Al “Valentini-Majorana” si sono recati ieri i carabinieri. L’Arma è entrata nel liceo scientifico di Castrolibero, in provincia di Cosenza e, su delega della Procura ha acquisito una serie di documenti utili per approfondire le indagini sulle presunte molestie sessuali subite da una studentessa ad opera di un professore dell’istituto. La ragazza, nei giorni scorsi, aveva presentato una denuncia ai carabinieri per riferire quanto le era accaduto. Intanto, il Ministero fa sapere che sono state concluse le questioni amministrative legate all’invio degli ispettori, che dovrebbero arrivare oggi: “Stiamo facendo il possibile“
Violentano 18enne ubriaca, giudice: “Fatto non è reato”
Erano accusati di violenza sessuale di gruppo su una 18enne in quel momento ubriaca: il primo per avere avuto con lei il rapporto in un appartamento di Ravenna e l’altro per avere incitato e filmato tutto. I due – un 30enne di origine romena e un 31enne di origine senegalese – sono stati assolti dal collegio penale del Tribunale della città romagnola “perché il fatto non costituisce reato”. La Procura aveva chiesto per entrambi la condanna a nove anni.
I fatti risalgono alla notte tra il 5 e il 6 ottobre del 2017 quando la giovane, dopo avere bevuto alcolici in un locale ravennate, era stata portata a spalla fino a un appartamento del centro là dove per l’accusa era stata messa sotto alla doccia e aveva poi subìto gli abusi. I video erano stati sequestrati dalla polizia e i due ragazzi erano stati raggiunti da altrettante ordinanze di custodia in carcere. Il tribunale del Riesame di Bologna, sulla base anche dell’interpretazione di quei filmati, li aveva tuttavia scarcerati ritenendo che la giovane, sebbene “in uno stato di non piena lucidità”, fosse “pienamente in grado di esprimere un valido consenso al rapporto sessuale” e lo avesse espresso.
“Osservo che la pronuncia non è coerente con quanto emerso durante il dibattimento ed è assolutamente sconfortante e annichilente sotto il profilo giuridico e culturale – commenta Elisa Cocchi, difensore di parte civile della ragazza –. Verosimilmente la adduco a un retaggio ancora una volta di tipo patriarcale, per cui le condotte degli uomini abusanti vanno nella maggior parte dei casi giustificate”.
Botte agli studenti, Lamorgese parla di “fatti incresciosi”
Un colpo al cerchio e uno alla botte. “Piena fiducia” alle forze dell’ordine, finite sotto accusa per le manganellate e le teste rotte agli studenti di Roma, Torino, Milano e Napoli tra il 23 e il 28 gennaio, durante le proteste per la morte del 18enne Lorenzo Parelli in un cantiere dell’alternanza scuola-lavoro in Friuli. Del resto, ha detto, c’erano “facinorosi”, la prima volta erano “centri sociali capitolini” e “gruppi di matrice anarchica” decisi a “trasformare la stessa manifestazione in un’occasione di scontro fisico con la polizia” e poi militanti del Cantiere a Milano e di Askatasuna a Torino. Però ieri, riferendo al Parlamento, la ministra dell’Interno Luciana Lamorgese è stata costretta anche a riconoscere che “chi è chiamato ad esercitare le responsabilità istituzionali ed operative per la sicurezza pubblica deve riflettere a fondo quando si verificano fatti incresciosi come quelli del 28 gennaio, che hanno causato danni a persone estranee al gruppo dei facinorosi”.
Insomma, almeno qualcosa di increscioso c’è stato. Fin qui aveva parlato solo di un “corto circuito”. Le proteste sono anche “un segno di vitalità” dei giovani, ha detto ieri Lamorgese. Per lei “la via maestra è il confronto” e cioè “individuare modalità modalità più idonee per contemperare il diritto di manifestare e con il dovere delle forze di polizia di far rispettare la legge”, ha sostenuto la ministra, sottolineando che alle manifestazioni del 4 febbraio, quelle contro gli scritti agli esami di maturità del terzo anno scolastico condizionato dal Covid-19, è andato tutto bene. E comunque, ha spiegato, le Procure hanno tutti gli elementi, specie video, per “accertare eventuali responsabilità, comprese quelle eventualmente riconducibili alla condotta delle forze di polizia.
