La vita di Gaia Rayneri smette di funzionare una decina di anni fa, quando ne ha ventiquattro. È la classica persona di cui si potrebbe dire: “Non le manca niente”. Ha una laurea, buoni amici, un romanzo d’esordio di successo, Pulce non c’è, edito da Einaudi, un contratto per scriverne un secondo, vive da sola “quasi sempre al di sopra della soglia di povertà”.
Eppure, da un giorno all’altro, qualcosa dentro di lei si spezza. Senza capire perché comincia a piangere di continuo e si sente inchiodata all’abisso. Nonostante sia piena di idee e progetti mettere il naso fuori casa diventa impresa titanica e pensieri di natura suicida cominciano a farsi largo. È come avesse una voragine nella pancia e un disperato bisogno d’amore. Di esser vista, soccorsa, salvata. “Mi sembrava di svanire o esistere solo nella misura in cui soffrivo”, scrive, lei che le emozioni le ha dovute silenziare da quando è nata la sorellina, ne parla in Pulce non c’è, autistica. Da quel momento la sua famiglia si modella su uno stato di emergenza permanente e lo spazio per coltivare la felicità scompare. A Gaia viene diagnosticato un disturbo borderline di personalità: terrore del rifiuto, instabilità delle relazioni personali, distorsione dell’immagine di sé, disforia. Considerata “rotta” in una società richiedente che valuta il dolore qualcosa che capita ma non dovrebbe, affronta anni di sedute psicoterapiche e psicofarmaci (ne prova quindici), ma la via si rivela, almeno per lei, fallimentare perché si ragiona in termini di problematicità e infelicità rafforzando la dimensione della malattia e puntando a stare meno peggio anziché bene. Pertanto si motiva a trovare un’altra strada, un altro approccio, un’altra prospettiva, quella dell’anima, “quel puntino di luce infinita che c’è dentro ognuno di noi”, per rimettere insieme i cocci, trasformare la rabbia in carburante utile a coltivare il giusto distacco, perdono, gratitudine, convogliare la sofferenza nella creatività, diventare lei stessa la persona che vorrebbe accanto, realizzare che le paure più profonde sono come i draghi delle fiabe, proteggono i nostri tesori più grandi.
Con un approccio sincretico che va dal mito di Sisifo al poeta mistico Rumi, da Seneca e Foucault, da Freud a Hillman, dal Cristianesimo al Buddismo, dalle tecniche di meditazione alla mindfulness, Rayneri condivide il suo personale viaggio dall’ombra verso la luce attraversando il dolore, accettandolo, per mirare alla consapevolezza. Né manuale di self-help né testo scientifico, Un libro di guarigione insegna che soffrire non significa fallire, essere deboli o incapaci di stare al mondo e che quello che ci fa male può diventare “superpotere”. Se il dolore di Rayneri fosse stato solo un leggero fastidio se lo sarebbe portato dietro anni, accontentandosi di una felicità più ristretta. Ha invece appreso a stare in contatto col proprio sé più autentico, in armonia con la natura e gli altri esseri, libera dai condizionamenti. È qualcosa che va al di là di ogni religione e dogma, spiega, e non ha bisogno di essere compreso razionalmente: è un patrimonio innato a cui si accede con l’intuizione più che con la razionalità. Come scriveva Huxley: la vita non è ciò che ci capita, è ciò che facciamo con ciò che ci capita.