Cercasi guide culturali gratis, la rivolta social contro il Fai

“Perché quest’anno invece di coinvolgere i volontari non chiamate le migliaia di guide che sono a casa causa Covid? Se non avete fondi sono sicuro che chi partecipa alle Giornate contribuirebbe”, “Basta!!! C’è gente che passa la vita a studiare e a migliorarsi per saper raccontare. Voi veicolate il messaggio che chiunque lo possa fare, che quindi una guida o un accompagnatore sia una figura inutile. Smettetela di arricchirvi col volontariato!”, “Volontari? No, grazie”, “Vergognatevi, il settore del turismo è alla fame e cercate volontari, il lavoro si paga: è vergognoso questo lucro sul volontariato, più o meno finto. Ci sono professionisti senza lavoro!”, “‘La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto’, (art. 4 della Costituzione italiana)”.

Sono solo alcuni degli oltre 350 commenti (tutti indignati tranne 2) apparsi su Facebook sotto il post con cui (l’11 settembre scorso, alle 16.30) il Fondo per l’Ambiente Italiano cercava volontari per le Giornate di primavera, spostate all’autunno causa Covid: “Ti piace raccontare la bellezza dei luoghi che ami? Sei convinto che il territorio in cui vivi sia ricco di tesori eccezionali che ti piacerebbe far conoscere agli altri? Condividi con noi la tua passione: diventa volontario per le Giornate Fai d’Autunno!”. Dopo 5 giorni di lapidazione, il 16 settembre il Fai ha rimosso, clamorosamente, l’annuncio.

È l’ennesimo, antico e doloroso, nodo che viene al pettine del Covid: l’esplosione della crisi nel già insostenibile settore turistico ha portato un gran numero di operatori culturali a mettere a fuoco la filosofia del Fai, interamente basata sul volontariato, e a ritenerla del tutto inaccettabile.

In questi ultimi anni, del resto, i giovani storici dell’arte, archeologi, archivisti, bibliotecari e molti altri professionisti del patrimonio culturale hanno preso ulteriore coscienza di sé, organizzandosi per esempio in un’associazione come “Mi riconosci? Sono un professionista dei beni culturali”, che conduce un’encomiabile battaglia culturale e politica per i diritti di lavoratori senza diritti.

Non solo: una battaglia per il patrimonio culturale stesso, e dunque per tutti i cittadini italiani. Perché è sempre più chiaro che questo, e solo questo, è il cuore del nodo irrisolto che tiene in ostaggio il patrimonio culturale: il lavoro. Le cifre sono state ripetute mille volte, e sono mostruose: la pianta organica del ministero dei Beni Culturali si avvia velocemente ad essere coperta solo al 50 %, il che significa, per fare un solo clamoroso esempio, che nella città in cui insegno (Siena, non Cinisello Balsamo!) la Soprintendenza non ha in servizio attualmente nemmeno uno storico dell’arte. Se ai ranghi del Ministero aggiungiamo l’enorme fabbisogno di professionisti del patrimonio che avrebbero i musei diocesani e quelli comunali, le chiese, gli scavi e i siti monumentali sparsi ovunque, gli archivi e le biblioteche di ogni ordine e grado, si mette a fuoco la follia di un sistema che condanna alla disoccupazione o allo schiavismo i lavoratori, e alla morte per incuria e abbandono i monumenti.

In tutto questo, il Fai appare radicalmente fuori tempo e fuori luogo. La sua ispirazione appare datata, e irrimediabilmente segnata da un elitarismo compassionevole che non solo non si pone il problema del cambiamento di sistema, ma anzi di fatto coopera a sostenere l’attuale stato delle cose. Le dame e i cavalieri di antico regime e grandi patrimoni che guidano il Fai hanno più volte proposto che lo Stato si avvalga “del terzo settore in modo strategico” (così la allora presidente Ilaria Borletti Buitoni, “Il ruolo dei privati insostituibile sostegno per la valorizzazione dei Beni culturali”, Il Sole 24 ore, 23 agosto 2013): il che significherebbe consolidare il modello delle Giornate del Fai basate sul volontariato come sistema permanente di gestione del patrimonio. È una trasparente dichiarazione di guerra ai diritti del lavoro e dei lavoratori, una (inconsapevole?) esortazione allo schiavismo e di fatto un ritorno al privilegio, perché è evidente che un patrimonio pubblico basato sul volontariato sarebbe largamente inaccessibile.

Come ha scritto Giovanni Moro nel suo aureo libro Contro il non profit (Laterza 2014), una simile visione confligge frontalmente con il fatto che tutto il nostro modello costituzionale è strutturato “in modo tale che è lo Stato il garante del benessere dei cittadini, e l’accesso ai servizi è, almeno in linea di principio, una garanzia universale e soprattutto una faccenda di diritti”. Non per caso Moro nota come esista ormai di fatto una strana “alleanza tra neoliberismo e cultura delle opere pie, contro lo Stato”. Alla classica domanda dei benpensanti distratti (“ma cosa c’è di male nel Fai?”), le contestazioni a quel post offrono una risposta chiara: lo sfruttamento del “volontariato dei disoccupati” dei Beni Culturali non è la soluzione. È il problema.

La sai l’ultima?

Disastro Salvini ha un dolore alla spalla,
troppi selfie fanno male (anche) alla sua salute

Prima o poi sarebbe dovuto succedere. La bulimia social di Matteo Salvini non poteva restare senza conseguenze, impunita. Dove non arrivano l’intelligenza, il senso della misura e le norme sanitarie sul divieto di assembramenti, arrivano i limiti fisiologici del corpo: i selfie ossessivi fanno male alla sua salute e ora il capo della Lega ha dolore alla spalla. L’indolenzimento si è manifestato pochi giorni fa a Bergamo, durante l’ennesimo comizio. Salvini, impegnato nella milionesima sessione di autoscatti senza mascherina insieme ai suoi fan, per una volta era costretto a tenere il braccio rigido, lungo il corpo. Una scena struggente: il capopopolo impedito nella sua arte migliore, privato della sua naturale elasticità, la qualità che l’ha reso un punto di riferimento della destra italiana. Selfini è un selfiestick-man, uno che è più a suo agio da bastoncino vivente che da ministro dell’Interno. “Ho preso tre muscoril”, ha detto, per far andare via il dolore. Ne va della sua credibilità politica.

