Mail box

 

“Sosteniamo Giuseppe anche fuori dal M5S”

A 58 anni ho fatto una cosa che mai avrei pensato: mi sono iscritto a una formazione politica. Sono sempre stato un elettore attento e informato, ma per una sorta di necessità di essere libero e indipendente, non mi sono mai legato a nessun partito con una tessera. Essendo anni che non si vota, non ho mai votato il Movimento. Quello che sta succedendo mi ha però convinto che, per restare libero, nel mio piccolo, devo contribuire a rafforzare il professor Conte e quindi mi sono iscritto e, se potrò, lo voterò come presidente.

Marco Gambarini

Sono esterrefatta di quello che sta succedendo nel M5S, che sta danneggiando l’unica forza politica su cui avevo riposto la mia fiducia e le mie speranze. Oltre a logorare e delegittimare il loro leader politico, l’unico possibile, i parlamentari perdono tempo a litigare e a farsi la guerra fra di loro invece di pensare al futuro del Paese. Mi permetto di dire che, qualora Conte decida di andarsene (io l’avrei fatto già da tempo) o qualora le fronde interne decidano di estrometterlo (purtroppo mi aspetto di tutto), io sono pronta a dargli il mio sostegno.

Roberta Zecca

Ho deciso di iscrivermi al Movimento per dare un voto, se potrò, a Giuseppe Conte. Spero che tanti come me facciano la stessa cosa e ancora, quando si andrà a votare, spero che possa esserci un plebiscito a favore del M5S, grazie a quest’uomo che a quanto ho visto finora ha sempre messo l’interesse comune a scapito di quello personale. Spero sinceramente che non decida di tornarsene al suo lavoro, lasciandoci alla canna del gas.

Antonio Caricati

Vedo concretizzarsi il disegno di tutti coloro, di cui parla Travaglio, che vogliono distruggere il M5S. Invito Grillo o chi per lui a tenere conto che la base si è già espressa sullo statuto e sul presidente Conte, e siamo disponibili a farlo tutte le volte che sarà necessario proprio perché crediamo nella democrazia diretta. Spero che si evitino colpi di testa: il capo politico è e resterà Giuseppe Conte.

Biagio Stante

 

Anche se ho due dosi, vengo trattata da No vax

Mi hanno fatto diventare una no-vax quando ho rifiutato la terza dose. Le prime due mi avevano provocato effetti indesiderati, a mio modesto avviso anche importanti, costringendomi a dover ricorrere a cure ospedaliere, consultando specialisti e avendo infine un intervento chirurgico. Ho segnalato all’Aifa tali eventi avversi, e invito a fare lo stesso anche ad altri che hanno avuto problemi simili. Inoltre, essendo infermiera in un ambulatorio, ho avuto contatti con molti positivi, ma non mi sono mai ammalata e non sono neanche mai risultata positiva (ci sottoponevano a controlli regolari). Purtroppo ora sono sottoposta a tutte le restrizioni dei no-vax, e mi sembra fuori da ogni logica.

Daniela Gaet

 

Tutti i centristi insieme per sopravvivere

Che tristezza un Paese che deve sperare nella nascita di un nuovo agglomerato di centro, composto in questo caso da Coraggio Italia, Noi con l’Italia, Identità e Azione e Italia Viva. I leader massimi Toti, Brugnaro, Lupi, Quagliariello e Renzi vogliono unire i loro indiscussi “carismi” per continuare a sopravvivere politicamente. “Credo che adesso il pendolo, grazie all’insediamento d un governo di unità nazionale e a un premier credibile come Draghi, stia iniziando a oscillare verso il centro”, ha sostenuto ringalluzzito Toti. Un pendolo impazzito, e riciclato.

Marcello Buttazzo

 

Un altro lato di Battiato  grazie Ranieri e Guaitoli

Vi scrivo per ringraziarvi del lavoro che fate tutti i giorni, ma soprattutto per far sapere alla signora Daniela Ranieri l’immenso piacere nel leggere l’intervista a Carlo Guaitoli riguardante la vita di Franco Battiato L’articolo mi ha permesso di conoscere un altro lato di Battiato, più interiore, umano e spirituale, noto forse a pochi. Leggendo l’intervista mi sono accorto che inconsapevolmente, questo lato di Battiato lo conoscevo già, mi era familiare. Come se avessi avuto conferma di quello che già immaginavo, di quello che già percepivo ascoltando e leggendo da decenni la sua musica, la sua vita. A Daniela Ranieri dico che questa copia sarà conservata nel mio cuore.

