Se i 5Stelle sono nullità, perché tanti li votano?

C’è un problema che non riusciamo a risolvere (e che contiene un mistero). Secondo i nostri calcoli (mentre scriviamo) esistono in Italia almeno cinque milioni di cittadini-elettori completamente fuori di testa, o da interdire. Ne abbiamo avuto contezza dopo avere letto, ieri, su Repubblica un articolo dal titolo: “La contesa tragicomica che paralizza un partito da commedia”. Ci si occupa del saggio Comico&Politico, di Oliviero Ponte di Pino, uscito nel 2014 e rispolverato vista l’attualità del tema. È soprattutto alla luce della “sospensione” di Giuseppe Conte, sentenziata dal Tribunale di Napoli, che si ritiene il M5S un movimento tutto da “ridere”. Una specie di opera buffa che, mentre si consuma la rissa tra Conte e Di Maio, sembra preludere alla “comica finale”.

Leggiamo infatti che “i gruppi parlamentari (…) sono una fonte inesauribile di soggetti curiosi, eletti con qualche centinaio di voti. Crudisti, abbracciatori di alberi, cacciatori di complotti, marzianofobi e sgominatori di rettiliani”. Il problema (con annesso mistero) è che una tale accozzaglia di imbecilli – messa insieme da un comico furbacchione, più qualche illusionista da circo – nel 2018 ha ottenuto 10 milioni e 522mila voti (il 32,6%) risultando la prima forza in Parlamento. Sicuramente tutte ingenue persone che, presa coscienza del formidabile abbaglio, sono scappate a gambe levate tanto che oggi i sondaggi attribuiscono ai 5Stelle un 15-16%, che è la metà dei consensi raccolti quattro anni fa. Resisterebbero, indomiti, quei cinque milioni di cui sopra da sottoporre (stando alle analisi dei Ponte di Pino e succedanei) a urgente visita psichiatrica (per non dire degli alti indici di popolarità che lo sbeffeggiato Conte mantiene, in evidente contrasto con le leggi della fisica).

Dunque, chi si riempie tutti i giorni la bocca con la parola democrazia forse dovrebbe interrogarsi se per caso una parte non piccola della collettività nazionale meriti davvero di essere collocata nel baraccone delle tre palle un soldo (per restare nell’ambito Luna Park). Il tutto celebrato dall’alto della solita, supposta, superiorità morale e intellettuale della sinistra. Mentre c’è chi quei voti non li schiferebbe affatto, ipotizzandosi “un travaso soprattutto a favore della destra di Giorgia Meloni” (Corriere della Sera). Insomma, dopo le barzellette e il disprezzo, aspettiamoci che il pericolo grillino venga esorcizzato con un bel presidio antifascista.

Alternanza? “Schema vecchio”. Ma quello nuovo è pure peggio

L’alternanza scuola-lavoro è un modello che risale a “dieci anni fa”, quindi “è superata”. Il ministro dell’Istruzione, Patrizio Bianchi, ieri ha parlato a Radio 24, dopo venti giorni dalla morte di Lorenzo Parelli, il 18enne che ha perso la vita nell’ultimo giorno di stage del suo percorso formativo professionale. È una dichiarazione degna di cronaca perché arriva mentre gli studenti protestano e dopo le cariche della polizia nelle prime manifestazioni anti-alternanza, o meglio contro l’alternanza che c’è ancora oggi, che avrà pure cambiato nome, ma resta spesso inutile e fonte di lavoro occulto non pagato.

Il ministro, che già aveva convocato le consulte studentesche solo dopo aver re-introdotto la seconda prova scritta all’esame di Maturità, annuncia un nuovo possibile confronto a giochi già fatti: “Faremo un tavolo insieme con i ragazzi – ha detto – stiamo facendo nel Pnrr una riforma dell’orientamento scolastico che garantisca la sicurezza totale. È importantissimo che ci sia una scuola aperta, che si facciano esperienze. Dobbiamo tornare alla capacità di una scuola che integra anche esperienze esterne e fare tutto in pienissima sicurezza”. Ha poi aggiunto che “è fondamentale che ci sia una varietà di esperienze che rientrino in un percorso educativo, non servono esperienze spot”.

