Sinner, un cannibale. Lasciamolo sbagliare

Parlare di Jannik Sinner è facile e al contempo difficile. Facile, perché le sue potenzialità sono enormi. Difficile, perché ha solo 19 anni e tutto può accadere. Senza girarci troppo attorno, risulta però qui ineluttabile asserire come Sinner appaia oggi come il tennista under 20 più futuribile del mondo (!). Ha cominciato tardi a giocare (inizialmente preferiva lo sci), ma ciò non pare proprio averlo limitato. Nelle interviste racconta seraficamente del suo desiderio di diventare numero 1 al mondo e vincere “degli Slam” (“degli”: mica uno solo). Dovresti trasecolare e pregarlo di star calmo, e certo il suo staff – su tutti “papà” Riccardo Piatti, sempre sia lodato – gli ricorderà ogni giorno come tutto sia transitorio e nulla più demoniaco nello sport del tennis. E invece ti viene da dargli ragione, perché Sinner sembra davvero nato per dominare.

Ha una solidità spaventosa in ogni colpo, a parte il gioco di rete (dove a tratti fa proprio schifo, ed è il primo a saperlo). La sua ferocia mentale è poi già spiccatissima. Lo capisci anche solo quando deve cedere un “quindici” all’avversario: la vive come un’onta. Gran lavoratore e (già) gran professionista, l’unico orizzonte che concepisce è il trionfo. È un fondocampista offensivo, se volete un po’ alla Agassi. Spara randellate inaudite e gli riesce (quasi) tutto con naturalezza financo fastidiosa. Oltre al gioco di volo deve crescere sul servizio, buono ma non buonissimo. E i muscoli son proprio pochini (infatti si infortuna spesso). Migliorerà: statene certi. Un anno fa ha dominato l’Atp Next Gen divellendo ogni avversario, a Roma ha tritato un campione già fatto e finito come Tsitsipas. E in generale dà sempre la sensazione (la certezza!) di non essere secondo a nessuno. La sfiga ci vede benissimo e nel tennis italiano tende da decenni a esagerare, ma Jannik è diamante puro. Magari non sempre divertentissimo, ma diamante puro. Non mettetegli fretta. Lasciatelo crescere. Sbagliare. Dominare.

Berrettini si ferma sul nastro. Ma il tennis ha un futuro azzurro

La sconfitta di ieri con Casper Ruud è una brutta battuta d’arresto per Matteo Berrettini. Lo è per il modo (era avanti di un set e poi di un minibreak nel tie finale). Per la portata dell’avversario, forte ma non fortissimo (Berrettini lo ha battuto due settimane fa a New York). E perché sarebbe stato bello vederlo, per quanto largamente sfavorito, in semifinale oggi contro Djokovic.

Non è però una sconfitta in grado di alterare lo stato delle cose: Berrettini è ormai stabilmente un top player. E nessuno si stupisce più di vederlo addirittura in top ten (8). Non è un aspetto da sottovalutare, perché fino a un anno e mezzo fa pareva uno scenario impensabile. Non è un caso che, nel 2019, Matteo sia stato votato dai colleghi come il giocatore in grado di avere la maggiore crescita tecnica ed agonistica. Merito dei suoi mezzi, della sua serietà, del suo staff (il coach Vincenzo Santopadre è un fenomeno).

L’esplosione definitiva è stata la semifinale di un anno fa agli Us Open, arrivata dopo un ottavo perfetto con Rublev (che si è vendicato due settimane fa ancora in ottavi) e una sfida epica con un Monfils perfino più teatrale e scorretto del solito. Berrettini aveva però già edificato la sua crescita dimostrando un eclettismo spiccato. Ha vinto tornei (tre) in tre superfici diverse (cemento, terra, erba). Ha conquistato tre finali su quattro (segno di solidità mentale). Ed è sempre migliorato. Il primo Berrettini, e parliamo di un ragazzone romano di 24 anni (quindi giovanissimo), era una sorta di Camporese 2.0. Gran servizio, gran dritto. Una tipologia comune nel tennis contemporaneo, ma abbastanza rara tra le racchette italiche maschili.

La voce del circuito: “Vale più la fascia 15-30 che non la 1-15”

Difetti: rovescio bimane, inizialmente debolissimo, e una capacità negli spostamenti non proprio accecante (proprio come Camporese). Poi, grazie alla costanza e a una sanissima ambizione, Matteo è cresciuto. Oltre ogni speranza e previsione. Il suo gioco è assai meno monocorde di quanto si creda, sa generare spettacolo e se il servizio gira può competere con chiunque. I suoi primi incontri ravvicinati coi fenomeni sono stati disastrosi, su tutti la stesa patita a Wimbledon 2019 dal suo idolo Federer. Pareva un bimbo imbalsamato dall’emozione. Anche quelle mazzate sono servite però per maturare. Nell’ambiente, non senza paura, si dice un po’ sottovoce: “Berrettini è forte, ma vale più la fascia 15-30 che non la 1-15”. È possibile (e sarebbe in ogni caso la conferma del suo talento). Dipenderà da lui. Il Covid ha di fatto congelato la classifica Atp, quindi potrà finire l’anno senza l’assillo dei “punti da difendere”. Chiuderà dunque il 2020 attorno alla posizione che ha. Pandemia permettendo, l’anno della verità sarà verosimilmente il 2021. Nel frattempo, godiamocelo. Bravo, forte, serio: ad averne.

Lo scempio urbanistico nato dalla Breccia poco Pia

Ma si combatterà o non si combatterà per Roma Capitale? Da entrambe le parti ci sono velleità: Vittorio Emanuele II è già parecchio superstizioso di suo e non vuole correre altri rischi entrando a Roma e soprattutto varcando il grande portone del Quirinale. Sopra ogni cosa, ha una paura fottuta della scomunica papale. Per questo fa discretamente sapere al diplomatico Giovanni Antonelli di Sonnino, divenuto cardinale senza aver mai detto messa, segretario di Pio IX, tanto reazionario quanto abilissimo a maneggiare denaro e aree fabbricabili che, se vuole portare via come ricordo dal Quirinale qualcosa di caro al papa e a lui, lo faccia pure… Non immagina neppure vagamente cosa sarebbe successo.