Cosimo Piccinni

Caro-bollette. Sono troppo pochi 10,2 miliardi per arginare la stangata

Gentile redazione, il governo ha stanziato 8 miliardi per contrastare l’aumento delle bollette energetiche. E ora parla di uno scostamento di bilancio di altri 5 miliardi per un totale di 13 miliardi. Ma al lato pratico la domanda è: come vengono elargiti questi aiuti? La bolletta di dicembre in scadenza in questi giorni come viene “alleggerita” con i fondi stanziati dal governo? Questi 8+5 miliardi come li vedremo materialmente? Urge risposta immediata visto che la scadenza è prossima.

Roberto Gillo

 

Gentile Gillo, lo stanziamento dei 13 miliardi non ha seguito le modalità che lei descrive. E, soprattutto, non è stato mai previsto uno scostamento di bilancio (vale a dire più deficit), nonostante la richiesta sia invocata in questi giorni da tutti i partiti, in testa M5S e Lega. Una situazione complessa, di cui è meglio fare un piccolo riepilogo con le reali intenzioni del governo (annunci a parte, visto che a Palazzo Chigi si susseguono riunioni tecniche) per evitare che anche nel prossimo trimestre (aprile-giugno 2022) si abbatta su famiglie e imprese una stangata tale da compromettere la tenuta dello stesso sistema economico. Il governo tra metà 2021 e gennaio 2022 ha stanziato complessivamente 10,2 miliardi. In particolare, 4,7 miliardi sono stati erogati per gli ultimi due trimestri del 2021 (1,2 miliardi a luglio e 3,5 miliardi a ottobre), altri 3,8 miliardi sono stati previsti dalla legge di Bilancio e 1,7 miliardi sono stati stanziati a fine gennaio, ma quest’ultimi serviranno ad aiutare solo le grandi imprese. Nel dettaglio, il “pacchetto” da 8,5 miliardi è servito per abbattere gli oneri di sistema della bolletta elettrica per famiglie e piccole imprese, per dimezzare l’Iva sulle bollette del gas al 5% o per aumentare il fondo del bonus gas e luce per le famiglie vulnerabili. Un importo complessivo ritenuto comunque troppo esiguo e che il governo ha reperito nelle pieghe della manovra, ricorrendo ai proventi delle aste della CO2 (vale a dire i permessi pagati dalle aziende per inquinare) o alla tassazione degli extra profitti delle rinnovabili. Insomma, nessun extra deficit utilizzato dal governo che continua a escludere lo scostamento di bilancio anche per il prossimo intervento che dovrebbe arrivare in Consiglio dei ministri nei prossimi giorni e di cui non si conoscono i dettagli. Si parla di circa 4 miliardi di aiuti che già si sa che non serviranno a evitare la stangata.