Viene in aiuto l’idea del bollino blu che le aziende coinvolte nei percorsi di scuola-lavoro dovranno avere per accogliere gli studenti. Una garanzia in più rispetto a quelle che già ci sono, ha detto il ministro del lavoro Andrea Orlando nei giorni scorsi, e che però evidentemente non hanno funzionato e continueranno a non essere abbastanza finché non si farà qualcosa. Ma è anche una garanzia più che necessaria per il governo se si tiene conto del ruolo preponderante che l’orientamento al lavoro ha proprio nel Pnrr. Le riforme sono quasi completamente a misura di impresa: non ci si potrà quindi permettere alcun passo falso sulla sicurezza, né feriti né morti altrimenti le ultime proteste rischiano di rappresentare solo un assaggio di quello che “Futura – Scuola per l’Italia di domani” potrebbe generare.

La riforma dell’orientamento, assieme a quella degli istituti tecnici professionali e degli istituti tecnici superiori, dovrebbe nelle intenzioni del governo arginare il fenomeno dell’abbandono scolastico. Le indicazioni generiche parlano di “allineare i curricula degli istituti tecnici e professionali alla domanda di competenze che proviene dal tessuto produttivo del Paese”, più nel dettaglio si punta ad aumentare il numero degli istituti tecnici superiori, a formare i docenti “perché siano in grado di adattare i programmi formativi ai fabbisogni delle aziende locali” e, si legge, “ci si aspetta un aumento del numero di studenti iscritti a percorsi Its e dei diplomati in tale ambito”. L’obiettivo del 2025 è aumentare del 100% annuo il numero di studenti iscritti al sistema di formazione professionale terziaria.

In generale l’orientamento sarà previsto sin dalle scuole medie. La riforma “introdurrà moduli di orientamento nelle scuole secondarie di I e II grado (non meno di 30 ore per le studentesse e gli studenti del IV e V anno) e verrà realizzata “una piattaforma digitale di orientamento relativa all’offerta formativa terziaria degli Atenei e degli Its”. Su questo si erano già espresse le Regioni, che si erano spinte nelle loro linee guida addirittura a immaginare che l’orientamento potesse iniziare dalle elementari. Di certo, a oggi, l’idea esplicita è che la formazione professionalizzante possa contrastare la dispersione scolastica e l’aumento dei neet, ovvero dei giovani che non studiano, non lavorano ma che soprattutto un lavoro neanche lo cercano. Una bacchetta magica, insomma, ma non è detto che destinarli alla manodopera o far loro immaginare una carriera d’impresa possa risolvere un problema spesso figlio di povertà e lavoro nero.

È invece passato in sordina in questi giorni un altro dato interessante e che fa parte del piano per velocizzare l’ingresso nel mondo del lavoro o dello studio universitario: dei mille posti disponibili per il prossimo anno per i licei di quattro anni, ne sono stati occupati solo un terzo e nel Pnrr si punta addirittura a raddoppiarli. Bianchi ha da un lato riaperto i termini per iscriversi, dall’altro ha gioito per l’aumento (+0,4% e +0,8%) delle iscrizioni negli istituti tecnici e professionali, così come Confindustria che ha parlato di “fondamentale legame scuola-impresa”. Più della metà dei ragazzi continua però a scegliere il liceo. L’effetto Pnrr, come è stato chiamato, potrebbe non bastare.

La supercazzola delle accuse all’ex Ad di Mps Guido Bastianini

“Madamina, il catalogo è questo”: dopo settimane di veline sui giornali, lo spartito suonato lunedì scorso dal consiglio di amministrazione di Mps per togliere le deleghe all’ex ad Guido Bastianini pare dettato dal ministero dell’Economia, primo azionista di Rocca Salimbeni con il 64,23%. Impressioni, perché la banca non ha reso note e non commenta le motivazioni della decisione, né il direttore generale del Mef, Alessandro Rivera, ha spiegato i motivi della richiesta di dimissioni formulata una decina di giorni prima a Bastianini.