Quando gli ufficiali delle avanguardie bersaglieresche salgono le scale dell’imponente residenza estiva del papa le trovano vuote, ma vuote di tutto. Non c’è più un tappeto, un arazzo, un quadro, un mobile o soprammobile, una poltrona, nemmeno una scranna. Niente di niente. Quel “qualche cosa” suggerito con discrezione è diventato un intero treno stipato di arredi, di quadri e di mobilio spedito dritto pe’ dritto alla Stazione di San Pietro, in Vaticano. Insomma l’immenso Quirinale va riarredato ex novo. Secondo la paziente ricostruzione che ne fa lo specialista Alvar González-Palacios, i maestri di casa Savoia, più furibondi che affranti, non si perdono d’animo. In tutta fretta si fanno arrivare arredi sabaudi da Moncalieri e una serie impressionante di pezzi farnesiani sottratti ai fastosi palazzi di Parma, Colorno e Napoli. Per esempio la Grande commode di Bernard de van Risenburgh impacchettata e spedita dalla splendida Reggia di Colorno. Ancora da Parma prendono la strada per quel Quirinale decisamente “desnudo” arazzi di Beauvais realizzati nel 700 su cartoni di Francois Boucher, mentre la biblioteca dell’ebanista piemontese Pietro Piffetti è stata trasferita dal castello di Moncalieri. Dall’ultima capitale, Firenze, arrivano in gran fretta dieci dei venti arazzi cinquecenteschi su cartoni di Bronzino, Salviati e Pontormo.

Circola la voce che Pio IX sia offesissimo e tuttavia si limiterebbe al primo colpo di cannone sparato da Nino Bixio (ecco uno che ha sempre voglia di menare le mani, come in Sicilia, a Bronte) a far issare rettamente sul Cupolone la bandiera bianca e tutto finirà lì. Neanche per sogno: il maggiore che comanda gli Zuavi, il tedesco Hermann von Kanzler, non rinuncia al suo quarto d’ora di bellicosa celebrità, per cui tocca aprire la breccia sulle mura di Porta Pia e caricare. Morale: a defungere sono 43 bersaglieri e soltanto 20 Zuavi. Per i quali i parenti faranno dire tutti gli anni una messa in suffragio fino a quando Paolo VI laicamente non si stuferà e la farà abolire. La recupererà, cerimonia “paritaria” inclusa, il vice del sindaco Alemanno eletto fra i saluti romani, l’ex Dc Cutrufo, in una atmosfera più carnevalesca che seria.

Il giorno precedente lo storico 20 settembre 1870, il 19, si tiene tuttavia a Roma, a Palazzo Sciarra, una riunione serissima. Riguarda l’imminente ingresso dei bersaglieri di Alfonso La Marmora? Per carità, è dedicata a cose ben più serie. La riferisce uno storico di grande scrupolosità e cioè Claudio Pavone (Gli inizi di una capitale, Bollati Boringhieri, 2011): nel pomeriggio si trovano infatti alla presenza del cardinale Saverio De Mérode, gran regista di tutta la speculazione su Stazione Termini e via Nazionale, del banchiere italiano Mario Bastogi e dei maggiori proprietari di aree fabbricabili, al fine di pianificare la Roma sabauda non meno di quanto abbiano fatto con la Roma del Papa delle famiglie dell’aristocrazia e della banca “nera”. Vi sono principi potentissimi, proprietari di vaste “fette” dell’Agro, i Lancellotti per esempio, i quali terranno sbarrato il loro gigantesco portone di via dei Coronari fino all’11 febbraio 1929.

Subito si innescano le polemiche fra il generale Raffaele Cadorna, incaricato di usare anche metodi forti nei confronti della classe dirigente romana di estrazione garibaldina o mazziniana che ha un suo seguito, e per esempio quel Luigi Pianciani (1810) di famiglia spoletina che ha combattuto valorosamente per la Repubblica Romana del ’49, patendo poi l’esilio all’estero e venendo rilanciato in Italia dalla spedizione dei Mille e dal Parlamento Subalpino. Ciò che sorprende è che la Destra Storica negli anni fiorentini distrugge le mura antiche della città e alcuni quartieri centrali creando le due brutte piazze dell’Unità e della Repubblica, ma non preparò quasi nulla di positivo per Roma. Per cui dopo il 20 settembre si limita a occupare, con le sedi ministeriali, carceri e simili, antichi palazzi e conventi: da Palazzo Braschi (Interni) al convento dei Domenicani a Santa Maria sopra Minerva (Finanze e poi Pubblica Istruzione), al Convento delle Clarisse a San Silvestro in Capite (Lavori Pubblici), a Santa Maria della Vallicella (Tribunali), al grande convento delle Carmelitane scalze di Regina Coeli (Carcere penitenziario) e via discorrendo. Luigi Pianciani sindaco progressista in due difficilissime tranche(1872-74 e 1882-83) porta da 1 a 5 i macelli pubblici, inaugura 24 scuole, allestisce 5 dormitori pubblici e cucine economiche e 5 dispensari gratuiti antimalarici. Vuole edificare la City politica oltre Tevere nei vastissimi Prati di Castello. Contro Quintino Sella che la vuole invece in via XX settembre sopra la Roma dei Cesari ribadendo in parte la speculazione avviata da De Mérode e dal Vaticano. E con sindaci e commissari, prima di Ernesto Nathan e del suo Blocco del Popolo, la speculazione dilaga distruggendo decine e decine di ville, in testa quel “paradiso” chiamato Villa Boncompagni Ludovisi, ora via Veneto, difesa da un solo intellettuale italiano, Gabriele D’Annunzio.

Ma il primo doloroso provvedimento che deve prendere il commissario di Roma italiana, Michelangelo Caetani, dopo il 20 settembre 1870, è quello di sfrattare le centinaia di braccianti che di notte dormono sulla scalinata del Campidoglio. Pronti all’alba per il mercato delle braccia per l’Agro Romano flagellato dalla malaria “perniciosa”, alla quale, se si dorme, non si scampa. Queste le stridenti, drammatiche contraddizioni di Roma Capitale: “Inevitabile” e però senza una classe dirigente (se non di minoranza) capace di pianificarla. La Camera dei deputati per prima avrà una sede degna soltanto nel 1920.