Caserta Il regalo di nozze di un’avvocata alla praticante:
un coupon per un divorzio gratuito entro tre anni
Se vi angosciano i matrimoni anche per tutte quelle spiacevoli formalità, tipo il regalo da fare agli sposi, potreste prendere esempio dall’avvocata Carmen Posillipo del Foro di Santa Maria Capua Venere, in provincia di Caserta. La nostra, specializzata in diritto di famiglia, è stata invitata al matrimonio della sua praticante Francesca. Carmen non si può definire una conformista: non le andava di regalare la classica busta con i soldi, troppo volgare; non le andava di mettersi a spulciare la lista di nozze, troppo scontato; non le andava di contribuire alla luna di miele, troppo anonimo. Allora le ha regalato un divorzio. O meglio un buono per una separazione consensuale o giudiziale gratuita della durata di tre anni. “L’ho fatto un po’ per gioco un po’ per scaramanzia”, ha scritto la spiritosa Carmen nel biglietto di auguri. Francesca però deve sbrigarsi a lasciare il marito: il buono scade. “Se supererà il limite di tre anni – dice l’avvocata – lo convertirò in denaro”. Si chiama classe.

Lombardia Viene sorpreso con una prostituta e dà alla polizia
le generalità di suo fratello: si becca una multa di 10mila euro
La famiglia prima di tutto. Un simpatico signore lombardo è stato sorpreso dalla polizia locale in compagnia di una prostituta in una strada della Bassa bergamasca. Il nostro eroe, per nulla intimorito dalle contestazioni degli uomini in divisa, ha pensato di uscire dagli impicci fingendo di essere un’altra persona: suo fratello. Infatti al momento di declinare le proprie generalità, ha fornito quelle dell’amato congiunto. Forse non tanto amato. Ce lo racconta Repubblica Milano. Non conosciamo molti altri dettagli di questa deliziosa vicenda, ma di certo l’ingegnoso tentativo di frode non è andato a segno: la polizia si è accorta che si trattava di un inganno maldestro. Così adesso il genio della Bassa non dovrà soltanto rispondere di atti osceni in luogo pubblico (insieme alla signorina che era con lui), ma pure di falsa attestazione a pubblico ufficiale. Insieme a una multa di 10mila euro.

Instagram Il gatto senza occhi né pelo è una star del web:
in pochi giorni colleziona quasi novantamila followers
Aggiungete un influencer al lungo elenco da Chiara Ferragni in giù. Trattasi stavolta di un felino, al secolo Jazzy Jasper. È uno di quei gatti che per loro natura hanno un aspetto peculiare, diciamo: gli sphynx sono quei mici grinzosi e senza pelo, dall’aria vagamente aliena. C’è chi li trova orribili e chi li ama molto, la loro razza è quotata e costosa. Jasper però ha qualcosa in più, anzi in meno: gli occhi. Una salute cagionevole e disgraziata l’ha portato a collezionare in pochi anni prima un herpes oculare, poi un’ulcera alla cornea, infine un ictus. Alla fine i bulbi gli sono stati rimossi completamente con un’operazione chirurgica. Il nostro è sopravvissuto e se la cava benissimo, si fa bastare l’olfatto. Abbiamo dunque un gatto senza pelo e senza occhi, cos’altro poteva succedergli? Diventare una star di Instagram. In pochi giorni la storia di Jasper ha ispirato, pare, un folto popolo di internauti. Al momento conta quasi 90mila followers, in continua ascesa. Roba da gatti.

New Jersey La mancia più generosa della storia:
una coppia regala la sua auto alla cameriera
Qual è la mancia più alta che avete mai lasciato in un ristorante? Difficilmente sarà all’altezza di quella con cui Lisa Ayala e Jason Medina hanno voluto omaggiare Lisa Mollett, la loro cameriera prediletta nella trattoria preferita, l’Empire Diner di Brooklawn, in New Jersey. I due avventori non si sono limitati a qualche moneta o banconota al tavolo, hanno fatto le cose in grande: le hanno regalato un’automobile, la loro vecchia Nissan Altima del 2006. Al termine dell’ennesimo pranzo della domenica, invece di chiedere due digestivi, la coppia ha consegnato alla cameriera un mazzo di chiavi e l’ha invitata a seguirli all’esterno, dove le hanno mostrato la “mancia”. Quando ha capito cosa stava succedendo, Lisa è scoppiata in lacrime. Qualche tempo prima aveva raccontato ai due clienti di avere avuto dei problemi con la sua auto e loro volevano fare qualcosa di carino per lei, che era rimasta senza lavoro per tre mesi nel periodo del lockdown. “Ci sono tante persone gentili – ha detto Lisa Mollett – ma non avevo mai visto una mancia così”.

Torino Un ragazzo di 24 anni rimane incastrato
nell’altalena e viene salvato dai vigili del fuoco
Vi capita mai di osservare i giochi dei bambini nei parchi pubblici e sentire una voglia irrefrenabile di fiondarvi come aveste ancora quattro anni? Se la risposta è no siete degli insensibili, se la risposta è sì il protagonista di questa storia potrebbe diventare il vostro idolo. Un 24enne di Calise (Torino), travolto da un entusiasmo naif e una nostalgia canaglia, ha provato a espugnare la vecchia altalena del parco giochi locale (come ci informa il sito today.it). Limite di età per cavalcarla: 5 anni. La scelta si è rivelata tragica: il nostro, probabilmente alcolizzato e magari pure in sovrappeso, è rimasto incastrato nel sedile. Ma seriamente: per estrarlo sono dovuti intervenire i vigili del fuoco. Il giovane era in comitiva con gli amici, il fattaccio è avvenuto dopo la mezzanotte. Le operazioni di salvataggio sono state complesse: prima sono state tagliate le catene dell’altalena e poi, con un lavoro di fino, è stato aperto il seggiolino liberando il ragazzo. Che ha concluso la sua malinconica madeleine venendo identificato dai carabinieri.

