieri del nucleo investigativo del comando provinciale di Napoli. È stata depositata dai pm di Napoli Celeste Carrano ed Henry John Woodcock durante un’udienza preliminare a carico di Romeo, nell’ambito dell’inchiesta sugli appalti napoletani della sanità e dell’ospedale Cardarelli.

Sono trascorsi 18 mesi dal sequestro del cellulare di Carlo Russo e gli inquirenti campani del caso Consip devono ancora ultimare l’ascolto dei files audio “in quanto molto numerosi e presenti in ben quattro cartelle e non si riescono a individuare in maniera speditiva”. Di certo dalle chat sono però emersi questi due fatti inediti.

Uno degli uomini chiave del caso Consip, Carlo Russo, riesce infatti a entrare in contatto con Eleonora Chierichetti, segreteria di Palazzo Chigi – già allora impegnata alle dipendenze del futuro ministro Luca Lotti, in quel momento sottosegretario – grazie a un contatto offertogli dal padre dell’ex premier, Tiziano Renzi. Inoltre si scopre che proprio alla dottoressa Chierichetti il solito Russo invia il contatto di Alfredo Romeo, l’imprenditore per il quale Russo – secondo le accuse della Procura di Roma – faceva pressioni in Consip.

Ma procediamo con ordine. Partendo proprio dalla telefonata del 10 aprile del 2015: Tiziano Renzi chiama Carlo Russo e – come è scritto negli atti – “comunicava a Russo il numero cellulare di Eleonora Chierichetti”. Si tratta di una persona molto vicina al “Giglio magico”: già collaboratrice di Matteo Renzi ai tempi in cui era presidente della provincia e poi sindaco a Firenze. Quando Russo la contatta è incardinata, come abbiamo detto, a Palazzo Chigi. L’amico di Tiziano Renzi, sempre il 10 aprile 2015, manda alla donna il seguente messaggio: “Eleonora buongiorno, scusa se ti disturbo. Posso chiamarti? Grazie, Carlo Russo”. Ma perchè Russo contatta la segreteria della Presidenza del Consiglio e dell’ex ministro Lotti? Non sappiamo cosa si siano detti al telefono Russo e Chierichetti. Ma sappiamo qualcos’altro. Tre giorni dopo, il 13 aprile 2015, alle 14.52, Paola Grittani, stretta collaboratrice di Alfredo Romeo, invia a Russo il numero della segreteria dell’avvocato Romeo. “Dr. Ecco il numero della segreteria dell’avvocato. Si preoccuperanno di passare la telefonata n. 081******* saluti”. Appena due minuti dopo Russo trasmette alla Chierichetti quel numero della “segreteria dell’avvocato” Alfredo Romeo. Un numero fisso. Perché? Non c’è alcuna prova che dimostri la ragione precisa di questi scambi di messaggi e numeri di telefono. Potrebbero essere il preludio di un tentativo, da parte di Russo, di organizzare un incontro o stabilire un contatto tra Romeo e Lotti. Il fatto certo è che Chierichetti lavora per Palazzo Chigi, che da tempo è in rapporti con Matteo Renzi e – soprattutto – che affiancherà Lotti da sottosegretario prima e da ministro poi.

Interpellato sul punto, Lotti fa sapere di non aver mai incontrato Romeo e di non averlo mai contattato telefonicamente.

“Calenda scorretto: non può pretendere il sostegno del Pd”

“Calenda ha tutto il diritto di candidarsi a sindaco di Roma, ma non può pretendere il sostegno in bianco del Pd”. Andrea Romano, 53 anni, è tra i deputati più influenti della corrente Pd Base Riformista e Carlo Calenda lo conosce bene: sono stati compagni di partito in Italia Futura di Montezemolo e poi con Scelta Civica di Mario Monti. Oggi però sono su due lati opposti della barricata.

Onorevole Romano, Calenda si candiderà a Roma. Voi che fate?

È stato un ottimo ministro, ma sono convinto che al secondo turno perderebbe contro la destra, consegnando Roma dalla padella alla brace. Serve una candidatura non divisiva e capace di parlare a tutti.

Calenda vi attacca tutti i giorni.

Ma pretende la benedizione del Pd come diritto divino. Carlo si è iscritto al Pd un minuto dopo la sconfitta del 2018, dopo aver fatto campagna per la Bonino; poi si è fatto eleggere a Bruxelles, con voti che è difficile considerare una sua proprietà personale visto che per lui hanno fatto campagna militanti del Pd; poi se n’è andato, con una scelta criticabile ma legittima. Ma ha cominciato subito a cannoneggiare questa comunità definendola indegna e immorale in un crescendo di contumelie (stile Di Battista) funzionale solo al lancio del suo partito.

