Due gli appuntamenti, unica la strategia per riordinare velocemente una gamma distribuita su 14 marchi diversi, prevedendo nuovi equilibri e modelli. Mercoledì 23 febbraio, Stellantis pubblicherà i suoi primi risultati finanziari, naturalmente relativi a un 2021 in cui il 16 gennaio resterà alla storia come data di nascita ufficiale del gruppo. L’attesa è quella di un consistente consolidamento dei costi, destinata a fare da premessa a quanto avverrà invece martedì 1º marzo, quando il numero uno di Stellantis, Carlos Tavares, dovrebbe essere chiamato a illustrare il suo piano industriale, molto dettagliato nel prevedere la nascita di nuovi modelli e rendere tangibile l’effetto di più stringenti sinergie industriali. La nuova Stellantis sarà quindi questione di giusti tasselli, come già ha dimostrato l’evento Ev Day dell’8 luglio scorso, in cui Tavares ha già anticipato investimenti per oltre 30 miliardi di euro entro il 2025 e lo sviluppo di una famiglia di quattro piattaforme modulari STLA destinate a veicoli elettrici di piccola, media e grande dimensione, oltre a una derivazione per mezzi da trasporto leggero. Proprio su base STLA nasceranno due dei prossimi cinque modelli Alfa Romeo attesi entro il 2026, segnando quindi il passaggio del marchio del Biscione alle emissioni zero, anticipato per altro dal debutto di un suv compatto che condividerà lo stabilimento polacco di Tychy con la nuova Baby Jeep, pronta per fine 2022, e un analogo modello Fiat targato 2023. In comune, l’utilizzo della piattaforma Cmp che fino ad oggi ha consentito a vetture come Peugeot 208 e Opel Corsa il doppio passo di una motorizzazione tradizionale e una elettrica, candidata a favorire anche il possibile grande ritorno di un nome storico come Fiat Punto. Del resto, le posizioni Tavares sulle zero emissioni sono note, legate a un utilizzo strategico e non obbligato da fattori politici. Dal concept Fiat Centoventi visto nel 2019 (nella foto) potrà quindi derivare una nuova Panda elettrica, destino condiviso con la Ypsilon di Lancia, marchio da cui ci si attendono tre nuovi modelli entro il 2028, con il ritorno di sigle evocative come Delta e Thema in una formula di lusso premium che si può immaginare contrapposta a Mercedes. In linea davvero con nuovi equilibri.
Dopo tre anni d’attesa arriva Tonale, il suv del rilancio Alfa Romeo
Il Biscione ha un nuovo alfiere: si chiama Tonale ed è il veicolo su cui Alfa Romeo punta forte per rilanciarsi sul mercato e stregare la clientela del competitivo segmento dei suv compatti premium. Una vettura che ha avuto una genesi travagliata: la prima volta si era vista al Salone di Ginevra del 2019, sotto forma di prototipo.
Nel frattempo, però, ci sono stati la fusione fra FCA (cui faceva capo Alfa) e i francesi di PSA, da cui è scaturita Stellantis. Come pure una pandemia con strascichi tuttora in corso, nonché un cambio al vertice del marchio, ora sotto la guida di Jean-Philippe Imparato: “Tonale è il modello che segna la metamorfosi del brand. Pur rimanendo fedele al proprio Dna di nobile sportività italiana dal 1910, con Tonale, Alfa Romeo evolve radicalmente e si proietta nella nuova era della connettività e dell’elettrificazione”.
Lunga 4,53 metri, la vettura presenta un design molto simile a quello della concept car omonima: gli elementi “classici” dello stile Alfa ci sono tutti, a cominciare dallo ‘Scudetto’ frontale e del mitico ‘Trilobo’, rielaborati in una chiave contemporanea. Caratterizzanti i gruppi ottici “3+3”, con proiettori a led.
All’interno spiccano elementi evocativi, come il quadro strumenti “a cannocchiale”, che accoglie la strumentazione digitale con display da 12,3”, e moderni, come il display da 10,25” del sistema infotelematico connesso, aggiornabile over-the-air e dotato dell’assistente vocale Alexa by Amazon. Curata la sicurezza di marcia, che beneficia di dispositivi di guida autonoma di livello 2, come la frenata automatica di emergenza con riconoscimento di pedoni e ciclisti, il cruise control adattivo. A listino saranno presenti motorizzazioni ibride e ibride plug-in (cioè ricaricabili). Le prime sono disponibili in due livelli di potenza, 130 e 160 Cv, entrambe a trazione anteriore e abbinate alla trasmissione automatica a doppia frizione a sette marce, all’interno della quale è integrato un motore elettrico da 20,4 Cv, capace di trasmettere moto alle ruote anche quando il propulsore a combustione interna – un quattro cilindri da 1,5 litri turbo – è spento.
