Ci sono anche Irene Pivetti e la sua Only Italia Logistics Scarl fra i soggetti imbrogliati, secondo la Procura di Asti, dai presunti truffatori seriali arrestati ieri dal Nucleo di polizia economico-finanziaria della Gdf di Asti. Come noto, con l’arrivo della pandemia Covid, l’ex presidente della Camera è entrata nel mercato import-export dalla Cina di dpi, attività nel 2020 finita sotto i fari di tre procure italiane (Milano, Roma e Savona). In questa vicenda, però, Pivetti è parte lesa. Paolo Malvini, 55 anni di Milano, secondo gli inquirenti si è presentato a Pivetti sotto falso nome, chiudendo l’acquisto di oltre 7 milioni di mascherine al prezzo di quasi 20 milioni di euro, che doveva essere pagato dalla sua società bulgara Eltn Ltd. Contratto chiuso con una fideiussione che i pm ritengono falsa. Una volta che il carico è giunto a destinazione – con grosse difficoltà da parte della Only Italia, che a luglio 2020 aveva ancora i conti bloccati – secondo i finanzieri l’acquirente è sparito. Su uno dei documenti falsi c’era la foto di un noto sociologo.
Irruzione a ‘Chi l’ha visto’: dopo 13 anni è tutto prescritto
È finito con la prescrizione il processo ai vertici di Casa Pound accusati dell’irruzione nella sede Rai, la notte del 3 e 4 novembre 2008, per interrompere la messa in onda del programma di Federica Sciarelli, che aveva da poco trasmesso le immagini degli scontri di piazza Navona, in cui si vedevano esponenti di Blocco Studentesco – organizzazione giovanile di CasaPound – picchiare gli studenti che erano scesi in piazza. Delle 25 persone che tentarono l’assalto, coperti da passamontagna, sciarpe e caschi, la Digos ne identificò 12. Con l’accusa di resistenza, violenza e minaccia a incaricati di pubblico servizio finirono sotto processo Gianluca Iannone, Simone Di Stefano, Andrea Antonini e Francesco Polacchi, editore del libro-intervista all’ex ministro sovranista Matteo Salvini. Una vicenda giudiziaria durata 13 anni, in cui si sono avvicendati quattro giudici e due magistrati. Per gli aggressori era stata chiesta una condanna a 2 anni e 8 mesi, ma la gup ha riqualificato il reato, facendo cadere le aggravanti dell’aggressione.
Montagnier, addio al Nobel scomunicato dai colleghi
L’annuncio era stato dato mercoledì da France Soir, il media online diventato un riferimento per no-vax e teorici del complottismo. Ed è per questo che era stato preso come una possibile fake news. Ma ieri è arrivata la conferma da Libération, che ha potuto consultare il certificato di morte. La notizia dunque era vera: Luc Montagnier è morto, martedì, a 89 anni, nell’ospedale americano di Neuilly, alle porte di Parigi. Le cause del decesso non sono note. Il muro di scetticismo che si è alzato intorno al noto biologo francese negli ultimi anni, avrà dunque alla fine circondato per qualche ora la sua morte. Nel 2008 Montagnier aveva condiviso il premio Nobel per la medicina con la virologa Françoise Barré-Sinoussi per aver scoperto l’Hiv, il virus dell’Aids.
Ma da diversi anni l’eminente professore, figura di spicco del prestigioso Institut Pasteur dal 1972 al 2000, è stato bandito dalla comunità scientifica, da quando cioè ha cominciato a difendere teorie antiscientifiche, talvolta al limite dell’assurdo. Di recente, con la pandemia di Covid-19, era diventato anche un’icona del popolo no-vax. Nel 2009, proprio riguardo all’Hiv, affermò per esempio che il virus potesse sparire “in qualche settimana” seguendo un’alimentazione ricca in antiossidanti. Sosteneva che l’autismo si può curare con gli antibiotici e che la papaia fermentata è un rimedio al Parkinson. Nel 2017 si era battuto contro la legge che aumentava il numero di vaccini obbligatori per i bambini in Francia. Nei mesi scorsi ha messo in dubbio la sicurezza dei vaccini a Rna, sostenendo che contengono una “proteina tossica”: “Saranno i non vaccinati a salvarci”, disse partecipando alla manifestazione “Insieme per dire basta” di gennaio a Milano.
