“Caos5Stelle”: le puttanate su Grillo & C.

Credo che “Caos5stelle” sia in assoluto il titolo di gran lunga più frequentato da giornali e tv nel Terzo millennio. Fino a qualche tempo fa anche “Nasce il partito di Conte” e “Raggi disastro Capitale” si contendevano il podio, poi però, disgraziatamente, Conte un partito lo ha trovato (anzi è un partito che ha trovato Conte). In quanto all’ex sindaca non osiamo immaginare i titoloni colmi di incredulo sdegno se fossero stati i rampolli del suo capo di gabinetto ad ammonire i carabinieri che li stavano multando con un sonoro “lei non sa chi è nostro padre” (notizia ignorata o confinata nelle cronache locali dai ragazzi del coro in quanto riferita all’entourage del sindaco Gualtieri, sempre sia lodato).

Ma torniamo al Movimento Caos5stelle (d’ora in poi tutto attaccato), una volta di più motivo di cocente delusione per noi che ogni giorno ingurgitiamo avidamente le primizie che i ragazzi del coro ci propinano. Eravamo dunque rimasti a Beppe Grillo che cacciava a pedate l’inetto Conte dopo avergli ficcato le dita negli occhi. Dopodiché, avrebbe “commissariato” il movimento richiamando in servizio Davide Casaleggio con annessa piattaforma Rousseau. Così, l’ex premier sarebbe tornato al mestiere che più gli si addice, quello dell’“azzeccagarbugli”, mentre Luigi Di Maio di nuovo al timone del vascello grillino lo avrebbe finalmente pilotato in un porto sicuro, quello del partito “centrista” di Mario Draghi. Eventualità, quest’ultima, che, purtroppo, il premier ha duramente smentito. Come da copione, perché non ci è possibile credere che i retroscenisti dei grandi quotidiani, gente che ne sa una più del diavolo, abbiano scritto un’altra puttanata. Ma questo è niente se confrontato con la squallida messinscena di Grillo e Conte che escono dalla riunione a braccetto per recarsi a cena insieme. E le dita negli occhi? E la cacciata dell’azzeccagarbugli? E il commissariamento? E il ritorno di Casaleggio con annessa piattaforma Rousseau? E i terrapiattisti? E i rettiliani? Sì, codesto “MovimentoCaos5stelle” è proprio inaffidabile. (Ps. Qualcuno sospetterà che l’autore di questa rubrica alzi il gomito o si faccia le canne. No, si limita a leggere i giornali e a guardare i tg).

“Viva la Vida”. Riecco l’impeccabile Bassetti

Ieri l’infettivologo televisivo Matteo Bassetti, nell’abituale percorso da casa all’ospedale San Martino di Genova, ha aspettato di trovarsi nei pressi di una siepe e colà, letta l’ultima circolare ministeriale, si è trovato nell’impellenza di liberarsi della mascherina FFP2 lanciandola in aria. Fortuna che chi passeggiava nel parco con lui ha immortalato lo storico gesto con uno scatto, subito postato su Instagram dal professore-influencer: atletico, in fresco di lana e cravatta rossa da collegamento con Barbara D’Urso, egli appare nell’atto che testimonia l’impossibilità di infettarsi all’aperto ex lege a partire dall’11.02.2022, non si sa bene a che ora.

Una scritta al neon celeste, da concorrente in pectore di Ballando con le Stelle, dice: “Viva la Vida”. La didascalia è da manuale dei “normalizzatori del virus”: “Oggi finalmente lanciamo via (sic, ndr) l’obbligo delle mascherine all’aperto nell’attesa di farlo anche al chiuso… Bisogna tornare a uscire a cena, a viaggiare, a divertirsi, a ballare e a pensare al futuro in maniera positiva (sic, ndr). Viva la vita!!!!”. Bassetti è quello che a giugno 2020 disse: “Non credo che avremo una seconda ondata”, che ingiungeva in Tv: “Basta terrorismo”, che a settembre voleva riempire le discoteche al 100% (“Ideologico il no alla riapertura”), che alla quarta ondata è diventato mezzo rigorista per poi ridiventare lassista, ancora più discotecaro e amante della vita (mentre, si sa, chi indossa la mascherina la odia), in simultanea col prevedibile “Sto pensando di entrare in politica” (avesse chiesto a noi, lo avremmo dato per certo già a maggio 2020) e alla nuova profezia: “A primavera saremo fuori dalla pandemia” (il che, ipso facto, diminuisce le probabilità che ciò accada).