Ben più prestazionale la motorizzazione Plug-in Hybrid Q4 a trazione integrale: davanti la trazione è assicurata dall’unità termica, dietro dal motore a batteria, per 275 cavalli di potenza massima e autonomia in modalità di marcia 100% elettrica fino a 60 km. La Tonale Plug-in Hybrid Q4 è alimentata da una batteria da 15,5 kWh, ricaricabile in 2 ore e mezza mediante il quick charger da 7,4 kW. A listino, inoltre, non mancherà un turbodiesel da 130 Cv. Da definire i prezzi, ma si parla di un listino a partire da 35 mila euro.
Chiedi chi era Whitney Houston: dieci anni fa la morte del mito
Trenta centimetri d’acqua. Nella vasca da bagno della sua stanza al Beverly Hilton. L’aspettavano all’evento in onore di Clive Davis, il boss della sua etichetta, ma Whitney non si presentò. Era annegata, stabilì l’autopsia. Al momento della morte, quell’11 febbraio 2012, indossava una parrucca e una protesi dentaria. Aveva 48 anni, una dipendenza bastarda dalla coca, un cuore malridotto. E una voce che entrava come un punteruolo anche nelle anime di ghiaccio. La Houston, figlia di Cissy e cugina di Dionne Warwick (mentre è leggenda che Aretha Franklin fosse sua madrina) si era smarrita dentro uno specchio opaco: la superstar incantevole, invidiata nella sua perfezione, si rifletteva nell’immagine di una donna impotente di fronte alla profondità dei sentimenti. Sposata con un uomo violento, il rapper Bobby Brown, e segretamente innamorata, da sempre, dell’ex assistente Robyn Crawford. Si erano incontrate al liceo, il primo bacio “era stato lungo e dolce come il miele”, avrebbe rivelato Robyn in un libro. Erano rimaste accanto finché il pop-stardom degli anni Ottanta non aveva preso a stritolare Whitney: una macchina da miliardi non poteva rischiare la scomunica dei fans: non le avrebbero perdonato le inclinazioni gay. E la cocaina, che aveva cominciato ad assumere a 14 anni, le strappava man mano adesione all’esistenza. Tutto precipitò già dopo The bodyguard, con Kevin Costner, e l’ammaliante hit I will always love you. Il mondo, ignaro dei suoi tormenti, amava Whitney. Fece storia il bis a Sanremo ’87, la standing ovation dell’Ariston, Baudo che le chiede di ricantare All at once, mai successo per un ospite internazionale, con il discografico Michele Mondella a correre nei corridoi per riportare al mixer il nastro della base. Pranzammo con Whitney Houston, quel mattino. Sembrava timida, era spaziale.
Un’altra volta su Rai1, allo show C’era un ragazzo, litigò con Morandi: arrivò tardi alle prove, Gianni non era convinto della tonalità, la accusò di “non essere professionale”, Whitney lo abbracciò, gli disse che aveva “un buon profumo” e in diretta, duettando, lo spettinò. Un anno prima Giorgia, sua ultrafan, aveva ceduto alle insistenze del batterista Michael Baker (che lavorava con entrambe): il musicista voleva presentarle la diva dopo un evento a Milano. “Whitney mi sembrava alta tre metri. Riuscii solo a balbettare: You are the best in the world. No, in the universe!. Che imbranata. Ero con Alex Baroni, che mi prese in giro. Ribattei: Anche tu con Stevie Wonder sembravi un cretino! Whitney mi abbracciò. Quel tipaccio del marito, Bobby Brown, mi tese la mano, lo snobbai. Non mi piaceva”, ha raccontato Giorgia al Fatto. Rivelando pure di aver agito da stalker “quando Baker compose il numero della Houston a casa mia. Più tardi premetti redial. Qualcuno, non so chi, mi rispose. Misi giù”.
Anche Noemi conserva un ricordo nitido. Palalottomatica, 9 maggio 2010, ultimo tour di Whitney, che non riusciva più a nascondere i segni del declino: “Appariva provata dalla vita, lo si capiva dalla performance. Però noi del pubblico la sostenemmo per tutto lo show. Non ho mai sentito un timbro del genere: era la prova dell’esistenza di Dio. La sua voce era come il vento che si alza tra gli alberi. Un dono così trascende il talento”. Ma i demoni non dormono mai, di fronte a una preda così ambita. Il 10 settembre 2001, poche ore prima che venissero giù le Torri Gemelle, la dea di I wanna dance with somebody, aveva dato forfait al Madison Square Garden per il secondo concerto del trentennale della carriera di Michael Jackson. Quattro giorni prima, all’altro show, la sua magrezza era stata notata. Si era sparsa la voce fosse morta, la smentita cadde nella polvere delle breaking news da Ground Zero. Sarebbero passati altri undici anni prima della tragedia, stavolta personale e con scenario a Los Angeles. Bobby Brown, il marito sbagliato, sostenne poi che non era stata la droga a uccidere Whitney, semmai quel cuore, così fragile e braccato dai segreti. Ma da Oprah Winfrey la moglie aveva fatto a pezzi il matrimonio: “È come fumare della marijuana avvolta nella cocaina”. E non sarebbe finita mai. Il 31 gennaio 2015 anche la figlia della coppia, la 22enne Bobbi Kristina Brown, fu trovata a testa in giù nell’acqua di una vasca da bagno. Morì dopo mesi di coma. Il padre ha sempre indicato nel fidanzato Nick Gordon il responsabile. Ma neppure Nick potrà più raccontare la sua verità: se l’è portato via un’overdose. Quanto a Whitney, è tornata in tour nel 2020. Da fantasma, anzi da ologramma. Finché il coronavirus non ha spento pure quest’ultima, immaginaria luce.
