La Lega torna alla guerra: via il Green pass da aprile

Un assaggio della guerriglia parlamentare è arrivato già giovedì notte, quando il governo Draghi è andato sotto in Senato su tre emendamenti al decreto Covid proposti da Lega e M5S. Ma a Matteo Salvini non basta: nel mirino ora ha messo il green pass. Che, a suo modo di vedere, deve essere abolito con la fine dello stato d’emergenza previsto – a meno di proroghe dell’ultimo minuto –­il prossimo 31 marzo. Il leader della Lega non si ferma alle dichiarazioni (“Il green pass va superato” ha detto giovedì a Porta a Porta): ha dato mandato ai suoi parlamentari di riempire i due decreti Covid di gennaio di emendamenti. E così è stato. Quello che rischia di spaccare la maggioranza è soprattutto uno a prima firma Claudio Borghi e sottoscritto da tutti i componenti leghisti della commissione Affari sociali della Camera. Recita così: “Le disposizioni in materia di certificazioni verdi Covid-19 sono abrogate a decorrere dalla cessazione dello stato di emergenza epidemiologica dichiarato con deliberazione del Consiglio dei ministri del 30 gennaio 2020”. In sostanza, se la norma venisse approvata, dal 1° aprile il meccanismo del green pass non esisterebbe più. Con le norme attuali si arriverebbe a giugno.

La proposta però rischia di creare una frattura nella maggioranza visto che il governo è contrario: lo stato d’emergenza dovrebbe essere superato con norme ad hoc per tenere in piedi il Cts e la struttura commissariale di Francesco Paolo Figliuolo, ma né Draghi né il ministro della Salute Roberto Speranza sembrano intenzionati a superare il green pass. Probabilmente sarà alleggerito ma il coordinatore del Cts e presidente del Consiglio Superiore di Sanità, Franco Locatelli, ha già fatto sapere che il certificato verde dovrà andare oltre il 15 giugno, data di scadenza dell’obbligo per gli over 50. Ma la Lega non ci sta e lo ha fatto capire Massimiliano Romeo, capogruppo in Senato: “Se i dati continuano a migliorare, bisogna pensare alla fine delle restrizioni, archiviando il green pass a partire dal super green pass”. E dunque da lunedì sarà prima la commissione Affari sociali della Camera e poi l’aula a votare gli emendamenti al decreto. “Se non c’è più emergenza, non c’è più bisogno di una legislazione emergenziale – spiega il no pass Borghi – anche perché rischiamo di mettere in ginocchio la stagione turistica di Pasqua: se nel mondo non hanno più il pass, non si capisce perché dovremo continuare a tenerlo noi”.

E se il governo dovesse dare parere contrario, la Lega non si farà problemi a spaccare ancora la maggioranza: “Se l’esecutivo persevererà nell’errore, decideremo – conclude il deputato leghista – ma se dirà no contiamo di trovare una maggioranza trasversale che ci ha già permesso di approvare emendamenti di buon senso nonostante il parere contrario di Speranza”. Borghi fa riferimento al Vietnam parlamentare di giovedì notte quando, in fretta e furia, il Senato ha approvato il decreto Covid sulle restrizioni di dicembre. Passaggio che ha lasciato strascichi nell’esecutivo che è andato sotto su tre emendamenti, due di Lega e uno del M5S. Il primo della Lega a prima firma Luigi Augussori consentirà le manifestazioni culturali e sociali all’aperto come le fiere, la processione di Santa Rosalia a Palermo e il Palio di Siena. Gli altri due di Lega e M5S invece permettono di spostarsi dalle isole col green pass base. Oggi serve il super pass e questo ha creato problemi ai parlamentari delle isole che non potevano votare per il Quirinale. Per spostarsi da Sicilia e Sardegna alla terra ferma basterà il tampone. Sui quattro emendamenti il governo aveva dato parere contrario, ma sono stati tutti approvati da una larga maggioranza Lega-M5S-FdI.

Dopo B., Letta il leader più ricco

Ruoli apicali nelle più prestigiose università del mondo, fondatore di una società di mediazione francese, incarichi e consulenze per prestigiose imprese internazionali. Enrico Letta è il “paperone” dei leader di partito, escluso Silvio Berlusconi che da anni gioca in un’altra categoria in quanto a ricchezza (un patrimonio da oltre 50 milioni): dalla documentazione patrimoniale presentata dai parlamentari, il segretario del Pd nel 2020 ha un reddito di 621.818 euro.

Guadagni che superano di gran lunga quelli di Matteo Renzi con 571.391 euro, Giorgia Meloni con 134.206, Roberto Speranza (107. 842) e Nicola Fratoianni (101.800 euro). In fondo a questa speciale classifica c’è il segretario della Lega Matteo Salvini che può contare su 99.699 euro nell’ultimo anno. Una supremazia, quella di Letta, che potrebbe sorprendere in molti visto il suo ruolo di privato cittadino dal 2015 (la sua esperienza a Palazzo Chigi era terminata nel 2014) quando si dimise dal Parlamento per “vivere del mio lavoro”. Ricchezza che ieri ha scatenato molti hater sui social network che lo hanno accusato (ingiustamente) di vivere col doppio stipendio da parlamentare e da professore universitario. Ma non è così. Quando, nel marzo 2021, Letta ha preso il posto di Nicola Zingaretti da segretario del Pd si è dimesso da tutte le cariche che aveva fino a pochi giorni prima.

