Sindaci sospesi o indagati: in Sicilia città allo sbando

La Sicilia è una polveriera a cielo aperto. Mentre traballa il governo regionale di Nello Musumeci, sono molti i capoluoghi in cui si naviga a vista, tra sindaci indagati, sospesi o addirittura senza consiglio comunale.

 

Palermo La giunta perde un pezzo dopo l’altro

Entro l’anno Palermo tornerà alle urne, e da alcuni mesi il primo cittadino Leoluca Orlando trascina un’amministrazione senza maggioranza e con la giunta che perde pezzi. A maggio scorso si è dimesso l’assessore ai servizi sociali Giuseppe Mattina, travolto dall’inchiesta per corruzione legata agli appalti dello stesso settore. Il mese successivo sotto accusa per reati ambientali è finita l’assessora Maria Prestigiacomo, che ha lasciato la delega ai servizi idrici pur restando in giunta, per via dell’indagine sul depuratore e la società del- l’acquedotto di Palermo.

Per divergenze con il sindaco, si è dimesso anche l’assessore al bilancio e partecipate, con delega ai cimiteri, Roberto D’Agostino. Per la gestione del cimitero di Santa Maria dei Rotoli, che avrebbe circa 900 bare in attesa di essere tumulate, è finito sotto indagine per omissioni d’atti d’ufficio proprio Orlando.

E sull’inquilino di palazzo delle Aquile pende anche l’accusa di falso in bilancio, perché avrebbe falsificato tra il 2016 e il 2019 i rendiconti del comune, coadiuvato da ex assessori, dirigenti, revisori dei conti e dirigenti.

 

Messina Il Primo cittadino in tour con la sua band

Dimissioni annunciate, revocate e rimandante invece dal funambolico Cateno De Luca, sindaco di Messina, che a San Valentino lascerà la guida della città dello Stretto per iniziare l’assalto alla Regione.

Il primo cittadino messinese è uscito indenne lo scorso gennaio dal processo, assolto perché il fatto non sussiste, che lo vedeva imputato per una presunta evasione fiscale da un milione e 750mila euro del Caf Fenapi. Cavalcando l’onda populista, amplificata dalla pandemia, in questi mesi è stato uno dei principali accusatori del governo Musumeci, diventando molto popolare sui social.

Con il tour musicale “A modo mio”, De Luca e la sua band “i Peter Pan” hanno girato l’isola con un ciclo di concerti nei teatri. L’obiettivo è promuovere l’associazione, di cui De Luca fa parte, e raccogliere fondi per realizzare la casa del musicista a Fiumedinisi, il comune dov’è nato. Ma è stata anche l’occasione per muoversi in sordina sul territori, in vista della scalata a palazzo d’Orleans.

CataniaPeculato: nei guai l’alfiere della meloni

Per un primo cittadino che lascia, ce n’è uno che viene sospeso. Alle pendici dell’Etna infatti, per la seconda volta la prefettura di Catania ha interdetto per 18 mesi Salvo Pogliese, condannato in primo grado a 4 anni e tre mesi per peculato. L’alfiere catanese di Giorgia Meloni era finito sotto processo a Palermo perché avrebbe usato per fini personali i rimborsi del gruppo Pdl all’assemblea regionale siciliana tra il 2008-2012.

Dopo la condanna di fine luglio 2020, è stato sospeso una prima volta dalla prefettura, per poi tornare in carica a dicembre dello stesso anno, in virtù del ricorso vinto al tribunale civile di Catania. Sulla vicenda si è pronunciata a dicembre 2021 la Corte Costituzionale che ha ritenuto non fondate le questioni di legittimità costituzionale sulla Severino, portando alla seconda sospensione. E mentre a guidare la città è il vicesindaco Roberto Bonaccorsi, Pogliese continua a difendersi sostenendo che quei soldi in realtà li aveva anticipati di tasca sua.

 

Siracusa consesso civico a casa per il bilancio

Se Katane piange, Syrakousai non ride. Nella città di Archimede, si vive ormai da due anni una paradossale situazione politica. Il sindaco “calendiano” Francesco Italia guida Siracusa con la sola giunta e senza il consiglio comunale, decaduto a novembre 2019 per aver bocciato il bilancio consuntivo del 2018. I consiglieri volevano inviare un messaggio all’amministrazione, ma ignoravano l’esistenza di una legge regionale, definita la “salva Orlando” che nel frattempo è stata riformata dall’assemblea regionale, che consentiva lo scioglimento del Consiglio in caso di mancata approvazione del bilancio consuntivo, salvando l’intera giunta. Un unicum tutto siciliano. A niente sono valsi i ripetuti ricorsi presentati prima al Tar e poi al Consiglio di giustizia amministrativa per la Sicilia. Italia potrebbe mantenere pieni poteri fino al 2023, data di scadenza del suo mandato, continuando a governare senza l’opposizione e senza i rappresenti eletti dai cittadini.