Il dinamitardo della Giustizia
Come è noto, Luca Palamara è stato uno dei principali corresponsabili della degenerazione delle correnti della magistratura in gruppi di potere dediti alla lottizzazione spartitoria degli incarichi dirigenziali.
Non pago di avere fatto tanto male alla magistratura quando era ancora in servizio, Palamara, dopo essere stato radiato, ha proseguito la sua attività di sabotaggio delle istituzioni prestandosi a fare da sponda, con i suoi libri-intervista scritti con Alessandro Sallusti, a una operazione politica di ampio respiro, il cui reale obiettivo non è quello di limitarsi a portare alla luce e correggere le degenerazioni interne del sistema correntizio, ma piuttosto di minare la credibilità complessiva dell’intero ordine giudiziario, alienandogli la fiducia popolare e creando così un clima propizio all’emanazione di riforme dirette alla sua normalizzazione. Del resto non è certo casuale che la vicenda Palamara sia stata ossessivamente cavalcata da ampie e trasversali componenti dell’establishment in un crescendo di iniziative legislative e referendarie che hanno un unico comun denominatore: ridimensionare l’autonomia e l’indipendenza della magistratura.
Al fine di raggiungere lo scopo, nei due libri scritti con Sallusti, Palamara ha imbastito una narrazione che intrecciando alcune verità con tante falsificazioni e insinuazioni prive di fondamento, mira a portare acqua al mulino di quel vasto schieramento che da anni tenta di accreditare la tesi complottista e mistificante secondo cui i processi celebrati in quest’ultimo trentennio nei confronti di tanti esponenti della nomenclatura del potere, sarebbero stati instaurati non per finalità di giustizia, ma per occulte finalità politiche. Secondo tale narrazione questa sarebbe la segreta chiave di lettura delle manipolazioni di tanti concorsi per incarichi direttivi di uffici giudiziari strategici. Non già una storia di reciproci sgambetti e slealtà tra magistrati mossi da personali ambizioni di carriera, storia di per sé disdicevole e censurabilissima, ma, piuttosto, una sequenza di manovre di palazzo – soprattutto della cosiddetta magistratura di sinistra – per entrare a gamba tesa nel gioco grande del potere e colpire processualmente obiettivi politici. La verità storica è di segno diametralmente opposto. Potentati politici ed economici hanno cavalcato il sottosistema creato da magistrati come Palamara per neutralizzare e penalizzare magistrati ritenuti pericolosi per la loro assoluta indipendenza, e per agevolare l’ascesa di altri ritenuti invece affidabili. Come ha scritto Nino Di Matteo nel libro I nemici della giustizia: “Palamara è stato una pedina attiva, importante, pienamente funzionale a un ingranaggio più vasto e collaudato”.
Nel contesto dell’operazione di generale discredito al quale ho accennato, si iscrivono le pagine che Palamara e Sallusti, nel loro ultimo libro, hanno ritenuto di dedicare alla mia persona, per colpire attraverso me la credibilità di quella componente della magistratura antimafia che non si è limitata a processare gli esponenti della mafia militare, ma anche i suoi complici eccellenti nel mondo politico, istituzionale ed economico.
Il metodo espositivo è quello di mescolare falsità e insinuazioni malevole prive di fondamento, in modo da dipingere l’immagine di un magistrato antimafia che chiedeva favori all’imprenditore Antonello Montante, soggetto qualificato come condannato per mafia.
Per avere una idea del livello di falsificazione, basti considerare che nel libro viene scritto testualmente che Montante è stato condannato in primo grado a Caltanissetta a 14 anni di reclusione “per associazione mafiosa e per aver organizzato un’attività di dossieraggio”. Ebbene Montante non è mai stato condannato né tantomeno rinviato a giudizio per associazione mafiosa o per reati di mafia, ma per altri reati.