Tra le contestazioni all’ex ad, la prima riguarda il fatto di non aver informato il cda che il Mef gli aveva chiesto di dimettersi. In una governance normale, sarebbe semmai toccato all’azionista comunicarlo ai consiglieri. Sono poi contestati “la gestione dei rapporti istituzionali e con la stampa anche fuori delle strutture interne”: ma in ogni azienda i top manager hanno rapporti diretti e riservati con giornalisti di fiducia; la “posizione talvolta ambigua” tra un piano industriale stand alone e uno “al servizio di un’operazione strutturale” deliberato dal cda e auspicato dal Mef, la mancanza di una “chiara presa di posizione”, alcune astensioni in cda e i disallineamenti nell’esecuzione di “delibere delicate” (serviva obbedienza cieca pronta e assoluta); l’atteggiamento “non proattivo” per definire il percorso previsto dalle norme sulla ricapitalizzazione precauzionale (oltre 5 miliardi bruciati); i cambiamenti di alcuni manager “non nell’ottica del piano industriale” e la segretazione del testo consegnato alla Commissione parlamentare sulle banche “non autorizzato preventivamente dal cda” (alla faccia delle deleghe); la mancata proposta sui piani di successione “più volte sollecitati dal comitato nomine” sino al 31 gennaio.

Secondo fonti vicine a Bastianini queste motivazioni sono senza giusta causa, espresse per assecondare il Mef. Lo decideranno i giudici ai quali l’ex ad, rimasto in cda da indipendente, vuol rivolgersi per difendere la sua immagine e reputazione.

Pensioni, Draghi prende altro tempo

Il tavolo sulle pensioni è appena stato messo su, ma già mostra i primi segni di scricchiolio. Non appena si è cominciato a parlare del tema dei temi, l’individuazione della nuova età di uscita dal lavoro, il governo ha preso tempo e ha rimandato alle prossime settimane l’incontro che era previsto per lunedì scorso. Non che sugli altri temi – la pensione di garanzia per giovani e donne e la previdenza complementare – siano state date risposte particolarmente esaustive. Ma sulle richieste sindacali in merito alla flessibilità, la partita è particolarmente delicata e finora la squadra di tecnici scelta dall’esecutivo è stata ermetica. Tra l’altro sembra ci sia una certa diversità di vedute tra Tesoro e Ragioneria, da un lato, e il ministero del Lavoro dall’altro.

Il confronto sul tema delle pensioni è stato avviato dal premier Mario Draghi per tentare di disinnescare lo sciopero generale proclamato lo scorso 16 dicembre da Cgil e Uil (che si è tenuto comunque). La legge di Bilancio, contestata dalle sigle anche per le scelte fiscali, con la fine di Quota 100 si è limitata a introdurre Quota 102 per il 2023, a rinnovare Opzione Donna e a estendere le categorie ammesse all’Ape sociale. Draghi ha però promesso un percorso per superare la legge Fornero, da avviare quest’anno con Cgil, Cisl e Uil. Finora si sono tenuti tre incontri, di natura tecnica. Il quarto è stato spostato anche per la stretta vicinanza con l’elezione del presidente della Repubblica.

I sindacati hanno presentato, ancora una volta, la loro piattaforma che prevede due forme di pensionamento: a 62 anni di età o – in qualsiasi momento – con 41 anni di contributi. Una richiesta sulla flessibilità in uscita sui cui il governo ha scelto di prendere tempo, allarmando la Uil, meno la Cgil che, in realtà, è preoccupata più dai contenuti che dalle tempistiche. Al momento l’ipotesi più accreditata è che qualsiasi “concessione” sull’età pensionabile arriverà solo a fronte di un ricalcolo contributivo dell’assegno. Quindi chi vorrà lasciare il lavoro prima, dovrà rinunciare alla quota retributiva e prendere meno soldi. È quello che oggi succede con Opzione Donna. I sindacati vorrebbero invece che ai lavoratori con contributi pagati prima del 1996 venga permesso di mantenere il trattamento più favorevole. “Ora ci aspettiamo che già dalla prossima settimana vengano convocati il tavolo tecnico e quello politico”, spiega Roberto Ghiselli, responsabile previdenza della Cgil. “Il confronto – spiega – avrà come arco temporale il periodo precedente al documento di economia e finanza (Def), quindi marzo. Temo che le distanze le troveremo, rispetto alla nostra piattaforma”. Finora il ministero del Lavoro è sembrato più disposto a interventi più “generosi”, trovando le solite resistenze del Tesoro.