Il titolo della settimana Il Giornale: “Denis il russo,
il mistero dell’uomo che ha smesso di invecchiare”
Il titolo della settimana è una notizia dal valore imprescindibile che viene consegnata alla storia della stampa italiana dal Giornale di Alessandro Sallusti. Ecco il titolo: “Russia, il mistero dell’uomo che ha smesso di invecchiare”. Ci viene raccontata la condizione di Denis Vashurin, un uomo di 32 anni che ne dimostra 13. Notevole. Denis, ci spiegano, non riesce proprio a invecchiare. Per capirci – sottolinea giustamente il Giornale – è “un caso totalmente opposto rispetto alla vicenda di Harry, bimbo dello Yorkshire che invecchia 5 volte più rapidamente del normale”. Denis non ha la più pallida idea di cosa gli stia succedendo e evidentemente non ha sentito il bisogno nemmeno di rivolgersi a un medico che glielo spiegasse: “Tale singolare fenomeno, ha rimarcato, non gli avrebbe però creato problemi né nell’interazione con i suoi coetanei né per quanto riguarda il rendimento scolastico, dato che aveva buoni voti, anche in educazione fisica”. Non fa una piega.

“Io, ministro invisibile che fa le cose giuste, ma non sa raccontarle”

La distanza che separa l’apparenza dalla realtà coincide esattamente con la figura di Gaetano Manfredi, ingegnere, docente di tecnica delle costruzioni, e per ventura anche ministro dell’università e della ricerca. Qualcuno di voi lo conosce? Ricorda il suo nome?

Ministro, lei è sotterrato nei piani bassi dei volti noti benchè vanti più opere che parole.

Lo sto capendo solo adesso di questa mia particolare fortuna.

Professor Manfredi, se non appare non esiste.

Finora ritenevo che fosse opportuno comunicare con sobrietà le decisioni prese, i provvedimenti approvati. Invece prendo atto che la leva dell’annuncio è formidabile.

Non è social, non è televisivo, non è polemico, non è un politico. Dunque non esiste.

La mia parte la sto facendo. Abbiamo già immesso in organico 1600 nuovi ricercatori. È una piccola ma bella brova di concretezza.

Tutti oggi parlano – anche ossessivamente – di istruzione. I nuovi saperi, l’età della conoscenza digitale sono i pilastri del Recovery fund. Lei sarebbe il più titolato a intervenire, però resta silente.

Così appare, ma così non è

Ministro, sa che esiste solo ciò che appare? Mica è necessario che la realtà lo dimostri?

Ecco, la mia difficoltà è quella che lei mi mostra. Penso sempre di evitare le suggestioni.

Ci sono altri provvedimenti che portano la sua firma?

Ai 1600 ricercatori già assunti se ne aggiungeranno dal 1 gennaio prossimo altri 4400. Non mi sembra un dato secondario, visti i tempi. La ricerca riprende il suo cammino.

Nuovi precari?

Saranno contratti a tempo indeterminato. E abbiamo investito trecento milioni di euro per rendere stabile e definitivo questo aumento dell’organico. Poi altri trecento milioni di euro li abbiamo destinati alla cura degli studenti svantaggiati, alle borse di studio per i meritevoli. Piccola cosa? Non direi. E da gennaio le università italiane avranno un plafond di 550 milioni di euro per progetti di ricerca. Anche qui la soddisfazione c’è.

Ha frecce al suo arco.

E mi faccia dire che abbiamo reso finalmente abilitante la laurea in medicina, togliendo di mezzo l’esame di Stato. E che abbiamo aumentato di 1500 unità le ammissioni al corso di laurea e di altri 5500 i posti nelle specializzazioni post laurea.

Servono medici, è già annunciata la grande fuga.

È una convinzione inesatta. Il picco dei pensionamenti anticipati l’abbiamo quasi del tutto attraversato. Il ministero della Salute valuta che avremo, d’ora in avanti, diecimila medici che ogni anno lasceranno contro tredicimila che si laureeranno.

Lei è napoletano, è stato rettore della Federico II. Di Napoli ha detto: “Non credo in questa città”.

Amo Napoli, penso che abbia risorse intellettuali, creative, produttive di grande livello. Ma è una città che non conosce la normalità, non apprezza l’ordine, la misura, la forza enorme di una buona organizzazione. Napoli è fucina di tanti talenti. Le ricordo che ho voluto l’accordo con Apple e proprio Napoli ne è la sede operativa. Ma sconta troppo i suoi difetti caratteriali.

Napoli è la grande capitale della questione meridionale.

Manca nel Sud quella tensione emotiva, quella forza aggregante che è l’ambizione. Puntare in alto, avere fiducia nei propri mezzi, non farsi distrarre dalle scorciatoie.

La scorciatoia del Sud qual è?

Il Sud si accontenta del poco, anche del pochissimo. Perde il senso del cammino comune, non punta l’obiettivo alto ma lo scansa alla prima difficoltà. E allora anche le migliori intenzioni si infiacchiscono tra tira e molla, piccoli e grandi veti.

Lei dovrebbe fare un discorso in Parlamento sulla necessità di essere ambiziosi. Sul valore anche culturale dell’ambizione. Sulla necessità di avere grandi traguardi.

Dobbiamo cambiare la gerarchia delle nostre urgenze.

Manfredi, il ministro invisibile.

Io resto un professore universitario.

Un barone universitario. Lei è stato anche rettore della Federico II.

Barone, sì mi hanno detto anche questo.