Quanto alle insinuazioni malevoli, Palamara e Sallusti sanno bene che sino al maggio del 2014, data della sua prima iscrizione nel registro degli indagati, Montante rivestiva la carica di responsabile nazionale per la legalità di Confindustria e che, proprio per questo motivo, aveva occasione di incontri con i ministri della Giustizia e dell’Interno, con il capo della Polizia, con il Procuratore nazionale antimafia, con prefetti, con don Ciotti e molti altri esponenti del fronte antimafia, nonché con magistrati di tanti uffici giudiziari, tra i quali anche io nella qualità di Procuratore generale di Caltanissetta. In particolare, i miei ultimi incontri con Montante risalgono al marzo del 2013, data in cui mi trasferii a Palermo per assumere l’incarico di Procuratore generale di quella città, cioè più di un anno prima della sua iscrizione nel registro degli indagati a Caltanissetta. Ebbene pur di accreditare l’immagine di paladini dell’antimafia che traccheggiano con un soggetto presentato come un mafioso, o comunque dedito ad attività illegali, Palamara arriva al punto di adombrare che il Procuratore di Caltanissetta, dott. Sergio Lari, colui che condusse l’indagine che portò all’arresto di Montante, avrebbe indebitamente omesso di iscriverlo nel registro degli indagati molto tempo prima del maggio del 2014. Lari valuterà se agire legalmente, certo io prima di quella data non ho avuto da alcuno né in via formale, né in via confidenziale, notizie su indagini nei confronti di Montante o su sue condotte illegali.
Il contesto così falsamente ricostruito è chiaramente finalizzato a ingenerare nel lettore l’idea che alcune annotazioni ritrovate tra gli appunti di Montante che mi riguardano, siano indicative di rapporti personali ambigui. Così Palamara fa riferimento a una cartellina verde contenente la planimetria di una casa di Caltanissetta ricevuta in eredità da mio padre, senza nulla aggiungere. È chiara l’insinuazione malevola.
Bene, la casa non è stata mai venduta ad alcuno ed è tutt’oggi di mia proprietà. Nel 2012 incaricai una agenzia immobiliare di metterla in vendita. Montante mi chiese una planimetria della casa per conto di un suo conoscente interessato all’acquisto. Non ho mai ricevuto poi alcuna notizia o proposta di acquisto.
Palamara prosegue scrivendo “tra gli appunti ci sarebbe una richiesta di raccomandazione che Scarpinato fa a Montante per pubblicare sul Sole 24 Ore una lettera di solidarietà nei suoi confronti firmata da 320 magistrati e inviata al Csm, dove lui era finito sotto inchiesta disciplinare per aver di fatto insultato i politici presenti alla cerimonia di commemorazione per i vent’anni della morte di Falcone e Borsellino”. Si fa credere ai lettori che nel corso di una cerimonia istituzionale, io avrei insultato i politici presenti. Tutto falso. Questa annotazione si riferisce a una vicenda verificatasi a seguito di un discorso di commemorazione funebre non istituzionale che in occasione della ricorrenza del ventennale della strage di via D’Amelio avevo pronunciato il 19 luglio 2012 nell’ora e nel luogo della strage di via D’Amelio, su invito personale dei familiari di Paolo Borsellino. Nel contesto di quel discorso al quale non erano presenti autorità, ma solo privati cittadini, avevo accennato al disagio provato in passato nel constatare che in occasione di commemorazioni ufficiali dei magistrati assassinati dalla mafia erano presenti tra le prime file anche personaggi che rivestivano cariche pubbliche, la cui condotta non appariva coerente con i valori di legalità. Il riferimento implicito era a personaggi politici indagati e poi condannati per reati di mafia. Lo stesso disagio era stato espresso in precedenza sugli organi di stampa dai parenti di alcuni magistrati assassinati, tra i quali Alfredo Morvillo e la sorella di Falcone. A seguito di ciò, un componente laico del Csm chiese l’apertura di una pratica per il mio trasferimento per incompatibilità ambientale. Inaspettatamente e con mia sorpresa, iniziò una spontanea raccolta di firme tra magistrati di tutto il paese per la sottoscrizione di un documento nel quale si rivendicava il diritto dei magistrati di manifestare il proprio pensiero. Alla fine furono raccolte più di 500 firme. Stante la rilevanza di tale iniziativa e del tema trattato, la segnalai a varie associazioni e persone, tra le quali anche Montante nella sua qualità di responsabile nazionale per la legalità di Confindustria, affinché si aprisse un dibattito culturale su un tema così centrale.
Ancora Palamara afferma: “Ma soprattutto fra gli appunti di Montante ce ne è uno datato 3 maggio 2012, con la dicitura: ‘Scarpinato mi consegna composizione del Csm con i suoi iscritti per nuovo incarico, Procura generale Palermo più Dna’. E c’è pure la stampa del documento con la composizione del Csm con appunti manoscritti, in cui per ciascun componente è indicata la corrente di appartenenza, e per quelli eletti dal Parlamento il partito di appartenenza, e sul margine sinistro del foglio annotata la seguente scritta: ‘Due alternative, o Lari procuratore generale a Caltanissetta e non fa concorrenza’”.
