Superbonus, l’aiutino a Poste&C.

Il caos sul “Superbonus 110%”, o meglio sulla cessione dei crediti fiscali edilizi, era già imbarazzante di suo ma ora rischia diventare una beffa clamorosa per il ministero dell’Economia. È in atto uno scontro tra quasi l’intero arco parlamentare e il Tesoro, che due settimane fa nel decreto “Ristori Ter” ha deciso un’ulteriore stretta alla misura limitando a una sola volta la possibilità di cedere i crediti frutto dei lavori. La cosa, oltre a scatenare una rivolta politica, ha in effetti paralizzato un mercato che – proprio grazie al Superbonus – è letteralmente esploso. Così ora il Tesoro studia come aggiustare la sua stessa modifica, ma deve anche evitare problemi a Poste Italiane, che quei crediti li ha acquistati in gran quantità. La società è controllata dal Tesoro anche attraverso Cassa depositi e prestiti, pure lei coinvolta negli acquisti dei crediti.

Andiamo con ordine. Draghi e il ministro Daniele Franco non hanno mai nascosto il giudizio negativo sulla misura, prorogata in manovra. La stretta è arrivata dopo il dilagare delle truffe. Ieri il direttore dell’Agenzia delle Entrate, Ernesto Maria Ruffini, in un’audizione al Senato ha sfornato le cifre di quello che ha definito un “quadro preoccupante”: 4,4 miliardi di crediti inesistenti individuati da Ade e Guardia di Finanza. Al 31 dicembre le cessioni di crediti sono state 4,8 milioni per un controvalore di 38,4 miliardi. Su questi numeri si sono innestate le frodi, con società fittizie create per generare falsi crediti e allungare la catena delle cessioni. Le truffe hanno coinvolto organizzazioni criminali e parte dei soldi è finita anche all’estero. Circa 2,3 miliardi sono stati invece sequestrati. Qui scatta il problema.

Le truffe sono state agevolate dal meccanismo che nel 2020 (decreto Rilancio) ha consentito la cedibilità dei crediti, non obbligando a controlli rigorosi e limitando quelli dell’Ade ex post. Il governo è già intervenuto a fine 2021, ma le norme obbligano il Fisco a recuperare le somme truffate dai primi beneficiari dei crediti e non da chi li acquista, che è parte lesa. Il problema cambia se i crediti vengono sequestrati, diventando “cose pertinenti al reato”, cioè inutilizzabili. Un problema per chi li ha. Poste ha primeggiato nel mercato dei crediti edilizi, nei primi 9 mesi del 2021 ne aveva per 4,5 miliardi e da giorni il titolo cala in Borsa. Si teme un buco di bilancio.

Per questo il Tesoro studia una misura per prorogare la vita dei crediti sequestrati oltre i 5 anni, evitando così problemi alla controllata (e a Cdp). Problemi che sembrano minori per le banche, alcune delle quali si sono affrettate a chiarire di aver controllato rigorosamente i crediti acquistati (da Poste, invece, nessuna dichiarazione). Oltre all’aiuto ai colossi, che hanno già bussato al ministero, il governo studia la possibilità di riaprire la cedibilità fra banche e altri soggetti vigilati da Bankitalia, ma la cessione libera per tutti non verrà ripristinata.

Rivisti gli assegni sociali: Rdc tagliato per 123mila

L’assegno del Reddito di cittadinanza si è ridotto per 96 mila percettori e in 27 mila risultano attualmente decaduti. Questi i dati che arrivano dall’Inps dopo le operazioni di aggiornamento scattate a inizio anno delle prestazioni assistenziali – quali, ad esempio, la quattordicesima dei pensionati o le maggiorazioni pensionistiche – che concorrono a formare l’Isee e che, di conseguenza, hanno modificato l’importo dell’assegno mensile. In altre parole, questi nuovi trattamenti che fino a oggi non erano mai stati aggiornati ai fini del calcolo del reddito familiare, hanno fatto aumentare l’imponibile di chi li riceve e diminuire l’importo dell’assegno della misura anti-povertà. Ma da gennaio è partito anche il taglio del Reddito di cittadinanza agli invalidi civili totali, le cui pensioni sono aumentate per effetto di una sentenza della Corte Costituzionale. Due procedure molto tecniche che vale la pena di ricostruire.