Dove ha sbagliato?

Ogni parlamentare è libero di lasciare il partito in cui è eletto, il vincolo di mandato è sbagliato. Ma esiste il dovere di pretendere rispetto per il partito in cui si è stati eletti, anche per ragioni di etica. L’antipolitica si alimenta della disinvoltura con cui gli eletti si comportano verso gli elettori e i partiti. Anch’io ho lasciato Sc nel 2014 per aderire al Pd, ma non ho mai pensato di attaccare quel partito né Monti, a cui devo molto. È vero che siamo afflitti dalla “memoria del pesce rosso”, ma un po’ di coerenza in più servirebbe.

Quindi il Pd non lo deve sostenere?

Decideranno i romani, ma c’è un rapporto di lealtà da ricostruire sulle macerie lasciate dal trattamento spregiudicato e ingiustificato che il Pd ha ricevuto da Calenda (e che continua anche ora). Dovrebbe dimostrare quella correttezza politica ed etica che finora non ha avuto, ma dubito che lo faccia.

Quindi Pd e M5S dovrebbero trovare un candidato comune?

È l’ultimo problema. Prima serve un metodo e superare il nodo Raggi. La crisi della Capitale è sotto gli occhi di tutti e Pd-M5S potrebbero fare un passo in più con una legge per la ricostruzione economica e sociale di Roma. Un cantiere politico per una proposta condivisa per il futuro della città.

Di Maio non cede sulla Raggi. E su Rousseau: “I soldi ai 5S”

Sta con la sindaca di Roma, anche perché ora non può fare altrimenti. E quindi “pieno sostegno a Virginia Raggi”. Ma ad Accordi&Disaccordi Luigi Di Maio fa anche un passo importante sul tema dei soldi, ed è un colpo dritto a Davide Casaleggio: “Agli attivisti e ai territori non arriva un euro. La cassa deve gestirla il Movimento, dando parte delle risorse alle piattaforme informatiche e l’altra ai territori”.

Nell’intervista andata in onda ieri sera sul Nove, Di Maio declina così il primo dei suoi obiettivi, ossia sottrarre il M5S al legame anche economico con la piattaforma Rousseau, la creatura di quel Davide Casaleggio a cui i parlamentari sono tenuti a dare 300 euro mensili. Un obbligo da ripensare, fa capire l’ex capo politico, per drenare parte di quei soldi sui territori e creare una struttura, con sedi fisiche. “Quei soldi non possono andare tutti a Milano o ai palazzi romani” insiste. E pensa alla secessione dalla casa madre milanese. Certo, “io mi fido ancora di Davide, ci metterei la mano sul fuoco, e la democrazia diretta è essenziale” assicura l’ex capo. Ma c’è una guerra in corso. Lo ha confermato lo stesso Casaleggio ieri mattina sul Corriere della Sera, ribadendo il suo no a un organo collegiale (“Una segreteria partitica snaturerebbe il M5S”), facendo muro al dichiarato disegno di Di Maio (e di Beppe Grillo). Fino a scomunicare modifiche al vincolo dei due mandati: “È un problema solo per chi non vuole rispettare gli impegni presi o i principi del M5S”. Perché alla fine è quella la vera posta in palio nella partita tra i 5Stelle e Casaleggio junior. Da una parte i big che vogliono darsi un futuro rimuovendo una regola che è un totem, dall’altra l’erede che progetta una nuova fase con Alessandro Di Battista come capo politico e, a medio termine, tramite una nuova leva di eletti, selezionati dalla piattaforma. Magari anche tramite la nuova app X Rousseau, presentata ieri sera.

Nell’attesa, Di Maio in tv precisa su Roma. Domenica a Mezz’ora in più era stato incerto: “Raggi? Non mi fossilizzerei sui singoli”. Ieri, come anticipato dal Fatto, ha suonato note diverse: “Il Movimento sostiene pienamente la Raggi. Il confronto con il Pd nelle città deve essere sui temi, non sulle persone: per esempio, su come spendere i soldi del Recovery Fund”. E comunque “Virginia ha sempre avuto il nostro sostegno e anche il mio. In tempi non molto lontani senza il mio sostegno qualcuno nel M5S avrebbe provato a buttarla giù”. Andrea Scanzi e Luca Sommi lo incalzano, ma il ministro schiva: “Calenda? È uno dei candidati che avete citato…”. Piuttosto, “quella con i dem non è un’alleanza strutturale, non lo pensa neppure Zingaretti”, sorride Di Maio.