Noi di Lotta Continua e Rossana: stavamo tutti nell’album di famiglia

Incuteva soggezione, Rossana Rossanda, che ci appariva perfino altera. Mai superba però, perché sapevamo che era lei stessa la prima su cui riversava la sua severità. E sapevamo anche la tenerezza che riservava ai fragili, agli umili, e in special modo alle compagne con cui sapeva instaurare un’intima complicità femminile: “Il dubbio di essere fuggita dal diventare grande, cioè moglie e madre, si affacciava e me ne ritraevo. In fin dei conti era più facile stare sulla scena pubblica”, ha confidato nella sua autobiografia, La ragazza del secolo scorso.

È morta una comunista che non ha mai smesso di esserlo, e che pure nessuno oserebbe liquidare come un reperto del passato. Perché il suo comunismo, per quanto valore attribuisse al partito “strumento poderoso e delicato”, “quello che Occhetto e D’Alema avrebbero sepolto prima che spirasse”, restava un comunismo ribelle, sfidava il giogo dei regimi sovietici, riconosceva il valore del dissenso. Ribelle dunque all’ortodossia del “socialismo reale”, ma per uscirne da sinistra e non dismettere l’impegno per la redenzione degli sfruttati, la liberazione della donna, i diritti da garantire anche ai “peggiori”.

Ho conosciuto da vicino il garantismo di sinistra di Rossana Rossanda. Dapprima quando anch’essa si schierò, come noi di “Lotta Continua”, nel cosiddetto partito della trattativa durante il sequestro Moro. E poi quando instaurò un dialogo con quei detenuti politici, da cui la dividevano i misfatti compiuti, ma non l’“album di famiglia”. E, anche nel dialogo con Luigi Ferrajoli e Magistratura Democratica, andava ricercando una soluzione politica per il superamento degli anni di piombo, non bastando quella giudiziaria.

Partigiana di città con il nome di battaglia “Miranda”, da quella esperienza ha tratto insegnamenti personali e uno sguardo lungo sulla storia. “Sono noiosa e allarmata”, spiegava, “perché non ho ballato neppure una sola estate, non ho avuto una giovinezza vera. Che roba è avere quindici anni nel 1939 e ventuno nel 1945?”. E quanto all’eredità comunista del partito nuovo, nel dopoguerra, autorizzato da Togliatti a sentirsi distanti da “quelli dell’est”: “C’erano – ammette Rossanda – anzi erano fratelli, ma insomma il mio vero fratello stava a Sesto o alla Pirelli”. Di più: “Senza i partiti comunisti, tutta l’Europa sarebbe diventata al più come la Grecia. Piaccia o non piaccia, dove non era al potere il movimento comunista fu una potente spinta democratizzante, e non per un’eterogenesi dei fini”. Difficile darle torto.

Quando lei e il gruppo del manifesto furono sottoposti, nel 1969, all’umiliante pratica della radiazione dal Pci (non espulsione, si badi, come dire: se vi pentite sarete riabilitati), per primi sperimentarono una particolare forma di denigrazione. Rossana Rossanda, Luciana Castellina, Lucio Magri, Luigi Pintor apparivano talmente belli, eleganti, raffinati nell’eloquio da indurre i loro avversari a offrirli in pasto al pubblico come intellettuali borghesi rammolliti, antesignani dei “radical chic” (uno degli epiteti più idioti di cui si nutra la lotta politica). Ma avevano a che fare con degli ossi duri, oltre che con un inedito, generalizzato movimento di protesta. Diedero vita, fra poco saranno cinquant’anni, a un quotidiano, il manifesto, bello e rigoroso. Attrassero intelligenze cosmopolite ed eretiche, come lo stesso ebreo polacco Karol, sfuggito alla Shoah arruolandosi da adolescente nell’Armata rossa, che di Rossana diventerà l’amatissimo compagno. E pur nella ricorrente litigiosità, fra loro non verrà mai meno un senso di comunione fraterna. Quello per cui Rossanda accompagnò l’ultimo viaggio di Lucio Magri in Svizzera verso la morte assistita.

Bussavo con timidezza alla sua stanza di lavoro in via Tomacelli, nei primi anni Ottanta, e mi trovavo di fronte quella che era già un’icona della sinistra. Era stata lei, nel 1977 a incoraggiare il suo amico Jean-Paul Sartre a incontrare noi di “Lotta Continua” quando imperversava la repressione del movimento dei non garantiti. Il filo di perle sul golfino, la candida acconciatura ben curata, segni mai dissimulati della sua acquisita milanesità borghese e della sua ricerca di bellezza, non stonavano affatto con la competenza rivelata su una vertenza di fabbrica o sulle vessazioni in un carcere speciale.

Il suo comunismo è un Messia collettivo che come tale le sopravvive. Un abbraccio affettuoso ai compagni del manifesto.

Rossanda, la ragazza rossa ed eretica del secolo scorso

A 96 anni è morta l’ultima dei tre grandi fondatori del manifesto. Rossana Rossanda, più di Valentino Parlato e Luigi Pintor, era la pensatrice rigorosa del quotidiano “comunista”. Nata a Pola, in Croazia, nel 1924, cresce a Milano dove si iscrive alla facoltà di Lettere e si affida alle lezioni di Antonio Banfi, storico della filosofia e di un marxismo che “era il contrario del determinismo”. Questa contraddizione ne segna la vita: comunista, ma distante dal canone tradizionale. Staffetta partigiana tra Milano e Como, dov’è sfollata, s’iscrive al Pci milanese. E lì ricostruisce la Casa della cultura. Letture di Brecht, incontri con Gassman e Strehler, il brodo politico-culturale del dopoguerra ne segna passioni e curiosità. Col suo respiro internazionale si interessa alla Francia, conosce Sartre e Althusser, ma deve barcamenarsi nel “realismo socialista” che la circonda. La contraddizione è tale da segnarne l’aspetto: nel 1956, anno del rapporto Kruscev e della rivolta ungherese, il Pci si mette contro gli operai e “perde l’innocenza”. I suoi capelli si sbiancano a solo 32 anni.