La beffa è stata denunciata dieci giorni fa dalla Federazione italiana per il superamento dell’handicap (Fish). Numerosissime famiglie in cui è presente un invalido, si sono viste ridurre nella rata di gennaio l’importo del Rdc. La motivazione del taglio, ha spiegato Fish, è l’aumento che da gennaio hanno registrato le pensioni d’invalidità a seguito della sentenza del 2020 n° 152 della Corte Costituzionale che ha aumento il trattamento assistenziale versato dall’Inps portandolo da 285 a 651 euro. Così, l’istituto nella ricarica della tessera su cui viene accredito il Rdc “ha decurtato la differenza tra il vecchio Isee e quello nuovo, arrivando in molti casi ad annullare del tutto l’accredito”. Un calcolo dovuto, ha replicato l’Inps. Nonostante già nel 2019, quando è stata introdotta la misura anti-povertà, era stata sollevata la questione, le pensioni d’invalidità civile hanno continuato a concorrere al calcolo dell’Isee. Ma le proteste della Fish, delle altre associazioni impegnate per i diritti delle persone con disabilità e di svariati politici hanno spinto l’Inps a pubblicare un messaggio (n. 548 del 3 febbraio) in cui l’istituto ha spiegato che se un colpevole c’è, è lo stesso decreto legge che ha istituito il Reddito di cittadinanza nel 2019 e che prevede l’aggiornamento dei trattamenti assistenziali tenendo conto degli importi che il beneficiario sta effettivamente percependo nell’anno in corso in sostituzione di quelli relativi a due anni prima. In poche parole, quando viene erogato il Reddito bisogna presentare l’Isee in cui vanno conteggiati anche diversi trattamenti assistenziali che da quest’anno includono anche la maggiorazioni dell’assegno sociale, della pensione sociale, dell’importo aggiuntivo previsto per le pensioni integrate al trattamento minimo e della quattordicesima. Ma queste prestazioni da inizio anno sono aumentate a causa dell’inflazione, trasformandosi da una buona notizia in un incubo per i percettori che, così, nel ricalcolo dell’Isee, si sono visti ridurre o addirittura escludere dalla prestazione. Un dramma per le famiglie più fragili, soprattutto in concomitanza con la brusca impennata dei prezzi a causa del caro-energia.

Un’emergenza nell’emergenza di cui nessuno sembra esser colpevole se non lo stesso meccanismo previsto dalla legge istitutiva del Rdc. Ora a porvi rimedio potrà essere solo la politica. Il ministero del Lavoro non commenta. Susy Matrisciano (M5S), presidente della commissione Lavoro del Senato, presenterà con l’ex ministra Nunzia Catalfo una proposta emendativa che “eviti che l’aumento del reddito familiare dovuto alle maggiorazioni degli assegni precluda o riduca l’accesso ad altre prestazioni sociali”.

“Le Foibe come la Shoah” Bianchi inciampa e si scusa

Stavolta a fare un errore da penna rossa è il ministero dell’Istruzione. Nella Giornata del Ricordo, istituita per legge nel 2004 in memoria dei massacri delle foibe e dell’esodo giuliano dalmata alla fine della Seconda guerra mondiale, una circolare firmata dal capo dipartimento di Viale Trastevere, Stefano Versari, ha scatenato una polemica al punto che il ministro Patrizio Bianchi è intervenuto per prendere le distanze da uno dei suoi più fidati collaboratori. Sul banco degli imputati il parallelo tra Foibe e Shoah: “Il Giorno del Ricordo e la conoscenza di quanto accaduto – cita la missiva firmata da Versari – possono aiutare a comprendere che, in quel caso, la ‘categoria’ umana che si voleva piegare e culturalmente nullificare era quella italiana. Poco tempo prima era accaduto, su scala europea, alla ‘categoria’ degli ebrei”.