Cariche che lo hanno portato nel 2020, anno a cui fa riferimento la dichiarazione dei redditi, ad avere guadagni per oltre 600 mila euro. Ma da dove provengono questi soldi? In primis dai ruoli apicali nelle più prestigiose università del mondo. Letta infatti, quando si è dimesso dalla Camera, è andato a insegnare a Sciences Po a Parigi. Lì, dopo aver tenuto diversi corsi sull’Ue, ha diretto la Scuola di Affari Internazionali contribuendo a portarla dal 13esimo al secondo posto nel ranking mondiale con annessi bonus legati alle prestazioni.

Poi Letta nel giugno 2019 è stato nominato anche presidente di Apsia, l’organismo statunitense che riunisce le principali università mondiali nel campo degli studi in Affari Internazionali. L’incarico era di carattere quadriennale. Ma Letta nel frattempo aveva collezionare incarichi nel settore privato, riportati da Domani: nel 2016 era entrato nell’advisory board di Amundi controllata dal gruppo Credit Agricole, nel 2019 membro del consiglio di sorveglianza del gruppo pubblicitario Publicis (che ha anche clienti sauditi) e nello stesso anno presidente per l’Europa occidentale della compagnia cinese di sharing Tojoy. Nel febbraio 2021 Letta ha poi fondato la società di mediazione internazionale con sede in Francia Equanim, ma dopo pochi giorni ha dovuto lasciare tutto per tornare a Roma.

Conte, l’asse con Grillo per fare muro a Di Maio

L’avvocato ha un ex nemico che ora sente suo alleato nell’emergenza, Beppe Grillo. Quindi non vuole fare la pace con il nemico di oggi, quel Luigi Di Maio pronto a incontrarlo, per dirgli quel che ripete da giorni a molti 5Stelle, ovvero che senza un’intesa politica il M5S rischia di essere schiantato dai ricorsi e dai troppi veleni che ha in circolo, da troppo tempo. Ma Giuseppe Conte non vuole saperne. “Lui è uno che non cambia idea” confermano perfino i suoi, i contiani, e non è necessariamente un elogio. L’ex premier vuole andare dritto: innanzitutto con l’istanza al tribunale civile di Napoli, con cui vuole far revocare l’ordinanza che ha congelato il M5S e lui come presidente e leader. Si aspetta un verdetto a breve, “sette, massimo dieci giorni” dicono dal M5S. Mentre, dicono, ha frenato su un nuovo voto per il suo statuto.

Valutava di far convocare da Grillo una nuova votazione, l’avvocato, basandosi anche sul regolamento del 2018, quello che escludeva gli iscritti da meno di sei mesi al M5S, ma che l’ex premier era pronto a innovare, includendo tutti gli iscritti. Ma ora non vuole forzare. Però sulla rotta politica non valuta deviazioni. Il Grillo di giovedì notte, quello che di fronte alle telecamere gli ha tributato sostegno – “Conte confermato come leader? Certamente, chi ha mai messo in dubbio questa roba qua” – lo ha ulteriormente convinto che non gli serve una pace con Di Maio. “Beppe fa asse con noi” giurano (e probabilmente esagerano) i contiani. “Qui il tema non è politico, è giudiziario, e noi non creeremo alcuna nuova associazione, ma combatteremo questa battaglia a viso aperto” fa trapelare Conte. Durissimo, ancora, verso il ministro, nei ragionamenti con i suoi: “Dispiace per chi in maniera subdola avrebbe voluto sfruttare questo momento per riaprire fronti politici interni, quando qui di politico non c’è niente”. Neppure uno spiraglio, per Di Maio. Anche se Grillo vorrebbe una tregua, per stabilizzare il M5S. Concetto su cui non avrebbe insistito con Conte, sussurrano dal Movimento. Ma che emerge dai resoconti degli incontri del Garante giovedì, a Roma. Però tra l’ex premier e il ministro resta un fossato. E di certo non fa nulla per colmarlo Alessandro Di Battista, ex 5Stelle molto ascoltato dall’avvocato, che ieri ad Accordi&Disaccordi sul Nove ha picchiato duro su Di Maio: “Luigi riceve Confalonieri, tra un po’ si limona Rosato in aula: da bibitaro è diventato sommelier, un uomo di potere che vuole spostare il M5S al centro”.

Dopodiché lì fuori, a valutare nuovi ricorsi, c’è sempre Lorenzo Borrè, l’avvocato che ha preparato l’istanza con cui tre attivisti hanno bloccato tutto. Convinto che il ricorso di Conte contro l’ordinanza sia destinato a fallire. E che non si possa che tornare a quanto previsto dagli Stati generali del 2020: ossia alla nomina di un nuovo comitato di garanzia, che a sua volta indica la votazione di un comitato direttivo, organo collegiale che prenderebbe le redini del M5S. E ovviamente si voterebbe sulla piattaforma Rousseau, quella di Davide Casaleggio.

In sintesi, tutto ciò che Conte vuole evitare. Ma se in tribunale andasse male? Resta l’ipotesi di un nuovo comitato di garanzia, che poi faccia votare di nuovo Conte come presidente. Ma con attorno a lui un assetto diverso, più collegiale: ciò a cui pensa proprio Di Maio. E un partito di Conte, il contenitore nuovo? Anche se l’avvocato giura “no a nuove associazioni”, certi contiani continuano a parlarne. Sanno che anche l’ex premier, pur “molto scettico” in qualche colloquio ne ha riparlato. Perché non si sa mai.