Restando nella provincia siracusana, quest’anno saranno chiamati al voto per il rinnovo dell’amministrazione anche i cittadini di Avola. Il sindaco uscente, il meloniano Luca Cannata, in carica ininterrottamente dal 2012, ha deciso di non ricandidarsi ma la città potrebbe continuare ad essere un affare di famiglia. Il primo cittadino infatti ha designato come successore la sorella Rossana, deputata regionale eletta con Forza Italia e poi passata alla corte della Meloni. All’orizzonte si prefigura uno scambio di poltrone: Luca a Palazzo dei Normanni mentre a Rossana andrà la fascia tricolore.

Regioni ignorate sul Pnrr: “Bandi fuori dalla realtà”

C’è una sana preoccupazione tra tutte le Regioni per l’accentramento del Pnrr a Palazzo Chigi e nei ministeri. Mercoledì, in commissione Bilancio al Senato, è emersa dalla relazione della Conferenza delle Regioni sull’attuazione del Piano. In sintesi, gli enti locali temono il mancato dialogo con il governo e i ministeri che redigono i bandi e i piani attuativi delle varie missioni. Senza una programmazione comune, è il loro punto, si rischia di far tardi, creare disparità territoriali e distribuire fondi in modo iniquo o poco utile.

La cabina di regia che le include, ad esempio, è stata convocata soltanto una volta e “senza un’adeguata informazione preventiva sui temi all’ordine del giorno” si legge nella relazione. Non ci sono “le linee-guida che avrebbero dovuto orientare le attività dei singoli ministeri e delle amministrazioni nell’attuazione del Piano” mentre “anche se i comitati per la transizione digitale e per la transizione ecologica contemplano la presenza delle Regioni, manca un coinvolgimento complessivo fin dall’attività istruttoria”, ovvero quello dei vari presidenti di Regione. Si può sintetizzare tutto – semplificando molto – così: le Regioni ritengono di sapere cosa serva ai propri territori e consultarle prima aiuterebbe a ottimizzare bandi e fondi, a integrarli con progetti già in corso e a evitare doppioni ed esclusioni. La relazione evidenzia ad esempio problemi sulle politiche ambientali: “Il coinvolgimento è stato assai limitato e in alcuni casi l’avviso è risultato avulso dal contesto della pianificazione di area vasta o si è avvalso di soggetti non strutturati per gli adempimenti richiesti, come nel caso della gestione impiantistica dei rifiuti e, in particolare, alla scelta degli EGATO (gli Enti di governo dell’ambito territoriale ottimale, ndr) che però non sono presenti in tutte le Regioni”. O ancora, nelle politiche sociali. Sulla missione 5, che riguarda l’inclusione sociale, “si rilevano difficoltà attuative – ha spiegato la vicepresidente dell’Emilia-Romagna, Elly Schlein –. Le modalità del piano operativo non prevedono un ruolo delle Regioni, che oltretutto hanno competenze legislative sulle politiche sociali oltre che di programmazione sociosanitaria. Così rischiano di essere scavalcate”. La Regione ha raccolto dai vari ambiti le manifestazioni di interesse sulle linee di finanziamento, ma non ancora i progetti. E il tempo scorre. “Sarà difficile applicare efficaci sinergie con le programmazioni preesistenti – ha spiegato Schlein –: vogliamo perciò essere coinvolti nella stesura dei bandi, condividere i criteri per garantire una ripartizione equa e uniforme e rispettosa dei fabbisogni presenti all’interno delle Regioni. I comuni più piccoli, poi, se non supportati adeguatamente, non riusciranno a spendere le risorse”.

Infine, c’è il rischio ritardi: i bandi vengono pubblicati senza pre-allertare e gli enti locali ne vengono a conoscenza last minute. “Sarebbe auspicabile – conclude il documento – una condivisione strategica. In assenza, si potrebbe generare non solo rischi di mancato raggiungimento dei target di spesa, ma anche indesiderabili effetti di traslazione verso l’esterno dei territori e del Paese, dell’impatto economico dello straordinario incremento di domanda pubblica per investimenti”.

Porte girevoli: Garofoli salva se stesso e anche Lamorgese

E sarà pure “innocentissimo”, ma Roberto Garofoli, potente sottosegretario alla Presidenza del Consiglio e braccio destro di Mario Draghi, è sospettato di un conflitto di interessi clamoroso: è nelle sue mani la carriera della crema della magistratura e pure la sua, visto che anche lui resta un consigliere di Stato con i fiocchi, sebbene fuori ruolo a Palazzo Chigi.

Con lui il ministro della Giustizia, Marta Cartabia, sta limando il testo della riforma che promette di azzerare la piaga del correntismo, ma anche di mettere un freno, se non bloccare, il meccanismo delle porte girevoli tra politica e toghe. Ma non tutte: sarebbero salvi i magistrati, quali che siano, prestati alla politica in quanto tecnici anche se poi diventano ministri, come è il caso di Luciana Lamorgese, che è consigliere di Stato oltre che ministro dell’Interno. O sottosegretari proprio come Garofoli, ora accusato senza tanti complimenti di averci messo del suo.

“Per noi non va assolutamente bene. Non esistono motivazioni giuridicamente e politicamente valide per queste esenzioni. Si tratterebbe solo di norme ad personam e ne abbiamo già avute abbastanza in passato”, ha commentato Giulia Sarti, responsabile Giustizia del Movimento 5 Stelle. E par d’essere tornati al 2018, quando Garofoli, allora capo di gabinetto del ministro dell’Economia, era finito sulla graticola, inseguito di essere tra chi al Mef remava contro il governo gialloverde e forse di esser una delle manine accusate di manipolare i testi sfornati da Palazzo Chigi.