Esenzione vaccino, ma solo in digitale: a rischio in 20mila
Oltre 40 pagine, delle quali 27 di allegati con indicazioni tecniche, che si scaricano sui medici di famiglia e sui pediatri di libera scelta. Sarà soprattutto compito loro muoversi nel labirinto del Dpcm del 4 febbraio che sancisce l’obbligo del formato digitale per i certificati di esenzione dalla vaccinazione anti Covid. Perché chi ne è già possesso nel formato cartaceo, dovrà richiedere al medico la nuova certificazione con il Qr code analogo a quello del Green pass. Questo entro il 27 febbraio. Dal giorno successivo sarà necessario avere il nuovo pass elettronico per accedere a tutti i luoghi e ai servizi dove è richiesto.
Compito non facile. E infatti tra i camici bianchi, da tempo in tumulto per l’eccesso di burocrazia che grava su di loro, c’è chi ha già alzato bandiera bianca. “Il mio medico mi ha chiamata per dirmi che non sa come inserire digitalmente il mio certificato sulla apposita piattaforma – dice Federica Angelini –. I certificati di esenzione si rinnovano di mese in mese. Se non potrò disporne entro la fine di febbraio non potrò nemmeno andare al lavoro”. Angelini è presidente del comitato Ascoltami, a cui aderiscono, in tutta Italia, oltre un migliaio di persone che hanno subito danni alla salute dopo la somministrazione del vaccino. Reazioni avverse anche gravi per le quali molti hanno ottenuto l’esenzione da dosi successive.
Una condizione che, si stima, potrebbe riguardare quasi 20 mila persone. Angelini abita a Verona. Il suo medico, spiega, non ha ancora ricevuto alcun tipo di supporto per capire come deve fare. Come sempre accade in Italia non in tutte le regioni è così. In alcune, come la Toscana, il servizio sanitario ha già fornito le istruzioni. “Resta il fatto che questo è l’ennesimo carico burocratico che allontana il medico dalla sua vera funzione, che è quella di clinico: e questo si ripercuote sui cittadini”, dice Paola David, vicepresidente dell’Ordine dei medici di Pistoia e membro del comitato centrale della Fnomceo, la federazione nazionale degli ordini.
La pandemia non ha fatto altro che scoperchiare il malessere dei medici di famiglia, aggravandolo. “Il carico di burocrazia, tra pratiche per le quarantene e datori di lavoro che pretendono il certificato di guarigione nonostante ci sia già l’esito del tampone, si è moltiplicato – prosegue David –. Rincorriamo carte e intanto rispondiamo alle telefonate dei pazienti che per districarsi fanno riferimento a noi. Un giorno ho fatto il conto: 283 chiamate. Un medico da solo non ce la fa. E così si snatura la professione: ci stiamo allontanando sempre di più dai nostri compiti di cura”.
Proprio in Toscana, i primi di gennaio, la protesta dei medici di famiglia è diventata mobilitazione con la costituzione di Coccarde Gialle, gruppo che ha travalicato i confini regionali e adesso è presente in quasi tutte le aree del Paese, dal Piemonte alla Basilicata. “Noi vorremmo solo ricominciare a fare il nostro lavoro”, dice Lara Romagnani, medico di famiglia a Pistoia, tra le promotrici del gruppo. “Adesso – prosegue –, c’è anche l’obbligo del certificato di esenzione in formato digitale. Certo, possiamo imparare a fare qualsiasi cosa. Ma non è questo il punto. Tutto il tempo che siamo costretti a dedicare agli adempimenti burocratici lo rubiamo agli assistiti, facendo cose che non hanno nulla a che fare con la professione medica. Le nostre giornate sono fatte di decine di moduli da riempire. Il problema c’era anche prima. La pandemia ci ha portati all’esasperazione”.