Qualcosa inizia a incrinarsi, ma va avanti col lavoro culturale fino a diventare responsabile nazionale del Pci tessendo un rapporto personale con Togliatti. Nel 1963 entra nel Comitato centrale, si sposta a Roma ed è eletta deputata. Si circonda di giovani che faranno strada: Occhetto, Curzi, Magri, Garavini, la “splendente Luciana Castellina”. Ma dopo la morte di Togliatti il Pci apre una dura discussione: i moderati di Amendola e Napolitano contro la linea Ingrao, a cui Rossanda si lega. Pietro non è però uomo di battaglie politiche, i dissidenti vengono “sterminati” e lei finisce ai margini. Tutto precipita nel 1969: il Pci non riesce a seguire il ’68 e il ’69 né, soprattutto, a prendere le distanze dall’invasione russa in Cecoslovacchia. “Praga è sola” titola il primo numero della rivista il manifesto fondata con Pintor, Parlato, Magri, Castellina. Il Pci li radia tutti. Anche Ingrao approva, contrari solo pochi coraggiosi: Chiarante, Luporini, Occhetto, Garavini.

Dalla rivista nasce il quotidiano di cui Rossanda è anima pensante, nume tutelare, rigore analitico. Il manifesto accompagna la politica della sinistra nei decenni a venire. Lei si oppone al “compromesso storico” di Berlinguer, difende la trattativa per salvare Moro, definisce quella delle Br una storia interna all’“album di famiglia” della sinistra, garantista difende i dirigenti dell’Autonomia operaia nel processo 7 aprile (delusa però dalla fuga di Toni Negri) e invita a votare Enzo Tortora nelle liste radicali nel 1984.

Contrasta a fondo la scelta di Occhetto di cambiare il nome al Pci, ma non si entusiasma per Rifondazione comunista. Col manifesto spera sempre in una sinistra ricomposta e però radicale. Nel 2011 accompagna Magri in Svizzera per il suo suicido assistito. Un finale di scena simbolico e dignitoso non solo per lui, ma anche per lei. Che, nell’autobiografia del 2005, si era definita La ragazza del secolo scorso. Avercene anche nel nostro secolo.

“Dibba, qui il governo rischia”. I 5Stelle divisi sui voti disgiunti al Pd

L’onda lunga di un confronto senza sconti è un Movimento spaccato, su dove andare e come. Ma l’altra faccia della frattura raccontata da Facebook è un dato, ossia che per un bel pezzo della gente a 5Stelle il voto disgiunto non è eresia o tabù: casomai la via per sopravvivere ed evitare il burrone. “Per governare (non da soli) bisogna essere come i funamboli, cercare sempre di stare in equilibrio nel miglior modo possibile” per dirla come Daniele Cavini, uno tra i migliaia di utenti che ieri hanno commentato un post di Alessandro Di Battista.

Un testo scritto per suturare la ferita proprio su quello, sul voto disgiunto, su cui si è scontrato a distanza con il direttore del Fatto Marco Travaglio. E tutto era partito venerdì sera dal palco di Bari, dove l’ex deputato aveva chiuso la campagna elettorale della candidata governatrice in Puglia del M5S, Antonella Laricchia. Un discorso di sapore già congressuale, “dove volevo indicare una nuova rotta per il Movimento” come ha spiegato poi Di Battista a chi gli ha parlato. Forse anche per quello, per rivendicare una purezza a 5Stelle in vista degli Stati generali, l’ex parlamentare ha condannato il voto disgiunto, rispondendo a un editoriale in cui Travaglio evocava la necessità di praticarlo “turandosi il naso”. Ma Di Battista è di altro avviso: “Che vuol dire votare turandosi il naso? Che cos’è la cabina elettorale, un cesso pubblico? Il voto disgiunto è termine da Dc”.

Ieri mattina, sul Fatto, la risposta di Travaglio: “Di Battista mette tristezza e ricorda il compagno Antonio, il comunista di Avanzi, che dopo 20 anni di coma non ritrovava più nulla del suo piccolo mondo antico… Qualcuno dovrebbe spiegargli che siamo nel 2020, non nel 2009 quando i 5Stelle nacquero in piazza contro tutto e tutti: la politica è cambiata”. In tarda mattinata, la controreplica di Di Battista: “Travaglio mi dedica un editoriale al vetriolo, invita gli elettori del M5S a votare disgiunto e i pugliesi a votare Emiliano. Io no, scegliere il meno peggio porta alla distruzione”. E la chiosa: “Il fatto che il direttore del giornale che pubblica i miei pezzi mi attacchi così è comunque un bel segnale. Travaglio è persona perbene e decine di volte sono stato d’accordo con lui. Lui ha le sue idee, io le mie e le idee sono idee, non dogmi, così come i giornali sono giornali, non il Vangelo”.

Sotto, la valanga dei commenti. All’ora di cena, molti più di 5mila, una sorta di analisi di gruppo. Magari non solo da utenti grillini. Di certo in tanti danno ragione a Di Battista, come Rosario Palumbo: “La tua analisi non fa una piega, su come si è governata la Puglia nell’ultimo decennio parlano i fatti”. E c’è chi tira fuori antichi totem, come Pietro Sertoli: “I veri elettori delle origini, quelli del VaffaDay, non voterebbero mai il candidato del Pd”. Ma i commenti non tirano da una sola parte, niente affatto. In diversi non hanno risposte, (si) chiedono cosa fare. Parecchi vanno di pragmatismo, nel nome di un concetto: “Ora siamo al governo”.