Ed è solo l’antipasto. Perché una deroga che salvasse il posto a Lamorgese fa vedere rosso alla Lega che non l’ama, anzi. In vista dell’approdo della riforma Cartabia alla Camera poi, Forza Italia (e non solo) ha ripreso ad alzare il tiro sulle toghe in politica o chiamate dalla politica, sebbene a costo di qualche amnesia: Catello Maresca, ora riassegnato come magistrato a Campobasso, dopo essere stato trombato nella corsa per la poltrona di primo cittadino di Napoli, era in fondo il candidato del centrodestra. E che dire di Franco Frattini, tornato a Palazzo Spada dopo circa 20 anni al servizio di Silvio Berlusconi anche come ministro e oggi, anche grazie al suo curriculum politico diventato, presidente a Palazzo Spada, tra il plauso dei suoi e colleghi di partito?

Ma tant’è. Il sottosegretario alla Giustizia a lungo legale di Silvio Berlusconi, Francesco Paolo Sisto, dice che la riforma all’esame della Camera dal 16 febbraio introdurrà “un significativo periodo di pausa per i chiamati dalla politica e una sensibile riduzione del numero dei magistrati fuori ruolo”. Che del resto è quello che chiedono anche gli avvocati come lui.

Il presidente dell’Unione Camere Penali, Gian Domenico Caiazza, ne ha fatto uno dei principali temi di battaglia: “Il condizionamento che l’ordine giudiziario esercita fattivamente sul potere legislativo ed esecutivo è strategicamente organizzato, mediante il distacco di centinaia di magistrati presso i dicasteri governativi. Di particolare gravità è soprattutto la presenza di circa un centinaio di essi presso il ministero della Giustizia, quasi a rappresentare plasticamente una concezione proprietaria della giustizia stessa. Si tratta di un fenomeno del tutto abnorme e sconosciuto presso i governi delle democrazie liberali, che assicura alla magistratura un livello di ingerenza assolutamente decisivo nella politica giudiziaria del Paese, così vanificando il fondamentale principio della separazione tra i poteri dello Stato”.

La pensa allo stesso modo anche Enrico Costa di Azione, che esige la stretta per le toghe “che svolgono incarichi fiduciari con esponenti politici di primo piano, come ad esempio i capi di gabinetto e i capi degli uffici legislativi nei ministeri o nelle Regioni”, altro che deroghe e norme ad personam. Che peraltro è stato proprio Costa a scovare e denunciare mandando in fibrillazione Palazzo Chigi. Che nega che si tratti di una norma per il sottosegretario Garofoli: non ha effetti retroattivi. Caso chiuso? Macché: ormai il coperchio è saltato e sulla riforma Cartabia si annuncia battaglia all’ultimo sangue. E forse pure qualche regolamento di conti.

Raggi e tutti gli altri: chi scalda i motori nella crisi a 5 Stelle

Un tempo da quelle parti uno valeva uno, o almeno così giuravano. Ma i Cinque Stelle hanno capito o accettato che in politica non funziona così, perché uno ha sempre un valore diverso dall’altro. Figurarsi ora che si discute sull’orlo di un burrone.

Luigi Di Maio, l’uomo dei tavoliDopo aver morso sul collo Giuseppe Conte a Quirinale ancora caldo – “nel M5S serve una riflessione politica, certe leadership hanno fallito” – il ministro è tornato a giocare come fa da settimane, in silenzio. Nessuna dichiarazione su tv o quotidiani, ma una scelta, pesantissima, le dimissioni dal comitato di garanzia. Ha mosso lui, prima che il passo di lato glielo chiedesse l’avvocato, l’avversario, in assemblea. Due giorni dopo è arrivata l’ordinanza del Tribunale di Napoli che ha congelato Conte e tutto il Movimento, rafforzando l’ex capo per inerzia. Ora Di Maio punta a un nuovo quadro: con l’avvocato ancora leader e presidente, certo, ma anche con una struttura diversa, meno schiacciata sul leader. E si aspetta garanzie, sul M5S che verrà: quella di poter decidere e contare, e di non essere ridotto a una riserva indiana con due o tre fedelissimi, insomma di avere voce in capitolo anche sulle liste per le prossime Politiche. “Serve un’intesa” ripete ai suoi da giorni. Un’intesa politica.

Virginia Raggi, la carta da vetta Molti contiani continuano a ripeterlo, come un anatema: “Di Maio la vuole come nuovo capo al posto di Conte”. Paura immotivata – probabile – o giusto timore che sia, di certo l’ex sindaca di Roma resta una carta che può sparigliare. Con l’ex premier i rapporti sono tornati gelidi. Ben diversi da quelli con il ministro degli Esteri, che nel pieno dello scontro con Conte l’ha incontrata per un’ora, come a voler dire al leader e a tutti che Raggi sta con lui. Proprio come Di Maio, l’ex sindaca parla pochissimo in pubblico. Gode di poco consenso tra i parlamentari e Conte la giudica un’incognita difficile da decifrare. Ma per la base resta un’intoccabile. Grillo la sente spesso, e soprattutto volentieri. E ieri l’ha voluta vedere.