Bugie, disastri e gaffe: l’anno flop dei migliori

Il 13 febbraio di un anno fa Mario Draghi giurava, insieme al suo governo, al Quirinale. Invocato come “il Migliore”, il capo di un “Dream Team” che avrebbe salvato l’Italia dalla pandemia e dalla crisi economica per poi assurgere al meritato Colle, SuperMario è stato incensato per dodici mesi da giornali e tv. Un coro che ha fatto finta di non vedere decine di errori e bugie su Covid, giustizia, economia e politica, come ricordiamo qui sotto.

 

1 marzo 2021 Draghi nomina Francesco Paolo Figliuolo come Commissario straordinario per l’emergenza Covid al posto di Domenico Arcuri.

 

12 marzo I ministri formano le proprie squadre. Alle Pari Opportunità, la renziana Elena Bonetti chiama Antonella Manzione come “responsabile dell’Ufficio legislativo”. L’ex capa dei vigili urbani di Firenze – già spedita al Consiglio di Stato ai tempi del governo di Renzi – trova un’altra poltrona.

 

13 marzo Figliuolo fissa per metà aprile il traguardo di mezzo milione di vaccini al giorno. Bisognerà aspettare metà maggio.

 

8 aprile Draghi dà del “dittatore” al premier turco Erdogan, provocando una crisi diplomatica.

 

9 aprile L’ex deputato dem Andrea Martella, di professione dirigente di partito e già coordinatore della mozione Orlando alle primarie del 2017, viene reclutato per 72 mila euro all’anno come esperto dello stesso ministro Orlando.

 

9 aprile Il ministro della Transizione Roberto Cingolani approva 7 progetti di estrazione (compresi dei rinnovi) di idrocarburi nonostante la moratoria dei permessi in vigore fino al settembre 2021.

 

13 aprile Visto il clima di piena restaurazione, la Commissione contenziosa del Senato trova il coraggio di restituire il vitalizio a Formigoni e agli altri condannati in via definitiva, col pretesto che la legge sul Reddito di cittadinanza nega l’assegno solo ai latitanti, ai terroristi e ai mafiosi.

 

28 aprile Registrato con una telecamera nascosta da Fanpage, il sottosegretario leghista Claudio Durigon sghignazza sull’inchiesta sui fondi del suo partito: “Il Generale della Guardia di Finanza che indaga lo abbiamo messo lì noi”.

 

30 aprile Il governo invia il Pnrr a Bruxelles. Nella versione finale salta il riferimento alla necessità di approvare una legge sul salario minimo, eliminato per non indispettire sindacati e Confindustria.

 

11 maggio Figliuolo ipotizza un milione di vaccinazioni al giorno. Un obiettivo che non verrà mai centrato.

 

18 maggio Il Consiglio di garanzia del Senato conferma: i condannati hanno diritto al vitalizio.

 

20 maggio Il ministro Orlando porta in Cdm una norma che proroga il blocco dei licenziamenti (partito a marzo 2020) fino a fine agosto, ma l’asse Confindustria-centrodestra spinge Draghi a rimangiarsi tutto lasciando la data del 30 giugno.

 

20 maggio Il ministro dell’Istruzione Patrizio Bianchi mette a punto una (semi) sanatoria – il ministro puntava ancora più in alto – sui precari della scuola. Si mette a regime una prova di fine anno per i docenti con almeno tre anni di servizio, che possono ottenere il posto.

 

28 maggio Il Cdm approva il dl “Semplificazioni”, cioè un nuovo Sblocca cantieri, stavolta pensato per il Pnrr (a sua volta cucito sui progetti delle grandi partecipate pubbliche, specie Snam e Eni): corsie veloci per gli appalti, super veloci per le grandi opere (con tanto di ritorno dell’appalto integrato della Legge Obiettivo di B.).

 

22 giugno Brunetta riammette al concorsone flop 70 mila esclusi dalla procedura di reclutamento di 2.800 super-esperti in materia di fondi di Coesione per il Sud. Passano la selezione e vincono un contratto di tre anni per gestire i soldi del Pnrr molti candidati senza la minima esperienza, laureati al Dams e psicologi compresi.

 

25 giugno La commissione Contenziosa del Senato cancella il taglio dei vitalizi, annullando integralmente la delibera del 2018.

 

12 luglio È il giorno della trattativa Stato-Bonucci. L’Italia ha appena vinto l’Europeo di calcio, gli Azzurri si impuntano – con lo juventino in testa – affinché gli sia concesso un giro per Roma col pullman scoperto per festeggiare. Così accade: migliaia di persone si ammassano senza mascherine.

 

19 luglio I Migliori riesumano pure Elsa Fornero, chiamata come consulente della “commissione governativa per la programmazione economica”.

 

22 luglio Il Cdm approva il decreto che introduce l’obbligo del Green pass per bar e ristoranti al chiuso, musei, stadi, palestre, piscine. “Il Green pass– dice Draghi – è una misura per potersi divertire, andare al ristorante, partecipare a spettacoli, con la garanzia di ritrovarsi tra persone che non sono contagiose”. Sarà smentito.