Così ecco Marco Ruiz: “Il problema è che il risultato in Puglia potrebbe pesare anche sulle sorti del governo: tanto vale votare direttamente Fitto”. Daniela Merola è ancora più netta: “Questo duro-purismo autolesionista non lo capisco, siete contro Fitto ma rischiate di regalargli la Puglia”. Mentre dalla Toscana Sarah Vaglini si macera: “Io non posso consegnare la mia regione alla leghista Ceccardi, non posso”. C’è chi ricorda come la politica “sia anche merda, compromesso”. A margine l’eurodeputato Ignazio Corrao, vicino a Di Battista: “Di queste cose spero avremo modo di parlare nel congresso che attendiamo da dopo le Europee”. Come a dire che, se ne avesse discusso prima, il M5S non starebbe così: immerso nei dubbi.

La sfida nel paese di Conte: “Il Sì vince. Emiliano chissà…”

Il “Karaoke” dilaga nella piazza deserta. Alle 7 del mattino aprono i seggi ma a Volturara Appula, il paese di Giuseppe Conte, in giro non c’è un’anima; il bar Roxi rilascia le hit dell’estate, l’altro bar del paese, l’Eden, prepara silenziosamente i primi caffè ai tre avventori che si apprestano ad andare a caccia di tortore: “Qui il lockdown è sempre: intanto non c’è nessuno. Mio figlio fa il vigilante a Roma e dice che sono tutti per strada”, spiega uno dei signori con la cartucciera. Nell’unico seggio del paese, allestito nell’ex scuola (non più in funzione da dieci anni) ci sono il presidente e 5 scrutatori, tutti piuttosto giovani. Davanti al Roxi parcheggia un furgone del servizio funebre: un elettore in meno. “Qui possono votare in 850, gran parte sono quelli delle liste dell’Aire (Anagrafe degli italiani residenti all’estero) ma non lo faranno, dunque dei 350 abitanti (esclusi i 20 bambini) ce ne aspettiamo circa 200”, spiega Antonio Martino, presidente del seggio. In gran parte anziani, diversi dei quali si recheranno alle urne solo dopo esser andati a messa.

Il primo a votare sarà il nipote della proprietaria dell’Eden, verso le 8 e 30. Il sindaco Vincenzo Zibisco arriva in Ape, prende il caffè e si tiene addosso la giacca azzurra nell’aria ancora pungente del mattino. “Sì, il referendum qui è sentito come un voto pro o contro il nostro concittadino premier: perciò vinceranno i sì; chi rischia è Emiliano, nonostante il buon lavoro e i finanziamenti che ha fatto arrivare in tutta la Capitanata. Qui nel 2018 c’è stata un’avanzata legista, ma è già passata”.

Una pausa, e Zibisco riprende: “Sì, scambio a volte messaggi con il presidente Conte su WhatsApp, ma lui resta molto discreto: sa bene che non può fare favoritismi con noi che pure abbiamo passato estati insieme. Ricordo lo struscio per il paese, le serate a tirar tardi e a suonare la chitarra appresa grazie a ‘Tonnuccio’ che era lo strumentista della chiesa. Lui aveva sempre un libro in mano, a preparare esami. Io ero più amico della sorella, anche lei mi dice che non lo vede praticamente più, ma è comprensibile con gli impegni che ha. Qui il tempo è ancora scandito dalle tradizioni: prima la preparazione della salsa di pomodoro, poi la raccolta dell’uva, poi delle olive, poi l’uccisione del maiale. Ah, il 18 ottobre ci sarebbe la festa dell’anguilla, iniziata dal vescovo Geraldini, amico di Cristoforo Colombo e seppellito a Santo Domingo nel 1525; però quest’anno vediamo se farla o meno. Mi interessa di più aver potuto garantire lo scuolabus che porta i bambini a San Bartolomeo, che non è nemmeno in Puglia, ma in Campania: per questo abbiamo ridotto le ore di riscaldamento della sede comunale e io ho rinunciato al compenso di sindaco. Negli anni ‘50 qui c’erano 1.500 abitanti, ora il 70% delle abitazioni è vuoto, le entrate del comune si riducono sempre più”. Il sindaco apre la finestra della stanza nella quale lavorava il padre di Conte e dalla quale si vede la casa dove è nato e ha vissuto per i primi 5 anni. “L’ho capito subito che il figlio della mia amica Lillina era particolare: grazie ai suoi genitori che gli hanno inculcato l’amore per lo studio e la cultura è venuto un capolavoro”: sorride Vittoria Macchiarola, l’ex maestra del paese e prima fan del premier. “Eppure anche ora la madre mi dice: ‘Ma chi glielo ha fatto fare?’ e anche il padre non era contento: ‘Aveva un bel posto e invece… ma la politica brucia…’”.

La maestra segue le gesta di Conte e dice di passare le giornate su Google per cercare armi per confutare chi attacca il suo pupillo: “Lui non lascia nulla da parte, vuol far tutto e per bene, un presidente del Consiglio deve lavorare per bene, non andare a fare le orge in Sardegna…Non è un politico per questo è migliore: Salvini è un trascinatore di popolo, ma le persone che conosco e che lo votano valgono poco. Ho sempre votato Pd, ma spero che Conte fondi un suo partito, è molto amato, forse sono più discutibili le persone che gli stanno attorno”.

Buona l’affluenza ai seggi. I giornaloni come Craxi nel ’91: nessuno li ascolta

Buona la prima e oggi, dalle 7 fino alle 15, urne ancora aperte. La prima volta al voto con la mascherina per 46 milioni di italiani non è stato l’Armageddon auspicato da parte della stampa italiana che, a edicole unificate, si è opposta alla riduzione dei parlamentari, promessa e voluta da tutti per 40 anni. Un po’ come fece Bettino Craxi nel 1991 quando esortò gli italiani “ad andare al mare” invece di recarsi alle urne per il referendum sulla preferenza unica. Lo slalom tra protocolli, misure di sicurezza e problemi di tipo organizzativo non si è trasformato in un ostacolo per il 30% degli elettori che alle 19 di ieri avevano votato per il referendum sul taglio dei parlamentari, le elezioni regionali in Campania, Toscana, Veneto, Liguria, Marche, Puglia e Valle d’Aosta e le suppletive in Sardegna e Veneto. Per le amministrative in 962 Comuni la percentuale di affluenza, sempre alle 19, ha toccato il 37%. In 1.820 elettori sottoposti alla quarantena hanno usufruito del voto domiciliare. Tra di loro anche Silvio Berlusconi ad Arcore. Al termine della prima giornata di voto, il totale dell’affluenza dovrebbe superare il 40%. Trattandosi di un referendum confermativo non è necessario raggiungere un quorum per la validità.