Memorie da generale: “Alpino, mica scemo”
Quest’anno l’8 marzo si colora doppio: festa della donna e festa di Francesco Paolo Figliuolo, che finalmente si racconta agli italiani: “Sono un alpino, non sono uno stupido”.
L’uomo con la penna, in senso proprio e metaforico, punta l’inchiostro al nostro petto per illustrarci, con l’aiuto di Beppe Severgnini (Un italiano, edito da Rizzoli) “il dietro le quinte” delle punture.
Il generale, confidente e ottimista, spiega che per lui questi dodici mesi (il 1º marzo scorso fu nominato da Mario Draghi commissario straordinario per l’emergenza Covid) sono stati straordinari e a tratti “entusiasmanti”. Se Figliuolo scrive solo adesso è perché prima non aveva avuto modo. Infatti detta a Severgnini: “Se uno passa il tempo in televisione o a rilasciare interviste come riesce a lavorare?”.
Bella domanda da girare ai colleghi della virologia transnazionale, dell’immunologia iperspaziale, dell’infettivologia continua che sono riusciti a sfornare titoli tempestivi e ricette esemplificative del buon vivere in un confronto sempre serrato col killer di sospetta provenienza cinese.
Virus (Burioni), Virosfera (Palù), Il virus buono (Silvestri) L’avventura dei polmoni (Richeldi), Il dopo (Capua), Il mondo dei microbi (Bassetti), Danzare nella tempesta (Viola) sono i primi volumi che ci vengono in mente e che certamente anticiperanno nel prossimo autunno la seconda (o forse è già la terza?) ondata di scienziati con la biro in mano e la telecamerina in spalla.
Un italiano è invece il diario di guerra dell’alpino chiamato a tener testa al virus.
Ora, e lo si scrive qui per chiarire un dubbio che potrebbe far capolino, non è che si voglia polemizzare col generale scegliendo di affidare l’anticipazione del libro a un cognome tipicamente militare, ma di rango così basso da far temere il dileggio del protagonista dell’articolo anziché la connessione. C’era urgenza di scriverne, tutto qua.
Conoscere Figliuolo, nato a Potenza dove ha vissuto fino al liceo, la sua passione per la divisa ma il turbamento per quale arma scegliere, dove andare, chi essere. Grazie al consiglio di un colonnello, amico di famiglia, il giovane Figliuolo sceglie gli alpini. “L’alpino – scrive inseguendo una proprietà transitiva concettuale – porta lo zaino. Ne porta anche due. È portato a riflettere”.
Contento dello zaino e della penna sul cappello, Figliuolo sceglie l’artiglieria di montagna perché ascolta i buoni consigli: “Lì si fanno le cose seriamente”.
Ecco che dunque questo “italiano” di buona famiglia meridionale, porta uno, due, dieci zaini. E tutto il peso della responsabilità, anche del coraggio, dell’ambizione, gli consentono di appuntarsi sul petto gli onori militari di una stagione lunga e vincente. Già Crozza lo ha raccontato con questa enorme placca ferrata di premi e tricolori sull’intero torace, con la giacca oramai zeppa di trofei personali al punto che i prossimi riconoscimenti che certamente avrà, potranno essere esibiti sulle pieghe dei pantaloni per via degli spazi ormai ridotti. Con Severgnini il generale si confida, racconta, spiega il dietro le quinte delle punture e poi la sua “entusiasmante” stagione.
Avevamo capito che questi due anni fossero stati terribili e assai poco entusiasmanti. Ma sono punti di vista.