Il nostro sistema immunitario è stato sollecitato tre volte contro il virus e speriamo funzioni, ma chi ci salva dal degrado deontologico e pure estetico di questa stagione? E, soprattutto, dai 4 punti esclamativi?

Pil, Brunetta anticipa l’Istat. Il caso arriva in Parlamento

Alle competenze del ministro della Pubblica amministrazione, Renato Brunetta, andrebbero aggiunte pure le pratiche divinatorie. Come ci azzecca lui, nessuno mai. Forse solo ai tempi del governo Renzi sono accaduti questi eventi che val la pena raccontare. Sabato 29 gennaio Brunetta annuncia che lunedì, 31 gennaio, l’Istat avrebbe ufficializzato il dato sulla crescita del Pil, “formalizzando un anno da vero e proprio boom economico per il nostro Paese. La crescita nel 2021, presumibilmente, sarà del +6,5%: un risultato strepitoso”. Insomma, il ministro della Pa si spertica in elogi per il governo Draghi, la cui “strategia messa in atto ben depone anche per il 2022”. Dati che Brunetta ripete anche lunedì mattina a Radio24, poche ore prima che l’Istat diffonda i dati che, guarda caso, coincideranno con quelli forniti da Brunetta: l’economia italiana è cresciuta del 6,5% nel 2021.

Ora, a parte che la crescita del Pil, come abbiamo più volte argomentato, più che un vero “balzo” è un rimbalzo dopo la contrazione del 9% nel 2020. Ma il punto è un altro: come ha fatto il ministro della Pa ad avere in anticipo questi dati? A denunciare “l’evidente interferenza del ministro Brunetta nell’autonomia e nella indipendenza dell’Istat” è il segretario della Flc Cgil, Francesco Sinopoli. “Con una precisione invidiabile – spiega il sindacalista – Brunetta, capo della Funzione Pubblica, ministero vigilante dell’Istat, ente di ricerca autonomo e indipendente, ha indovinato con due giorni di anticipo i dati preliminari sul Pil, al decimale: non era mai successo prima! Ricordiamo al ministro e ai vertici dell’Istat che l’autonomia e l’indipendenza del massimo produttore di statistiche ufficiali del Paese sono valori da promuovere e difendere costantemente. Riteniamo che l’anticipazione diffusa a mezzo stampa dal ministro sia molto grave”. Intanto Nicola Fratoianni (Sinistra Italiana) ed Elio Lannutti (Gruppo misto) hanno presentato due interrogazioni sul caso. Per ora una risposta ufficiale di Brunetta non c’è.

“Prezzi alti, più aumenti”: Cgil e Uil aprono il fronte dei salari

L’inflazione è un (in alcuni casi potente) agente del conflitto redistributivo attorno alla ricchezza disponibile: per questo era fatale che tensioni prolungate sui prezzi dovessero innescare tensioni parallele sui salari.

Ecco, in Italia siamo ancora ai colpi di avvertimento, ma la battaglia è iniziata: in Parlamento con un emendamento che sarà presentato dall’ex ministra grillina Catalfo, nel mondo sindacale (Cgil e Uil chiedono di cambiare il metodo di indicizzazione dei salari) e in quello produttivo che ovviamente vede gli aumenti come il fumo negli occhi.

Anche Mario Draghi, nella sua conferenza stampa di ieri, ha citato come una “preoccupazione” per i prossimi mesi la dinamica dei prezzi “che sta aggredendo il potere d’acquisto dei lavoratori ed erodendo, anche se per ora non si vede, la competitività delle imprese”. Chi pagherà il conto di questa inflazione – si vedrà nei mesi quanto prolungata – è quello che va deciso adesso. Solitamente le élite economico-politiche tendono a essere preoccupate solo dal potenziale inflattivo degli stipendi: va evitata una spirale prezzi-salari, dicono, eppure i dati disaggregati degli Stati Uniti ci raccontano che lì, a questo giro, più della metà della maggiore inflazione deriva da un aumento dei profitti. Anche per questo sempre il premier Draghi continua a difendere la tassa straordinaria sugli extra-guadagni che le società energetiche fanno o faranno in questa fase.