Patrizia De Rubertis

Le tristi ceneri di Trevisan e la burocrazia anche nell’aldilà

La triste vicenda dello scrittore Vitaliano Trevisan, le cui ceneri per ragioni di burocrazia non possono tornare a riposare nel luogo dov’è nato mi spingono a pensare che con quella stessa burocrazia dovremo fare i conti ancora, ancora e ancora. Se uso il tempo futuro è perché non mi riferisco a quella che, quotidianamente o quasi, ci complica la vita sottraendoci ore in lunghe file o in attesa di un appuntamento. Intendo invece riferirmi a una burocrazia che regna anche nell’aldilà, nell’altro mondo insomma. Sì, perché mi sembra un apparato talmente monolitico e resistente che da tempo ha vinto anche la battaglia contro l’eternità, penetrando con i suoi sottili cavilli nel mondo dei più. E qui mi illumino perché, se sulla terra la burocrazia ci fa sbuffare e la malediciamo volentieri, nell’aldilà sono sicuro che è diventata lungimirante, oggetto di riverenza e benedizioni. Pensiamoci. Pensiamo allo sterminato numero di soggetti che, anche se solo in puro spirito, popolano l’aldilà da che mondo è mondo. Confrontiamolo con quello irrisorio che invece percorre l’orbe terracqueo. Ne esce un confronto insostenibile e destinato ad allargarsi sempre di più visto che la fisiologia non fa sconti a nessuno. Ne consegue che arriverà il momento in cui anche le vaste terre astrali o ctonie saranno sature di nuovi arrivi, sempre di più in difficoltà nel reperire il posto per ospitare questo o quella. Ed è allora che la burocrazia dei cieli interverrà con i suoi rigidi canoni per mettere un po’ d’ordine nel caos dell’universo. Come, si chiederà ? Ma è semplice, rispedendo al mittente qualcuno degli ospiti, proprio così come capita sulla terra quando sbagliamo nel compilare qualche bollettino e ci sentiamo chiedere di ritornare. Per ciò sono convinto che la burocrazia celeste stia tenendo d’occhio l’urna che contiene le ceneri di Trevisan. Gli sta chiedendo solo di portare un poco di pazienza ma prima o poi, prima si spera, riuscirà ad avere il posto dove vuole o, forse meglio, per diritto deve riposare.

Anche il Papa, Scholz e Valerie Pécresse sono “filo-russi”?

Il bisogno del nemico è sempre così stringente che costringe a un esercizio quotidiano. Per due giorni su quotidiani come Repubblica, nei commenti di autorevoli influencer è tornato lo spettro dei “filo-russi” che infestano l’Italia, si annidano nella maggioranza di governo rischiando il tradimento del Paese. La “rete traversale del partito filo-russo” ha i volti, ovviamente, di Lega e M5S, cosa in parte vera, in particolare per la Lega visti i legami anche economici, e mai chiariti, che hanno portato Matteo Salvini a Mosca. Ma il senso di questi allarmi non è quello di mettere in luce quei rapporti, quanto stigmatizzare prese di posizione pubbliche che plaudono al “dialogo” con Mosca. “Dialogo sì, ci mancherebbe”, chiarisce per tutti nel dibattito al Senato Pier Ferdinando Casini (mancato presidente della Repubblica), “ma senza nessuna ambiguità, noi siamo parte della Nato”. Guai a mettere in discussione l’appartenenza all’Alleanza atlantica anche impegnando militarmente con truppe italiane da dislocare sul terreno, come hanno ribadito l’altroieri sia Lorenzo Guerini che Luigi Di Maio, guai a derogare da certi confini.

Ma i filo-russi, veri e presunti, servono anche all’unica e vera campagna che interessa certi “giornaloni” e una parte specifica del quadro politico: svincolare il Pd dai 5Stelle, dimostrare platealmente la loro incompatibilità sul terreno nobile della politica, quello internazionale.

Peccato, poi, che se si alza lo sguardo e si osservano le cose sul piano generale si notano anche altri soggetti, non proprio marginali, che invitano al dialogo. Lo ha fatto ieri Papa Francesco, indicando nel “formato Normandia” (cioè Germania, Francia, Russia e Ucraina) la formula per risolvere la crisi. Lo ha fatto la candidata dei Republicains francesi, gli ex gollisti, Valerie Pécresse, che avanza una richiesta pressante di dialogo con Mosca. Si può ancora notare la posizione prudente della Germania di Olaf Scholz, non a caso accusato ieri dal New York Times di essere “elusivo” sull’Ucraina.

Insomma, il mondo ha più insospettabili “filo-russi” di quanto si immagini. E così, per capire meglio, vale la pena citare l’ex ambasciatore Sergio Romano ieri sul manifesto: “Gli Stati Uniti hanno bisogno di un grande nemico (…) si ha bisogno di una crisi permanente”.

Tre notizie su Pfizer o del mercato

Sia chiaro,non si mettono qui in fila le tre notizie che seguono perché provochino stupore: non c’è niente di cui stupirsi, ancorché un leggero disgusto ci paia d’obbligo. E ancora: Pfizer, di cui qui ci occupiamo, non è peggio di molte altre imprese, ma oggi si ritrova a essere una sorta di plastica rappresentazione – un monumento fatturante, per così dire – del capitalismo predatorio e sfacciato che è il vero spirito guida di questo Ottocento digitale travestito da Duemilaventidue.

