La tesi di Andrea Pirlo “Il calcio che vorrei” E Coverciano oscura Oxford e Cambridge

Che il Settore Tecnico di Coverciano (presidente Demetrio Albertini) sia diventato ormai, da Bocconi del calcio quale era, una sorta di Cepu al cui confronto la Scuola Radio Elettra Torino era un mix di Oxford, Yale e Cambridge lo dimostrano le condizioni in cui da un ventennio è ridotto il calcio italiano. Ma se per confermarlo occorreva una prova, è arrivata nei giorni scorsi la tesi con cui Andrea Pirlo si è laureato a Coverciano allenatore Uefa Pro con votazione 107/110, relatore Renzo Ulivieri che degli allenatori italiani è il presidente. E sia chiaro: Pirlo non c’entra. Lui ha fatto quello che gli hanno chiesto di fare e al suo posto avremmo fatto così anche noi. Pirlo non c’entra: c’entra il Settore Tecnico.

Immaginate di essere studenti di disegno e di dover lavorare alla tesi “La pittura che vorrei” in cui scrivete che vorreste essere Leonardo e Michelangelo, Van Gogh e Picasso, Monet e Rembrandt. Oppure di essere studenti di regia cinematografica impegnati nella tesi “Il cinema che vorrei” in cui affermate che vi ripromettete di seguire l’esempio di Kubrick e Hitchcock, di Coppola e Scorsese e di Fellini e Billy Wilder, ricevendo a fine discussione il secondo voto più alto e lodi, scappellamenti e genuflessioni. Ecco: questo è quel che è successo ad Andrea Pirlo che discutendo la tesi “Il calcio che vorrei” ha cominciato col dire di ispirarsi al Barcellona di Cruijff e di Guardiola, all’Ajax di Van Gaal, al Milan di Sacchi e alla Juventus di Conte e per questo è stato proclamato allenatore con 107/110 e ricoperto di elogi dall’intero pianeta pallone, che già lo chiama Maestro.

Cos’altro ha detto il neo allenatore juventino nelle 30 pagine della sua tesi, subito integralmente ripresa da ogni sito, rivista e giornale nonché dibattuta in ogni tv? Verità incredibili. A cominciare da quella che “L’idea fondante del mio calcio è basata sulla volontà di un calcio propositivo, di possesso e di attacco: un calcio totale e collettivo, con 11 giocatori attivi in fase offensiva e difensiva”. Davvero sconvolgente se si pensa che, studiando meno, Pirlo avrebbe potuto affermare che “L’idea fondante del mio calcio è basata sulla pigrizia di un calcio rinunciatario, giocato senza possesso palla e in difesa: un calcio avaro, individuale e con 11 giocatori indolenti in fase offensiva e difensiva”. Ancora: Pirlo sostiene che “manipolando spazi e tempi, abbiamo l’ambizione di comandare il gioco in ambedue le fasi. Il gioco dev’essere il filo conduttore della mia squadra, un gioco basato sul collettivo ma che sia in grado di esaltare le individualità più forti”; una visione ben lontana da chi sostiene invece che “trascurando spazi e tempi, puntiamo a subire il gioco in ambedue le fasi. Il gioco dev’essere il grande assente della squadra, perchè l’idea è trascurare il collettivo per deprimere le doti individuali dei più forti”. Ma non è finita: secondo Pirlo, il portiere “deve giocare con coraggio in posizioni avanzate” e “essere in grado di trovare il passaggio filtrante”; non come succede con altri allenatori, quelli che preferiscono i portieri che giocano con paura nascosti dietro un palo e che passano la palla sui piedi degli avversari, che subito ti fanno gol.

Forse converrete, peccato che Pirlo non abbia studiato da politico: avremmo avuto un’Italia in cui tutti lavorano, i salari aumentano, il pil va alle stelle e il debito scompare. Vabbè, sarà per la prossima vita.

 

Rientro in aula Basta guerre e lamentele: la scuola che funziona, senza carte bollate

Animo. Nonostante tutto le belle notizie ci sono. E arrivano, pensate un po’, anche dal mondo della scuola. Lo stesso che ha avuto contro tutti i fucili puntati, e ancora ce li ha. Un po’ come se dopo la guerra gli italiani, invece di essere contenti del ritorno dei loro figli a scuola, avessero incominciato a lamentarsi dei supplenti che mancavano, di quella scuola ancora ingombra di macerie, o della pioggia che filtrava dall’ardesia di una scuola di montagna. Con articoli e foto della serie “povera Italia”. Perciò vi parlerò di un istituto comprensivo (materna, elementare e media) della città di Milano. Dove per quasi tutta l’estate una direttrice amministrativa e i suoi collaboratori si sono impegnati per fare ritrovare ai bambini una scuola funzionante. Volevano che all’inizio del nuovo anno si celebrasse quasi una festa della riapertura.

Il famoso personale tecnico-amministrativo, quello con la nomea di più alto tasso di sindacalismo “non possumus”, si è rimboccato le maniche al gran completo e ha lavorato sodo. Ha apposto i nastri adesivi ovunque, per segnare con le classiche frecce i percorsi necessari a distanziare (“fisicamente”, non “socialmente”) gli alunni e le varie figure in procinto di affollarsi tra le mura scolastiche. Ha piazzato le colonnine dei disinfettanti, ha spostato banchi e realizzato traslochi interni, senza verificare se ciò fosse previsto o meno dai rispettivi mansionari. Mancavano però, per riaprire in sicurezza, una serie di garanzie. Ognuna con il suo costo: le mascherine, i termometri a distanza (i più costosi) e altri dispositivi di protezione individuale. Tutte cose che notoriamente tardavano ad arrivare dal ministero. Ma dall’istituto di cui mi è stato chiesto di non fare il nome nessuno ha incominciato a fare telefonate ai giornali per dire che “Roma non ci manda” o che “siamo allo sbando”; e nessun impiegato ha girato video per dimostrare in che condizioni è finita la scuola italiana “con questo ministro col rossetto”.