Naturalmente non è bastato a quanti chiedevano “le scuse dello Stato”, come Nicola Fratoianni di Sinistra Italiana e Massimo Pellegrini del M5s, o protestavano che “qualcosa va rivisto se alle ‘provocazioni’ di adolescenti arrabbiati si è arrivati a rispondere caricandoli con i manganelli” per dirla con la capogruppo M5s in Senato Mariolina Castellone o sollecitavano il “numero identificativo sulle divise” con Monica Cirinnà del Pd, per quanto Lamorgese l’abbia già escluso rassicurando i sindacati di polizia. D’altra parte la ministra, salda al suo posto grazie all’appoggio del Quirinale, non è piaciuta neppure a destra. Daniela Santanchè di Fratelli d’Italia ne ha chiesto le dimissioni per “l’incapacità di fare prevenzione” e Maurizio Gasparri (FI) se l’è presa con “i professionisti della violenza infiltrati” per ribadire il sostegno alle forze di polizia.
Dalla ministra dell’Interno ci si poteva attendere un briciolo di autocritica per la rigidità con cui ha preteso il rispetto del divieto di fare cortei perché le norme anti-Covid consentono solo “manifestazioni statiche”, specie dopo che l’iniziativa imposta il 9 ottobre scorso da Forza Nuova e da gruppi no vax aveva portato all’assalto alla sede romana della Cgil. Sarebbe stata opportuna anche una riflessione sui probabili limiti professionali di funzionari e operatori di polizia che dovrebbero essere perfettamente in grado di controllare manifestazioni di poche centinaia di giovanissimi privi di qualsiasi strumento offensivo che non fossero mani e piedi, come erano quelle del 23 e del 28 gennaio. Sarà, speriamo, per la prossima volta.
“Nessuno tocchi S. Francesco”. Il no dei frati al Forum Acqua
Ifrati di Assisi hanno detto no. L’appello di Emilio Molinari e la sua lettera aperta al Papa (“Scacci i mercanti dal tempio!”) hanno ottenuto un primo risultato: il Custode generale del Sacro convento di San Francesco in Assisi, Marco Moroni, ha scritto una lettera a Endro Martini, presidente del comitato promotore della candidatura italiana al World Water Forum 2024, chiedendogli di togliere “il logo, le firme e ogni menzione del Sacro convento, della Basilica di San Francesco in Assisi e della comunità dei Frati minori conventuali” da ogni “materiale informativo e promozionale, elettronico e cartaceo, della candidatura italiana al Forum mondiale dell’Acqua”. Tutto è iniziato con l’intervento di Molinari, ex senatore e leader storico del movimento per l’acqua pubblica, sul Fatto Quotidiano del 23 gennaio 2022. “Il ministero degli Esteri ha lanciato la candidatura dell’Italia a ospitare, nel 2024, la decima edizione del Forum Mondiale dell’Acqua”, scriveva Molinari. “Attenzione. Non è un Forum indetto dall’Onu o da qualche altro organismo sovranazionale: è un’iniziativa del Consiglio Mondiale dell’Acqua, che è un organismo privato, privatissimo, con sede a Marsiglia, in Francia. È una lobby di aziende multinazionali dell’acqua, sostenuta da imprese come Veolia e Suez Lyonnes des eaux”.