Veniamo alle tre notizie:

Pfizer/1. L’azienda sanitaria, prendiamo i dati da Milano Finanza di ieri, ha appena pubblicato il suo bilancio 2021: ricavi raddoppiati in un anno (da 41 a 81 miliardi di dollari, 37 dei quali dal vaccino); utili più che raddoppiati (da 9,1 a 22 miliardi) così come il valore di Borsa; 8,7 miliardi di dividendi distribuiti agli azionisti. Per il 2022 i ricavi sono previsti salire ancora, attorno ai 100 miliardi di dollari, metà dei quali dovuti al vaccino e alla pillola anti-Covid Paxlovid, appena approvata in Europa.

Pfizer/2. Nell’ultimo trimestre del 2021 la società Usa ha accumulato ricavi per 23,84 miliardi, un record, ciononostante il titolo perde in Borsa da due giorni (il 4% circa alla chiusura di ieri rispetto a lunedì). Perché? Ricavi record, ma gli analisti avevano previsto 24,16 miliardi, due spicci in più di quelli effettivi, e i mercati ora sono “delusi”.

Pfizer/3. Lunedì 7 febbraio, un giorno prima della presentazione del bilancio, la società farmaceutica ha comunicato ai sindacati la lista degli esuberi del suo stabilimento di Catania: 130 lavoratori a tempo indeterminato, 50 interinali che non saranno rinnovati subito e altri 60 che perderanno il lavoro alla scadenza estiva. Significa che Pfizer manda a casa 240 persone in uno stabilimento da 650 dipendenti circa: producono farmaci a base di penicillina e per uso ospedaliero, c’è stato un calo della domanda e quindi via due reparti e tanti saluti a tutti (chi volesse, però, potrà probabilmente trasferirsi ad Ascoli Piceno, dietro casa, dove va in produzione il Paxlovid…).

Non pare anche a voi che un sistema del genere possa essere stato disegnato solo da una manica di sociopatici?

Donne e scienza, c’è un gap di genere

Domani si celebra la Giornata internazionale delle donne e delle ragazze nella scienza, istituita nel 2015 dall’Onu per incentivare un accesso paritario delle donne alla scienza, promuovere l’uguaglianza di genere in questo campo e raggiungere una piena parità di opportunità nella carriera scientifica, poiché esiste ancora una notevole differenza nella scienza tra maschi e femmine. E questo emerge sin dai primi anni di scolarità. Le bambine ottengono risultati in matematica mediamente inferiori di 4,5 punti rispetto ai coetanei maschi: uno svantaggio che sale a -6,1 al secondo anno delle superiori e a -9,8 all’ultimo anno. I ragazzi che si diplomano nei licei scientifici sono il 26% rispetto al 19% delle ragazze. Solo il 16,5% delle giovani si laureano in facoltà scientifiche. Nel mondo del lavoro si assiste, in genere, al fenomeno “tetto di cristallo”. Le ragazze si laureano nelle diverse discipline, con una votazione solitamente superiore a quella dei maschi ma hanno difficoltà a raggiungere livelli di alta dirigenza. Circa il 43% dei ricercatori accademici è donna, ma solo il 20% dei professori ordinari e il 7% sono rettori. La pandemia è stata devastante per le donne, soprattutto nelle fasce socialmente più vulnerabili. Uno studio condotto da Almalaurea evidenzia che nel 2020 le donne hanno rappresentato quasi il 60% dei laureati in Italia e hanno ancora conseguito le votazioni più alte. Purtuttavia è peggiorato il divario dell’opportunità lavorativa e si sta evidenziando un vantaggio degli uomini anche nella ripresa economica post-Covid. La remunerazione resta sempre inferiore per le donne di circa il 20% rispetto ai colleghi uomini e continua l’abbandono del lavoro, quando arriva un figlio. Impegni europei richiedono di superare questi gap. La strada è ancora lunga, ma il tempo è breve, visto che la parità di genere è uno degli obiettivi del Pnrr. Non pensiamoci solo l’11 febbraio.