“La fuga a due anni dal set, gli schiaffi a Madonna e le tagliatelle nel deserto”

Adriano Giannini a due anni e poco più ha spiegato al padre, alla madre e al cinema quali fossero i suoi confini. “Ero sul set di Film d’amore e d’anarchia, papà protagonista, e avevano bisogno di girare un flashback con lui bambino. Io ero perfetto. Così all’improvviso, forse con l’inganno, mi ritrovai in piedi su un tavolone di legno, con alcuni che mi spogliavano e subito rivestivano con abiti in lana pesante, di quelli che pizzicano, e diecimila lire in mano per sedurmi. Io ancora dubbioso. Fino a quando mi chiesero di sedermi su un vasetto, ma in quella fase della vita ogni tanto cedevo alla pipì nel letto, per questo mi vergognai; allora presi coscienza della situazione e, con un atteggiamento non legato all’età, mandai tutti a quel paese, scesi dal tavolone, e me ne andai accompagnato dalla frase ‘io il pagliaccio non lo faccio’”.

E il ruolo da pagliaccio lo evita anche oggi.

Adriano Giannini ragiona le risposte, spesso le fa partire da un io antico, vissuto e soppesato, in cui le certezze in teoria acquisite in realtà possono tramutarsi in fregature colossali (“per fortuna sono cresciuto con un padre che ripete, da sempre “perché non sono diventato un perito?”). E, come un destino vissuto secondo un canone inverso, è partito con le luci di Hollywood (“appena iniziato mi sono trovato su un set con Madonna”) per poi tornare daccapo e riprendere un percorso più lento e più stratificato. E oggi è tra i protagonisti di Lacci, il bel film di Daniele Luchetti che ha aperto l’ultima Mostra di Venezia.

Nonostante la sua famiglia, ha dichiarato di non essere cresciuto nel cinema.

I miei genitori si sono separati quando avevo un anno, per questo non ho vissuto appieno dentro al lavoro dei miei, come accaduto per altri “figli di…”.

Ci sarà andato…

Sì, ma sono ricordi sporadici, comunque belli; anni dopo, sono riuscito a vivere l’ultima fase della vera Cinecittà, quando lavoravo lì come operatore e mi trovavo a contatto con set importanti come per Il Padrino, o Capitan Fracassa di Scola.

La fabbrica dei sogni.

Quando era il momento della pausa per il pranzo, ti trovavi circondato da antichi romani, cowboy, magari i mafiosi de Il Padrino, più gli attrezzisti con il martello sulla coscia; oggi non c’è più, quando entro a Cinecittà mi avvolge un senso di depressione; (ci pensa) è stato fondamentale vedere la coda di quella magia, una magia composta da maestranze nate con il grande cinema.

E lei con loro…

Sempre, erano i portatori sani delle leggende di Cinecittà, portatori sani di un atteggiamento pratico e leggero nei confronti della vita; (sorride) una volta giravamo nel deserto del Marocco Il legionario con Van Damme e uno dei macchinisti, detto “Er Patata”, era famoso perché partiva sempre con un’adeguata provvista di viveri.

Pasta e pomodoro.

Nascondeva la pancetta e il parmigiano in mezzo agli strumenti da set; insomma da “Er Patata” potevi mangiare la carbonara a qualunque ora del giorno e della notte: una volta l’ho sorpreso di domenica mattina mentre nella roulotte stendeva la pasta per le tagliatelle, e sul fuoco il ragù cotto a fuoco lento.

Lei operatore di macchina.

È la posizione da prima linea, è il confine tra la scena e ciò che avviene dietro, sei quello più diretto, la situazione migliore per guardare e capire.

E cosa ha visto?

Le difficoltà, i momenti delicati, come vanno affrontate le crisi o le debolezze dei protagonisti; oggi sul set riesco a riconoscere i problemi prima che possano scoppiare.

Rientra nella categoria degli attori che vanno rassicurati?

No, ho bisogno di una dinamica di scambio; se mi rassicurano troppo, finisco per preoccuparmi.

Come andava a scuola?

Nella Roma degli anni Ottanta, la sfangavo; ero uno che non studiava tanto, mi arrangiavo, preferivo coprire le lacune con escamotage da furbetto.

Nella Capitale degli anni Ottanta, oltre a suo padre, c’era un altro Giannini celebre…

Il capitano della Roma? Qualche volta mi hanno chiesto se fossimo parenti, e qualche anno fa mi hanno scambiato per lui: “Ma sei il calciatore?”. “Mi dispiace, no”; (ride) venir confusi è un classico: due anni fa mi hanno chiesto se fossi Ugo Mastroianni, palese crasi di Ugo Tognazzi e Marcello Mastroianni, ho risposto di sì e gli ho dedicato un autografo.

Oltre al cinema, cosa sognava?

Di diventare uno sportivo: in quasi tutte le discipline raggiungevo facilmente la fase agonistica, per poi perdermi in quella successiva, quella del semi-professionismo: lì scattava la noia, si tramutava in obbligo e perdevo la sensazione del gioco.

Come mai?

A me piace il gesto, il colpo di genio, non mi interessa la competizione, quella cattiva: sono così anche sul lavoro.

È poco gossippato.

(Tono sorpreso) Eh, quasi mai; per starci devi volerlo, e a me non piace, e poi non esiste più lo star system, sono più famosi i protagonisti dei reality o chi va dalla De Filippi.

C’è un suo mito del cinema che poi è riuscito a conoscere?

Al Pacino, l’ho incontrato più volte; poi durante una Mostra di Venezia lo vedo uscire da una discoteca, ovviamente iper circondato da fan e fotografi; la moglie mi vede, mi indica a lui, mi fanno cenno di avvicinarmi, obbedisco, a quel punto lui prova a dirmi qualcosa, o almeno credo, comunque non sento, sposto la testa verso di lui, e gli rifilo una capocciata sul naso; (ride) entrambi avevamo bevuto.

Venezia quest’anno.

Situazione veramente strana: sgombra di turisti, e mi dispiace per i veneziani, ma bellissima, con un clima più rilassante, tutto più blando, anche con meno glamour e meno pressione mediatica.

L’hanno mai blandita per raggiungere sua madre o suo padre?

Ma chi?

Un attore, uno sceneggiatore…

Può essere, ma al limite sbagliavano persona, perché non sono il soggetto più adatto, tantomeno i miei.

Ha recitato diretto da sua madre, Livia Giampalmo.

La prima volta come operatore, ed ero all’esordio, poi anni dopo come attore ed è stata una situazione abbastanza strana, con una responsabilità maggiore l’uno per l’altra, entrambi rispettosi dei nostri ruoli, solo fuori dal set tornavamo madre e figlio.

Nessun imbarazzo.

Solo nelle scene di eros: in quei momenti le chiedevo di allontanarsi, di piazzarsi in disparte con il monitor.