Parole scritte in una nota con oggetto “10 febbraio 2022 Giorno del Ricordo – opportunità di apprendimento” indirizzata ai presidi di tutt’Italia e ai dirigenti degli uffici scolastici regionali. A finire nella bufera è stata proprio quella frase alla quale seguono i confronti con altre drammatiche vicende storiche: “Pochi decenni prima ancora era toccato alla ‘categoria’ degli armeni. Eppoi? Sempre vicino a noi, negli anni 90, vittima è stata la ‘categoria” dei musulmani di Srebrenica… non serve proseguire”.

Nemmeno il tempo di pubblicarla che è arrivata l’indignazione dell’Anpi: “Chiediamo urgenti lumi al ministro sulla comparazione che consideriamo storicamente aberrante e inaccettabile”, ha detto il presidente Gian Franco Pagliarulo. Immediate anche le reazioni del mondo politico. Federico Fornaro, capogruppo di LeU alla Camera, ha definito la circolare “un obbrobrio storiografico e didattico, sbagliato sotto ogni profilo”. Il M5S ha bocciato la nota del ministero dell’Istruzione perché “induce in errore ed è frutto di evidente mancanza di conoscenza storica”.

Le profonde differenze storiche tra il genocidio degli ebrei (oltre sei milioni di persone sterminate) e la tragica vicenda degli infoibati (oltre sei mila morti) massacrati dall’esercito titino jugoslavo, sono state rimarcate da tanti che hanno ritenuto inaccettabile la frase di Versari scritta – secondo fonti del Fatto Quotidiano – in assoluta buona fede.

A fare il passo indietro ci ha pensato il ministro Patrizio Bianchi, che nel primo pomeriggio, dopo aver telefonato alla presidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche italiane, Noemi Di Segni, e a Pagliarulo, ha inviato una nota stampa prendendo le distanze dal capo dipartimento: “Ogni dramma ha la sua unicità, va ricordato nella sua specificità e non va confrontato con altri, con il rischio di generare altro dolore”.

Con una sola riga, il ministro ha scaricato (così è stata interpretata negli uffici di Viale Trastevere) Versari, uno dei suoi fedelissimi. Il dirigente, infatti, dopo aver ricoperto per sette anni il ruolo di capo dell’ufficio scolastico regionale dell’Emilia Romagna, era stato chiamato a Roma proprio dal professore ferrarese.

Mattone, ricatti e narcotraffico: la trasferta della P2 in Brasile

Il progetto antidemocratico della P2 di Licio Gelli e Umberto Ortolani non si è mai fermato. Non sono bastate le indagini delle Procure di Milano, prima, e di Roma poi, e l’attività conoscitiva della Commissione presieduta da Tina Anselmi. Come una Fenice è rinata lì dove aveva probabilmente il centro più riservato, oltreoceano. Lo ha fatto trasferendo holding e grandi società immobiliari nel cuore finanziario del Brasile, a San Paolo, trovando un luogo discreto da dove continuare a gestire soldi, dossier e influenza. Con un’ombra che appare, quella del narcotraffico e dell’alleanza con i grandi cartelli criminali. È il profilo che emerge dalla documentazione inedita dei servizi segreti brasiliani, al centro di un’inchiesta esclusiva di FQ Millennium, in edicola domani con Il Fatto Quotidiano.

È una nota di 48 pagine datata 21 luglio 1983, redatta dal Serviço Nacional de Informações (SNI) – l’agenzia di intelligence creata nel 1964 dai militari brasiliani – a scoperchiare l’intreccio carioca del potere di Gelli. Un documento mai emerso in questi anni, nascosto tra milioni di pagine di dossier dell’epoca della dittatura militare depositati– dopo il lavoro di discovery della “Commissione nazionale della verità” – negli archivi di Rio de Janeiro. La P2, per l’intelligence brasiliana, non era solamente un gruppo massonico che aveva creato un notevole scandalo in Italia. Nelle pagine del dossier viene definita come un sistema estremamente pericoloso, che puntava al “raggiungimento del potere politico-economico a livello transnazionale”, facendo affari con tutti “terroristi, comunisti, capitalisti, autorità pubbliche, politici, imprenditori, religiosi o innocenti utili”.

Per raggiungere il proprio obiettivo aveva creato una vera e propria holding, che spaziava “dalla pura e semplice gestione di immobili fino al commercio delle droghe, passando per il ricatto, il traffico di influenza, il contrabbando di armi e la vendita di segreti militari”. Un sistema criminale che non poteva essere sottovalutato.