Anzi, tra le ragioni del servizio pubblico e quelle della ragioneria algida e irreprensibile hanno scelto le prime. Hanno prelevato i fondi d’istituto e con 20mila euro hanno comprato in tempo tutto il necessario. Giusto un paio di giorni per felicitarsi reciprocamente e cinque insegnanti hanno fatto domanda di continuare a lavorare a distanza. La direttrice ha inutilmente provato ad accennare alle difficoltà che ne sarebbero derivate. E di fronte al diniego ha chiesto i certificati medici. Che prontamente tre degli obiettori hanno esibito. Due dei quali accolti nell’istituto con la formula “in utilizzo”, che vuol dire impiegati lì invece che nella loro scuola di appartenenza (in genere con netto giovamento logistico dell’interessato). Ravvisando una contraddizione tra il beneficio materiale e la “diserzione” morale, la direttrice amministrativa ha revocato l’utilizzo. E per riempire le cattedre vuote ha scelto tra gli ultimi supplenti. Che devo dire? Che questa mi sembra una gran bella notizia.

Una lezione di moralità civica. Pensate: una scuola che non invoca Roma, che si getta nella sua missione, che lancia il cuore oltre le follie di un Tar sempre in agguato, che mette al primo posto il merito. A cui si aggiunge una notizia che spariglia convinzioni e convenzioni: ossia che tra tutti questi protagonisti c’è una donna calabrese. Non l’insegnante che si dà malata, non quella che si appellerà al Tar, ma la direttrice amministrativa. Colei che, con i suoi collaboratori, manda al diavolo assistenzialismo, mansionari e cavilli e impone la linea del servizio pubblico. Oltre ai tanti ’ndranghetisti che vorrebbero mangiarselo, il Nord ha anche questi tesori che vengono dalla Calabria. Invece di dare spazio ai vittimismi dei cialtroni occorrerebbe far conoscere queste persone. Peccato solo che stavolta non ve ne possa fare il nome.

 

Lockdown all’italiana Torna il cinepanettone di Vanzina, con l’incubo “clausura” in autunno

 

“Per far vivere le discoteche, moriremo noi ristoratori”

Ho 53 anni e un ristorante in una provincia del nord di quelle che più hanno sofferto per l’epidemia. Ho chiuso quasi 20 giorni prima del resto dei ristoratori del Paese, a febbraio, e ho riaperto con molta fatica per due mesi, prima del periodo delle ferie estive di massa. Non ti dico cosa ha significato continuare a pagare un affitto altissimo (ribassato del 10%, che umanità), non ti dico cosa è stato non licenziare nessuno anche se 4 stipendi ormai sono follia. Io e mia moglie non abbiamo dormito per notti intere, siamo ristoratori da sempre e figli di ristoratori entrambi, non abbiamo un altro mestiere, non sappiamo fare niente oltre che questo. La nostra vita sono i fornitori, la spesa al mercato, il riso mantecato, le chiacchiere con i clienti, le tovaglie fresche di bucato. Non siamo mai stati ricchi, il ristorante ci ha sempre permesso di vivere dignitosamente ma il lusso è sempre stato fuori dalla nostra portata. Il lockdown l’abbiamo superato accumulando debiti contenuti, ma il pensiero di questo autunno ci fa sognare mostri spaventosi. Guardavamo le immagini delle discoteche quest’estate, ascoltavamo chi sosteneva che i proprietari di locali e discoteche non possono chiudere per sempre e devono pur sopravvivere; e io e mia moglie ci dicevamo: “Certo, poi però moriremo noi ristoratori di città”.

A noi, che non siamo in luoghi di vacanze estive, non pensa nessuno. Noi, che campavamo grazie ai locali e ai turisti primaverili e autunnali, noi che a luglio e agosto siamo fermi e riprendiamo a settembre, noi che siamo in sostanza fermi da fine febbraio, cosa dovremmo dire? Ci ritroviamo a guardare i tg con un nodo alla gola. La Francia è già travolta da una seconda ondata, l’Inghilterra e la Germania ci sono vicine e la Spagna pure: noi siamo già a 2000 contagi al giorno. A settembre. Per ricominciare a vivere in fretta, si è deciso di tornare al punto di partenza e pagarla cara. Perché anche se non ci sarà un altro lockdown, con questa atmosfera, noi avremo di nuovo i ristoranti mezzi vuoti.

Lo vedo già da qualche giorno, c’è di nuovo un calo, non ho riempito neppure il sabato. Altri tre mesi così e io e mia moglie chiuderemo. È il tempo che ci siamo dati, se non ci faranno chiudere comunque. Non ci dormiamo la notte. Cosa faremo? Come ci reinventeremo? Perché non è un cambiamento come tanti, come dopo un “normale” fallimento. È reinventarsi in un mondo che offre un centesimo delle prospettive che offriva un anno fa. E a 53 anni io, 55 mia moglie, ho paura che per noi non ci sarà più nulla da fare.

Ivo

 

Caro Ivo, abbiamo avuto la presunzione di ricominciare come prima a neppure due mesi dalla fine della fase più dura e il conto è inevitabile. Forse, tra le discoteche piene e la gente barricata in casa, esisteva un compromesso accettabile. Non lo abbiamo accettato, e questi sono i risultati: la paura che sta tornando, quel sospiro di sollievo per tante attività che ora boccheggiano di nuovo.