In generale, cosa la imbarazza?

Sul set quando non mi vedo a fuoco con il ruolo o con quello che desidera il regista; lì mi sento sotto scacco del giudizio altrui.

Nella vita?

Sono abbastanza timido, quindi avverto una certa difficoltà, un po’ di disagio nel parlare davanti a tante persone; ancora arrossisco.

Il tempo aiuta.

Mica tanto, sono sempre alle prese con la domanda “che devo dire?”.

È tra gli attori del prossimo film di Moretti Tre piani.

Qui a regola non posso dire nulla.

Allora Moretti e lei.

Tutti ne hanno un po’ paura, e posso intuirne i motivi, ma per la mia esperienza maturata nel corso degli anni provo un profondo e vero affetto: è una persona che rispetto; (ci pensa) è un amico mio e della mia famiglia, anche sul set il nostro rapporto è stato caloroso.

Negli Anni 90 i produttori temevano il giudizio di Moretti.

Sì, ho sentito queste storie, e ripeto: non mi sconvolgo (attimo di pausa, è in giro con il cane, Alma, e quando parla con lei cambia totalmente intonazione della voce). Dicevamo?

Moretti sul set.

Con lui ripeti molte volte la scena, e per me è giusto e normale, uno stile legato agli anni passati, mentre oggi si gira con modalità più libere, camere in mano, per questo comprendo lo spaesamento di certi attori quando si trovano con registi più classici come Nanni o Tornatore.

Se passano in televisione il film che lei ha girato con Madonna?

Magari lo rivedo: in tv è forse meno peggio che al cinema.

Nel 2002 ha conquistato i Razzie Awards come peggior pellicola dell’anno…

Non è venuto bene, ma non è così drammatico; per il lancio del film ero negli Stati Uniti, e da semi-sconosciuto, mi sono ritrovato a Hollywood con Madonna, Guy Ritchie, le più alte liturgie del caso e una serie infinita di riflettori addosso.

L’ottovolante.

E dovevo stare attento a tutto quello che dicevo, temevo di sbagliare qualcosa; invece fui l’unico a salvarmi dalle critiche; (cambia tono) comunque già durante le riprese avevo capito come sarebbe andata a finire, ero cosciente che mancava qualcosa e provai a dirlo.

Lei in mezzo al vero star system.

Lì era surreale, sembrava uno scherzo grottesco del destino e per fortuna ho vissuto il quotidiano con un perenne sorriso. Oggi non sarei in grado, avrei le ansie; (ci pensa) allora quella parte l’ho preparata in un solo mese e in inglese; alla fine sapevo le battute di tutti, poteva accadere qualunque cosa che non mi sarei mai fermato.

Suo padre?

Mi disse: “E quando ti ricapita di prendere a schiaffi Madonna?”. Era l’unico atteggiamento giusto.

Chi la conosce non la inserisce tra “i figli di” con il complesso del genitore-mito.

Gli sono molto legato anche se non ci vediamo tantissimo, perché siamo sempre in giro per lavoro; però questo dipende da come ti hanno educato i genitori, e papà è sempre stato uno low profile rispetto alla professione, l’ha sempre presa con ironia e gioco.

Per il resto del mondo resta Giancarlo Giannini.

Sì, ma dentro casa resta l’uomo che ridendo ribadisce, con reale pudore: “Mi vergogno, in realtà volevo diventare perito”.

E sua madre?

Mi ha aperto le porte del cinema, come avviene in tutte le famiglie, però dal primo scalino: pulire le macchine da presa e portare i caffè. In quegli anni sono stato bravo a mettermi sotto e non protestare mai.

Le hanno mai fatto la guerra in quanto “figlio di”?

Quando ero operatore mi hanno massacrato, ma ci stava; galleggiare con le mie forze mi ha permesso di appartenere a questo mondo, senza dire grazie a nessuno.

A cosa è sopravvissuto?

(Silenzio carico di sospiri) Rischiamo di cadere sul pesante. Andiamo oltre.

Vizio.

Le sigarette: a maggio compio 50 anni, dovrei smettere, ma siccome sarò impegnato su un set, l’appuntamento con l’addio l’ho rimandato a ottobre.

Fobia.

Non amo i luoghi pieni di persone, mi viene l’ansia.

Chi è lei?

(Il silenzio diventa infinito) In quante parole?

Qualcosa di pubblicabile.

Ci devo pensare (e prosegue nel mutismo).

Restiamo con la riflessione aperta?

Un lungo silenzio con un punto interrogativo finale.

 

I James Tont che fanno arrossire 007

La versione ideale, in onda su BBC e poi sulle tv di mezzo mondo grazie a Netflix: David Budd, veterano dell’esercito di Sua Maestà, poi poliziotto, tormentato ma perfetto, addetto alla protezione del ministro degli Interni Julia Montague. Malgrado lei incarni tutto quello che lui odia, tanto da insinuare il sospetto che l’agente sia disposto persino al doppio gioco, alla fine David la protegge con totale sprezzo del pericolo, fino a innamorarsene.

La realtà. La guardia del corpo del ministro degli Esteri britannico, Dominic Raab lo accompagna nella cruciale missione negli Stati Uniti, pochi giorni fa, decisiva per ammorbidire gli alleati sulla strategia britannica post Brexit. Sarà stata la tensione, ma l’agente addetto alla sicurezza di Raab si dimentica la pistola nel bagno del volo di ritorno a Heathrow. Indiscrezione giornalistica confermata dalla Metropolitan Police con un secco “Siamo al corrente dell’incidente e lo prendiamo molto sul serio”. Carriera congelata, finché l’inchiesta interna non chiarirà i fatti. Non possiamo non chiederci cosa tormenti i poliziotti al servizio dei politici britannici, visto che, lo scorso febbraio, la guardia del corpo dell’ex primo ministro David Cameron nella toilette di un volo commerciale ha lasciato una pistola carica e il passaporto del capo. Poi ci sono i pasticci degli anti James Bond. 2012: un’anziana signora, agitatissima, denuncia il furto del suo computer, lasciato sul proprio trolley sempre a Heathrow. Panico nell’Antiterrorismo: la signora è Stella Rimington, ex capo dell’MI5, e nel computer ci sarebbe ancora i contatti di vecchi colleghi. 2009: John Sawers sta per insediarsi ai vertici del dell’MI6. Per festeggiare, la moglie Shelley posta su Facebook decine di immagini degli ultimi giorni di vacanza, con lui che gioca a frisbee con i figli su una spiaggia identificabile, e altre foto che facilitano l’identificazione dell’appartamento londinese della famiglia, dei movimenti dei figli e di quelli dei suoceri. Una goduria per chi voleva saperne di più sul capo degli 007 inglesi. Segno dei tempi: in passato, nota il veterano Tory Ken Clarke, dei vertici dei servizi veniva tenuto segreto anche il nome.