“Con l’ambiente sfavorevole in Uruguay e il suo indebolimento in Argentina – si legge nella nota del 1983 firmata dai vertici dell’intelligence brasiliana – il sistema P2 e i suoi sottosistemi starebbero consolidando le proprie attività nel nostro Paese”. Dopo il 1981, Gelli e Ortolani entrano nel vortice dello scandalo, nato dalla scoperta della lista degli affiliati a Castiglion Fibocchi, rinvenuta durante una perquisizione disposta dai giudici milanesi Gherardo Colombo e Giuliano Turone il 17 marzo 1981.

In parallelo, in quello stesso periodo, veniva dichiarata l’amministrazione coatta del Banco Ambrosiano di Roberto Calvi, vero motore finanziario della P2, con ramificazioni in diversi Paesi, dal Lussemburgo, alle Bahamas, dal Nicaragua all’Argentina. Emergono le coperture da parte di ministri, vertici del servizi segreti militari, imprenditori, diplomatici e faccendieri vari. Dunque per il “sistema P2” scatta la necessità di immergersi, di cambiare aria. La scelta del Brasile è strategica. Era – ed è – il principale Paese dell’America Latina, con al governo all’epoca la classe militare golpista legata a doppio filo con Gelli.

L’Uruguay era diventato un Paese troppo esposto e l’Argentina dopo la sconfitta nella guerra delle Malvinas/Falkland si avviava al ritorno della democrazia, con l’elezione di Raúl Alfonsín alla presidenza della Repubblica. Ma soprattutto il Brasile era in grado di garantire un giro di affari enorme, un mercato dove poter riciclare i milioni di dollari spariti dalle casse dell’Ambrosiano.

Nel documento al centro dell’inchiesta di FQ Millennium l’intelligence brasiliana descrive nel dettaglio il modus operandi di Gelli e Ortolani. I soldi servivano anche per riuscire a infiltrare la politica locale: “C’era nella legislatura passata uno schema di finanziamento esterno ai municipi, con il fine di penetrare i leader delle nostre unità politico-amministrative”, si legge nel documento. Gli affari si sono poi concentrati in una costellazione di società finanziarie situate in un grattacielo nel centro di San Paolo, acquistato alla fine degli anni 70 dal gruppo.

Da San Paolo, poi, viene gestita un’operazione chiave, ovvero un passaggio probabilmente simulato di quote societarie della banca Bafisud, di proprietà di Umberto Ortolani: “Molte volte le transazioni si traducono appena in cambi formali di persone giuridiche, quando in realtà le persone fisiche detentrici del capitale rimangono le stesse”, spiegano gli analisti di Brasilia. In Brasile, nel 1983, il presidente della Repubblica era ancora un militare, João Figueiredo. Nel 1979, però, era stato avviato il processo di uscita dalla dittatura, con l’amnistia per i reati politici, il ritorno degli esuli e l’obiettivo di arrivare quanto prima alle elezioni dirette. Gelli, Ortolani e la P2 venivano visti come un pericolo in quella fase: “Il documento presenta dei suggerimenti per evitare che il gruppo possa diventare un impedimento per il conseguimento dei nostri obiettivi nazionali”, scriveva il SNI.

Vogliono sangue no vax per figlio Sospesa la potestà genitoriale

Il Tribunaledei minori di Bologna ha sospeso la potestà genitoriale ai genitori del bimbo del Modenese che per motivi religiosi hanno chiesto per il proprio figlio, che deve essere operato, sangue per eventuale trasfusione da soli donatori non vaccinati al Covid. Sul caso si era attivata la competente Procura, che aveva presentato un ricorso il 2 febbraio, mentre nei giorni scorsi il giudice tutelare di Modena aveva accolto le ragioni del Sant’Orsola, dove il bimbo deve essere operato per una cardiopatia, sulla necessità dell’intervento e sulla sicurezza del sangue.