 

4 agosto Il ministro dei Trasporti Giovannini annuncia 50 milioni per uno studio di fattibilità tecnico-economica che – partendo dal lavoro del gruppo di studio voluto dall’ex ministra Paola De Micheli – deve stabilire qual è il progetto migliore per il Ponte sullo Stretto di Messina.

 

5 agosto Il ministro Brunetta arruola l’ex agente “Betulla” al servizio dei Servizi, il giornalista Renato Farina, come consulente giuridico. L’ex spia, che ha patteggiato 6 mesi per favoreggiamento, è costretto alle dimissioni dopo che il Fatto solleva lo scandalo.

 

6 agosto Durante un comizio a Latina, Durigon lamenta il fatto che un parco della città sia dedicato a Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, proponendo di intitolarlo ad Arnaldo Mussolini, fratello del Duce. Draghi non dice una parola. Il Fatto lancia una petizione che arriva a 162 mila firme. Dopo venti giorni di proteste, Durigon si dimette da sottosegretario.

 

13 agosto Tutto ciò che il ministro Bianchi e i Migliori riescono a pensare per un rientro a scuola in sicurezza si esaurisce nell’indicazione di “un metro di distanza” in aula “ove possibile” e nella raccomandazione di tenere “una finestra aperta”.

 

14 settembre L’ex direttore generale di Confindustria, Marcella Panucci, capo di gabinetto di Brunetta, vede lievitare il suo stipendio a 200 mila euro rispetto ai 145 mila pattuiti a inizio dell’incarico.

 

23 settembre Il Senato approva la riforma penale. Introduce l’improcedibilità, bocciata dalla magistratura e dal Csm: dal 2025 i processi (tranne quelli per reati per cui è previsto l’ergastolo) verranno dichiarati morti dopo 2 anni in Appello (più eventuale proroga di un anno) e dopo 1 in Cassazione (possibile proroga di 6 mesi). I processi per reati di mafia, corruzione, traffico di droga e violenza sessuale possono avere più proroghe. La legge Bonafede, che bloccava la prescrizione con l’inizio del dibattimento, rimane solo per il primo grado.

 

21 settembre Un nuovo decreto introduce l’obbligo di Green pass per tutti i lavoratori dal 15 ottobre. Comincia l’era del tampone di massa. Dal 16 ottobre al 18 dicembre si convincono solo 2 milioni di renitenti.

 

9 ottobre Un gruppo di fascisti assalta la sede della Cgil a Roma. Le forze dell’ordine lasciano fare, Lamorgese vaneggia di agenti in borghese che stavano testando il “moto ondulatorio” delle camionette. Draghi “valuta” di sciogliere Forza Nuova. Dopo quattro mesi, la pratica rimane in un cassetto.

 

15 ottobre L’ex ministro casiniano Gianpiero D’Alia viene nominato da Draghi nell’organo di autogoverno della Corte dei Conti.

 

15 ottobre Brunetta mette la parola fine allo smart working, “una perdita di tempo”. Quando in dicembre esplode la variante Omicron, i sindacati chiedono di ripristinarlo, ma Brunetta spiega che solo lui potrà decidere se e quando accadrà. Neanche a gennaio, al massimo dei contagi, cambierà idea.

 

20 ottobre Tra i Migliori trova posto anche il leghista Roberto Maroni, richiamato al Viminale per seguire il protocollo anti-caporalato.

 

28 ottobre Nel Cdm che approva la legge di Bilancio, come previsto, viene eliminato il Cashback, la misura anti-nero assai cara a Conte. Etichettata come “regressiva”, nessuno ha però dimostrato quali siano le categorie che se ne sono avvantaggiate, mentre è certificato che i benefici (un gettito fiscale di 9 miliardi entro il 2025) sarebbero stati maggiori dei costi (4,7 miliardi).

 

9 novembre La Commissione governativa presieduta dalla sociologa Chiara Saraceno propone 10 modifiche migliorative del Reddito di cittadinanza. Il governo le ignora tutte e in manovra inserisce norme che Saraceno bolla come “inutilmente punitive”.

 

15 novembre Il Cdm approva il decreto legislativo sulla presunzione di innocenza, che recepisce una direttiva europea del 2016. È il decreto che imbavaglia magistrati e giornalisti (i procuratori possono parlare solo “con comunicati ufficiali” e “solo se necessario”) e mette in seria difficoltà i giudici che devono scrivere misure cautelari (guai a non tutelare abbastanza la presunzione di innocenza), come denuncia l’Anm.

 

17 novembre Completate le nuove direzioni dei Tg Rai. Vincono i protagonisti delle epurazioni renziane: Mario Orfeo (dg Rai tra il 2017 e il 2018) è capo dell’Approfondimento, Monica Maggioni (presidente dal 2015 al 2018) va al vertice del Tg1. Gennaro Sangiuliano, in quota Lega, resta al Tg2. M5S unico escluso dal giro di nomine.

 

17 novembre La commissione Giustizia alla Camera approva il testo base del presidente Mario Perantoni (M5S) che modifica – su ordine della Corte costituzionale – l’ergastolo ostativo. La Consulta ha dichiarato incostituzionale l’ostativo pure per la libertà condizionata, ma ha deciso, dato il rischio concreto di scarcerazione dei boss stragisti, di passare la palla al Parlamento, dandogli tempo fino a maggio per legiferare. Il testo definitivo non è stato ancora approvato.