2008: un funzionario dei servizi di sicurezza con un curriculum irreprensibile e fatto di anni di impegno lascia due documenti alla stazione di Waterloo. Sono dossier top secret redatti dal comitato congiunto per la sicurezza: uno sulle attività di al-Qaeda in Pakistan, l’altro un rapporto delle forze in campo in Iraq.

Lì trova un passeggero non esattamente sprovveduto, che li consegna al corrispondente per la sicurezza di BBC.

Il sogno proibito di Trump: la Corte Suprema tutta sua

Nella morte di Ruth Bader Ginsburg, dal 1983 giudice della Corte Suprema, Donald Trump vede una doppia opportunità: diventare il primo presidente dopo Ronald Reagan a nominare tre giudici della Corte Suprema in un solo mandato; e rilanciare la propria campagna, in affanno nei sondaggi. Il reiterato annuncio d’un vaccino anti-coronavirus imminente non prevale nell’opinione pubblica sull’impatto delle 200 mila vittime, una soglia che sarà raggiunta e superata tra oggi e domani.

Trump spera di galvanizzare l’elettorato conservatore con la prospettiva di una Corte Suprema ancorata a destra per tutti gli Anni Venti, con sei giudici conservatori, fra cui il presidente, contro tre progressisti. Il magnate twitta che i senatori repubblicani hanno l’obbligo d’affrettarsi a costituire la Ginsburg “senza frapporre tempo”. Ma c’è anche il rischio, di cui i suoi collaboratori sono consci, di apparire cinici e opportunisti e d’alienarsi ulteriormente il voto femminile: – Ginsburg era un’icona delle donne d’America. Senza per altro avere la certezza che l’operazione vada in porto: fra i senatori repubblicani, sono subito emerse resistenze, da parte, ad esempio, di Lisa Murkowski (Alaska) e di Susan Collins (Maine), che rischia di perdere a novembre il suo seggio (e che lo perderebbe di sicuro, se si prestasse al gioco del presidente).

Poi c’è Mitt Romney, che è sempre all’opposizione interna. E, infine, l’incognita dell’Arizona: a novembre, lì ci sarà una elezione suppletiva, dove il democratico Mark Kelly è favorito sulla repubblicana Martha McSally; se Kelly vince, si insedia immediatamente, senza attendere gennaio, e la maggioranza repubblicana in Senato s’assottiglia. Su Trump, non fanno presa gli appelli morali di Joe Biden e dei leader democratici, in prima fila Barack Obama, che chiedono d’aspettare, per rimpiazzare la giudice defunta, le elezioni e l’insediamento del nuovo Congresso. La stessa Ginsburg aveva confidato alla nipote Clara che sperava di non essere sostituita almeno fino all’insediamento del nuovo presidente. La senatrice della California Dianne Feinstein, numero uno dei democratici nella Commissione Giustizia, denuncia “l’ipocrisia repubblicana”: quando morì improvvisamente il giudice conservatore e italo-americano Antonin Scalia, nell’inverno 2016, i repubblicani bloccarono la nomina del giudice scelto da Barack Obama, un moderato, Merrick Garland, nonostante mancassero 200 giorni alle elezioni. Quando poi s’insediò Trump, passò la sua scelta, Neil Gorsuch. Nel 2018 toccò a Brett Kavanaugh, tra molte polemiche, andare a colmare il vuoto lasciato da Anthony Kennedy, messosi in pensione. A quel punto, la Corte Suprema aveva cinque giudici conservatori e quattro progressisti: con 6 a 3, gli ultra religiosi potrebbero puntare a cancellare il diritto all’aborto, che si fonda su una sentenza della Corte Suprema; e l’emendamento della Costituzione che sancisce il diritto al porto delle armi sarebbe ‘blindato’. La morte del giudice Ginsburg apre un fronte di scontro ulteriore fra repubblicani e democratici, quando mancano solo sette settimane alle elezioni presidenziali e politiche. La Ginsburg, che aveva 87 anni, è deceduta venerdì sera per le complicazioni di un timore al pancreas, circondata dalla sua famiglia.

La designazione del successore da parte del presidente è attesa nei prossimi giorni. La scorsa settimana, Trump aveva pubblicato una lista di venti potenziali nuovi giudici supremi, fra cui i senatori Ted Cruz e Tom Cotton e la giudice di Chicago Amy Coney, che alcuni media citano fra i favoriti per il dopo Ginsburg. Cruz, rivale di Trump nel 2016 per la nomination repubblicana, è stato il primo a sollecitare tempi brevi per la nuova nomina. Il capo-gruppo repubblicano al Senato Mitch McConnell, assicura che sosterrà la scelta del presidente.

“Un proiettile alla nuca: così si viene giustiziati nelle carceri bielorusse”

“La Bielorussia non è sexy come altre nazioni e a nessuno in Occidente interessa come moriamo combattendo contro il regime”. È la provocazione di Natasha Koliada, fondatrice del “Libero teatro bielorusso”, creato nel 2005 insieme a suo marito, il drammaturgo ed attivista politico Nikolay Khalezin. Con la loro compagnia si sono esibiti per anni segretamente nei garage, nei boschi, negli appartamenti di Minsk finché entrambi non sono stati costretti – dopo arresti multipli, prigione e clandestinità –, a scappare all’estero per sfuggire alla persecuzione del presidente Lukashenko, proprio come accade ai dissidenti oggi.

Natasha, nonostante la repressione che anche lei ha subito, i bielorussi continuano a protestare e scontrarsi con la polizia.

Soffrire ha un prezzo, mai così alto quanto restare in silenzio. Io e Nikolay abbiamo combattuto da attori, da prigionieri, da clandestini e lo facciamo oggi da esiliati politici a Londra. Non è una questione di coraggio: è semplicemente la lotta per la vita. Però dalle manifestazioni del 2010, anno in cui siamo scappati dal nostro Paese, due cose oggi sono cambiate: il senso di colpa dei bielorussi, che hanno smesso di pensare che la crisi economica sia una loro responsabilità. E il Covid-19: Lukashenko l’ha definito psicosi, hanno arrestato i medici che lo contraddicevano. Il primo a morire per il virus è stato proprio un attore, Viktar Dashkevich, ufficialmente dichiarato deceduto per polmonite.