Sono le stesse aziende che vogliono privatizzare l’acqua, contro i movimenti che si sono sviluppati in tutto il mondo e contro i 26 milioni di persone che hanno votato al referendum per l’acqua pubblica in Italia. Tutt’altra cosa sono i Forum Mondiali Alternativi, organizzati dai movimenti per l’acqua pubblica che si sono dati appuntamento a Ginevra nel 2005, poi a Istanbul, Marsiglia, Brasilia eccetera. Il Forum del 2024, invece, si annuncia come un grande evento, una specie di Expo dell’acqua che muoverà 10 milioni di persone e tanti, tanti soldi. Si sono già fatti avanti i sindaci di Assisi, Stefania Proietti, e di Firenze, Dario Nardella, candidando le loro città a ospitarlo. E il ministro degli Esteri Luigi Di Maio, lanciando la candidatura italiana, ha definito il Forum “il Rinascimento dell’acqua”: “Incredibile”, ha commentato Molinari, “se si pensa che il ministro ha finora ignorato un referendum, quello contro la privatizzazione dell’acqua, e la prima delle cinque stelle del suo movimento”. Ora il Sacro convento di Assisi si smarca: “Abbiamo il singolare privilegio di custodire un luogo di altissimo richiamo simbolico, per la presenza della tomba e della memoria di san Francesco d’Assisi e anche per le testimonianze di arte che qui nel suo nome sono state realizzate”, ha scritto il Custode generale. “Sentiamo perciò come prioritario il compito dell’annuncio del Vangelo, in comunione con il Papa e i vescovi, secondo il carisma proprio di san Francesco e di quanti lo hanno seguito nella storia. Parte integrante di tale annuncio è la cura per il creato, dono di Dio per la vita dell’umanità, ulteriormente sottolineata dall’esperienza e dagli scritti di san Francesco, in particolare dal Cantico di Frate Sole, nel quale l’Altissimo onnipotente e buon Signore è lodato per tutte le sue creature, le quali assieme partecipano all’unico canto di lode. Fra di esse, sor’aqua, la quale è multo utile et humile et pretiosa et casta”. Nella sua lettera aperta a Papa Francesco, Emilio Molinari aveva scritto: “Ciò che è inaccettabile è che i popoli e le istituzioni internazionali siano gli invitati di un organismo privato, che Paesi e città gareggino nell’offrirsi a chi dell’acqua fa profitto. Dovrebbe offrirsi Assisi, la città della marcia della Pace e questo ha per me un sapore blasfemo. Mi rivolgo dunque a Lei, Papa Francesco, perché è la sola autorità che può cacciare i mercanti dal tempio e chiedere a tanti parroci sparsi in tutto il mondo: tuonate dai vostri pulpiti, tuonate che l’acqua non può essere quotata in Borsa, perché l’acqua è la vita”.
Papa Francesco non si è ancora espresso, ma viene citato nella sua lettera dal Custode generale di Assisi, laddove chiede “che si attui un confronto libero e aperto a tutte le istanze della società, ivi comprese quelle che si riconoscono nel Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua e negli altri movimenti che nel mondo si battono per le stesse ragioni, e che abbia come obiettivo imprescindibile che l’acqua, in ogni parte del pianeta, sia a disposizione di tutti e non possa essere ritenuta bene privato o privatizzabile, come autorevolmente espresso da Papa Francesco nell’Enciclica Laudato si’: ‘L’accesso all’acqua potabile e sicura è un diritto umano essenziale, fondamentale e universale, perché determina la sopravvivenza delle persone, e per questo è condizione per l’esercizio degli altri diritti umani”.
Assange, con le criptovalute raccolti 45 milioni per i legali
I criptoasset pagano la difesa di Julian Assange. Un’asta ha raccolto 45 milioni di euro offerti di AssangeDao, organizzazione di sostenitori del fondatore di Wikileaks, che ha raccolto 16.593 token della criptovaluta ether per comprare il token Nft di Clock, un’opera digitale con il numero dei giorni trascorsi in prigione da Assange. In carcere a Londra dopo 7 anni trascorsi nell’ambasciata dell’Ecuador, l’attivista australiano lotta contro l’estradizione negli Usa, che lo vogliono processare per spionaggio dopo che nel 2010 WikiLeaks ha pubblicato migliaia di file segreti.