Belluno, 3 calciatori a giudizio per stupro

Violenzasessuale di gruppo. È l’ipotesi di reato con cui tre giovani calciatori sono stati rinviati a processo dal gip del Tribunale di Belluno. Sono l’argentino Guido Santiago Visentin, 21 anni, del Cittadella, Federico De Min, 24enne bellunese, tesserato dell’Eclisse Pievigina (campionato di Eccellenza), e Matteo Verdicchio, 23enne bellunese dell’Asd Nogarè (terza categoria). Tutto è nato dalla denuncia presentata da una ragazza e riferita a un festino avvenuto il 14 agosto 2020: una grigliata a base di alcool e musica che si è svolta in una villa di Visome, a sud di Belluno. La presunta vittima ha riferito di essersi appartata in una stanza per riposare e di essere stata raggiunta dai tre, i quali l’avrebbero costretta a subire atti sessuali.

Rientrerà Gammino, tra i boss più pericolosi

Torneràin Italia Gioacchino Gammino, boss mafioso della Stidda, tra i 20 latitanti più pericolosi. La Spagna ha dato il via libera all’esecuzione del mandato di arresto europeo, emesso il 29 maggio 2014 dalla Procura di Agrigento. Classe ’60, originario di Desio, Gammino era stato arrestato a Galapagar, Madrid, il 17 dicembre scorso da uomini della Dia e della Polizia spagnola, coordinate dalla Procura Distrettuale di Palermo, seguita personalmente dal dottor Francesco Lo Voi e dal Procuratore Aggiunto Paolo Guido. Gammino, arrestato per la prima volta nell’84 nel procedimento “Abbate +76”, poi sfociato nel primo Maxi processo a Cosa Nostra, venne indagato da Giovanni Falcone per fatti legati al traffico di droga.

Puglia, la guerra delle “gazzette” e la solita furbata del “panino”

Mezzogiorno di fuoco in Puglia. È una “guerra di carta stampata” quella che rischia di scoppiare fra le varie “Gazzette” presenti sul mercato regionale dei quotidiani. I giornalisti del Corriere del Mezzogiorno, edizione barese del Corriere della Sera, scendono in campo contro l’abbinamento fra La Gazzetta dello Sport che appartiene al loro stesso editore (il Gruppo Rcs di Urbano Cairo) e La Gazzetta del Mezzogiorno che si prepara a tornare in edicola il prossimo 19 febbraio, dopo oltre sei mesi di assenza in seguito al fallimento dell’azienda che faceva capo all’editore Mario Ciancio di Catania. L’assemblea di redazione ha proclamato perciò lo stato di agitazione, contestando un’operazione di marketing che – a suo avviso – potrebbe favorire una testata concorrente.

“La redazione di Bari del Corriere del Mezzogiorno – si legge in una nota – apprende con sgomento e profondo scoramento la decisione dell’editore di autorizzare l’abbinamento. L’accordo nel quale è coinvolta la Gazzetta dello Sport, se mai venisse portato a termine, potrebbe nuocere gravemente al Corriere della Sera, e al Corriere del Mezzogiorno che vi è contenuto, in una logica perversa di cannibalismo aziendale interno al medesimo Gruppo editoriale”. Da parte sua l’azienda, accogliendo la richiesta di un incontro con i rappresentanti sindacali dei giornalisti, replica che “le politiche aziendali sono sempre state definite e decise nell’interesse di tutto il gruppo Rcs, tenendo in considerazione tutte le aziende e le testate dello stesso”.

Non sarebbe la prima volta che gli editori adottano la soluzione del “giornale-panino”, per sostenere artificiosamente la vendita delle copie di due o tre testate a un prezzo unitario. Nella stessa regione, il Nuovo Quotidiano di Puglia che appartiene al Gruppo Caltagirone viene diffuso a Lecce e a Bari insieme al Messaggero di Roma e al Corriere dello Sport, al limite delle norme sulla libera concorrenza. Ma, per il Corriere del Mezzogiorno e per i suoi redattori, il “panino” fra le due Gazzette risulterebbe effettivamente indigesto.

Torre Annunziata, indagato il sindaco Pd: parlava dei fondi Pnrr col nipote di un killer

Il nipote del killer di camorra era l’interlocutore per i fondi del Pnrr del sindaco eletto nel Pd. Accade a Torre Annunziata, dove accuse di concorso esterno in associazione camorristica, corruzione, traffico d’influenze si abbattono sui vertici sulla tormentata amministrazione comunale, da settimane a rischio scioglimento – invocato anche ieri pomeriggio dalla segreteria metropolitana dem – dopo la conclusione dei lavori della commissione prefettizia.