 

Democrazia canaglia. Il Papa va in tivù e il premier non parla

È successo e forse poteva succedere solo con questo Papa: sua santità è andato in tv, domenica scorsa e si è fatto intervistare da Fabio Fazio. Enorme successo di ascolti, com’era prevedibile perché questo duetto è più storico del celebratissimo Morandi- Jovanotti sul palco dell’Ariston. A questo punto ci si domanda chi c’è dopo Francesco, quale personaggio più inaspettato e imprendibile, da portare in tv? Nessun altro capo di Stato di estero farebbe più notizia. Allora uno dice, vabbè è ovvio: Mina. La tigre non si vede in pubblico dal 1978, in quella famosa esibizione alla Bussola di Viareggio, a cui aveva assistito anche il Presidente Mattarella insieme alla moglie e al fratello Piersanti, assassinato nel 1980 dalla mafia. Ah già, un’intervista a Mattarella sarebbe il vero colpaccio. Ma è meno verosimile di quanto non fosse, fino a sabato 29 gennaio, il suo secondo mandato. I presidenti della Repubblica non si fanno intervistare! Certo, nemmeno i presidenti del Consiglio. Anzi no, questo presidente del Consiglio che fino al momento in qui andiamo in stampa non ha rilasciato un’intervista una a giornali, tv, siti web… Domenica è il compleanno del governo Draghi, che spegne una candelina (giurarono il 13 febbraio 2021). In questi dodici mesi sono successe molte cose nelle nostre esistenze, scandite da un numero sempre maggiore di divieti e obblighi a causa della pandemia. Il governo ha fatto scelte su cui si è discusso poco, anche perché il presidente del Consiglio non si è concesso mai. La scelta di prolungare il non più prorogabile stato d’emergenza (stando alla legge) è passata quasi in sordina. E non è cosa da poco, perché così è molto più facile limitare diritti costituzionali fondamentali come la libertà di circolazione. Era necessario? Era necessario farlo con decreto legge? Perché non c’è mai modo di lasciare che il Parlamento – lo ha chiesto il capo dello Stato nel suo più recente insediamento – faccia il suo mestiere, cioè legiferi – prendendosi la responsabilità politica di scelte che segnano così profondamente le nostre vite? E ora, anche se dovesse decadere lo stato di necessità, davvero si può pensare di limitare i diritti vincolandoli al possesso di green pass fino a metà giugno, senza dare spiegazioni?

Sulla decisione di imporre l’obbligo vaccinale in uno dei Paesi più immunizzati al mondo abbiamo già scritto. La Carta dispone che nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. Ciò vuol dire che si può fare, ma che l’imposizione rappresenta un’eccezione. E di questa scelta che entra pesantemente nel libero arbitrio dei cittadini bisognava rendere conto: Mario Draghi l’ha fatto, in una conferenza stampa arrivata con cinque lunghi e imperdonabili giorni di ritardo. Di questo ritardo, gli va dato atto, si è scusato forse anche per le critiche ricevute. Però è un ritardo che racconta l’abito mentale del presidente del Consiglio rispetto ai media. Che non sono solo i direttori di giornale con cui si sente spesso, sono soprattutto il mezzo attraverso cui il potere rende conto (o dovrebbe rendere conto) del proprio operato. “Rispondo alla parte accettabile della domanda” ha detto alla collega che gli chiedeva delle elezioni quirinalizie in quella stessa conferenza stampa. È un’affermazione che denota scarso rispetto non tanto per i giornalisti, che magari come categoria sono un po’ sputtanati, ma per i cittadini. Ci sono molti modi per aggirare una domanda a cui non si vuol dare seguito, e il peggiore è dire “Vietato chiedere”. Dopo le elezioni al Colle, Mario Draghi continuerà a fare il presidente del Consiglio per un altro anno, se tutto va come deve. Forse è il caso che si metta dalla parte della democrazia, relazionandosi con il popolo che governa. Siamo cittadini, presidente, non sudditi.