Dal lato dei salari, in Italia storicamente bassi e addirittura in contrazione dagli anni Novanta in termini reali (-2,9%), questa fiammata dell’inflazione rischia di essere un vero bagno di sangue. Il segretario della Uil Pierpaolo Bombardieri nei giorni scorsi ha chiesto subito “uno scostamento di bilancio per dare una risposta alle difficoltà di lavoratori e pensionati” e invocato poi una modifica del modello contrattuale proprio per recuperare l’inflazione. Giovedì, a Rimini per l’Assemblea organizzativa della Cgil, Maurizio Landini s’è accodato: “Continuare a calcolare gli aumenti salariali sulla base dell’indice Ipca depurato dai prezzi energetici non è accettabile e mantenere questo sistema significa autorizzare una riduzione dei salari. Per questo nella prossima stagione di rinnovo dei contratti nazionali l’Ipca non potrà rappresentare uno degli indicatori su cui negoziare gli aumenti”.

Un esempio aiuterà a capire: nel 2021 le retribuzioni orarie sono aumentate mediamente dello 0,6%, i prezzi al consumo generali dell’1,9%, quelli depurati dalla componente energetica dello 0,7%. Insomma, non solo gli stipendi di chi lavora in Italia hanno perso potere d’acquisto lungo tre decenni, ma il sistema che risale al “Patto della fabbrica” del 2018 rischia adesso – coi prezzi energetici che salgono da mesi a doppia cifra – di aumentare ancora di più la già vasta platea del cosiddetto “lavoro povero” (un terzo del totale secondo una recente ricerca commissionata dal ministero del Lavoro).

Per capire quanto enorme sia la battaglia che si sta aprendo basti dire che al 31 dicembre scorso risultavano scaduti 622 contratti nazionali – il 63% del totale per almeno 6 milioni di lavoratori – e altri 122 scadranno nel corso di quest’anno (dati Cnel). Bombardieri, che sempre più spesso prova a schierare la sua Uil a sinistra della Cgil, giovedì l’ha messa così: “Senza risposte, senza una soluzione alle nostre richieste di aumenti salariali, dico a Confindustria che la Uil non ha mai rimosso dal proprio vocabolario il termine conflitto”. Una postura che, ovviamente, sta approfondendo il distacco con la Cisl esploso già in dicembre con lo sciopero sulla legge di Bilancio: “C’è un nodo di fondo da dirimere – ha detto ieri il segretario Luigi Sbarra – Se Cgil e Uil pensano di continuare sulla via di un sindacalismo antagonista, novecentesco, o se invece vorranno intraprendere un percorso comune, e noi ce lo auguriamo, incentrato sulla responsabilità, sulla partecipazione e un approccio riformista. Evocare l’unità sindacale come un feticcio fine a se stesso serve a poco”.

Non pare che in Parlamento ci sia piena consapevolezza della portata del conflitto che si va delineando. Qualcosa, però, si muove. Spiega al Fatto l’ex ministra del Lavoro 5Stelle, Nunzia Catalfo: “Presenteremo un emendamento al decreto Sostegni Ter che incentiva con la detassazione degli aumenti derivante dai rinnovi contrattuali e stiamo valutando un intervento più generale che punta ad adeguare le retribuzioni al paniere Istat per aggirare gli effetti generati dall’aumento dell’inflazione. A questo, poi, si affianca la nostra battaglia sul salario minimo”.

UniCredit-Banco, l’annuncio di nozze dispiace al Tesoro

Non è stata una notizia senza effetto, quella del Messaggero che ieri mattina ha quasi nascosto a pagina 16, senza nemmeno un richiamo in prima pagina, lo scoop della giornata: “Banco Bpm sempre più nel mirino di UniCredit”. Niente firma, solo la sigla del vicedirettore Osvaldo De Paolini. Eppure quel trafiletto a una sola colonna ha scosso la Borsa: l’ipotesi di aggregazione ha fatto volare l’azione di Banco Bpm, per gran parte della seduta sospesa per eccesso di rialzo, che ha poi chiuso in progresso del 9,8% a 3,55 euro, mentre Unicredit ha lasciato sul terreno l’1,3%. “Il mercato non ha reagito in maniera particolarmente euforica. Se l’ipotesi fosse concreta, vedremmo ben altri movimenti. Mi pare che il mercato non ci creda molto”, ha commentato Vincenzo Longo di Ig. Consob è rimasta silente: nonostante un esposto, la Commissione non ha sospeso d’ufficio i titoli. D’altronde, come mostrano le fallite trattative tra UniCredit e Mps, la guerra per Generali, le vicende di Tim e Saipem, il fu “guardiano” da gran tempo ormai ha abituato gli investitori alla sua onfaloscopia, la pratica ascetica diffusa tra i mistici orientali che si astraggono dalle cure del mondo fissando il proprio ombelico.