Selvaggia Lucarelli

 

“Quel film è scherzare sul morto con il funerale ancora in corso”

Ciao Selvaggia, ho visto la locandina del film di Enrico Vanzina Lockdown all’italiana e volevo lasciarti una mia riflessione. Io ho perso mia madre ad aprile per il Covid, se ne è andata in 12 giorni, da sola come tutti i morti di quel periodo. Non voglio tediarti su quanto sia stata dura e su quanto lo sia ancora. Non sono però qui a dire a Vanzina “come ti permetti”. Io stessa da qualche giorno ho ritrovato il sorriso, ad agosto mi sono concessa una settimana al mare in Toscana, ho frequentato qualche aperitivo non affollato. La vita è andata avanti. Ho fatto l’amore, ho giocato con i miei figli, ho visto cose stupide in tv. Però non ho mai smesso di sentirmi sintonizzata con quello che continuava a succedere nel mondo e anche qui, perché per me 10 morti al giorno per quella malattia di merda hanno la stessa dignità degli 800 di aprile. Ecco, quindi, tutto quello che ho da dire è che la vita continua – e per carità – ma quel film, Lockdown all’italiana, è come fare una battuta sul morto a funerale in corso.

Non abbiamo ancora elaborato niente perché non è finito niente, forse per il culo di Martina Stella associato a questo dramma si poteva aspettare un po’.

Ciao

Delia

 

O anche per sempre.

Selvaggia Lucarelli

Breccia di Porta PiaIl derby radical-massonico e la festa del Venti Settembre soppressa dal Duce

La Breccia di Porta Pia ha finalmente celebrato ieri, Venti Settembre, il suo centocinquantesimo compleanno. Per l’occasione, da settimane sta scorrendo un fiume d’inchiostro lungo e largo quanto il Tevere che separa la sponda dell’Italia oggi repubblicana da quella del Vaticano.

Epperò nella messe di articoli, interviste e analisi sulla fine del potere temporale del papa non si è mai andati oltre la meticolosa cronaca di quei giorni, con l’ingresso dei bersaglieri a Roma il 20 settembre 1870, oppure uno scontato bilancio “gestionista” sulla Chiesa amputata del suo governo politico con lo Stato pontificio. In realtà c’è una questione che avrebbe meritato spazio e che talvolta ha tormentato gli osservatori laici più lucidi: l’assenza di una religione civile nel nostro Paese, causa dei peggiori difetti del carattere italiano, dal trasformismo all’individualismo. Simbolicamente, questa assenza, è rappresentata finanche dall’oblio sulle ricorrenze risorgimentali e unitarie, tra cui appunto la festa del Venti Settembre.

Non a caso, per lustri, l’anniversario della Breccia di Porta Pia è stato ricordato solo dagli eredi anticlericali di quella fase storica: i massoni del Grande Oriente d’Italia e i radicali pannelliani. I primi potevano vantare l’affiliazione dell’allora presidente del Consiglio Francesco Crispi, un big diremmo oggi della Sinistra storica identificata alle elezioni con la dicitura “Ministeriali”. I secondi invece costituivano parte dell’opposizione, completata poi dalla destra liberale e dalla sinistra rivoluzionaria e socialista. Ed è proprio il dibattito parlamentare sull’istituzione della festa del Venti Settembre a descrivere il derby radical-massonico che si disputò sul Venti Settembre. Era il 1895 e a proporre la ricorrenza civile del Venti Settembre fu un deputato pugliese di Trani, Nicola Vischi.

Nell’aula di Montecitorio, nella seduta pomeridiana dell’11 luglio, la legge passò a maggioranza e il fronte risorgimentale più avanzato si divise. Ecco Napoleone Colajanni, tra i fondatori quell’anno del Partito repubblicano italiano, il Pri: “Questa politica a partita doppia a me non va. Comprendo un Governo nettamente liberale, e che segua sempre la stessa via, ma non posso comprendere un Governo che oggi esalta Giordano Bruno, domani a Brescia, a Milano, a Faenza mette a disposizione guardie, delegati, prefetti, autorità d’ogni genere per far trionfare: chi? I clericali”. Per bocca di Andrea Costa i socialisti votarono a favore, non senza aver preso atto delle divisioni della classe dirigente che aveva fatto l’Unità d’Italia: “La borghesia non ha più ideali”.

Fu costretto lo stesso Crispi a intervenire per chiedere l’approvazione della legge, “ove non sia possibile votarla all’unanimità, per lo meno a grande maggioranza”. Da destra gli gridarono: “È una compiacenza alla massoneria”. Rispose Crispi, duro: “Io non vado né alle Loggie, né alla Chiesa; e la manifestazione di oggi alla Camera, il suo voto, sarà un voto nazionale, non un voto di setta”. La festa venne soppressa dal fascismo nel 1930, un anno dopo i Patti Lateranensi. Per Mussolini era diventata “una parata massonica, inutile e malinconica”.

 

Previdenza Altro che fondo pubblico, Fondinps chiude. Gli iscritti (e il loro Tfr) trasferiti a Cometa

Pasquale Tridico, presidente dell’Inps, aveva annunciato un fondo pensione pubblico in concorrenza con quelli privati. Invece, anche se per non sua scelta, è stata privatizzata l’unica forma esistente di previdenza integrativa in qualche modo pubblica, per giunta a favore di Federmeccanica e altre associazioni di aziende di Confindustria, nonché dei sindacati concertativi. Di fatto è morto e sta per essere seppellito Fondinps che trae origine dalla legge di modifica del Tfr in vigore dal 2007, finalizzata a dirottarlo a viva forza nella previdenza integrativa e, soprattutto, nei fondi padronal-sindacali, detti chiusi o negoziali. In assenza di un fondo di riferimento, tipo Cometa, Fonchim, Fonte, Pegaso ecc., il Tfr dei lavoratori incastrati nel silenzio-assenso, finiva in uno costituito apposta presso l’Inps e per questo chiamato Fondinps. Non poter mettere le mani anche su quei soldi era una spina nel fianco di padronato e sindacati, che ne ottennero la condanna a morte con la legge n. 205/2017, emanata dal ministro del lavoro Giuliano Poletti.