In uno dei vostri spettacoli mostrate le buste di plastica con i quali si avvolgono i cadaveri, come denuncia per le esecuzioni e la pena capitale, ancora in vigore a Minsk.

In Bielorussia i condannati vengono giustiziati con una pallottola alla nuca, i parenti non sanno mai in che data è stata eseguita la condanna a morte, e i corpi poi scompaiono. A noi interessa che gli spettatori sviluppino un pensiero critico, pericoloso per qualsiasi potere, prediligiamo un’arte che sia parallela alla politica. Molti bielorussi, dopo le esibizioni, ci dicono: ci arresteranno, ma ci faremo coraggio con le vostre parole.

Lei ha detto che le sembra di assistere a un film già visto.

Quello che si vede nelle strade della capitale è già successo molte volte a Minsk, ma adesso in piazza c’è la generazione Z, ragazzi nati e cresciuti solo sotto il regime di Lukashenko. È una lotta tra passato e futuro, vita e morte, accade a loro ciò che è già successo a noi: tutte le generazioni di bielorussi hanno lottato per la libertà. Faccio un esempio: mio nonno è stato in un lager nazista, poi in un gulag sovietico. Mia nonna, quando io sono finita in prigione, mi ha detto: “Pensavo che il regime che si è preso la vita di mio marito finisse, ora ho capito che avranno lo stesso destino anche i figli dei miei nipoti”. Le ho risposto: “Nonna, è colpa tua e di tutti quelli che hanno avuto paura di combattere il sistema”. Ora quella paura non c’è più, il premio Nobel per la pace quest’anno dovrebbero averlo tutte le donne bielorusse: tutte quelle che sono in strada.

Una vita da fuggitiva. Una biografia spesso finita sul palco delle sue performance.

Io e Nikolay chiamiamo il nostro modo di esibirci ‘artivismo’, una mistura di arte e attivismo. Il nostro ultimo spettacolo è Dogs of Europe, cani d’Europa: è un viaggio nel tempo ambientato tra trent’anni, quando la Bielorussia non esisterà più e il mondo sarà diviso tra Russia e Europa, dove vige un nuovo Reich. Ma il fatto è che già oggi rischiamo di diventare una colonia russa, un protettorato del Cremlino. Per Putin questa è la tempesta perfetta, ha l’opportunità di fare ciò che tenta di compiere da dieci anni. Prima delle elezioni, Lukashenko si presentava come unico difensore dell’indipendenza del Paese entrato nelle attenzioni di Mosca, ora ha perso il potere e abbraccia il Cremlino, dicendo di difendere la nazione dalle mire dell’Ovest. Tutta l’Europa tace, ha dimostrato di essere più debole di Putin.

Dal 2010 lei vive a Londra come rifugiata politica con la sua famiglia. Tornerà mai in patria?

Le uniche dimore che ci aspettano in Bielorussia sono le celle della prigione. I miei figli sono cresciuti in Gran Bretagna come individui per cui la parola libertà significa qualcosa. Ora abito nella più antica democrazia d’Europa, forse potrò tornare quando nascerà la più giovane: quella del mio Paese.

Livatino, le agende degli incontri segreti con Falcone e Borsellino

Non era solo un “giudice ragazzino’’, come per anni è stato definito, dalla schiena dritta e dall’etica inossidabile, braccato come un coniglio da un killer della Stidda, che uccidendo un magistrato volle sfidare Cosa Nostra: fu Rosario Livatino, insieme a un altro pm della Procura di Agrigento, a portare nel 1986 al bunker di Falcone e Borsellino le trascrizioni di una microspia piazzata nella latteria di Paul Violi, a Montreal, che dieci anni prima di Buscetta avevano portato a galla struttura e organigrammi di Cosa Nostra agrigentina, svelandone le ramificazioni internazionali, i collegamenti strettissimi con la ’ndrangheta nella gestione del traffico della droga e offrendo un riscontro formidabile alle dichiarazioni di Buscetta. Non solo. Da quelle intercettazioni, per dieci anni incredibilmente “dimenticate’’ in un cassetto della Questura di Agrigento, emergeva che i boss andavano a Montecitorio a trattare i propri affari, svelando rapporti allora impensabili con la politica poi confermati dalle indagini successive.

I nuovi interrogativi sul “livello” dei mandanti

A 30 anni da quella mattina del 21 settembre 1990, quando sul campo a valle della provinciale Agrigento-Caltanissetta Paolo Borsellino fu il primo, forse non a caso, a sollevare il lenzuolo bagnato del sangue del collega, scoprendo il suo “viso innocente da bambino’’, è il Tg1, nello Speciale in onda questa sera alle 23.40 a cura di Maria Grazia Mazzola, a restituire in questo modo al magistrato di Canicattì una lucida visione a 360 gradi, non solo orientata verso la macelleria militare ma verso la politica e i “colletti bianchi’’ e soprattutto “internazionale’’ nel contrasto a Cosa Nostra (in un periodo in cui le analisi di Sciascia sulla ‘mafia borghese’ erano una voce isolata nel deserto del dibattito politico) e dunque una dimensione professionale vicina a quella di Falcone e Borsellino. E costringono a interrogarsi, a distanza di tre decenni, sul movente dell’omicidio, finora ascritto a un gruppo di killer della Stidda con agganci in Germania, impegnati in una prova di forza con la più potente Cosa Nostra.