 

Balle, strategie e strani poteri: Su Conte i soliti stormi di corvi

Impressiona l’addensarsi di stormi di Corvi su Giuseppe Conte. Non è una novità. Ultimo episodio: per una settimana si è accreditata la narrazione di una clandestina liaison con Salvini nelle ore concitate dei negoziati per il Colle. Poi si è chiarito che le cose non stavano così, che sulla candidatura Belloni c’era l’avallo del Pd. Oppure basti tornare con la memoria all’assedio politico-mediatico che ha preceduto e accompagnato la crisi del Conte-2. Chi negava la palmare evidenza di quella corrosiva campagna ricorreva a un esorcistico espediente dialettico: non si indulga al complottismo, al vittimismo, alla fantapolitica, si eccepiva. Troppo facile. Davvero possiamo dare credito a chi ci racconta che quella crisi, la cui causa prossima fu certo la sfiducia della pattuglia parlamentare di Renzi, fu solo farina del suo sacco? Che a precederla, propiziarla, incoraggiarla non siano stati un complesso di interessi politici, economici, editoriali di ben altra portata? Ora, di nuovo, si assiste allo spettacolo dell’incontenibile compiacimento per le convulsioni del M5S (intendiamoci: riscontrabile autolesionisticamente anche in qualche settore interno) e per la presunta delegittimazione della leadership di Conte asseritamente prodotta da una sentenza del Tribunale di Napoli. Un modesto inciampo regolamentare enfatizzato a dismisura. Puntualmente si è scatenata la legione di giornalisti specializzati nella trafelata crociata contro il leader del Movimento. Un nuovo ramo istituzionalizzato nelle redazioni al modo dei quirinalisti, dei vaticanisti, dei cronisti sportivi. “Anticontiani” in servizio permanente. Non intendo minimizzare, semmai il contrario. Fosse solo quello della sentenza napoletana il problema del M5S… Mi spiego: problemi esistono, ma vanno identificati con precisione. Non è Conte il problema. Egli semmai potrebbe rappresentare un contributo alla soluzione. Altri non se ne vedono. Forse questo spiega l’accanimento: la consapevolezza che bersagliando lui la missione improba a lui affidata di scongiurare la dissoluzione del movimento si farebbe impossibile. La verità è che vengono al pettine i tre problemi che il M5S si porta dietro sin dalla sua nascita: il suo irrisolto profilo identitario, la democrazia interna, la dilettantesca selezione del gruppo dirigente, a cominciare dal carattere… casual dei gruppi parlamentari. Non a caso per un terzo migrati altrove e per il resto balcanizzati. Proprio la consapevolezza della portata dei problemi dovrebbe semmai suggerire comprensione per l’impresa accollata a Conte. Chi se non lui potrebbe provare a condurre il movimento dagli ardori giovanili alla maturità? Per usare le parole di Grillo che, in verità, non da oggi, non ha dato mostra di agevolarne l’immane compito. All’esercito dei detrattori non dovrebbero sfuggire due elementi: a) pur con tutti i suddetti limiti, il M5S ha avuto il merito di parlamentarizzare un sentimento che avrebbe potuto prendere una piega più inquietante e, con il tempo, è maturato quale forza di governo; b) a conferire un segno positivo al bilancio del governo Conte-2, a riscattarne qualche limite, bastano e avanzano i suoi due principali risultati: la gestione del devastante, primo impatto della pandemia e l’acquisizione tutt’altro che scontata del Recovery Plan da parte della Ue. Sbaglierebbe il Pd, dentro il quale alberga una cospicua componente ostile al M5S, a non scommettere su Conte. Sia perché non sarà il “punto di riferimento dei progressisti”, ma di sicuro, dentro il M5S, egli è la figura più strutturata e culturalmente affine. Sia perché, senza quella partnership, la partita con le destre sarebbe pregiudicata. Il “campo largo” si farebbe semmai ristretto. Sia perché l’anima di verità delle istanze che procurarono al M5S un consenso straordinario sono tutt’altro che desuete. Di più: sono precisamente quelle che ancora largamente difettano al Pd non a torto percepito come partito ministeriale e dell’establishment. Istanze di partecipazione, legalità, sensibilità sociale e ambientale.