Però “dove ci siamo alleati abbiamo vinto”. E comunque, un accordo con i dem mantenendo Raggi candidata non è impossibile, azzarda: “Ricordatevi che sembrava impossibile anche che il M5S governasse con altri partiti: in politica contano gli obiettivi”. Certo, poi ci sarebbe Alessandro Di Battista. Di Maio gli rifila frecciate: “Mi fa piacere questo suo dinamismo attuale, dopo aver interrotto un percorso…”. Botta al big che si è fatto da parte, e l’ex capo non glielo ha mai perdonato. E non è l’unico fendente: “Gli attacchi al M5S fanno male. E poi anche a me farebbe piacere ritirare le truppe dall’Afghanistan (chiesto da Di Battista nei punti di programma diffusi due giorni fa, ndr) ma ci sono tante cose da valutare, c’è la complessità della politica…”. Lì fuori, il M5S che si agita. Così il collegio dei probiviri, dopo essersi legato le mani su richiesta dei vertici, espelle la senatrice Marinella Pacifico e il deputato Paolo Nicolò Romano, rei di mancate restituzioni.

Poi c’è il viceministro allo Sviluppo economico Stefano Buffagni, che fa la sua mossa con un documento per gli Stati generali, “Da rivoluzione a evoluzione”. Il testo, costruito con decine di eletti, invoca “una governance condivisa”. Ma il cuore è il segnale al Nord: “Il M5S metta al centro una nuova stella, il lavoro. Il reddito di cittadinanza è stato sacrosanto ma va sistemato”. In serata, Casaleggio presenta la sua app. “Verrà utilizzata per tutte le votazioni indette dal capo politico o dal comitato di garanzia” azzarda. E resta in trincea: “Il M5S oggi ha il maggior tasso di collegialità tra i partiti, ogni decisione viene presa da migliaia di persone”. Quindi no alla segreteria. D’altronde, “la figura del capo politico abbiamo dovuto crearla per rispondere a una legge. Si dovrà cambiare la legge se non si vuole più…”. Parole belliche: ovviamente.

“Ma quale seconda ondata!” Ora questi non parlano più

Il più solido piacere della vita – scriveva Giacomo Leopardi – è quello delle illusioni. Fedeli a questo principio, in molti si erano convinti di averla scampata: il lockdown e i mesi estivi avevano attenuato la letalità del virus e parecchi si erano fatti l’idea che l’emergenza fosse finita per sempre. Non era così, eppure i toni utilizzati (“dittatura sanitaria”, “terrorismo psicologico”) tradivano una certa sicumera.

Anche perché a dar man forte al partito dei “riduzionisti” c’erano fior di medici. Su tutti Alberto Zangrillo, primario al San Raffaele di Milano noto – tra l’altro – per aver dichiarato che “il virus clinicamente non esiste più”. Era il 31 maggio e da allora Zangrillo non ha fatto passi indietro: “Forse erano toni sbagliati, ma nessuno è mai riuscito a contraddirmi” (27 luglio).

Certezze simili a quelle ostentate da Giuseppe Remuzzi dell’Istituto Mario Negri: “Più che di seconda ondata parlerei di possibilità che ci sia qua e là una ripresa della malattia. La Lombardia? Adesso è più protetta, il virus fa fatica a trovare persone da infettare” (29 settembre). La Lombardia, ieri, aveva oltre 2.400 nuovi contagiati, cioè il doppio della Campania, la seconda Regione per maggiore incremento. Ma il concetto chiave, professato pure da Matteo Bassetti, direttore della Clinica di malattie infettive del San Martino, era quello di evitare allarmismi: “Il virus è meno aggressivo, basta catastrofismi” (23 agosto).

Figurarsi se, con tutte queste rassicurazioni, la politica poteva non andare a rimorchio. Il 27 luglio le idee dei “riduzionisti” entravano in Senato con un convegno surreale, durante il quale Andrea Bocelli minimizzava l’impatto del virus sostenendo di “non conoscere nessun ricoverato” e Matteo Salvini celebrava i suoi dubbi sulla mascherina (“Non ce l’ho e non la indosso”) e sul distanziamento: “Il saluto col gomito è la fine della specie umana”.