Per fare un paragone con il passato, nel 2016 quando si è votato per l’ultimo referendum costituzionale (la riforma Renzi-Boschi bocciata dal 59% degli elettori) alle ore 12 il dato di affluenza si era fermato al 10%, mentre ieri alla stessa ora aveva votato il 12% degli italiani. Un altro dettaglio: mentre quattro anni fa le urne sono state aperte solo un giorno, per questo appuntamento elettorale ci sono altre 9 ore a disposizione. Difficile anche consultare le ultime elezioni che si sono svolte su due giorni. Bisogna tornare alle politiche del 2013 quando il dato finale superò il 55%. Ma 7 anni fa furono la neve e la pioggia, che avevano colpito tutta la Penisola, specie al Nord, a condizionare pesantemente l’affluenza alle urne. In questa tornata elettorale si è, invece, cercato di azzoppare il voto in anticipo trasformando il Covid nel pericolo numero uno.

Negli scorsi giorni si sono susseguiti titoloni allarmistici sulle prime pagine dei giornali. “In Italia poco interesse per il voto”, ha titolo La Stampa il 16 settembre, per rincarare la dose tre giorni dopo: “Scrutatori in fuga per paura del virus”, fino all’apertura apocalittica di ieri: “Italia alle urne con l’incubo Covid”. Un crescendo anche per Repubblica. Si è passati da “Incognita virus sul voto. Le quarantene e i timori per gli anziani potrebbero pesare sull’affluenza” del 19 settembre al “Virus, emergenza ai seggi. Rinuncia il 50% di presidenti e scrutatori. In campo la Protezione Civile. Grande allarme per gli assembramenti fuori dai seggi”. Anche il Corriere della Sera ieri mattina ha instillato la giusta dose di terrore per spaventare gli elettori: “Voto, si teme una bassa affluenza”. Anche se non è ancora chiaro il motivo di questa possibile “Astensione record che fa paura al governo”, come ha titolato Libero sempre ieri, anche La Verità ha puntato tutto sul panico: “Alle urne con la paura del Covid. Ma mancano i presidenti di seggio”. Una campagna studiata sulle previsioni dei vari sondaggisti, cioè che l’affluenza alta avrebbe favorito il sì. Al contrario, una bassa avrebbe agevolato il no. Ma la giornata elettorale di ieri ha smentito tutto e tutti. Le prescrizioni anti-Covid (gel, mascherine, percorsi separati, matite sanificate) non hanno creato particolari disagi, al di là di alcuni episodi di positività al Coronavirus di alcuni presidenti di seggio o scrutatori che hanno costretto a sospendere temporaneamente le operazioni elettorali. E anche il ritiro di 100mila addetti alle votazioni di cui 75mila scrutatori e 30mila presidenti di seggio è stato subito risolta.

Gli appelli – anche via social – lanciati dal Comune di Milano hanno funzionato smentendo tutti i timori sul possibile forfait annunciato. In Puglia è intervenuta la Protezione Civile, mentre a Roma si è ricorso ai dipendenti capitolini. Insomma, in poche ore i sostituti sono stati trovati e le sezioni si sono ricostituite. “Ci sono state certamente delle criticità, ma sono state superate grazie al lavoro encomiabile dei sindaci e degli uffici comunali”, ha ammesso il prefetto Caterina D’Amato, direttore centrale dei servizi elettorali del ministero dell’Interno.

Alle 7 l’apertura dei seggi senza nuovi appelli al terrore.

Ma mi faccia il piacere

Le mascotte. “Caro direttore, votare oggi No al referendum per il taglio dei parlamentari è una scelta coerente con la nostra Costituzione per scampare dallo strapotere di sedicenti leader improvvisati e per mandare a casa questo governo di azzeccagarbugli e dilettanti allo sbaraglio” (Luigi Bisignani, ex P2, ex P4, pluripregiudicato per finanziamento illecito ai partiti e associazione per delinquere con 10 capi di imputazione, Il Tempo, 20.9). “La gara degli anticasta ci porta verso il Sud America. Se il taglio dei parlamentari verrà approvato il nostro Paese potrebbe imboccare una deriva populista. Non a caso il M5S sosteneva Maduro” (Antonio Del Pennino, ex deputato Pri, tre patteggiamenti a 2 anni e 2 mesi per Tangentopoli, Il Riformista, 18.9). “Tra Pd e 5Stelle è pactum sceleris. Ridurre il numero dei parlamentari è un attentato alla democrazia” (Stefania Craxi, Il Riformista, 16.9). “Lega divisa, anche Fontana per il No” (Corriere della sera, 14.9). “Io voto ‘No’. Una scelta netta e precisa, contro la demagogia, a difesa dei cittadini” (Giulio Gallera, FI; assessore Sanità e Welfare Regione Lombardia, 17.9). Grazie, ragazzi: siete stati decisivi.

Harahiri. “Votate contro gli inadeguati” (Silvio Berlusconi, presidente FI, intervistato da Alessandro Sallusti, il Giornale, 19.9). Ormai si fa campagna contro.

Galeotti. “Chi ha scritto la Costituzione? Un gruppo di ex galeotti. Marco Travaglio giustamente sottolinea le condanne ricevute da molti socialisti del No. Ma c’è di peggio: moltissimi autori della Carta erano avanzi di galera. E – non sbagli mai – erano anche socialisti” (Piero Sansonetti, il Riformista, 17.9). Sì, ma per le loro idee anifasciste, non per i loro furti con scasso.