L’ostruzione del capo della Procura di Agrigento

Dietro il movente, adesso, si affacciano nuovi scenari, con il traffico internazionale non solo di droga ma anche di armi, con un incontro inedito, rivelato dallo Speciale Tg1, del pm Livatino con Carlo Palermo, allora impegnato a Trento, che nel suo libro La Bestia sostiene che “numerose indagini hanno riguardato, nell’agrigentino, la stidda locale e quel Salvatore Puzzangaro in cui si erano imbattuti prima Rosario Livatino, poi Giuliano Guazzelli (ucciso nell’aprile del 1992, poco dopo Salvo Lima), e Paolo Borsellino, ma anche quel ‘buco nero’ costituito da traffici di armamenti e rapporti bancari con l’Iraq incentrati a Liegi e Bruxelles, ma collegati con la Tunisia’’. Indagini delicatissime affidate a una procura il cui capo, Giuseppe Vajola, successore di Spallitta, venne rimosso dal Csm che accertò che ad Agrigento, come riferì l’attuale procuratore generale di Catania Roberto Sajeva, “la conduzione dei processi contro la criminalità organizzata era rimasta quasi interamente affidata a Livatino ed a lui, mentre Vajola non aveva mai sostenuto la loro azione”, in un contesto in cui prima del 1984, per vent’anni, “non vi era stata alcuna iniziativa contro la mafia”. E che indusse probabilmente Falcone a elaborare l’idea della Superprocura, sottraendo la competenza antimafia alle procure di provincia, sotto organico e più esposte ai condizionamenti ambientali, particolarmente pesanti ad Agrigento, per affidarla alle procure distrettuali. Sono le rivelazioni di un collega di Livatino intervistato dal Tg1 che ha deciso di rompere il silenzio pluridecennale sugli scambi di informazioni, finora poco conosciuti, tra il pool antimafia di Palermo e la procura di Agrigento, allora retta da Elio Spallitta, rivelando i viaggi in auto lungo la Palermo-Agrigento compiuti insieme per incontrare Falcone e Borsellino (poi confermati dalle agende del magistrato recuperate dal Tg1) a portare a galla il volto professionale inedito del magistrato adesso avviato verso la causa di beatificazione, che verrà probabilmente completata entro l’autunno: se le nuove rivelazioni del Tg1 indicano un impegno più mirato verso i sistemi criminali e le relazioni pericolose di Cosa Nostra con politica e colletti bianchi, la Chiesa gli attribuisce due miracoli, due donne guarite dalla leucemia per la sua intercessione celeste. Sarebbe il primo magistrato in Italia a diventare “beato”, presupposto indispensabile per la dichiarazione di Santità, riconoscimento che la Chiesa impegnata nella lotta contro la mafia ha finora assegnato al solo padre Pino Puglisi, ucciso il 15 settembre del 1993, confermando un’attenzione verso un territorio, quello agrigentino, dove, nella valle dei Templi, Papa Wojtyla, sempre nel ’93, pronunciò la sua celebre invettiva contro Cosa Nostra, invitando i mafiosi al pentimento e alla conversione.

Il riconoscimento di Papa Bergoglio

E se è stato Papa Francesco, nel 2017, ad attribuire un rilievo uguale al ricordo di Falcone, Borsellino e Livatino, proprio nell’anniversario del suo omicidio, ricordando davanti la Commissione Antimafia “tutte le persone che hanno pagato con la vita la loro lotta contro le mafie’’ ma citando i nomi dei tre magistrati, era stata la Dia, nel 2012, la prima a ricordare insieme i tre giudici in un francobollo commemorativo da 60 centesimi emesso dalle Poste con il logo della Direzione Investigativa Antimafia.

I segreti delle gag: inversioni, sorprese e sostituzioni rapide

Le caratteristiche della comunicazione rendono ogni trattato sulla comunicazione divertente una sorta di inventario cui è sempre possibile aggiungere nuove specie. Proseguiamo l’esplorazione di questa giungla buffa.

LO STATUTO DEGLI ELEMENTI

Le premesse di un discorso sono infinite, e possono essere modificate in modo divertente. Ecco alcune tattiche.

Trasformare il disaccordo sui valori in disaccordo sui fatti. Due barboni, padre e figlio, ricevono abitualmente la carità da un ricco industriale, una piccola somma ciascuno. Un giorno il padre muore. L’industriale dà al figlio la sua solita somma. Il figlio protesta. L’industriale: “Ma tuo padre è morto!” E il figlio: “E chi è il suo erede, io o tu?”Preferire la presunzione ai fatti. Il cowboy va allo zoo per la prima volta. Si ferma a guardare una giraffa, poi se ne va sdegnato: “Non esistono animali del genere!” Allo stesso modo, nel film di John Ford “L’uomo che uccise Liberty Valance” (1962), un giornalista mostra di preferire la presunzione ai fatti con la celebre battuta finale “Qui siamo nel West. Quando la leggenda diventa realtà, vince la leggenda.”

Il buffone e il pubblico. L’effetto divertente è influenzato dai modi e dall’aspetto del buffone; e dalla sua fama. Soprattutto, in pubblico, conta la sua personalità comica, il cosiddetto “carattere”. La personalità è come la premessa del personaggio: le gag non funzionano, se al pubblico non è chiaro il carattere comico. È uno dei motivi per cui un comico famoso fa ridere anche solo con un sospiro.

L’ARGOMENTAZIONE DIVERTENTE (COMICITà DELLA RETORICA)

La comicità della retorica è una tecnica di persuasione: l’effetto a cui persuade è la risata.

Le quattro classi di argomenti divertenti. Olbrechts-Tyteca (1974) suddivide gli argomenti divertenti (metalogismi) in quattro classi:

1) quasi logici (privilegiano gli schemi formali a scapito del contenuto);

2) successione/coesistenza (si fondano sulla struttura della realtà);

3) analogia/caso particolare (fondano la struttura della realtà);

4) dissociazioni (separano coppie concettuali oppositive: apparenza/realtà, relativo/assoluto, generale/particolare, &c.).

ARGOMENTI QUASI-LOGICI

Riguardano relazioni come l’identità, la reciprocità, la transitività, l’inclusione della parte in un tutto, il paragone, la probabilità.

Le incompatibilità

La soluzione assurda. Un industriale sorprende la moglie mentre fa sesso con un dipendente su un divano. Cerca consiglio dal vescovo. “Chiedi l’annullamento”. “Non mi conviene, l’azienda è di proprietà di mia moglie”. “Licenzia l’amante”. “Non posso, è il mio contabile e sa dei conti off-shore”. Il vescovo ci rinuncia. La settimana dopo, incontra l’industriale e lo vede raggiante. Gli chiede come abbia risolto. L’industriale: “Ho venduto il divano!”.

Questo esempio è di Ierocle (V sec. a. C.): Un figlio si sveglia di notte. In piedi sul letto pilucca dei grappoli appesi dal padre al soffitto. Il padre sente i rumori e illumina la stanza con una lanterna. Il figlio resta impalato in piedi e si mette a russare fingendo di dormire.

Ne sono un elegante esempio grafico i celebri marchingegni con cui Rube Goldberg divertiva i suoi lettori all’inizio del secolo scorso.