Anche in Fratelli d’Italia erano giorni di spensieratezza. Il 31 agosto il deputato Federico Mollicone definiva il prolungamento dello stato d’emergenza come “il passaggio alla dittatura sanitaria”. Un mese prima, la sua leader Giorgia Meloni si era distinta per un accorato discorso alla Camera in cui, oltre agli occhi fuori dalle orbite, risaltavano le accuse al governo, reo di usare lo stato di emergenza “per consolidare il potere e agire senza regole e controlli”.

Questo era anche il leit motiv dei quotidiani di destra, che per settimane hanno gridato al totalitarismo: “Conte come Erdogan” (Libero, 2 agosto), “Tira un’arietta di regime” (La Verità, 2 agosto), “Colpo di mano. Emergenza Conte” (Il Giornale, 29 luglio), “No! No! No!” (Il Tempo, 29 luglio).

E che dire del fine giurista Sabino Cassese: “La domanda è: siamo in uno stato di emergenza in questo momento?” (27 luglio). Come dire: meglio decidere di giorno in giorno se dichiarare l’emergenza o no.

C’è da consolarsi, però. Ora ci si indigna su scuole e trasporti; a fine agosto il dibattito era tutto incentrato sulla chiusura delle discoteche. Nicola Porro era categorico: “L’ultima dei terroristi del virus: guerra alle discoteche” (11 luglio). Nonostante abbia sofferto il virus, da sempre il giornalista manifesta serenità: “Hanno creato il terrore del virus e della seconda ondata. Mi è stato chiesto di fare il tampone, sapete cosa dico io? (fa il gesto dell’ombrello, ndr). Ma quale cacchio è l’allarme? Tutto questo pessimismo e questa paura hanno portato i pieni poteri di Conte e Casalino” (11 luglio).

Roba da generale Pappalardo o al limite da Vittorio Sgarbi, un altro che ha dato il meglio di sé. La settimana scorsa, nonostante i numeri già in aumento, protestava: “Finitela col terrorismo. Non date i numeri dei contagiati, date quelli dei morti”. Gli stessi che due giorni fa sono raddoppiati.

Anche a sinistra, però, c’è chi in estate ha sottovalutato il virus. Vincenzo De Luca, per esempio, mentre annunciava imminenti lockdown, si batteva per l’apertura degli stadi al pubblico anche fino al 25 per cento della capienza. Stessa linea sostenuta in Emilia-Romagna da Stefano Bonaccini, che poi si è dovuto accontentare – come tutti – di un migliaio di persone. Chissà se oggi, visti i dati, hanno cambiato idea.

Terapie intensive e tamponi: “Ecco i ritardi delle Regioni”

Ieri il governo e il Commissario per l’emergenza Covid, Domenico Arcuri, hanno deciso di togliersi i guanti, per così dire. Messi di nuovo sotto accusa per i mille problemi di gestione della seconda ondata di Covid-19, hanno di fatto puntato il dito sulle Regioni, che – com’è noto – hanno la gestione del sistema sanitario, tanto più che è ripartita la sarabanda delle fughe in avanti locali (dalla chiusura delle scuole di Vincenzo De Luca all’Alto Adige che non accetta l’ultimo Dpcm). “Massima disponibilità e massima trasparenza, chi ha bisogno di aiuto lo dica, ma questo va fatto prima di intervenire su lavoro e scuola. In questi mesi sono stati distribuiti ventilatori polmonari ovunque: dove sono finiti?”, è il virgolettato che il ministro Francesco Boccia ha lasciato trapelare del suo intervento in Conferenza Stato-Regioni.

I posti letto. L’accusa del titolare degli Affari regionali si basa su una tabella coi dati aggiornati a mercoledì che Il Fatto ha potuto visionare. A febbraio, i posti letto in terapia intensiva erano 5.179, mercoledì erano 6.628, ma il piano Covid approvato a fine primavera prevedeva che quei letti a ottobre fossero 8.679. E qui veniamo ai ventilatori: secondo i dati del governo ne sono stati distribuiti alle Regioni 3.109 da terapia intensiva, consentendo alle Regioni di portare il totale dei letti fin dall’estate a 8.288. Chiosa l’ufficio del commissario: “Mancano all’appello 1.660 posti letto nelle terapie intensive”. Non solo: “Il commissario dispone di ulteriori 1.300 ventilatori di terapia intensiva che ha fatto produrre in questi mesi in preparazione di eventuali ulteriori fabbisogni”. Insomma, i letti potrebbero già essere oltre 9.500, tremila in più degli attuali, se le Regioni si fossero attrezzate. Qualche esempio: la Campania ha incrementato in questi mesi i suoi letti di terapia intensiva di 98 unità, ma ha ricevuto (peraltro invocandoli a gran voce) 281 ventilatori; la Lombardia ha 133 posti in più avendo ottenuto da Roma 382 ventilatori; le Marche 14 letti in più e 163 ventilatori; la Calabria 6 letti e 136 ventilatori.