“Cercasi medici in affitto”: così l’agenzia interinale sbarca al Ps
“Si cercano medici per il pronto soccorso a partire da questa sera. Non sono richiesti specialisti o figure particolari, si tratta di effettuare un triage avanzato e chiamare lo specialista appropriato che si farà carico del paziente (naturalmente quei pazienti che riuscite a gestire voi ben vengano, dove non arrivate ci sarà uno specialista dedicato al Ps in ogni reparto). Esempio: se arriva il dolore toracico, chiamate direttamente il cardiologo. (…). Compenso: 700 euro a turno di 12 ore”. L’annuncio è apparso due giorni fa sul sito dell’Ospedale di Oristano. Il Ps dell’ospedale è infatti rimasto deserto, su sei medici in organico (erano 12 tre anni fa), tre hanno il Covid e altri tre sono in malattia.
Così il dg è corso ai ripari: prima tentando invano la cooptazione di medici specialisti dell’urgenza per 900 euro a turno. Poi rivolgendosi “a operatori in possesso della Specializzazione equipollente o in subordine affine alla Medicina e Chirurgia d’Accettazione e d’Urgenza”. Tradotto: va bene qualunque medico, purché venga qualcuno. A turno, 700 euro. Ha risposto subito l’agenzia veneta MST Group, società che “opera nell’area dell’emergenza-urgenza per garantire il miglior gruppo di medici e infermieri professionisti”. In pratica, un’agenzia che somministra medici “a cottimo” alle strutture pubbliche, pagate dal Ssn.
Ma il caso di Oristano è solo la classica punta dell’iceberg: ormai le attività di moltissimi pronto soccorso – soprattutto nelle strutture minori – è esternalizzata a gruppi come MST, come conferma il dottor Fabio de Iaco, presidente della Società Italiana di Medicina d’Emergenza Urgenza (Simeu), il primo a lanciare l’allarme per il caso sardo (“Come cancellare in un colpo trent’anni di lavoro, di studio e di servizio. L’Emergenza cancellata con un post su Facebook. Per 700 euro a turno”, aveva commentato). “Quello di Oristano è un caso limite, ma solo per la grossolanità dell’annuncio – spiega De Iaco – i medici in affitto sono ovunque. Buona parte dei pronto soccorso italiani non esistono più, hanno una gestione improvvisata che spesso di basa sulle esternalizzazioni. Accade in Sardegna, Lazio, Veneto, Lombardia…”.
Secondo Simeu, in Italia mancano 4.200 medici d’urgenza: solo in Campania 800, in Toscana 344. E nuove forze fresche non è lecito aspettarsele, visto che nel 2021, su 1.187 borse di specialità disponibili di medicina d’urgenza, 480 sono andate a vuoto.
Numerosi i fattori che scoraggiano i futuri operatori dell’urgenza: dai turni massacranti (che si prolungano ben oltre le 6 ore previste dal contratto, raggiungendo anche le 12, a causa delle carenze d’organico), all’esplosione dei contenziosi medico-legali (nel 2021, su 15.000 denunce nei confronti di medici, l’8% ha riguardato prestazioni di pronto soccorso), fino alle violenze di cui sono oggetto i sanitari (sempre nel 2021 il 20% di quelle verbali ha coinvolto operatori di ps, mentre quelle fisiche hanno toccato quota 34). E così si creano i buchi che vengono “sanati” dai medici a cottimo a spese della sanità pubblica: “Sono sempre di più gli specialisti di medicina d’urgenza che escono dal Sistema sanitario nazionale per a lavorare per queste agenzie, che attraggono anche i neolaureati, visti gli alti compensi – continua De Iaco – E c’è di tutto, dal professionista bravissimo a quello alle prime armi, che in tre turni di lavoro però guadagnano come un medico strutturato con 15 anni di servizio. Prendono l’aereo, fanno un turno e poi tornano a casa”.
E i numeri Simeu non lasciano dubbi: “Sappiamo di ospedali che hanno sottoscritto contratti che riconoscono anche 120 euro/ora alle agenzie. Il che significa che per un turno di 12 ore di un medico in affitto costa al pubblico 1.440 euro!”, soldi che dovrebbero servire per ristrutturare la medicina d’urgenza. Inoltre c’è un problema di responsabilità: se un medico in affitto commette un errore, chi ne risponde? Lui, ma anche i direttori di struttura che si erano dovuti fare carico di un sanitario di cui avevano letto solo il cv e che, passate le 12 ore, probabilmente non avrebbero più rivisto. Va completamente riformato il sistema con le poche forze rimaste – conclude De Iaco – o queste storture saranno la normalità”.