Patuanelli, contiano Il ministro contiano doc, il più severo anche pubblicamente con Di Maio, quello che nel governo Draghi è entrato con il mal di pancia e non l’ha mai celato. Stefano Patuanelli, capo delegazione di governo del M5S, ha da tempo rotto certi rapporti con i dimaiani che gli sussurrano contro sempre quell’accusa: “È schiacciato sul Pd”. Patuanelli, che il dialogo con il centrosinistra l’ha sempre sostenuto come priorità, rimprovera invece al ministro il suo giocare su mille tavoli, l’abitudine a muoversi nei palazzi da politico vecchia scuola. Dovunque vada l’agitata nave M5S, bisognerà rivolgersi anche al ministro, uno dei pochi che sa parlare con i gruppi parlamentari (o con ciò che ne resta). E forse uno dei pochi che Conte ascolta.

Di Battista, l’ex che c’è sempre L’ex meno ex della storia della politica, a cui il Movimento è rimasto incollato come una pelle. Alessandro Di Battista è sempre nei dibattiti, nelle ipotesi, perfino nelle scenate degli ex colleghi (“facile criticare da fuori”). Lui, coscienza critica o facile demolitore, continua a ricordare al M5S cos’era e cosa dovrebbe essere. Conte farebbe di tutto per riportarlo a bordo, così da recuperare consensi e rivitalizzare la base. Di Maio non ha la stessa urgenza, ma non farebbe muro. Di Battista aspetta e mette paletti: “Finché il M5S è nel governo Draghi…”. Ma prima o poi gli esecutivi finiscono.

Il “campo largo” di Letta: prove di alleanza con FI

Se son rose fioriranno. Ma intanto Pd e Forza Italia sui territori, anche quelli dove a maggio si vota per le elezioni amministrative, stanno facendo le prove generali per un’alleanza “Ursula” (centrosinistra più centristi e azzurri) che potrebbe diventare concreta nel 2023. I dem infatti vogliono sfruttare la spaccatura del centrodestra post- Quirinale (la coalizione litiga ovunque da Verona a Palermo a Como) e, come Il Fatto ha raccontato mercoledì, Enrico Letta ha chiamato tre volte Silvio Berlusconi proponendogli “una collaborazione” sulla legge elettorale invitandolo a isolare i “sovranisti” di Lega e FdI. Per il momento Berlusconi resiste e vuole mantenere il suo ruolo di primo piano nel centrodestra, ma in diverse regioni si sta assistendo ad avvicinamenti col Pd. A partire dalla Puglia dove il governatore Michele Emiliano non si è accontentato di una maggioranza Pd-M5S: ha nominato nuovo assessore alla Sanità lo storico esponente forzista Rocco Palese al posto dell’epidemiologo Pier Luigi Lopalco.

Palese, di professione chirurgo, è stato assessore al Bilancio della giunta di Raffaele Fitto, poi deputato del Pdl e nel 2010 candidato (sconfitto) presidente della Regione Puglia contro Nichi Vendola. Ora per l’assessorato più pesante – sia come competenze che come bilancio – Emiliano ha scelto lui: lo ha nominato dopo aver informato il Nazareno e dopo un incontro risolutivo a Roma con il ministro della Pubblica amministrazione, Renato Brunetta, esponente di quell’ala forzista che chiede da tempo a Berlusconi di staccarsi da Lega e FdI e sostenitore della maggioranza “Ursula”. La nomina di Palese ha un significato politico forte tant’è che il capogruppo di Forza Italia in consiglio regionale, Stefano Lacatena, fa già sapere che il partito “è pronto a collaborare con Emiliano per il bene dei pugliesi”. Una dichiarazione che guarda già al futuro.

Anche in Sicilia, Pd e Forza Italia si stanno avvicinando in vista delle Comunali di Palermo e poi delle Regionali di autunno. Le spaccature nella giunta di Nello Musumeci – il governatore ha minacciato più volte di azzerare la squadra – stanno portando a una divisione netta nel centrodestra siciliano: FdI ha annunciato di voler ricandidare il governatore mentre Forza Italia guarda ai centristi (a partire da Matteo Renzi) ma anche al Pd. A ottobre Gianfranco Miccichè, proconsole di Berlusconi nell’isola, aveva incontrato Renzi a Firenze con la mediazione di Marcello Dell’Utri e mercoledì ha ricevuto in casa sua il segretario regionale dem Anthony Barbagallo. Il modello a cui entrambi guardano è quello del governo Draghi escludendo la Lega: “Vogliamo un campo largo esteso a Forza Italia” dice Barbagallo. E il nome giusto per questo accordo potrebbe essere quello di Gaetano Micciché, fratello di Gianfranco, e banchiere di Imi corporate. Intanto ieri i vertici regionali di FI hanno chiesto a Gianfranco Miccichè di candidarsi ma è una mossa, spiegano da Roma, per spaccare il centrodestra e mettere spalle al muro Musumeci. Nel mezzo resta la Lega che è fredda su Miccichè. Alle comunali di Palermo invece si sta cercando un candidato comune civico.