Gli analisti si sono divisi sulla valutazione di una possibile aggregazione. Per Equita “avrebbe un forte razionale industriale perché rafforzerebbe in modo significativo il posizionamento competitivo di UniCredit in Italia in termini assoluti (quota di mercato dall’11 al 18%), specialmente al Nord (dal 10 a 20%), riducendo il gap con Intesa”. Kepler ritiene che una combinazione “per UniCredit rafforzerebbe la sua posizione competitiva italiana e il valore per gli azionisti. L’accordo non era così attraente nell’autunno scorso, perché Banco Bpm era già sopra i 3 euro come oggi, ma UniCredit era sotto i 10 mentre oggi è sopra i 15”. Mediobanca vede UniCredit “pronta a salire ulteriormente di rating, con il ritorno del capitale superiore a qualsiasi fusione o acquisizione. A Goldman Sachs sembra invece “una mossa improbabile” ma “non preclude un affare”. “UniCredit ha dai 4 ai 6 miliardi di capitale in eccesso nel business plan e non ha mai escluso di usarlo per acquisizioni”, conclude Jp Morgan.

Tra le due banche, che ufficialmente hanno smorzato i toni, l’indiscrezione di sicuro ha fatto più piacere a quella guidata da Giuseppe Castagna, che aveva registrato forti rialzi già mercoledì scorso, dopo aver presentato conti decisamente superiori agli obiettivi. Fonti vicine a Banco Bpm hanno confermato che l’istituto “non ha ricevuto alcuna comunicazione” da UniCredit su una possibile offerta. La banca guidata dall’amministratore delegato Andrea Orcel invece ha fatto sapere di “continuare a valutare tutte le opzioni strategiche disponibili” nell’ambito della propria attività in coerenza con il Piano strategico 2022-24, anche se “non è stata convocata alcuna riunione straordinaria del consiglio di amministrazione”. Per UniCredit anche la sola indiscrezione ha comunque una valenza difensiva rispetto ai rischi di avance sgradite dall’estero. Il rumor invece non dev’essere stato affatto gradito al Tesoro, che controlla MontePaschi col 64%: se l’integrazione tra UniCredit e Banco avvenisse, nella lista di possibili partner nazionali con i quali accasare Mps rimarrebbero Bper, BancoPosta e pochi altri. Mentre Orcel e i suoi azionisti hanno già chiuso quel dossier, ora anche Castagna e i suoi stakeholder si sottrarrebbero all’amaro calice senese.

Superbonus e truffe: Draghi attacca Poste, scontro con i 5Stelle

Lo scontro tra Palazzo Chigi e mezzo arco parlamentare sulla vicenda dei crediti fiscali edilizi e del cosiddetto “Superbonus 110%” tocca nuove vette. Ieri nella conferenza stampa post Consiglio dei ministri, Mario Draghi ha difeso la stretta sulla misura e ha pure rifilato una sberla a Poste Italiane, che il premier ha usato come esempio dell’assenza di controlli nell’acquisto dei crediti. Non è un caso che il Tesoro stia studiando come aiutare la controllata, guidata da Matteo Del Fante, evitandole un buco in bilancio.

La vicenda è paradossale. Il governo ha di fatto bloccato il mercato dei crediti ottenuti con i lavori edilizi (non solo il superbonus, ma anche ecobonus, sismabonus etc.) imponendo nel decreto Sostegni Ter di gennaio di poterli cedere una sola volta. Dopo la rivolta parlamentare e delle imprese ora studia come correggere la sua stessa correzione (ma non si tornerà a una cedibilità senza limiti).

Il primo intervento correttivo risale al novembre scorso. Il ministro dell’Economia, Daniele Franco, in sintonia con Draghi, ha motivato la stretta con l’esplosione delle frodi. Il direttore dell’Agenzia delle Entrate, Ernesto Ruffini, e la Guardia di Finanza giovedì al Senato hanno snocciolato numeri impressionanti: dei 38 miliardi di crediti ceduti (4,8 milioni di operazioni) 4,4 miliardi sarebbero frutto di truffe, 1 euro su 9 (operazioni messe in piedi da società fittizie su lavori inesistenti, spesso con la complicità di “organizzazioni criminali” e con soldi finiti all’estero). Di questi, 2,3 miliardi sono stati sequestrati dalle Procure di mezza Italia e 1,5 sono stati già incassati.