Cosa capiterà. In pratica Fondinps confluisce in Cometa. A partire dal 1° ottobre prossimo cessano le nuove adesioni e il Tfr degli interessati verrà dirottato nel fondo del settore metalmeccanico. Gradualmente vi finiranno anche le posizioni previdenziali ora in Fondinps, salvo esplicita diversa richiesta. Non che esso fosse il non-plus-ultra della previdenza. Pur sempre più rischioso del tradizionale Tfr, obbediva comunque alla perversa formula paritetica: il 50% degli amministratori è scelto dai datori di lavoro, cui invece dovrebbe essere preclusa ogni interferenza nel risparmio previdenziale dei lavoratori. Ma almeno sottostava in qualche modo all’Inps. Insomma, la sua soppressione non è la fine del mondo, ma il segnale mandato è pessimo.

I naufraghi di Fondinps, finiti in esso per il silenzio-assenso, andranno nel comparto garantito. Peccato che, in barba alla legge, tali comparti non “garantiscono la restituzione del capitale e rendimenti comparabili […] al tasso di rivalutazione del Tfr”. Infatti quest’ultimo incorpora tutele in potere d’acquisto che essi non contemplano. In particolare il comparto “Tfr silente” di Cometa non assicura l’1,5% nominale minimo del Tfr e tanto meno un maggiore rendimento in base all’inflazione. Comunque, chi vi finisce eviti assolutamente di “manifestare la volontà di adesione esplicita a Cometa” perché altrimenti viene espulso dal comparto, senza potervi rientrare, e in prima istanza finisce nel comparto “Reddito”. Quest’ultimo propina agli iscritti la solita presa in giro: “L’investimento si pone l’obiettivo di realizzare un rendimento in linea ecc.”. È una formulazione comune a molti fondi e gestioni, vuota di significato. Anch’io tutti gli anni mi pongo l’obiettivo di vincere il premio Nobel per la letteratura e la medaglia Fields per la matematica. Però ogni anno – o sorte crudele e ria! – non vinco mai né l’uno né l’altra. Pure il comparto “Sicurezza 2020” di Cometa non offre affatto le garanzie del Tfr, ma anzi ammette allegramente una possibile perdita nominale del 15%; e quella reale può essere molto peggiore. Siamo alle solite: chi vuole la sicurezza, deve tenersi ben stretto il Tfr.

 

Buoni pasto. Arriva il Pos unico per gli e-ticket, ma non c’è il gestore

I buoni pasto elettronici, che sostituiscono la mensa aziendale, potranno essere utilizzati in bar, ristoranti e supermercati senza più temere di vedersi negata la transazione perché l’esercente è sprovvisto dell’apposito Pos. Nel dl Semplificazioni, approvato in via definitiva dal Parlamento la scorsa settimana, è stato infatti inserito un emendamento che introduce il “Pos unico”, cioè un terminale che accetta bancomat, carte di credito ed e-ticket emessi dalle varie società per alleggerire gli oneri degli esercenti e facilitare così l’utilizzo dei buoni pasto. Una novità che rientra nel “piano cashless” previsto dal governo per ridurre l’uso del contante e far emergere l’economia sommersa del nero. Ma se la battaglia è vinta, la guerra è tutt’altro che conclusa: non si hanno ancora notizie sul decreto attuativo del ministero dello Sviluppo Economico che, di concerto con l’Anac, dovrà regolamentarne i dettagli operativi. E va ancora discussa la partita sul lato operativo: capire, insomma, come si risolverà la questione della convenzione e delle commissioni. Di solito, supermercati e ristoranti si trovano a gestire fino a 4 Pos. “Con l’attuale sistema – denuncia la Fipe, la federazione degli esercenti – si hanno il 25% di spese ogni 1.500 euro di fatturato solo per installazione, commissioni e contratti di affitto dei vari lettori elettronici). Un gruzzolo, che con l’introduzione del Pos unico, i gestori non vorranno perdere con il rischio di un aumento generalizzato dei contratti di convenzione. Un meccanismo infernale che caratterizza da sempre i “buoni”, dove sono sempre gli stessi pochi soggetti a trionfare: i giganti stranieri e lo Stato. I primi che si aggiudicano bandi miliardari a suon di ribassi (fino al 30%) e Consip (la centrale acquisti della Pubblica amministrazione) che fa risparmiare all’erario milioni di euro, ma a discapito dei 3 milioni di lavoratori, di cui 1 milione di dipendenti pubblici. Sempre più spesso, con il passaggio quasi obbligato dal buono cartaceo a quello elettronico – dopo l’introduzione da gennaio delle nuove soglie di esenzione (da 7 a 8 euro) – si sono ritrovati in tasca una tesserina praticamente inutilizzibile visto che la maggior parte degli esercenti non vuole pagare i costi di noleggio per l’ennesimo Pos. Ma da questo limite al Pos unico ce ne passa.

 

Il buco della legge che apre ai contratti pirata per i riders

In tutto il mondo si discute se i ciclofattorini che consegnano beni e cibo siano lavoratori dipendenti: in Olanda, Francia, Spagna, la giurisprudenza prevalente ritiene che lo siano, come pure i risultati delle ispezioni del lavoro, che invece sinora in Italia sono stranamente mancate. Qui, con la legge n. 128/2019 il Governo Conte-bis ha scelto un compromesso: ferma restando la possibilità di considerarli lavoratori dipendenti, si è ampliata la possibilità di considerare i riders come “collaboratori etero-organizzati”, ai quali, perché organizzati da altri, si devono applicare le tutele del lavoro subordinato; ma sono previste tutele anche nei casi in cui siano da considerare autonomi.