Fusione nucleare, test record nel Regno Unito
Il gruppodi ricerca Joint European Torus a Oxford ha raggiunto un importante risultato nella produzione di energia tramite la fusione nucleare, generando in un esperimento un livello di 59 megajoule a intervalli di 5 secondi, equivalente a 11 megawatt. Si tratta di quella che è considerata l’energia del futuro in quanto pulita, ed è ben differente rispetto alla fissione nucleare, quella delle bombe atomiche che si ottiene spaccando gli atomi. Con la fusione, invece, si sprigiona una grande quantità di energia ma con emissioni di radiazioni ridotte di molto. Al progetto partecipa anche l’Italia tramite l’Enea. “È un passo cruciale verso la produzione in futuro di energia abbondante ed eco-sostenibile”, ha detto Maria Chiara Carrozza, presidente del Cnr.
I “truck driver” accusano Trudeau, ma le regole negli Usa sono uguali
Il 90 per cento dei camionisti canadesi è vaccinato, e alcuni Stati, come l’Alberta, le province di Alberta, Saskatchewan, Quebec e Isola del Principe Edoardo hanno già deciso che non sarà più necessario il passaporto vaccinale, mentre le mascherine saranno superflue a fine mese. Tuttavia, la protesta dei guidatori del Tir permane al confine con gli Stati Uniti perché viene contestata la regola stessa imposta negli Usa, che neppure il premier Trudeau può mettere in discussione. Gli Stati Uniti infatti hanno la stessa regola di vaccinazione per i camionisti che entrano nel paese, quindi anche se Trudeau la revocasse, i camionisti che trasportano le merci dovrebbero ugualmente adeguarsi. Ormai la questione è diventata politica con l’appoggio dei Repubblicani americani: non è un caso che nei cortei in Canada sono saltate fuori delle bandiere confederate e persino vessilli nazisti.
Repubblicani, McConnell molla Trump (per ora)
Il leader dei senatori repubblicani Mitch McConnell critica il comitato nazionale repubblicano che considera i facinorosi del 6 gennaio 2021 “cittadini impegnati in un legittimo dibattito politico” e censura i due deputati, Liz Cheney e Adam Kinzinker, che partecipano ai lavori della commissione d’inchiesta della Camera sulla sommossa. Se la reprimenda contro gli anti-trumpiani doveva chiarire chi ha il coltello per il manico nel partito e quindi rafforzare il controllo dell’ex presidente sui gruppi parlamentari, l’effetto è stato l’opposto. Negli ultimi giorni, c’è stata una vera e propria deflagrazione fra i repubblicani; e c’è chi s’azzarda a porre la ‘questione Trump’. Anche se tutto potrebbe ridursi a un fuoco di paglia. McConnell non è un cuor di leone: il 6 gennaio 2021, aveva preso le distanze dall’irruzione dei sostenitori del magnate nel Congresso; ma, al voto sull’impeachment, aveva fatto marcia indietro sulle responsabilità dell’ex presidente, ed era andato a Canossa, cioè a Mar-a-lago, per farsi perdonare. La sua linea è che bisogna guardare al futuro.
Il malessere nel partito non riguarda tanto la censura a Cheney e a Kinzinger quanto l’assoluzione dei manifestanti violenti. Qualche repubblicano acculturato scomoda il principe de Talleyrand, uno degli artefici della Restaurazione: “È stato peggio di un crimine, è stato un errore”, perché distoglie il dibattito politico da temi vantaggiosi ai repubblicani, come l’inflazione, a temi per loro scomodi, come le divisioni interne. Le sacche repubblicane non trumpiane si stanno coagulando: i moderati alla Mitt Romney, i falchi alla Cheney, gli opportunisti alla Mike Pence, che prende le distanze dall’ex boss per posizionarsi, senza grosse speranze, nella corsa alla nomination 2024.