Auto in crisi, il “tavolo” parte dai soliti incentivi

L’iniziativa che la scorsa settimana ha messo insieme gli industriali e i sindacati per chiedere al governo di fare presto e affrontare la crisi dell’automotive ha ottenuto i primi risultati: il dossier è stato fatto proprio dal premier Mario Draghi, dopo mesi di paralisi al ministero dello Sviluppo e ieri si è tenuta una riunione – presieduta dal sottosegretario alla presidenza Roberto Garofoli – con i ministri di Economia, Infrastrutture, Sviluppo economico e Transizione ecologica. Al termine è stato promesso un intervento con il prossimo decreto, ma il problema è che si tratterà di una “soluzione” già vista: i soliti incentivi per l’acquisto di vetture non inquinanti. Qualcosa che era già stata annunciata dal titolare del Mise Giancarlo Giorgetti e poi rimandata nella legge di Bilancio.

L’inedito asse tra Federmeccanica e Fim Cisl, Fiom Cgil e Uilm aveva chiesto provvedimenti più incisivi, che prendessero di petto le difficoltà degli stabilimenti italiani e non si limitassero ad agire sul lato della domanda di automobili. La situazione descritta da imprese e rappresentanti dei lavoratori è allarmante: se nel 1997 producevamo 1,8 milioni di veicoli, oggi ci fermiamo a 700 mila. Gli impianti, insomma, viaggiano a metà della capacità installata e la cassa integrazione si è raddoppiata tra il 2019 e il 2021. Il settore fattura 93 miliardi di euro, ossia il 5,6% del Pil e impiega 180 persone in 2 mila imprese, realizzando anche il 7% delle esportazioni metalmeccaniche nazionali (31 miliardi di euro). Numeri in serio pericolo proprio a causa della transizione ecologica. L’Ue ha previsto entro il 2035 lo stop alla vendita di auto benzina e diesel, orientamento confermato dal governo a dicembre. Questo, secondo i calcoli della Federmeccanica, potrebbe costare all’Italia 73 mila posti di lavoro, 63 mila di questi già nel quinquennio tra il 2025 e il 2030. Non è passato inosservato che Federmeccanica e sindacati, nel loro grido d’allarme, si sono rivolti direttamente al premier e non a Giorgetti. C’è malcontento, hanno spiegato, verso l’inerzia mostrata negli ultimi mesi. La richiesta è quella di un pacchetto di interventi complessivo, non solo incentivi. La gestione delle crisi industriali aperte, gli investimenti di sostegno all’offerta, l’attrazione di nuovi investimenti produttivi, la creazione di competenze. Ieri anche il ministro della Transizione ecologica Roberto Cingolani ha proposto incentivi all’acquisto e alla rottamazione che tengano conto del reddito, sposando sostanzialmente la linea di Giorgetti.

Nel frattempo sull’Italia pesano le incognite del nuovo piano che Stellantis, il gruppo nato dalla fusione di Fiat Chrysler e Psa, presenterà a marzo. È chiara la posizione dell’ad Carlos Tavares, che più volte ha ricordato i problemi di alto costo del lavoro negli stabilimenti italiani, che oggi usano molta cassa integrazione. I timori sono in tutte le fabbriche, anche quelle storicamente più tranquille come la Sevel in Abruzzo e Melfi, in Basilicata, interessate da cali produttivi. Nel polo torinese, la Maserati e la 500 Bev non permettono di operare a pieno regime; stesso discorso per Cassino, sede dell’Alfa Romeo e del nuovo modello Grecale della Maserati. Per Pomigliano e Nola, in Campania, toccherà verificare i numeri del nuovo Suv Alfa Romeo Tonale. Poi resta l’irrisolta questione delle produzioni diesel che oggi sono a Cento (Ferrara) e Pratola Serra (Avellino).

Accordo fatto, intanto, tra Stellantis e governo italiano per la realizzazione a Termoli della terza gigafactory del Gruppo in Europa con un investimento di circa 2,5 miliardi a fronte di 370 milioni che dovrebbero essere garantiti dallo Stato.