Sub-intensive. Lo stesso discorso si può fare sulle terapie sub-intensive, peraltro in questa fase particolarmente sollecitate: oggi sono 14mila, ma durante l’emergenza di marzo-aprile si arrivò a 35mila posti letto ed esiste già la dotazione sufficiente a tornare a quei livelli. Scrive la struttura commissariale: “Abbiamo distribuito 1.427 ventilatori per le sub-intensive oltre a 59.545 fra caschi, visiere e altri dispositivi sanitari”. Arcuri ha persino scritto alle Regioni per formalizzare in un atto la domanda di Boccia: che fine hanno fatto le attrezzature che vi ho spedito?

Gli ospedali Covid. La ristrutturazione della rete ospedaliera doveva servire per gestire la seconda ondata. Problema: in larga parte d’Italia non è neanche partita. A maggio, nel decreto Rilancio, sono stati stanziati 1,65 miliardi per aumentare i posti letto e ristrutturare i Pronto soccorso in funzione dell’emergenza: il testo dava la possibilità alle Regioni di iniziare subito i lavori e farsi poi rimborsare a piè di lista, l’unico impegno era presentare entro luglio un piano dettagliato degli interventi. Solo pochi governatori si sono portati avanti (Emilia Romagna, Veneto), gli altri hanno fatto arrivare a fine luglio i loro “piani”, che però – dice il commissario – erano “poco più che fogli excel”. Il Fatto ne ha letti alcuni e definirli “fogli excel” non è un’esagerazione: in uno l’intervento era non fantasiosamente descritto come “realizzazione di posti letto in TI”, poi c’erano i soldi che servivano tra lavori e macchinari (quali?) e tanti saluti. La cosa più inquietante è che la durata dei progetti superava, a volte, i tre anni. Il risultato è che c’è voluto tutto agosto per riscriverli in modo da poter fare le gare che si stanno concludendo solo ora: si tratta di 1.044 interventi totali e se tutto va bene si partirà davvero a novembre (ma, per capirci, una delle 11 Regioni che hanno deciso di fare da sole non ha ancora inviato il cronoprogramma dei lavori).

Tamponi. È uno dei buchi neri della “convivenza col virus”. L’84% di quelli realizzati sono stati distribuiti alle Regioni dal commissario, che – dice Arcuri – “in questo momento una disponibilità sufficiente per continuare a somministrare oltre 120mila tamponi al giorno”. Problema: la rete di distribuzione/analisi dei test spesso non funziona, solo che quella è competenza degli enti locali. A breve arriveranno se non altro i test rapidi antigenici: la commissione tecnica ha “promosso” le proposte di 7 aziende per complessivi 19,95 milioni di test. L’obiettivo è portare a 200mila il numero dei tamponi giornalieri. Giovedì, peraltro, la struttura commissariale ha scritto ai governatori per sapere “di quale disponibilità ulteriore di tamponi e reagenti hanno bisogno”: a ieri sera non era giunta una sola risposta.

Assunzioni. Anche sul personale necessario a far funzionare tutta questa macchina (terapie intensive, tracciamento, medicina territoriale), le Regioni sono in ritardo secondo il governo. Al 9 ottobre al ministero della Salute risultavano effettuate 33.857 assunzioni: 6.958 medici, 15.618 infermieri, 7.248 operatori socio-sanitari. Si tratta di contratti a termine che costano circa 1 miliardo: le Regioni però, grazie ai decreti anti-crisi, sono in totale deroga sulle assunzioni e se, come pure sostengono, manca il personale, allora possono e devono assumerlo. A questo proposito, va ricordato che un paio di decenni di tagli al Servizio sanitario nazionale si sono scaricati certo sulle strutture (i posti letto che ora mancano), ma anche e soprattutto sul personale, che ha perso 42.800 unità tra 2010 e 2018.