Il capo Iv insulta il pm e confonde il giudizio penale col disciplinare
Matteo Renzi dai microfoni di radio Leopolda ha attaccato ancora una volta i magistrati, in particolare il procuratore di Firenze Giuseppe Creazzo: se un magistrato “fa un atto sessuale, il Csm ti dà due mesi in meno di anzianità, se lo fa un cittadino si prende anni di galera”. Le cose non stanno affatto così. Il procuratore non è stato salvato dal carcere per molestie sessuali perché, ovviamente, i giudici del Csm agiscono sul piano disciplinare. Non sapremo mai se le accuse sarebbero sfociate in un processo penale e se ci sarebbe stata una condanna a suo carico perché si tratta di un reato perseguibile a querela di parte e Alessia Sinatra, pm di Palermo che ha raccontato durante l’istruttoria disciplinare del 2020 di aver subito da Creazzo una molestia sessuale nel 2015, non ha denunciato. È scattato, però, il processo disciplinare e il 17 dicembre il Csm ha inflitto a Creazzo due mesi di perdita di anzianità perché con la sua condotta “ha leso la propria immagine di magistrato e il prestigio dell’intera magistratura”. Creazzo, che nel frattempo ha cambiato idea sul pre-pensionamento, ha annunciato ricorso: “È una sentenza ingiusta perché sono innocente”. Anche Sinatra è sotto processo disciplinare: secondo la Procura generale della Cassazione avrebbe provato a farsi “giustizia privata” attraverso Luca Palamara. La vicenda nasce proprio da un messaggio di Sinatra all’ex magistrato: “Giurami che il porco cade subito”, riferendosi alla candidatura di Creazzo a procuratore di Roma. E fu per spiegare che nulla aveva a che fare con lo scandalo nomine che Sinatra raccontò alla Procura generale di essere stata molestata. Una vicenda dolorosa, ma estranea alla conduzione delle indagini fiorentine su Renzi & company, come sottolineato dalla giunta dell’Anm, che ha difeso i pm: “Non è tollerabile che siano screditati sul piano personale perché hanno esercitato il loro ruolo. I pm che hanno chiesto il processo sono stati tacciati di non avere la necessaria credibilità personale in ragione di vicende, peraltro oggetto di accertamenti non definitivi o ancora tutte da verificare, che nulla hanno a che fare con il merito dei fatti contestati” a Renzi.
Telefonate e atti: Nastasi smonta tutte le fandonie
Mercoledì sera Matteo Renzi lo aveva attaccato a ‘Porta a Porta’ per le sue presunte mancanze nell’inchiesta sulla morte di David Rossi.
Il pm Antonino Nastasi, 51 anni, messinese, protagonista a Siena dell’inchiesta su Mps, dal 2017 è a Firenze. Con l’aggiunto Luca Turco e il procuratore Giuseppe Creazzo ha chiesto il rinvio a giudizio di Renzi per l’inchiesta Open. Ieri è stato sentito per sette ore dalla commissione parlamentare di inchiesta sulla morte di David Rossi.
Renzi in tv lo aveva attaccato così: “Nastasi è stato giudicato dal comandante dei Carabinieri di Siena come quello, e lo ha detto in Parlamento – io sto portando documenti – come quello…”. Renzi in tv alludeva all’audizione in Commissione del colonnello Pasquale Aglieco. Quali sarebbero le gravi colpe di Nastasi, per Renzi?
A detta di Aglieco, il pm avrebbe risposto quella sera a una chiamata a Rossi di Daniela Santanché usando il cellulare del manager appena morto. Per Renzi però “Non è soltanto che risponde al telefono, ha toccato il mouse, apre il computer, i cestini sono scaricati, questa si chiama inquinamento della scena criminis”. Il giorno dopo quelle bordate in tv, Nastasi deve spiegare in un’audizione già programmata la sua versione.