Giancarlo Pittelli torna ai domiciliari

Torna ai domiciliari l’ex parlamentare Giancarlo Pittelli, imputato per concorso esterno con la ‘ndrangheta nel maxiprocesso “Rinascita-Scott”. Lo ha deciso il Tribunale di Vibo Valentia che ha accolto la richiesta dai suoi avvocati. Il beneficio gli era stato revocato a dicembre in seguito alla lettera che Pittelli ha inviato al ministro Mara Carfagna chiedendole aiuto. A distanza di 2 mesi per i giudici “il complessivo comportamento dell’imputato può far esprimere un giudizio prognostico favorevole di resipiscenza del Pittelli”. Nei giorni scorsi, 1.500 persone avevano firmato un appello per la sua scarcerazione.

Salerno, arrestato pm: corruzione in atti giudiziari

Proprio ieri Roberto Penna, il pm di Salerno che ottenne la condanna per abuso d’ufficio di Vincenzo De Luca (poi annullata in Appello e in Cassazione), avrebbe dovuto diventare giudice del Tribunale di Sorveglianza di Roma.

Dovrà aspettare. La Procura di Napoli ha chiesto e ottenuto il suo arresto per corruzione in atti giudiziari e nell’esercizio delle funzioni. Penna avrebbe consapevolmente partecipato al piano ordito dai vertici di Research, un consorzio che raggruppa 83 imprese, di cui cinque colpite da interdittive antimafia, che aveva trasferito la sede da Napoli a Salerno per sfuggire alle grane e ripulirsi l’immagine ingraziandosi la prefettura salernitana attraverso un articolato giro di finanzieri e pubblici ufficiali amici. In cambio ne avrebbe ottenuto incarichi per la compagna, l’avvocato Maria Gabriella Gallevi, pure lei arrestata.

Come il gestore di fatto di Research, Francesco Vorro, e il faccendiere del consorzio Umberto Inverso (vicino a Penna, andavano insieme alle partite della Salernitana). I due hanno incontrato il pm nel suo ufficio in Procura il 5 gennaio 2021. All’incontro c’era la Gallevi. “Roberto è un amico… ci riceve domani”, dice Inverso all’ex generale della Finanza Fabrizio Lisi, in passato nelle carte della P4, che ha un ruolo in Research, anche lui arrestato. Alla telefonata preparatoria dell’incontro Penna dice a Inverso: “Su Salerno deve essere Gabriella”. Ossia Gallevi, che si vanta dei suoi contatti in Prefettura (“li conosco in maniera globale…”). In questa occasione nasce l’idea di colpire un imprenditore rivale, Eugenio Rainone, il costruttore del Crescent. Inverso lo incontra e gli suggerisce di “far faticare Gabriella” per disinnescare il pericolo che Penna – che manipolerebbe allo scopo un giornale e gli articoli di un ex magistrato – lo perseguiti. Rainone acconsente. Ma quando Penna avanza comunque con le sue inchieste per mettergli pressione, si ribella e taglia i ponti.

Ostativo, rinviato il voto in commissione

La Commissionegiustizia della Camera ha rinviato l’inizio delle votazioni sulla riforma dell’ergastolo ostativo, sollecitata dalla Consulta il maggio scorso in una ordinanza che ha dichiarato illegittima l’attuale legge. Tutti i gruppi parlamentari della Camera chiedono che a pronunciarsi sulla richiesta di libertà condizionale per chi è condannato all’ergastolo sia un Tribunale e non un giudice monocratico. È quanto è emerso in una riunione dei rappresentanti di tutti i gruppi in Commissione, al termine della quale si è deciso di attendere la risposta del ministero a tale richiesta prima di iniziare a votare gli emendamenti. Quando arriverà una risposta, il presidente Mario Perantoni (M5S) convocherà la seduta per avviare il voto degli emendamenti al testo unificato.