Festival di Sanscemo. “Adesso, a distanza di anni, molti mi dicono che avevo ragione sul referendum. Però mi sento un po’ come quello che non vince il Festival di Sanremo, ma riceve il premio della critica” (Matteo Renzi, senatore e segretario Iv, Rtl, 15.9). Ma se lo dà da solo.

Salvo complicazioni. “Qui al San Raffaele hanno fatto migliaia di esami e io sono risultato tra i primi cinque per forza del virus… Il mio tampone ha una carica virale da record: è la conferma che resto il numero no!” (Berlusconi all’uscita dall’ospedale, 8.9). “Allarme degli esperti: ‘Il virus attacca anche il cervello’” (Repubblica, 15.9). Ah ecco.

Attentato! “Il fatto avvenuto a Marina di Bibbona è grave e proietta un’altra ombra cupa sul Beppe Grillo di questa stagione, già assediato da tanti problemi di varia natura… Ieri mattina Francesco Selvi, inviato da Rete4 a cercare di raccontare l’attuale fase politica del Movimento, ha raccontato di essere stato aggredito e spinto all’indietro dal cofondatore del partito di maggioranza in parlamento, Grillo, grande sponsor del governo Conte tra M5S e Pd. Selvi è caduto sulle scale dello stabilimento e ha riportato una distorsione al ginocchio, come da referto medico. La dinamica della caduta avrebbe potuto avere conseguenze più gravi, visto che è stata all’indietro, di nuca e con il ginocchio girato. In parole povere: un giornalista che stava facendo il suo lavoro, delle semplici domande, quando Grillo – oggi considerato ormai un padre nobile dai teorici Dem dell’alleanza M5S-Pd si è spazientito e ha reagito… ‘Questa spinta mi butta per degli scalini all’indietro… e il ginocchio mi si gira. Potevo tirare una botta con la testa sul legno, per fortuna la testa cade sulla sabbia… Non so cosa farò adesso. Ora rimetto a posto il ginocchio’. Ieri ci sono state le denunce dell’Ordine dei giornalisti e della Fnsi. La condanna indignata da parte della candidata leghista Ceccardi e una nota del presidente della Toscana, il democratico Rossi. Silenzio imbarazzante del segretario del Pd” (Jacopo Iacoboni, ricostruzione smentita dal video della telecamera di sicurezza, La Stampa, 8.9). Pare che il putribondo figuro indossasse anche dei calzini turchesi.

Ammazza che fusti. “Big bang nel M5S: cinque pesi massimi sfiduciano la sindaca. Sono presidenti di commissioni chiave e hanno disertato il ritiro di Ostia” (Repubblica, 15.9). “Stefàno si candida contro Raggi” (Corriere della sera, 15.9). Già transennati seggi con nove mesi d’anticipo.

Innocente a sua insaputa. “‘Quanto fango su di me e Parma. Ma per il pm ero innocente’. L’ex sindaco Pietro Vignali racconta il suo calvario giudiziario dopo 10 anni di accuse: ‘Così hanno offuscato i miei meriti’” (il Giornale, 15.9). Infatti nel 2015 Vignali patteggiò 2 anni di carcere per peculato e corruzione, cioè per aver derubato il suo Comune, che s’impegnò a risarcire con mezzo milione di euro. Si vede che era innocente, ma si credeva colpevole.

Triage. “Questo governo sull’economia non sta capendo più nulla” (Giovanni Tria, ex ministro dell’Economia del governo Conte 1 in quota Lega, Libero, 14.9). Parla quello che andò in Europa a promettere un deficit a + 1,6%, poi tornò per dire che, ops!, era al + 2,4%. Però lui capiva tutto.

Stile “tutto o niente”: il tallone di Musetti

Se Sinner è giovane certezza, Musetti è acerba bellezza. Il primo, più “vecchio” di neanche otto mesi, è meno funambolico. Ma anche più centrato. Lorenzo Musetti è uno di quei tennisti così belli da rischiare di perdere anzitutto con se stessi. Forse per il troppo specchiarsi, forse per esser nati con una facilità di gioco imbarazzante. E dunque meravigliosamente oscena. Molti lo hanno scoperto solo a Roma in questi giorni, ma chi ama il tennis proprio no. Campione juniores agli Australian Open 2019, talento tonitruante. Si sa che esser fenomeni juniores non garantisce chissà quali carriere, e Nargiso e Quinzi son lì a dimostrarlo, ma Musetti pare diverso. È appena entrato tra i 200 al mondo grazie agli ottavi al Foro Italico, dove ha superato le quali per poi dominare un orrendo Wawrinka e un insidioso Nishikori. In tanti lo reputano già campione per questi due illustri scalpi: poveri scemi! Il tennis è pieno di exploit e sorprese. Ciò che fa la differenza è quasi sempre la costanza, il potenziale tallone d’Achille del mirabile Musetti. Sinner ha detto che Lorenzo ha più colpi e talento di lui. Probabile, ma il talento senza motore (la testa) e il telaio (il fisico) non basta. Vuol dire che non mi piace? Al contrario: lo adoro.

Musetti è però artista destinato a vivere di intuizioni fiammeggianti, esplosioni devastanti e (temo) lune calanti. Tennista da tutto o niente, e dunque da bestemmie (le nostre). Il suo rovescio a una mano, oltre a dimostrare che Dio esiste e talora stranamente non ci odia, appartiene alla stirpe dei panda cari all’estetica come Federer, Gasquet, Youzhny, Shapovalov e Tsitsipas. Il suo anacronismo lo rende certo ancor più affascinante, ma pure difficile da decrittare (per gli avversari e per se stesso). Ci farà sognare, ci farà penare. Non pretendete troppo da lui, men che meno adesso. E ricordatevi sempre che il suo tennis, poiché fatto di sogni e nuvole, non sarà mai scontato né prevedibile. Nel bene e nel male.