 

14 dicembre La Giunta per le immunità nega gli arresti domiciliari per Luigi Cesaro (FI). E grazie a centrodestra e Italia Viva (con l’astensione di Pd e M5S), propone di sollevare un conflitto di attribuzione alla Consulta contro i pm dell’indagine sulla fondazione Open.

 

17 dicembre Il primo grado della giustizia interna della Camera impone di ridimensionare il taglio dei vitalizi del 2018.

 

22 dicembre Draghi si candida per il Quirinale. Si definisce “un nonno al servizio delle istituzioni” e spiega che l’azione di governo “può andare avanti indipendentemente da chi ci sarà”. Con Omicron alle porte, Draghi fa capire di avere le valigie pronte.

 

22 dicembre Al Senato il collegio interno di secondo grado stabilisce di rivedere al rialzo gli assegni dei vitalizi, ma rimette alla Corte Costituzionale la decisione di pronunciarsi sugli arretrati e sulla legittimità complessiva della delibera che aveva introdotto la sforbiciata.

 

23 dicembre Arriva l’obbligo del Green pass rafforzato (solo vaccinati e guariti) per il banco del bar e i ristoranti. Ma il virus non se ne accorge e Omicron dilaga.

 

27 dicembre Una cordata formata da Tim, Leonardo, Sogei e Cdp viene scelta per la realizzazione del cloud di Stato, quello che ospiterà tutti i dati digitali della Pa. Problema: il verdetto era già stato anticipato mesi prima dal Fatto, che aveva rivelato le pressioni del ministro per l’Innovazione, Vittorio Colao, per favorire la cordata risultata poi vincitrice, anche a scapito del Poligrafico dello Stato, sfilatosi dalla contesa. Del caso si occupa la Procura di Roma (al momento non ci sono indagati).

 

29 dicembre Altro decreto per introdurre il Super Green pass anche in hotel, impianti da sci, ristoranti all’aperto. Tuttavia, tra il 27 dicembre e la fine dell’anno, le prime dosi solo una volta superano quota 60 mila.

 

29 dicembre Il governo chiede la fiducia alla Camera, battendo ogni record: si tratta del 35esimo voto di fiducia in 11 mesi, a una media di 3,2 ogni 30 giorni. Stracciato pure Mario Monti, che era arrivato a una media di 3 al mese. Lontani il Conte-2 (2,25 al mese) e i governi Gentiloni (2,1) e Renzi (2).

 

31 dicembre Bruxelles invia la bozza della cosiddetta Tassonomia Ue degli investimenti considerati “sostenibili” e quindi “verdi”. Il testo considera tali sia il nucleare (voluto dalla Francia) sia il gas, ma con limiti che aiutano soprattutto la Germania. L’Italia contesta solo questi ultimi (per non indispettire Macron) e non ottiene nulla.

 

5 gennaio 2022 Il governo introduce l’obbligo vaccinale per gli over 50, allineandoci a sparuti casi nel mondo (Turkmenistan, Indonesia, Polinesia). La platea da raggiungere, al momento dell’annuncio, è di circa 2,3 milioni di persone, ma in più di un mese scende solo di 800 mila unità.

 

29 gennaio All’ottavo scrutinio, il Parlamento rielegge Sergio Mattarella presidente della Repubblica. Ne esce sconfitto Draghi (come però notano i giornali stranieri e non quelli italiani), disposto a destabilizzare il governo per le proprie ambizioni. E sfuma la possibilità di mandare al Colle una donna, visto l’asse tra renziani, Enrico Letta, Di Maio e FI per bocciare Elisabetta Belloni.

Mario nervoso: “Nel 2023 mi trovo da solo un altro lavoro”

Ha abbandonato il tratto bonario del nonno al servizio delle istituzioni che aveva scelto prima della gran battaglia per il Quirinale. E ora a chi gli chiede se sarebbe disponibile a fare il federatore di quel centro politico così affollato ma ancora in cerca di autore, risponde a muso duro neppure fosse un’offesa: “Lo escludo”, ha detto Mario Draghi nel corso della conferenza stampa dopo il Cdm sulla riforma della giustizia.

Non ha voglia di essere tirato per la giacchetta, anche se in molti si prodigano, ma par di capire a sua insaputa, per fare il partito di Draghi. Non alla Mario Monti per intenderci, che con Scelta Civica ci mise la faccia e finì malissimo. Ma un partito dove al premier non toccasse neppure l’incomodo di fare il padre nobile: nascerebbe col solo scopo di favorire la sua permanenza a Palazzo Chigi oltre la legislatura. E chissà se acclamandolo lui infine accetterebbe. Finora parrebbe intenzionato a declinare: “Ho visto che tanti politici mi candidano a tanti posti in giro per il mondo mostrando grande sollecitudine, ma vorrei rassicurarli che se decidessi, un lavoro lo trovo da solo”, dice risentito. Forse per i pochi voti racimolati nel segreto dell’urna quirinalizia e sì che gliene avevano promessi a frotte.

A chi gli sottopone la suggestione di un suo futuro in politica, risponde netto quasi urlando per ribadire il concetto: “Lo escludo, chiuso, sono stato chiaro?” Che suona un po’ rimprovero un po’ punizione impartita a chi lo ha accoltellato nelle fasi di trattative e negoziazioni per il Colle. Nel futuro c’è solo il presente al governo che andrà avanti fino alla fine della legislatura e senza rimpasti: “Il dovere del governo è proseguire e affrontare sfide importanti per gli italiani. La squadra di governo è efficiente e va avanti”.