Ieri mattina la polizia giudiziaria della Dda di Napoli ha tenuto sotto scacco gli uffici municipali per condurre una lunga serie di perquisizioni e il consiglio comunale è stato annullato. Sul decreto firmato dai pm Valentina Sincero e Ivana Fulco, con la supervisione del procuratore capo Giovanni Melillo e dell’aggiunto Rosa Volpe, risultano indagati il sindaco di area Pd Vincenzo Ascione, l’ex vice sindaco Luigi Ammendola (già arrestato per tangenti), l’ex presidente del consiglio comunale Rocco Manzo e quello in carica Giuseppe Raiola, l’assessore al porto Luisa Refuto, il consigliere Maria Oriunto e l’ex dirigente Utc Nunzio Ariano, ai domiciliari e già condannato a 6 anni per le mazzette spillate su alcuni appalti assegnati senza gara.

Dodici gli indagati. Tra i quali il dipendente della partecipata “PrimaVera” Salvatore Onda, cognato della consigliera Oriunto e nipote di Umberto Onda, un killer del clan Gionta. È indagato per associazione camorristica.

Onda, si legge nel decreto, è l’interlocutore di Ascione “per verificare l’esistenza di fondi Pnnr per il comune”. Ci sono le intercettazioni di un paio di telefonate tra lui e il sindaco. Il 15 novembre 2021 Onda dice ad Ascione: “Domani pomeriggio prendiamoci un caffè, devo farti vedere delle cose”. Nel prosieguo annuncia di avergli procurato un appuntamento con un dirigente della Regione Campania. Il 16 gennaio 2022 i due si sentono di nuovo: “E ci sta una riunione pure per capire la composizione delle liste per la Città Metropolitana”.

Onda, sostengono i pm, ha condizionato le scelte gestionali e le nomine in giunta “con un’influenza costante”. Mentre il decreto sottolinea alcuni appalti sospesi per anomalie. Sul punto, nei mesi scorsi la Dda ha sentito come teste l’ex senatore anticamorra Lorenzo Diana. Fu il vice di Ascione, nominato per ripulire l’immagine della giunta dopo l’arresto di Ariano. Si dimise inorridito dopo l’arresto di Ammendola: “Almeno otto gare sono irregolari”, disse.

“Il deputato Foti si fece promettere denaro per FdI”

“Gli ho detto a Foti… te la finanziamo tutta noi la campagna elettorale, vuoi centomila euro? Centomila euro!”. A parlare, intercettato il 17 settembre 2019, è Nunzio Susino, imprenditore siciliano da anni attivo a Piacenza, arrestato ieri dai carabinieri locali nell’ambito di un’inchiesta su un presunto “sistema corruttivo diffuso” nella zona. Il “Foti” citato è Tommaso Foti, deputato di Fdi, indagato per traffico d’influenze illecite. Per la Procura di Piacenza, Foti, “sfruttando la relazione di cointeressenza politica esistente con la Opizzi (Erika, assessore all’Urbanistica a Piacenza, ndr) indebitamente si faceva promettere da Susino il pagamento di somme di denaro”, per “sé stesso o per il partito Fratelli d’Italia, anche quale finanziamento della successiva campagna elettorale”. Le cifre lencate nel capo d’imputazione riguardano due tranche da 3mila euro ciascuna e 15 mila euro frutto di una “richiesta economica” che “Susino confidava” a un altro indagato. “Noi siamo golosi di soldi… ma loro di più!… se noi siamo golosi … loro sono malati…”, diceva Susino intercettato: “Lui è Meloni (Giorgia, leader di Fdi, estranea all’inchiesta, ndr)”. E ancora: “Ci sto andando come un poverello da quel bastardo di Foti”. Il deputato si trova in ospedale per gravi problemi di salute e non ha ancora letto degli atti. Dal suo partito arrivano attestazioni di stima: “Tommaso Foti è un galantuomo, attenderemo con fiducia la magistratura”, ha sottolineato il capogruppo di Fdi alla Camera, Francesco Lollobrigida.