 

Mattarella, la giustizia e lo “strabismo” politico

Il discorso ecumenico di Sergio Mattarella, in occasione del suo nuovo insediamento alla Presidenza della Repubblica, ha colpito non solo per i suoi contenuti, ma anche per la mole imponente di applausi rovesciata su di lui dal Parlamento in seduta comune che lo aveva appena rieletto. Le interruzioni per “acclamazione” sono state oltre 50, con una serie di prolungate ed entusiastiche standing ovation in piedi. La sfrenata – si può dire? – esultanza dei nostri politici lascia trasparire con tutta evidenza stati d’animo singolari. Nel senso che sembrano essere stati più che altro comodi applausi di autoassoluzione e autoassicurazione, una sorta di deresponsabilizzazione di sé con contestuale scarico di ogni responsabilità sulle spalle larghe del neoeletto. Con il pericolo, rilevato da alcuni acuti osservatori, che in questo modo si finisca per dar vita a una pericolosa “politicizzazione” del ruolo del capo dello Stato, a scapito delle sue peculiari funzioni di garanzia.

La più clamorosa, pressoché interminabile standing ovation si è avuta quando il presidente (secondo alcuni cronisti) ha preso a schiaffi la giustizia italiana. Ora, è vero che Mattarella ha detto al riguardo cose anche giuste e certamente forti (tra l’altro riprendendo alcuni concetti già esposti, per esempio al Csm), ma è non meno vero che si è determinata una situazione quasi surreale: nel senso che ad applaudire senza freni Mattarella, mentre parlava di degenerazione e perdita di credibilità della magistratura per la diffusione delle “appartenenze”, causa delle degenerazioni correntizie, c’erano anche i moltissimi politici che non hanno avuto mai nulla da ridire dei loro colleghi che hanno svolto un ruolo attivo nella riunione all’Hotel Champagne con Palamara. Per cui, va bene (si fa per dire) lapidare la magistratura, ma anche in questo caso dovrebbe valere il detto evangelico “chi è senza peccato scagli la prima pietra” (o il primo applauso…).

Più in generale non si può fare a meno di osservare che la sacrosanta richiesta di riforma del sistema elettorale del Csm dovrebbe – per coerenza logica e buon senso comune – investire non soltanto la componente togata (i magistrati) ma anche la componente laica (avvocati e professori universitari, talora politici e persino parlamentari in carica), eletta dal Parlamento con puntigliosa e unanime applicazione della spartizione prevista dall’intramontabile manuale Cencelli. Anche questa “appartenenza” , in uno organo di “governo autonomo” delle magistratura, dovrebbe preoccupare, o no? Invece nessuno ne parla: men che mai i politici che si spellano le mani se a essere attaccati sono quegli antipatici dei magistrati. Figuriamoci poi gli epigoni di Berlusconi, da sempre all’avanguardia nella delegittimazione pregiudiziale dei giudici, soprattutto quelli che abbiano avuto la cattiva sorte di doversi occupare professionalmente di Lui o di suoi sodali.

Del resto, gli attacchi alla magistratura ordinaria e in particolare al suo Csm (per le cui innegabili gravi disfunzioni ci vorrebbero vere riforme e non blitz punitivi o l’incostituzionale sorteggio) possono persino risultare, in buona sostanza, discriminatori e strumentali: se si pensa a quanto denunziato da Sergio Rizzo a proposito della magistratura amministrativa (Tar e Consiglio di stato) nel saggio Potere assoluto edito da “Solferino”. Dove, tra l’altro, si legge che le citazioni sono tratte da una recensione di Luca Fazzo) che i giudici amministrativi “da una parte si muovono al di fuori di ogni controllo, rendendo conto solo a se stessi; dall’altra sono però legati da un cordone ombelicale al mondo della politica”. Perché i giudici amministrativi sono “in buona parte dei ministeri e del governo”. Sono “dentro gli uffici legislativi dei ministeri, scrivono le norme che essi stessi sono poi chiamati ad applicare; le loro carriere incrociano quelle della politica e ovviamente ne vengono condizionate”. Anche qui con tanto di “porte girevoli”, cioè di giudici amministrativi che vanno in politica e poi tornano a rimettersi la toga. Con il tocco finale di un Csm dei giudici amministrativi (il Consiglio di presidenza) che presenta storture molto simili a quelle del Csm ordinario. Eppure tutto questo non allarma nessuno. Fulmini e saette sulla giustizia ordinaria e silenzio assoluto invece sui problemi che pone quella amministrativa. Altro che la classica pagliuzza contrapposta alla trave. Qui le travi sono due e meriterebbero di essere denunziate entrambe: senza strabismi.