“Testo da migliorare, ma grazie a M5S niente norme ad personam”

Sulla giustizia si sono fatti male diversi governi, compresi quelli guidati dai 5Stelle. Ma la deputata Giulia Sarti, coordinatrice del comitato Giustizia del M5S – “congelato” dal Tribunale di Napoli – è fiduciosa: “Tutti i partiti sanno che bisogna dare un segnale ai cittadini. La riforma va approvata in Parlamento da qui alle prossime settimane, perché l’attuale Csm scadrà a luglio”.

Voi del M5S vi dite soddisfatti: “Si è tornati all’impianto della riforma di Alfonso Bonafede”.

Il punto essenziale è il divieto di porte girevoli tra politica e magistratura. Con questa riforma il magistrato che verrà eletto o verrà comunque chiamato a svolgere un incarico politico non potrà più tornare a fare il pm o il giudice.

La precedente versione del testo “salvava” i magistrati non eletti, come il sottosegretario Garofoli e la ministra Lamorgese. Tanto che lei giovedì aveva parlato di “norme ad personam”. Cos’è cambiato in queste ore?

È successo che noi del M5S abbiamo appreso di queste norme da indiscrezioni, perché non avevamo ancora ricevuto alcun testo. E ci siamo impuntati, affinché si tornasse al divieto per tutti. La ministra della Giustizia, Marta Cartabia, ha subito compreso, portando questa posizione in Consiglio dei ministri.

È stata una trattativa difficile?

L’interlocuzione con la ministra non è stata complicata. Ma se il M5S non avesse posto con forza il nodo delle porte girevoli nessuno lo avrebbe fatto.

Quindi bene così?

Presenteremo proposte migliorative. Sia il premier Mario Draghi sia Cartabia in conferenza stampa hanno chiarito che il testo non è blindato.

Forza Italia celebra “la separazione delle funzioni per i magistrati”.

Fa un po’ sorridere. Devono essersi confusi con la separazione delle carriere, per cui sarebbe necessaria una riforma costituzionale. La riforma delle funzioni, già prevista dal testo di Bonafede, prevede che un magistrato o un pm possa cambiare funzione per un massimo di due volte.

Per la leghista Bongiorno “la vera riforma si farà con i referendum sulla giustizia”. Che ne pensa?

Molti dei quesiti referendari portati avanti dalla Lega, dall’abolizione della legge Severino ai limiti agli abusi della custodia cautelare, non c’entrano nulla con la riforma.

La Lega propone anche la separazione delle carriere per i giudici.

Dopo che si sarà espressa la Consulta valuteremo i quesiti nel merito.

Sull’elezione del Csm la riforma è diversa da quella di Bonafede. Voi volevate il sorteggio temperato.

Sì, e volevamo anche collegi elettorali molto piccoli e una quota proporzionale più alta. Va evitato che a eleggere i propri membri siano solo le due correnti più forti. Anche su questo lavoreremo in Parlamento.

Elezione del Csm: il sistema che fa godere le correnti

Doveva essere la riforma anti scandalo nomine, anti “correntificio”, anti “sistema Palamara”, ma nella riforma Cartabia del Csm, approvata ieri dal Cdm, spunta persino la possibilità per i magistrati candidati al Consiglio di “apparentarsi”. Nonostante i partiti di maggioranza, a parte il Pd, siano per il sorteggio temperato, il testo prevede ancora il maggioritario bi-nominale con correttivo proporzionale. Pierantonio Zanettin, FI, pro sorteggio, è sarcastico: “Da veneto ricordo che il sistema misto nell’elezione del consiglio dei magistrati era quello scelto dalla Serenissima”. Quanto alle porte girevoli per i magistrati in politica, si bloccano sostanzialmente come previsto dalla riforma di Alfonso Bonafede, approvata ad agosto 2020 dal governo Conte 2. L’ex ministro della Giustizia lo sottolinea e aggiunge: “Tanto lavoro continua a dare i suoi frutti, è una svolta storica. Adesso tocca al Parlamento”. Ma da qui all’approvazione della riforma in Parlamento potranno cambiare aspetti sostanziali. Battaglie assicurate non solo sul sistema elettorale per il Csm ma anche, per esempio, sulla separazione di fatto delle carriere dei magistrati, come chiede FI, che ieri ha depositato in Cdm i suoi desiderata in merito.

In più, la bozza approvata è stata limata ripetutamente, tanto che sono circolate per ore più versioni del testo approvato in Cdm. Per non parlare del fatto che la ministra non ha mai consegnato un testo scritto durante i suoi incontri con i capi delegazione dei partiti. L’elezione dei togati del Csm è prevista a luglio, Cartabia dice che non ci sarà bisogno di una proroga, ma in tanti pensano che votare definitivamente la riforma della discordia entro maggio è utopia. “Ora la parola al Parlamento” è il mantra della maggioranza. E non è un caso. Questi i punti principali.

Porte girevoli: i magistrati non possono candidarsi “nel territorio in cui si esercita o si è esercitata nei tre anni precedenti la giurisdizione”. Vietato tornare a indossare la toga alla fine del mandato politico elettivo. I magistrati in quel caso saranno collocati fuori ruolo al ministero della Giustizia o in altre amministrazioni. Stesso divieto e collocamento fuori ruolo anche per i magistrati che hanno avuto incarichi non elettivi, di governo, nazionale o locale, almeno per un anno. Invece, per chi si candida e non viene eletto o per chi ha ricoperto incarichi apicali nei ministeri con il ruolo, per esempio, di capo di gabinetto, segretario generale o capo dipartimento, il collocamento fuori ruolo è previsto per 3 anni. Stop, inoltre, ai doppi incarichi: non si può contemporaneamente esercitare funzioni giurisdizionali e ricoprire incarichi elettivi e governativi nazionali o locali che siano.