Tra queste tutele c’è il divieto del cottimo – perché costringe i ciclofattorini ad auto-sfruttarsi pur di guadagnare un po’ di più – e l’obbligo di un salario minimo orario. Ma il divieto non è totale: si prevede che i contratti collettivi stipulati dalle organizzazioni comparativamente più rappresentative possano definire un compenso complessivo che tenga conto delle modalità di svolgimento della prestazione, cioè in parte anche a cottimo.

Come era stato previsto, questa incauta previsione ha fatto sì che il 15 settembre l’associazione delle piattaforme (Assodelivery, di cui fanno parte Deliveroo, Glovo, JustEat, Social Food e Uber Eats) ha firmato un contratto collettivo con il sindacato Ugl (già Anar, associazione autonoma della cui spontaneità si era dubitato tra gli studiosi).

Questo contratto è (come meravigliarsene?) del tutto aderente all’impostazione che, in Italia e in altri Paesi, le piattaforme hanno adottato: il modello organizzativo non cambia, i lavoratori sono autonomi e dunque hanno meno diritti, il pagamento è a cottimo, si può contrattualizzare un numero illimitato di persone, che saranno pagate solo se chiamate a lavorare, quindi qualunque protesta è vanificata dalla sostituzione del lavoratore. Questo contratto non è il primo in Europa, e neppure in Italia.

La questione giuridica è banale: poiché i riders sono lavoratori subordinati – come dice la giurisprudenza degli altri Paesi, o quanto meno sono lavoratori etero-organizzati ai quali va applicata lo stesso la tutela del lavoro dipendente, come ci ha detto la Cassazione italiana con la sentenza 1663/2020 – quel contratto, che si applica ai riders in quanto “lavoratori autonomi”, una specie ignota alla realtà, non vale la carta su cui è scritto.

Il Ccnl Assodelivery-Ugl si applica ai contratti di opera ma anche ai co.co.co. (art. 2), e prevedendo che – per le modalità organizzative del settore (la possibilità del rider di lavorare per più piattaforme, e di decidere quando connettersi e se accettare la consegna, in cambio della totale mancanza di garanzia di essere mai chiamato: tutte cose che sono perfettamente compatibili con il lavoro subordinato) – i lavoratori debbano essere qualificati autonomi ed essere perciò privati di compensi straordinari, mensilità aggiuntive, ferie e indennità di fine rapporto. Naturalmente, la qualificazione del rapporto come subordinato (o etero-organizzato) oppure autonomo non può essere di un contratto collettivo, ma necessariamente è opera del giudice in caso di controversia.

Il compenso – apparentemente fissato in dieci euro l’ora per eludere la legge che un minimo orario richiede – in realtà è da riparametrare in base ai minuti: non quelli effettivamente impiegati, naturalmente, ma quelli che secondo l’arbitrio unilaterale della piattaforma sono necessari. Il Ministero del Lavoro è intervenuto, affermando in una lettera ad Assodelivery che sarebbe comunque necessario prevedere un compenso minimo orario: tesi sostenibile, ma non espressa chiaramente nella legge.

C’è poi il problema della rappresentanza. Assodelivery, sebbene non appartenente ad alcuna confederazione datoriale, può essere ritenuta associazione datoriale comparativamente più rappresentativa, ma altrettanto non si può dire dell’associazione sindacale firmataria. Dal punto della rappresentatività comparata richiesta dalla legge, non pare infatti – sebbene la rappresentatività sia facilmente manipolabile, poiché nulla impedirebbe a una azienda di contrattualizzare a costo zero cento nuovi potenziali riders, che forse non chiamerà mai a lavorare, allo scopo di indirizzarli verso una o un’altra associazione sindacale – che l’associazione firmataria lo sia più delle associazioni sindacali non firmatarie: la comparazione, per le finalità affidatele dalla legge 128, non può che avvenire tra chi stipula e chi non stipula.

Qui emerge un difetto della legge 128, giacché parlare di rappresentatività in un ambito tanto poco sindacalizzato si presenta come una scelta poco oculata da correggere.

Insomma, il tema resta quello di qualificare il rapporto come lavoro dipendente, rendendo inutile la manipolazione della legge

Just Eat&C., il Covid fa esplodere i ricavi dei colossi del cibo

Il popolo ha fame e ce l’avrà sempre, ma non è detto che sappia o voglia cucinare. Nonostante lo stuolo di aspiranti chef che si sono manifestati durante il lockdown, a fare fortuna sono stati soprattutto i servizi di delivery che hanno supportato la pigrizia, l’incapacità o il semplice desiderio di chi invece avrebbe voluto mangiare fuori e non poteva farlo. Da un’altra prospettiva, con i loro fattorini hanno anche dato una possibilità in più ai ristoranti aperti a zero o mezza capienza e agli esercizi commerciali che non potevano garantire il distanziamento. I riders hanno a più riprese avuto deroghe alla libertà di circolazione, sfrecciavano per le strade della città quando era precluso a tutti e lamentavano a volte l’assenza di mascherine e guanti protettivi (e invocano da sempre un contratto che dia dignità al loro lavoro). Da Deliveroo a Just Eat, le piattaforme sono passate dalla fase di consolidamento allo status di certezza nel tessuto commerciale globale. Con un riflesso immediato nei loro affari.

Il caso Uber è esemplare: l’azienda dei passaggi in auto nel primo trimestre dell’anno ha registrato il doppio delle perdite rispetto al 2019, meno 2,94 miliardi di dollari. I ricavi però sono saliti a 3,54 miliardi dai 3,1 del 2019. A trainare il ramo mobilità, fermo per lockdown, è stata Uber Eats, la app per il food delivery che Uber cercava di far carburare da tempo e che nella pandemia ha avuto la spinta definitiva. Le prenotazioni sono salite del 52 per cento, a 4,68 miliardi di dollari, rispetto allo scorso anno.