Un disegno, quello della maggioranza Ursula, che è stato appena accennato ieri mattina alla segreteria del Pd riunita al Nazareno da Letta in cui si è parlato di bollette, riforme e temi economici. Il segretario si è tenuto lontano dalle polemiche interne ai 5 Stelle. Ma resta il rebus delle alleanze. In un’intervista a Repubblica il sindaco di Bergamo, Giorgio Gori, ha chiesto al Pd di guardare a FI proponendo di lasciare Draghi a Palazzo Chigi dopo il 2023 e dal Nazareno spiegano, come conferma la capogruppo al Senato, Simona Malpezzi, di volere “un campo largo” che vada oltre l’attuale centrosinistra. Se ne riparlerà il 18 febbraio in una direzione nazionale.

Grillo vede big e legali: istanza ai giudici contro la sospensione di Conte

Non ci credeva quasi nessuno, che il leader congelato dai giudici e il Garante trovassero un’intesa facendosi largo tra cavilli, paura di ricorsi e vecchi rancori. Ci speravano solo pochi 5Stelle, nel punto di caduta per non finire nel burrone della crisi. E invece no, dopo due ore e mezza di riunione con i rispettivi avvocati, dentro lo studio di un notaio a Roma, Giuseppe Conte e Beppe Grillo concordano la risposta all’ordinanza del tribunale civile di Napoli che aveva congelato lo statuto del M5S e quindi Conte come presidente e leader. Come aveva anticipato ieri il Fatto, il Movimento presenterà un’istanza di revoca del provvedimento presso una sezione diversa dello stesso tribunale. “I legali hanno concordato che le delibere sono valide alla luce del regolamento del 2018” recita la nota serale. Tradotto, la votazione dello statuto di Conte, avvenuta nell’agosto scorso, sarebbe valida, perché l’esclusione di un terzo degli iscritti dal voto – ovvero il motivo della sospensione dello statuto da parte dei giudici – era basata sul precedente regolamento, a detta dei legali di Conte e Grillo ancora valido. Bene così per Conte, che deve evitare il ritorno al vecchio statuto, e quindi alla formula del comitato direttivo, organo collegiale che secondo quanto stabilito dagli Stati generali del 2020 dovrebbe guidare i 5Stelle. Ma bene anche per Grillo, che ieri sera ostentava ottimo umore. “È stata una riunione antibiotica, abbiamo ripristinato il sistema immunitario del M5S” ha scherzato con i cronisti. Ore prima, incontrando vari big del Movimento, aveva assicurato: “Sarò più presente, vi aiuterò”. Per iniziare a sbrogliare la matassa, il Garante tiene la prima parte delle sue consultazioni al Grand Hotel Parco dei principi, lo stesso dove all’inizio della legislatura si radunarono i 333 parlamentari appena eletti. Lì vede Luigi Di Maio per un lungo colloquio.
Sempre nell’albergo ai Parioli riceve anche l’avvocato Andrea Ciannavei e la capogruppo del M5S in Senato, Mariolina Castellone. L’incontro con Conte, avviene invece nello studio del notaio Luca Amato, lo stesso dove poco prima aveva visto l’ex sindaca di Roma Virginia Raggi. Stanno uno di fronte all’altro, Grillo e Conte, con i rispettivi avvocati. Per il comico la priorità è evitare nuovi ricorsi che possano ripercuotersi sulle sue tasche. L’ex premier invece vuole tornare in fretta alla guida del partito.
Ecco a cosa serviva la “terza via”, che ieri è stata il cuore delle riunioni. Procedere subito a un nuovo voto su Conte, come voleva l’ex premier, esporrebbe il Garante – che dovrebbe convocare la consultazione – a pericoli che non vuole correre. Nominare un comitato direttivo, come previsto dal vecchio statuto, toglierebbe invece a Conte la guida. Si fa strada così l’ipotesi di nominare un comitato di garanzia di tre persone – non elette – che possa far votare la riconferma di Conte, ma con regole e assetto diversi. Tradotto, con delle modifiche al vecchio statuto. Perché ora i 5Stelle vicini a Di Maio chiedono equilibri diversi. A cominciare da composizione e funzioni del Consiglio nazionale. Nella discussione potrebbe finire anche la segreteria, quella dei cinque vicepresidenti. Assieme alla necessità di contenere i poteri di Conte, anche con più spazio per Grillo. Ma l’intesa serale tra Grillo e l’ex premeir cambia tutto. Anche se resta il dato politico: il Garante vuole una tregua tra Conte e Di Maio. Poi, certo, restano i nodi giudiziari. Ovvero, bisogna fare i conti con Lorenzo Borrè, l’avvocato del ricorso che ha bloccato il Movimento. Il legale pretende che si voti il comitato direttivo. E per di più su Rousseau, la piattaforma di Davide Casaleggio.
Ma Conte di tornare su Rousseau Conte non ne vorrebbe sapere. Sarebbe una sconfitta simbolica, “e poi perderemmo troppo tempo” teorizza. L’ex premier vorrebbe votare su SkyVote, il nuovo portale. Borrè però avrebbe ventilato nuovi ricorsi. Non solo. “Vogliamo chiedere al Garante della privacy chi sia abilitato al trattamento dei dati degli iscritti, ora che Conte è congelato dalla carica” ha fatto sapere. Conte però insiste sulla sua linea. E attorno alle 22.30 trova la quadra con Grillo, il Garante. Deciso a tenerlo in sella, pur di evitare un salto nel buio.