Palamara omette di indicare al lettore alcune circostanze che dimostrano in modo documentale che io non ho mai consegnato alcun appunto a Montante. Come ho potuto constatare dopo avere richiesto copia degli atti, il documento sulla composizione del Csm con appunti a cui si fa riferimento, fu tratto dal sito internet del Csm e reca stampigliata nella parte in basso a destra la data e l’orario di stampa: 30 maggio 2012 ore 08:17. Prova lampante che non è possibile che io abbia potuto consegnare l’appunto il 3 maggio 2012, cioè 27 giorni prima che il documento venisse stampato. E che non si tratti di un errore di datazione da parte del Montante è dimostrato dal fatto che tutte le sue annotazioni hanno una sequenza rigidamente cronologica e l’annotazione del 3.5.2012 è seguita da altre annotazioni successive del 17.5.2012, del 22.5.2012, del 15.6.2012, del 2.8.2012 e via seguendo. Inoltre alla data del maggio 2012, il concorso per il posto di Procuratore nazionale antimafia non era stato ancora bandito perché era ancora in carica il Pna Piero Grasso. E del resto, dinanzi a tali evidenze documentali, lo stesso Montante interrogato dai magistrati, ha ammesso che io non gli avevo mai fatto alcuna segnalazione.
Come se non bastasse, Palamara arriva al punto di insinuare che il Csm avrebbe archiviato senza ulteriori approfondimenti l’inchiesta originata dal rinvenimento delle carte di Montante al fine di favorirmi. Per rendere credibile tale insinuazione omette di informare il lettore che invece fui io stesso a prendere l’iniziativa di chiedere ufficialmente nel febbraio 2017 al Csm di essere convocato, proprio perché non avevo nulla da nascondere e volevo troncare sul nascere ogni indebita illazione. Depositai anche una ampia memoria corredata di numerosi documenti.
In conclusione, credo che il lettore dovrebbe interrogarsi sui motivi di tanto accanimento denigratorio.
I motivi vanno ricercati proprio nell’astio profondo e nel desiderio di vendetta di un vasto mondo interessato a strumentalizzare Palamara, e che ha sempre vissuto come una spina nel fianco i magistrati non allineati e in nessun modo condizionabili. Nel corso della mia carriera questo mondo ha tentato di screditarmi con le calunnie più infamanti tanto da costringermi a presentare più di 40 querele, sinora tutte vinte.
Questo astio ha avuto una forte e progressiva escalation proprio in questi ultimi mesi, in concomitanza con la conclusione di una indagine delicatissima sui mandanti esterni delle stragi del 1992-1993 i cui esiti ho rassegnato nel gennaio del 2022 con una corposa relazione nella quale vengono evidenziate inedite fonti di prova emerse nei confronti di alcuni soggetti.
In realtà la vera posta in gioco non è la mia credibilità personale, né la credibilità di quella parte della magistratura che non ha nulla da spartire con Palamara, e anzi è stata sempre penalizzata da simili personaggi. La posta in gioco è l’assetto democratico del nostro Paese che ha uno dei suoi perni fondamentali nel principio costituzionale della uguaglianza di tutti i cittadini dinanzi alla legge, senza distinzione di condizioni personali o sociali. Principio che rischia di trasformarsi in una formula vuota, se nei prossimi mesi dovessero essere manomesse – come è nei progetti di tanti fan di Palamara – le garanzie costituzionali di indipendenza della magistratura.
Nasce il “Museo Dario Fo e Franca Rame” Ma aprirà a Pesaro, non nella loro Milano
La notizia buona è che nascerà il Museo Dario Fo e Franca Rame. La cattiva è che Milano se n’è disinteressata e non ha saputo creare un luogo dove tenere vivi il teatro, l’arte, la cultura, l’impegno civile di due personaggi che a Milano hanno svolto gran parte della loro attività. Nascerà a Pesaro il Museo Dario Fo e Franca Rame. “Sono stati una coppia straordinaria”, ha detto, presentando il progetto di museo, il sindaco Matteo Ricci, “un punto di riferimento per il mondo della cultura, un esempio di impegno civile e politico. Sarà un privilegio ospitare a Pesaro un pezzo di storia del nostro Paese”.
L’operazione è stata resa possibile dai finanziamenti per 7,75 milioni di euro arrivati dal ministero della Cultura (2,35 milioni) e dall’accordo (per 5,4 milioni) siglato tra Agenzia del Demanio, Direzione generale degli Archivi e Comune di Pesaro per la rifunzionalizzazione di Rocca Costanza, la fortificazione edificata dagli Sforza nel 400, poi passata ai Borgia e infine, dal 1864 al 1989, trasformata in carcere. “Siamo onorati – ha detto il sindaco – è molto emozionante pensare che quello che fino a poco tempo fa era un luogo di reclusione si trasformerà in uno spazio dove divulgare il genio, la creatività e la passione civile e il racconto delle battaglie di due artisti straordinari”. Con la realizzazione del Museo Dario Fo e Franca Rame, la Città di Pesaro si candida a Capitale italiana della Cultura 2024. “Il nostro piano è quello di creare una rete culturale di città medie, in grado di presentare il meglio dell’offerta turistica e culturale in Italia al mondo”, ha spiegato il vicesindaco e assessore alla Bellezza, Daniele Vimini.