L’inglese Deliveroo ha rilasciato in estate i propri dati sulla crescita in Italia: ad oggi copre 224 città (in generale si comincia sempre dalle più grandi, dove la domanda è maggiore, per poi ramificarsi nel territorio) e ci ha tenuto a rilevare come anche al mare e in generale nelle località di vacanza le persone abbiano iniziato ad ordinare. Ha introdotto anche l’idea dei “virtual restaurant”, che possono avere caratteristiche diverse da quelli fisici: sono aumentati del 280 per cento rispetto all’anno scorso, gli ordini saliti del 150 per cento.

Ma a dominare, su tutti, è Just Eat: la banca d’affari Jefferies ha definito “impressionante” la prima semestrale di quello che ormai è un gigante delle consegne dopo la fusione tra l’azienda danese e l’olandese Takeaway.com (e il recente via libera per acquisire l’americana Grubhub). Ordinazioni per un controvalore totale di 5,7 miliardi di euro all’incirca, in crescita del 42% rispetto al pro-forma del primo semestre 2019 (quando l’assetto societario era differente) frutto dell’aumento del numero di ordini (+32 per cento a 257 milioni) e del loro valore (+ 10 per cento per una media di 22,2 euro). Nei mesi del lockdown, spiegano dall’azienda, il food delivery è diventato un servizio essenziale e la richiesta di attivare Just Eat da parte dei ristoranti è aumentata di cinque volte rispetto al periodo precedente allo scoppio della pandemia.

In Italia sono in 1.200 città e coprono tutti i comuni con più di 50mila abitanti per 16mila ristoranti (sono 205mila nel mondo), mirando al 66 per cento di italiani. “Continueremo lo sviluppo del mercato per rendere il servizio disponibile sempre a più persone, anche nei centri più piccoli. Supporteremo i ristoranti grazie al digitale, all’uso dei dati e alla personalizzazione di offerte e attività sempre con l’obiettivo di contribuire al loro successo in termini di clienti e volumi”.

Non bastassero i generi alimentari, l’e-commerce chiude il cerchio: ad ogni ora del giorno, in tv, uno spot spiega come Amazon abbia cambiato la vita di una donna semplicemente assumendola. É il riflesso di un settore che non conosce più crisi o rivali, soprattutto dal punto di vista di un quasi monopolista. Qualche giorno fa il gigante dei pacchi ha annunciato che intende assumere altre 100mila persone in tutto il mondo (non disdegnando, ovviamente, agenzie interinali e intermediari). “Solo questo mese stiamo aprendo cento edifici suddivisi in nuovi centri di smistamento e distribuzione, stazioni di consegna e altri siti”, ha dichiarato in una nota Dave Clark, Senior Vice President of Worldwide Operations di Amazon. Al 30 giugno, aveva 876.800 dipendenti, esclusi icontractor e il personale a tempo determinato. A marzo e aprile, era stata comunicata l’assunzione di altre 175mila persone e nei primi mesi della pandemia sono state assoldate altrettante a tempo determinato, fino all’annuncio di volerne trasformare il 70 per cento in tempo indeterminato. Una boccata d’aria per chi rischia di rimanere senza lavoro o senza sbocco commerciale, con un risvolto terribile: i piccoli perderanno autonomia, i grandi diventeranno ancora più grandi.

Piano Marshall vs Recovery: il problema è che ci manca l’Iri

Il Recovery Fund ha un antecedente famoso, lo European Recovery Program, o ERP, più noto come piano Marshall, avviato nel 1947 e operativo sino al 1951-52. I due programmi hanno una finalità simile, rimettere in moto le economie europee dopo un crollo generato da gravi cause extra economiche, la guerra nel primo caso, l’epidemia nel secondo.

Quali analogie e differenze li caratterizzano? Vi sono aspetti positivi del piano postbellico che sarebbe opportuno replicare? Esso fu promosso e finanziato dagli Stati Uniti in favore dei paesi europei i cui sistemi economici erano usciti compromessi dalla seconda guerra mondiale e le popolazioni impoverite e affamate, sia che appartenessero agli Stati vincitori che ai vinti.

Un primo confronto è tra le dimensioni economiche. Il Recovery ha una dotazione di 750 miliardi di euro, di cui 390 a fondo perduto e 360 di prestiti. Il Marshall vide una spesa di 13 miliardi di dollari nel quadriennio a cavallo del 1950 i quali corrispondono, rivalutati con l’inflazione, a 144 miliardi di dollari di oggi e, al tasso di cambio dell’ultimo anno, a 128 miliardi di euro. Ma questa rivalutazione, che fa apparire il Recovery sei volte il piano Marshall, non è adeguata. Più corretto è rapportare la dimensione economica del piano al Pil Usa dell’epoca e vedere a quanto corrisponde ora.

I 13 miliardi del piano Marshall rappresentano il 4,8% del Pil Usa del 1948, pari a 275 miliardi di dollari, e corrispondono all’1,2% in media all’anno per il quadriennio in cui fu attivo. Nel 2020 il Pil Usa supererà i 22 trilioni di dollari, dei quali il 4,8% vale 1.076 miliardi di dollari (960 miliardi di euro), un valore maggiore del Recovery. Di essi, inoltre, più del 90% rappresentavano erogazioni a fondo perduto. Si tratta di circa 870 dei 960 miliardi di euro a valori 2020 prima calcolati, più del doppio del Recovery. Il piano Marshall non solo era più grande del Recovery per dimensioni finanziarie, sia totali che a fondo perduto, ma a causa dell’impoverimento bellico dei paesi europei, il suo impatto sul Pil dei beneficiari fu un multiplo del suo peso sul Pil del paese finanziatore: circa l’11% del loro Pil del 1948, corrispondente a più di due punti e mezzo media all’anno. Invece i 750 miliardi del Recovery sono solo il 5,4% dei quasi 14 trilioni di euro di Pil dell’Ue ante-virus e la loro componente a fondo perduto solo il 2,8%, meno di un punto percentuale all’anno trattandosi di un programma previsto come triennale.