Sistema elettorale Csm: i consiglieri togati da 16 passeranno a 20 e i laici da 8 a 10. I togati saranno sempre 2 in quota giudici di Cassazione, 13 in quota giudici di merito e 5 in quota pm. Il sistema è il maggioritario bi-nominale con correttivo proporzionale, che prevede la possibilità di apparentamento. Non sono previste liste ma candidature singole. Saranno 14 i togati eletti con il maggioritario basato su collegi binominali. A passare saranno i primi due per ogni collegio mentre il terzo più votato sarà il quindicesimo consigliere eletto. Gli ultimi 5 togati saranno scelti tra i giudici di merito ma con il sistema proporzionale su base nazionale. Ed è qui che ci potrà essere l’apparentamento tra candidati. I correntocrati ringraziano.

Criteri delle nomine: obbligatorio rispettare l’ordine cronologico e l’audizione dei candidati. “Residuale” il criterio dell’anzianità rispetto al merito. Per il passaggio di funzioni, invece, non c’è un punto presente nel testo di ieri. Quindi, al momento, resta la proposta Bonafede: il passaggio di funzioni da pm a giudice e viceversa è consentito due volte e non più 4 come adesso. Ma FI vuole che entro i 5 anni dall’ingresso in magistratura le toghe scelgano la loro funzione.

Concorso in magistratura: si potrà fare il concorso per magistrato direttamente dopo la laurea. Decade, pertanto, l’obbligo di frequenza delle scuole di specializzazione.

Cartabia copia la Bonafede e fa retromarcia su Garofoli

Da Palazzo Chigi giurano che il caso è chiuso, anzi non è mai esistito. Anche se resta il sospetto che nella deroga allo stop alle porte girevoli tra politica e magistratura – prevista inizialmente per i soli ministri e sottosegretari – ci fosse proprio lo zampino del sottosegretario alla presidenza del Consiglio, nonché magistrato amministrativo, Roberto Garofoli. Che ieri, dopo esser finito per due giorni nel tritacarne, ha chiesto di non partecipare ai lavori del Consiglio dei ministri nel momento in cui si è cominciato a discutere della riforma del Csm.

“Pur non essendoci ragioni di merito per astenersi dalla partecipazione, il sottosegretario ha chiesto di lasciare la sala per sensibilità istituzionale”, recita lo spin di Palazzo Chigi, costretto a precisare che si tratta di norme che non si sarebbero applicate comunque agli incarichi in corso. Insomma che della deroga non si sarebbero potuti comunque avvantaggiare né Garofoli né gli altri magistrati di questo governo (leggasi la ministra dell’Interno Luciana Lamorgese, anche lei consigliere di Stato) perché la riforma non è retroattiva “secondo quanto già previsto dalla legge Bonafede”. Ma c’è chi insiste a sostenere, senza tanti giri di parole, che a Palazzo Chigi “ci hanno provato, ma gli è andata male”.

E così il clima resta avvelenato anche se alla fine la deroga è stata cancellata e ora il testo, sebbene non definitivo, recita: qualunque magistrato che assuma cariche elettive o che diventi ministro o sottosegretario non potrà più tornare a svolgere alcuna funzione giurisdizionale. Senza eccezione alcuna. Lo avrebbe imposto Draghi in persona nel timore che i partiti usassero come pretesto le polemiche sulla norma ad personam per mettersi di traverso alla riforma su cui il presidente della Repubblica Sergio Mattarella gli ha chiesto ripetutamente di fare presto recuperando al suo ruolo il Parlamento, ossia senza ricorrere alla fiducia.

Ma se ne vedranno delle belle comunque: il testo è stato approvato all’unanimità, ma tutti rivendicano mani libere sugli emendamenti. Forza Italia, per dire, proporrà modifiche in tema di separazione delle carriere, in modo che i magistrati possano optare per quella requirente o quella giudicante una sola volta entro un lasso di tempo di cinque anni dall’inizio della carriera. “È un periodo più che sufficiente per valutare le proprie vocazioni professionali”, dice il forzista Pierantonio Zanettin, che spiega perché il suo partito abbia preteso di far allegare al verbale del Consiglio dei ministri ben cinque pagine ordinate per punti. “Su quelle modifiche cercheremo di trovare le maggioranze che servono in Parlamento”. Anche sulla legge per l’elezione dei membri togati da mandare al Consiglio superiore della magistratura: il sorteggio temperato, scartato dalla ministra della Giustizia, potrebbe così essere imposto al governo grazie ad alleanze inedite e trasversali.

“Diciamo la verità: oggi si è trovato un accordo sulla cornice. Sul resto i giochi sono ancora aperti”, spiega Enrico Costa di Azione: anche lui ha un lungo elenco di emendamenti che spera di portare a casa nel passaggio del testo alla Camera. “Per valutare correttamente i magistrati che oggi vengono tutti promossi, serve imporre i voti come a scuola, basta con le auto-relazioni. Cominciamo a dare un valore agli atti che compiono, per esempio di quante ingiuste detenzioni sono responsabili. È con questo che si possono stroncare le correnti, altro che legge elettorale”.