Soddisfatta Mattea Fo, presidente della Fondazione Fo Rame: “Due anni fa, Pesaro ha deciso di intitolare la corte di Palazzo Mazzolari Mosca a Dario e Franca. Durante quell’evento ci siamo sentiti accolti, abbiamo apprezzato l’affetto dimostrato verso i miei nonni e scoperto quanto vivo fosse il ricordo della permanenza di Dario e Franca a Pesaro durante le loro regie al Rossini Opera Festival”.
È bellissimo che nasca finalmente un grande museo dedicato a Dario Fo e Franca Rame. È tristissimo che Milano, così generosa con gli immobiliaristi e le squadre di calcio, non abbia saputo mantenere nella loro città la presenza e la memoria di due artisti, protagonisti della storia del teatro e dell’impegno civile, come Dario e Franca.
Si dimette Cressida Dick, la donna che comandava Scotland Yard
L’unica donna della storia che è riuscita a guidare il dipartimento della polizia di Londra, il Met, si è dimessa ieri in tarda serata. La commissaria Cressida Dick, che gestiva, tra l’altro, anche scottanti dossier investigativi, ha deciso di annunciare le proprie dimissioni a sorpresa. Il gesto è seguito a una serie di scandali e polemiche delle autorità che hanno coinvolto il corpo delle forze che guidava. Sempre ieri, il sindaco di Londra, Sadiq Khan, aveva indirizzato alla Dick una sorta di ultimatum. Una settimana fa un report di un osservatorio indipendente che investigava sulle divise aveva evidenziato quanto fossero diffusi sessismo, razzismo, misoginia, omofobia, violenza contro le donne tra gli agenti. Per questi motivi il Met è stato definito dalla ministra dell’Interno, Priti Patel, “una cloaca”.
Parigi blocca i camionisti per non finire come Ottawa
Temendo blocchi in città come sta succedendo a Ottawa, in Canada, Parigi ha deciso di chiudere l’ingresso ai “cortei della libertà”. Centinaia di auto, camion, furgoni, moto, camper sono in viaggio da tutta la Francia per raggiungere la capitale entro stasera. Nuovi cortei prendono il via oggi dalle città più vicine come Reims, Amiens o Orléans. In una nota di ieri, la polizia della capitale ha deciso di vietare l’accesso alla città, a titolo preventivo, per quattro giorni. I cortei saranno fermati alle porte di Parigi, perché non raggiungano il centro e per evitare “disordini all’ordine pubblico”. Un “dispositivo specifico sarà messo in atto per prevenire i blocchi stradali, per multare e arrestare i trasgressori del divieto”, si legge nel comunicato. Si ricordano le sanzioni a cui si va incontro: fino a 7.500 euro e sei anni di prigione per chi organizza una manifestazione non autorizzata. Su modello del Freedom Convoy canadese, il “Convoi de la liberté” intende paralizzare la capitale durante il fine settimana, prima di partire per Bruxelles per la “convergenza europea” di lunedì. Come in Canada, anche in Francia si protesta contro le restrizioni sanitarie e per chiedere la soppressione del green pass. Ma a due mesi dalle Presidenziali, in piena campagna elettorale, si aggiungono altre rivendicazioni, legate al caro vita e ai bassi stipendi, e si protesta più in generale contro la politica di Macron. Dopo Parigi, anche Bruxelles ha deciso ieri di vietare i “Cortei della libertà”. Intanto a Ottawa la polizia ha minacciato di arrestare tutti i camionisti che stanno paralizzando la capitale canadese da quasi due settimane. “Dovete immediatamente cessare questa attività illegale o sarete arrestati”, hanno avvisato le autorità. Finora sono stati 23 gli arresti. Il clima si è teso anche alla frontiera con gli Stati Uniti, dove i camion hanno bloccato gli accessi tra l’Ontario e Detroit e tra lo Stato di Alberta e il Montana. Anche a Vienna la polizia ha vietato la versione austriaca del “Convoglio della libertà”.
Un Paese con due premier. Questa è la Libia, bellezza
Tutto cambia per non cambiare anche, e soprattutto, in Libia. L’accordo politico intessuto due mesi fa tra l’uomo forte della Cirenaica, Khalifa Haftar, e due tra i più influenti esponenti politici della Tripolitania, l’ex viceministro degli Interni, Fathi Bashaga, e l’ex premier, Ahmed Maitig, non è servito solo a far slittare le elezioni previste per lo scorso 24 dicembre, ma anche a minare l’attuale governo di transizione guidato da Abdel Hamid Dbeibah. E, infatti, la Camera dei rappresentanti di Tobruk ha scelto un nuovo premier: Fathi Bashagha.