Bisogna anche ricordare che la condizione economica dei beneficiari non è paragonabile a quella di 72 anni fa, con i paesi usciti dalla guerra con capacità produttiva compromessa e impossibilità a soddisfare bisogni anche elementari delle popolazioni tanto con la produzione nazionale quanto con le importazioni, non disponendo di valuta estera per procurarsele in assenza degli aiuti americani. Allora in Europa gli impianti produttivi erano nella peggiore delle ipotesi compromessi, nella migliore obsoleti, perché non erano stati fatti gli investimenti necessari al loro rinnovo a causa della priorità bellica. Anche quando in buono stato, il funzionamento era stato compromesso prima dalle razzie di scorte fatte dagli occupanti e poi dalla scarsità degli approvvigionamenti esteri di materie prime.

Oggi gli impianti sono invariati rispetto a prima del coronavirus. Questo però non cancella la necessità di accelerarne la sostituzione e il miglioramento, un processo che nel nostro paese la crisi recessiva del 2008 ha troppo a lungo frenato e ridimensionato.

Confrontati i due piani nel loro complesso qual è il beneficio finanziario dell’Italia nei due casi e quale fu l’utilizzo delle risorse di 70 anni fa rispetto al possibile utilizzo delle nuove? Noi fummo il terzo beneficiario del piano Marshall, dopo la Gran Bretagna e la Francia e prima della Germania e dell’Olanda. Dei 13 miliardi di dollari spesi dagli americani la Gran Bretagna beneficiò del 24%, la Francia del 20%, l’Italia dell’11 e la Germania del 10. Il criterio ufficiale di ripartizione fu il disavanzo commerciale dei paesi e la necessità di riequilibrio della loro bilancia dei pagamenti, ma è evidente che gli alleati storici e i Paesi vincitori ottennero più dei nuovi alleati ma ex perdenti.

Considerando tutte le erogazioni l’Italia ottenne 1,5 miliardi di dollari dell’epoca che corrispondono, se venissero pagati ora dagli Usa in proporzione al loro Pil, a 122 miliardi di dollari e 109 miliardi di euro. Il Recovery, con i 208 miliardi totali attesi per l’Italia, appare pertanto molto più generoso per noi del Marshall, ma se rapportiamo i due importi ai livelli di Pil dell’Italia di ogni epoca troviamo valori quasi identici: i 208 miliardi attuali rappresentano l’11,6% del Pil italiano del 2019, presumibilmente il 12% del Pil 2020, mentre il beneficio totale del Marshall rappresenta il 10,5% del Pil del 1948 (860 miliardi di lire di aiuti su un Pil di 8.200 miliardi).

Se restringiamo il confronto alla sola componente a fondo perduto dei due programmi, gli 81 miliardi attesi dal Recovery sono quasi identici agli 86 miliardi a valori attuali del Marshall e ovviamente sono ora molti di meno in rapporto al Pil. Tuttavia anche le condizioni economiche non sono in alcun modo paragonabili con quelle debolissime della fine degli anni 40, ragione per cui possiamo concludere che il Recovery sia in rapporto ad esse molto più favorevole all’Italia del piano Marshall.

Per questo è fondamentale cogliere questa occasione irripetibile per modernizzare il paese e la sua struttura produttiva, per riprendere dopo due decenni perduti una crescita che sia sostenibile e green. A fine anni 40 una quota consistente degli aiuti del Marshall dovette essere utilizzata per acquistare dagli Usa stessi beni essenziali che non eravamo in grado di produrre. Metà dell’aiuto se ne andò in acquisti di materie prime e combustibili. L’utilizzo per investimenti e acquisto di beni capitali vi fu, ma molto meno di quanto i nostri benefattori avessero auspicato, e non raggiunse il 25% delle somme. Tutti i fondi del Recovery, invece, possono e debbono essere destinati a investimenti. Ma che tipo di investimenti? E chi deve farli, il settore pubblico o quello privato? È qui che si gioca il successo o il fallimento del Recovery.

Settant’anni fa l’economia italiana era messa malissimo ma vi erano strumenti per la crescita molto più efficaci, che infatti da lì a poco avrebbero generato il boom economico: alcuni grandi gruppi privati e, soprattutto, le grandi imprese pubbliche dell’Iri, oltre all’Agip non ancora divenuta Eni. In una decina di settori chiave le imprese Iri coprivano tra il 50 e il 90 per cento della produzione nazionale e fecero la parte del leone nell’uso degli approvvigionamenti resi possibili dagli aiuti americani. Oggi l’Iri non c’è più, sacrificata nella stagione delle privatizzazioni. Ma al suo posto non vi sono imprese private in grado di effettuare investimenti di dimensioni paragonabili e il settore pubblico, ritiratosi negli anni 90 dal manifatturiero, nell’ultimo ventennio si è limitato a investimenti infrastrutturali, certo necessari ma non sostitutivi rispetto agli investimenti in grado di accrescere la capacità produttiva del paese. Siamo al paradosso per cui nel dopoguerra mancavano le risorse ma vi era chi avrebbe potuto usarle efficacemente e il piano Marshall rimediò a quella scarsità. Oggi si prospetta un’abbondanza di risorse ma non si intravede chi potrebbe utilizzarle con efficacia, trasformandole in crescita di lungo periodo come già avvenne dopo e grazie al piano Marshall. Se vogliamo investimenti produttivi sono le imprese che debbono farli, non la pubblica amministrazione, ma l’impresa pubblica non c’è più e quella privata non c’è mai stata su una scala dimensionale adeguata. Mai come ora sarebbe stato utile avere un Iri risanato anziché averlo buttato assieme all’acqua sporca delle sue perdite.