Effetto Fassino-Zanda

Quando per i 5Stelle tutto sembra perduto, arriva sempre il Pd a salvarli. In fondo, se il Pd fosse veramente il Partito democratico, il M5S non esisterebbe: nacque nel 2009 proprio perché il Pd fu così democratico da stracciare la tessera a Grillo che minacciava di candidarsi alle primarie col suo programma partecipato in Rete. Disse allora il profeta Fassino: “Se Grillo vuole far politica, fondi un partito e vediamo quanti voti prende”. Un anno prima, il noto portafortuna (per gli altri) aveva detto a Padellaro, direttore libero dell’Unità: “Se vuoi scrivere quello che vuoi, fonda un giornale e vediamo chi lo legge”, fondando il Fatto e affondando l’Unità. Nel 2015 l’Isaia della Mole benedisse la Appendino pensando di maledirla: “Facile criticare, si candidi a sindaca e poi vediamo”. Infatti l’anno dopo vide la Appendino stracciare Fassino. Al quale ogni grillino che si rispetti eresse in casa propria un altarino, con foto, fiori e ceri votivi. Ieri il pover’uomo è tornato sul luogo del relitto: “Le mie profezie si avverano, bisogna solo aspettare che passi il tempo: il M5S ha perso un sacco di voti e i torinesi han scelto un altro sindaco”. Non s’è accorto che: il Pd i voti li ha dimezzati; a Torino la Appendino non era candidata; e il sindaco Pd ha vinto con meno voti di quelli serviti a lui per perdere nel 2016. Ora, grazie all’effetto Fassino, c’è da attendersi un brusco aumento di consensi ai 5Stelle.

Poi c’è l’effetto Zanda, l’arzillo lobbista di De Benedetti che, diversamente da Fassino, non siede in Parlamento da 6 legislature, ma da 5. Ieri ha intimato a Conte di “rispettare le sentenze”, darsi “regole chiare” e non rinunciare a Di Maio perché “i 5Stelle non possono fare a meno di lui”. L’ennesima medaglia per Luigi Di Mario. Quanto al rispetto delle sentenze, quel pesce di nome Zanda parla dell’ordinanza cautelare del Tribunale civile di Napoli, che non è una sentenza e non ha suscitato la minima parola irrispettosa di Conte: è Renzi che insulta, calunnia e denuncia i suoi pm, ma l’ex (?) renziano Zanda fischietta. Quanto alle “regole chiare”, deve trattarsi di quelle del Pd, che trucca spesso le sue primarie con cinesi e magrebini tesserati last minute e prevede l’incandidabilità di “chi ha ricoperto tre mandati consecutivi”: tipo Zanda, che ne ha ricoperti 5. Da mesi il Pd lancia attacchi e segnali di insofferenza al M5S, che nel 2019 ebbe il solo torto di riportare al governo i dem sconfitti; e avance a B., Iv e Calenda con le scuse del “campo largo” e della “maggioranza Ursula”. È il nuovo-vecchio Pd del giovane- vecchio Letta, l’opposto di quello di Zingaretti (vedi anche il doppio gioco sul Quirinale). Più i 5Stelle se ne terranno alla larga, meglio sarà per loro e per tutti.

“Finché in Italia mancano scuole e asili ai bimbi, non parlate di monumenti per me”

Su Giuseppe Garibaldi, sempre studiato sui libri di scuola ma spesso accantonato dopo poco, i pareri si dividono generalmente tra chi lo critica per aver consegnato l’Unità del Paese alla monarchia (“Obbedisco!”, comunicò ai piemontesi che gli chiesero di fermare la sua avanzata coi Mille) e chi lo ama per il suo valore anche fuori dai confini nazionali (notissimo il suo soprannome: “L’eroe dei due mondi”).

Fare l’Italia: lettere e proclami, ultima uscita della collana “Pensiero radicale” di e/o, prova a far riscoprire la figura di Garibaldi in modo diretto, cioè attraverso la corrispondenza con Giuseppe Mazzini, Agostino Depretis e altri personaggi coinvolti nel processo di unione del Paese a metà 800. In queste missive, sobrie per stile ma popolari per temi, emergono aspetti sorprendenti; per dire: pur essendo tattico e fumantino, Giuseppe odiava con convinzione la guerra. “Ho un’antipatia nota per il mestiere del soldato: ho visto la casa paterna attorniata da masnadieri e mi sono armato per scacciarli” scriveva.

Benché non sia uno scrittore raffinato, l’“eroe”, nelle sue lettere, sfoggia nettezza e vigore intellettuali, e colpisce la foga con cui si appella alle forze dell’animo umano: “Gli uomini che tu trovi disponibile ad agire son quelli che non han pane, degli altri pochi o nessuno” appunta nel 1856 da Cuneo, facendo inoltre notare una pressoché totale mancanza di fiducia nei confronti delle classi privilegiate (“Io sono un operaio, e ne vado superbo”, sottolineava).