A meno di colpi di scena, che in questo Paese non sono mancati dalla rivoluzione contro Gheddafi nel 2011, sarà dunque il potente uomo d’affari della città di Misurata a traghettare il Paese verso le consultazioni per eleggere il presidente della Repubblica e quindi il Parlamento. Mentre nella città della Cirenaica dove ha sede il Parlamento si stava decidendo la sua destituzione, a Tripoli il premier uscente è scampato a un attentato. Un commando di uomini armati fino ai denti ha aperto il fuoco contro l’auto su cui Dbeibah viaggiava per tornare alla propria abitazione. La raffica di proiettili ha colpito il parabrezza lasciando illesi il politico e il suo autista. Potrebbe trattarsi di un’imboscata non estranea a quanto stava accadendo a Tobruk innanzitutto per condizionare il voto della Camera e, al contempo, per indurre Dbeibah a evitare qualsiasi tentativo di aizzare le piazze in sua difesa. Una mossa cui il premier uscente aveva già fatto ricorso in dicembre quando tradì il patto di non correre per le elezioni, presentando la sua candidatura. Il procuratore capo della Libia non ha potuto evitare di aprire un’inchiesta per “tentato omicidio”, che tuttavia, molto probabilmente, finirà nel nulla. La designazione di Fathi Bashagha, di fatto senza concorrenti con reali chance di successo, è risultata scontata, avendo subito incassato il sostegno del generale Haftar, ulteriore prova che il patto di consultazione di dicembre rimane saldo nonostante le cose in Libia cambino nel giro di poco tempo. Ora Bashagha avrà una settimana di tempo per formare un nuovo governo, che dovrà essere sottoposto a voto di fiducia. Ma il nuovo premier dovrà anche far approvare gli emendamenti alla dichiarazione costituzionale allo scopo di redigere una vera e propria Costituzione su cui incardinare il processo elettorale e, di conseguenza, le elezioni entro 14 mesi. Dbeibah prima di venire sfiduciato aveva sottolineato che “continuerà a svolgere il proprio compito fino a quando il potere non sarà trasferito a un’autorità eletta”, sottintendendo non nominata. Peccato che anche lui non fosse stato eletto attraverso il voto dei libici, ma incaricato dopo il voto di fiducia parlamentare. Difficile però che l’ambizioso e tenace Dbeibah si lasci intimidire dai colpi di kalashnikov dei suoi avversari. Se decidesse di sfidare Tobruk e il patto a tre di dicembre tra i suoi principali avversari, Dbeibah potrebbe riportare il Paese al 2014 quando Haftar con le sue milizie dichiarò guerra a Tripoli riportando in auge il conflitto civile. Ci sarebbero infatti due governi, uno a Tripoli e uno a Bengasi, la capitale della Cirenaica. Per ora davanti alla sede del Parlamento di Tripoli si sono riuniti pochi manifestanti per protestare contro l’elezione di Bashagha e chiedere lo scioglimento del Parlamento e del- l’Alto Consiglio di Stato, il corrispettivo del nostro Senato. I manifestanti hanno innalzato cartelli per criticare una nuova fase transitoria e per chiedere elezioni immediate.
Bashagha rispetto al Dbeibah ha dalla sua la maggior parte delle milizie di Misurata, sua città natale, che furono determinanti per la sconfitta di Gheddafi. Misurata è cruciale per le sorti della transizione, molto più di Tripoli.
Lavrov riceve l’inglese Truss “Il colloquio tra un sordo e un muto”
I negoziati tra il ministero degli Esteri russo, Serghey Lavrov, e l’omologa britannica, Lizz Truss, sulla crisi ucraina, sono stati “un dialogo fra un sordo e un muto”. A riferirlo è stato il capo del dicastero di Mosca, che non ha nascosto la sua delusione verso “gli slogan urlati” che ha ripetuto la sua interlocutrice, quella che da settimane non smette di minacciare gravi sanzioni. Lavrov ha anche riferito che parte del personale dell’ambasciata russa a Kiev verrà probabilmente evacuato perché “gli inglesi preparano qualcosa”. Il premier Boris Johnson ha invece incontrato ieri l’omologo polacco Morawiecki, che gli ha riferito che “obiettivo di Putin è fare a pezzi l’Alleanza Atlantica”. Sono iniziate intanto ieri le Union Resolve 2022, esercitazioni militari congiunte tra Mosca e Minsk: il dispiegamento di truppe serve solo “alla pressione psicologica” ha riferito il presidente ucraino Zelensky. Il Cremlino prosegue le sue esercitazioni anche nel Mar Nero, mare d’Azov e Stretto di Kerch: le manovre navali, accusano gli uomini di Zelensky, servono in realtà solo a bloccare il traffico marittimo e colpire l’economia ucraina. Il Cremlino nega e ricorda che erano programmate da mesi. Mentre le tensioni tra Russia e Ovest si acuiscono, l’Italia deve mantenere alto il livello di allerta “per svolgere un ruolo di rilievo con i partner Nato”, ha riferito ieri il Copasir nel report annuale in cui menziona il conflitto alla frontiera Est.