Con tre tabulati di tre compagnie diverse in mano il pm fuga i dubbi: quella telefonata non ebbe mai una risposta. Risulta in un tabulato ma ciò dipenderebbe dal fatto che quella compagnia conteggia anche i trilli senza risposta. Smontata la prima bubbola, Nastasi spiega ai parlamentari che sì un investigatore (non lui) ha tirato fuori i foglietti scritti di pugno da David Rossi, accartocciati e finiti nel cestino. Però quei messaggi, insieme ad altri elementi, facevano pensare che Rossi non sia stato ucciso ma che si sia suicidato. Quindi, aggiunge Nastasi, poiché il suicidio non è un crimine “non ci fu nessun inquinamento della scena del crimine”.
Certo si procedeva per istigazione al suicidio e ci furono forse degli errori però, a distanza di 9 anni, fa impressione ascoltare la foga con la quale i parlamentari incalzano un pm chiedendogli chi ha aperto l’armadio o la finestra dell’ufficio di Rossi quel giorno.
Nastasi ammette che il contenuto del cestino, con i foglietti e anche alcuni fazzolettini sporchi di sangue, è stato distrutto. Dice che forse era meglio lasciare i rifiuti stratificati. Però precisa che lui il cestino non lo ha toccato e non fu svuotato su sua disposizione. Fermo restando che le macchie di sangue sui fazzolettini erano puntiformi come per tamponare una piccola perdita. La stanza era in ordine, il manager non aveva assunto sostanze. Niente che facesse pensare a una collutazione o un addormentamento con omicidio e lancio del corpo.
I parlamentari cercano di mettere in luce le carenze delle indagini sull’ipotetica pista alternativa dell’omicidio, ma Nastasi ribatte che in quella direzione c’era un ‘nulla indiziario’.
Ad ascoltare le sue risposte pacate, precise e ironiche a parlamentari che talvolta si improvvisano investigatori, si ha la sensazione di una vittoria ai punti nell’uno contro tutti.
Alla fine prende la parola Cosimo Ferri, ex Csm, ex sottosegretario, ora deputato renziano di IV. Con tono felpato lo incalza sulla sua versione della prima telefonata dopo la morte di Rossi con il pm Nicola Marini. Quando Nastasi telefonò al collega di turno per comunicargli la notizia che era morto David Rossi quello rispose: ‘E chi è?’. A Ferri pare “inverosimile”. Nastasi ribatte che è andata così.
Poi Ferri chiede perché non indagarono sulla vita privata di Rossi. Nastasi spiega che tutti i testimoni legavano il turbamento di Rossi alle indagini e alla perquisizione subita, non alla sfera privata. A Ferri non va a genio nemmeno la presenza di Nastasi a casa della vedova quella sera, visto che il pm titolare del fascicolo era Marini. Nastasi spiega che era andato sul luogo della morte per dare una mano al collega che nulla sapeva di Rossi e poi un fascicolo non c’era ancora perché fu iscritto il giorno dopo. Ferri vorrebbe insistere ma il presidente della Commissione Pierantonio Zanettin suona il gong. Ci sarà un secondo round.
Open&Consip, lo spettro della prescrizione
C’è un rischio che aleggia su alcuni dei procedimenti che riguardano Renzi, renziani e famiglia. Ed è quello della prescrizione: perché se i protagonisti non rinunciano a questa e se non sopraggiunge un proscioglimento o una sentenza di assoluzione, le indagini pian piano inizieranno a perdere pezzi. A cominciare dall’inchiesta sulla Fondazione Open, che è costata a Matteo Renzi una richiesta di rinvio a giudizio da parte dei magistrati fiorentini Luca Turco e Antonino Nastasi, gli stessi che proprio nelle scorse ore il leader di Italia Viva ha annunciato di aver denunciato.