E qui entra in gioco Poste. Il colosso ha primeggiato nel mercato dei crediti edilizi: a fine dicembre ne aveva in pancia per 4,5 miliardi. Non è un mistero che il gruppo guidato da Del Fante abbia effettuato acquisti senza badare ai controlli, a differenza di molti istituti di credito (che si sono affrettati a chiarirlo e che infatti non hanno mai smesso di operare). Ieri Draghi ha letto una brochure di Poste in cui offre di acquistare i crediti e spiega ai clienti che “non è necessario fornire alcuna documentazione a supporto della richiesta, è sufficiente verificare preliminarmente di essere titolari del credito da cedere”. Curiosamente, la brochure è stata modificata e online si trova anche una versione in cui la frase non compare più. Per Poste è un bel problema. Le norme prevedono che il Fisco recuperi le somme da chi ha generato il credito fittizio, non da chi lo ha acquistato, che è parte lesa. Ma se vengono sequestrate, il bonus diventa inutilizzabile. Venerdì scorso il titolo di Poste è sceso in Borsa del 6,5% e ieri dell’1,2%. I gruppi coinvolti (anche la Cassa depositi e prestiti ha acquistato molti crediti) hanno bussato al Tesoro, che ora studia come allungare la vita dei crediti sequestrati, che altrimenti a fine anno decadrebbero in parte. Una volta approvata la modifica, sia Cdp che Poste (ieri in silenzio) riattiveranno l’acquisto dei crediti, ora bloccato. La vicenda però ha fatto infuriare Palazzo Chigi ed è arrivato il siluro a Del Fante. Anche perché se alla fine i crediti verranno confiscati, il buco di bilancio sarà automatico.

Draghi ieri ha spiegato che l’edilizia sopravviverebbe anche senza il Superbonus e ha accusato le norme volute nel 2020 (dl Rilancio di maggio) che hanno aperto alla cessione dei crediti, con controlli ex post affidati all’Agenzia delle Entrate: “Quelli che oggi più tuonano sul Superbonus, che dicono che le frodi non contano, sono quelli che hanno scritto la legge e permesso di fare lavori senza controlli”, ha attaccato. Franco ha parlato di “una tra le più grandi truffe che la Repubblica abbia mai visto”, ma ha dovuto chiarire che “i dati sui bonus falsificati riguardano relativamente poco il Superbonus”. In un allegato inviato al Parlamento da Ruffini, si sottolinea che il 46% delle frodi riguarda il bonus facciate, il 34% l’ecobonus, il 9% il bonus locazioni/botteghe, l’8% il sismabonus e il 3% il Superbonus.

I 5Stelle ne hanno approfittato per attaccare il premier, chiedendo al ministro di riferire subito alle Camere: “Draghi fa volutamente confusione facendo di tutta l’erba un fascio, ma il Superbonus non c’entra”.

Lo scoop anti-Report è vecchio. “Sul video ho già vinto la causa”

Sigfrido Ranucci appare fin troppo disinvolto quando dice ai due emissari, filmato a sua insaputa in un ristorante del centro di Roma, che possono spedire “la busta” con “il video” anche “senza mittente, da Bolzano, da Roma, Milano, Verona, Padova, Piacenza…”, cioè “in maniera anonima”, e lui potrà poi “costruire tutta la storia in un altro contesto”, ovvero travestire l’operazione in modo che la Rai risulti aver pagato “persone o società che ci vendono del materiale grezzo” che “non ha nulla a che vedere col video che mi è arrivato invece da voi”. Si parla di “10-15 mila euro”. Insomma una falsa fattura, questa l’intenzione che sembra emergere dalle parole del conduttore di Report, pronunciate nel 2014 quando peraltro al timone c’era Milena Gabanelli e Ranucci era il suo vice.