Personaggio stravagante, e per questo dileggiato dai moderati (“bandito feroce”, “lupo rapace” e “ladro di mare” furono alcune delle ingiurie), Garibaldi fu amato dai popoli di tutti i Paesi: dalle Americhe alla Russia, il suo nome accese la speranza degli oppressi. Del resto, la sua ideologia attingeva a figure come Dante, Machiavelli e Ugo Foscolo, intellettuali nei quali ritrovava virtù repubblicane, da lui amati proprio per la loro opposizione ai tiranni. Col tempo però emerse in Garibaldi una grande insoddisfazione per come l’Unità d’Italia concretamente si realizzò. Per la situazione del Sud e per la repressione brutale dei moti popolari, soprattutto. Nel 1863, a chi gli proponeva di dedicargli un monumento, rispondeva netto: “Finché un fanciullo manca di scuola, e l’orfano di un asilo, finché in Italia vi ha miseria, tenebre e catene, non parlate di monumento, e molto meno del mio”.

“Dopo Spider-Man inseguo il mio mito: Indiana Jones”

La verità sta nel mezzo. E anche la virtù. Non si diventa la star giovane più promettente, e remunerativa, del cinema oggi senza cognizione della via mediana, e di come percorrerla: “Sul set di Spider-Man: No Way Home mi sono presentato troppo uomo, con la schiena dritta, l’andatura veloce, i movimenti precisi. Dovevo essere più ragazzo, ovvero più infantile e goffo, per interpretare Peter Parker, e mi ci sono volute due settimane”.

Il passato è per tutti una terra straniera, per Tom Holland una terra inesplorata: sul set dell’ultimo Uomo Ragno, il sesto incasso globale di sempre con un miliardo e 776 milioni di dollari, ci è arrivato dopo aver incarnato Nathan Drake in Uncharted, “inesplorato” appunto, che prodotto da Sony e distribuito da Warner Bros. arriva il 17 febbraio in sala.

L’incarnazione del giovane cercatore di tesori non è stata meno sfidante della trilogia supereroica di Jon Watts, perché Nate approda sul grande schermo forte di una serie videoludica di enorme successo, con sei giochi e 44 milioni di copie vendute: Uncharted, per la regia di Ruben Fleischer (Venom, Zombieland), è una origin story che svela come i protagonisti Drake e il più esperto – e malfidente – Victor “Sully” Sullivan (Mark Wahlberg) si siano conosciuti. Per interposto tesoro, ovviamente: i 5 miliardi di dollari, tra oro e caravelle, intestati a Ferdinando Magellano e perduti cinquecento anni fa dalla spagnola Casa di Moncada, disgrazia di cui l’erede senza scrupoli Santiago (Antonio Banderas) non si raccapezza.

Il mistero è globale, il tema familiare: “Orfano di entrambi i genitori, abbandonato dal fratello maggiore, Nate – osserva Holland – più che il tesoro cerca famiglia. E la trova in Sully”.

La famiglia è invero allargata: confesso fan dei film action-adventure, Tom è cresciuto “nel mito di Indiana Jones e Mission: Impossible”, sicché ricalcare le gesta di Indy tramite Nate “è un sogno che si avvera”. Il marchio di fabbrica è il medesimo che gli abbiamo lodato tra ragnatele e nemesi al fianco della compagna, di vita e di pose, Zendaya: “L’umorismo nell’azione, la capacità di essere divertente, e senza sforzo, durante la prova fisica”.

Parola di produttori, Charles Roven e Alex Gartner, all’ombra del Colosseo, ma vale da notazione critica: Holland è minuzioso e puntiglioso, e insieme ironico, perfino spiritoso. E desideroso di imparare: “Con Wahlberg, di cui ammiro la carriera, abbiamo costruito una relazione fondamentale per la buona riuscita del film. Non si poteva forzare né mistificare la chimica tra di noi, dovevamo essere come fratello piccolo e fratello grande”. Più muscolare Mark, più nervoso Tom, entrambi non si sottraggono a botte ed evoluzioni: “Holland – esulta Fleischer – è un attore incredibile, anche stuntman e acrobata in prima persona, sicché ha concesso la ghiotta possibilità di riprenderlo in primo piano durante numeri da capogiro”.

Affezionato a Uncharted su PlayStation, il venticinquenne attore di Kingon upon Thames, Londra, non s’è fatto cogliere impreparato, e tra scontri di velieri volanti e peripezie aeree è passato all’incasso, lasciando a bocca aperta l’omologo in calzamaglia Tobey Maguire e gli altri colleghi di No Way Home: “Vengo colpito da una macchina cadendo da un aereo…”. Roba da far impallidire all’unisono Ethan Hunt, James Bond e Jason Bourne, ma “passare dalla padella alla brace” ben si confà a Tom, prossimo Fred Astaire – ha iniziato come ballerino di hip hop a Wimbledon, promette bene – in un progetto ancora segreto. Che Uncharted abbia seguito è da vedere, l’appeal “di avventura divertente in un mondo oggi così attraversato da tanti problemi” potrebbe giovare, ma il puzzle di Tom Holland non si limita ai “vari interrogativi tra chiavi, bussola e compasso” dell’adattamento videoludico.