 

Su molti temi rilevanti (come il virus), la risata può essere pericolosa

Per due anni capo comunicazione del Movimento 5 Stelle, Claudio Messora (il cui videoblog Byoblu ora è un network di informazione indipendente sul canale 262 del digitale terrestre) dà sempre molto risalto alle tesi anti-vacciniste. Qualche giorno fa, dunque, ha segnalato il brano anti-vaccino di un comico francese, Naïm, twittando: “I comici francesi si sono svegliati. Dove sono i nostri Crozza, Luttazzi, Guzzanti, Pucci e tutti gli altri che ancora non fanno i politici?”. Ho espresso qui, in abbondanza, le mie opinioni sul vaccino e sul Green pass (in tv non mi danno accesso perché temono le liti temerarie; sui videoblog non vado perché l’arte non è gratis); e ho segnalato per primo che alcuni informatici si erano accorti dei pasticci sulla revocabilità dei Green pass. Invece di chiamare in causa la gente a scopo pretestuoso, insomma, sarebbe buona norma informarsi, anche se si è l’editore di un network di informazione indipendente. Il monologo di Naïm (bit.ly/3BasX3r) è interessante, ma non per i motivi che vorrebbe Messora. Un preambolo indispensabile, noto ai lettori di questa rubrica, è che i comici, per far ridere, ricorrono spesso a errori di ragionamento (cfr. Ncdc 1° settembre 2020): queste fallacie, perfette per la comicità e per la propaganda, fanno deragliare l’opinione dai binari dell’argomentazione corretta, tarando le discussioni e permettendo allo scaltro di approfittarne. Il monologo di Naïm è una serie di glosse comiche a una premessa errata: quella che il vaccino sia inutile. Per sostenerla, Naïm ricorre a un errore deduttivo, l’analogia falsa: il vaccino anti-Covid dovrebbe proteggere da tutte le varianti come l’anti-rabbica da tutti i cani rabbiosi. Solo che i due virus hanno caratteristiche diverse; e controlli e vaccinazioni hanno eradicato la rabbia in Italia. Naïm inoltre paragona il vaccino alla sangria: si ride, ma la risata non rende vera la premessa errata. Quando il discorso è su temi rilevanti (pandemia, discriminazione, razzismo), la risata diventa addirittura pericolosa, se convince lo sprovveduto della bontà di un errore. Repetita iuvant: il vaccino, nonostante le controindicazioni (ne ha ogni intervento medico, come testimoniano i bugiardini dentro qualunque scatola di medicine), serve a evitare complicanze mortali per la stragrande maggioranza della popolazione. I dati epidemiologici sono inequivocabili. Il Fatto ha segnalato costantemente gli errori e le falsità del governo Draghi durante la campagna vaccinale; questo non significa che la vaccinazione fosse inutile: affermarlo è una fallacia induttiva di generalizzazione indebita, la stessa che inficia buona parte della propaganda no-vax quando generalizza la sua conclusione da esempi limitati o atipici: e in Rete abbondano anche gli esempi del tutto tarocchi. Altra fallacia induttiva è il processo alle intenzioni: chi si esprime a favore della vaccinazione viene bollato come “venduto al sistema” (vedi i tweet di consenso al tweet di Messora); ma si sa, un guaio delle bolle social è che favoriscono l’errore cognitivo detto “di conferma” (credere di più alle informazioni che confermano le proprie convinzioni invece che a quelle che le contraddicono). Vale anche per le risate no-vax a un comico che dice: “Ho indagato fra le persone attorno a me, tutti sono vaccinati e tutti l’hanno beccato. Non sono un esperto, ma non è che siamo con il vaccino più fiacco della storia mondiale dei vaccini? L’infermiera mi ha detto: ‘Faccia attenzione agli effetti secondari!’. Le ho detto: ‘Ma signora, se non ci sono nemmeno gli effetti primari!’”. L’effetto primario è non finire intubati. Non è poco. Chiedetelo ai leader no-vax morti di Covid (argomento ad baculum, impaurire: una classica fallacia emotiva).