Il figlio. Il 4 aprile inizierà l’udienza preliminare: Renzi e altri – come gli ex ministri Luca Lotti e Maria Elena Boschi e Alberto Bianchi, l’avvocato che della Open in passato è stato presidente – sono accusati di concorso in finanziamento illecito. Secondo i pm, la Fondazione in realtà era un’articolazione politico-organizzativa della corrente renziana del Pd. E dunque alcune somme incassate dalla Open sono state utilizzate, per la Procura, “per sostenere l’attività politica di Renzi, Lotti, Boschi e della corrente renziana”. Sarà il gup a decidere se condividere questa impostazione o prosciogliere gli indagati. Intanto il tempo scorre e leggendo il capo di imputazione si può notare come su molti fatti contestati incomba la prescrizione: il finanziamento illecito infatti è un reato che si prescrive in sette anni e mezzo (compresi eventuali atti interruttivi).
Nel capo di imputazione vengono elencati per anni i contributi incassati da Open. In totale si tratta di 3,5 milioni di euro ricevuti dalla Fondazione dal 2014 al 2018. Nella griglia dei versamenti elencati dalla Procura si parte quindi da quelli del novembre 2014: questi si prescriveranno già quest’anno, nel 2022. Data che potrebbe spostarsi in avanti, ma non di tanto, tenendo conto di eventuali interruzioni o sospensioni che pure potrebbero arrivare. Allo stesso modo per i contributi del 2015 la prescrizione arriverà tra il 2022 e il 2023. E così via scorrendo. Di certo sarà difficile che si prescriveranno i fatti del 2018, ma l’indagine – tenendo conto che siamo ancora all’udienza preliminare e gli indagati sono parecchi – è già in parte azzoppata.
Il padre. E così potrebbe capitare anche per altri procedimenti che non coinvolgono affatto Renzi, ma persone a lui vicine. Come suo padre Tiziano. Questi è imputato a Roma per traffico di influenze nell’ambito dell’inchiesta Consip. Il processo è in corso in primo grado: prossima udienza fissata per il 28 febbraio. Per Renzi senior l’iter processuale è stato più complesso. Inizialmente indagato per il solo traffico di influenze, la Procura aveva chiesto per lui l’archiviazione nell’autunno 2018. Respinta successivamente dal Gip Gaspare Sturzo, che dispose nuove indagini. E così alla fine dell’ulteriore attività investigativa, i pm hanno contestato a Renzi, seguendo le linee guida fissate da Sturzo, quattro reati. Di questi, però, alla fine solo per uno Tiziano Renzi è stato rinviato a giudizio, ossia un presunto traffico di influenze sull’appalto Fm4, gara da 2,7 miliardi indetta nel 2014 e sospesa dopo l’esplosione dell’inchiesta. Secondo il capo di imputazione, era Carlo Russo, imprenditore, a farsi promettere tra le altre cose denaro in nero da Alfredo Romeo per sé e per Renzi sr., in cambio della propria mediazione sull’ex amministratore delegato di Consip, Luigi Marroni (estraneo alle indagini) affinché favorisse le società dell’imprenditore campano nella gara Fm4. Russo, secondo le accuse, quindi “agiva in accordo con Tiziano Renzi” (che ha sempre smentito). Di questo si discuterà in aula. Dalle altre accuse Renzi sr. è stato già prosciolto in udienza preliminare in alcuni casi per non aver commesso il fatto, in altri perché il fatto non sussiste. A ogni modo, il capo di imputazione che vede oggi Tiziano Renzi a processo riguarda ipotesi di reato che risalirebbe “fino all’autunno del 2016”. Dunque la prescrizione potrebbe arrivare dalla fine del 2023 in poi (ovviamente anche in questo caso potrebbe slittare per impedimenti e interruzioni varie). Tenendo conto che la posizione di Renzi sr. è stata riunita nel maxi-processo Consip con molte altre posizioni, di certo le udienze dureranno ancora mesi.