“Niente restrizioni”: marcia dei camionisti sulla Capitale
In Francia non chiamatelo Freedom Convoy, ma Convoi de la liberté. I primi cortei sono partiti ieri mattina dalle città del sud, Nizza, Perpignan, Bayonne. Direzione: Parigi. Centinaia di veicoli sono già sulle strade. Sono previste soste a Lione, Tolosa, Avignone. A ogni tappa altri veicoli si uniscono al corteo. Lungo le strade molte persone incoraggiano chi si mette in viaggio. La “mappa ufficiale” del Convoi de la liberté, con gli itinerari, gli orari delle partenze e l’avanzamento dei cortei, è aggiornata in diretta sul sito convois.fr. C’è un calendario. Oggi altri cortei partono dalle città bretoni (ovest), Brest, Quimper. Domani da Strasburgo (est) e Lille (nord). Lo scopo è di arrivare venerdì sera a Parigi, attraversare la città sabato e partire in direzione di Bruxelles per il Freedom Convoy di lunedì. La protesta dei camionisti no-pass canadesi, che stanno occupando Ottawa da oltre dieci giorni, tanto da costringere il sindaco a dichiarare lo stato di emergenza, ha contagiato la Francia. Ma qui non si vedranno file di mega-truck come in Canada.
A differenza dei colleghi canadesi, i francesi sono raramente proprietari dei loro mezzi. Le regole per circolare alla frontiera in Europa sono diverse. I sindacati dei camionisti si sono dissociati dal movimento. In viaggio si sono messi camion, ma soprattutto auto, furgoncini, camper, moto. È stato chiesto di incollare adesivi o esporre bandiere per farsi riconoscere. Il movimento si è organizzato sui social, come successe nel 2018 con i “gilet gialli”, che avevano bloccato per settimane le rotatorie del paese. All’epoca a scatenare la protesta era stato l’aumento delle tasse sul carburante. Oggi, come in Canada, è il pass vaccinal, in vigore dal 24 gennaio, obbligatorio per viaggiare, andare al cinema o cenare al ristorante. Convoy France spiega che “dopo due anni di restrizioni”, i francesi “vogliono recuperare la libertà, i diritti fondamentali, l’accesso incondizionato alle cure, all’educazione e alla cultura”. Il gruppo Facebook “Le Convoi de la Liberté” conta più di 113 mila iscritti. I partecipanti si sono dati una carta di buona condotta: si impegnano a non bloccare il traffico e a rispettare il codice della strada. Propongono di fare cassa comune per pagare pedaggi e cibo. Non è ammessa violenza, solo buon umore. Quanti saranno? In quanti potranno entrare a Parigi? Per ora il governo sta prendendo la minaccia “sul serio”. Il movimento è “seguito con attenzione” dai servizi segreti, conferma Le Parisien. “Non ci sono elementi oggi per dire che sarà un movimento di grandi proporzioni”, ha detto Gérard Darmanin, ministro dell’Interno, promettendo che, in caso di disordini, “la risposta dello Stato sarà ferma”. Il governo teme tensioni come nel 2018. Nel Freedom Convoy France stanno confluendo gilet gialli, anarchici, anti-vax, persone stufe della gestione della crisi sanitaria da parte del governo, più in generale della politica di Macron e preoccupate per il futuro. Uno dei leader emergenti, Rémi Monde, molto attivo sui social, difende anche cause ambientaliste e veicola teorie complottiste sui vaccini anti-Covid. Ieri è arrivato il sostegno di Florian Philippot, ex braccio destro di Marine Le Pen. Incoraggiamenti anche dagli “indomiti” di Mélenchon (sinistra radicale). Forse è anche per calmare le tensioni che proprio ieri il portavoce del governo, Gabriel Attal, ha fatto sapere che il pass potrebbe essere ritirato molto presto, “fine marzo, inizio aprile”. Ma insegnanti, operatori sanitari, lavoratori del settore privato, ferrovieri, studenti, sono già scesi nelle strade nelle scorse settimane non solo contro il pass, ma anche contro il caro vita. Secondo il sociologo Michel Maffesoli, come nel 2018, questa è la protesta di chi “non si riconosce più nell’attuale modello di società”.