Le ha riesumate il Riformista di Piero Sansonetti, che ha messo online qualche minuto del video “rubato” senza però spiegare che è la vecchia storia dell’allora sindaco ex leghista di Verona, Flavio Tosi, e del presunto ricatto mai dimostrato, che i clan calabresi avrebbero operato ai suoi danni anche con un filmato di natura sessuale. Il video di cui parlavano al ristorante. Tutto agli atti di tre diverse indagini. Tosi infatti querelò Ranucci: archiviato. Lo querelò anche un ufficiale della Finanza, citato nell’incontro registrato: altra archiviazione, con tanto di riferimento del giudice di Padova a “manipolazioni” del “file audio depositato”, che non sappiamo, però, se corrisponda al filmato ora in possesso del Riformista. E Ranucci querelò Tosi, che il 30 settembre 2019 è stato assolto a Verona per mancanza dell’elemento soggettivo dall’accusa di calunnia e condannato a tre mesi per tre episodi di diffamazione (su cinque) ai danni di Ranucci, vicenda poi conclusa con una transazione prima dell’appello: sugli schermi di tv locali l’allora sindaco aveva detto cose come “mi fa schifo”, “sono delle merde”, “infami”, ma secondo il giudice aveva creduto in buona fede che Report costruisse un “falso dossier”. Invece, scrive il giudice, “il giornalista ha legittimamente esercitato un proprio diritto”, cioè il diritto di cronaca. Un altro giudice, ordinando l’imputazione coatta per il sindaco, aveva scritto che Ranucci “lungi dalla andarsene in giro a diffamare Tosi, stava verificando la veridicità delle proprie notizie nella maniera più scrupolosa, ascoltando fonti informate e in grado di fornire prove certe”. I due che proponevano il video, vicini alla Lega, erano in teoria ostili a Tosi, al quale però uno è poi andato a riferire. Una trappola da cui Ranucci è uscito anche registrando a sua volta l’incontro, facendo così emergere le “manipolazioni” altrui.

Nel filmato, che il Riformista metterà sul web a puntate, ci sono riferimenti ai contatti che Ranucci vanta negli apparati investigativi e nei Servizi e mille altre cose che i giornalisti dicono per far parlare la gente, ma in questo caso indignano Sansonetti. “Ranucci parla di un audio e questo è un video. Non può dire che è falso, manipolato e già edito. Il video è vero, originale e inedito. Dica semmai che questo è il suo modo di fare giornalismo, stavolta l’hanno pizzicato”, dice al Fatto il direttore del Riformista. Non è roba vecchia, già passata per il Tribunale che l’ha smontata? “Il video no”, sostiene Sansonetti.

“Ma come no? È agli atti, con tutta la trascrizione”, replica Ranucci. Che la racconta così: “Questi mi dicono che hanno il video di Tosi, io gli faccio credere che lo voglio comprare, gli vado dietro per vedere se ce l’hanno davvero e cioè per verificare, come ha scritto il giudice, le informazioni che avevamo”. Non l’avrebbe mai comprato con quelle modalità? “Non si può fare – taglia corto Ranucci – Report non fattura, a fatturare è la Rai che controlla tutto. Sansonetti mi accusa di fare dossier con i fondi neri della Rai, la stessa accusa che mi ha fatto Tosi, che mi ha querelato e ha perso, anzi è stato condannato per le accuse di dossieraggio basate su video e audio che sono risultati manipolati e parziali. Sono rimasti a lungo sul sito della sua fondazione. Ne parlarono i giornali e anche noi in trasmissione. Luigi Gubitosi (allora dg Rai, ndr) che disse che l’attacco meritava risposta”.

La Rai dovrebbe quindi sapere già tutto, se così è non aprirà un altro audit interno su Report come invece preconizza l’ex renziano Andrea Marcucci. L’ultimo audit riguarda i messaggi sopra le righe, diciamo pure insulti, inviati da Ranucci ad Andrea Ruggieri di Forza Italia, deputato della Vigilanza Rai, dopo l’uscita del dossier che parlava di giornaliste coinvolte in rapporti intimi e mobbizzate dal conduttore di Report. L’amministratore delegato Carlo Fuortes ha detto che l’indagine interna non ha trovato riscontri alla lettera anonima portata in Vigilanza da Davide Faraone di Italia Viva, su cui anche Ruggieri chiedeva chiarezza. E prima, sollevata dal renziano Luciano Nobili, era uscita la storia della fonte pagata in Lussemburgo, pure quella senza riscontro. I nemici di Report non c’è bisogno di cercarli.

Davigo: “Ermini mente: mi chiedeva chi c’era nella loggia Ungheria…”

La versione di Piercamillo Davigo – imputato a Brescia per rivelazione del segreto sulla presunta loggia Ungheria – è racchiusa in un verbale pirotecnico di 62 pagine. Davigo fornisce la sua versione sul vicepresidente del Csm David Ermini, ribadisce che si mosse perché a Milano tardavano le iscrizioni sulla presunta loggia e afferma – fatto inedito – che, secondo lui, la Procura milanese non era competente per indagare.