La soluzione dopo molti tentativi. “Mi volevano a Hollywood per fare il film di spionaggio definitivo. Perché se mi conosci sai che la morte è il mio pane e il pericolo il mio burro. No, scusa: il pericolo è il mio pane e la morte è il mio burro. No, no, aspetta. Il pericolo è il mio pane, la morte – no, la morte… No, scusa: la morte è la mia… La morte e il pericolo sono i miei vari pani e vari burri”. (Woody Allen)

La soluzione inaspettata. Per esempio, la gag di Keaton dove gli cade addosso la facciata di una casa, ma lui si salva perché è nel punto esatto dove c’è la finestra aperta.

L’autofagia. Un giovane ha la cattiva abitudine di valutare le persone in base al costo del loro mantello. Il padre ne viene informato e lo rimprovera. Il giovane: “Sono calunnie!”. Il padre: “Me l’ha detto il tale”. Il giovane: “E tu credi a lui, che ha un mantello da cinquanta dracme?” (Ierocle)

La ritorsione. BILL MAHER: “Non credi di cercare un po’ troppo la popolarità televisiva?” ROSEANNE BARR: “Se fosse vero, non sarei qui nel tuo show”.

La concessione impossibile. IL RE: “Riusciresti a tingere di blu il mio cavallo bianco?” IL TINTORE: “Sì, Maestà, se sopporta la bollitura”.

L’iperbole. Mia moglie mi fa: “Voglio essere cremata.” E io: “Va bene martedì?” (Buddy Hackett)

L’ironia. Non capisco perché Bush debba coinvolgere l’intera nazione nella guerra in Iraq. Ci tiene così tanto? Si compri un cannone e si metta in proprio.

Identificazioni e sostituzioni

La divisione interessata. LA MAMMA: “Sul tavolo c’erano due succhi di frutta. Dov’è finito l’altro?” IL BAMBINO: “L’altro è quello che resta”.

Isologa a questa, la gag in cui Stanlio e Ollio si dividono una bibita, ma Stanlio se la beve tutta perché “la mia metà era quella sotto”.

Tre amici discutono. Il primo sostiene che non è giusto uccidere la pecora, dato che fornisce lana e latte. Il secondo dice che non va bene neppure macellare la vacca, che fornisce il latte e in più ara. Il terzo: “Allora non è giusto neppure ammazzare la scrofa, che dà fegato, mammella e figa”. (Ierocle)

La definizione pragmatica. Eloquenza: la capacità di descrivere Belen senza usare le mani.

71: un 69 con due dita nel culo.

Mi piace la figa grossa, spessa, la figa che sembra abbia appena fumato un sigaro esplosivo. (Jim Norton)

Sono un vegetariano postmoderno: mangio la carne ironicamente. (Bill Engwall)

L’analisi superflua. LO SPASIMANTE: “La tua pelle è così bella!” SONIA: “Sì, lo so. Ce l’ho su tutto il corpo” (Woody Allen)

La domanda ingenua. Una prostituta si è portata a letto lo scemo del villaggio. Dopo la toeletta, si spazzola i capelli allo specchio. E lo scemo, vedendo i ciuffetti di pelo sotto le ascelle: “Cavolo! Ne hai altre due?”

La domanda pseudo-ingenua. Nei bar di paese, era un lazzo noto chiedere con malizia a chi aveva il raffreddore: “Ti sei addormentato vicino a una fessura?”.

(22. Continua)

Palamara cacciato per sempre dall’Anm. Lui: “Non ho mai barattato la mia funzione”

Espulso definitivamente dall’Anm il suo ex presidente Luca Palamara. E la sua chiamata di correità generale, anche per la commistione toghe-politica, proclamata ieri in assemblea, ha rafforzato la volontà dei magistrati di volerlo fuori, come già deciso il 20 giugno scorso. Dunque, l’Anm ha confermato il massimo della sanzione per il magistrato ora sospeso per l’indagine a Perugia per corruzione e per il procedimento disciplinare, per lo scandalo nomine, in cui è incolpato insieme a Cosimo Ferri, deputato renziano e magistrato in aspettativa e ad altri 5 ex togati del Csm. “Da magistrato e da cittadino che crede profondamente nel valore della giustizia – ha detto Palamara – dopo aver perso il ricorso, ribadisco che le decisioni devono essere rispettate. Con altrettanta forza ribadisco di non aver mai barattato la mia funzione”. Non altrettanto stile ha dimostrato alcune ore prima quando ha parlato all’assemblea, da cui poi è fuggito. Nel suo monologo bolla come scribacchino il lavoro dei magistrati, irritati mentre lo ascoltano: “Sono stato travolto dalla fiumana e mi sono perso, ma non sento di essere stato moralmente indegno. Fino al 2008 ho fatto lo scribacchino di atti, prima a Reggio Calabria, poi a Roma. Dopo, la mia posizione nella vita politico-associativa mi ha dato un altro ruolo”. E chiama in causa i magistrati associati: “I segretari delle correnti sono presenti durante le riunioni del Csm, dagli accordi sono rimasti fuori i colleghi che non facevano parte delle correnti”. Quanto ai rapporti con la politica, in particolare con Luca Lotti, deputato renziano rimasto nel Pd, “era preesistente e si è intensificato con l’elezione del vicepresidente Ermini. Col senno di poi non dovevo farlo. La frequentazione con la politica, il confronto sulle nomine è sempre esistito. Gli incontri non erano clandestini e l’hotel Champagne non è un posto per nascondersi”, ha aggiunto, riferendosi all’hotel romano dove ci fu un incontro, il 9.05.2019, con Ferri, Lotti, imputato a Roma per Consip e allora 5 togati del Csm, per pilotare la nomina del procuratore di Roma. Tanti magistrati respingono al mittente la sua tesi del così facevan tutti. “Cortesemente, agevola le prove che si è sempre fatto così, fornisci i nomi, avrei chiesto a Palamara guardandolo in faccia – dice Paola Cameran, giudice veneta – perché noi conosciamo solo i nomi di un mare di questuanti che ci sono nelle chat”. Proprio quel “mare di questuanti” devono essere sanzionati. Cioè, è giusta l’espulsione di Palamara ma per “rifondare l’Anm” bisogna fare “pulizia”. Sarebbe possibile, le chat, definite “pugnalate”, sono arrivate all’Anm dopo richieste reiterate del presidente uscente Luca Poniz. Il cerino acceso passerà alla nuova Anm: si vota dal 18 al 20 ottobre.