Cerciello, le chat choc: “Finiteli come Cucchi”

“Squagliateli nell’acido“, “fategli fare la fine di Cucchi“. Erano queste le frasi che alcuni carabinieri scrivevano ai colleghi dopo l’arresto Gabriele Natale Hjorth, e Finnegan Lee Elder, i due giovani americani accusati dell’omicidio del vicebrigadiere Mario Cerciello Rega, nell’estate del 2019. Per l’omicidio di Cerciello Rega, Hjorth ed Elder sono stati condannati all’ergastolo in primo grado. Le chat con le frasi dei militari sono state depositate nel processo a carico di Fabio Manganaro, il militare dell’Arma sotto accusa per la vicenda del bendaggio di Hjorth. Dopo l’arresto dei due presunti assassini del carabiniere, infatti, era stata diffusa una foto che ritraeva uno dei due giovani, bendato e immobilizzato in caserma. Per questo motivo Manganaro è a processo: l’accusa è di misura di rigore non prevista dalla legge. Sulla vicenda delle chat, resa nota dal Corriere della Sera, l’Arma dei Carabinieri ha subito preso posizione: “Non appena gli atti con i nominativi dei militari coinvolti saranno resi disponibili, l’Arma avvierà con immediatezza i conseguenti procedimenti disciplinari per l’adozione di provvedimenti di assoluto rigore”.

Attanasio, l’accusa: “Bugie da funzionari Onu. Lo misero in pericolo, è un omicidio colposo”

Una missione attraverso uno degli itinerari più pericolosi del Paese, organizzata senza attuare “ogni cautela idonea a tutelare l’integrità fisica dei partecipanti”, omettendo perfino di segnalare la presenza dell’ambasciatore italiano e dei suoi collaboratori, sostituendone i nominativi con “quelli di due dipendenti Pam”. La Procura di Roma ha chiuso le indagini per omicidio colposo dell’ambasciatore italiano in Congo, Luca Attanasio, e del carabiniere Vittorio Iacovacci, uccisi il 22 febbraio 2021 insieme all’autista Mustafa Milambo in seguito a un tentativo di sequestro attuato, secondo in pm, “con finalità terroristiche”. Rischiano il processo i funzionari del Pam (Programma alimentare mondiale) Rocco Leone e Mansour Luguru Rwagaza, organizzatori del viaggio nella regione del Nord Kivu. Qui l’agenzia Onu voleva mostrare all’ambasciatore i risultati degli investimenti in Congo, con l’obiettivo di ottenere altri fondi dall’Italia. Una missione, secondo gli inquirenti, organizzata in fretta e in furia, attraverso “la strada Rn2 sulla quale, negli ultimi anni, vi erano stati una ventina di conflitti a fuoco tra gruppi criminali ed esercito regolare”. Quattro le omissioni, secondo i pm romani, dei funzionari Pam. I due indagati, interrogati a Roma a giugno 2021, avrebbero “attestato il falso in quanto non avevano inoltrato la richiesta, come prescritto dai protocolli Onu, almeno 72 ore prima”. Avrebbero poi “omesso di informare 5 giorni prima del viaggio la missione di pace Monusco, preposta in materia di sicurezza”, di “predisporre le cautele richieste dalla classificazione di rischio attribuita al percorso da effettuare” e di “approntare ogni utile ulteriore misura di mitigazione del rischio”, pur avendo “dato assicurazioni al carabiniere Iacovacci di poter usufruire di veicoli blindati”. Le difese di Leone e Rwagaza stanno valutando di opporre l’immunità diplomatica. La Procura, nel corso delle indagini, ha approfondito anche eventuali responsabilità del Ministero degli Esteri ma, a quanto risulta al Fatto, gli inquirenti hanno verificato come la normativa tuteli il personale della Farnesina solo presso la Capitale dello Stato dove sono distaccati (in questo caso Kinshasa), mentre nel resto del Paese solo l’ambasciatore può avere contezza delle condizioni di sicurezza. “Ci auguriamo che sia il primo passo verso la verità, senza verità non c’è giustizia”, ha detto Salvatore Attanasio, padre di Luca. Le indagini della Procura ora proseguiranno nel tentativo di individuare i responsabili del blitz, attraverso le due rogatorie alle quali il Congo non hai mai risposto. Per i pm italiani, infatti, le persone arrestate il 19 gennaio a Goma non avrebbero niente a che fare con il commando che ha ucciso Attanasio e Iacovacci.