Sui verbali consegnati a Ermini, Davigo dice: “Non è vero quello che dice Ermini (…). I verbali dovevano venire in un secondo momento, però siccome continuava a chiedermi i nomi e io non li ricordavo (…) a un certo punto gli ho detto: ‘Senti, se vuoi ti do questi file stampati’”. Ermini aveva dichiarato ai magistrati di Brescia che, ritenendo di non poterli acquisire in quel modo, li aveva buttati nel cestino. E Davigo commenta: “A parte che mi sembra stravagante (…) se devi farli sparire le metti nel tritacarta (…) nel momento in cui Ermini distrugge la prova del mio reato lo dovete incriminare per favoreggiamento”. Fonti vicine a Ermini smentiscono la versione di Davigo: dopo i nomi dei consiglieri Sebastiano Ardita e Marco Mancinetti (non indagati, ndr), emersi nel primo incontro, il vicepresidente del Csm non ne avrebbe chiesti altri. Poi Davigo fa una riflessione: Milano non era competente a indagare poiché Piero Amara (ex legale esterno Eni) aveva fatto i nomi di due magistrati della Procura meneghina (Livia Pomodoro e Giovanni Canzio, non indagati, ndr). E, a causa dell’elevato numero di magistrati menzionati (e soprattutto non menzionati, perché Amara sospetta che potrebbero essercene altri che non conosce), era molto difficile individuare la Procura competente. Ecco la sua riflessione dell’epoca: “Qui c’è il rischio… che non troviamo nessun distretto possibile, perché poi se ce n’è uno (magistrato menzionato da Amara, ndr) in ogni distretto come si farà con l’articolo 11?’”. Poiché nell’elenco di Amara non compaiono magistrati di Brescia “se avessi dovuto decidere io (…) l’avrei mandato immediatamente a Brescia”. Anche Greco e Pedio nutrivano dubbi sulla competenza territoriale – intendevano valutarla in base al reato da contestare – e ad aprile 2020 chiedono infatti al collega Paolo Storari di motivare (dalle email interne emerge che il pm non aveva dubbi, ndr) perché, secondo lui, era competente Milano.

Quando gli obiettano di aver divulgato le notizie sulla loggia Ungheria alla sua segretaria, Davigo replica che “gli assistenti” sono “tenuti al segreto d’ufficio” e “del resto… il segretario si chiama così perché mantiene i segreti”. Sul procuratore generale della Cassazione Giovanni Salvi, invece dice che, dopo averlo informato, questi “andò immediatamente dal presidente della Repubblica, lo informò e tornò. Non voglio dire cosa mi disse perché non è opportuno coinvolgere” il Quirinale “in questa vicenda già brutta di suo”.

Salvi ha sempre smentito. Davigo aggiunge di essersi “illuso” che proprio informando Salvi la Procura di Milano avrebbe fatto le iscrizioni per la loggia Ungheria: “Cosa che è puntualmente avvenuta, anche se (Salvi e Greco, ndr) negano di aver parlato di questo e hanno perso i telefoni (…). Non so se la Procura ha provato ad accertare se sia stato denunciato lo smarrimento, (…) ritengo che rilevi, (…) se hanno mentito sul punto”. Al Fatto risulta che Greco abbia dichiarato di aver dato il suo telefono a un familiare che l’ha resettato. Salvi invece ha immediatamente denunciato la vicenda temendo che gli fosse stato rubato. La Procura di Brescia ha comunque escluso Salvi e Greco (archiviato dall’accusa di omissione in atti d’ufficio) abbiano discusso delle future iscrizioni.

Csm, privacy e indagini: le mosse segrete di Renzi

Il Csm, il garante della Privacy, l’avvio di indagini difensive. Non si ferma l’offensiva di Matteo Renzi. Dopo la richiesta di rinvio a giudizio dei pm di Firenze nell’inchiesta Open, il leader di Italia Viva avrebbe in mente altre carte da giocare. La prima è la annunciata denuncia contro i magistrati Giuseppe Creazzo, Luca Turco e Antonino Nastasi. Ma a chi lo ha sentito in queste ore, Renzi ha rivelato le mosse sulle quali sta ragionando. “Sono cascati male”, “risponderemo colpo su colpo”, ha detto in più occasioni nei giorni scorsi.