Quello che sta assemblando tra scene e realtà riguarda il futuro prossimo, e mette in palio il primato mondiale: chi più grande tra lui e il quasi coetaneo Timothée Chalamet? Zendaya, che ha affiancato il ventiseienne americano in Dune, potrebbe dire la sua.

 

Sciamani, proiettili e trip. Confessioni d’autore “acido”

“Farò bene a conservare le mie lettere, magari riusciamo a ricavarci un libro quando mi sarò fatto un nome” scrive William S. Burroughs da Città del Messico nell’aprile 1952 all’amico Allen Ginsberg. Profezia indovinata perché settant’anni dopo Adelphi manda in libreria Il mio passato è un fiume malvagio, una sua selezione di lettere che vanno dal 1946 al 1973. “Schegge di nerissimo humour vitreo” le definisce il curatore del volume Ottavio Fatica.

In effetti sono lettere che riflettono uno stile acido e visionario, lo stesso delle sue opere. Un epistolario che si legge come un compendio di tutte le ossessioni che hanno scandito gli 83 anni di vita di questo “ragazzo dagli occhi di ghiaccio” che negli anni Sessanta fu tra i protagonisti della Beat Generation. Fatica nella postfazione inchioda quella fiammata di controcultura a un ritratto smitizzante: “Erano una cabaletta di velleitari un po’ svitati, un paio dei quali dotati di talento, circuiti da un démi-monde di delinquentelli esotici. Il tempo di conoscerlo e fecero di Burroughs il loro guru. Si abbeverarono alla sua biblioteca. Lo trovavano così inglese, con le sigarette Senior Service e quei modi antiquati”. Non a caso i destinatari più ricorrenti in cima alle missive sono Allen Ginsberg e Jack Kerouac. Si sente l’eco di quel nomadismo ancorato alle filosofie orientali che fu il tentativo di emanciparsi dal sogno americano.

Burroughs, nipote dell’inventore della calcolatrice e mantenuto dalla famiglia, sebbene omosessuale si sposò due volte. Nel 1951, alterato da alcol e droga, in un gioco alla Guglielmo Tell con un bicchiere sulla testa, uccise accidentalmente la moglie Joan con un colpo di arma da fuoco e fuggì in Messico. In una lettera del 1955 si tormenta: “Perché non ho lasciato perdere? Perché, perché?”. Burroughs, che aveva conosciuto Ginsberg nel 1944 al Greenwich Village, scrive molte lettere da Tangeri al suo sodale nei mesi in cui è impegnato nella stesura di Pasto nudo. Nel 1954 confessa: “Sto cercando di scrivere un romanzo. Mi sparo in vena ogni quattro ore”. Ecco il demone che contrassegnerà la sua esistenza dissipata: la dipendenza dalle droghe. Sempre a Ginsberg da Lima racconta: “Ho conosciuto uno sciamanetto senza pretese che mi ha preparato un po’ di yage. Per la prima volta mi sono goduto la botta. È la droga più potente che abbia mai provato. Cioè provoca il più assoluto squilibrio sensoriale. Vedi tutto da uno speciale punto di vista allucinato. È un folle e soverchiante stupro dei sensi”.

Se è vero, come scrive, che “l’unico modo che ho per scrivere narrativa è uscire dal mio corpo e viverla”, altrettanto vero che da Parigi, nel 1961, scrive allo studioso della psichedelia Timothy Leary: “Sarei molto interessato a provare i funghi e a scrivere del trip come ho fatto con la mescalina. Potrebbe essere interessante stilare un’antologia di scritti prodotti sotto l’effetto dei funghi. So che il mio lavoro e la mia comprensione hanno guadagnato in modo tangibile dall’uso degli allucinogeni”. Prova a liberarsi della Scimmia sulla schiena, per richiamare un altro suo titolo, ricorrendo all’apomorfina, terapia allora sconosciuta che anticipa il metadone.

Burroughs, che credeva agli Ufo e che riteneva gli psichiatri “servi della classe dirigente”, brucia della stessa sincerità degli sregolati. Non le manda a dire a Truman Capote quando nel 1970 demolisce A sangue freddo: “Ha scritto un insulso libro illeggibile che potrebbe aver scritto qualsiasi redattore del New Yorker”. Del resto anche con gli amici non è tenero. Si lamenta di Kerouac, con il quale scrisse a quattro mani nel 1945 E gli ippopotami si sono lessati nelle loro vasche, suo ospite a Città del Messico: “Se n’è andato prendendo in prestito i miei ultimi 20 dollari, che ha promesso di restituirmi non appena arrivato negli Usa. Sono passati quasi due mesi. A dirla tutta, non ho mai avuto sotto il tetto un ospite così sconsiderato ed egoista”.

Scrittore venerato da rockstar come David Bowie, Lou Reed, Patti Smith, Burroughs muore di infarto nel 1997 nel segno della leggenda: “Dandy fino all’ultimo, per la sepoltura lo vestirono di tutto punto, con gli occhiali nel taschino e una penna stilografica nella tasca interna. Più una moneta da cinque dollari in oro dell’Ottocento, tre spinelli e un sacchetto di eroina. Al fianco la P38 speciale a canna corta, con cinque colpi, quella che teneva sotto il cuscino di notte”.