La pensa così pure Cosimo Ferri di Italia Viva, deputato e magistrato in aspettativa che nella sua qualità di capo corrente era tra i commensali dell’Hotel Champagne dove si decidevano le nomine di peso: fa capire che la riforma, alle correnti, farà il solletico. E il Pd? Promette di stare ai patti ma solo se lo faranno anche gli altri, altrimenti si farà sentire pure sulla norma che impone ai magistrati che scelgono la politica di dire per sempre addio alla toga. Insomma più che un accordo è al massimo una tregua armata.

Più pelo per tutti

Il garrulo Giuliano Amato, nella sua ultima reincarnazione di presidente della Consulta, anziché tacere in attesa di pronunciarsi il 15 febbraio con i 14 colleghi sull’ammissibilità degli 8 referendum (sulla cannabis, l’eutanasia e la giustizia), twitta: “I referendum sono una cosa molto seria e perciò bisogna evitare di cercare ad ogni costo il pelo nell’uovo per buttarli nel cestino”. In realtà, proprio perché i referendum sono una cosa molto seria, la Corte deve valutare se le norme prodotte da un successo dei Sì sarebbero compatibili con la Costituzione. Anche cercando il pelo nell’uovo, che è inversamente proporzionale al pelo sullo stomaco (di cui Amato, nelle sue numerose vite, ha dato prove preclare). Quello sulla cannabis è compatibile con la Carta. Quello sull’eutanasia tocca una materia così delicata che merita una legge ben ponderata, non la scure del Sì/No. E quelli sulla giustizia sono quasi tutti incostituzionali.

1. Responsabilità civile. Oggi chi ritiene di aver subìto un torto dalla giustizia può chiedere i danni allo Stato. Se passa il referendum, potrà fare causa direttamente al magistrato. Così chiunque sarà condannato nel penale o si vedrà dar torto nel civile denuncerà i suoi giudici. Che, per evitarle, non condanneranno più nessuno o daranno sempre ragione ai potenti e mai ai deboli. Ma “i giudici sono soggetti soltanto alla legge” (art. 117). 2. Manette vietate. Niente più custodia cautelare in carcere per finanziamento illecito ai partiti e per tutti “i delitti puniti con pene sopra i 5 anni” (per gli altri già non è prevista), salvo nei casi di “concreto e attuale pericolo” che uno reiteri “gravi delitti con armi o di altri mezzi di violenza” o di mafia e terrorismo. Così ladri, scippatori, bancarottieri, evasori, frodatori, corrotti, corruttori, concussori, truffatori, stalker verrebbero fermati e subito scarcerati dopo 48 ore. Una follia contraria ai principi di eguaglianza, di ragionevolezza e con le esigenze di ordine pubblico. 3. Carriere separate. A parte l’assurdità del merito, l’“ordine giudiziario” unico fra pm e giudici è sancito dalla Costituzione, che non si cambia coi referendum abrogativi. 4. Legge Severino. Si vuole abolire l’incandidabilità dei condannati definitivi per gravi o gravissimi reati. Ma o si abroga l’articolo 54 della Costituzione, che impone “disciplina e onore” a chi ricopre cariche pubbliche, o si cancella il referendum. 5. Consigli giudiziari. Nelle filiali locali del Csm che giudicano i magistrati, voterebbero pure gli avvocati. Così quello di Messina Denaro potrebbe dare la pagella a chi lo sta cercando. 6. Elezioni del Csm. Chi si candida non dovrà più raccogliere firme. Almeno questo quesito è compatibile con la Costituzione: infatti non frega niente a nessuno.

Biden-Musk, la strada per l’auto green è ancora difficile

Stava diventando una specie di soap opera, con il presidente degli Stati Uniti che si sperticava in lodi per l’impegno profuso dai costruttori “tradizionali” Ford e General Motors nella mobilità a elettroni, evitando accuratamente di nominare chi l’auto elettrica l’ha praticamente inventata, ovvero Tesla. Creando di fatto forti attriti tra case automobilistiche come per l’appunto Tesla e Toyota, senza lavoratori sindacalizzati, da una parte, e costruttori affiliati alla United Auto Workers dall’altra.

Poi, magari spinto dai cinguettii sempre più indignati di Elon Musk, Biden ha finalmente nominato per la prima volta Tesla definendola come “il più importante produttore di veicoli elettrici del Paese”, durante l’inaugurazione di un impianto per la produzione di caricabatterie veloci in Tennessee. Pace fatta e puntuale tweet con emoticon sorridente, da parte dell’imprenditore di origine sudafricana. Un po’ più difficile sarà raggiungere l’obiettivo, fissato dallo stesso presidente, che la metà delle nuove auto immatricolate siano ibride, fuel cell o 100% elettriche entro il 2030: negli Usa circolano 250 milioni di veicoli, e meno dell’1% di questi sono di quel tipo.

Calcolando che da quelle parti vengono venduti circa 17 milioni di veicoli all’anno, o il ritmo di sostituzione termiche/EV aumenta (grazie anche a incentivi strutturali) o il limite temporale fissato risulterà irrealizzabile. “L’America guiderà il mondo nei veicoli elettrici”, ha dichiarato Biden. Forse è il caso di cominciare a pigiare sull’acceleratore.