Siamo ovviamente nel campo delle possibilità, ma secondo fonti a lui vicine, il senatore potrebbe decidere di rivolgersi al Csm. Le strade – finora inedite – che vorrebbe percorrere però potrebbero essere anche altre. Come quella di verificare se vi è stata la violazione dell’articolo 358 del codice di procedura penale e che riguarda l’attività di indagine del pubblico ministero. L’articolo cita: “Il pm compie ogni attività necessaria ai fini indicati nell’articolo 326 (sulle indagini necessarie per le determinazioni inerenti all’esercizio dell’azione penale, ndr) e svolge altresì accertamenti su fatti e circostanze a favore della persona sottoposta alle indagini”. Il ragionamento è: gli inquirenti hanno cercato anche elementi a favore dell’indagato Renzi? Per rispondere a questa domanda, l’ex premier potrebbe chiedere al suo pool di legali di analizzare “le oltre trenta scatole di appunti di Alberto Bianchi”, l’ex presidente della Fondazione Open (indagato per concorso in finanziamento illecito, come il leader di Iv) e finite in mano agli investigatori. È qui che si vogliono ricercare messaggi o appunti (qualora ci fossero) per dimostrare che la Open non era diretta da Renzi, come invece ritiene la procura. Vedremo se davvero l’ex premier deciderà di fare questo passo. E lo stesso vale per altre mosse. Una di questa è capire se vi è stata violazione della privacy per l’estratto del suo conto corrente allegato agli atti d’indagine. Già in una enews del 12 novembre, Renzi annunciava “formale richiesta a Banca d’Italia per comprendere chi ha violato la Costituzione e la Legge acquisendo senza titolo e poi pubblicando il mio conto corrente”. Poi c’è il capitolo delle indagini difensive, che pure potrebbe far svolgere ai propri avvocati magari convocando alcuni di coloro che sono stati sentiti dai pm come persone informate sui fatti, come l’ex segretario Pd Pier Luigi Bersani. Vedremo quale di queste strategie si concretizzerà: l’impressione è che della vicenda Open si scriverà ancora a lungo.

Medici morti, zero ristori ai parenti

Da eroi a dimenticati, la pandemia non è ancora finita ma i tanto celebrati “angeli”, con fiumi di retorica, non sono già più di moda, così ieri non è passato al Senato il provvedimento per i ristori alle famiglie dei medici morti per Covid. Il presidente della Federazione ordini dei medici Filippo Anelli è indignato: “La mancata approvazione del subemendamento presentato dalla senatrice Maria Cristina Cantù (Lega, ndr) è un’occasione persa. L’occasione di dimostrare gratitudine ai medici che hanno dato la loro vita per continuare a curare durante la pandemia. Invitiamo il Parlamento a una riflessione. Dispiace che non si siano trovati i fondi per poter dare un ristoro a queste famiglie che, in molti casi, sono anche rimaste prive dell’unica fonte di sostentamento”. Il subemendamento 2.1500/32 dopo aver incassato il parere contrario della commissione Bilancio ai sensi dell’articolo 81 della Costituzione, è stato, durante la discussione in Aula, ritirato e riformulato come Ordine del giorno, accolto dal governo.

“I medici che hanno perso la vita soprattutto nelle prime fasi della pandemia – ricorda Anelli – quando hanno combattuto a mani nude contro il virus, in un contesto in cui mancavano mascherine, guanti, i più elementari dispositivi di protezione, lo hanno fatto per i loro pazienti, per il loro Paese. È giusto che ora il Paese riconosca il loro sacrificio, il sacrificio delle loro famiglie e provveda a quanti sono rimasti a ricordarli, sopportando, oltre al dolore della perdita, situazioni economiche anche drammatiche”.

Sono 369 i medici morti per Covid dall’inizio della pandemia in Italia ed oltre la metà sono medici di famiglia e guardie mediche. “Garantire un ristoro a queste famiglie è un segno di rispetto. Porrò la questione al ministro della Salute Speranza ed ai presidente delle commissioni Sanità e Affari sociali perché l’emendamento in tal senso bocciato al Senato venga riproposto in un altro contesto per garantire questo riconoscimento importante alle famiglie, varie delle quali sono monoreddito”, insiste Anelli: “Oltre la metà dei medici deceduti non sono dipendenti del Sistema sanitario nazionale e le loro famiglie non sono dunque indennizzabili da parte dell’Inail in virtù di un regime assicurativo diverso, mentre le famiglie dei medici dipendenti dal Ssn potrebbero ricevere un ristoro Inail sia pure a fronte di procedure complesse. Chiediamo – conclude quindi il presidente della Fnomceo – che i trattamenti siano unificati al fine di dare uguali diritti a tutti i medici, considerando che varie famiglie di colleghi deceduti per Covid sono monoreddito e sono ora in difficoltà”.