Chi ha ucciso Andy Rocchelli. Parla il nuovo indiziato
Era il 24 maggio 2014 quando i reporter Andy Rocchelli e Andrej Mironov furono uccisi a colpi di mortaio alle porte della città di Sloviansk, durante le prime fasi della guerra nel Donbass. Oggi, dopo quasi otto anni – e all’indomani di un lungo processo che ha visto imputato il militare della Guardia Nazionale ucraina Vitaly Markiv, poi assolto – il responsabile di quel massacro ha forse un nome: quello del generale Mikhailo Zabrodskyi. A rompere il silenzio è stato un suo soldato, un militare della 95ª Brigata aviotrasportata dell’esercito ucraino che quel giorno era di servizio sulla collina di Karachun, il luogo da dove sarebbero partiti i colpi fatali che hanno ucciso i due giornalisti. “Era arrivata una vettura con a bordo dei civili” ci ha raccontato il testimone. “Zabrodskyi prese il binocolo e ordinò di aprire il fuoco. Disse: ‘Quelle persone non devono passare di lì’. Sparammo con un mortaio automatico, il Vasilek, e lo facemmo come si fa in guerra: per uccidere. Non sapevo che quelle persone fossero giornalisti…”. È a Kiev che abbiamo incontrato il generale Zabrodskyi, deputato dal 2019 e membro del Gruppo per le relazioni interparlamentari italiano-ucraine.
Signor Zabrodskyi, una delle battaglie più importanti della guerra è stata quella di Sloviansk. Qual è stato il suo ruolo?
All’epoca ero comandante della 95ª Brigata dell’esercito ucraino. Una notte, con uno sbarco aereo, abbiamo occupato la collina di Karachun, e poi per sei settimane l’abbiamo difesa dagli attacchi dei separatisti. Ci trovavamo di fronte a una grande città, e colpire il nemico senza coinvolgere i civili non sempre era una facile. (…) Sono ricordi duri e pesanti.
Il 24 maggio 2014, come saprà, un nostro connazionale è rimasto ucciso proprio lì, davanti a Karachun, assieme a un suo collega russo.
Sono venuto a sapere della morte del giornalista italiano solo quando è iniziato il processo contro Vitaly Markiv, la cui unità della Guardia Nazionale peraltro obbediva agli ordini della 95ª Brigata.
Lei saprà, generale, che la giustizia italiana ha stabilito che i colpi di mortaio che uccisero i reporter provenivano proprio dalla cima di quella collina…
Non posso contestare le sentenze dei vostri tribunali, ma so che esistono anche altre ricostruzioni.
Era il comandante: si ricorda che è successo quel giorno?
No, non lo ricordo assolutamente. Anzi, può darsi benissimo che la 95ª si trovasse altrove in quel momento.
Noi però abbiamo raccolto delle testimonianze secondo le quali quei colpi furono sparati proprio da voi, dalla 95ª Brigata, con un mortaio automatico, il Vasilek.
Non capisco da dove saltino fuori questi testimoni e in che modo essendosi trovati sotto un bombardamento avrebbero potuto indicare da dove provenissero i colpi.
Il nostro testimone, di cui preferiamo tutelare l’identità, era al tempo uno dei suoi soldati, quel giorno si trovava quindi lì…
Non è possibile.
Sì, è possibile signor Zabrodskyi. Abbiamo dei testimoni e dei riscontri. Ci dica lei: non era forse possibile, dalla cima della collina, colpire i due giornalisti con il mortaio?
Certo. Ma sarebbe stato possibile farlo anche da qualsiasi altra zona di Sloviansk.
Le testimonianze dei suoi soldati, generale, dicono chiaramente che si sparò dalla collina, e che lo si fece con il Vasilek.
Ve lo dico per la terza volta. Non posso controbattere contro i vostri testimoni, anche se non capisco da dove siano spuntati fuori. E ve lo ripeto: a sparare quel giorno può essere stato chiunque.
Zabrodskyi pur negando il suo coinvolgimento ha però ammesso due cose importanti: non ha escluso che i proiettili di mortaio provenissero da Karachun, la collina controllata dalla sua unità, e nemmeno che la Guardia Nazionale “obbedisse agli ordini della 95ª Brigata”.
Se dunque è vero – come affermano le sentenze e le testimonianze – che i colpi che massacrarono Andy Rocchelli e Andrej Mironov partirono dalla vetta di quella montagna, forse il Gruppo per le relazioni interparlamentari italiano-ucraine farebbe bene, quantomeno, a rinunciare a uno dei suoi membri.