Giovani, apatici e fuorilegge Il crimine: un gioco da ricchi

“Non vogliamo che ci venga detto cosa fare. Non abbiamo padroni. La nostra unica famiglia è la gang”. L’odore di marijuana è addensato in ogni stanza, in sottofondo una traccia di musica trap squarcia il silenzio che aleggia in uno dei quartiere “borghesi” di una città toscana. Un gruppo di cinque ragazzi dai 16 ai 20 anni siede intorno a un tavolo, fumano spinelli e scorrono la home dei vari social, altri quattro sono incollati al videogioco Grand Theft Auto (Gta) e altri due maneggiano quella che sembra una busta di cocaina. Si definiscono una gang, anzi “una baby gang”.

Vestiti alla moda, tatuaggi in bella vista e ostentate collane d’oro da rapper è il loro outfit, bombolette spray e coltelli serramanico i loro accessori. “Siamo insieme ormai da 3 anni. Ognuno di noi ha una storia diversa alle spalle, ma dentro la gang siamo tutti uguali”, spiega Marco (nome di fantasia), indicato come capo branco dagli altri. “Prima è cominciato come un gioco: passavamo le giornate a imbrattare i muri e vandalizzare la città. Poi siamo entrati nel giro della droga, e abbiamo scoperto che è più vantaggioso e divertente”, continua il ragazzo. La voce di Marco è impassibile: è lui il proprietario della spaziosa casa, regalatagli dai genitori appena compiuti 18 anni. Gli abiti che indossa raggiungono un valore di quasi duemila euro. “Molti di noi vengono da famiglie agiate e non hanno bisogno di soldi, per altri invece è un vero lavoro. Tutti però lo facciamo principalmente perché ci piace e ci fa sentire parte di qualcosa”, aggiunge il giovane.

Quello delle baby gang è un fenomeno in netta espansione in Italia. Il modello sono le bande latine: mischiano musica trap con alcol e droghe, non hanno codici di comportamento e la violenza è vista come forma di divertimento. I social network sono il palcoscenico, dove esibirsi per la platea degli internauti. “È un fenomeno che parte dal disagio, ed è una scelta condizionata dalle pressioni dei micro mondi in cui vive l’adolescente”, spiega Elena Mattioli, psicologa e psicoterapeuta esperta in dipendenze e disturbi in età adolescenziale. “Il primo micro mondo è quello familiare, ovvero i modelli al quale i ragazzi sono esposti. L’apprendimento derivante da un ambiente poco sano e con pochi valori non fa altro che aumentare il disagio. E questo vale sia per le famiglie indigenti sia per quelle benestanti. L’altro micro mondo è la società esterna, con l’influenza che hanno sulle nuove generazione i videogiochi, i social e le serie tv”, precisa Mattioli.

E questo non vale solo per i territori tipicamente inquinati dalle organizzazioni criminali. Nella classifica delle città-nido per giovani criminali spicca infatti su tutti Bologna, poi Roma e Milano, Genova, Catania, Palermo, Bari e infine Napoli. Secondo l’Osservatorio nazionale sull’adolescenza, il 6-7% degli under 18 vive esperienze di criminalità collettiva e, dai dati riportati dal ministero della Giustizia, il trend sembra in ascesa vertiginosa. I ragazzi affidati all’Ufficio di servizio sociale per i minorenni, infatti, sono al 15 agosto 2020 circa 16 mila, contro i quasi 21 mila totali del 2019 e del 2018.

A delinquere sono più i minori italiani (12 mila) di quelli stranieri (4 mila), con una prevalenza di genere tutta al maschile. Mentre il numero dei reati commessi da minori e giovani adulti in questa prima parte dell’anno sono 47.224, tra omicidi volontari (81), sequestri di persona (139), violenze sessuali (840), spaccio di stupefacenti (5.059). Senza contare tutti quei reati “minori” come furti, scassi e pestaggi, che spesso, come nel caso dell’omicidio del giovane Willy Monteiro a Colleferro, si trasformano in tragedia.

“Il passaggio da membro di una baby gang a componente di un branco che compie atti criminali è molto frequente. Spesso avviene anche all’interno degli stessi istituti penitenziari per minori”, specifica Corrado Sabatino dell’Uilpa, il sindacato della polizia penitenziaria. “La detenzione per alcuni di questi ragazzi andrebbe del tutto evitata. All’interno delle carceri vengono a contatto con una realtà che si trasforma in una palestra di criminalità. Gli istituiti sono quasi tutti di piccole dimensione e il baby boss omicida convive con chi è autore di furto o scasso, che diventa in breve tempo un affiliato”, continua Sabatino.

Tutto però nasce tra i banchi di scuola, dove il primo test per entrare nella gang parte dagli atti di bullismo. “Molti di noi hanno frequentato la stessa classe, anche se andiamo poco a scuola. Il gruppo originale è nato così, chi picchiava più forte era dentro. Senza accorgercene, adesso siamo diventati almeno una decina e riusciamo a guadagnare quasi mille euro a testa al mese”, puntualizza Marco.

Causa e conseguenza sono anche gli abbandoni scolastici dei giovani dai 18 ai 24 anni, superiori di quasi 4 punti percentuale alla media Ue (13,5% contro il 10%), con una propensione più consistente nel Mezzogiorno. “Sono molti i ragazzi che dopo la rinuncia allo studio commettono atti di devianza minorile di gruppo. E se prima negli istituti penitenziari si trovavano solo giovani provenienti dall’America latina, che arrivati con le famiglie in Italia ricostruivano le bande che avevano nel Paese di origine, adesso ci sono adolescenti siciliani o napoletani che per esigenze economiche o per diletto giurano fedeltà alla gang. Oppure altri che all’interno delle carceri ritrovano, per corrispondenza, tutti i componenti della famiglia, dal padre al fratello”, conclude Sabatino.