E l’ex ministro.Tra i coimputati di Renzi sr., ma per altri fatti, c’è anche l’ex ministro e attuale deputato del Pd, Luca Lotti. Lotti ha una doppia grana: a Firenze è indagato per concorso in finanziamento illecito con Renzi nell’indagine Open e quindi per lui valgono le stesse tempistiche di cui si è detto per quanto riguarda i contributi incassati dalla Fondazione, che pian piano tenderanno a sgretolarsi. A Roma, invece, Lotti è imputato nell’ambito dell’inchiesta Consip. L’accusa mossagli dai pm è rivelazione di segreto: secondo le accuse avrebbe rivelato “a Marroni”, ex ad di Consip, “l’esistenza di un’indagine penale che interessava gli organi apicali passati e presenti di quella società”. Sono accuse che il deputato Pd ha sempre respinto. Il reato contestato a Lotti è del 3 agosto 2016. La prescrizione dovrebbe arrivare a febbraio del 2024, ma potrebbe anche per lui spostarsi in avanti. Magari non troppo da perdere le speranze.
Amministrative-paracadute: tanti parlamentari a caccia della poltrona
Pare un fuggi fuggi e forse è proprio così: con la riduzione del numero dei parlamentari e la legislatura ormai agli sgoccioli la casacca da sindaco torna a diventare ambitissima pure per chi è abituato a ben altri scranni. Tre dei quattro capoluoghi di regione che andranno al voto nei prossimi mesi son stati già prenotati dai parlamentari: L’Aquila, Genova e Palermo. Ma c’è da credere che dopo il gran sconquasso quirinalizio, un terremoto per leadership partiti e pure coalizioni, saranno ancor di più deputati e senatori tentati dal bene-rifugio comunali. Si torna a casa sul territorio, bagno di umiltà o ciambella di salvataggio chissà.
O una via crucis, va a vedere. Ecco il caso del capoluogo abruzzese: l’altro giorno si è tenuto un summit in casa Pd-5Stelle per individuare un candidato unico per contendere la poltrona di primo cittadino a Pierluigi Biondi di Fratelli d’Italia che alle elezioni precedenti aveva sbaragliato la concorrenza. Risultato? Nessun accordo, ognun per sé e anche peggio dato che i pentastellati andranno da soli (con Fabrizio Marinelli) e il Pd di candidati ne ha due: Americo Di Benedetto, uscito la scorsa volta con le ossa rotte nel confronto con Biondi e Stefania Pezzopane deputata di lungo corso con poche possibilità di rientrare alla Camera nonostante la fama e pure molte battaglie combattute con successo per assicurare alla città tutti i fondi per la ricostruzione.
Vuol diventare sindaco di Genova il senatore ex pentastellato oggi tra i leader di Alternativa Mattia Crucioli fiero oppositore del green pass e soprattutto noto sotto la Lanterna per la sua battaglia a fianco dei familiari delle vittime del crollo del Ponte Morandi . Proposto in rappresentanza di quattro forze politiche “contro il sistema Draghi”: Alternativa, innanzitutto, Italexit di Gianluigi Paragone e due movimenti meno noti, Ancora Italia e Riconquistare l’Italia, che hanno deciso di presentare una lista civica unitaria alle prossime elezioni amministrative. Il quarto capoluogo di regione al voto è Catanzaro: in pista ci son già almeno quattro candidati espressione del territorio ma non è affatto escluso che arrivi a far man bassa della poltrona di sindaco uno o addirittura più di un parlamentare calabresi destinato a non essere rieletto alle prossime politiche.
Del resto piacerebbe diventare sindaco, ma del comune di La Spezia, anche ad Andrea Costa che parlamentare non è, ma sottosegretario alla Salute del governo Draghi.
La sfida più importante però è quella di Palermo dove sono in campo ben due parlamentari: il renziano Davide Faraone che è capogruppo di Italia Viva al Senato e Carolina Varchi, uno degli astri nascenti di Fratelli d’Italia. Candidature per una piazza ambita come quella di Palermo che hanno anche un altro significato: son messaggi (poco cifrati) agli alleati che sull’isola fanno le bizze in vista delle Regionali.