Il piano: Ucraina come la Finlandia, neutrale ma “amica” di Mosca
Rivitalizzazione degli accordi di Kiev, definiti nel 2015 e mai rispettati né da Mosca né da Kiev; accresciuta autonomia dell’Ucraina russofona – in pratica, il Donbass –, nell’ambito d’uno Stato federale o confederale; “finlandizzazione” dell’Ucraina: l’arsenale delle soluzioni diplomatiche, e non militari, alla crisi ucraina s’è arricchito d’una nuova formula, vecchia di circa un secolo ma tuttora attuale. Da quando il presidente francese Emmanuel Macron l’ha evocata, dopo le sue missioni a Mosca e Kiev, la “finlandizzazione” è sulla bocca di tutti: piace ai russi; non piace agli ucraini, che sono però il vaso di coccio della situazione; e può togliere le castagne dal fuoco all’Occidente e, in particolare, all’Europa, che non vuole giocarsi il gas russo per le paturnie “revanchiste” di qualche ex membro del blocco comunista.
Il cancelliere tedesco Olaf Scholz ha avvertito ieri nuovamente la Russia delle conseguenze economiche e politiche se dovesse invadere l’Ucraina. “La posta in gioco in questo momento non è altro che prevenire una guerra in Europa. Vogliamo la pace”, ha detto Scholz durante l’incontro con i leader di Estonia e Lituania. Il New York Times titola: “La finlandizzazione è parte del negoziato diplomatico”. E aggiunge: “Ma che cosa significa?”. Il termine “finlandizzazione” indica l’influenza che un Paese potente può avere sulle politiche di un Paese più piccolo suo vicino, condizionandolo senza prevaricarlo. Si chiama così perché si ispira all’influenza esercitata dall’Unione Sovietica sulla Finlandia già prima della Seconda guerra mondiale e poi al tempo della Guerra Fredda, ma può pure essere riferito a relazioni internazionali che si sviluppano in situazioni simili, come fu l’atteggiamento della Danimarca nei confronti della Germania tra il 1871 e il 1940. La Finlandia, che ha sempre percepito l’uso del termine come una critica, preferisce parlare di una “Realpolitik della sopravvivenza”, con cui una piccola nazione sopravvive senza sacrificare la propria sovranità a un vicino che esprime una netta superiorità culturale e ideologica o, più crudamente, economica e militare. Lo scenario non piace a Kiev perché significherebbe la rinuncia all’adesione alla Nato: a tutt’oggi, la Finlandia, per quanto sia ormai una democrazia lontana dalle condizioni della Guerra Fredda, resta fuori dell’Alleanza, come del resto fanno Svezia, Austria e Irlanda, Paesi occidentali, ma tradizionalmente neutrali; anche se Helsinki è nell’Ue, come Stoccolma, Vienna e Dublino, e questo potrebbe essere un premio di consolazione per l’Ucraina. Per contro, lo scenario piace a Mosca. Sarebbe la soluzione diplomatica accettabile per il Cremlino: garantirsi alle frontiere una presenza neutrale rispetto alle due super-potenze e ai loro blocchi, senza fare dell’Ucraina uno Stato satellite e senza pretenderne l’adesione a modelli politici o sociali (la Finlandia non è mai stata comunista).
Che i discorsi di Macron a Mosca e a Kiev possano rivelarsi interessanti, lo conferma l’attenzione del presidente Usa Joe Biden per i loro contenuti: ieri, al telefono, Biden e Macron “hanno discusso – a detta della Casa Bianca – dei recenti incontri in Russia e in Ucraina” e “degli sforzi diplomatici in corso, intrapresi in stretto coordinamento con gli alleati e i partner, in risposta al continuo rafforzamento militare della Russia al confine con l’Ucraina.”
Dal canto suo, il Segretario generale dell’Alleanza atlantica, Jens Stoltenberg, torna sui principi, parlando alla tv serba Vesti: non esiste nessun documento in cui si dica che la Nato non si debba allargare verso Est; ma non esiste neppure un documento ove si dica che lo vuole fare, anche se, “noi come Alleanza di 30 Paesi nei nostri documenti abbiamo sempre sottolineato che le porte restano aperte per i Paesi europei che soddisfano gli standard Nato” – l’Ucraina non lo fa, essendo teatro di un conflitto interno –. Stoltenberg insiste sul carattere difensivo dell’Alleanza, contestando le affermazioni del ministro degli Esteri russo, Serghey Lavrov, secondo cui la Nato non si può ritenere un’Alleanza difensiva considerando le operazioni militari condotte in Jugoslavia, Libia, Afghanistan. Nell’intervista il Segretario generale afferma che la Nato rispetta la decisione della Serbia di non aderire all’Alleanza, mentre è in lista d’attesa per entrare nell’Ue: un’altra potenziale similitudine con l’Ucraina. Si tratta, ha osservato, di “una decisione sovrana e indipendente, che la Nato rispetta in pieno, come rispetta le decisioni di Svezia e Finlandia che sono partner a noi vicini ma che non sono entrati nella Nato”. La Serbia è militarmente neutrale e collabora con la Nato nell’ambito della Partnership per la pace, il programma offerto dall’Alleanza ai Paesi dell’ex blocco socialista.